A lle immagini la filosofia attribuisce, fin quasi dai suoi inizi, una forza
ragguardevole e controversa: schermo, esca, apparenza, inganno, qualcosa la cui
realtà consiste nel farci mancare quello che realtà è per davvero. Per i tipi di
Orthotes appare il volume L’inquietudine dell’immaginario. Etiche dello sguardo
(2026). L’autore è Pietro Bianchi, critico cinematografico e teorico del cinema,
attivo nell’Università della Florida. Bianchi colloca la sua interrogazione di
immaginario e sguardo al crocevia di filosofia, cinema e teoria psicoanalitica
lacaniana. In questo modo non soltanto tocca snodi fondamentali dei discorsi di
cui si serve, ma interviene anche su un nervo scoperto del presente. L’immagine
sembra rappresentare infatti nuovamente un’inquietudine per la vita pubblica. La
preoccupazione non è più soltanto la manipolazione ma anche la generazione, per
via d’intelligenza artificiale, di flussi continui di immagini senza redini né
referenti reali. Che cosa ci offrono il cinema e il pensiero per orientarci nel
campo del vedere e nei suoi mutamenti?
Il volume inquadra fin dall’inizio e giustamente la questione nei termini del
mutamento storico e tecnologico, termini che rimangono peraltro decisivi fino
alle conclusioni. È possibile ragionare sui temi dello sguardo,
dell’immaginario, della visione, dell’immagine, dell’immaginazione come di campi
e facoltà astratte ed essenzialmente astoriche, come di puri eventi e regioni
mentali; così come è possibile aggiungere a questi oggetti, occasionalmente,
qualche merletto culturale, per esempio come quando affermiamo che il linguaggio
si sedimenta e influisce sulle percezioni (uno di quei tipici motti midcult
certamente veri ma non per questo conclusivi). Al contrario, Bianchi non si
limita all’idea che tecnologia e cultura materiali generano prodotti e linguaggi
che finiscono per dirigere gli apparati percettivi. La posta in gioco è
piuttosto l’idea che proprio nella tecnologia e nella cultura materiale di
un’epoca e di una società si gioca l’esperienza del vedere e dello sguardo.
Assumendo questa prospettiva, i modi in cui si articola la visione in un
determinato mondo cessano di rappresentare l’incrostatura di una facoltà
mentale; e possono essere interrogati invece come le cifre più proprie della
visione in quel determinato mondo. Cioè, non vediamo innanzitutto con gli occhi
o con i nervi, ma con il cinema – o con la televisione, gli smartphone, i musei,
le finestre, eccetera.
Questo approccio all’oggetto di indagine permette di metterne a fuoco tanto le
caratteristiche salienti quanto, e altrettanto essenzialmente, le tendenze di
sviluppo. Permette cioè di rispondere a due domande contemporaneamente: cos’è la
visione? Come si sta trasformando? E lo fa includendo la possibilità che quello
che oggi chiamiamo visione e sguardo forse diventerà un giorno se non del tutto
almeno in parte irriconoscibile per animali che tuttavia condividono la nostra
anatomia e la nostra tradizione. Detto altrimenti, per sottolineare un’altra
peculiarità metodologica, assumere questo approccio significa includere di
principio che vi sia un’irriconoscibilità possibile nell’oggetto di indagine,
cioè che l’oggetto di indagine custodisca un’inquietudine che gli è propria e
può essere analizzata.
> La posta in gioco è l’idea che proprio nella tecnologia e nella cultura
> materiale di un’epoca e di una società si gioca l’esperienza del vedere e
> dello sguardo. Cioè, non vediamo innanzitutto con gli occhi o con i nervi, ma
> con il cinema – o con la televisione, gli smartphone, i musei, le finestre,
> eccetera.
Questo potenziale di irriconoscibilità interno alla visione non si dà tuttavia
soltanto fra umani possibili, differenti e distanti nel tempo e nello spazio; ma
anche nello stesso sguardo della stessa persona. Per un verso, infatti, alla
vista si imputa l’autorevolezza di un rapporto al mondo distaccato, non in balia
delle preferenze individuali, oggettivo, veridico. Per l’altro, nel campo della
visione si collocano anche l’illusione e l’allucinazione: un rapporto al mondo
troppo individuale, soggettivo, non più verificabile da secondi o da terzi. Ci
sono anche esperienze più quotidiane che testimoniano della tensione interna al
vedere: l’intensità del desiderio che si esprime nel fissare, così come il
fastidio dell’essere oggetto di qualcuno che ci fissa; i colori vivi con cui
dipingiamo un ricordo gioioso, ma anche l’eccessivo distacco nel quale
percepiamo un’improvvisa estraneità, un’alienazione, e le cose ci appaiono
lontane, indifferenti o addirittura ripugnanti; le immagini dei sogni. Sono
tutti esempi di un’individualità che si apre nel mezzo di un rapporto visivo che
è anche, o altrimenti perlopiù, oggettivo.
Ora, il cinema è o almeno è stato, per Bianchi, l’istituzione preposta
all’articolarsi di questa inquietudine, le sale cinematografiche sono state “il
luogo in cui un’intera comunità rifletteva su sé stessa, sulle proprie memorie
rimosse, sui propri desideri inconsci, sui propri traumi e sui propri enigmi,
attraverso le immagini”. Perché questo? Le ragioni si trovano secondo Bianchi
proprio nella materialità del cinema e delle componenti (anche) tecnologiche che
lo caratterizzano.
L’argomento si sviluppa a partire dal concetto di “inconscio ottico” discusso da
Walter Benjamin. Fotografia e cinepresa permettono di “scavare un buco nel
visibile”: se la visione quotidiana è caratterizzata da determinati pattern
percettivi, fotografia e cinepresa permettono di rendere visibile, di
concentrarsi su ciò che nella visione quotidiana è o ignorato o addirittura
invisibile. Senza, non avrei prestato attenzione a questo particolare, non
sarebbe possibile osservare la serie dei movimenti di un corpo, tantomeno questi
organismi che vivono sulla mia pelle, o il calore dei corpi. Determinati
apparati tecnici ci permettono di vedere ciò che, nella visione quotidiana, non
viene altrimenti all’attenzione. Non si tratta tanto di piccole percezioni –
elementi minimi e ignorabili – quanto dell’emergere di un rapporto, interno al
campo della visione, a qualcosa di inatteso.
Proprio in virtù di questa caratteristica, la visione cinematografica sarebbe
analoga all’operazione del fantasma, nozione psicoanalitica, compreso come per
un verso “la scena in cui il soggetto inscrive il proprio desiderio” e per
l’altro “lo spazio in cui soggettivo e oggettivo cessano di essere
distinguibili”. Un punto chiave di questa riflessione piuttosto interna alla
teoria psicoanalitica lacaniana e al vocabolario della filosofia francese degli
anni Sessanta è che nel campo della visione la dimensione fantasmatica emerge in
maniera particolarmente apprezzabile quando all’articolarsi di un desiderio la
distanza e la differenza che caratterizzano il vedere quotidiano – un rapporto
distaccato e oggettivo al mondo – si trasformano in una indifferenziazione fra
soggettivo e oggettivo, investita eroticamente. Bianchi prende qui a riferimento
il film Il vaso di Pandora (1928) di Georg Wilhelm Pabst. Scrive:
> Il film […] racconta l’ascesa e la rovina di Lulu […]. La parabola tragica di
> Lulu è segnata dalla forza seduttiva del suo corpo e dal modo in cui esso
> mette in crisi le convenzioni morali e sociali […]. La scena centrale […] è
> quella in cui Schön, il rispettabile editore che ha sposato Lulu, sopraffatto
> dalla gelosia e dall’angoscia per la sua irrefrenabile vitalità erotica,
> estrae una pistola. Ne segue una colluttazione convulsa, quando
> all’improvviso… parte un colpo, e sullo schermo dall’avvinghiarsi dei corpi
> sale una nuvola di fumo. Per diversi secondi lo spettatore non sa chi sia
> stato colpito, né chi abbia sparato. […] In questa indeterminatezza […] si
> apre una dimensione propriamente fantasmatica: non ci sono più soggetti e
> oggetti chiaramente distinti che interagiscono in modo causale, ma un
> cortocircuito in cui attivo e passivo collassano l’uno sull’altro.
Grazie alla mediazione tecnica e al fare artistico è possibile manifestare una
dimensione inerente allo sguardo che rimarrebbe altrimenti implicita o la cui
espressione egualmente intensa rientrerebbe in quadri psicopatologici. Sebbene
questa possibilità non sia esclusiva dell’operazione cinematografica, è fuor di
dubbio che il cinema ne sia il luogo elettivo.
> Grazie alla mediazione tecnica e al fare artistico è possibile manifestare una
> dimensione inerente allo sguardo che rimarrebbe altrimenti implicita o la cui
> espressione egualmente intensa rientrerebbe in quadri psicopatologici.
In questo snodo concettuale – in cui si articolano tecnicità e materialità,
dimensione fantasmatica e campo generale della visione – si ritrova dal mio
punto di vista la torsione dialettica più decisiva e più interessante del testo.
Bianchi riesce a mostrare come la tranquillità distante della visione
quotidiana, che si comprende distaccata e metterebbe al riparo dalle intensità
allucinatorie dell’individuo e delle sue fantasie, non solo è già composta da un
mélange di oggettivo e soggettivo; ma soprattutto viene ribaltata di segno, una
volta che l’apparato tecnico e lo sviluppo storico e materiale vengono messi a
fuoco. Il preteso distacco e la pretesa spontaneità della visione quotidiana si
rivelano speciosi, mentre l’intervento artificiale, anziché produrre
un’immagine-inganno, manifesta proprio quell’elemento di turbamento, di
irriconoscibilità, di inquietudine che abita realmente la visione, ma spesso
rimane implicito.
Questo guadagno teorico viene poi elaborato nel testo in diverse direzioni. Una
scelta interessante di Bianchi consiste nel mobilitare l’apparato concettuale
lacaniano in sinergia con la filosofia di Gilles Deleuze (e la sua ricezione di
Henri Bergson). Spesso i due pensatori vengono opposti in modo ingenuo e
piuttosto manualistico: enfatizzando le critiche mosse da Deleuze alla
psicoanalisi, sottolineando l’eredità hegeliana in Lacan, opponendo le
rispettive teorie del desiderio. Bianchi opta piuttosto per un dialogo fra i due
pensatori e, in un certo senso, per le tradizioni di cui vengono fatti
segnaposti (un dialogo già tentato).
Due teoremi in particolare vengono articolati uno sull’altro. Per un verso,
l’idea di Lacan di una sostanziale incompletezza della realtà come insieme
ordinato, idea espressa nella definizione di reale come “ciò che l’intervento
del simbolico rigetta dalla realtà”. Seguendo l’analogia con il campo della
visione, possiamo comprendere il concetto di “inconscio ottico” in questi
termini. Abbiamo a che fare con un campo costituito essenzialmente da
un’esclusione o, detto in altri termini, con una realtà “fratturata, divisa, […]
antagonistica”. Personalmente, non credo che la tesi dell’incompletezza sia
equivalente alla tesi dell’antagonismo, un argomento che mi sembra debba molto
al lacanismo di Ljubljana, né che dalla prima si derivi immediatamente la
seconda, ma lascio questo problema in disparte. Quel che conta è l’assunto che
la realtà, anziché costituirsi come tutto ordinato, in cui ogni elemento ha il
suo posto proprio, sia caratterizzata da un’inerente instabilità: non è fissata
una volta per tutte ed è attraversata da antagonismi.
Per l’altro verso, questo supporto speculativo viene specificato nei termini di
un’equazione fra divenire e immagine, seguendo qui la linea deleuziana: tutto
ciò che diviene, diviene esprimendosi e imprimendosi, agendo e reagendo.
Mettersi in immagine non è altro, secondo questa seconda linea, che il processo
e flusso continuo di espressione e impressione di ogni cosa sulle altre cose: la
realtà viene compresa come un costante mettersi in immagine di ogni cosa e su
ogni cosa. Il rischio di una concezione del genere è naturalmente quello di
rappresentarsi la realtà come un processo omogeneo, una gran melassa. La
determinazione e la molteplicità devono essere integrate, e ciò avviene nel
senso di “micro-intervalli” che “tutti gli esseri viventi” istanziano. Ogni
essere vivente rifrange il divenire immagine della realtà e così facendo evita
il collassare delle determinazioni e delle fratture – dimensioni care a Bianchi
– nell’oceano di una presupposta unità-flusso primigenia.
> L’intervento artificiale, anziché produrre un’immagine-inganno, manifesta
> proprio quell’elemento di turbamento, di irriconoscibilità, di inquietudine
> che abita realmente la visione, ma spesso rimane implicito.
Il cinema e la macchina da presa rendono possibili proprio il cristallizzare,
l’articolare e l’emergere di queste rifrazioni, interruzioni e divisioni, per le
caratteristiche di cui sopra abbiamo già parlato. Scrive Bianchi: “Il cinema non
è rappresentazione. Il visibile non è questione di rivelazione, di svelamento o
di disvelamento […]. Il visibile è piuttosto questione di abitare la dimensione
del ‘non-tutto’. E la macchina da presa, in questo senso, è forse uno degli
strumenti per mantenere viva e possibile tale utopia.” La capacità di muoversi
in una realtà incompleta, caratterizzata dall’antagonismo, attraversata dal
puntiglio erotico del desiderio nell’esperienza percettiva è il referente che in
ultima analisi fonda, mi sembra, nel discorso di Bianchi, il riferimento a una
dimensione etico-politica.
Torniamo però alle due linee guida che si trovano nel percorso di Bianchi:
l’incompiutezza sostanziale e la realtà come flusso. I due paradigmi sono tenuti
insieme da un problema metafisico classico: il rapporto fra l’uno e i molti.
Problema non facile da risolvere e, non necessariamente risolto
dall’affermazione che ogni vivente rappresenta un micro-intervallo: questa
rischia o di essere una proposta puramente nominalistica, che chiama alcuni
flussi intervalli senza mostrare esattamente in cosa i secondi si
distinguerebbero dai primi; o di presupporre la determinazione nell’uno-flusso,
rendendo a questo punto vacuo il concetto di realtà come divenire generale.
Sottolineo questa tensione non per puntiglio metafisico, che sarebbe un
capriccio inutile, perché Bianchi non sta scrivendo in primo luogo un trattato
di metafisica, pur adoperandone alcune categorie fondamentali. Lo faccio per
allacciarmi alla tensione stessa che anima il libro e che si lega, a sua volta,
alla tensione che caratterizza il cinema oggi come istituzione storica e, a un
tempo, come campo dell’esperienza estetica. Questa tensione è identificata da
Bianchi con molta acutezza e credo che sia, questo davvero, il senso più proprio
in cui il testo riesce ad abitare il divenire come dimensione del non-tutto:
cioè non come macro-flusso micro-intervallato dai viventi (e per esempio perché
non intervallato proprio dall’apparato tecnico, che mai è stato vivente?); ma
proprio come trasformazione, caratterizzata da delle tendenze, ma senza un
risultato predeterminato.
Mi spiego meglio, in riferimento alle letture che Bianchi stesso fa di due film,
La Bête di Bertrand Bonello e Aggro Dr1ft di Harmony Korine, apparsi nel 2023.
Prendo i due film come rappresentativi della tensione che si riscontra nel
libro: quella fra i paradigmi dell’incompiutezza e della fratturazione, per un
verso, e del divenire come flusso per l’altro. Entrambi questi film fanno i
conti con i cambiamenti sociali e tecnologici che inevitabilmente raggiungono
anche il cinema e il suo regime estetico: la visione e lo sguardo sono sempre
meno delegati all’istituzione cinematografica, alla voce di una critica
autoriale, all’esperienza della sala buia; l’audiovisivo viene letto su
dispositivi digitali, il testo si adatta alla formattazione da social media,
l’intervento interpretativo si spande nel raccoglitore di recensioni; l’immagine
diventa sempre meno il luogo di un’interpretazione evocata con il testo e sempre
più il luogo di processi di azione e reazione, non interrogazione ma operazione.
In La Bête, vediamo un mondo in cui l’intelligenza artificiale ha permesso di
stabilire l’immaginario come campo di “visibilità assoluta”, in cui ogni
emozione disturbante o inquietudine viene espunta dall’individuo: “la paura e la
bestia sono stati igienizzati, e quindi non sono più nulla”, scrive Bianchi,
chiedendosi allo stesso tempo, e riferendosi a una scena del film: “Sarà allora
il grido finale di Léa Seydoux l’ultima resistenza alla catastrofe?”, al “vuoto
che il digitale lascia dietro di sé”? E risponde: “Forse. Ma è nel finale del
finale che avviene il colpo di genio di Bonello, che al posto dei credits mette
un QR-code […] e che così sfonda la quarta parete e ci mostra quello che
implicitamente era già stato profetizzato nelle due ore e mezza precedenti: un
pubblico fatto di smartphone che guardano lo schermo del cinema e che poi si
incamminano verso l’uscita del cinema assorti nei propri schermi digitali”.
> La capacità di muoversi in una realtà incompleta, caratterizzata
> dall’antagonismo, attraversata dal puntiglio erotico del desiderio
> nell’esperienza percettiva è il referente che in ultima analisi fonda, mi
> sembra, nel discorso di Bianchi, il riferimento a una dimensione
> etico-politica.
Ancora più intensamente, l’operazione di Aggro Dr1ft è un abbandono delle
categorie interpretative, nella lettura di Bianchi, per abbracciare e tuffarsi
nello sviluppo tecnologico e sociale che il digitale ha portato nel campo del
vedere. L’immagine non è più un centro di interrogazione, interpretazione,
interruzione, ma diventa il concatenamento di cause ed effetti, dove la visione
diventa “espansione diffusa”: immagini che generano immagini che generano
immagini. Commenta Bianchi: “La pura immanenza del mondo delle superfici scivola
via senza resistenza né arresto, perché non esiste alcun ‘fuori’, tanto meno lo
sguardo. Il mondo, ci dice Korine, è questo: resta solo decidere se abbiamo il
coraggio – e la giusta dose di disperazione – per stare al gioco. Magari fino ad
abbracciare del tutto il regime delle immagini operative, che però immagini,
ormai, non lo sono più.”
Con queste ultime parole si chiude L’inquietudine dell’immaginario. Il binomio
offerto da La Bête e Aggro Dr1ft, e dalle letture puntuali che ne dà Bianchi,
rappresenta al meglio, per me, l’altro cuore pulsante del libro: il suo abitare
la trasformazione del cinema partecipandovi. In effetti, una trasformazione è
tanto più tale quanto più ciò che si trasforma oscilla sul bordo della sua fine:
si è trasformato meno ciò che assomiglia a sé stesso, si è trasformato di più
ciò che si allontana da com’è stato. Il cinema si trova su questa soglia: il
mezzo tecnico, la pratica sociale, il codice culturale lo portano alla soglia
della sua dissoluzione: l’immagine che non è più immagine, come formula Bianchi.
Un paradigma – quello incarnato dal film di Korine – che è emblematicamente
vicino proprio alla metafora del macro-flusso, dove i micro-intervalli certo ci
sono, fra un’immagine e l’altra, ma le cristallizzazioni e le interruzioni non
operano come spazi di domanda e interrogazione, ma come altri rimbalzi, altra
immagine.
È per questo motivo che il libro di Bianchi abita la stessa trasformazione che
viene discussa e che a sua volta si riflette nelle tensioni teoriche interne al
libro. Nell’incertezza del divenire del cinema ritroviamo quell’inquietudine e
quell’irriconoscibilità dell’immagine che non sono solo un tema fra gli altri,
che un’indagine può discutere o anche esaurire. Ma si tratta finalmente anche
dell’inquietudine, se posso dir così, del soggetto dell’enunciazione: che abita
le trasformazioni sociali, tecnologiche, erotiche e culturali che cambiano il
cinema e la visione. Un cambiamento che rischia di (tra)sfigurare il cinema così
tanto da farne apparire il mutamento quasi come sparizione. Il libro di Bianchi
non ha soltanto il merito di puntare il dito su questa tensione, ma di
incarnarla: di dirci di guardare i film sapendo che e come possono sparire. In
questo senso, L’inquietudine dell’immaginario risponde alla preoccupazione sulla
realtà delle immagini: non afferrandone una sostanza – come mondo, flusso,
viralità o interruzione che siano – ma ponendosi nelle tendenze della
trasformazione storica e, per quanto possibile, tentando di dirigerne un passo o
offrirne una lettura.
L'articolo L’inquietudine dell’immaginario di Pietro Bianchi proviene da Il
Tascabile.
Tag - psicoanalisi
N el 1968, poco dopo l’uscita del loro primo libro ‒ Vers une pédagogie
institutionnelle, 1967, nella traduzione italiana L’educazione nel gruppo classe
‒ la psicologa Aida Vasquez e il maestro di scuola Fernand Oury annunciano la
successiva impresa, già in lavorazione: “Freud à l’école primaire” (“Freud alla
scuola primaria”). Questo volume non vedrà in realtà mai la luce, ma i lavori e
gli appunti preparatori – nonché lo spirito che ne costituiva il fondamento –
innervano gli scritti successivi dei due autori. Mi piace rievocare questo
titolo, quando parlo della loro pedagogia, perché esso vale da inequivocabile
dichiarazione di intenti: portare la psicoanalisi a scuola, trasformare
l’educazione tenendo nel giusto conto l’inconscio in classe. Con gli autori,
sono infatti convinto che “la psicoanalisi, che avrebbe potuto avere importanti
conseguenze sul piano della classe, sembra relegata nel campo della terapia”
(L’educazione nel gruppo classe, 1975).
In larga parte, l’integrazione degli apporti della psicologia e – vade retro! –
della psicoanalisi nella pedagogia e nelle pratiche didattiche risulta ancora
oggi una possibilità incompiuta, da ben pochi desiderata. L’educazione è
considerata a tal punto un sapere artigiano che non sembra necessario, a molti
insegnanti, una teoria del soggetto, né una teoria dell’apprendimento, né
tantomeno una teoria dell’apprendimento in gruppo. Con ciò, quando la macchina
scolastica si inceppa nell’incontro con i soggetti imprevisti (eppure
eternamente presenti), si taglia corto a biologizzare i problemi
dell’apprendimento, tutt’al più imputandoli al contesto sociale o alle nuove
tecnologie, piuttosto che leggere le dinamiche più profonde del gruppo quale
aggregato complesso di singolarità psichiche.
Intorno all’idea di inconscio (e quindi di desiderio) viene invece sancito il
sodalizio tra il maestro Oury e la psicologa Vasquez, sodalizio che durerà molti
anni e che costituirà il nucleo di quella che è passata alla storia come la
pedagogia istituzionale. Per gli autori “l’opera di Freud, che fa del bambino il
padre dell’uomo, sembra ignorata dai pedagogisti” ma un’applicazione sapiente
dei contributi psicanalitici appare loro come una pista feconda per trasformare
radicalmente l’organizzazione della classe (L’educazione nel gruppo classe,
1975).
Tutto comincia a metà degli anni Sessanta quando Aida Vasquez approda nelle
classi speciali di Fernand Oury per fare delle osservazioni e scrivere la sua
tesi (poi pubblicata con il titolo Contribution à l’étude des relations dans la
classe coopérative primaire urbaine… Pédagogie institutionnelle). Vasquez è una
psicologa venezuelana, proveniente da Caracas, dove si era scontrata con
un’impostazione della psicologia fortemente diagnostica e per questo
patologizzante. In cerca di altro, approda in Francia ed entra in contatto con
Oury che all’epoca pratica già da qualche tempo le “tecniche Freinet” e la
pedagogia cooperativa con bambini e bambine (a quel tempo classificati/e come)
deboli mentali o caratteriali. Oury si sforza di dare vita ad una classe
“diversa”, nella quale i bambini possano muoversi, parlare, creare, decidere.
> Inequivocabile dichiarazione di intenti di Vasquez e Oury è portare la
> psicoanalisi a scuola, trasformare l’educazione tenendo nel giusto conto
> l’inconscio in classe.
È proprio Vasquez a raccontarci di questo primissimo incontro, dal suo punto di
vista. Quando entra nelle classi del maestro Oury questi le propone una cosa:
capire, insieme a lui, quali siano gli effetti della sua didattica cooperativa e
cosa soprattutto, da un punto di vista psicologico, abbia reso possibile le
molte evoluzioni riscontrate tra bambini prima considerati irrecuperabili. Nelle
sue classi ci sono bambini definiti “ritardati” e “caratteriali”, dei “buoni a
nulla” che invece appaiono operosi e sorridenti, degli “psicomotori instabili”
che allineano i caratteri da stampa, “dislessici” che invece sanno comporre al
contrario in vista della tiratura di stampa, bambini sporchi che svolgono lavori
puliti, “piccoli caratteriali” che, a seconda delle necessità del lavoro,
obbediscono o guidano. Com’è possibile un simile miracolo?
Entrambi, nell’osservare questi singolari cambiamenti nella condotta e
nell’apprendimento, sono decisi a chiarire con rigore scientifico cosa stia
succedendo in quella classe insolita; che cosa spieghi queste evoluzioni
inattese; che cosa, insomma, stia consentendo a bambini problematici dati per
spacciati di sbloccarsi, crescere e apprendere. Maestro e psicologa si pongono
la stessa domanda e la risposta è da ricercare in quelle classi particolari dove
i ragazzi parlano, lavorano e a volte decidono. Così Fernand Oury ad Aida
Vasquez:
> Constatiamo, con soggetti molto diversi, risultati analoghi. Non è certo la
> mia capacità terapeutica che fa evolvere Janot d’Aubervilliers, o Sophie
> d’Herblay o Alice… d’un altro posto. Soltanto che in tutte queste classi si
> corrisponde, si stampa, si fanno inchieste, si lavora in gruppi, e si decide
> in consigli. Queste tecniche hanno più importanza che le nostre buone
> intenzioni (L’educazione nel gruppo classe, 1975).
Nella citazione compare la prima ipotesi di quello che sarà poi il cuore
centrale della loro tesi pedagogica: un ambiente organizzato in un certo modo –
attraverso tecniche (non solo didattiche) precise e rigorose – favorisce
sviluppi ed evoluzioni per i soggetti che vi partecipano. L’osservazione non è
allora rivolta alle capacità di un qualche maestro straordinario, ma al valore e
alle possibilità intrinseche a certe tecniche che riorganizzano la vita della
classe, che ne fanno un ambiente vivo, costituito di scambi reali, lavori
orientati a uno scopo, relazioni plurali, comunicazioni effettive e autentiche,
decisioni in comune, assunzione di responsabilità e possibilità di atti di
libera iniziativa. È proprio questa trasformazione dell’ambiente scolastico, dei
suoi tempi e dei suoi spazi, delle sue attività e dei suoi materiali, a fondare
una tecnica pedagogica capace di andare oltre le buone intenzioni.
> L’integrazione degli apporti della psicologia e – vade retro! – della
> psicoanalisi nella pedagogia e nelle pratiche didattiche risulta ancora oggi
> una possibilità incompiuta.
Nel vivo di una Parigi contagiata dalla psicoanalisi, i due autori si convincono
che Freud non debba passare invano e nemmeno Lacan. Intorno a loro è un
pullulare di riflessioni psicanalitiche che vanno ben aldilà dell’ambito
clinico: le istituzioni psichiatriche, scolastiche, carcerarie e universitarie
sono investite di analisi sul simbolico, il potere, il discorso, e gli effetti
che tutto questo produce sui soggetti coinvolti in tali istituzioni. I nomi dei
protagonisti sono moltissimi: da Maud Mannoni a Félix Guattari, passando per
Françoise Dolto a molti altri e molte altre. Una generazione di autori e autrici
fortemente e diversamente influenzata da Lacan, alle prese con un tentativo di
svolta nella lettura dei fenomeni dell’inconscio. Se non una rivoluzione, di
certo un terremoto epistemico.
Un elemento chiave dentro questa temperie è la denuncia dell’istituzione
educativa, medica, e psichiatrica quale elemento patogeno – come dirà pochi anni
dopo, da noi, anche Franco Basaglia. Oury e Vasquez lo scrivono chiaramente: ci
si ammala di scuola. In questo senso l’insegnamento di riferimento di quell’area
è senz’altro il seminario XVII di Jacques Lacan sull’istituzione, Il rovescio
della psicoanalisi. Esso consente di domandarsi a quali condizioni l’istituzione
veda prevalere la pulsione di vita (desiderio) e quando la pulsione di morte
(potere). Il movimento istituzionalista che si va formando in quegli anni – e al
quale i nostri due autori partecipano attivamente – sostiene, con Lacan, che
un’istituzione sia “in salute” quando è in grado di fare circolare i discorsi,
far circolare la parola, far circolare il potere. Quando invece essa – sia la
scuola o un ospedale – si identifica rigidamente con un solo discorso o si
cristallizza in rapporti verticali di sapere e potere, essa si ammala e fa
ammalare.
Gli studenti che nella scuola “malata” vengono diagnosticati come ritardati, o
bollati come indocili e caratteriali si trovano intrappolati in un’istituzione
che è essa stessa fattore del ritardo o della patologia. Nel caso della scuola
degli anni Sessanta, i due autori denunciano la persistenza di una
scuola-caserma nella quale gli studenti sono perlopiù obbligati a tacere, a
mettersi in fila al suono del fischietto, a scrivere su comando e senza scopo, a
ricevere punizioni corporali e verbali. Una scuola, insomma, che non è in grado
di riconoscere i bisogni e i desideri dei bambini, che li pone in una condizione
di subalternità, silenzio, oppressione, al punto da impedirgli essa stessa –
contro i suoi presupposti – un reale sviluppo. E cresce, infatti,
proporzionalmente agli anni di studio affrontati, il tasso di studenti
identificati come problematici.
> A 7 anni il numero dei deficienti mentali era il 2-3% della popolazione
> scolastica e a 11 anni il 15%: con l’età il deficit mentale si afferma
> (Istituto di Demografia, 1949). L’80% dei bambini si deforma sui banchi di
> scuola, il numero dei ritardati scolastici nella scuola primaria è passato dal
> 35% al 50% (L’educazione nel gruppo classe, 1975).
Sulla scorta di queste riflessioni, i nostri autori provano a mettere a punto la
loro controproposta. Essi partono dalla pedagogia attiva e cooperativa, in
particolare nella declinazione formulata dal maestro comunista Célestin Freinet,
per il quale occorre mettere al centro l’alunno, i suoi bisogni, interessi e
ritmi. L’apprendimento deve partire dall’esperienza concreta del bambino,
rompendo con i programmi astratti e le lezioni unicamente “spiegate”.
Intrecciano poi una seconda grande corrente che è quella del marxismo
autogestionario che va via via contagiando ogni dimensione collettiva,
soprattutto nell’incontro con una certa sociologia (perlopiù statunitense) dei
gruppi e delle organizzazioni. I nostri autori allora lavorano sulla classe come
gruppo, attraversato da dinamiche di potere, parola e asimmetria informativa:
risorse che vanno redistribuite in un’ottica di progressiva coscientizzazione ed
emancipazione per tutti e tutte (“allenarli non appena possibile a usare delle
istituzioni che dovranno subire o che potranno utilizzare”, L’educazione nel
gruppo classe, 1975). Si tratta di mettere gli studenti nella condizione di
discutere problemi e proposte, prendere delle decisioni, realizzarle
concretamente.
> Gli studenti che nella scuola “malata” vengono diagnosticati come ritardati, o
> bollati come indocili e caratteriali si trovano intrappolati in un’istituzione
> che è essa stessa fattore del ritardo o della patologia.
La terza traccia sulla quale lavoreranno è proprio quella della psicoanalisi e
della psicoterapia, ovverosia della comprensione dell’inconscio come unità
fondamentale dalla quale partire per una più precisa lettura dei bisogni e dei
moti del bambino, con tutto il portato di domande latenti che essi pongono agli
adulti. Di qui il bisogno di espressione del soggetto, per l’emersione delle sue
paure, desideri, tratti di singolarità. Come in Freud, la possibilità di parola
è curativa (nella prima psicoanalisi si parlava di talking cure).
La meta, affermano, è la costruzione di un “ambiente favorevole allo sviluppo”,
in vista del quale “la pedagogia, la psicologia e la sociologia possono
incontrarsi e raggiungere sintesi utilizzabili” (L’educazione nel gruppo classe,
1975). Di lì tutta una serie di radicali trasformazioni della giornata
scolastica: decidono di allargare lo spazio di parola dei bambini contro una
scuola che invece, di norma e perlopiù, “obbliga a tacere”; si impegnano a
istituire dei consigli di classe ciclici e permanenti per decidere insieme agli
studenti sulla vita e il lavoro del gruppo; si industriano per permettere ai
bambini di assumersi responsabilità individuali di organizzazione del lavoro,
degli atelier, delle faccende quotidiane; organizzano momenti per muovere
critiche e simbolizzare i propri sentire; danno vita ad occasioni di
sperimentarsi efficaci e rompere alcune identificazioni dannose.
> In cortile, Marcel ubbidisce alla disciplina generale della scuola. Egli è uno
> dei 400 bambini. Evita di infrangere i divieti (o di farsi beccare) e
> ubbidisce al fischietto. Nella classe di livello, in matematica, è uguale agli
> altri, alza la mano per parlare e ubbidisce al maestro. Durante la lettura
> diretta da Jo è ancora subordinato. Non lo è più quando il suo testo viene
> scelto. Se dà ascolto ai suggerimenti dei compagni e del maestro sul suo
> testo, è tuttavia lui che decide quale forma dargli. Nulla si può stampare se
> non corrisponde a ciò che pensa. Nella squadra di lavoro, Marcel, operaio
> tipografo, ubbidisce senza discutere a Yvan, il suo caposquadra. In veste di
> responsabile della pulizia del lavandino, investito del potere da parte del
> gruppo, costringe più tardi Jo e Yvan ad asciugare l’acqua che hanno
> rovesciato per terra. Allo stesso modo, quale responsabile delle entrate,
> andrà da Mohamed o dal maestro a reclamare i soldi dovuti. Lavora nel giardino
> con Mohamed, ma è Mohamed che è responsabile: Marcel ubbidisce. E più tardi,
> dirigerà con fare autorevole le prove di un gioco di drammatizzazione che ha
> inventato: gli attori volontari che ha “scritturato” ubbidiranno al regista.
> Domani, in Consiglio, Marcel parlerà a sua volta e ubbidirà al presidente di
> turno. Sembra difficile parlare dello statuto di Marcel, nella classe, essendo
> uno statuto complesso e variabile. Basta difatti che cambi il gruppo,
> l’attività o il livello ed ecco che i suoi diritti ne risultano modificati. Ma
> è questa stessa complessità degli statuti che ci sembra interessante (F. Oury,
> A. Vasquez, Tecniche e istituzioni nella classe cooperativa, 1977).
Oury e Vasquez, allora, fanno propria la logica psicanalitica della pluralità,
del numero, del “coro” come principio di salute e cura. Si tratta di organizzare
un ambiente di classe nel quale ciascun bambino si sperimenti in una
costellazione di ruoli, di scambi, di interazioni, un vero e proprio “coro di
voci” del quale fare parte. L’idea di una disidentificazione, o meglio di
un’identificazione multipla e variabile, di possibilità di scambio variate, ecc.
combatte i blocchi evolutivi, i disturbi scolastici e del carattere, la
cosiddetta “debolezza mentale”. In quest’ottica, i nostri autori si adoperarono
per costruire occasioni nelle quali il soggetto bambino sia messo in contatto
con la sua costellazione identitaria, aprendo alla pluralità soggettiva che è in
lui, sbloccando le resistenze e le cristallizzazioni che ostacolano ogni
crescita e sviluppo. L’inconscio è una pluralità.
> Oury e Vasquez si adoperarono per costruire occasioni nelle quali il soggetto
> bambino sia messo in contatto con la sua costellazione identitaria, sbloccando
> le resistenze e le cristallizzazioni che ostacolano ogni crescita e sviluppo.
> L’inconscio è una pluralità.
La pedagogia istituzionale dei nostri autori è insomma un sistema nel quale
possa attivarsi o riattivarsi il desiderio. La varietà di esperienze,
opportunità, situazioni e responsabilità alla quale ciascuno è invitato a
partecipare è a tal punto estesa da consentire a ogni bambino – al momento
opportuno – di entrare in partita, di disidentificarsi dai propri blocchi e di
aprire nuovi orizzonti identitari. Responsabilità, regole, materiali e
dispositivi adeguati servono a intelaiare una fitta maglia di opportunità che
permette a ciascuno (anche il più scapestrato, mutacico o irrisolto) di far
decollare il proprio desiderio di partecipare. Infatti, come ebbe a dire la
psicanalista dell’infanzia Françoise Dolto, autrice proprio della prefazione del
primo volume di Oury e Vasquez, ciò che differenzia l’educazione dalla violenza
e dall’addestramento è il riconoscimento, nell’altro, del soggetto del suo
desiderio.
> Senza l’adesione unanime dei bambini non esiste classe cooperativa: si può
> obbligare un poeta a scrivere? un bambino a comunicare alla classe le sue
> scoperte? un muto a parlare? (F. Oury, A. Vasquez, Memorie di un asino, 1976).
In questo senso la psicoanalisi ha offerto una base teorica, un’antropologia del
desiderio che ha permesso ai nostri autori di corroborare la pedagogia
cooperativa, inventando nuove tecniche, costruendo pièges à desir, allargando
“lo spazio del dire”, facendo posto, così, alla soggettività di ciascuno nel
gruppo. Questa lente ha consentito, in quella precisa congiuntura storica,
l’emergere di una teoria pedagogica in grado di comprendere ciò che i bambini
chiedono senza che siano in grado di dirlo. Ecco dunque l’apporto indiretto di
Lacan, ovverosia la possibilità di leggere l’inconscio e il desiderio quali basi
per una nuova pratica didattica, per una nuova organizzazione scolastica. Non è
un caso allora che proprio all’indomani del secondo libro di Oury e Vasquez,
Dalla classe cooperativa alla pedagogia istituzionale, Lacan si complimentasse
con lo stesso Oury dicendo: “raramente sono stato così ben compreso”.
L'articolo Lacan alla scuola primaria proviene da Il Tascabile.
C hi era veramente Jacques Lacan? Provare ad avvicinarsi alla natura di questa
esistenza potrebbe forse rivelare i segreti sepolti in un pensiero
coraggiosamente oscuro, che procede per folgorazioni e illuminazioni e non
sembra poter essere ridotto alla più tranquillizzante e canonica catena di
causa-effetto. Studiare la parte più sommersa della psiche umana, come ha fatto
Lacan, plasma inevitabilmente anche il modo di raccontarla, ma alla grigia
intransigenza dell’analista fa da controcanto un’esistenza spumeggiante e sempre
tesa al superamento dei limiti, una dissonanza in realtà solo apparente perché
mostra come l’uomo e il suo pensiero non siano del tutto divisibili.
Catherine Millot, allieva e poi compagna di Lacan, nel suo Vita con Lacan
(2017), offre un ritratto inedito dello psicoanalista francese catturato nella
sua esistenza quotidiana, tra lo studio a Parigi nel settimo arrondissement e la
casa di Guitrancourt, tra le corse folli con la macchina (Lacan non sopportava
le code e superava le altre auto in corsia di emergenza o abbandonava la sua in
mezzo alla strada se la cosa era inaggirabile o un semaforo rosso troppo a
lungo) e gli imprescindibili bagni nella piscina della sua casa di campagna
qualsiasi fosse la stagione. Ma scoprendo i tic e le fissazioni di Lacan emerge
pian piano il fondamento che è alla base del suo lavoro, l’idea, cioè, di un
movimento inesorabile verso lo sconosciuto, una spinta sempre in avanti, la
forza di protendersi fino al limite. Così come le forme del desiderio che la sua
psicoanalisi ha mirato a definire, a questo anelito verso l’infinito che muove
l’uomo e il pensatore, Lacan ha offerto, sempre, la sua dedizione più assoluta.
Nell’inverno del 1971, settantenne, affermato già in tutto il mondo come uno dei
più grandi eredi di Sigmund Freud e sempre al centro di critiche che ne
contestano l’insegnamento o la pratica di analisi tanto da venire a un certo
punto scomunicato dall’IPA (International Psychoanalytical Association), Jacques
Lacan viene chiamato all’Ospedale Sainte-Anne di Parigi per tenere una serie di
conferenze per i medici psichiatri dell’istituto. Il Sainte-Anne, situato nel
quattordicesimo arrondissement e dal 1863, per volere di Napoleone III, dedicato
alle cure psichiatriche, di cui usufruiranno anche Antonin Artaud e Paul Celan,
non era un posto qualunque per Lacan perché alla fine degli anni Venti in quelle
sale cominciò a esercitare la professione medica come psichiatra. Tornarci
quindi, dopo quasi mezzo secolo e dopo aver fondato due scuole centrali per la
storia della psicoanalisi e delle scienze umane tutte, l’École freudienne de
Paris che poi scioglie e l’École de la Cause freudienne, significava per Lacan
guardarsi indietro, capire il luogo da dove si era sviluppato il suo pensiero e,
per certi versi, fare i conti con la strada che fino a quel momento aveva
percorso.
> All’interno di un’opera che è quasi esclusivamente orale e basata sui suoi
> seminari affollatissimi Lacan è consapevole dell’insufficienza della parola e
> dell’impossibilità di trasmettere attraverso i suoi significati i segreti
> dell’esistenza psichica umana. Eppure, non esiste altro modo.
La raccolta di quegli interventi ha un titolo emblematico, che nella sua
icasticità rende bene le forme ermetiche, e per certi versi impenetrabili, della
sua opera: Io parlo ai muri, questo il titolo, è infatti un concetto in grado di
restituire l’opacità di una parola che, andando a indagare gli spazi più
reconditi dello spirito umano, quelli dell’inconscio, per sua stessa natura
risulta inafferrabile e inspiegabile, una dichiarazione di poetica che accetta
le difficoltà e ne assume tutto il valore per provare ad andare oltre alla
limitatezza del parlare. Nell’incontro che tiene nella cappella dell’ospedale,
Lacan prova a spiegare al suo uditorio il paradosso di tutta la sua esperienza:
all’interno di un’opera che è quasi esclusivamente orale e basata sui seminari
affollatissimi che tenne per tutta la vita e che videro affollarsi migliaia di
studenti, personalità dell’intellighenzia mondiale e curiosi, Lacan è
consapevole dell’insufficienza della parola e dell’impossibilità di trasmettere
attraverso i suoi significati i segreti dell’esistenza psichica umana. Eppure,
non esiste altro modo.
Perché però provare? Perché tentare di forzare i limiti del linguaggio davanti a
un’impresa che si preannuncia, sin dall’inizio, impossibile? In queste domande è
racchiuso il senso intero di un’opera lanciata verso l’impossibile, sfidare il
monito di Wittgenstein su quello su cui si dovrebbe tacere: nel suo desiderio di
sondare l’insondabile l’opera di Lacan è rivoluzionaria e non solo si ricollega
al magistero di Freud (attraverso il suo celebre e auspicato “ritorno a Freud”)
ma in un certo senso lo oltrepassa perché lo studio dell’inconscio finisce per
superare abbondantemente i confini della psicoanalisi e incrociare proficuamente
la sua strada con altri campi del sapere, dalla letteratura alla filosofia fino
alla matematica. Il segno probabilmente più evidente di questo slancio verso
l’impossibile è testimoniato dalla natura orale e seminariale del suo lavoro:
l’unica opera scritta pubblicata nel corso della sua vita sono i due volumi
degli Scritti (che comunque sono una raccolta di testi già pubblicati altrove o
di discorsi e conferenze pronunciate in giro per il mondo) mentre tutto il cuore
del suo insegnamento e della sua eredità sta proprio nei seminari che tenne a
Parigi tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta e che sono dapprima un’analisi
dei concetti di Freud e poi, a partire dal celebre seminario I quattro concetti
fondamentali della psicoanalisi, una riscrittura di Freud con la lenta e
inesorabile emersione dell’originale pensiero lacaniano.
> Nel suo desiderio di sondare l’insondabile l’opera di Lacan è rivoluzionaria e
> non solo si ricollega al magistero di Freud ma in un certo senso lo oltrepassa
> perché lo studio dell’inconscio finisce per superare i confini della
> psicoanalisi e incrociare la sua strada con altri campi del sapere.
Come uno dei suoi maestri, Alexandre Kojève, le cui lezioni parigine su Hegel
ebbero una ricaduta fondamentale per tutta la cultura del secondo Novecento e a
cui partecipò anche Lacan in compagnia di personaggi come Raymond Queneau,
Georges Bataille, André Breton, Hannah Arendt e molti altri, Lacan ripone una
fiducia massima nell’ambito seminariale che diventa da un lato la messa alla
prova più estrema dell’uso della parola e, dall’altro, l’unico mezzo attraverso
il quale diffondere le proprie idee, difficilissime da ingabbiare sulla pagina
scritta. Riveste quindi un ruolo centrale, che emerge bene anche da Io parlo ai
muri, l’insegnamento, un gesto non riducibile solo alla trasmissione del sapere,
ma che si tinge di una relazione decisiva con chi ascolta, chiamato a
collaborare alla costruzione della conoscenza: “Mi sforzo – dice Lacan –
affinché non abbiate un accesso troppo facile al sapere, così che voi dobbiate
metterne del vostro”. Jacques-Alain Miller, durante una delle conferenze che
tenne in Brasile su Lacan e che sono raccolte nell’importante volume
Delucidazioni su Lacan (2025) spiega bene come l’insegnamento di Lacan
“impedisce di credere che lo si possa comprendere immediatamente”: in questo
senso leggere Lacan, provare a cogliere il mistero più profondo del suo
pensiero, e quindi il segreto intero dell’essere umano, è un atto di fede
assoluto.
La parola è quindi lo strumento fondamentale dell’insegnamento di Lacan
nonostante per lui la verità sia per sua stessa natura impossibile: “Io dico
sempre la verità: non tutta! Perché a dirla tutta non ci si arriva. Dirla tutta
è impossibile materialmente: sono le parole che mancano! È proprio per questo
‘impossibile’ che la verità tocca il reale”. “I muri in fondo sono fatti per
circondare un vuoto” dice Lacan e in effetti insegnare rappresenta proprio lo
sforzo di circoscrivere questo vuoto, di dargli una forma e fare in modo che
nell’aula, nelle quattro mura che la costituiscono e che custodiscono gli
uditori, si possa formare un sapere da condividere che oltrepassi i confini
della verità, la limitatezza del parlare.
In questo senso la parola assume un valore decisivo e un’importanza ancora
maggiore all’interno di un pensiero che considera e studia l’inconscio come un
linguaggio: qui sta la novità assoluta del pensiero di Lacan che riprendendo la
distinzione del linguista De Saussure tra langue e parole (e cioè tra il
linguaggio come sistema e la sua espressione) in un saggio fondamentale,
Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicanalisi, espone come il
linguaggio venga legittimato solamente dall’incontro con l’altro: “non v’è
parola senza risposta, anche se non incontra che il silenzio, purché abbia un
uditore”. Se quindi la langue può esistere anche senza soggetti, la parole
necessita dell’intervento di un altro soggetto per poter funzionare: questo
rivela come per Lacan l’intera esistenza umana, di cui l’analisi e il rapporto
analista-paziente non è che un epifenomeno, sia segnata dalla necessità
dell’Altro.
Negli ultimi anni della sua vita Lacan diventa ostaggio della sua ossessione per
il nodo Borromeo (fa comprare ogni tipo di corde e dissemina il pavimento del
suo studio e della sua camera da letto di questi nodi, oltre a mostrarne tutte
le implicazioni a un Heidegger oramai anziano che non sembra coglierne
l’importanza) e anche i suoi seminari cominciano a scivolare verso un silenzio
che appare molto lontano dalla teatralità degli anni precedenti. Maillot
racconta un evento accaduto in quegli anni che oltre a rivelarsi commovente
testimonia anche lo scivolamento dell’uomo e del suo pensiero verso il silenzio.
Una notte il vecchio Lacan esce dalla sua casa parigina in rue de Lille, per
andare da suo genero, nonché successivamente esecutore testamentario,
Jacques-Alain Miller e dalla figlia Judith per infilarsi nel letto del piccolo
nipote Luc: sembra trattarsi di un’estrema richiesta di compagnia che si tinge,
come ha scritto Massimo Recalcati, della “forma della supplica, della preghiera”
diventando la concretizzazione assoluta di quell’invocazione dell’Altro che
aveva segnato tutta la sua vita.
In questo senso le fasi finali della vita di Lacan sono attraversate da una
lacerazione insanabile: se dal punto di vista teorico lo studio della topologia
dei nodi borromei lo allontana sempre di più dalle spire umanistiche, dall’altro
avverte radicalmente il suo essere inerme e solo, abbandonato a un’afasia
simbolica che trova corrispettivo nell’opera di James Joyce (da ragazzo aveva
assistito, poco prima della pubblicazione francese dell’Ulisse da Shakespeare
and Company, alla lettura di alcuni passi del romanzo) e, in particolare, nel
Finnegans Wake, a cui dedicherà importanti analisi nei suoi ultimi seminari (Il
sinthomo e Ancora), ritrovando in Joyce lo stesso rigore e lo stesso coraggio
con il quale aveva rinnovato la clinica. In una lettera al padre un Lacan
diciassettenne, difendendo la sua strenua opposizione alle idee dello zio,
scrive: “la mia personalità consiste nel fatto che mi rifiuto nel modo più
assoluto di farmi riempire la testa”. Questa ostinata fiducia nel proprio
pensiero trasforma Lacan in Edipo perché il suo desiderio di sapere diventa il
desiderio di conoscersi. Ma questo itinerario non è individuale, non è una lunga
ricerca solitaria perché la mediazione dell’Altro è imprescindibile ed è solo
attraverso un confronto con la sua immagine che può pian piano emergere la
propria.
> Se dal punto di vista teorico lo studio della topologia dei nodi borromei
> allontana Lacan sempre di più dalle spire umanistiche, dall’altro avverte
> radicalmente il suo essere inerme e solo, abbandonato a un’afasia simbolica
> che trova corrispettivo nell’opera di James Joyce.
Il nodo Borromeo che ossessiona Lacan negli ultimi anni della sua vita, quella
in cui, per contrasto, riconosce la natura distruttiva della solitudine, viene
soprannominato “nodo Bo” che, con un gioco di parole assimilabile alle acrobazie
linguistiche del Finnegans Wake, rimanda da un lato al “neud-bo” ma, dall’altro,
al “mont Nébo”, il monte Nebo, il luogo in cui Mosè ebbe la visione della Terra
Promessa e dove, secondo l’Antico Testamento, Dio stesso lo seppellì. Lacan ha
provato a scalare questa montagna per tutta la sua vita in una lotta con il
reale che terminò nel 1981 a causa di un cancro all’intestino a cui, come
raccontò la figlia Judith, decise di non opporre alcuna resistenza “così, per
capriccio”. La morte non lo spaventò mai, tant’è che quando un ladro entrò nel
suo studio durante una supervisione Lacan gli disse di non avere alcuna paura di
morire (alla fine fu il suo paziente a dare i soldi al malvivente e Lacan
cominciò a viaggiare sempre con un tirapugni di ferro), poiché la considerava
non tanto un evento distruttivo quanto una tendenza ultima a ritrovare la quiete
definitiva. Così la sua morte si pone all’ombra di Edipo a Colono, il vecchio
che svanendo lascia al mondo una domanda che non può avere una risposta se non
lo stesso mutismo della fase finale della vita di Lacan. In questo Lacan ricorda
il protagonista di un racconto di Maurice Blanchot in cui un uomo, in attesa
della scarica di fucili del plotone di esecuzione che gli si para davanti,
comprende, per un istante, il tutto: “restava in attesa soltanto della scarica
dei fucili, quella sensazione di leggerezza che non saprei tradurre: liberato
dalla vita? L’infinito che si apre? Né felicità, né infelicità. Né l’assenza di
timore e forse già un passo al di là”.
L'articolo Sono le parole che mancano! proviene da Il Tascabile.