A partire dalle 12 di oggi, mercoledì 18 marzo, è possibile prenotarsi per
ricevere gli incentivi ecobonus per moto e motorini. L’incentivo, fa sapere il
ministero delle Imprese e del made in Italy, è rivolto a chi acquista un nuovo
veicolo elettrico o ibrido nuovo di fabbrica di categoria Le.
Il contributo verrà calcolato sulla percentuale del prezzo di acquisto: 30% per
gli acquisti senza rottamazione, fino a 3.000,00 euro, e 40% per gli acquisti
con rottamazione, fino a 4.000,00 euro. I concessionari possono quindi prenotare
tramite il portale riservato. La legge di bilancio 2021 aveva previsto uno
stanziamento complessivo di 150 milioni di euro: 20 milioni annui dal 2021 al
2023 e 30 milioni annui dal 2024 al 2026.
Nello specifico, le categorie coinvolte per cui è possibile richiedere
l’incentivo sono le seguenti: L1e, L2e, L3e, L4e, L5e, L6e, L7e. La misura,
spiega il Ministero, è gestita da Invitalia.
L'articolo A via le prenotazioni dei bonus per l’acquisto di moto e motorini: si
possono ottenere fino a 4mila euro proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La Commissione UE si prepara a cambiare le regole del gioco per l’auto a
elettroni. Secondo un’anticipazione del Financial Times, il 25 febbraio
Bruxelles presenterà l’Industrial Accelerator Act, che prevede un requisito
minimo del 70% in valore di “contenuto” europeo per consentire a veicoli
elettrici, ibridi e a idrogeno di accedere agli incentivi pubblici o alle
forniture per enti statali. In altre parole: senza un “passaporto industriale”
Ue, niente sussidi.
La misura nasce con un obiettivo chiaro: proteggere la base manifatturiera
europea dalla concorrenza cinese a basso costo. Il tema non è nuovo. Già nel
2025 la Commissione aveva annunciato l’intenzione di introdurre criteri di
contenuto locale lungo la catena del valore dell’elettrone, all’interno di un
più ampio pacchetto di sostegno al settore auto che comprendeva anche
l’allentamento delle regole sulle emissioni.
Nel dettaglio, la bozza citata dal quotidiano britannico stabilisce che i
veicoli incentivati dovranno essere assemblati nell’Unione e che almeno il 70%
dei componenti (esclusa la batteria, calcolati in base al valore economico)
dovrà provenire dal vecchio continente. Inoltre, alcune componenti chiave delle
batterie dovranno essere di origine europea. Un passaggio cruciale, considerando
che gran parte dei costruttori Ue si affida ancora a fornitori cinesi e
sudcoreani per i pacchi batteria, nonostante la nascita di gigafactory sul
territorio europeo. Emblematico il caso di ACC, joint venture tra Stellantis e
Mercedes, che ha recentemente ridimensionato il piano per tre grandi impianti.
Bruxelles ha già messo sul tavolo 1,8 miliardi di euro per sostenere la filiera
locale delle batterie. Ma il settore resta diviso. I fornitori, rappresentati da
CLEPA, spingono per regole robuste e parlano del rischio di perdere fino a 350
mila posti di lavoro senza un intervento rapido. Secondo loro, oggi il 75-80%
del valore delle auto assemblate in Europa è già generato localmente: fissare
una soglia al 70% significherebbe almeno preservare lo status quo, se non
alzarla al 75%.
Diversa la posizione di alcuni costruttori. BMW e Mercedes, fortemente esposte
sul mercato cinese, temono ritorsioni e frenate all’innovazione. Il ceo Mercedes
e presidente ACEA (l’associazione che riunisce i costruttori continentali), Ola
Källenius, ha auspicato che ogni intervento normativo sia calibrato con grande
precisione, escludendo misure troppo drastiche per evitare effetti collaterali.
Renault, invece, si è detta favorevole, pur suggerendo una soglia del 60%.
Sul fondo resta il nodo geopolitico: c’è il timore, ma per alcuni analisti è una
certezza, che i produttori cinesi possano aggirare dazi e restrizioni
assemblando kit o componenti made in China in stabilimenti europei. La sfida per
Bruxelles sarà definire cosa significhi davvero “made in Europe” senza
trasformare la svolta industriale in un detonatore commerciale.
L'articolo Auto elettriche e ibride, verso la stretta Ue: “Incentivi solo con
70% di contenuto made in Europe” proviene da Il Fatto Quotidiano.
I veicoli prodotti in Europa? Dovrebbero avere un trattamento preferenziale, in
accordo con quanto sostenuto dal recente “pacchetto Automotive” prodotto dalla
Commissione UE. A chiederlo sono Oliver Blume e Antonio Filosa, ai vertici
rispettivamente di Volkswagen e Stellantis, che hanno lanciato un appello alle
istituzioni europee per la tutela dell’automotive Made in Europe. Per i due
manager, le vetture prodotte nell’Unione che soddisfino determinati criteri
ambientali, dovrebbero beneficiare di incentivi all’acquisto nazionali e di
corsie preferenziali negli appalti pubblici.
Riguardi che, in realtà, sono in larga parte già predisposti da Bruxelles:
infatti, fino al 2035 i car makers beneficeranno di “super crediti” per le
piccole auto elettriche – lunghe fino a 4,2 metri – prodotte nell’Unione Europea
e vendute a prezzi accessibili. Non solo, il fatto che un veicolo a basse o zero
emissioni sia “Made in EU” sarà un prerequisito per beneficiare di un sostegno
finanziario pubblico. Tutto ciò per cercare di arginare l’avanzata delle marche
cinesi che, però, stanno aprendo stabilimenti produttivi pure in Europa per
dribblare i dazi (e che godranno, evidentemente, dello stesso trattamento
preferenziale riservato a chi punta sull’Europa).
Il nodo più caldo rimane quello delle batterie. Nel vecchio continente si stanno
investendo miliardi per svilupparle e produrle; e ciò rende i prezzi delle
automobili più cari, mentre il pubblico vorrebbe fossero più bassi. Tuttavia,
spiegano Blume e Filosa, “più basso è il prezzo di un’auto, maggiore è la
pressione per importare le batterie più economiche possibili”, ovvero comprare
batterie cinesi, di gran lunga le più competitive (la Repubblica Popolare
controlla il 70% della catena del valore delle batteria, facendo di fatto il
buono e il cattivo tempo quando si parla di elettromobilità).
Sicchè, esiste una sostanziale inconciliabilità tra la necessità di ridurre i
costi a breve termine – e con essi i prezzi delle auto – e la volontà di
affrancarsi dalle forniture asiatiche. Per Blume e Filosa, i costruttori che
accedono al mercato europeo dovrebbero produrre automobili basandosi sulle
medesime regole affinché la concorrenza sia realmente leale. E le risorse dei
contribuenti europei dovrebbero essere impiegate per sostenere la produzione
continentale e attirare nuovi investimenti.
Anche se non si capisce bene come questi concetti possano conciliarsi con gli
investimenti massicci (e le delocalizzazioni) che Stellantis sta portando
avanti: il gruppo, infatti, ha rafforzato la sua presenza produttiva in Nord
Africa, in particolare in Algeria – 90.000 unità previste nel 2026, fra cui
modelli come la Fiat Grande Panda, 500 e Doblò – e in Marocco, dove grazie a un
investimento di 1,2 miliardi di euro, la produzione è destinata a passare da
200.000 a 535.000 veicoli annui. In Marocco sono già assemblati modelli di
micromobilità come la Fiat Topolino e la Citroën Ami. Dal 2027, è previsto il
trasferimento della produzione della Citroën C4 elettrica dall’Europa al
Marocco. Mentre da maggio 2025 è iniziata la produzione di motori mild hybrid e
di stazioni di ricarica per veicoli elettrici e nei prossimi mesi dovrebbe
partire quella di Fiat Giga Panda e Fiat Panda Fastback. È stata la medesima
Stellantis, nondimeno, a invitare i suoi fornitori a raggiungerla in Algeria.
In quanto a coerenza strategica, non sta messa meglio la Volkswagen, che punta
al Nord Africa come punto focale della nuova strategia di espansione. Infatti, a
giugno 2025 il colosso di Wolfsburg ha confermato l’intenzione di produrre in
Egitto per servire i mercati africani e mediorientali. Il piano prevede
inizialmente l’assemblaggio in strutture già esistenti tramite la
Egyptian-German Automotive Company (EGA), con l’obiettivo di costruire una
fabbrica integrata nella zona industriale di East Port Said. Volkswagen sta
lavorando per localizzare la produzione di componenti e formare personale
specializzato nella manutenzione di veicoli elettrici in loco.
A differenza di Stellantis, il colosso tedesco non possiede attualmente un
impianto di assemblaggio di veicoli finiti in Marocco, ma il paese è centrale
per la sua catena di approvvigionamento. Molti fornitori del gruppo, infatti,
operano nei distretti di Tangeri e Kenitra, che si stanno evolvendo in hub per
l’elettronica automobilistica e le batterie. Questa spinta verso il Nord Africa
(e la Cina) avviene in un momento critico: tra la fine del 2024 e l’inizio del
2026, Volkswagen ha annunciato piani di ristrutturazione drastici in Europa,
inclusa la chiusura di tre fabbriche in Germania e tagli per circa 4 miliardi di
euro.
Nonostante le suddette evidenze, per i due manager occorre l’istituzione di
incentivi intelligenti per sostenere una crescita stabile della produzione
europea. In particolare misure capaci di compensare i costi aggiuntivi richiesti
dalla più onerosa produzione continentale, come bonus inseriti nel regolamento
sulle emissioni. L’obiettivo sarebbe quello di mantenere la produzione
nell’Unione per poi reinvestire in progetti strategici di lungo periodo,
sostenendo crescita e occupazione e mantenendo i costi sotto controllo. Meno
prosaicamente, per VW e Stellantis, servono sussidi mirati per la produzione di
batterie europee e incentivi all’acquisto dei veicoli elettrici prodotti in
Europa.
Paradossalmente, però, gli unici che al momento sembrano realmente interessati a
investire nella produzione europea di auto – e a trarne eventuali benefici
pubblici – sono i costruttori cinesi, pronti a mettere sul tavolo europeo
miliardi e senza aspettare le garanzie di Bruxelles. BYD, ad esempio, si
appresta ad aprire il suo stabilimento in Ungheria, a Szeged, dando lavoro a
2.000 persone. Il complesso potrà sfornare 200 mila veicoli all’anno e potrebbe
fare da apripista per altri stabilimenti continentali (in lizza c’è la Spagna).
Geely, sarebbe in trattativa per sfruttare alcuni stabilimenti produttivi della
Ford, come quello di Valencia.
Omoda&Jaecoo ha una fabbrica a Barcellona: la produzione è stata avviata
progressivamente tra la fine del 2024 e il 2025, con l’assemblaggio di Omoda 5
(sia benzina, sia elettrica) e Jaecoo 7. La fabbrica punta a una produzione a
regime di circa 150.000 veicoli l’anno entro il 2029. Mentre Leapmotor produce
in europa alcuni modelli, come la T03, assemblata in uno stabilimento Stellantis
in Polonia; nella seconda metà del 2026 sarà avviata la produzione del Suv B10 a
Saragozza, in Spagna. Infine MG (che da qualche anno appartiene al colosso
cinese SAIC) dovrebbe aprire nel giro di qualche mese la sua prima fabbrica
europea con l’obiettivo di avviare le linee produttive già nel 2027.
La potenziale beffa è che delle agevolazioni richieste a gran voce dai
costruttori europei (in parziale fuga dall’Europa) per rilanciare la produzione
continentale, possano beneficiare in primis proprio i costruttori cinesi. Questi
ultimi, che già oggi riescono a essere più competitivi nonostante i paletti di
Bruxelles, potrebbero esserlo ancor di più con le loro produzioni europee,
incentivate dalla Commissione stessa. Il rischio ultimo è uno scacco matto agli
storici costruttori occidentali, finanziato oltretutto da denaro pubblico
europeo.
L'articolo Appello a Bruxelles dagli AD di Volkswagen e Stellantis: “Le auto
prodotte in Europa devono avere incentivi e trattamento preferenziale” proviene
da Il Fatto Quotidiano.