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Associazione a delinquere, lesioni e resistenza: tutte le accuse (cadute e no) ai militanti del centro sociale Askatasuna
Un covo di eversori, una banda di criminali comuni, un semplice punto di ritrovo per giovani autonomi che produce musica, politica, cultura e solidarietà. Per capire che cos’è Askatasuna secondo la giustizia bisognerà aspettare qualche mese, quando verrà celebrato il processo d’appello a un gruppo di attivisti del centro sociale imputati di associazione per delinquere. Ma intato molti tra i frequentatori della storica palazzina di corso Regina Margherita a Torino stanno continuando ad affrontare (così come ormai accade da decenni) raffiche di accuse come resistenza a pubblico ufficiale, lesioni, inosservanza dei provvedimenti dell’autorità, per singoli episodi avvenuti durante manifestazioni e scontri di piazza. Il tutto in un caos di arresti, denunce e misure restrittive che la comunità di “Aska”, ma non solo, definisce “repressione del dissenso” o “costruzione del nemico“. E qui il procuratore generale del Piemonte, Lucia Musti, ha deciso di mettere un punto fermo denunciando, all’inaugurazione dell’anno giudiziario, “l’area grigia di matrice colta e borghese” troppo benevola con le violenze antagoniste. “Adesso mi auguro che i gravissimi episodi di ieri producano l’effetto di attirare su Torino l’attenzione delle istituzioni tutte“, ha dichiarato la magistrata Le ultime ondate di provvedimenti giudiziari o di polizia riguardano le manifestazioni del 2024 e 2025 e riguardano per lo più le nuove leve dell’antagonismo che, in qualche modo, secondo gli investigatori avrebbero il centro sociale come punto di riferimento. La madre di tutte le battaglie giudiziarie resta comunque quello che è stato definito il “maxi–processo Askatasuna“. Il pool antiterrorismo della Procura era convinto che all’interno del centro sociale (sgomberato lo scorso dicembre) si fosse creato un nucleo ristretto di militanti, che decidevano e coordinavano gli assalti ai cantieri del Tav in Val di Susa e le violenze contro le forze dell’ordine durante le manifestazioni di piazza. L’accusa di associazione sovversiva, però, non superò il vaglio del Tribunale del Riesame. Al processo di primo grado i pm chiesero 26 condanne per un totale di 88 anni di carcere. I giudici ne accordarono 18 (a pene comprese fra i quattro anni e i nove mesi di carcere), ma non riconobbero l’esistenza dell’associazione per delinquere, che era stata contestata a 16 degli imputati. Ora i pubblici ministeri sono tornati alla carica con un ricorso che troverà, in Corte d’appello, il sostegno della Procura generale. La vita di molti militanti è scandita dagli appuntamenti in tribunale e sono diversi quelli che hanno trascorso qualche periodo in cella o hanno il certificato penale macchiato. Una ex portavoce del centro sociale ha scontato una condanna definitiva a due anni (uno dei quali in carcere). Un veterano, Giorgio Rossetto, ormai 64enne, attende che il tribunale decida se trasformare la detenzione domiciliare in reclusione: tra le accuse, avere rilasciato un’intervista in cui parla di “terreno di scontro“, “terreno di conflitto”, “esercizio della forza”. L'articolo Associazione a delinquere, lesioni e resistenza: tutte le accuse (cadute e no) ai militanti del centro sociale Askatasuna proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Commandos Tigre, ricompare la storica “pezza”: i capi ultras del Milan a caccia del Santo Graal del potere in Curva Sud
Si potrebbe iniziare così: la “pezza” ritrovata. E la pezza in questo caso, è lo striscione dei Commandos Tigre, primo gruppo ultras (nasce nel 1967) del tifo organizzato milanista. Lo stendardo è stato ritrovato “per caso” qualche giorno fa durante uno sgombero da uno studente universitario sconosciuto alle cronache di curva e giudiziarie. Ma il dato è oggettivo. Di più: lo striscione è originale e per il blasone che rappresenta rischia oggi di scompaginare gli equilibri della Curva sud. Tanto che i suoi pretoriani assieme ai senatori dell’Old Clan si sono messi in caccia come alla ricerca del Sacro Graal. Ultras a Milano, quindi. Sponda rossonera, secondo anello blu, Curva sud. Esistenza oggi difficile. Indagata, processata, condannata e ancora attenzionata, diffidata, sgradita. L’occhio della Procura sembra vigile, la Squadra Mobile indaga sull’ultimo tentato omicidio, mentre Luca Lucci il Toro intravede, oltre alla già emessa sentenza per l’inchiesta Doppia Curva, vent’anni per droga. Eppure chiuso nel carcere, ancora è ritenuto il capo da chi in transenna si barrica dietro l’equivoco “Sodalizio”, vietato in forma di striscione eppure ribadito durante il derby con le torce dei cellulari. Ma sono solo increspature, la Procura decide, la società un po’ storce il naso, mentre il vecchio vocalist Pacio Pacini, fedelissimo di Lucci, risulta sgradito a giorni alterni. Nel frattempo, però, a far prevedere burrasca tra i monolitici equilibri di Curva sud puntellati di recente da senatori dell’Old Clan, già a capo delle Brigate Rossonere declinate in forma di estrema destra, c’è la pezza ritrovata dei Commandos, simbolo del potere assoluto in curva. Perché i Commandos Tigre sono il gruppo ultras più antico, anche della Fossa dei Leoni, anche delle Brigate Rossonere. Per cinquant’anni è stato il sangue blu del tifo organizzato, una nobiltà supportata non di rado dagli interessi criminali della famiglie mafiose, fino a quando il blasone è stato spazzato via prima dai “guerrieri” di Giancarlo Sandokan Lombardi e poi dai “banditi” di Lucci. Sulla strada della conquista si sono osservati due tentati omicidi nei confronti di storici appartenenti dei Commandos, calci, pugni e pistolettate. Era il 2006 e per altri dieci anni il gruppo espropriato del suo luogo di origine, il primo anello blu, ha provato a resistere anche con innesti criminali di alto rango. Ma già in questo decennio lo striscione scompare custodito come il Graal da un tesoriere segreto. Poi nel 2016 la trasferta a Genova contro la Sampdoria sembra chiudere i giochi con un’aggressione programmata. I Commandos arrivano nella pancia del Marassi e si trovano davanti i pretoriani di Curva Sud. Ad attenderli anche un fedelissimo di Lucci che oggi va a braccetto con i vecchi amici dell’Old Clan. Non è una rissa, ma una spedizione punitiva. Da lì a poco alle 19:30 del 26 aprile 2016 in rete gira il comunicato con cui si annuncia lo scioglimento dei Commandos: “Ieri sera 25 aprile è successo quello che pensavamo non potesse mai succedere, abbiamo deciso di sciogliere i Commandos Tigre”. Quattro ore dopo la smentita, il comunicato è falso, i Commandos non si sono sciolti: “Il comunicato pubblicato a nome dei Commandos Tigre 1967 non arriva da nessuno autorizzato a farlo”. Insomma i Commandos non si sono mai sciolti e ora torna lo striscione a mettere in subbuglio gli interessi che, nonostante gli arresti, si agitano dietro la Curva Sud. Il giovane universitario pochi giorni fa così ha postato le foto sui social, scrivendo: “Buongiorno a tutti, ho trovato questo striscione a seguito di un sgombero. Appena l’ho visto stentavo a crederci, ma l’emozione iniziale ha lasciato spazio ai dubbi: sarà vero? Chiedo a voi che siete più esperti. Qualcuno sa dirmi qualcosa?”. Che certamente si tratta dell’originale. La “pezza” che oggi ritorna è in fondo anche il simbolo di come è iniziata la carriera di Luca Lucci, la cui parabola lunga quasi vent’anni lo ha alla fine portato in galera accusato di associazione a delinquere. Nel mezzo della storia quattro tentati omicidi, pestaggi di ogni genere, collegamenti, penalmente giudicati non rilevanti, con la ‘ndrangheta e tantissimi affari ben oltre il tifo. Per questo la conquista dello striscione e poterlo esporre al Meazza potrebbe rappresentare la chiusura del cerchio e l’affermazione definitiva di un potere assoluto cui ambiscono anche gli amici dell’Old Clan. Anche perché in un orizzonte breve di appena sei anni ci sarà lo stadio nuovo, tutto privato. Le operazioni di avvicinamento sono già iniziate non senza ingerenze su alcuni dirigenti dell’Ac Milan. L'articolo Commandos Tigre, ricompare la storica “pezza”: i capi ultras del Milan a caccia del Santo Graal del potere in Curva Sud proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Inchiesta Sicilia, Cuffaro non risponde al gip. E ai Ros disse: “L’accelerazione della gara d’appalto voluta da Romano”. Video
L’ex governatore della Sicilia, Totò Cuffaro si è avvalso della facoltà di non rispondere. È durato meno di un’ora l’interrogatorio preventivo davanti al gip di Palermo, Carmen Salustro, per l’ex segretario nazionale della Democrazia Cristiana Sicilia, accusato dalla procura di Palermo guidata da Maurizio de Lucia, di associazione a delinquere, corruzione e turbata libertà degli incanti. I pm ne hanno chiesto l’arresto ai domiciliari, nell’ambito dell’inchiesta del Ros che coinvolge altre 17 persone, tra cui il deputato nazionale Francesco Saverio Romano, coordinatore di Noi Moderati. “FIDUCIOSO NELLA GIUSTIZIA” “Sono fiducioso nella giustizia” sono state le poche parole pronunciate dall’ex presidente stamane all’arrivo (intorno alle 9:15) al Tribunale palermitano, accompagnato dai suoi legali Giovanni Di Benedetto e Marcello Montalbano. Dopo circa un’ora, Cuffaro è uscito dal palazzo di Giustizia, senza fermarsi davanti ai microfoni e sviando le ripetute domande dei numerosi giornalisti presenti. “Mi hanno detto di non parlare”, l’unica frase pronunciata dall’ex governatore. “Non abbiamo nessun commento, Cuffaro si è avvalso della facoltà di non rispondere, ha reso le sue dichiarazioni davanti al gip. Ci limiteremo ad inviarvi una nostra nota, non abbiamo altro da dire”, ha aggiunto l’avvocato Di Benedetto. IL COMUNICATO DEI LEGALI “Si ritiene indispensabile, prima di sottoporsi a qualsivoglia interrogatorio, un approfondimento sul compendio probatorio con il quale misurarsi, con particolare riferimento al contenuto delle intercettazioni. Tale convincimento nasce anche dal fatto che l’unica trascrizione di intercettazione ambientale finora ascoltata, anche con l’ausilio di un consulente tecnico espressamente nominato, è risultata errata su un punto di centrale rilevanza per la configurabilità del reato contestato al capo 5 in concorso con Vetro, Pace e Tomasino, nel senso che non si ravvisa la parola “soldi” e la frase in questione, diversamente da quanto emerge nella trascrizione, non è stata proferita da Cuffaro. Nel corso dell’udienza camerale la difesa ha eccepito l’insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza per tutte le incolpazioni provvisorie contestate, nonché l’inutilizzabilità della relazione di servizio contenente asserite dichiarazioni spontanee rese da Cuffaro e da questo disconosciute”, si legge nella nota dei legali Di Benedetto-Montalbano. L’ATTO CONTESTATO Il riferimento dei legali di Cuffaro alla richiesta di non ammettere l’atto, si riferisce al deposito della relazione di servizio redatta dal Ros durante la perquisizione negli appartamenti dell’ex presidente, e depositata stamane dai magistrati Claudio Camilleri, Giulia Falchi e Andrea Zoppi della procura di Palermo. Secondo i pm l’atto sarebbe ammissibile considerata la sentenza della Cassazione del 2022 – della sezione all’epoca presieduta da Alfredo Mantovano (attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio) – in cui si spiega che “le dichiarazioni spontanee che la persona sottoposta alle indagini abbia reso, in assenza di difensore ed in difetto degli avvisi” siano “utilizzabili nella fase procedimentale, e dunque nell’incidente cautelare e negli eventuali riti a prova contratta”. L’ACCELERAZIONE DELLA GARA D’APPALTO “VOLUTA DA ROMANO” Nelle pagine firmate dai Ros, Cuffaro avrebbe chiamato in causa Saverio Romano, spiegando che il direttore generale dell’Asp di Siracusa, Francesco Maria Caltagirone “era uomo di Forza Italia” e dagli atti dell’inchiesta “era chiaramente indicato che la vera accelerazione nella gara d’appalto verso la società Dussman era avvenuto soltanto a seguito dell’intervento di Romano, tanto che – aggiunge Cuffaro – la vera svolta c’era stata grazie a Roma”. Tra i diversi passaggi, Cuffaro avrebbe detto ai carabinieri che il tenente colonnello Stefano Palminteri “aveva chiesto un incontro con lui tramite l’amico comune, l’avvocato Gallina”, e che gli “aveva detto, a suo dire millantando, della presenza di indagini sul suo conto e che la stessa cosa aveva fatto anche con il deputato Carmelo Pace” e che “l’ufficiale gli aveva chiesto di aiutarlo ad ottenere l’incarico di direttore generale di Gesap, società di gestione dell’aeroporto Falcone-Borsellino di Palermo”. L'articolo Inchiesta Sicilia, Cuffaro non risponde al gip. E ai Ros disse: “L’accelerazione della gara d’appalto voluta da Romano”. Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
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