D iversi anni fa, avrò avuto sedici anni, di fronte alle battute delle mie
amiche sul fatto che un mio caro amico fosse in realtà innamorato di me, mia
sorella minore mi disse una di quelle verità che solo le adolescenti sanno dire
con tanta disinvoltura: “Non capisco cosa ci sia da ridere, alla fine anche
l’amicizia è una forma d’amore”.
A distanza di tempo, questa frase continua a farmi riflettere sulla quantità di
pensieri stereotipati e costrutti sociali che condizionano le nostre aspettative
e i nostri comportamenti nelle relazioni interpersonali. Uno stereotipo diffuso
riguardante l’amicizia è quello per cui i rapporti amicali sarebbero
fondamentali per l’infanzia e per le fasi evolutive della vita, ma dovrebbero
essere progressivamente sostituiti da cose più importanti nella vita adulta: la
relazione romantica, il “farsi una famiglia”. A un certo punto della vita le
amiche e gli amici, quando restano, dovrebbero essere persone con cui
condividiamo determinate esperienze e momenti specifici, ma in secondo piano
rispetto alle relazioni gerarchicamente più rilevanti.
Questa gerarchia con cui concepiamo le relazioni ridimensiona l’importanza di
alcune forme di intimità, e ci porta a usare espressioni come “solo amicə”
quando non si ha interesse ad avere un rapporto romantico con una persona, come
se l’amicizia fosse per sua essenza qualcosa di meno importante; un’idea
frustrante non solo per chi non ha una relazione romantica o non ha interesse a
costruirla, ma anche per chi, pur avendola, desidera anche altri tipi di
intimità. Ricordo una conversazione di qualche anno fa con una mia cara amica:
mi diceva di essere terrorizzata pensando al momento in cui dormire con lə
amicə, quando questə avrebbero avuto delle relazioni romantiche stabili, sarebbe
diventato una cosa da evitare, in qualche modo sbagliata o inopportuna, non
adatta ad amicizie adulte.
Non tutte le persone ambiscono a creare un nucleo familiare privato, o
desiderano che la coppia determini le loro vite. Per moltə è importante
continuare a coltivare amicizie profonde anche nell’età adulta. È chiaro che con
il passare del tempo le condizioni materiali cambiano, e con esse le dinamiche
con cui si intessono i rapporti di amicizia: il lavoro mangia lo spazio
dell’amore, gli spazi domestici sono sempre più precari e inadatti, si riducono
le possibilità di incontri spontanei e quotidiani.
> L’idea che l’amicizia sia per sua essenza qualcosa di meno importante è
> un’idea frustrante non solo per chi non ha una relazione romantica o non ha
> interesse a costruirla, ma anche per chi, pur avendola, desidera anche altri
> tipi di intimità.
Ma come generazione abbiamo imparato quanto le amicizie siano fondamentali per
la nostra vita. Tantissime persone che si sono spostate dal luogo in cui sono
cresciute in cerca di possibilità migliori, rivelatesi spesso dei miraggi,
nell’età adulta si ritrovano a vivere uno sradicamento per il quale non hanno
strumenti. Sono sradicate nella lontananza dal luogo in cui sono cresciute, e
altrettanto sradicate se in quel luogo tornano, piene di esperienze, punti di
riferimento e linguaggi costruiti altrove. Una condizione che forse non era mai
stata vissuta in modo così diffuso da nessuna generazione prima di quella
millennial. Nel romanzo Giorni futuri (2026), un libro che fonda la sua
narrazione proprio sui rapporti di amicizia, Gabriella Dal Lago la racconta
molto bene, descrivendo in modo quasi documentale “quella sensazione di
impermanenza […], la certezza di essere di passaggio e quindi non valevole di
troppe preoccupazioni, di una contestualizzazione eccessiva”, che
contraddistingue tante vite di questa generazione.
In qualunque caso abbiamo imparato bene una cosa: per quanto i rapporti umani
siano complessi, le amicizie possono salvarci la vita. I contenuti editoriali,
audiovisivi e social sull’amicizia nell’età adulta sono sempre più numerosi, a
testimonianza di quanto questo discorso culturale stia progressivamente
prendendo spazio. Nei miei social di trentenne interessata a (forse sarebbe più
corretto dire ossessionata da) questi argomenti, pur consapevole che gli
algoritmi mi nutrono di ciò che cerco, spopolano video che parlano di costruire
vite con lə amicə, reel sul dolore di fronte a un’amicə che parte o che vive
lontanə, articoli su gruppi di donne che hanno deciso di trovare una casa per
invecchiare insieme, storie di persone che decidono di vivere con le loro
amicizie perché la vita di coppia non fa per loro.
Esiste, nel sottotesto di tutto questo, anche una critica alla coppia normativa
come spazio non adatto alla fioritura di una vita gioiosa e piena per tuttə,
come sistema non adatto al sostentamento, come quotidianità non desiderabile. A
tante persone che si sono confrontate con questo pensiero per necessità o per
scelta, una cosa è chiara: abbandonare la propria vita e le proprie relazioni
per donare tuttə sé stessə a un’altra persona non è affatto il migliore dei
mondi possibili. Si possono immaginare modi diversi, che sia rifiutando la
coppia, che sia mantenendola nella propria vita dandole uno spazio meno
dominante, senza per questo dare meno importanza o meno amore alle persone
coinvolte.
Esiste al contempo un discorso culturale di stampo liberale che vorrebbe
liquidare questo tipo di esperienze sminuendole, non ritenendole degne di
riflessione, marcandole come utopiche – dimenticando che l’utopia, in questo
mondo, è un dispositivo salvifico –, o liquidandole come ambizioni di gruppi
sociali che “possono permettersi” stili di vita collettivi. Nella maggior parte
di questi casi il riferimento è a un certo tipo di narrazione patinata – anche
questa dilagante sui social – fatta in effetti da persone estremamente
privilegiate, con case e vite non alla portata di tuttə. Ma in realtà, oltre la
nostra mente colonizzata dall’immaginario della famiglia “tradizionale” e
dell’amore romantico, se guardiamo alle nostre antenate in passati piuttosto
recenti, alle comunità marginalizzate e ad ambienti sociali e culturali diversi,
vediamo che queste praticavano e praticano vite collettive da sempre, talvolta
per necessità, altre volte per scelta, altre per usanza.
> Se guardiamo alle nostre antenate in passati piuttosto recenti e alle comunità
> marginalizzate, vediamo che queste praticavano e praticano vite collettive da
> sempre, talvolta per necessità, altre volte per scelta, altre per usanza.
Come succede spesso quando si parla di deviazioni dalla norma, quando si specula
a livello teorico su delle pratiche di vita, serve ricordare che ciò che ci
capita di romanticizzare nella teoria, svuotandolo delle sue componenti
materiali e contestuali, è già quotidianità consolidata per tante persone.
Relazioni devianti dalla norma occidentale bianca ed eteronormata sono da tempo
pratica vitale di comunità che da quella norma sono costantemente minacciate.
All’interno del contesto occidentale, le comunità che vivono assi di oppressione
sistemica conoscono bene l’importanza delle reti, di fare famiglia anche al di
fuori di quella biologica, l’interesse per le relazioni di cura e di sostegno
reciproco slegate da vincoli legali e istituzionali. Al contempo – come descrive
Kim TallBear in un saggio contenuto nella collettanea Making Kin. Fare
Parentele, non popolazioni (2022), a cura di Donna Haraway e Adele E. Clarke –,
per mezzo di pratiche coloniali molte comunità hanno subito l’imposizione di
forme relazionali normate in senso eterodiretto e nucleare, che hanno talvolta
represso e sostituito quelle indigene.
Nel suo libro Un desiderio smisurato di amicizia (2026), uno dei testi più
recenti dedicati al valore politico di questo legame, Hélène Giannecchini
riflette su come sia stata proprio l’amicizia, intesa nel senso più ampio del
rapporto affettivo tra due persone, a nutrire le pratiche di vita delle comunità
queer. Ricercando storie di un passato recente, Giannecchini intreccia una
riflessione sulla sua famiglia di origine, la sua identità di persona lesbica e
la ricerca sulle storie delle famiglie “devianti”. Nel farlo si rende conto che,
per chi rifiuta che a un certo punto della vita le amicizie debbano smettere di
essere centrali, emerge la necessità di inventarsi nuovi mondi di stare al
mondo, di trovare altri modelli e immaginari. Si trova a chiedersi quali modelli
di riferimento ha chi, come lei, “a trentacinque anni [ha] ancora voglia di
attaccare il [suo] materasso a un altro, di parlare delle ore e di fare il bagno
nei fiumi”, come far accettare la possibilità di questa vita: “Come far
riconoscere questi desideri, di che mezzi abbiamo bisogno perché siano tutelati
quanto gli altri?”. Quali strumenti ha una persona che vuole provare a vivere
una vita collettiva, quando “l’epoca in cui viviamo ha fatto della famiglia
nucleare la sua unità di base, mentre noi siamo obbligate a improvvisare e ad
arrangiarci con ciò che rimane” e a giustificare le nostre scelte, il nostro
modo di amare?
Per lei esiste “una filiazione simbolica fra persone queer”, e da questa
convinzione nasce il bisogno di creare un archivio di storie, una genealogia di
“persone che deviano”, consapevole che nella devianza, finché non si trova un
gruppo di riferimento, si è prima di tutto solə. Molto spesso si cresce queer in
famiglie etero, ma “a un certo punto ci si rende conto della propria devianza e
la si coltiva”, si desiderano immaginari, percorsi ancestrali a cui rifarsi,
genealogie in cui inserirsi e riconoscersi per difendere l’amicizia come stile
di vita e come pratica. Spesso le persone queer non hanno un racconto familiare
da ascoltare, ricevere e tramandare; spesso non hanno modelli, e sta a loro
costruire la propria storia (s)familiare.
Quando sono fortunate, le persone queer hanno più famiglie, una d’origine in cui
imparano una tipologia di amore, una d’elezione in cui ne conoscono e
sperimentano altre. Per la maggior parte, invece, l’amore della famiglia di
origine non è un dato scontato, e il pericolo è quello di trovarsi solə,
sopravvissutə alla violenza e al rifiuto, senza racconti né immaginari,
indebolitə perché “chi è senza storia è sottomessa ai capricci del mondo, fa
fatica a trovare il proprio posto, la sua voce ha meno peso”.
> Quando si specula su delle pratiche di vita, serve ricordare che ciò che ci
> capita di romanticizzare nella teoria, svuotandolo delle sue componenti
> materiali e contestuali, è già quotidianità consolidata per tante persone.
Nel libro, che è testimonianza di una generazione che necessita di ritrovare una
prospettiva storica, si racconta che negli anni Ottanta l’antropologa Kate
Weston, studiando sul campo la comunità gay di San Francisco e sentendosi
ripetere durante le interviste il concetto di “famiglia d’elezione” e “famiglia
gay”, comincia a interrogarsi sul significato di queste espressioni per lei fino
ad allora inedite. Perché le persone che appartengono a queste comunità sentono
il bisogno di utilizzare questi termini, e su cosa si basa questo tipo di
famiglia, se non sui legami biologici e legali? La risposta è sempre la stessa:
sull’amicizia, sulla tenerezza diffusa. Weston si rende conto che questi gruppi
familiari sono organismi aperti, composti prevalentemente da amicizie, ex
amanti, persone che vi transitano all’interno durante periodi di indigenza o di
difficoltà. Si rende conto, insomma, che le persone emarginate creano famiglia
tra loro.
Per le persone queer problematizzare la vita di coppia e inventare nuovi modi di
stare in relazione ha sempre avuto molto più a che fare con la sopravvivenza e
una vita degna, che con il numero dellə partner sessuali. La coppia, per come è
codificata dall’ideale dell’amore romantico, è un sistema esclusivo, che si
struttura su gerarchie e rapporti di potere che derivano dal sistema
patriarcale. Su di essa si basa la famiglia, per come questa è narrata in senso
identitario dalle politiche di destra, associata all’aggettivo “tradizionale” –
quasi sempre sinonimo di “inventato a fini nazionalistici” –, e la famiglia così
intesa è luogo di produzione e trasmissione di ricchezza, e spesso luogo di
violenza per le persone non conformi.
Per le persone queer relazionarsi con la problematicità del sistema-coppia e del
sistema-famiglia è inevitabile: riflettere sulle forme di relazione non normate
è fondamentale per le comunità, perché significa chiamare in causa la vita
intera. Problematizzare la coppia non significa, infatti, muoversi
esclusivamente nell’ambito delle pratiche sessuali; queste ultime sono senza
dubbio territorio di rivendicazioni politiche, e il desiderio un potente innesto
rivoluzionario, ma non esauriscono il campo della riflessione.
Per le comunità queer che non hanno privilegi economici e di classe, la
sperimentazione nelle relazioni è un modo di sopravvivere e stare al mondo. Non
è un caso che molti libri scritti da persone queer in cui si parla anche di non
monogamie dedichino ampio spazio alle amicizie, a quel legame di coesione; è il
“bosco” di cui parla Brigitte Vasallo, senza il quale non potremmo andare
avanti, sono i “legami forti per un pianeta fragile” di cui parla Sophie K.
Rosa, che ci servono per restare insieme in un mondo diviso.
> Per le persone queer problematizzare la vita di coppia e inventare nuovi modi
> di stare in relazione ha sempre avuto molto più a che fare con la
> sopravvivenza e una vita degna, che con il numero dellə partner sessuali.
Questo tipo di coesione attraverso l’amicizia ha rappresentato per decenni
l’unica possibilità di sopravvivenza per le persone rifiutate dalle proprie
famiglie di origine. Ne sono un esempio le case collettive create dalle persone
delle comunità, di cui la STAR House, fondata da Marsha P. Johnson e Sylvia
Rivera a Manhattan nel 1970, è forse l’esempio più conosciuto. Case aperte,
tentativi, chiamate ad affrontare problemi e grandi complessità, in cui la
condivisione di risorse, l’amicizia e il riconoscimento del bisogno reciproco
tessevano legami. Studiando le realtà delle comunità prima e durante l’epidemia
AIDS, le storie di case radicali sono numerosissime; ne sono un esempio tra i
molti il lavoro di Donna Gottschalk, con cui Giannecchini ha collaborato, alcuni
lavori di Lisetta Carmi, alcuni cortometraggi di Derek Jarman, il film 120
battiti al minuto di Robin Campillo, il libro La dialettica dei sessi (1970) di
Shulamith Firestone. Ma gli esempi non si esauriscono nei documenti che possiamo
consultare.
Studiare queste genealogie familiari significa anche confrontarsi con la
violenza istituzionale, con la cancellazione, con la morte. Uno degli esempi più
recenti di questo fenomeno è ciò che è accaduto con l’epidemia AIDS, e la
taciuta responsabilità dei governi e dell’omofobia istituzionalizzata nella
diffusione del virus e delle tantissime morti, nella responsabilità di una
generazione dilaniata. Tante sono le persone che continuano la ricerca su questo
periodo, anche mosse dalla necessità di ricostruire una propria storia
collettiva.
In una recente intervista, parlando della morte dell’amico Derek Jarman nel
1994, Tilda Swinton racconta che quello stesso anno ha partecipato a 43 funerali
di amici morti per AIDS. Ho provato a immedesimarmi, a immaginare cosa possa
significare perdere quarantatré persone care in così poco tempo. Anche in questo
caso, chi ha vissuto quel periodo di dolore e di morte, ha potuto contare quasi
solo sulle proprie amicizie e sulla cura diffusa, per vivere una vita degna fino
a quando questo è stato possibile. È noto, per esempio, che le persone affette
da AIDS e abbandonate dalle famiglie, dalle istituzioni e dai medici, hanno
trovato sostegno solamente nella cura e nella vicinanza di tante donne lesbiche,
motivo per cui si è poi in seguito deciso di iniziare la sigla LGBTQ+ proprio
con la lettera L.
Tante storie mancano negli archivi, spesso cancellate dalle famiglie biologiche,
le uniche che potevano e possono accedere a letti di ospedale, prendere
decisioni per le persone che stanno per morire. Nuclei che non accettavano lə
loro figliə e che hanno buttato diari, beni personali, cancellandone in parte
l’esistenza, mentre ciò che esiste, esiste grazie al lavoro di tante persone che
hanno lavorato per trasmetterlo, proprio come si fa coi racconti di famiglia. Ed
è anche grazie a questo lavoro e all’attivismo che negli ultimi anni si assiste
al recupero di alcune di queste storie, fino a raggiungere anche produzioni di
ampio consumo; ne è un esempio Pose, una serie Netflix del 2018, in cui si
raccontano storie ispirate alle ballroom newyorkesi ed esperienze di
emarginazione e di vita comunitaria.
> Questo tipo di coesione attraverso l’amicizia ha rappresentato per decenni
> l’unica possibilità di sopravvivenza per le persone rifiutate dalle proprie
> famiglie di origine.
Nel 1977 Larry Mitchell scrive, con Ned Asta a curarne le illustrazioni, un
libro intitolato I froci e il loro amici nelle rivoluzioni, che invitando a
“lasciarsi andare all’amore dei propri compagni”, rappresenta un manifesto
sull’amore e la coesione contro il sistema patriarcale, sull’amicizia come
motore rivoluzionario. Il libro è l’elogio di una politica di collettività, è un
invito a utilizzare il pensiero utopico per rafforzare la coesione. Anche in
questo caso si tratta di un testo che auspica una politica delle amicizie che si
schieri contro le politiche istituzionali, che ancora oggi e sempre di più si
concentrano invece sulla valorizzazione della famiglia biologica e della
natalità.
Anche in Italia la politica istituzionale torna ripetutamente a insistere
sull’idea di famiglia “tradizionale” come fondamento della nazione, evitando al
contempo qualunque forma di politica diffusa per il sostegno alla famiglia
intesa come gruppo di cura, insistendo invece sull’idea di una famiglia privata,
barricata all’interno delle mura domestiche. Recuperare storie familiari di
altro tipo, raccontarle, serve a ripetere che la famiglia ha molto poco a che
fare con la biologia e con la privatizzazione e moltissimo con l’amore, la cura
e il sostegno reciproco. Questo non riguarda solo le comunità queer: se
ascoltiamo le storie familiari della maggior parte delle persone che conosciamo,
moltissime hanno ben poco a che fare con questo modello narrato come
maggioritario.
Il tentativo di parcellizzare le società insistendo sulla famiglia biologica va
riconosciuto come una minaccia alla fioritura dei rapporti e all’esistenza di
alcune persone. Poco importa in questo senso se le nostre famiglie di origine
sono per noi luoghi d’amore; lo sguardo deve essere ampliato rispetto alla
singola esperienza. Insistere sull’amicizia come collante comunitario è un modo
molto potente per ricordare che, come scrive Johanna Hedva in Teoria della donna
malata: “La più grande protesta contro il capitalismo consiste nel prendersi
cura dell’altr* e nel prendersi cura di se stess*. Assumere la pratica,
storicamente femminilizzata e quindi invisibile, del curare, del nutrire, del
prendersi cura”. Vediamo quotidianamente quanto sia difficile, eppure resta una
fatica per cui vale la pena lottare.
Come ci ricorda Un desiderio smisurato di amicizia, è anche sul piano delle
narrazioni che si fa la lotta contro chi vuole dividere l’umanità, e guardare
alle nostre genealogie serve a sentirsi meno sole, a ricordarci che prima di noi
altre nostre antenate hanno costruito le loro vite mosse dalle stesse necessità.
Giannecchini a un certo punto del suo libro afferma di voler rendere “omaggio a
chi scardina l’ossessione della coppia e del duo, a chi pensa a una comunità
oltre e non necessariamente contro il rapporto a due; a chi inventa
qualcos’altro”.
> La politica istituzionale evita qualunque forma di sostegno alla famiglia
> intesa come gruppo di cura e torna invece ripetutamente a insistere sull’idea
> di famiglia “tradizionale” come fondamento della nazione: una famiglia
> privata, barricata all’interno delle mura domestiche.
C’è una malafede diffusa tra chi pensa che tutto questo serva a scardinare
completamente ogni forma relazionale. La realtà è che il richiamo all’amicizia è
una spinta a stare insieme, a impegnarsi in relazioni solide. Queste discendenze
insegnano che nell’apertura delle possibilità relazionali esiste spazio per
tuttə, è una stirpe di persone che fanno della coesione e dell’accoglienza delle
ragioni di vita, dell’amicizia un collante. Come dice Giannecchini, “Mi auguro
di appartenere a questa stirpe e di portarla avanti”.
L'articolo Un po’ d’amicizia, altrimenti soffoco proviene da Il Tascabile.
Tag - relazioni
N egli ultimi anni in Italia sono stati pubblicati e tradotti numerosi testi
dedicati all’intimità e alle relazioni. In poco tempo sono usciti Sovvertire le
intimità. Per una politicizzazione del poliamore (2025) di Nic Braida, la
traduzione di Polisicure. Etica, teoria e pratica delle relazioni non monogame
(2025) di Jessica Fern, mentre nell’ambito della traduzione militante la fanzine
Amare senza emergenza di Clementine Morrigan, e alcuni capitoli di Spero
sceglieremo l’amore di Kai Cheng Thom. Questi testi si affiancano ad altri ormai
fondamentali come Per una rivoluzione degli affetti (2022) di Brigitte Vasallo,
alla ripubblicazione nel 2022 di Tutto sull’amore di bell hooks e a molti altri
contributi che interrogano il modo in cui costruiamo e viviamo le relazioni.
Questa costellazione di testi è testimone di un’urgenza collettiva, che nasce
anche da anni di riflessioni e pratiche transfemministe: quella di ripensare le
relazioni non come fatto privato ma come questione politica e sociale. È sempre
più diffuso ed evidente il desiderio di interrogarsi sulle nostre relazioni; su
come le costruiamo, su come le viviamo e su quanto siano influenzate dalle
condizioni materiali delle nostre vite, dal poco tempo che ci lascia il lavoro
retribuito, dall’isolamento e dalla precarietà che il capitalismo produce anche
sul piano affettivo.
In questo contesto si inserisce anche la traduzione di Il cuore scoperto. Per
ri-fare l’amore di Victoire Tuaillon, pubblicato quest’anno da add editore. Il
libro nasce dal percorso collettivo e autogestito dell’Associazione Vanvera che,
dopo aver realizzato la traduzione italiana del podcast Le cœur sur la table di
Tuaillon, ne ha curato un adattamento in forma di libro, situando contenuti e
riflessioni in ambito italiano.
Nel volume – oltre alla trascrizione delle puntate del podcast – sono raccolti
gli interventi di Leo Acquistapace, Marie Moïse, Giusi Palomba, Valentina
Amenta, la collettiva Sessfem, Giorgia Serughetti, Antonia Caruso, Giulia
Siviero e Carlotta Cossutta: attivistə e studiosə italianə invitatə a collocare
i discorsi proposti nel podcast, e situati in Francia, all’interno dei discorsi
collettivi, delle teorie e delle pratiche sviluppate in Italia. A fianco a
queste, ogni capitolo si chiude con la bibliografia consigliata da una libreria
indipendente.
> È sempre più evidente il desiderio di interrogarsi sulle relazioni e su quanto
> siano influenzate dalle condizioni materiali delle nostre vite,
> dall’isolamento e dalla precarietà che il capitalismo produce anche sul piano
> affettivo.
Il libro è un’indagine corale sulle relazioni, un discorso collettivo sulla
necessità di scardinare le normazioni e i dogmi dell’amore romantico, è
l’osservazione di quanto il sistema-coppia (eteronormata e monogama), per come
ci viene raccontato e venduto, sia funzionale alla sopravvivenza di un sistema
economico e socioculturale e al contempo origine di molte delle nostre
sofferenze. Il cuore scoperto, che nasce dall’esigenza di Tuaillon di
“preservare quello che conta: la cura, l’amore, l’arte, la vita, le relazioni
ricche e profonde”, è arrivato in Italia grazie all’urgenza che le persone di
Associazione Vanvera hanno sentito:
> l’urgenza che sentiamo di far fronte ai tempi bui, al dilagare di parole
> povere e di intenzioni prevaricatrici, a questo odio che è sempre stato lì, ma
> che oggi prende ancora più spazio. Un odio che assume anche la forma della
> violenza patriarcale, dell’oppressione eteronormativa, delle discriminazioni,
> dei femminicidi. In maniera più subdola, quest’odio passa anche dallo
> svilimento delle relazioni e del senso di comunità, ci isola nella nostra
> individualità e nella perpetua riconferma delle nostre identità frammentarie.
Fin dall’inizio della lettura, le parole di Tuaillon ci raccontano come l’amore
romantico che ci viene insegnato fin da bambinə – specialmente se si è
socializzate donne – sia un insieme di prescrizioni e limiti che poco hanno a
che fare con il costruire relazioni di cura. Nel primo capitolo, che introduce
le intenzioni delle riflessioni successive, Tuaillon afferma di voler indagare
“l’amore come questione sociale. Vorrei capire in che modo il fatto di essere
persone cresciute, socializzate, identificate come donne o uomini, come persone
bianche o non bianche, abili o no, abbia un impatto diretto sulle nostre
relazioni”.
> Il libro è l’osservazione di quanto il sistema-coppia (eteronormata e
> monogama), per come ci viene raccontato e venduto, sia funzionale alla
> sopravvivenza di un sistema economico e socioculturale e al contempo origine
> di molte delle nostre sofferenze.
Cresciamo pensando che la nostra principale ambizione debba essere quella di
avere una relazione romantica duratura, che dobbiamo salire il prima possibile
su quella scala mobile relazionale che ci costringe a innamorarci-fare
sesso-convivere-sposarci-fare figli. Cresciamo pensando che l’amore debba un po’
far soffrire, che sia legittimo mentirsi ogni tanto, che sia giusto mettere sé
stessə da parte per la persona che amiamo. Che non esiste altro modello d’amore
legittimo. Percorrendo diverse immagini dell’amore romantico, ascoltando le
esperienze di persone con vissuti diversi e facendole dialogare con teorie
femministe sull’amore, Tuaillon ci mostra quanta sofferenza derivi da questo
modello, e quanto potenzialmente trasformativo e liberatorio è cominciare,
collettivamente, a vedere limiti e storture, fino eventualmente a superarlo e
rifiutarlo.
Il libro parte da storie personali, alcune anche molto negative, pessimiste,
frustrate dalla rarità di rapporti umani basati sulla cura, sulla reciprocità,
sull’onestà. Tuaillon, insieme alle voci di chi racconta le proprie esperienze,
affronta vari aspetti e implicazioni dell’amore esplorando, tra le altre cose,
quanto sia diffusa nella società l’idea dell’essere ‘single’ (termine che già
suggerisce una mancanza) come fase transitoria della vita, qualcosa da superare
se si vuole essere accettati. Ci invita invece a riflettere sul fatto che la
scelta di non avere relazioni considerate convenzionalmente romantiche può
essere una decisione consapevole e altrettanto valida.
Le narrazioni che alimentano i nostri immaginari amorosi, però, vanno in
direzione opposta. Siamo immerse in racconti “che, nella stragrande maggioranza,
rappresentano coppie eterosessuali in cui uomini e donne non recitano la stessa
parte. Agli uomini spettano l’azione e la conquista, alle donne la dolcezza, la
passività e l’attesa”. Si tratta di un meccanismo di potere che assegna ruoli
definiti, che legittima solo un certo tipo di relazione e che rafforza l’idea
dell’amore come caccia costante, come competizione per ottenere la propria altra
metà, senza la quale saremmo incompletə, uno standard da raggiungere e
mantenere. Idee che, molto più spesso di quanto vorremmo ammettere, finiscono
per legittimare comportamenti molesti, violazioni del consenso e dinamiche di
prevaricazione, alimentando “la confusione tra amore e violenza, amore e
dominio, amore e paura”.
> Tuaillon ci mostra quanta sofferenza derivi dal modello dell’amore romantico,
> e quanto potenzialmente trasformativo e liberatorio sia cominciare,
> collettivamente, a vederne limiti e storture, fino a superarlo.
Le storie che attraversano il testo ci parlano di uomini cresciuti con l’idea di
dover essere aggressivi e di conquistare, di donne che invece erano educate a
essere mansuete e a lasciarsi conquistare, e di persone trans e non binarie che
hanno dovuto lottare per costruire un proprio spazio emotivo e relazionale. Ma
l’amore, ci dice Tuaillon “richiede di rinunciare all’esercizio del potere.
L’amore ha bisogno del riconoscimento dell’esistenza e della vulnerabilità
dell’altrə. L’amore è rifiutarsi di ferire, anche quando avremmo il potere di
farlo”.
Moltissimi sono gli stereotipi che nutrono questo immaginario, moltissime sono
le parole e le frasi che creano questa normazione. Ma non si tratta solo di
immagini e simboli, quanto di concretezza e materialità. Addentrandosi ancora di
più nel rapporto stretto che esiste tra sistema economico e relazioni, e
utilizzando anche le parole della sociologa Eva Illouz, Tuaillon ci fa
riflettere su quanto le nostre relazioni siano invase e condizionate dalle leggi
del mercato, facendoci concentrare sull’accumulo di capitale sessuale e rendendo
sempre più difficile costruire relazioni basate su uno scambio onesto, sulla
cura reciproca.
Il modello della coppia romantica eterosessuale monogama è normato anche da
leggi e dinamiche commerciali; in Italia non esiste una legittimazione
legislativa a nessun’altra forma di vita comune, se si esclude la possibilità
delle unioni civili, che comunque non garantisce gli stessi diritti, per esempio
quelli sulla genitorialità. E al di là delle concessioni legislative, che non
sono gli unici obiettivi di questo tipo di riflessioni e rivendicazioni, vivere
in coppia è più sostenibile da un punto di vista economico, perché tutto è
pensato per la coppia, dalle case ai bonus sociali, dalle confezioni di cibo al
supermercato alle promozioni per viaggi e cene. In questo modo, il sistema
economico premia la coppia come sistema normale di vita, e scoraggia ogni altra
forma di relazione o comunità, come per esempio la scelta di vivere uno spazio
domestico comunitario, considerato non adatto alla costruzione di una vita
adulta. Allo stesso modo, impariamo molto presto che le relazioni debbano
seguire, in linea con la scala mobile relazionale, un preciso susseguirsi di
step:
> anche le relazioni seguono il ciclo classico del consumo: prima l’eccitazione
> per l’acquisto di una novità (“sei fantastico”, “sei bellissima, averti mi
> rende speciale”), poi ci si abitua (“non è che mi sto accontentando?”, “credo
> di meritare di meglio”), poi ci si lascia perché ci sono sempre nuove merci
> disponibili (“una ne perdi, cento ne trovi”), quindi cerchiamo di nuovo
> l’eccitazione della novità (“sono di nuovo sul mercato”) e si ricomincia,
> ancora e ancora.
“Decostruire questi miti” che limitano il nostro immaginario relazionale, dice
Tuaillon, “non significa rifiutare le nostre emozioni, ma aprire la strada a
relazioni ancora più intense, esaltanti, magiche, finalmente basate
sull’onestà, l’uguaglianza, il rispetto dei nostri limiti”.
> Il sistema economico premia la coppia come sistema normale di vita, e
> scoraggia ogni altra forma di relazione o comunità.
In un mondo dominato da violenza, guerra e ingiustizie, manca lo spazio per un
discorso sull’amore. Le condizioni sociali e materiali ci sottraggono tempo ed
energia per coltivare relazioni di cura diffusa. La gerarchia per la quale la
coppia sia al di sopra di tutte le altre nostre relazioni, che a essa dobbiamo
tutta la nostra attenzione e le nostre energie, ci fa dimenticare quanto
importanti siano tutti gli altri nostri amori. Le nostre sorelle, le persone
amiche, lə nostrə nipoti, le persone con cui condividiamo un periodo di vita
anche breve, le compagnə di collettivi, quella persona conosciuta a un workshop,
lə nostrə insegnanti, le nostre passioni. Quel “bosco”, con le parole di
Brigitte Vasallo, quell’amore che ci salva ma che spesso non vediamo, “che
consideriamo meno amore degli altri, a cui non diamo l’importanza che merita e
senza il quale non potremmo andare avanti in questo mondo di merda”.
Il cuore scoperto è un’indagine sincera e profonda, che non offre ricette o
modelli alternativi da seguire, ma apre uno spazio di ascolto e di riflessione
collettiva. Gli argomenti che Tuaillon affronta ci riguardano tuttə da vicino; e
chi si aspetta un manuale di self-help per le relazioni troverà invece un invito
ad attraversare domande, a prendersi il tempo per guardarsi dentro e per parlare
insieme. Il podcast/libro ci accompagna in un percorso di autoindagine
condivisa: ci invita a ripensare il modo in cui siamo cresciutə, i modelli
familiari che ci hanno insegnato l’amore, ciò che ci ha fatto soffrire, ciò che
desideriamo e come i nostri desideri plasmano le relazioni che viviamo. C’è il
bisogno di comprendere i legami tra economia e intimità, di costruire strumenti
e pratiche per abitare la connessione e il conflitto.
Proprio a partire da questa necessità di discutere insieme e condividere
esperienze nasce tutta l’esperienza di Il cuore scoperto, che non si conclude
con le puntate del podcast o nelle pagine del libro. Tuaillon, e Associazione
Vanvera in Italia, organizzano dei cerchi di parola, una pratica mutuata dai
gruppi di autocoscienza femminista in cui le persone si incontrano per parlare e
ascoltare, fuori dalla logica del dibattito, senza la pressione di dover
rispondere, ma con la libertà di raccontarsi e di essere ascoltate. Nella bonus
track del podcast si trovano anche alcune indicazioni pratiche su come
organizzarne uno. Oltre a questo, Associazione Vanvera ha aperto uno spazio
virtuale in cui poter condividere esperienze, sensazioni, emozioni in seguito
all’ascolto o alla lettura di Il cuore scoperto, che poi vengono utilizzate per
performance o condivise anonimamente in altro modo.
Facendo un salto apparentemente lungo, in realtà piccolissimo, penso a un
recente post Facebook di Margherita Cioppi – una dellə attivistə a bordo della
Karma, una delle barche della Global Sumud Flotilla – in cui racconta del
sequestro da parte delle forze armate israeliane e di come si sia offerta di
aprire un tendalino per permettere ai soldati, che avevano preso il controllo
della barca, di ripararsi dal sole e dalle temperature molto alte. Cioppi
conclude così il suo racconto: “Ci penso da quel momento: perché ho provato a
dare sollievo a un assassino non lo so proprio. Ma in quel momento volevo che
fosse chiaro che non sono come loro. E che l’amore – solo quello – è la fine
dell’assedio”.
L'articolo Il cuore scoperto di Victoire Tuaillon proviene da Il Tascabile.
“D ieci red flag a cui prestare attenzione quando inizi una relazione”, “i
cinque segnali per capire se stai vivendo un rapporto disfunzionale”, “Come
riconoscere un partner narcisista in tre mosse”: non passa giorno in cui non mi
imbatta, dentro e fuori dai social, in un discorso che evoca questi scenari.
Nonostante conosca, per motivi professali e personali, la pericolosità implicita
alle relazioni d’amore, non ho mai apprezzato molto l’idea di affiancare a
questo sentimento l’aggettivo “tossico” come si tende a fare sempre più spesso.
Se è vero che “pharmakon”, etimologicamente, descrive al tempo stesso un rimedio
e un veleno, allora bisognerebbe accettare che separare ciò che fa bene da ciò
che fa male non è mai un’operazione banale o definitiva. Paragonare l’amore a
una sostanza chimica che può essere dosata male rischia di essere una
semplificazione. L’amore è un’esperienza situata, che prende forma dentro un
contesto specifico e cambia a seconda di come ci è stato insegnato a viverlo.
Come tutte le forme apprese, può contenere insieme il sollievo e la ferita.
Se dovessi usare un’immagine, una metafora, per raccontare la complessità
ambivalente dell’amore, userei quella della casa stregata. Un luogo che
conosciamo bene, perché lo attraversiamo ogni giorno, in cui sappiamo muoverci a
occhi chiusi tra le stanze di cui ricordiamo anche il più piccolo dettaglio, ma
dove accadono cose che non riusciamo a spiegare del tutto. In quegli ambienti,
alcune presenze si manifestano con forza: la gelosia, la paura dell’abbandono,
il desiderio di controllo.
Altre si insinuano più silenziosamente: la convinzione che amare significhi
sacrificarsi, che la fusione sia il segno di un legame riuscito, che la
solitudine sia una colpa da redimere dentro il perimetro della coppia. Viviamo
in questa casa da sempre, ci è familiare, ci protegge e ci spaventa
contemporaneamente. Ci hanno insegnato che è lì che si compie l’amore, che lì va
cercata la felicità, e che ogni scricchiolio va considerato come inevitabile. Ma
forse non tutto ciò che ci sembra normale è davvero innocuo. E non tutte le
stanze in cui siamo cresciuti meritano di essere abitate per sempre.
> Viviamo in questa casa da sempre. Ci hanno insegnato che è lì che si compie
> l’amore e che ogni scricchiolio va considerato come inevitabile. Ma forse non
> tutte le stanze in cui siamo cresciuti meritano di essere abitate per sempre.
La casa dell’amore che conosciamo è costruita su fondamenta antiche, spesso
confuse tra loro: da un lato l’idea dell’amour-passion, dall’altro quella
dell’amore romantico. Secondo il sociologo Anthony Giddens, l’amore-passione
nasce nei miti tragici e nella letteratura cortese, e ha la forma dell’assoluto:
un desiderio che non conosce misura, che consuma chi lo prova e, spesso, anche
chi lo riceve. La passione assume così i contorni di una vocazione, una febbre,
una forma nobile di follia. L’amore romantico, invece, è una costruzione più
recente, modellata all’interno della cultura borghese, che lo organizza secondo
criteri di ordine, durata e riconoscimento sociale. Se l’amore-passione è un
abisso, quello romantico è una struttura: contiene il desiderio e lo disciplina,
lo rende narrabile, possibilmente felice. All’interno di questa organizzazione,
l’amore non è fine a sé stesso ma deve produrre qualcosa: una coppia, una casa,
un futuro.
Anche Michela Murgia, a modo suo, ci ha offerto una metafora per descrivere
l’esperienza amorosa. In un’intervista rilasciata a Vanity Fair poco prima di
morire, la scrittrice paragonava l’amore a una malattia esantematica, a un
virus, a una forma di psicosi temporanea. Raccontava, con sollievo, di quanto
fosse felice di poter amare senza più attraversare quello stato di alterazione,
e invitava chi la ascoltava a fare lo stesso: liberarsi dell’idea che l’amore
debba per forza coincidere con la perdita di sé.
In questa definizione così radicale ‒ l’amore come malattia fisica e mentale ‒
sembra affiorare una certa confusione di piani. Murgia descrive lo stato di
alterazione tipico dell’innamoramento, ma lo attribuisce all’amore nel suo
insieme, come se l’intera esperienza relazionale fosse contaminata da quella
forma estrema, acuta, che è solo una delle sue fasi. È una sovrapposizione
comprensibile, e in parte inevitabile, perché l’idea di amore che ci è stata
trasmessa tende a fondere i due modelli.
Ci muoviamo dentro questa ambiguità senza quasi accorgercene: desideriamo
relazioni sicure, affidabili, ma ci aspettiamo che conservino l’incandescenza
del primo incontro. Vogliamo che durino, ma anche che ci travolgano. E quando
questo equilibrio non si realizza ‒ perché non può realizzarsi ‒ finiamo per
leggere ogni scarto, ogni crisi, come un segno che qualcosa in noi (o nell’altra
persona) non funziona. Come se fosse sempre una questione di dosaggio sbagliato,
e mai di struttura.
> Se l’amore-passione è un abisso, quello romantico è una struttura: contiene il
> desiderio e lo disciplina, lo rende narrabile, possibilmente felice.
Roland Barthes, in Frammenti di un discorso amoroso (1977), ci ricorda che
quando parliamo d’amore, raramente siamo davvero noi a parlare. “L’innamorato è
colui che parla”, afferma, ma quel discorso non gli appartiene del tutto: è una
costellazione di frasi già dette, già pensate, già sentite altrove. Un archivio
culturale in cui il soggetto che ama cerca appigli per spiegarsi, per
giustificarsi, per esistere. In questo senso, non è solo l’amore a essere
confuso: è il linguaggio stesso con cui lo raccontiamo a confonderci.
In una delle interviste che accompagnano il volume, lo scrittore sottolinea come
la società non metta mai in scena l’amore inteso come sentimento, ma solo degli
episodi, dei racconti in soggettiva: “raccontare fa parte delle grandi
costrizioni sociali […] con la storia d’amore, la società ammansisce
l’innamorato”. Barthes ci mostra che il soggetto amoroso è, in fondo, una figura
letteraria: vive attraverso formule, si definisce attraverso cliché, ripete
gesti che ha visto rappresentati mille volte. E non perché manchi di
autenticità, ma perché l’amore ‒ nella forma in cui lo conosciamo ‒ è prima di
tutto un discorso appreso.
Se Barthes, da teorico, si concentrava soprattutto sull’amore inteso in quanto
discorso, nel recente L’amore è cambiato Annalisa Ambrosio prova a indagare gli
stereotipi culturali che lo attraversano. La scrittrice definisce l’amore
romantico richiamando la nozione foucaultiana di dispositivo. Non un sentimento,
ma una costruzione collettiva, una forma appresa che continua a modellare il
nostro modo di stare in relazione. È attraverso l’amore, ci ricorda, che
trasmettiamo ruoli, aspettative, immagini fisse di ciò che significa essere
desiderabili, affidabili, degni di legame.
A essere tossici, dunque, non sono tanto gli individui quanto le immagini che
abbiamo interiorizzato: l’idea che amare significhi annullarsi, che la gelosia
sia una prova di coinvolgimento, che la coppia debba collocarsi gerarchicamente
al di sopra qualsiasi altro legame. Questi assunti dipendono largamente dalle
norme culturali di genere, che stabiliscono cosa sia accettabile, desiderabile o
legittimo nei comportamenti affettivi e sessuali a seconda che siano agiti da
uomini o donne. Occupandosi di seguire il processo contro gli strupratori di
Gisèle Pelicot, la filosofa Manon Garcia osserva come la cultura eterosessuale
sia ancora regolata da una serie di aspettative asimmetriche: agli uomini è
concesso il desiderio (anche quando, manifestandosi nei confronti di una donna
sedata, dovrebbe assumere i contorni della violenza); alle donne solo la
passività, la disponibilità, l’adattamento.
> Il soggetto amoroso è, in fondo, una figura letteraria. E non perché manchi di
> autenticità, ma perché l’amore è prima di tutto un discorso appreso.
Riprendendo il concetto di “impalcatura sociale dello stupro”, definito dalla
psicologa neozelandese Nicola Gavey agli inizi degli anni Duemila, Garcia
sottolinea come quell’insieme di rappresentazioni e norme implicite non solo
renda pensabile la violenza, ma contribuisca anche a definire il suo opposto:
ciò che una società ritiene accettabile, desiderabile, o “giusto” in una
relazione affettiva o sessuale. Molte delle strutture che rendono il sentimento
d’amore un’interazione in qualche modo “leggibile” ‒ attraverso i ruoli, le
modalità, i tempi in cui si sviluppa ‒ derivano da quella stessa impalcatura.
Si tratta di un sistema in cui l’iniziativa è spesso considerata maschile e il
rifiuto (la cui soglia appare flessibile e negoziabile in ragione di ulteriori
variabili quali lo status sociale, la natura del legame o il contesto in cui
avviene l’interazione) tipicamente femminile. In questo quadro, l’amore diventa
il luogo in cui si impara a leggere la disparità come gioco delle parti e il
silenzio come reciproca intesa.
Stando così le cose, chiedersi se l’amore sia o meno “tossico” rischia di essere
una domanda mal posta. Il punto non è giudicare l’amore in sé, ma comprendere
come le parole che usiamo per raccontarlo ‒ e le strutture che quelle parole
proteggono ‒ contribuiscano a mantenerlo dentro logiche di potere diseguali.
Ambrosio, con la sua analisi degli stereotipi culturali, e Barthes, che si
concentra sul discorso amoroso, ci indicano la stessa direzione: per cambiare il
modo in cui pensiamo all’amore abbiamo bisogno anche di un’altra lingua, di un
altro repertorio di immagini, di altri scenari cui attingere per descrivere il
nostro sentimento. Tuttavia, se vogliamo davvero trasformare il modo in cui
stiamo nelle relazioni, non possiamo fermarci al linguaggio: dobbiamo
intervenire anche sulle architetture culturali che quel linguaggio sostiene e
naturalizza.
> Il punto non è giudicare l’amore in sé, ma comprendere come le parole che
> usiamo per raccontarlo ‒ e le strutture che quelle parole proteggono ‒
> contribuiscano a mantenerlo dentro logiche di potere diseguali.
Insomma, il discorso deve farsi politico. Proprio su questo tema ruota la
riflessione di Victoire Tauillon. In Il cuore scoperto (2025), l’autrice
sostiene la tesi secondo cui l’amore non sia soltanto un sentimento funzionale a
descrivere la nostra individualità: è, soprattutto, un sentimento politico. Le
parole nuove per descriverlo, pertanto, non vanno cercate in astratto: è
necessario invece interrogarsi su come stiamo dentro le relazioni, quali gesti,
attese, silenzi mettiamo in circolo. Nel cuore del dispositivo amoroso, i
modelli da rivedere sono il frutto di abitudini quotidiane reiterate, da
riconsiderare nella loro veste ideologica: chi chiede, chi impone, chi si assume
l’onere di aspettare o rinunciare a qualcosa, dentro le relazioni che
costruiamo? Quanto impattano, in tutto ciò, le aspettative di genere?
Tuaillon ci invita a spostare l’attenzione dall’amore in astratto al modo in cui
lo abitiamo. Un invito che risuona anche nelle parole di Brigitte Vasallo,
secondo cui l’amore non può essere rivoluzionario se non lo sono anche le nostre
pratiche affettive. Per Vasallo, la vera rivoluzione degli affetti non consiste
solo nel moltiplicare i modelli relazionali, ma nell’abbattere la struttura
gerarchica con cui cresciamo, rendendo possibile uno spazio in cui la cura, il
desiderio e la reciprocità non siano legati a un’idea proprietaria o normativa
dell’amore.
Una prospettiva diversa, ma complementare, è anche quella che propone Geoffroy
de Lagasnerie: il filosofo suggerisce di sottrarsi a tutto ciò che l’amore
comporta in termini di vincoli, centralità e aspettative, sostituendolo col
paradigma dell’amicizia. A differenza del sentimento amoroso, l’amicizia può
generare un legame che non pretende esclusività, non si fonda sulla reciprocità
obbligata, e permette di pensare la prossimità come una scelta quotidiana, non
come un destino o un dovere. In questa visione, il “fuori” a cui si aspira non è
un altrove sentimentale ma un modo altro di stare in relazione, liberato dalle
gerarchie emotive e dal peso simbolico dell’amore romantico. Ripensare il
discorso amoroso, in questa prospettiva, significa in particolare rifiutare
l’idea che questo sentimento debba esaurire la nostra identità: smettere di
considerarlo il luogo dove ci si realizza o ci si completa a vicenda e
cominciare a viverlo come uno spazio condiviso ma non totalizzante, dove si può
essere interi senza che il partner colmi le nostre mancanze.
> La vera rivoluzione degli affetti consiste nell’abbattere la struttura
> gerarchica con cui cresciamo, rendendo possibile uno spazio in cui la cura, il
> desiderio e la reciprocità non siano legati a un’idea proprietaria o normativa
> dell’amore.
Che cosa resta, in definitiva, del legame d’amore quando si rinuncia a
controllarlo? Quando non è più un patto di fedeltà né un progetto di vita, ma
una forma di relazione nuova, che assume i contorni di un’esplorazione
condivisa? Quando smette di funzionare come garanzia e comincia a somigliare a
un terreno da attraversare, anche senza una meta precisa? Trovare,
concretamente, spazi che incarnino il cambiamento auspicato da Brigitte Vasallo
o Geoffroy de Lagasnerie è ancora difficile. Le pratiche relazionali restano in
larga parte vincolate a schemi normativi, ruoli rigidi aspettative di coppia
sedimentate. Per questo, forse, è verso la letteratura che dobbiamo rivolgere lo
sguardo per sovvertire il nostro immaginario.
In Negli universi (2025), Emet North racconta una storia che non è una “storia
d’amore” nel senso tradizionale: è il racconto di un desiderio che, per restare
vivo, cambia la propria forma. Raffi, una persona queer specializzata in
cosmologia, attraversa molteplici realtà alternative inseguendo una relazione,
quella con l’amata Britt, che si trasforma a ogni passaggio. Nessuna di queste
versioni è rassicurante, definitiva, ordinata. Eppure, ciascuna interroga
profondamente che cosa intendiamo per legame, per presenza, per possibilità di
stare con qualcuno. Forse è questo, oggi, il gesto fondativo: accettare che
l’amore non sia una risposta, ma una lingua da disimparare, un sistema da
disarticolare. Non basta ridipingere le pareti o cambiare l’arredamento: quella
casa va demolita. Solo allora, forse, potremo cominciare a immaginare ‒ e
abitare ‒ qualcosa di davvero diverso.
L'articolo L’amore è una casa stregata proviene da Il Tascabile.