di Sabrina Rossi, psicologa e psicoterapeuta
All’inizio del 2026, Anguillara Sabazia è diventata un nuovo nome nella lunga
lista dei femminicidi. Federica Torzullo aveva 41 anni. È stata uccisa dal
marito nella sua casa. Dopo ogni femminicidio torna la stessa domanda: era
malato di mente?
Nel senso comune la risposta oscilla sempre tra due estremi: o “pazzo” o
“normale”. Ma è un’alternativa falsa, che semplifica e nasconde. La sofferenza
mentale non si presenta solo come deliri e allucinazioni evidenti. Esistono
funzionamenti psichici gravi, privi di sintomi psicotici eclatanti, che alterano
il rapporto con l’altro e diventano riconoscibili solo nell’agito violento. Se
vogliamo usare correttamente la parola malattia mentale, dobbiamo spostarla dal
“raptus” alla struttura psichica.
Molti femminicidi non nascono da una follia improvvisa, ma da funzionamenti
mentali rigidi e fragili: bisogno di controllo, gelosia patologica, dipendenza
affettiva, incapacità di tollerare la separazione. Non sono mostri isolati né
uomini “normali” colti da un momento di pazzia, ma soggetti con un equilibrio
interno precario, che crolla quando l’altro prova a sottrarsi.
Qui la patologia non è una psicosi manifesta, ma una mente lucida e formalmente
organizzata che perde il contatto emotivo con la realtà dell’altro e lo riduce a
oggetto di regolazione interna. Quando una donna prova a separarsi questo non è
vissuto come un dolore da elaborare, ma come una minaccia intollerabile alla
propria tenuta psichica, come se venisse meno un pezzo di sé: è lì che la
violenza diventa possibile.
Carlomagno dice di aver ucciso perché “aveva paura di perdere suo figlio”:
questa è una scorciatoia che consola, ma non spiega. Milioni di genitori ogni
giorno temono di perdere un figlio, soffrono, chiedono aiuto, affrontano
tribunali e separazioni: non uccidono.
Quella frase non racconta la causa dell’omicidio: racconta solo il tentativo di
rendere il gesto dicibile, presentabile, narrabile, dando una motivazione
“razionale” a una dinamica psichica distruttiva molto più profonda.
In questi casi le funzioni cognitive restano integre: il soggetto pensa e agisce
in modo lucido e organizzato. Ma le funzioni affettive sono dissociate: non c’è
empatia, non c’è colpa, non c’è vero contatto affettivo con l’altro, che viene
ridotto a oggetto o a minaccia. È come se la persona agisse dentro un vuoto
emotivo: sa cosa sta facendo, ma non sente davvero chi sta colpendo. L’altro non
è più percepito come un essere umano, ma come un ostacolo da eliminare per
ristabilire un equilibrio interno. È una violenza che parla di un rapporto già
malato, non di una crisi improvvisa.
Il vero nucleo psicopatologico non è nella “paura di perdere il figlio”, ma
nella confusione tra amore e possesso. In un rapporto sano l’altro è
riconosciuto come persona autonoma, quindi libero di andarsene. In un rapporto
malato l’altro è vissuto come una proprietà, un’estensione di sé, una garanzia
di stabilità interna.
Quando questa “proprietà” minaccia di andarsene, non si attiva solo il dolore
della perdita, ma un vissuto di crollo identitario. È in questo punto che la
violenza diventa possibile: non perché l’amore sia troppo grande, ma perché
l’amore è già finito ed è rimasto solo il
dominio.
Qui non siamo davanti a una gelosia eccessiva, ma a un funzionamento
psicopatologico in cui il legame non è più un rapporto tra due soggetti, ma un
sistema di controllo su un oggetto. Rifiutarsi di parlare di malattia mentale
per paura di “assolvere” l’omicida è un errore culturale grave. Significa
rinunciare a capire le dinamiche profonde della violenza e quindi a prevenirla.
Parlare di dinamiche mentali serve a riconoscere i segnali, smontare narrazioni
tossiche e intervenire prima che il controllo diventi violenza, per proteggere
le donne prima che sia troppo tardi.
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L'articolo Femminicidio Anguillara, la frase di Carlomagno sul figlio è una
scorciatoia: consola, ma non spiega proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Salute Mentale
Ucciso selvaggiamente dal suo compagno di stanza, un cittadino romeno di 26
anni, che lo ha massacrato di botte alla testa usando la spalliera del letto
come spranga. È morto così Antonio Domenico Martinelli, 72enne ex dipendente di
banca ricoverato da tempo nel reparto psichiatrico dell’ospedale De Lellis di
Rieti.
L’aggressione è avvenuta nel pomeriggio di mercoledì 21 gennaio. I sanitari sono
intervenuti immediatamente, ma per la vittima non c’è stato niente da fare. La
direzione della struttura non ha rilasciato dichiarazioni in merito all’accaduto
e ancora non si conoscono i particolari della vicenda, su cui stanno indagando i
Carabinieri del Comando provinciale, coordinati dal magistrato di turno.
L'articolo Picchiato con la spalliera del letto dal compagno di stanza
d’ospedale: ucciso a Rieti un 72enne ricoverato in Psichiatria proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Le iniezioni per dimagrire non sono la panacea di tutti i grassi e non
garantiscono risultati a lungo termine. In base ad una ricerca condotta
dall’Università di Oxford e pubblicata su BMJ (British Medica Journal), chi si
sottopone a trattamenti agonisti del GLP-1 come il semaglutide e tirzepatide,
dai nomi commerciali più noti come Ozempic e Mounjaro, è più incline a
riprendere il peso perso quando smette il trattamento che, normalmente, dura al
massimo 12 mesi. “Quando cinque anni fa sono entrati nel mercato affermandosi
come strumento efficace, molti li hanno visti come “la soluzione di tutti i
mali”, spiega al Fatto Quotidiano Paul Gately, direttore del centro More Life
che si occupa di obesità e professore di Exercise and Obesity presso la Beckett
University di Leeds.
Oggi, però, anche le iniezioni per la perdita di peso hanno mostrato i loro
limiti tanto che i ricercatori, nelle annotazioni, hanno invitato a chiarire ai
pazienti che non esistono “formule magiche” o scorciatoie per perdere peso.
“Le diete non funzionano, l’esercizio fisico non funziona, la psicologia non
funziona, ma questi farmaci funzionano”: questa era la narrativa convincente
degli albori ricordata da Gately per spiegare la formula del successo di chi si
poteva permettere questi trattamenti, dai risultati assicurati. “Ma, nella
scienza – ha poi aggiunto – tutto si evolve e quello che sappiamo oggi è che
queste punture funzionano per un breve periodo di tempo. Proprio come le diete,
come l’esercizio fisico e come la psicologia”.
Il senso del ragionamento del professore è che queste ricette non vanno viste né
utilizzate singolarmente, ma adattandole alle situazioni e ai diversi individui.
“Se tutto ciò che facciamo è confrontare uno strumento con un altro per cercare
la soluzione, quando questo smette di funzionare è un fallimento e siamo
destinati a fallire nella lotta all’obesità, quindi – deduce – fa parte della
gestione continua della vita delle persone riconoscere quali sono i loro punti
di forza e quali i loro punti deboli”.
I ricercatori di Oxford hanno comunque confermato i benefici portati dal
dimagrimento indotto dalle iniezioni sia sul sistema cardiovascolare che sulla
salute in generale, dando risultati positivi sul livello di zuccheri nel sangue
e sul colesterolo, dati che però durano fino ad un anno dopo la somministrazione
del farmaco per poi tornare ai livelli originali. La stessa cosa accade per chi
ha perso peso senza scorciatoie ma assumendo regimi di vita e alimentazione più
corretti, però le tempistiche sono diverse perchè, in questo caso, il regresso è
molto più lento.
L’IMPORTANZA DI BILANCIARE IL FARMACO
I farmaci da iniettare che usano il semaglutide possono essere prescritti per un
massimo di due anni, mentre Mounjaro, che è il nome commerciale del farmaco a
base di tirzepatide non ha ancora alcun limite di utilizzo, spiega il Times che
ha citato la ricerca.
In entrambi i casi, però, al termine delle iniezioni, il recupero del peso
avviene in tempi più brevi perchè basta un anno e mezzo dalla fine del
trattamento. L’esempio concreto dei ricercatori di Oxford è fornito da 37 studi
compiuti su 10.000 casi: in media il trattamento dura nove mesi, con un follow
up di altri sette. Chi perde meno di 15 kg di media, ne riprende 10 dopo la fine
delle punture. Chi invece prende altri tipi di farmaci dimagranti in media perde
8,3 kg ma ne riprende 4,8 entro un anno e impiega un anno e sette mesi per
tornare al peso originale. Un altro dei limiti delle iniezioni è che sono molto
costose e soprattutto che non instillano l’idea di assumere abitudini corrette
da mantenere nel tempo, così, una volta interrotte, tutto torna come prima,
compreso il peso sulla bilancia.
“Le persone con maggiori difficoltà finanziarie hanno anche livelli più elevati
di obesità – aggiunge il prof Gately – quindi è vero che un farmaco costoso può
essere utilizzato solo dai ricchi. Ma anche in questo caso, dato che smette di
funzionare una volta che smettiamo di prenderlo, le persone devono continuare a
prenderlo per molto tempo – e non ci sono prove che dimostrino che sia la cosa
giusta da fare”. È a quel punto che, a suo dire, bisognerebbe “ricorrere alla
“cura integrata”, che consiste nel bilanciare il farmaco con una buona
alimentazione, una buona educazione all’esercizio fisico, il supporto
psicologico e il trattamento delle emozioni, in modo che il farmaco sia solo uno
degli strumenti a disposizione, non la soluzione semplice.
LE CONCLUSIONI
La conclusione è che: “la maggior parte delle persone che hanno un problema di
peso hanno fallito nel loro percorso di dimagrimento. Non è che le persone non
ci provino, è che gli strumenti che vengono loro offerti non sono abbastanza
efficaci”. Questa attitudine porterebbe ad abituarsi al fallimento, ma “poiché
questi farmaci sono commercializzati come se fossero la soluzione, le persone ci
credono”. Poi, sfortunatamente, tutto inizia a diventare più difficile: la
perdita di peso inizia a rallentare, o il farmaco è troppo costoso per poter
continuare, oppure ci sono parecchi effetti collaterali associati. “Tutti questi
fattori inducono le persone a smettere di assumere il farmaco e non appena
riprendono peso, sentono di aver fallito di nuovo. Quindi, stiamo insegnando
alle persone a fallire continuamente e questo non è d’aiuto”. Va anche aggiunto
che secondo il prof Gately “la maggior parte delle persone che soffrono di
obesità sa cosa dovrebbe o non dovrebbe fare”. Una mamma impegnata con i figli,
un uomo che lavora molto (per stare negli stereotipi classici) che hanno un
problema di peso, in quale momento della giornata può pensare alla dieta,
all’attività fisica, al sonno e a tutte le altre cose?.
Le persone, insomma, saprebbero cosa fare, “ma la vita impedisce loro di farlo”.
“I farmaci – conclude Gately – possono essere utili, ma c’è anche bisogno di un
po’ di sostegno su come affrontare la vita, in modo più ampio. Non per educare a
cosa mangiare o a quali esercizi fare, quello si sa già, ma su come farlo, come
inserirlo nella propria routine, come affrontare i momenti stressanti in una
situazione familiare, come regolare meglio le proprie emozioni. Queste sono le
vere soluzioni di cui abbiamo bisogno”.
L'articolo “I farmaci dimagranti? Queste punture funzionano per un breve
periodo, quando si smette di prenderle poi si ingrassa subito di nuovo”:
l’allarme nel nuovo studio di Oxford proviene da Il Fatto Quotidiano.
Le immagini scorrono, i dettagli si moltiplicano, l’evento resta lontano ma
l’impatto emotivo è immediato. Tragedie come quella di Crans-Montana non
colpiscono solo chi le vive in prima persona: entrano nelle case, nei pensieri,
nelle paure quotidiane di chi guarda, legge, ascolta. Cosa succede allora nella
mente di chi assiste “da lontano”? È solo empatia, voyerismo o qualcosa di più
profondo che lascia tracce durature sul piano psicologico? Ne parliamo con Elisa
Caponetti, psicologa, per capire come funziona questa forma di trauma indiretto
e perché, davanti a certi eventi, nessuno resta davvero spettatore.
L’ESPERTA: “ASSORBIAMO IL TRAUMA DEGLI ALTRI ATTRAVERSO LE IMMAGINI”
Dottoressa Caponetti, in che modo l’esposizione mediatica costante a una
tragedia può trasformare una “eco emotiva” in un vero e proprio disturbo nel
quotidiano?
Essere esposti costantemente a un evento traumatico può facilitare la
trasformazione della percezione di un evento in un ‘rumore di fondo’ ansiogeno
che va a saturare le risorse cognitive. In psicologia parliamo di
traumatizzazione vicaria: un fenomeno per cui, pur non essendo vittime dirette,
‘assorbiamo’ il trauma altrui attraverso il racconto o le immagini. È come se la
nostra mente, a forza di guardare nell’abisso del dolore degli altri, finisse
per portarsene un pezzetto a casa. Questo meccanismo agisce alterando il nostro
senso di sicurezza: il mondo smette di essere percepito come un luogo
prevedibile e diventa intrinsecamente pericoloso. Quando l’eco emotiva impedisce
il ritorno alla normalità, possono manifestarsi varie tipologie di sintomi e
disturbi che vanno da uno stato ansioso e di allerta costante, come se fossimo
sempre sul punto di dover fuggire da un pericolo imminente, a pensieri intrusivi
legati a immagini della tragedia che appaiono improvvisamente nella mente mentre
facciamo altro, come dei flash che non riusciamo a spegnere. In breve, non siamo
più spettatori esterni, ma diventiamo partecipi di una ferita collettiva che
cambia il modo in cui guardiamo i nostri figli o usciamo di casa”.
NON CI SI SENTE PIÙ “INVULNERABILI”
Perché eventi drammatici che coinvolgono giovani e adolescenti attivano pensieri
come “poteva succedere a mio figlio” in molti genitori? Cosa ci dice la
psicologia dello sviluppo su questa reazione e fino a che punto è utile o
disfunzionale?
“Davanti a tragedie che colpiscono i giovani, scatta la cosiddetta
identificazione proiettiva: il figlio viene vissuto come un’estensione di sé e
della propria continuità biologica. Vedere un coetaneo di nostro figlio colpito
da una profonda tragedia, rompe l’illusione di invulnerabilità e questo spaventa
profondamente. In psicologia dello sviluppo, questa reazione è adattiva se
spinge alla protezione, ma diventa disfunzionale se si trasforma in ansia
soffocante (iperprotezione), impedendo al minore di esplorare il mondo”.
Come si distingue, nella pratica clinica, la traumatizzazione indiretta da
reazioni emotive normali di paura o ansia collettiva? E quali segnali indicano
che è il caso di intervenire con un supporto professionale?
“L’ansia collettiva è passeggera e legata al contesto. La traumatizzazione
indiretta incide sul funzionamento quotidiano. I segnali d’allarme includono
l’evitamento (fuggire da discorsi o luoghi legati all’evento), disturbi del
sonno, una marcata alterazione del tono dell’umore e un senso di disperazione
costante. Se la persona proietta la tragedia sulla propria vita in modo
paralizzante, il supporto professionale diventa essenziale per ‘digerire’
l’emozione bloccata”.
RIPRENDERE CON LO SMARTPHONE COME SINTOMO DI DISTACCO, FREEZING
Qual è l’effetto di fenomeni come riprendere o guardare video durante tragedie –
per esempio con lo smartphone – sulla percezione del rischio e sull’elaborazione
emotiva? La ricerca suggerisce che non sia solo superficialità, ma può esserci
qualcosa di più profondo nel modo in cui il cervello elabora lo shock e la
minaccia.
“Assolutamente si! Riprendere un evento tragico non è sempre e soltanto legato a
questioni di freddezza. È importante non generalizzare questi tipi di
comportamenti, non si tratta necessariamente di cinismo. Spesso è una risposta
di difesa dal freezing (congelamento emotivo): frapporre lo schermo tra sé e
l’orrore crea una distanza psicologica, un filtro che permette di mediare uno
shock altrimenti inelaborabile. Tuttavia, questo apparente distacco altera la
percezione del rischio, anestetizzando l’empatia immediata e complicando la
successiva e reale elaborazione profonda, poiché il cervello cataloga l’evento
come ‘contenuto’ piuttosto che come esperienza umana”.
L'articolo “La nostra mente, a forza di guardare nell’abisso del dolore degli
altri, se ne porta un pezzetto a casa. E il mondo diventa intrinsecamente
pericoloso”. Ecco cosa succede a chi assiste alla tragedia di Cras-Montana
raccontata da tv e giornali proviene da Il Fatto Quotidiano.
In comunità per scontare la pena di triplice omicidio stradale, si è allontanata
ed è stata investita da un’auto. Angelika Hutter è ora in gravissime condizioni.
Il 6 luglio del 2023 la designer tedesca di 34 anni travolse in auto e uccise il
piccolo Mattia Antoniello, il padre Marco (47 anni) e la nonna Maria Grazia Zuin
(64 anni). La famiglia era di Favaro Veneto e si trovava in vacanza a Santo
Stefano di Cadore, in provincia di Belluno.
In carcere fino al marzo del 2024, alla donna era stata riconosciuta l’infermità
mentale e le era stato imposto di scontare la pena nella struttura “Don Girelli”
di Ronco all’Adige, in provincia di Verona. Domenica 28 dicembre, Angelica ha
scavalcato la siepe ed è evasa: la scena è stata ripresa dalle videocamere di
sorveglianza e il personale ha subito allertato le forze dell’ordine.
La fuga della donna era in direzione della strada lì vicino, la Provinciale 19.
All’altezza di via Saletto, però, è stata investita da un suv, una Volvo 760c
guidata da un 77enne veronese. Sul posto sono intervenuti la Polizia stradale di
Legnago per i rilievi e Verona emergenza per portare via la donna in ambulanza.
Arrivata in stato di incoscienza, la donna è ricoverata nel reparto di terapia
intensiva dell’ospedale di Borgo Trento. Ancora da chiarire le dinamiche
dell’incidente.
L'articolo Angelika Hutter fugge dalla comunità e viene investita: nel 2023
uccise con l’auto una famiglia proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è preoccupazione per Ariana Grande. La sua famiglia sta passando un momento
difficile perché è evidente, secondo le fonti anonime intercettate dal Daily
Mail, che qualcosa non sta girando per il verso giusto. “Ariana non ha
affrontato al meglio il tour promozionale di Wicked. – ha confidato la fonte –
Sono successe cose che l’hanno turbata: dall’uomo che ha cercato di afferrarla
mentre attraversava il red carpet ai commenti online al vetriolo. Adesso sta
avendo difficoltà ad elaborare il tutto”.
E ancora: “Non sta bene e di questo ne è consapevole. Tutte le persone attorno a
lei lo sanno. La sua ansia aumenta sempre più, a volte Ariana appare troppo
sensibile. Ha richiesto troppo alle proprie forze e adesso gli effetti sono
sotto gli occhi di tutti. Fortunatamente, lei ha chi la supporta. Tutti la
stanno incoraggiando a prendersi cura della sua salute fisica e mentale, ne ha
davvero bisogno”.
Già nel 2023 Ariana Grande aveva spiegato: “Ci sono diversi modi di apparire in
salute. Il corpo che avevo prima non era affatto salutare: prendevo
antidepressivi, mangiavo male e avevo toccato il fondo. A voi sembravo star
bene, ma non era così. Cercate di essere più gentili, specialmente quando
giudicate i corpi altrui”.
Di certo Ariana Grande ha annunciato una lunga pausa dalla musica dopo il suo
“Eternal Sunshine Tour” del 2026, che ha definito come “un ultimo grande momento
di condivisione con i fan”. Il motivo? Ufficialmente per dedicarsi maggiormente
alla recitazione, ufficiosamente per curare la sua salute fisica e mentale.
L'articolo “La sua ansia aumenta. La stiamo incoraggiando a prendersi cura della
sua salute fisica e mentale”: la famiglia di Ariana Grande è molto preoccupata
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Depressi, isolati e persino con pensieri suicidi. Un nuovo studio di Creators 4
Mental Health e Lupiani Insights & Strategies evidenzia come i creatori di
contenuti abbiano problemi di salute mentale molto più della popolazione
generale. La ricerca, pubblicata dalla Harvard T.H. Chan School of Public Health
e basata su 542 creator nordamericani, rivela un quadro complicato ancor più da
pressioni finanziarie, instabilità degli algoritmi e assenza di confini tra vita
privata e lavoro. Il 52% del campione coinvolto segnala ansia, il 35% ammette di
soffrire di depressione e il 62% soffre di burnout occasionalmente o spesso.
Stando ai risultati dello studio, la professione del creatore di contenuti non
dispone delle infrastrutture per la salute mentale presenti nei settori
occupazionali tradizionali. Questo, malgrado sia il motore di un’economia da 200
miliardi di dollari. Ilfattoquotidiano.it ne ha parlato con il professor
Federico Tonioni, psichiatra e psicoterapeuta presso il Policlinico Gemelli di
Roma.
Perché i creator risultano particolarmente vulnerabili rispetto ad altre
categorie professionali?
Un creator è inevitabilmente molto connesso, e le relazioni online pur essendo
assolutamente reali, non sono “intere”. Le emozioni, cioè, sono rappresentate, e
non presentate. Questa castrazione di contenuti autentici viene in qualche modo
supplita con la tendenza a interpretare di più, e così facendo si apre la strada
al pensiero paranoico. Aggiungiamoci una tendenza alla dissociazione che tutti
noi abbiamo quando siamo davanti a uno screen digitale, e il risultato è la
possibilità di insorgenza di sintomi psicopatologici in chi sta molto online. Ma
c’è di più.
Ovvero?
Chi fa l’influencer o il creator ha dei motivi personali per fare questo lavoro
che dà, oltre ai guadagni, una visibilità narcisistica molto potente. Credo però
che parte della psicopatologia che colpisce questa categoria possa essere
precedente e non conseguente al tipo di lavoro che fa.
Quindi ci sarebbe già una predisposizione di base?
Penso che i sintomi abbiano sempre a che fare con qualcosa che non ha funzionato
nelle prime relazioni con l’ambiente quando si era bambini. Ad esempio, per chi
ha un problema di ritiro sociale, questa professione può diventare un modo per
rifarsi, una strada molto ambiziosa per “guarire” e raggiungere un equilibrio
più gratificante.
Tra le pressioni più grandi che diversi creator hanno riscontrato c’è la
performance dei contenuti. La necessità di dover sempre performare – in
qualsiasi ambito – è uno dei mali dei nostri tempi?
Le performance sono conseguenti alle aspettative. Le prime con cui ci troviamo a
fare i conti sono quelle genitoriali, perché ancor prima di nascere esistiamo
nell’immaginazione dei genitori. Le aspettative sono tossiche, anche se
inevitabili.
Si può parlare di una forma di dipendenza dalla performance digitale?
Sì, e dipende dall’autostima, che è percezione del valore di sé.
Come si può aumentare questo valore?
Sentendosi amati dopo aver deluso le aspettative. Se, per esempio, un ragazzo
prende per la prima volta un brutto voto a scuola non va punito, va compreso con
la massima tenerezza e amato proprio quel giorno. È lì che l’autostima cresce.
Perché abbiamo così paura del fallimento?
Anche il fallimento viene dalle aspettative. Se uno ce la mette tutta ha diritto
di fallire e di non riuscire. Più autostima si ha, più ci si può permettere di
fallire.
Le piattaforme social dovrebbero avere dei protocolli di intervento o di
segnalazione per creator in crisi psicologica?
Servono attenzione e rigore nei confronti del bullismo. Tutti, soprattutto i più
giovani, si muovono nella dicotomia popolarità-vergogna, laddove la vergogna
corrisponde – in particolar modo per gli adolescenti – a un crollo a livello di
identità la cui intensità è proporzionale alla visibilità.
I giovani che vogliono fare i creator vanno istruiti sui rischi psicologici cui
possono andare incontro?
Il creator è un lavoro come gli altri, non è quello che dà dolore mentale. Può
darsi che una persona cerchi una soluzione al proprio dolore in un lavoro
piuttosto che in un altro, ma non vedo un pericolo specifico nel web. La
distanza più sana dai giovani è la fiducia, non il controllo.
L'articolo “Influencer depressi, in ansia e con pensieri suicidi molto più degli
altri lavoratori”: il nuovo studio e il parere dell’esperto proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il problema della violenza giovanile non è solo un deficit di empatia, ma una
mancata educazione alla tolleranza della frustrazione. Ne è convinta la
psicologa Maria Rostagno, che nel suo studio di Rovereto accoglie pazienti di
ogni età e ora, in un’intervista al Corriere, ha individuato un problema
sistemico legato alla mancata educazione affettiva delle nuove generazioni. Una
delle cause principali dell’immaturità emotiva dei giovani di oggi risiede
infatti in una genitorialità affaticata che preferisce evitare il conflitto
immediato.
“La nuova generazione di genitori fa fatica a tollerare la frustrazione dei
figli, una competenza indispensabile per poter educare”, spiega Rostagno. Questa
incapacità porta i genitori a vestire i panni del “benefattore” piuttosto che
dell’educatore.: “I genitori di oggi sono pigri, non hanno voglia di insegnare
questi principi e preferiscono trasformarsi in benefattori dei figli”. Il
risultato è un ragazzino che non impara a sopportare l’insoddisfazione
momentanea. Quando questo meccanismo si rompe, la rabbia esplode in modo
sproporzionato, come nel caso del femminicidio di Afragola, dove l’esecutore
“non ha saputo reggere il moto di rabbia di fronte a una ragazza (di 14 anni)
che ha detto ‘no’“. A questa debolezza educativa si aggiunge un fattore
tecnologico: la dipendenza da dopamina. La nuova generazione è abituata a un
mondo digitale dove la gratificazione è immediata.
“La nuova generazione ne è dipendente a causa dei social”, sottolinea Rostagno.
“I ragazzi di oggi pretendono che i loro desideri vengano esauditi
immediatamente perché hanno davanti agli occhi un mondo irreale dove tutti
sembrano avere tutto“. Di conseguenza, perdono la capacità di tollerare il
sacrificio, un principio fondamentale per vivere nella realtà. “Per riuscire a
vivere nella realtà bisogna essere in grado di saper gestire l’insoddisfazione
momentanea per avere poi una gratificazione a lungo termine”. Molti ragazzi di
oggi non riescono ad avere questa pazienza, non capendo che per ottenere un bel
voto a scuola, devono “studiare, magari non uscire il sabato”.
Queste reazioni violente hanno anche una base neurologica. La dottoressa
Rostagno chiarisce che la corteccia prefrontale, l’area del cervello che ci
rende umani, responsabile del controllo degli impulsi e della valutazione delle
conseguenze, matura completamente solo attorno ai 25 anni. “Per cui un ragazzino
può reagire a stimoli emotivi intensi con una sproporzionata reazione, ed è qui
che subentra l’adultità adeguata nell’aiutare a capire come fare a gestire
questi moti”.
La violenza è spesso alimentata anche dalla costruzione di un’identità maschile
tossica, legata ai concetti di possesso e controllo sulla donna. Nonostante
questo, l’esperta ha notato un cambiamento positivo nelle vittime che non hanno
più paura di rivolgersi a uno psicologo. La stessa Rostagno ha avuto in terapia
giovani che si sono riconosciuti pericolosi nei confronti delle loro compagne.
“Sì, ho avuto un ragazzo che si è riconosciuto pericoloso e violento, anche se
solo verbalmente”, ha raccontato. Un percorso faticoso, ma necessario. “È stato
un lavoro molto faticoso, anche perché dopo alcune sedute è emerso che lui
stesso aveva sofferto di abusi nella sua famiglia”.
L'articolo “Se tuo figlio è rabbioso, è colpa tua. I genitori di oggi sono
pigri, non sanno insegnare il sacrificio e preferiscono fare i benefattori”:
parla la psicologa Maria Rostagno proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Susanna Stacchini
In Europa, il suicidio è la causa principale di morte di giovani in età compresa
fra i 17 e 29 anni e in Italia è la seconda, dopo gli incidenti stradali. Dati
che rendono inspiegabile il tanto disinteresse da parte della politica. Se tutti
noi abbiamo l’obbligo morale di non essere impermeabili al dolore che si
trincera dietro a un gesto tanto estremo, la politica ne ha l’obbligo
istituzionale.
Ha il dovere di rispondere a quella che è una vera e propria emergenza
contemporanea, creando le condizioni perché quel dolore possa essere
intercettato per tempo e trattato di conseguenza, attraverso un’efficacie rete
di protezione, sia essa sanitaria che sociale, familiare che territoriale.
Promuovere e tutelare la salute mentale e a maggior ragione quella dei giovani,
intervenendo su quelli che sono i principali fattori di rischio, ridurrebbe il
bisogno di cura e di conseguenza la pressione sulle casse dello Stato. Da qui,
l’importanza fondamentale della prevenzione che invece, ancora una volta, si
conferma essere la grande assente di sempre.
Non va nel solco della prevenzione condannare molti giovani alla precarietà del
lavoro o a stipendi da fame, negando loro la possibilità di progettare un
futuro. Tantomeno va in quella direzione un modello di società ad impronta
sempre più individualistica, in cui prevale la legge del più forte e dove spesso
il disvalore è un valore. Ecco che in questo scenario, ognuno di noi è chiamato
a fare la sua parte. Dobbiamo imparare a parlare di suicidio con la mente
sgombra da tabù e pregiudizi, evitando il giudizio morale del suicida, compresi
i frequenti accostamenti a una sua probabile torbida esistenza.
Il suicidio non è che l’epilogo di una “malattia mentale” che, arrivata al
culmine della sua gravità, non consente al malato altra opportunità di scelta,
se non la morte. E l’idea che la persona affetta da “malattia psichiatrica”
debba mettercela tutta e reagire per stare meglio, come se non si trattasse di
una patologia ma di uno stato d’animo dal quale poter uscire grazie alla forza
di volontà, è un approccio deleterio. Il messaggio che arriva al malato è
sminuente e colpevolizzante. Nessuno oserebbe dire lo stesso a una persona
cardiopatica o diabetica.
Ora, com’è vero che anche nell’ambito della psichiatria certi quadri clinici
possono risultare letali per la loro ingravescenza, anche una mancata o
inadeguata presa in carico possono condizionarne pesantemente la prognosi. In
una sanità sempre più imbrigliata fra protocolli, regolamenti e un’ortodossa
aderenza al budget, si perde di vista il valore nevralgico della centralità
della persona, soprattutto se malata. Così, mentre la ricerca ha fatto evidenti
progressi, studiando farmaci innovativi, strumenti, metodi e strategie
d’intervento, la politica non ha fatto altrettanto. Manca un piano strutturale
serio che risponda ai bisogni di una popolazione giovanile sempre più in
difficoltà. Non è con un bonus psicologo annuo, da elargire in base al valore
Isee e fino a esaurimento fondi, che si può affrontare il dramma del disagio
giovanile.
Il benessere psichico non è un di più, non è il superfluo, è una priorità. Il
corpo non è a sé stante dalla mente e viceversa e come due inseparabili compagni
di viaggio sono da sempre dipendenti l’uno dall’altro. Ma la politica non ha
assolutamente fatto proprio questo concetto, tanto da tradire senza esitazioni
una legge che ha fatto letteralmente storia, la legge Basaglia del 1978. Quella
legge rivoluzionò l’approccio alla salute mentale. Abolì i manicomi e introdusse
il superamento del concetto di isolamento e modello custodiale, introducendo
parallelamente un nuovo modello di cura basato sulla riabilitazione,
territorialità, inclusione sociale e rispetto dei diritti della persona malata.
Una legge evidentemente troppo illuminante e precorritrice dei tempi, per
politici accecati dalla smania di potere che hanno preferito non sfruttarne le
potenzialità.
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L'articolo La salute mentale è la priorità: richiede interventi concreti, non
bonus psicologi temporanei proviene da Il Fatto Quotidiano.
La salute mentale pervade sempre di più le nostre riflessioni. Come fa con ogni
tema, il cinema la sviscera e la racconta senza filtri. Questa è la volontà
dello Spiraglio a Milano, alla sua quinta edizione, organizzato da Cinergie. Il
progetto prende il nome dall’esperienza dello Spiraglio Film Festival di Roma,
caposaldo del tema cinema e salute mentale ed ormai alla sua sedicesima
edizione.
Cinergie è un percorso riabilitativo nato dall’associazione Zuccheribelli onlus,
con lo scopo di promuovere progetti orientati all’inclusione lavorativa di
persone con disabilità. “Il legame tra i due festival parte nel 2009“, spiega a
ilfattoquotidiano.it il terapeuta di Cinergie Andrea Valvassoi, “perché il
nostro gruppo ha partecipato allo Spiraglio di Roma ed è stato premiato come
miglior cortometraggio con il progetto Una trota in microonde. Da allora l’idea
di collaborare con i colleghi per far nascere una rassegna anche a Milano”.
Cinergie riesce a coinvolgere un gran numero di persone, da utenti a operatori,
da esperti ad appassionati. La prima edizione arriva nel 2019, dopo 10 anni di
lavoro, sempre all’Anteo Citylife. Stessa location nel 2022, 2024 e 2025 e
quest’anno. Valvassoi collabora con i ragazzi nella scelta delle pellicole, ma
il loro lavoro non ha solo una funzione pratica: “Ogni settimana visioniamo dei
film che provengono dalla rassegna di Roma per stimolare una riflessione sulla
salute. La funzione è anche in parte terapeutica, in carico ai servizi della
salute mentale di Milano che ci segnalano pazienti e noi li coinvolgiamo“. Per
oltre otto mesi tutti i partecipanti hanno lavorato alla visione, selezione e
programmazione della giornata. Sono stati scelti 15 cortometraggi, 2
lungometraggi e saranno accompagnati da numerosi incontri con registi ed attori.
La rassegna si terrà mercoledì 26 novembre 2025 presso il cinema Anteo Citylife,
nella sala Capitol e sala Aurora con ingresso gratuito, fino ad esaurimento
posti. L’iniziativa è promossa da Cascina Biblioteca Cooperativa di solidarietà
sociale e Progetto “ACCOGLIMI PLUS”, ed è realizzata con l’Assessorato Welfare e
Salute del Comune di Milano, finanziata con fondi PON Metro Plus 2021-2027
Prevista anche, come extra festival, la presentazione del film Come quando
eravamo piccoli di Camilla Filippi, presente in sala. In programma poi
Tracciamenti, l’inchiesta finalista del premio Morrione 2024 di Edoardo Anziano,
Francesca Cicculli e Roberta Lancello. Nella sala Capitol del cinema, invece,
nel pomeriggio ci sarà una serie di proiezioni riservate ad un pubblico giovane
e di studenti. La programmazione della sera prevede infine Il mio compleanno,
lungometraggio di Christian Filippi, vincitore dell’ultima edizione de Lo
Spiraglio Film festival di Roma.
Dal festival, ci dice Andrea, “ci si aspetta anche quest’anno una buona
partecipazione. La Sala Aurora ha 150 posti con persone che vanno e vengono
dalla mattina alla sera. A Roma hanno un’organizzazione più ampia su 4 giornate”
– prosegue – “ma l’anno scorso e gli altri anni è andata bene come pubblico”.
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con film scelti insieme da utenti e operatori proviene da Il Fatto Quotidiano.