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“C’è un aumento dei tentativi di suicidio e dei disturbi alimentari. Alle istituzioni dico: smettetela di litigare sui telefonini e mettetevi a studiare”: parla Paolo Kessisoglu
Paolo Kessisoglu e la compagna Silvia Rocchi tre anni fa hanno fondato l’associazione no profit “C’è da Fare ETS” che sostiene gli adolescenti con gravi disagi psichici e psicologici (12-18 anni). Proprio il 18 marzo a Milano si terrà una cena di beneficenza per raccogliere fondi e sostenere le nuove iniziative. “Abbiamo imparato che, purtroppo, i numeri sono sempre in crescita – ha affermato Paolo Kessisoglu a Vanity Fair – e abbiamo scoperto che il sistema sanitario nazionale, per come è organizzato attualmente, non può gestire questa criticità. I format che abbiamo creato con l’associazione prevedono delle équipe d’intervento multidisciplinari. Quindi, non c’è solo lo psicologo ma anche altre figure che lo affiancano quando viene preso in carico un paziente. Per ora, un approccio del genere nel nostro sistema sanitario nazionale è impraticabile, sia dal punto di vista economico che strutturale. Dovrebbe cambiare totalmente mentalità”. “Da ciò che ci dicono i neuropsichiatri con cui parliamo, – ha continuato l’attore – c’è un trend generalizzato di aumento dei tentativi di suicidio, degli agiti autolesivi e dei disturbi del comportamento alimentare. Erano già presenti 10 anni fa, ma c’è stato un forte aumento negli ultimi 4-5 anni. Diciamo che soprattutto gli agiti autolesivi sono cresciuti in maniera sostanziale perché, cercando di semplificare, rientrano nella sintomatologia legata allo spettro delle neurodivergenze. E se parliamo anche solo di 20 anni fa, non erano così studiate, approfondite e diagnosticate come ora”. Insomma l’appello è chiaro: “Alle istituzioni, dico che il problema è complesso, radicato e molto vasto. Quindi, smettetela di litigare sui telefonini e mettetevi a studiare seriamente perché le cose da fare sono tantissime”. L'articolo “C’è un aumento dei tentativi di suicidio e dei disturbi alimentari. Alle istituzioni dico: smettetela di litigare sui telefonini e mettetevi a studiare”: parla Paolo Kessisoglu proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“La prima volta dal terapeuta? Tremavo come un bambino, dopo appena tre minuti. Ci sono stati momenti dove mi sentivo davvero male, come in un buco”: il ritorno di Blanco
Blanco sta tornando, dopo una lunga pausa dalla musica interrotta dai singoli “Piangere a 90”, “Maledetta rabbia” e “Anche a vent’anni si muore”. L’artista infatti ha annunciato il nuovo album “Ma’”, in uscita venerdì 3 aprile. Il nuovo disco sarà presentato dal vivo tra aprile e maggio 2026 durante “Il primo tour nei palazzetti” di Blanco. “Ho scelto come copertina del nuovo album un’immagine di me e mia madre scattata da mio padre quindici anni fa. – ha dichiarato a Vanity Fair – Mi trasmette un senso d’innocenza. E la cosa mi piace. Non voglio tornare a essere innocente. Sto provando a farmi accettare per come sono. Nell’album, scrivo: crescere non significa essere più liberi. Prima ero più sognatore. Oggi sono più interessato alle possibilità che ai sogni. Perché, alla fine, crescere fa un po’ paura”. Dopo la vittoria al Festival di Sanremo 2022 con Mahmood in “Brividi”, poi l’Eurovision Song Contest, il duetto con Mina nel 2023, gli stadi… Qualcosa si è rotto dentro Blanco: “Ci sono stati momenti dove mi sentivo davvero male, come in un buco”. I ricordi si fanno vividi: “Un pomeriggio d’inverno, a casa. Ero seduto sul divano da tanto tempo. Niente cellulare, sguardo fisso nel vuoto. Avevo l’albero di Natale accanto. A un certo punto mi alzo, prendo l’albero e lo butto giù dalle scale. Poi mi metto in un angolo e piango a dirotto”. “Col tempo e con l’analisi, ho imparato a rispettare la mia rabbia. – ha continuato – La mia rabbia è genuina perché non viene mai sfogata verso gli altri. Nella vita le ho sempre più prese che date. Con la rabbia io faccio del male solo a me stesso. E a volte mi è capitato di farmi molto, molto male”. Poi la decisione di farsi aiutare: “Una notte, ero in spiaggia, con un mio amico. Lui è il classico tipo che incute timore: alto, grosso, tatuato. A un certo punto, dal nulla, scoppia a piangere. Io resto senza parole. Poi iniziamo a parlare e lui mi dice che va in analisi, che sta cambiando. Che è forte e doloroso. Mi sono detto: ci devo andare anch’io“. “La prima volta che entro dal terapeuta, lui sta zitto e io inizio a raccontare. – ha concluso – Mi ricordo bene l’immagine: io che tremo come un bambino dopo appena tre minuti. Non riuscivo a parlare di certe cose senza che il mio corpo potesse restare fermo. Non mi ci è voluto molto a capire che c’era molto, molto lavoro da fare”. L'articolo “La prima volta dal terapeuta? Tremavo come un bambino, dopo appena tre minuti. Ci sono stati momenti dove mi sentivo davvero male, come in un buco”: il ritorno di Blanco proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“A Sanremo la gente mi vedeva intontita, dicevano che non avevo voglia. Erano i farmaci, stavo affrontando depressione e attacchi di panico”: le parole di Chiara Iezzi
Nel 2023 è tornata con la sorella Paola a fare “Furore” sulle scene musicali, (ri)partendo dal palco di Sanremo. Quel momento di festa, però, per Chiara Iezzi non è stato dei più semplici, perché si è trovata a fare i conti con una fase personale delicata. “Stavo affrontando un periodo di depressione e attacchi di panico” racconta a Verissimo nella puntata del 28 febbraio. IL RITORNO A SANREMO “La bellissima idea di tornare a Sanremo era meravigliosa e al tempo stesso mi sentivo insicura di non riuscire a essere al mio meglio su un palco così bello e difficile, perché Sanremo ti incute timore, vuoi essere perfetto”. La cantante prosegue mettendo in luce la difficoltà di gestire un passo così importante a fronte di fragilità che in quel periodo stava vivendo anche nelle piccole cose di tutti i giorni: “Una parte di me pensava: ‘Non so se ci riesci ad affrontare tutto questo col sorriso. A casa fai fatica a uscire per una passeggiata, e improvvisamente ti ritroverai sotto i riflettori a Sanremo’“. COME STA OGGI CHIARA IEZZI Chiara Iezzi non si nasconde dietro un dito: “Questo ha lasciato probabilmente spazio a incomprensioni perché la gente mi vedeva strana, intontita, probabilmente anche per la cura che stavo seguendo, per i farmaci“. Tuttavia quanto accaduto le ha dato modo di aprirsi e raccontarsi al pubblico: “Non è stato un segno di debolezza come credevo, condividere con gli altri aiuta”. E a Silvia Toffanin che le domanda come si senta oggi, risponde: “Sono ancora in cura, però è risolto tutto quello è stato il momento più difficle perché c’era tanta esposizione, ma poi la cura ha funzionato molto bene, quindi mi sento più sicura e tranquilla”. L'articolo “A Sanremo la gente mi vedeva intontita, dicevano che non avevo voglia. Erano i farmaci, stavo affrontando depressione e attacchi di panico”: le parole di Chiara Iezzi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Se potessi tornare indietro mi fermerei e mi curerei. Non posso cancellare quel periodo brutto, ma posso andare avanti”: così Sara Tommasi
“Mi fermerei e mi curerei 15 anni fa, quando ero al top. Mi prenderei un anno sabbatico e poi ricomincerei a lavorare”. Se Sara Tommasi potesse tornare indietro agirebbe diversamente. “Così mi era stato consigliato” racconta a Diva e Donna. “Purtroppo, sono passati molti anni da quando mi sono curata a oggi, e quel tempo non lo posso più recuperare. Ma voglio lasciarmi alle spalle il periodo brutto, ormai non lo posso cancellare, ma posso andare avanti”. LA NUOVA VITA DI SARA TOMMASI Oggi Sara Tommasi vive in Egitto, è sposata con il suo agente Antonio Orso e quando torna in Italia fa tappa a Terni, dove c’è la sua famiglia. Se pensa a diventare madre? “Per noi ci sarebbe l’opzione dell’adozione, perché io sono stata operata all’utero e la gravidanza sarebbe a rischio“, racconta, come riporta Il Messaggero. “Però devo confessare che stiamo talmente bene, in questa fase, che voglio godermela ancora un po’”. In passato Tommasi ha fatto parlare di sé per problemi legati alla salute mentale. Proprio come è successo a lei, anche il padre soffre di disturbo bipolare: “Per fortuna ora sta bene, esce di casa per fare qualche passeggiata, magari un po’ di sport. È sempre sotto controllo” fa sapere. L'articolo “Se potessi tornare indietro mi fermerei e mi curerei. Non posso cancellare quel periodo brutto, ma posso andare avanti”: così Sara Tommasi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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È morto Robert Carradine, addio all’attore de “La rivincita dei nerds” e “Lizzie McGuire”: “Lottava con un disturbo bipolare, vogliamo che si sappia, non c’è nulla di cui vergognarsi”
Robert Carradine, noto per i suoi ruoli in “La rivincita dei nerds” e “Lizzie McGuire”, è morto all’età di 71 anni. Carradine si è suicidato dopo anni di convivenza con il disturbo bipolare, ha dichiarato la famiglia in una nota, nella speranza di sensibilizzare l’opinione pubblica. “È con profonda tristezza che dobbiamo annunciare la scomparsa del nostro amato padre, nonno, zio e fratello Robert Carradine”, ha dichiarato la famiglia in una nota a Deadline lunedì. IL MESSAGGIO DELLA FAMIGLIA “In un mondo che può sembrare così buio, Bobby è sempre stato un faro di luce per tutti coloro che lo circondavano. Siamo addolorati per la perdita di questa splendida anima e vogliamo rendere omaggio alla coraggiosa lotta di Bobby contro la sua battaglia, durata quasi vent’anni, contro il disturbo bipolare. Speriamo che il suo percorso possa illuminare e incoraggiare ad affrontare lo stigma associato alla malattia mentale. In questo momento chiediamo la massima riservatezza per elaborare il lutto per questa perdita insondabile. Con gratitudine per la vostra comprensione e compassione”. LE PAROLE DEL FRATELLO KEITH Suo fratello maggiore Keith Carradine, anche lui attore, ha dichiarato a Deadline che la famiglia voleva che il mondo sapesse della malattia mentale del fratello. “Vogliamo che la gente lo sappia, e non c’è nulla di cui vergognarsi“, ha fatto sapere. “Voglio celebrarlo per la sua lotta contro la malattia e celebrare la sua anima meravigliosa. Ci mancherà ogni giorno. Troveremo conforto nel vedere quanto potesse essere divertente, quanto fosse saggio, profondamente tollerante. Ecco chi era il mio fratellino”. CHI ERA ROBERT CARRADINE Nel 2009, il fratellastro maggiore di Carradine, David, morì all’età di 72 anni per asfissia in una stanza d’albergo in Thailandia. Robert in seguito affermò che la sua malattia mentale era stata scatenata proprio dalla morte del fratello. Nato nel 1954, Carradine era il figlio più giovane dell’attore John Carradine. Aveva due fratellastri maggiori, David e Bruce, nati dal primo matrimonio del padre, e due fratelli maggiori, Keith e Christopher; tutti, tranne Christopher, si sono dedicati alla recitazione. Il debutto cinematografico è stato al fianco di John Wayne in “The Cowboys” nel 1972, seguito in rapida successione da una parte nel film premio Oscar “Tornando a casa” e da un piccolo ruolo nel film di Martin Scorsese del 1973 “Mean Streets”. E poi: “I cavalieri dalle lunghe ombre” e la commedia del 1984 “La rivincita dei nerds”, in cui interpretava il protagonista Lewis Skolnick. L’attore è riuscito a farsi conoscere e apprezzare anche dalle generazioni successive interpretando il padre di Lizzie McGuire, Sam, apparendo al fianco di Hilary Duff nella omonima serie tra il 2001 e il 2004. L'articolo È morto Robert Carradine, addio all’attore de “La rivincita dei nerds” e “Lizzie McGuire”: “Lottava con un disturbo bipolare, vogliamo che si sappia, non c’è nulla di cui vergognarsi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Ho perso tutto. Mi hanno licenziata due giorni prima della vittoria”: lo sfogo di Miss Universo Malta
In una puntata del podcast “The SHE Word”, Miss Universo Malta Julia Ann Cluett ha riflettuto sui sacrifici fatti per partecipare ai concorsi di bellezza. Cluett ha infatti raccontato di essere stata licenziata dal proprio lavoro due giorni prima di essere incoronata Miss Universo Malta nel luglio 2025 e di essere rimasta senza stipendio per un totale di sette mesi. LA ‘DURA’ VITA DELLE REGINETTE DI BELLEZZA Tempo, impegno, dedizione e denaro: questi sono gli elementi che le reginette di bellezza devono possedere e mettere in campo per essere competitive sul palcoscenico di un concorso. Cluett ha fatto riferimento a quanto le è accaduto nel luglio 2025, quando è stata licenziata poco prima di vincere la selezione nazionale per Miss Universo: “Sono stata licenziata due giorni prima del concorso di Miss Universo Malta. Stavo persino cercando e trovando un appartamento in quel momento, quindi ho perso tutto“. La 28enne ha spiegato che, mentre si preparava a competere a livello internazionale, è rimasta disoccupata per altri 7 mesi in quanto non è riuscita a trovare lavoro mentre adempiva ai propri impegni prima come Miss Universo Malta, e poi intanto che si preparava a rappresentare il proprio Paese a Miss Universo in Thailandia per tre settimane. Quale azienda, si è chiesta la reginetta, potrebbe mai accettare una nuova dipendente sapendo già che si assenterà per diverse settimane? “Ho dovuto sacrificare il mio lavoro, un appartamento, uno stipendio per essere Miss Universo Malta“, le sue parole. IL RACCONTO A “THE SHE WORD” Cluett, attivista per la salute mentale, afferma di non aver preso alla leggera la decisione di procedere. E a quanto pare ha fatto bene, perché in Thailandia è stata tra le prime 12 finaliste da tutto il mondo. È stata anche nominata Miss Universo Europa e Medio Oriente, ma ricorda ancora il difficile periodo precedente alla competizione: “Ci sono stati molti momenti in cui mi chiedevo: ‘Come farò? Come farò a superare tutto questo?’ Ma bisogna farlo”, ha raccontato nel podcast. Malgrado tutte le difficoltà, non ha mai pensato di rinunciare al titolo nazionale e al posto a Miss Universo: “Mi dicevo: ‘Non avrò mai più questa opportunità. Era il mio momento”, ha concluso. L'articolo “Ho perso tutto. Mi hanno licenziata due giorni prima della vittoria”: lo sfogo di Miss Universo Malta proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La “Teoria dei taxi” di “Sex and the City” e la verità sull’amore, come si supera una relazione finita e quando si è davvero pronti per una nuova storia? I consigli della psicologa
C’è una scena di Sex and the City che, a distanza di anni, continua a tornare come una spiegazione pronta all’uso delle delusioni sentimentali: la cosiddetta “teoria del taxi”. Secondo questa metafora, le persone sarebbero come taxi che girano a vuoto finché, a un certo punto, si accende la “luce”: quando sono pronte a impegnarsi davvero, lo fanno con chi capita in quel momento, non necessariamente con chi hanno amato di più o più a lungo. Una narrazione semplice, quasi consolatoria, che oggi circola tra social e articoli di lifestyle per spiegare un’esperienza comune e dolorosa: quella di vedere un ex partner, con cui una relazione non è mai “decollata”, costruire rapidamente una nuova storia stabile. Ma se da un lato questa teoria sembra alleviare il senso di rifiuto, dall’altro rischia di diventare una scorciatoia emotiva che semplifica troppo dinamiche psicologiche complesse. Quanto ci aiuta davvero a capire cosa è successo? E soprattutto: come si può trasformare una fine che brucia in un passaggio di crescita personale, invece che in una ferita che continua a sanguinare? “Questa narrazione è un meccanismo di razionalizzazione che sposta il focus dal piano dell’identità (‘non valgo’) a quello degli eventi (‘non era il momento’) placando la nostra centrale d’allarme emotiva, che dopo un rifiuto emette segnali di pericolo costante proteggendoci dal trauma del rifiuto – spiega al FattoQuotidiano.it Elisa Caponetti, psicologa -. È utile come ‘primo soccorso’ per frenare la ruminazione, ma diventa disfunzionale se alimenta l’evitamento e la non consapevolezza: se è solo colpa del tempismo, smetto di interrogarmi sulla mia quota di responsabilità nella scelta di partner indisponibili”. LA PSICOLOGA: “IDEALIZZARE IL PASSATO È UN SEGNALE DI ALLARME” Nella fase immediatamente successiva alla fine di una relazione, quali segnali indicano che una persona sta evitando l’elaborazione emotiva del distacco? E quali passi concreti possono favorire un attraversamento più sano del lutto relazionale? “L’evitamento si manifesta con l’iperattività o il ‘chiodo schiaccia chiodo’. Un segnale d’allarme è l’idealizzazione del passato, filtrando solo i ricordi positivi. Per un lutto sano, non serve dimenticare ma accettare che la storia è finita e smettere di sperare in un finale diverso. È utile staccare dai social per interrompere la tendenza a controllare l’altro e lasciare che il dolore faccia il suo corso”. La domanda che molti si fanno è sempre la stessa: “Perché con me non era pronto e con l’altra sì?” “Questa domanda nasce da un confronto che ferisce l’autostima. Dobbiamo distinguere tra disponibilità (essere pronti) e compatibilità (essere giusti). Spesso l’ex non è ‘cambiato’, ha solo trovato un incastro che richiede meno sforzo o che si adatta meglio ai suoi limiti. La domanda utile non è cos’ha lei più di me? ma perché ero disposta ad aspettare chi non c’era? O, più semplicemente, accettare che non eravamo realmente adatti l’uno per l’altra”. EVITATE DI MISURATE IL VOSTRO VALORE CON LE SCELTE DELL’ALTRO Il confronto con l’ex che “riparte” subito può colpire duramente l’autostima. Come aiutarsi a non misurare il proprio valore attraverso la scelta – o la mancata scelta – dell’altro? “Bisogna smettere di considerare l’altro come il giudice del nostro valore. Una strategia pratica è la ‘differenziazione del Sé’: investire energie in ambiti (lavoro, passioni, amicizie) dove l’ex non ha potere. È importante separare il fallimento del ‘progetto coppia’ dal valore intrinseco della propria persona”. NON ABBIATE FRETTA DI RIEMPIRE LA VOSTRA SOLITUDINE Guardando alla fase successiva alla rottura, quali sono i segnali che indicano una vera crescita post-relazionale? “La vera maturazione si vede dalla capacità di stare nella solitudine senza l’urgenza di riempirla. Chi cresce cambia i criteri di scelta futuri e riconosce i propri schemi ripetitivi. Chi invece si tuffa subito in una nuova storia sta solo cambiando passeggero: senza un’elaborazione autentica, i nodi irrisolti si ripresenteranno identici al prossimo incrocio. La presenza dell’altro deve rappresentare un valore aggiunto, non una colla per i propri pezzi infranti”. L'articolo La “Teoria dei taxi” di “Sex and the City” e la verità sull’amore, come si supera una relazione finita e quando si è davvero pronti per una nuova storia? I consigli della psicologa proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Benessere aziendale: la retorica della performance e la salute che non si può più ignorare
di Victor C. Vallerini * C’è una contraddizione sempre più evidente nel mondo del lavoro contemporaneo: mentre si moltiplicano i discorsi su benessere, felicità e “centralità delle persone”, i dati su burnout, depressione e disagio psicologico continuano a crescere. Qualcosa non torna. E forse il problema non è la mancanza di strumenti, ma l’incoerenza tra ciò che si dichiara e ciò che realmente si pratica. Da anni lavoro in azienda come formatore, attraverso la psicologia positiva, la mindfulness, l’intelligenza emotiva e la comunicazione, intese non come tecniche, ma come linguaggi per comprendere l’essere umano al lavoro. Prima ancora sono stato professore di filosofia e religione al liceo. Questo percorso, che attraversa ambiti solo in apparenza distanti, mi ha insegnato una cosa essenziale: non esiste benessere senza verità. E molte organizzazioni, oggi, esitano ad affrontarla, perché significherebbe rimettere in discussione modelli profondamente radicati. Si parla di salute mentale, ma si continua a premiare solo la performance. Si organizzano workshop sullo stress, ma si mantengono ritmi incompatibili con una vita umana. Si invita alla resilienza, trasformandola in un dovere morale, mentre si normalizza l’esaurimento. Il filosofo Byung-Chul Han ha descritto questo meccanismo con lucidità: nella “società della stanchezza” non è più il padrone a sfruttare il lavoratore, ma l’individuo a sfruttare se stesso in nome dell’efficienza, dell’autorealizzazione e della competitività permanente. La salute, però, non è solo assenza di malattia, così come la felicità non coincide con un sorriso forzato durante una call motivazionale. Già Aristotele ricordava che la eudaimonía – spesso tradotta in modo superficiale come felicità – è una forma di fioritura dell’essere umano, possibile solo quando esiste equilibrio tra azione, pensiero e senso. Ridurre la felicità a un indicatore di clima aziendale significa svuotarla del suo significato più profondo. Prendersi cura delle persone implica allora occuparsi della mente e anche dello spirito, inteso non in senso religioso, ma come dimensione di significato, orientamento e visione. Una dimensione che il linguaggio aziendale tende a rimuovere perché non è immediatamente misurabile, né facilmente controllabile. Eppure, come scriveva Viktor Frankl, “l’uomo non è distrutto dalla sofferenza, ma dalla sofferenza priva di senso”. Vale nella vita, vale anche nel lavoro. Per questo, nel mio lavoro, affianco ai percorsi più convenzionali riferimenti filosofici e simbolici, dalla tradizione classica fino alla Cabala, alla Divina Commedia e all’Ermetismo, letti in chiave psicologica e culturale. Non come curiosità esoteriche, ma come strumenti di consapevolezza. Perché una persona più consapevole è anche meno manipolabile, meno ricattabile, meno disposta a sacrificare tutto in nome della prestazione. Ed è qui che il discorso sul benessere smette di essere superficiale e diventa essenziale. Il vero nodo non è che le aziende parlino di felicità, ma che spesso lo facciano senza fermarsi a interrogarsi sul senso del cammino intrapreso. Come ricordava Seneca, “non è che abbiamo poco tempo, è che ne sprechiamo molto”. E lo spreco più grande, oggi, è muoversi senza una direzione interiore chiara. Lo stesso Seneca aggiungeva una frase che risuona come un monito sempre attuale: “Nessun vento è favorevole al marinaio che non sa dove andare.” Senza una meta che non sia solo economica o prestazionale, anche l’organizzazione più efficiente rischia di perdersi, e con essa le persone che la abitano ogni giorno. Oggi molte realtà lavorative corrono, accelerano, ottimizzano, ma spesso dimenticano di sostare. Eppure, già Eraclito insegnava che “il carattere dell’uomo è il suo destino”: non ciò che facciamo freneticamente, ma il modo in cui abitiamo ciò che facciamo determina la qualità della nostra vita. Vale per l’individuo, vale per le organizzazioni. Prendersi cura del benessere significa, allora, recuperare una visione più ampia dell’essere umano. E forse la vera sfida, oggi, non è insegnare alle persone a resistere di più, ma aiutarle a ritrovare senso, misura e direzione. Perché, quando il lavoro torna a essere un luogo di significato e non solo di prestazione, anche la felicità smette di essere una parola vuota e diventa un’esperienza possibile, concreta, quotidiana: una presenza vissuta e goduta nel qui e ora. *Professore e formatore aziendale. Dopo una formazione umanistica e filosofica, ho integrato psicologia, psicanalisi e intelligenza emotiva nel mio lavoro con persone e aziende, occupandomi di leadership, consapevolezza, benessere e senso del lavoro attraverso corsi, conferenze e mentoring L'articolo Benessere aziendale: la retorica della performance e la salute che non si può più ignorare proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Femminicidio Anguillara, la frase di Carlomagno sul figlio è una scorciatoia: consola, ma non spiega
di Sabrina Rossi, psicologa e psicoterapeuta All’inizio del 2026, Anguillara Sabazia è diventata un nuovo nome nella lunga lista dei femminicidi. Federica Torzullo aveva 41 anni. È stata uccisa dal marito nella sua casa. Dopo ogni femminicidio torna la stessa domanda: era malato di mente? Nel senso comune la risposta oscilla sempre tra due estremi: o “pazzo” o “normale”. Ma è un’alternativa falsa, che semplifica e nasconde. La sofferenza mentale non si presenta solo come deliri e allucinazioni evidenti. Esistono funzionamenti psichici gravi, privi di sintomi psicotici eclatanti, che alterano il rapporto con l’altro e diventano riconoscibili solo nell’agito violento. Se vogliamo usare correttamente la parola malattia mentale, dobbiamo spostarla dal “raptus” alla struttura psichica. Molti femminicidi non nascono da una follia improvvisa, ma da funzionamenti mentali rigidi e fragili: bisogno di controllo, gelosia patologica, dipendenza affettiva, incapacità di tollerare la separazione. Non sono mostri isolati né uomini “normali” colti da un momento di pazzia, ma soggetti con un equilibrio interno precario, che crolla quando l’altro prova a sottrarsi. Qui la patologia non è una psicosi manifesta, ma una mente lucida e formalmente organizzata che perde il contatto emotivo con la realtà dell’altro e lo riduce a oggetto di regolazione interna. Quando una donna prova a separarsi questo non è vissuto come un dolore da elaborare, ma come una minaccia intollerabile alla propria tenuta psichica, come se venisse meno un pezzo di sé: è lì che la violenza diventa possibile. Carlomagno dice di aver ucciso perché “aveva paura di perdere suo figlio”: questa è una scorciatoia che consola, ma non spiega. Milioni di genitori ogni giorno temono di perdere un figlio, soffrono, chiedono aiuto, affrontano tribunali e separazioni: non uccidono. Quella frase non racconta la causa dell’omicidio: racconta solo il tentativo di rendere il gesto dicibile, presentabile, narrabile, dando una motivazione “razionale” a una dinamica psichica distruttiva molto più profonda. In questi casi le funzioni cognitive restano integre: il soggetto pensa e agisce in modo lucido e organizzato. Ma le funzioni affettive sono dissociate: non c’è empatia, non c’è colpa, non c’è vero contatto affettivo con l’altro, che viene ridotto a oggetto o a minaccia. È come se la persona agisse dentro un vuoto emotivo: sa cosa sta facendo, ma non sente davvero chi sta colpendo. L’altro non è più percepito come un essere umano, ma come un ostacolo da eliminare per ristabilire un equilibrio interno. È una violenza che parla di un rapporto già malato, non di una crisi improvvisa. Il vero nucleo psicopatologico non è nella “paura di perdere il figlio”, ma nella confusione tra amore e possesso. In un rapporto sano l’altro è riconosciuto come persona autonoma, quindi libero di andarsene. In un rapporto malato l’altro è vissuto come una proprietà, un’estensione di sé, una garanzia di stabilità interna. Quando questa “proprietà” minaccia di andarsene, non si attiva solo il dolore della perdita, ma un vissuto di crollo identitario. È in questo punto che la violenza diventa possibile: non perché l’amore sia troppo grande, ma perché l’amore è già finito ed è rimasto solo il dominio. Qui non siamo davanti a una gelosia eccessiva, ma a un funzionamento psicopatologico in cui il legame non è più un rapporto tra due soggetti, ma un sistema di controllo su un oggetto. Rifiutarsi di parlare di malattia mentale per paura di “assolvere” l’omicida è un errore culturale grave. Significa rinunciare a capire le dinamiche profonde della violenza e quindi a prevenirla. Parlare di dinamiche mentali serve a riconoscere i segnali, smontare narrazioni tossiche e intervenire prima che il controllo diventi violenza, per proteggere le donne prima che sia troppo tardi. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. L'articolo Femminicidio Anguillara, la frase di Carlomagno sul figlio è una scorciatoia: consola, ma non spiega proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Picchiato con la spalliera del letto dal compagno di stanza d’ospedale: ucciso a Rieti un 72enne ricoverato in Psichiatria
Ucciso selvaggiamente dal suo compagno di stanza, un cittadino romeno di 26 anni, che lo ha massacrato di botte alla testa usando la spalliera del letto come spranga. È morto così Antonio Domenico Martinelli, 72enne ex dipendente di banca ricoverato da tempo nel reparto psichiatrico dell’ospedale De Lellis di Rieti. L’aggressione è avvenuta nel pomeriggio di mercoledì 21 gennaio. I sanitari sono intervenuti immediatamente, ma per la vittima non c’è stato niente da fare. La direzione della struttura non ha rilasciato dichiarazioni in merito all’accaduto e ancora non si conoscono i particolari della vicenda, su cui stanno indagando i Carabinieri del Comando provinciale, coordinati dal magistrato di turno. L'articolo Picchiato con la spalliera del letto dal compagno di stanza d’ospedale: ucciso a Rieti un 72enne ricoverato in Psichiatria proviene da Il Fatto Quotidiano.
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