Paolo Kessisoglu e la compagna Silvia Rocchi tre anni fa hanno fondato
l’associazione no profit “C’è da Fare ETS” che sostiene gli adolescenti con
gravi disagi psichici e psicologici (12-18 anni). Proprio il 18 marzo a Milano
si terrà una cena di beneficenza per raccogliere fondi e sostenere le nuove
iniziative.
“Abbiamo imparato che, purtroppo, i numeri sono sempre in crescita – ha
affermato Paolo Kessisoglu a Vanity Fair – e abbiamo scoperto che il sistema
sanitario nazionale, per come è organizzato attualmente, non può gestire questa
criticità. I format che abbiamo creato con l’associazione prevedono delle équipe
d’intervento multidisciplinari. Quindi, non c’è solo lo psicologo ma anche altre
figure che lo affiancano quando viene preso in carico un paziente. Per ora, un
approccio del genere nel nostro sistema sanitario nazionale è impraticabile, sia
dal punto di vista economico che strutturale. Dovrebbe cambiare totalmente
mentalità”.
“Da ciò che ci dicono i neuropsichiatri con cui parliamo, – ha continuato
l’attore – c’è un trend generalizzato di aumento dei tentativi di suicidio,
degli agiti autolesivi e dei disturbi del comportamento alimentare. Erano già
presenti 10 anni fa, ma c’è stato un forte aumento negli ultimi 4-5 anni.
Diciamo che soprattutto gli agiti autolesivi sono cresciuti in maniera
sostanziale perché, cercando di semplificare, rientrano nella sintomatologia
legata allo spettro delle neurodivergenze. E se parliamo anche solo di 20 anni
fa, non erano così studiate, approfondite e diagnosticate come ora”.
Insomma l’appello è chiaro: “Alle istituzioni, dico che il problema è complesso,
radicato e molto vasto. Quindi, smettetela di litigare sui telefonini e
mettetevi a studiare seriamente perché le cose da fare sono tantissime”.
L'articolo “C’è un aumento dei tentativi di suicidio e dei disturbi alimentari.
Alle istituzioni dico: smettetela di litigare sui telefonini e mettetevi a
studiare”: parla Paolo Kessisoglu proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Salute Mentale
Blanco sta tornando, dopo una lunga pausa dalla musica interrotta dai singoli
“Piangere a 90”, “Maledetta rabbia” e “Anche a vent’anni si muore”. L’artista
infatti ha annunciato il nuovo album “Ma’”, in uscita venerdì 3 aprile. Il nuovo
disco sarà presentato dal vivo tra aprile e maggio 2026 durante “Il primo tour
nei palazzetti” di Blanco. “Ho scelto come copertina del nuovo album un’immagine
di me e mia madre scattata da mio padre quindici anni fa. – ha dichiarato a
Vanity Fair – Mi trasmette un senso d’innocenza. E la cosa mi piace. Non voglio
tornare a essere innocente. Sto provando a farmi accettare per come sono.
Nell’album, scrivo: crescere non significa essere più liberi. Prima ero più
sognatore. Oggi sono più interessato alle possibilità che ai sogni. Perché, alla
fine, crescere fa un po’ paura”.
Dopo la vittoria al Festival di Sanremo 2022 con Mahmood in “Brividi”, poi
l’Eurovision Song Contest, il duetto con Mina nel 2023, gli stadi… Qualcosa si è
rotto dentro Blanco: “Ci sono stati momenti dove mi sentivo davvero male, come
in un buco”.
I ricordi si fanno vividi: “Un pomeriggio d’inverno, a casa. Ero seduto sul
divano da tanto tempo. Niente cellulare, sguardo fisso nel vuoto. Avevo l’albero
di Natale accanto. A un certo punto mi alzo, prendo l’albero e lo butto giù
dalle scale. Poi mi metto in un angolo e piango a dirotto”.
“Col tempo e con l’analisi, ho imparato a rispettare la mia rabbia. – ha
continuato – La mia rabbia è genuina perché non viene mai sfogata verso gli
altri. Nella vita le ho sempre più prese che date. Con la rabbia io faccio del
male solo a me stesso. E a volte mi è capitato di farmi molto, molto male”.
Poi la decisione di farsi aiutare: “Una notte, ero in spiaggia, con un mio
amico. Lui è il classico tipo che incute timore: alto, grosso, tatuato. A un
certo punto, dal nulla, scoppia a piangere. Io resto senza parole. Poi iniziamo
a parlare e lui mi dice che va in analisi, che sta cambiando. Che è forte e
doloroso. Mi sono detto: ci devo andare anch’io“.
“La prima volta che entro dal terapeuta, lui sta zitto e io inizio a raccontare.
– ha concluso – Mi ricordo bene l’immagine: io che tremo come un bambino dopo
appena tre minuti. Non riuscivo a parlare di certe cose senza che il mio corpo
potesse restare fermo. Non mi ci è voluto molto a capire che c’era molto, molto
lavoro da fare”.
L'articolo “La prima volta dal terapeuta? Tremavo come un bambino, dopo appena
tre minuti. Ci sono stati momenti dove mi sentivo davvero male, come in un
buco”: il ritorno di Blanco proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nel 2023 è tornata con la sorella Paola a fare “Furore” sulle scene musicali,
(ri)partendo dal palco di Sanremo. Quel momento di festa, però, per Chiara Iezzi
non è stato dei più semplici, perché si è trovata a fare i conti con una fase
personale delicata. “Stavo affrontando un periodo di depressione e attacchi di
panico” racconta a Verissimo nella puntata del 28 febbraio.
IL RITORNO A SANREMO
“La bellissima idea di tornare a Sanremo era meravigliosa e al tempo stesso mi
sentivo insicura di non riuscire a essere al mio meglio su un palco così bello e
difficile, perché Sanremo ti incute timore, vuoi essere perfetto”. La cantante
prosegue mettendo in luce la difficoltà di gestire un passo così importante a
fronte di fragilità che in quel periodo stava vivendo anche nelle piccole cose
di tutti i giorni: “Una parte di me pensava: ‘Non so se ci riesci ad affrontare
tutto questo col sorriso. A casa fai fatica a uscire per una passeggiata, e
improvvisamente ti ritroverai sotto i riflettori a Sanremo’“.
COME STA OGGI CHIARA IEZZI
Chiara Iezzi non si nasconde dietro un dito: “Questo ha lasciato probabilmente
spazio a incomprensioni perché la gente mi vedeva strana, intontita,
probabilmente anche per la cura che stavo seguendo, per i farmaci“. Tuttavia
quanto accaduto le ha dato modo di aprirsi e raccontarsi al pubblico: “Non è
stato un segno di debolezza come credevo, condividere con gli altri aiuta”. E a
Silvia Toffanin che le domanda come si senta oggi, risponde: “Sono ancora in
cura, però è risolto tutto quello è stato il momento più difficle perché c’era
tanta esposizione, ma poi la cura ha funzionato molto bene, quindi mi sento più
sicura e tranquilla”.
L'articolo “A Sanremo la gente mi vedeva intontita, dicevano che non avevo
voglia. Erano i farmaci, stavo affrontando depressione e attacchi di panico”: le
parole di Chiara Iezzi proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Mi fermerei e mi curerei 15 anni fa, quando ero al top. Mi prenderei un anno
sabbatico e poi ricomincerei a lavorare”. Se Sara Tommasi potesse tornare
indietro agirebbe diversamente. “Così mi era stato consigliato” racconta a Diva
e Donna. “Purtroppo, sono passati molti anni da quando mi sono curata a oggi, e
quel tempo non lo posso più recuperare. Ma voglio lasciarmi alle spalle il
periodo brutto, ormai non lo posso cancellare, ma posso andare avanti”.
LA NUOVA VITA DI SARA TOMMASI
Oggi Sara Tommasi vive in Egitto, è sposata con il suo agente Antonio Orso e
quando torna in Italia fa tappa a Terni, dove c’è la sua famiglia. Se pensa a
diventare madre? “Per noi ci sarebbe l’opzione dell’adozione, perché io sono
stata operata all’utero e la gravidanza sarebbe a rischio“, racconta, come
riporta Il Messaggero. “Però devo confessare che stiamo talmente bene, in questa
fase, che voglio godermela ancora un po’”.
In passato Tommasi ha fatto parlare di sé per problemi legati alla salute
mentale. Proprio come è successo a lei, anche il padre soffre di disturbo
bipolare: “Per fortuna ora sta bene, esce di casa per fare qualche passeggiata,
magari un po’ di sport. È sempre sotto controllo” fa sapere.
L'articolo “Se potessi tornare indietro mi fermerei e mi curerei. Non posso
cancellare quel periodo brutto, ma posso andare avanti”: così Sara Tommasi
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Robert Carradine, noto per i suoi ruoli in “La rivincita dei nerds” e “Lizzie
McGuire”, è morto all’età di 71 anni. Carradine si è suicidato dopo anni di
convivenza con il disturbo bipolare, ha dichiarato la famiglia in una nota,
nella speranza di sensibilizzare l’opinione pubblica. “È con profonda tristezza
che dobbiamo annunciare la scomparsa del nostro amato padre, nonno, zio e
fratello Robert Carradine”, ha dichiarato la famiglia in una nota a Deadline
lunedì.
IL MESSAGGIO DELLA FAMIGLIA
“In un mondo che può sembrare così buio, Bobby è sempre stato un faro di luce
per tutti coloro che lo circondavano. Siamo addolorati per la perdita di questa
splendida anima e vogliamo rendere omaggio alla coraggiosa lotta di Bobby contro
la sua battaglia, durata quasi vent’anni, contro il disturbo bipolare. Speriamo
che il suo percorso possa illuminare e incoraggiare ad affrontare lo stigma
associato alla malattia mentale. In questo momento chiediamo la massima
riservatezza per elaborare il lutto per questa perdita insondabile. Con
gratitudine per la vostra comprensione e compassione”.
LE PAROLE DEL FRATELLO KEITH
Suo fratello maggiore Keith Carradine, anche lui attore, ha dichiarato a
Deadline che la famiglia voleva che il mondo sapesse della malattia mentale del
fratello. “Vogliamo che la gente lo sappia, e non c’è nulla di cui vergognarsi“,
ha fatto sapere. “Voglio celebrarlo per la sua lotta contro la malattia e
celebrare la sua anima meravigliosa. Ci mancherà ogni giorno. Troveremo conforto
nel vedere quanto potesse essere divertente, quanto fosse saggio, profondamente
tollerante. Ecco chi era il mio fratellino”.
CHI ERA ROBERT CARRADINE
Nel 2009, il fratellastro maggiore di Carradine, David, morì all’età di 72 anni
per asfissia in una stanza d’albergo in Thailandia. Robert in seguito affermò
che la sua malattia mentale era stata scatenata proprio dalla morte del
fratello. Nato nel 1954, Carradine era il figlio più giovane dell’attore John
Carradine. Aveva due fratellastri maggiori, David e Bruce, nati dal primo
matrimonio del padre, e due fratelli maggiori, Keith e Christopher; tutti,
tranne Christopher, si sono dedicati alla recitazione.
Il debutto cinematografico è stato al fianco di John Wayne in “The Cowboys” nel
1972, seguito in rapida successione da una parte nel film premio Oscar “Tornando
a casa” e da un piccolo ruolo nel film di Martin Scorsese del 1973 “Mean
Streets”. E poi: “I cavalieri dalle lunghe ombre” e la commedia del 1984 “La
rivincita dei nerds”, in cui interpretava il protagonista Lewis Skolnick.
L’attore è riuscito a farsi conoscere e apprezzare anche dalle generazioni
successive interpretando il padre di Lizzie McGuire, Sam, apparendo al fianco di
Hilary Duff nella omonima serie tra il 2001 e il 2004.
L'articolo È morto Robert Carradine, addio all’attore de “La rivincita dei
nerds” e “Lizzie McGuire”: “Lottava con un disturbo bipolare, vogliamo che si
sappia, non c’è nulla di cui vergognarsi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
In una puntata del podcast “The SHE Word”, Miss Universo Malta Julia Ann Cluett
ha riflettuto sui sacrifici fatti per partecipare ai concorsi di bellezza.
Cluett ha infatti raccontato di essere stata licenziata dal proprio lavoro due
giorni prima di essere incoronata Miss Universo Malta nel luglio 2025 e di
essere rimasta senza stipendio per un totale di sette mesi.
LA ‘DURA’ VITA DELLE REGINETTE DI BELLEZZA
Tempo, impegno, dedizione e denaro: questi sono gli elementi che le reginette di
bellezza devono possedere e mettere in campo per essere competitive sul
palcoscenico di un concorso. Cluett ha fatto riferimento a quanto le è accaduto
nel luglio 2025, quando è stata licenziata poco prima di vincere la selezione
nazionale per Miss Universo: “Sono stata licenziata due giorni prima del
concorso di Miss Universo Malta. Stavo persino cercando e trovando un
appartamento in quel momento, quindi ho perso tutto“.
La 28enne ha spiegato che, mentre si preparava a competere a livello
internazionale, è rimasta disoccupata per altri 7 mesi in quanto non è riuscita
a trovare lavoro mentre adempiva ai propri impegni prima come Miss Universo
Malta, e poi intanto che si preparava a rappresentare il proprio Paese a Miss
Universo in Thailandia per tre settimane. Quale azienda, si è chiesta la
reginetta, potrebbe mai accettare una nuova dipendente sapendo già che si
assenterà per diverse settimane? “Ho dovuto sacrificare il mio lavoro, un
appartamento, uno stipendio per essere Miss Universo Malta“, le sue parole.
IL RACCONTO A “THE SHE WORD”
Cluett, attivista per la salute mentale, afferma di non aver preso alla leggera
la decisione di procedere. E a quanto pare ha fatto bene, perché in Thailandia è
stata tra le prime 12 finaliste da tutto il mondo. È stata anche nominata Miss
Universo Europa e Medio Oriente, ma ricorda ancora il difficile periodo
precedente alla competizione: “Ci sono stati molti momenti in cui mi chiedevo:
‘Come farò? Come farò a superare tutto questo?’ Ma bisogna farlo”, ha raccontato
nel podcast. Malgrado tutte le difficoltà, non ha mai pensato di rinunciare al
titolo nazionale e al posto a Miss Universo: “Mi dicevo: ‘Non avrò mai più
questa opportunità. Era il mio momento”, ha concluso.
L'articolo “Ho perso tutto. Mi hanno licenziata due giorni prima della
vittoria”: lo sfogo di Miss Universo Malta proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è una scena di Sex and the City che, a distanza di anni, continua a tornare
come una spiegazione pronta all’uso delle delusioni sentimentali: la cosiddetta
“teoria del taxi”. Secondo questa metafora, le persone sarebbero come taxi che
girano a vuoto finché, a un certo punto, si accende la “luce”: quando sono
pronte a impegnarsi davvero, lo fanno con chi capita in quel momento, non
necessariamente con chi hanno amato di più o più a lungo.
Una narrazione semplice, quasi consolatoria, che oggi circola tra social e
articoli di lifestyle per spiegare un’esperienza comune e dolorosa: quella di
vedere un ex partner, con cui una relazione non è mai “decollata”, costruire
rapidamente una nuova storia stabile. Ma se da un lato questa teoria sembra
alleviare il senso di rifiuto, dall’altro rischia di diventare una scorciatoia
emotiva che semplifica troppo dinamiche psicologiche complesse. Quanto ci aiuta
davvero a capire cosa è successo? E soprattutto: come si può trasformare una
fine che brucia in un passaggio di crescita personale, invece che in una ferita
che continua a sanguinare? “Questa narrazione è un meccanismo di
razionalizzazione che sposta il focus dal piano dell’identità (‘non valgo’) a
quello degli eventi (‘non era il momento’) placando la nostra centrale d’allarme
emotiva, che dopo un rifiuto emette segnali di pericolo costante proteggendoci
dal trauma del rifiuto – spiega al FattoQuotidiano.it Elisa Caponetti, psicologa
-. È utile come ‘primo soccorso’ per frenare la ruminazione, ma diventa
disfunzionale se alimenta l’evitamento e la non consapevolezza: se è solo colpa
del tempismo, smetto di interrogarmi sulla mia quota di responsabilità nella
scelta di partner indisponibili”.
LA PSICOLOGA: “IDEALIZZARE IL PASSATO È UN SEGNALE DI ALLARME”
Nella fase immediatamente successiva alla fine di una relazione, quali segnali
indicano che una persona sta evitando l’elaborazione emotiva del distacco? E
quali passi concreti possono favorire un attraversamento più sano del lutto
relazionale?
“L’evitamento si manifesta con l’iperattività o il ‘chiodo schiaccia chiodo’. Un
segnale d’allarme è l’idealizzazione del passato, filtrando solo i ricordi
positivi. Per un lutto sano, non serve dimenticare ma accettare che la storia è
finita e smettere di sperare in un finale diverso. È utile staccare dai social
per interrompere la tendenza a controllare l’altro e lasciare che il dolore
faccia il suo corso”.
La domanda che molti si fanno è sempre la stessa: “Perché con me non era pronto
e con l’altra sì?”
“Questa domanda nasce da un confronto che ferisce l’autostima. Dobbiamo
distinguere tra disponibilità (essere pronti) e compatibilità (essere giusti).
Spesso l’ex non è ‘cambiato’, ha solo trovato un incastro che richiede meno
sforzo o che si adatta meglio ai suoi limiti. La domanda utile non è cos’ha lei
più di me? ma perché ero disposta ad aspettare chi non c’era? O, più
semplicemente, accettare che non eravamo realmente adatti l’uno per l’altra”.
EVITATE DI MISURATE IL VOSTRO VALORE CON LE SCELTE DELL’ALTRO
Il confronto con l’ex che “riparte” subito può colpire duramente l’autostima.
Come aiutarsi a non misurare il proprio valore attraverso la scelta – o la
mancata scelta – dell’altro?
“Bisogna smettere di considerare l’altro come il giudice del nostro valore. Una
strategia pratica è la ‘differenziazione del Sé’: investire energie in ambiti
(lavoro, passioni, amicizie) dove l’ex non ha potere. È importante separare il
fallimento del ‘progetto coppia’ dal valore intrinseco della propria persona”.
NON ABBIATE FRETTA DI RIEMPIRE LA VOSTRA SOLITUDINE
Guardando alla fase successiva alla rottura, quali sono i segnali che indicano
una vera crescita post-relazionale?
“La vera maturazione si vede dalla capacità di stare nella solitudine senza
l’urgenza di riempirla. Chi cresce cambia i criteri di scelta futuri e riconosce
i propri schemi ripetitivi. Chi invece si tuffa subito in una nuova storia sta
solo cambiando passeggero: senza un’elaborazione autentica, i nodi irrisolti si
ripresenteranno identici al prossimo incrocio. La presenza dell’altro deve
rappresentare un valore aggiunto, non una colla per i propri pezzi infranti”.
L'articolo La “Teoria dei taxi” di “Sex and the City” e la verità sull’amore,
come si supera una relazione finita e quando si è davvero pronti per una nuova
storia? I consigli della psicologa proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Victor C. Vallerini *
C’è una contraddizione sempre più evidente nel mondo del lavoro contemporaneo:
mentre si moltiplicano i discorsi su benessere, felicità e “centralità delle
persone”, i dati su burnout, depressione e disagio psicologico continuano a
crescere. Qualcosa non torna. E forse il problema non è la mancanza di
strumenti, ma l’incoerenza tra ciò che si dichiara e ciò che realmente si
pratica.
Da anni lavoro in azienda come formatore, attraverso la psicologia positiva, la
mindfulness, l’intelligenza emotiva e la comunicazione, intese non come
tecniche, ma come linguaggi per comprendere l’essere umano al lavoro. Prima
ancora sono stato professore di filosofia e religione al liceo. Questo percorso,
che attraversa ambiti solo in apparenza distanti, mi ha insegnato una cosa
essenziale: non esiste benessere senza verità. E molte organizzazioni, oggi,
esitano ad affrontarla, perché significherebbe rimettere in discussione modelli
profondamente radicati.
Si parla di salute mentale, ma si continua a premiare solo la performance. Si
organizzano workshop sullo stress, ma si mantengono ritmi incompatibili con una
vita umana. Si invita alla resilienza, trasformandola in un dovere morale,
mentre si normalizza l’esaurimento. Il filosofo Byung-Chul Han ha descritto
questo meccanismo con lucidità: nella “società della stanchezza” non è più il
padrone a sfruttare il lavoratore, ma l’individuo a sfruttare se stesso in nome
dell’efficienza, dell’autorealizzazione e della competitività permanente.
La salute, però, non è solo assenza di malattia, così come la felicità non
coincide con un sorriso forzato durante una call motivazionale. Già Aristotele
ricordava che la eudaimonía – spesso tradotta in modo superficiale come felicità
– è una forma di fioritura dell’essere umano, possibile solo quando esiste
equilibrio tra azione, pensiero e senso. Ridurre la felicità a un indicatore di
clima aziendale significa svuotarla del suo significato più profondo.
Prendersi cura delle persone implica allora occuparsi della mente e anche dello
spirito, inteso non in senso religioso, ma come dimensione di significato,
orientamento e visione. Una dimensione che il linguaggio aziendale tende a
rimuovere perché non è immediatamente misurabile, né facilmente controllabile.
Eppure, come scriveva Viktor Frankl, “l’uomo non è distrutto dalla sofferenza,
ma dalla sofferenza priva di senso”. Vale nella vita, vale anche nel lavoro.
Per questo, nel mio lavoro, affianco ai percorsi più convenzionali riferimenti
filosofici e simbolici, dalla tradizione classica fino alla Cabala, alla Divina
Commedia e all’Ermetismo, letti in chiave psicologica e culturale. Non come
curiosità esoteriche, ma come strumenti di consapevolezza. Perché una persona
più consapevole è anche meno manipolabile, meno ricattabile, meno disposta a
sacrificare tutto in nome della prestazione.
Ed è qui che il discorso sul benessere smette di essere superficiale e diventa
essenziale. Il vero nodo non è che le aziende parlino di felicità, ma che spesso
lo facciano senza fermarsi a interrogarsi sul senso del cammino intrapreso. Come
ricordava Seneca, “non è che abbiamo poco tempo, è che ne sprechiamo molto”. E
lo spreco più grande, oggi, è muoversi senza una direzione interiore chiara. Lo
stesso Seneca aggiungeva una frase che risuona come un monito sempre attuale:
“Nessun vento è favorevole al marinaio che non sa dove andare.” Senza una meta
che non sia solo economica o prestazionale, anche l’organizzazione più
efficiente rischia di perdersi, e con essa le persone che la abitano ogni
giorno.
Oggi molte realtà lavorative corrono, accelerano, ottimizzano, ma spesso
dimenticano di sostare. Eppure, già Eraclito insegnava che “il carattere
dell’uomo è il suo destino”: non ciò che facciamo freneticamente, ma il modo in
cui abitiamo ciò che facciamo determina la qualità della nostra vita. Vale per
l’individuo, vale per le organizzazioni.
Prendersi cura del benessere significa, allora, recuperare una visione più ampia
dell’essere umano. E forse la vera sfida, oggi, non è insegnare alle persone a
resistere di più, ma aiutarle a ritrovare senso, misura e direzione. Perché,
quando il lavoro torna a essere un luogo di significato e non solo di
prestazione, anche la felicità smette di essere una parola vuota e diventa
un’esperienza possibile, concreta, quotidiana: una presenza vissuta e goduta nel
qui e ora.
*Professore e formatore aziendale. Dopo una formazione umanistica e filosofica,
ho integrato psicologia, psicanalisi e intelligenza emotiva nel mio lavoro con
persone e aziende, occupandomi di leadership, consapevolezza, benessere e senso
del lavoro attraverso corsi, conferenze e mentoring
L'articolo Benessere aziendale: la retorica della performance e la salute che
non si può più ignorare proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Sabrina Rossi, psicologa e psicoterapeuta
All’inizio del 2026, Anguillara Sabazia è diventata un nuovo nome nella lunga
lista dei femminicidi. Federica Torzullo aveva 41 anni. È stata uccisa dal
marito nella sua casa. Dopo ogni femminicidio torna la stessa domanda: era
malato di mente?
Nel senso comune la risposta oscilla sempre tra due estremi: o “pazzo” o
“normale”. Ma è un’alternativa falsa, che semplifica e nasconde. La sofferenza
mentale non si presenta solo come deliri e allucinazioni evidenti. Esistono
funzionamenti psichici gravi, privi di sintomi psicotici eclatanti, che alterano
il rapporto con l’altro e diventano riconoscibili solo nell’agito violento. Se
vogliamo usare correttamente la parola malattia mentale, dobbiamo spostarla dal
“raptus” alla struttura psichica.
Molti femminicidi non nascono da una follia improvvisa, ma da funzionamenti
mentali rigidi e fragili: bisogno di controllo, gelosia patologica, dipendenza
affettiva, incapacità di tollerare la separazione. Non sono mostri isolati né
uomini “normali” colti da un momento di pazzia, ma soggetti con un equilibrio
interno precario, che crolla quando l’altro prova a sottrarsi.
Qui la patologia non è una psicosi manifesta, ma una mente lucida e formalmente
organizzata che perde il contatto emotivo con la realtà dell’altro e lo riduce a
oggetto di regolazione interna. Quando una donna prova a separarsi questo non è
vissuto come un dolore da elaborare, ma come una minaccia intollerabile alla
propria tenuta psichica, come se venisse meno un pezzo di sé: è lì che la
violenza diventa possibile.
Carlomagno dice di aver ucciso perché “aveva paura di perdere suo figlio”:
questa è una scorciatoia che consola, ma non spiega. Milioni di genitori ogni
giorno temono di perdere un figlio, soffrono, chiedono aiuto, affrontano
tribunali e separazioni: non uccidono.
Quella frase non racconta la causa dell’omicidio: racconta solo il tentativo di
rendere il gesto dicibile, presentabile, narrabile, dando una motivazione
“razionale” a una dinamica psichica distruttiva molto più profonda.
In questi casi le funzioni cognitive restano integre: il soggetto pensa e agisce
in modo lucido e organizzato. Ma le funzioni affettive sono dissociate: non c’è
empatia, non c’è colpa, non c’è vero contatto affettivo con l’altro, che viene
ridotto a oggetto o a minaccia. È come se la persona agisse dentro un vuoto
emotivo: sa cosa sta facendo, ma non sente davvero chi sta colpendo. L’altro non
è più percepito come un essere umano, ma come un ostacolo da eliminare per
ristabilire un equilibrio interno. È una violenza che parla di un rapporto già
malato, non di una crisi improvvisa.
Il vero nucleo psicopatologico non è nella “paura di perdere il figlio”, ma
nella confusione tra amore e possesso. In un rapporto sano l’altro è
riconosciuto come persona autonoma, quindi libero di andarsene. In un rapporto
malato l’altro è vissuto come una proprietà, un’estensione di sé, una garanzia
di stabilità interna.
Quando questa “proprietà” minaccia di andarsene, non si attiva solo il dolore
della perdita, ma un vissuto di crollo identitario. È in questo punto che la
violenza diventa possibile: non perché l’amore sia troppo grande, ma perché
l’amore è già finito ed è rimasto solo il
dominio.
Qui non siamo davanti a una gelosia eccessiva, ma a un funzionamento
psicopatologico in cui il legame non è più un rapporto tra due soggetti, ma un
sistema di controllo su un oggetto. Rifiutarsi di parlare di malattia mentale
per paura di “assolvere” l’omicida è un errore culturale grave. Significa
rinunciare a capire le dinamiche profonde della violenza e quindi a prevenirla.
Parlare di dinamiche mentali serve a riconoscere i segnali, smontare narrazioni
tossiche e intervenire prima che il controllo diventi violenza, per proteggere
le donne prima che sia troppo tardi.
IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI
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L'articolo Femminicidio Anguillara, la frase di Carlomagno sul figlio è una
scorciatoia: consola, ma non spiega proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ucciso selvaggiamente dal suo compagno di stanza, un cittadino romeno di 26
anni, che lo ha massacrato di botte alla testa usando la spalliera del letto
come spranga. È morto così Antonio Domenico Martinelli, 72enne ex dipendente di
banca ricoverato da tempo nel reparto psichiatrico dell’ospedale De Lellis di
Rieti.
L’aggressione è avvenuta nel pomeriggio di mercoledì 21 gennaio. I sanitari sono
intervenuti immediatamente, ma per la vittima non c’è stato niente da fare. La
direzione della struttura non ha rilasciato dichiarazioni in merito all’accaduto
e ancora non si conoscono i particolari della vicenda, su cui stanno indagando i
Carabinieri del Comando provinciale, coordinati dal magistrato di turno.
L'articolo Picchiato con la spalliera del letto dal compagno di stanza
d’ospedale: ucciso a Rieti un 72enne ricoverato in Psichiatria proviene da Il
Fatto Quotidiano.