In Italia l’accesso in sicurezza e con specifici professionisti alle cure
odontoiatriche per le persone con gravi disabilità motorie, in particolare che
hanno patologie neurologiche degenerative, non è affatto semplice e difficile da
trovare. Ci sono poche strutture sanitarie pubbliche o private convenzionate che
mettono a disposizione a livello integrato un approccio personalizzato,
operatori specializzati ed esperti sanitari di malattie neuromuscolari. Per
andare incontro ai bisogni di donne e uomini, ma anche bambini, che convivono ad
esempio con la distrofia muscolare, l’Atrofia muscolare spinale o la Sclerosi
laterale amiotrofica, il Centro Clinico NeMo di Milano in collaborazione con
l’Ospedale Niguarda offre il servizio NeMo è ORO, “per la prima volta un modello
di salute orale strutturato e multidisciplinare in grado di coordinare
neurologi, fisiatri, infermieri, terapisti e odontoiatri”, spiegano gli
organizzatori del progetto.
L’iniziativa è stata ideata per completare e migliorare i vari percorsi di presa
in carico e cura ad alta complessità del NeMO. E’ supportata da diverse
associazioni nazionali, come l’Unione italiana lotta alla distrofia muscolare
(Uildm), Famiglie SMA, Associazione italiana sclerosi laterale amiotrofica
(Aisla), Parent Project e Associazione per lo studio delle atrofie muscolari
spinali infantili (Asamsi). “Perché un centro di neuroriabilitazione si occupa
anche di bocca e denti? La salute orale è strettamente legata alla prevenzione
delle infezioni e al benessere complessivo delle persone con malattie
neuromuscolari”. A dirlo è Valeria Sansone, Direttore Clinico e Scientifico del
Centro Clinico NeMO. Per chiunque controllare i denti, prevenire dolori o
infezioni è una routine ma per le persone con malattie neuromuscolari, invece,
anche queste pratiche diventano quasi una sfida. Ad esempio aprire la bocca può
essere molto complesso, la gestione della saliva assai rischiosa e perfino
procedure considerate solitamente semplici si rivelano dolorose o, in alcuni
casi, impossibili da effettuare.
Dal punto di vista operativo, il NeMO ha introdotto una strumentazione
odontoiatrica mobile, progettata per adattarsi agli spazi del reparto e alle
diverse condizioni cliniche dei pazienti, inclusi quelli allettati o in
ventilazione assistita. “Si è reso necessario ripensare l’organizzazione degli
interventi per rispondere efficacemente alle esigenze sia della degenza
ordinaria sia delle attività diurne, dotandosi di strumenti completi, facilmente
trasferibili e in grado di garantire adeguate condizioni operative in ogni
situazione assistenziale”, racconta Luca Pavesi, odontoiatra responsabile del
progetto. NeMO è ORO, avviato ad aprile 2025, è ancora poco noto ma si pone
l’obiettivo di “rendere una pratica diffusa ciò che finora è stato eccezione”.
Nei primi nove mesi di attività, sono state prese in carico 83 persone, tra
minori e adulti, per la maggior parte con Sla e distrofie muscolari. “Solo
lavorando in squadra si può rispondere concretamente ai bisogni delle persone
più fragili”, dice Gabriele Canzi, Responsabile della Chirurgia Maxillo-Facciale
dell’Ospedale Niguarda. “Sinergie tra grandi ospedali e presidi specializzati
permettono di affrontare situazioni complesse in modo sostenibile”, afferma
Laura Zoppini, Direttore Sociosanitario dell’Ospedale Niguarda. E’ fondamentale
garantire la salute orale anche per le persone con grave disabilità motoria,
lavorando sulla prevenzione e controlli periodici congiunti grazie al
coordinamento di interventi odontoiatrici, neurologici e riabilitativi. “Il
fattore tempo è cruciale: senza attenzione, la salute orale rischia di essere
trascurata, mentre la formazione dei caregiver è essenziale per trasferire
competenze sul territorio”, sottolinea Stefania Bastianello, Direttore Tecnico
di AISLA.
L'articolo Cure odontoiatriche e disabilità neuromuscolari: il progetto NeMO è
ORO per supportare i pazienti “quando aprire la bocca è più difficile” proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Disabilità
Gentilissima ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli,
Sono il dottor Luca Faccio da Bassano del Grappa, Blogger attivista che si
occupa di tematiche socio-politiche Un particolare attenzione alla disabilità.
Mi fa molto piacere che lei, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il suo
governo vi stiate interessando alla figura dei caregiver perché venga
riconosciuta e tutelata. Secondo il mio punto di vista, però, nel ddl da lei
presentato c’è qualcosa da rivedere.
Il ddl Locatelli definisce il ruolo del caregiver partendo da due presupposti:
“Il rapporto di coniugio/parentela/affinità con la persona assistita e le
esigenze specifiche della persona che riceve assistenza”. Viene descritta come
“un’attività di cura non professionale, che consiste nell’assistere la persona
nell’ambiente domestico o, comunque, nei luoghi in cui vive, nella vita di
relazione, nella mobilitò, nelle attività della vita quotidiana che possono
essere di base (per es. attività per l’igiene personale, mangiare, ecc.) e
strumentali, (per es. cucinare, lavare la biancheria, uso di mezzi di trasporto,
gestione dei farmaci e del denaro)”.
Per poter accedere al contributo avete posto un Isee pari 15.000 €, un reddito
non superiore a 3mila euro annui e il contributo mensile può arrivare fino a
400€ trimestrali per i familiari/conviventi che svolgono un lavoro di assistenza
pari o superiore a 91 ore settimanali.
Per me bisogna togliere immediatamente il limite legato all’Isee e aumentare
decisamente l’importo del contributo mensile. Personalmente credo che vincolare
tale contributo a dei parametri legati all’Isee sia totalmente assurdo.
Probabilmente tale scelta è stata fatta per una questione di coperture
economiche che non ci sono.
Mi permetto di suggerire alla ministra e alla premier una soluzione per
risolvere il problema delle coperture. Basta semplicemente scegliere quali sono
le priorità del paese: se la nostra Costituzione nell’articolo 11 dice che
“L’Italia ripudia la guerra”, perché noi investiamo comunque 4,3 miliardi per il
riarmo?
Colgo l’occasione per chiederle una gentilezza che esula dall’argomento
caregiver. Dal 1° gennaio 2025, dopo la riforma del nomenclatore, le persone
disabili sono costrette in parte o totalmente a pagarsi gli strumenti di cui
hanno bisogno: può per favore ricordare al ministro della Salute Orazio
Schillaci di sistemare il pasticcio relativo al discorso degli utili? Nel 2026
una persona con disabilità al 100% riceve di pensione 340,71 euro e di indennità
di accompagnamento (per chi ne ha diritto) riceve 552,57 euro.
In attesa di ricevere una sua risposta scritta che pubblicherò su questo blog,
la ringrazio anticipatamente.
Dott. Luca Faccio
Per segnalarmi le vostre storie scrivete a: raccontalatuastoria@lucafaccio.it e
redazioneweb@ilfattoquotidiano.it
L'articolo Gentile ministra Locatelli, nel ddl sui caregiver familiari c’è
qualcosa da rivedere proviene da Il Fatto Quotidiano.
La realizzazione della cosiddetta Riforma della disabilità, in fase di
sperimentazione dal primo gennaio 2025 già con vari problemi sui territori
coinvolti, continua a non procedere in maniera adeguata per i diretti
interessati e con diversi aspetti negativi da risolvere già denunciati a
ilfattoquotidiano.it, tra i tanti, dalla Cgil. Che qualcosa non stia andando per
il verso giusto lo testimonia, ad esempio, “il caso della provincia di Brescia,
una delle prime 9 province scelte a livello sperimentale, dove sono emerse
criticità e soprattutto ritardi sulle certificazioni di invalidità”, come
segnala a ilfattoquotidiano.it Alessandro Manfredi, presidente Lega per i
diritti delle persone con disabilità (Ledha). Per evidenziare i disagi e offrire
un supporto partecipando a tavoli istituzionali congiunti creati ad hoc, alcune
associazioni hanno chiesto – e ottenuto il primo dicembre – un confronto diretto
con le istituzioni.
“La riforma della disabilità deve aiutare le persone, non creare nuove barriere”
– È il focus del messaggio che Ledha e Federazione tra le associazioni nazionali
delle persone con disabilità (Fand) hanno manifestato alla ministra per le
Disabilità, Alessandra Locatelli (Lega) e all’assessore lombardo alla Famiglia,
solidarietà sociale, disabilità e pari opportunità Elena Lucchini (Lega).
Secondo le organizzazioni la riforma per cambiare passo di marcia nella qualità
dei servizi erogati ha bisogno di “tempestivi miglioramenti in particolare sul
Progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato”.
Durante la riunione è stato affrontato il percorso di trasformazione del modello
di welfare sulla disabilità, sempre più orientato alla personalizzazione degli
interventi attraverso il Progetto di vita. Un’indicazione già presente nella
legge regionale lombarda e, a livello nazionale, nella Riforma delle disabilità
che a partire dal primo aprile 2026 verrà estesa ad altre sei province lombarde,
mentre l’entrata in vigore della riforma su tutto il territorio italiano è
fissata per il primo gennaio 2027. “Proprio in vista dell’allargamento della
sperimentazione come Ledha e Fand abbiamo chiesto al ministero per le Disabilità
e a Regione Lombardia di poter partecipare alla cabina di regia”, spiega
Manfredi. All’incontro hanno partecipato anche rappresentanti degli assessorati
regionali al Welfare, Istruzione, Lavoro, dirigenti ministeriali, rappresentanti
regionali e nazionali dell’Inps, ente che con la riforma ha assunto un ruolo
fondamentale come soggetto unico per l’accertamento sanitario con l’introduzione
del nuovo certificato medico per il riconoscimento dell’invalidità civile, non
più commissioni medico-legali diversificate, ma un solo referente nazionale con
uniformità di giudizio e procedure standard per tutti.
“Mancano medici certificatori e questo provoca attese di mesi solo per la
valutazione di base” – “Regione Lombardia e il ministero per le Disabilità hanno
accolto la nostra richiesta di entrare a far parte della cabina di regia, un
dato positivo. A oggi però non abbiamo ancora ricevuto un atto formale che
ratifichi questo impegno”, dice Manfredi a ilfattoquotidiano.it. Sulla messa a
terra della riforma, “esprimiamo una profonda preoccupazione rispetto ai ritardi
sulle certificazioni di invalidità, che comporta un rallentamento sulle
sperimentazioni dei Progetti di vita indipendente. A oggi”, aggiunge il numero
uno di Ledha, “in provincia di Brescia i progetti attivati sono una quarantina
su una platea totale di circa 1.500 persone che hanno espresso interesse
all’avvio di un percorso di vita indipendente”. Accanto alle opportunità, sono
emerse diverse criticità che rischiano di gravare sulle persone con disabilità e
che dovranno essere risolte il prima possibile.
“Evidenziamo”, afferma Ledha che è attiva in Lombardia, “il tema dei tempi di
attesa molto prolungati per l’accertamento dell’invalidità, dovuti alla carenza
di personale dedicato. Un grave disagio riscontrato chiaramente nei primi mesi
di sperimentazione nel territorio bresciano”. Manfredi sottolinea “come sia
stato lo stesso direttore generale dell’Inps, durante la riunione, a evidenziare
che il problema principale per la certificazione dell’invalidità è stato il
numero insufficiente di personale, in particolare di medici certificatori”. La
carenza di questi professionisti sanitari ha un impatto concreto su tutta la
sperimentazione, “perché i tempi si allungano”, sottolinea Manfredi, “e questo
significa che le persone interessate ad avviare un Progetto di vita indipendente
devono aspettare a lungo, anche mesi, semplicemente per riuscire a ottenere la
Valutazione di base, che rappresenta solo il primo passo di questo iter”. Non
proprio un bel viatico per la riforma tanto decantata dalla ministra Locatelli
che l’ha già rinviata di un anno provocando le proteste delle associazioni.
“L’estensione della sperimentazione non ci lascia tranquilli” – Disagi emersi a
livello nazionale, non solo lombardo. “Il percorso per l’attuazione dei Progetti
di vita indipendente per le persone con disabilità era già previsto dalla legge
328 del 2000, ma non è mai stato sostanzialmente applicato in tutta Italia”,
spiega il presidente Ledha. “In Lombardia c’è stata un’accelerazione a muoversi
in questa direzione anche attraverso la legge regionale che mette al centro il
Progetto di vita delle persone con disabilità. Questo non avviene nelle altre
regioni, che sono invece legate alla sperimentazione prevista dal Decreto
legislativo 62 incentrata sulla certificazione di invalidità. Ci sono alcune
regioni in cui il percorso sta avanzando e altre in cui ci sono ritardi”,
aggiunge Manfredi, “quello che auspichiamo è che le criticità già evidenziate
vengano superate in tutto il territorio nazionale per garantire finalmente a
tutte le persone con disabilità il diritto alla vita indipendente come previsto
dalla Convenzione Onu”.
Va detto che anche in Lombardia ci sono lacune da colmare e risorse da
incrementare per la Vita indipendente per tutti gli aventi diritto. Ma cosa
accadrà quando nella primavera dell’anno prossimo verranno inserite a livello
sperimentale altre 40 province, con il coinvolgimento di altre decine di
migliaia di persone con disabilità? “L’estensione della sperimentazione avverrà
a marzo-aprile 2026 e potremmo valutarla in termini positivi se effettivamente
ci fossero tutte le risorse necessarie, anche in termini di personale, e penso
soprattutto agli uffici provinciali dell’Inps, per svolgere tutti i procedimenti
richiesti”, risponde il presidente di Ledha.
L'articolo Riforma disabilità, dopo i buchi della sperimentazione bresciana, le
associazioni chiedono un posto in cabina di regia proviene da Il Fatto
Quotidiano.
In Italia le persone con grave disabilità che si trovano senza il sostegno delle
famiglie vivono condizioni molto complesse. Da quasi dieci anni esiste una
legge, denominata Dopo di noi, per assisterle, ma associazioni e parenti
caregiver ne denunciano le grandi lacune. A mancare sono le risorse, ma non
solo: le difficoltà di organizzazione a livello territoriale (con una riforma
della disabilità ancora incompleta), impediscono alle Regioni di spendere nel
modo corretto i fondi che, paradossalmente, sono costretti a restituire.
L’ultimo caso è quello di Catanzaro: il Comune ha restituito alla Regione
Calabria oltre 400mila euro destinati al Dopo di noi. Motivo? “Incampienza dei
fondi di spesa”, scrive la testata Catanzaro Informa. Ovvero: non si è riusciti
a spenderli in tempo. Un fenomeno per niente isolato. Secondo una analisi della
Corte dei Conti, tra il 2016 e il 2022 circa 466 milioni di euro sono stati
stanziati, ma solo circa 240 milioni sono stati effettivamente trasferiti alle
Regioni. Una delle cause principali è stata la mancata rendicontazione delle
somme, con il risultato che i fondi non sono stati spesi e non sono arrivati ai
progetti e alle persone con disabilità.
DI QUANTI SOLDI PARLIAMO
Per il Dopo di noi esiste un fondo ad hoc di circa 72 milioni di euro annuali
per il 2024-2025-2026, da ripartire a livello regionale. “Tale legge segna un
importante cambio di paradigma e punta a garantire che il ‘Dopo di noi’ delle
persone con disabilità non sia più una risposta di tipo emergenziale ma un
percorso da costruire per tempo quando i genitori sono ancora in vita e, quindi,
nel Durante noi”, commenta il Centro Studi Giuridici e Sociali di Anffas,
l’associazione nazionale che ha contribuito attivamente alla stesura della
legge. Aggiunge Laura Andrao, avvocata esperta in materia di legislazione sulle
disabilità: “Gli strumenti ci sono, la cornice normativa esiste, ciò che manca
troppo spesso sono fondi e politiche realmente orientate allo sviluppo del
Durante noi. L’unico percorso che può condurre a un vero Dopo di noi senza
investimenti resta però un’illusione”.
COSA PREVEDE IL FONDO
Come spiegato da Anffas, il Fondo dedicato finanzia cinque misure specifiche
volte a favorire l’autonomia e l’inclusione delle persone con disabilità. Tra
queste ci sono: percorsi programmati di accompagnamento all’uscita dalla
famiglia di origine e interventi di supporto alla domiciliarità in soluzioni
abitative che riproducono le condizioni della casa familiare, come
gruppi-appartamento o forme di co-housing per un numero limitato di persone.
Il Fondo sostiene inoltre programmi di abilitazione e di sviluppo delle
competenze per la gestione della vita quotidiana, nonché tirocini finalizzati
all’inclusione sociale e all’autonomia. Completano il quadro gli interventi per
la realizzazione di soluzioni abitative innovative, attraverso l’acquisto, la
locazione o la ristrutturazione degli immobili e, in alcuni casi, le misure di
accoglienza temporanea extrafamiliare in situazioni di emergenza.
A CHI SPETTA
“Tali misure sono attivabili solo a partire da una valutazione multidimensionale
che tiene conto dei desideri e delle aspettative della persona beneficiaria e,
con il suo pieno coinvolgimento, inserite nel più ampio Progetto di vita”,
precisa Anffas. L’accesso al finanziamento delle misure con l’apposito fondo è
“riservato solo alle persone con disabilità non derivante dal naturale
invecchiamento o patologie connesse alla senilità con il riconoscimento
dell’invalidità più grave, che siano già prive di sostegno familiare in quanto
mancanti di entrambi i genitori, o perché gli stessi non sono in grado di
fornire l’adeguato sostegno genitoriale, nonché in vista del venir meno del
sostegno familiare”.
IL FUNZIONAMENTO E LE CRITICITÀ
La legge delinea un sistema di governance multilivello. Il ministero dal Lavoro
e delle Politiche Sociali provvede annualmente alla ripartizione delle risorse
tra le Regioni, che, a loro volta, le distribuiscono agli ambiti/distretti
sociali a cui compete la concreta presa in carico delle persone beneficiarie e
l’attivazione delle singole misure, attraverso la valutazione multidimensionale
e la costruzione del Progetto di vita. “Ed è proprio a valle del sistema, nel
passaggio dalla programmazione regionale all’attuazione a livello locale, che
emergono le principali criticità nell’effettiva applicazione della legge”,
spiega Anffas. “Troppo spesso”, aggiunge, “tali previsioni non si traducono in
diritti effettivamente esigibili. Molti territori, di base, non risultano ancora
adeguatamente organizzati per dare piena attuazione alla legge, in particolare
per quanto riguarda la capacità di costruire e governare Progetti di vita
realmente personalizzati e partecipati”. E tutto ciò è ancora più grave perché
avviene nonostante il Progetto di vita (una vera e propria mappa del futuro
costruita con la persona) rappresenti l’asse portante tanto della legge sul Dopo
di noi quanto della più ampia riforma delle disabilità. “Il Dopo di Noi è una
legge chiara, avanzata, che mette a disposizione strumenti giuridici e
patrimoniali fondamentali”, commenta Andrao. “Tuttavia”, precisa, “quegli
strumenti, come trust, vincoli di destinazione, fondi speciali, soluzioni
abitative, non hanno alcun valore reale se restano scollegati da un Progetto di
vita costruito nel tempo. Senza progettualità, diventano meri contenitori vuoti,
standardizzati, incapaci di rispondere alla singolarità di ogni persona”.
“LE REGIONI NON RIESCONO AD UTILIZZARE LE RISORSE DISPONIBILI”
Un quadro critico che già da tempo trova riscontro anche nelle relazioni della
Corte dei Conti sull’attuazione del Dopo di Noi che ha evidenziato come, in
diversi casi, “le Regioni non siano riuscite a utilizzare integralmente le
risorse loro assegnate per inefficienze per lo più attribuibili agli
ambiti/distretti”. Ci sono poi altre problematiche, visto che “l’attuazione
della legge è rimasta finora parziale e fortemente disomogenea sul territorio
nazionale”, sottolinea l’Anffas. L’organizzazione ha riscontrato tutte queste
criticità emerse con particolare chiarezza da esperienze dirette delle famiglie,
maturate attraverso il confronto associativo sviluppatosi negli Stati Generali
promossi in collaborazione con gli organismi locali in 16 Regioni. “In diversi
contesti regionali”, afferma Anffas, “sono state rilevate vere e proprie
discrasie tra la normativa nazionale e gli atti di programmazione locale, con
l’introduzione di limiti di età, tetti ai budget di progetto, contributi
predeterminati, requisiti strutturali e organizzativi ulteriori per le soluzioni
alloggiative o incompatibilità con altre misure non previsti dalla normativa
nazionale”. “Alla luce di questo quadro, appare necessario e non più rinviabile
intervenire per rendere effettivamente esigibili i diritti riconosciuti dalla
legge, promuovendo una maggiore omogeneità territoriale, rafforzando le attività
di monitoraggio e il coinvolgimento delle associazioni rappresentative delle
persone con disabilità e delle loro famiglie, nonché investendo in modo
strutturale su informazione, formazione e accompagnamento di tutti coloro che
sono chiamati a dare concreta attuazione alle politiche del “durante e dopo di
noi”. Un’urgenza resa evidente anche dai recenti fatti di cronaca come quelli di
Corleone, che ricordano quanto l’assenza di risposte strutturate e continuative
nel “Durante noi” possa lasciare sole le persone con disabilità e le famiglie
fino a esiti irreversibili.
“AL CENTRO DEV’ESSERCI LA VITA DELLE PERSONE, NON LA MORTE DEI GENITORI”
Il Dopo di Noi non può e non deve essere concepito quindi come un’azione
emergenziale, da attivare improvvisamente al momento della morte dei familiari.
“Questa visione è non solo limitata, ma profondamente ingiusta”, afferma Andrao.
“Il Dopo di Noi è il risultato di un lavoro continuo, quotidiano, che nasce nel
Durante Noi, che è una pratica permanente, il percorso di accompagnamento verso
il massimo livello possibile di autonomia, autodeterminazione e benessere. È un
processo che inizia dalla nascita del bambino e prosegue per tutta la vita”.
L’avvocato spiega che si tratta di “un continuo sperimentare contesti,
relazioni, competenze, autonomie, capire cosa funziona e cosa no, correggere,
adattare, riprogettare. Non esistono soluzioni preconfezionate, esistono solo
percorsi costruiti su misura. La legge lo dice chiaramente: al centro deve
esserci il Progetto di vita della persona, non l’evento della morte dei
genitori”.
L'articolo Legge sul “Dopo di noi”, dieci anni dopo la norma ancora arranca. E
spesso le Regioni non spendono in tempo i fondi proviene da Il Fatto Quotidiano.
La legge Dopo di noi prevede strumenti importanti, ma è sottofinanziata e
diverse criticità a livello locale impediscono addirittura che i fondi vengano
spesi in modo corretto. La norma ha come obiettivo quello di garantire alle
persone con disabilità grave che necessitano di assistenza continua e permanente
la possibilità di vivere in modo indipendente e dignitoso anche dopo la
scomparsa dei loro familiari. Tra le varie cose, la legge prevede che le
famiglie delle persone disabili possano stipulare accordi di affidamento
fiduciario con enti no-profit o cooperative sociali, creare fondazioni che si
occuperanno di gestire i beni e le risorse della persona con disabilità e di
garantirne l’assistenza e la cura. Alcuni genitori caregiver raccontano a
ilfattoquotidiano.it timori, angosce e preoccupazioni.
“OGNI GIORNO LOTTIAMO PER COSE BASICHE”
Jessica Magatti è madre di tre bambini, uno dei quali si chiama Edoardo e ha una
grave disabilità. Ha scritto, insieme ad altre mamme, un libro intitolato “Con
il sole nella tempesta” per sfatare pregiudizi e creare empatia. “Ogni giorno ci
troviamo a lottare per i suoi diritti, a pretendere cose basiche che dovrebbero
essere riconosciute senza nemmeno dover chiedere, a impegnare tutte le nostre
energie per garantirgli una vita piena e felice. Senza di noi chi lo farebbe al
posto nostro? Nessuno, pensavo!”, dice Magatti. E via tutta una serie di
preoccupazioni e valutazioni negative che, almeno una volta, hanno coinvolto
tutti i genitori caregiver con figli disabili non autosufficienti. “Pensavo”,
aggiunge, “che Edoardo finirebbe nell’ipotesi migliore in un centro per persone
con disabilità senza un rapporto uno a uno e senza poter avere i giusti stimoli,
le cure adeguate e senza poter fare tutte le esperienze possibili che solo una
famiglia può garantirgli nel quotidiano”. Poi sono arrivati i fratelli di
Edoardo, Samuele e Tommaso. “La mia idea è un po’ cambiata con la nascita degli
altri due miei figli che ovviamente non sono stati concepiti per potersi in un
futuro sostituire a noi, ma spero di riuscire a insegnar loro l’importanza di
esserci sempre l’uno per l’altro”, racconta Magatti. “Sempre con la libertà di
decidere in che modo e in che misura esserci”. La famiglia come fulcro ma non
solo. Magatti per dare valore a idee e proposte ha fondato l’Associazione Espera
e “il pensiero del Dopo di noi è diventato sicuramente meno negativo”,
organizzando iniziative e sviluppando progetti condivisi anche con altre
famiglie che si trovano in condizioni simili. “Nel 2021 siamo partiti da
un’esigenza del qui ed ora, ossia garantire a lui e ad altri bambini quelle ore
infermieristiche e riabilitative che il Sistema sanitario nazionale non offre a
sufficienza”, afferma la mamma di Edoardo. “Ad oggi Espera è molto di più perché
è una rete di famiglie, professionisti e persone che ci e gli vogliono un bene
immenso e spero che un domani, tutto questo che stiamo costruendo possa per lui
essere una garanzia per continuare ad avere quella vita felice e di qualità che
cerchiamo di dar lui ogni giorno. Tutto questo non toglie la paura del “dopo di
noi” ma di certo un po’ la allevia”.
“FONDAMENTALE PIANIFICARE IL PRIMA POSSIBILE IL DOPO DI NOI”
Pensare alla vita del proprio figlio con gravi disabilità quando sarà senza
entrambi i genitori è qualcosa di molto difficile e durissimo soprattutto per i
diretti interessati. Ma farlo sin nei primi anni di vita può fare la differenza,
in particolare per la qualità di vita della persona che vive condizioni di
estrema fragilità. E farlo confrontandosi con le altre famiglie che magari hanno
vissuto dinamiche simili anni prima. Questa è la testimonianza di Gabriele
Belloni, il papà di Edoardo, marito di Jessica. Nonostante tutte le difficoltà,
sottolinea alcuni spunti ‘meno dolorosi’ della questione Dopo di noi. “La vita
di un caregiver è tosta. c’è chi se la vive bene, chi se la vive peggio, ma in
ogni caso è tosta”, spiega. “Perchè sai che ti dovrai prendere cura di qualcuno
per sempre. E’ questo che lo rende ancora più impegnativo, è un percorso senza
fine, per sempre.” La realtà poi è diversa: è che il “per sempre” in realtà è un
“finchè sarò vivo”. “Quando te ne rendi conto si apre un nuovo pensiero ancor
più tagliente”, dice Gabriele, “chi farà tutto questo al posto mio?” si è
chiesto tante volte. “Ma davvero il presente del caregiver è talmente
impegnativo e ti assorbe in modo così totale che il pensiero sul “dopo di me”
spesso si presenta alla porta nel momento in cui è ormai urgente, inevitabile,
ingestibile. Invece – precisa – prendere consapevolezza con largo anticipo è una
fortuna, un dono, e ti dà l’opportunità di iniziare a pianificare ed a costruire
il “dopo di noi” con largo anticipo”. Come spesso accade la condivisione e la
rete associativa di rapporti che si creano è fondamentale. “Si viene a
conoscenza di questo tema da altre famiglie, dall’avvocato che ti sta seguendo
per altri motivi, da un post sui social. E’ importante parlarne, informare,
condividere”, conclude Belloni.
“PER MOLTE FAMIGLIE IL SUPPORTO PUBBLICO È DEL TUTTO ASSENTE”
Carenza di sostegni, risorse e certezze. È quello che denunciano al Fatto.it
Marika Musella e Luca Ruozi, genitori di Alex. “I servizi sono pochi, i percorsi
complessi, i tempi incompatibili con la vita reale dei nostri figli. Il Dopo di
noi non è solo una questione futura, non riguarda soltanto il giorno in cui non
ci saremo più. Il Dopo di noi è ciò che ci permette di vivere il presente”,
sottolineano. “È la possibilità di andare a dormire la sera con meno paura. È la
speranza che esista un mondo pronto ad accogliere la diversità, a riconoscerla
come valore, a garantire dignità, sicurezza e appartenenza. Oggi, invece, quel
mondo non è pronto. E mentre si parla, si discute, si annunciano progetti, noi
genitori invecchiamo e i nostri figli diventano adulti invisibili”. La paura più
grande per i caregiver familiari conviventi è silenziosa e quotidiana: cosa
succederà quando non avranno più voce per difenderli, quando non saranno più
loro a spiegare chi sono, cosa amano, di cosa hanno bisogno. “Così il Dopo di
noi diventa una responsabilità privata, costruita con forza, grinta e sacrificio
dalle famiglie”, affermano, “mettiamo insieme risorse economiche, energie
emotive, competenze che nessuno ci ha insegnato. Non perché vogliamo sostituirci
alle istituzioni (spesso assenti, ndr) ma perché non possiamo permetterci di
aspettare. Lo facciamo per amore, ma anche per sopravvivenza”. Non chiedono
miracoli ma presenza reale, servizi continuativi, visione. “Chiediamo che il
Dopo di noi non sia uno slogan, ma una promessa mantenuta. Perché solo sapendo
che esiste un domani giusto possiamo continuare a vivere, oggi, con dignità e
speranza”.
“PENSO AL SUO FUTURO PER POTER MORIRE SERENA”
Per molte famiglie il supporto pubblico è fragile, intermittente o del tutto
assente. Per questo si rimboccano le mani e portano avanti progetti. “Dal giorno
della diagnosi di autismo di mio figlio Matteo, a 2 anni d’età, in cui ho
compreso che non avrebbe mai potuto essere autosufficiente, ho avuto solo due
obiettivi nella mia vita, costruire attraverso un percorso di riabilitazione
scientificamente validato maggiori autonomie possibili per lui e cercare di
morire serena”. A dirlo è Mara Navoni, mamma di Matteo. Da qui nasce sul
territorio di Cologno Monzese (Mi) l’associazione Mondoabaut, associazione e
Centro A.B.A. per vedere garantiti cure e diritti. “Il Dopo di noi si costruisce
con il Durante noi e la nostra importante collaborazione con la Fondazione “Il
Domani dell’Autismo” lo testimonia perché solo insieme il futuro può fare meno
paura”, spiega Navoni. “A oggi l’idea che non potrò spiegargli che non l’ho
abbandonato il giorno che non mi vedrà più mi devasta, l’ultima cosa che vorrei
è essere per lui causa di dolore. Per questo motivo è di vitale importanza
poterlo accompagnare in quello che dovrà essere la sua futura famiglia nel
“diventare grande” già da oggi che ha 15 anni, in un reale Progetto di vita che
non resti solo una legge virtuosa ma si trasformi in una solida e concreta
realtà”.
L'articolo “Noi genitori di figli con disabilità invecchiamo e loro diventano
invisibili”. “Chi si prenderà cura di loro dopo di noi?” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Non poteva muoversi, non poteva parlare, ma era presente”. È da questa
certezza, scoperta dal marito dopo mesi di diagnosi sbagliate, che nasce la
storia di Daniela Gazzano, oggi insignita del titolo di Ufficiale dell’Ordine al
Merito della Repubblica Italiana. La cerimonia si tiene questo pomeriggio in
Prefettura a Cuneo. A conferirle l’onorificenza è il Presidente della Repubblica
Sergio Mattarella. Daniela Gazzano ha 59 anni, è originaria di Albenga e vive a
Bra, in provincia di Cuneo. Era un’insegnante della scuola dell’infanzia quando,
il 27 agosto 2005, poche ore dopo la nascita della sua seconda figlia Camilla,
fu colpita da una grave emorragia cerebrale post-partum. Entrò in coma e rimase
per sei mesi in quello che venne definito “stato vegetativo”. Una diagnosi che,
come raccontano oggi Corriere della Sera, la Repubblica e Ansa, si sarebbe
rivelata errata.
A intuire per primo che Daniela fosse cosciente fu il marito, Luigi Ferraro: “Ci
siamo accorti che non era in stato vegetativo irreversibile. Per nostra fortuna
rientrava in quel 38% di casi in cui la diagnosi è errata“, ha raccontato. Il
segnale era minimo: un battito di ciglia, quasi impercettibile. Da lì Luigi
inventa un codice, dividendo l’alfabeto in gruppi e associando ogni lettera a un
movimento delle palpebre. “Uno, due, tre, quattro”, ripete ancora oggi. È così
che Daniela torna a comunicare. La diagnosi corretta è quella di Locked-in
syndrome (sindrome del chiavistello): piena coscienza e vigilanza, ma paralisi
totale del corpo. In Italia vivono in questa condizione circa seicento persone.
Attraverso quel codice, Daniela ha fatto qualcosa di straordinario: ha dettato
un libro, Le storie magiche della radura incantata, una raccolta di favole
dedicate ai figli Leonardo e Camilla. Per completarlo sono serviti oltre 110
mila battiti di ciglia. Il volume, edito da Salani, è diventato anche uno
strumento di sensibilizzazione ed è entrato in progetti solidali come Amazon for
Charity. È in preparazione anche una versione audiolibro per non vedenti.
Nel 2007 Daniela, insieme al marito e ai figli, fonda l’associazione Amici di
Daniela APS, che si occupa di tutela, assistenza e diritti delle persone in
stato vegetativo, minima coscienza e locked-in syndrome. “I cardini di questo
riconoscimento sono due – spiega Ferraro – quello culturale, legato al libro
scritto in una condizione estrema, e quello filantropico, legato all’attività
dell’associazione”. Tra i progetti realizzati c’è Casa D Mare, a Laigueglia, una
casa vacanze accessibile per persone con disabilità gravi e caregiver, che dal
2018 ha ospitato oltre 150 persone. È in fase di sviluppo anche Casa D Montagna,
a Calizzano, pensata come luogo di sollievo e accoglienza per le famiglie. Il
marito non nasconde le difficoltà quotidiane: “Il sostegno non è uguale in tutte
le parti d’Italia, e questo è profondamente ingiusto. Ci sono famiglie che
devono lottare anche per ottenere un sollevatore da 900 euro. Vorrei che fosse
garantita la stessa dignità di ogni vita“. Durante le interviste, Daniela
interviene più volte con i suoi occhi: corregge date, precisa dettagli, chiede
di spegnere l’aria troppo calda. Segni concreti di una presenza vigile,
costante, attiva.
Secondo il sindaco di Bra, Gianni Fogliato, l’onorificenza ha un valore che
supera la dimensione personale: “Questo riconoscimento afferma che ogni persona
ha un posto nella società. È importante che anche le istituzioni mettano le
famiglie e i caregiver nelle condizioni di non essere soli”. Oggi Daniela
Gazzano vive a Bra con il marito e i figli. Questa sera, dopo la cerimonia
ufficiale, oltre 250 persone la aspettano per festeggiare.
L'articolo “Non poteva muoversi, non poteva parlare, ma era presente”: la storia
della donna con la sindrome del chiavistello proviene da Il Fatto Quotidiano.
Gentilissima Presidente del Consiglio Giorgia Meloni,
da blogger e attivista che si occupa di tematiche socio-politiche con
particolare attenzione alle disabilità, rimango senza parole e provo un senso di
schifo nel vedere che il suo governo – che, secondo lei, doveva fare la storia –
sta costringendo i disabili e le loro famiglie a pagare in parte o totalmente
gli ausili di cui hanno bisogno e lasciando totalmente nella solitudine i
familiari che assistono le persone disabili, però riesce comunque a trovare 4,3
miliardi per il riarmo.
La pregherei di spiegare in modo chiaro qual è la sua idea e il suo governo nei
confronti delle persone che hanno delle difficoltà, perché se continuate di
questo passo state mettendo in atto uno “sterminio moderno” e abbiamo già visto
in passato a che risultati ha portato questo tipo di impostazione politica.
Si stanno avvicinando le festività natalizie e le persone in difficoltà (non mi
riferisco solo alle persone disabili) hanno bisogno di aiuti reali, di
interventi concreti duraturi nel tempo e non di pietà. Se lei e il suo governo
volete lasciare realmente un segno nella storia, dovete cambiare rotta
immediatamente, garantendo a tutti gli strumenti affinché ogni persona possa
sviluppare le proprie potenzialità interiori e vivere la propria vita in modo
dignitoso, così facendo il paese raggiungerà una maggiore crescita perché ogni
individuo sarà protagonista e si sentirà integrato e accolto nel nostro paese.
Come sempre, rimango a sua disposizione a titolo gratuito. Sperando di ricevere
una risposta scritta, le comunico che verrà pubblicata su questo blog.
Dott. Luca Faccio
Per segnalarmi le vostre storie scrivete a: raccontalatuastoria@lucafaccio.it e
redazioneweb@ilfattoquotidiano.it
L'articolo Mancano i soldi per gli ausili, non per le armi. Presidente Meloni,
qual è la sua idea per i disabili? proviene da Il Fatto Quotidiano.
Quando Andrea Stella, ferito a colpi di arma da fuoco da un tentativo di rapina
negli Usa, ha deciso di tornare a navigare, si è scontrato con la realtà: nel
2000 non esisteva nessuna imbarcazione a vela adatta alle persone con
disabilità. È lì che nasce il progetto del primo catamarano al mondo
completamente accessibile, dal nome “Lo Spirito di Stella”, che in 20 anni ha
ospitato a bordo oltre 10mila persone con disabilità.
Nell’agosto del 2000, mentre si trovava a Miami per un viaggio subito dopo la
laurea in giurisprudenza, Andrea Stella, che all’epoca aveva 24 anni, è stato
aggredito da tre uomini: gli hanno sparato due colpi di pistola per rubargli
l’auto. I proiettili colpiscono il fegato e un polmone: dopo 45 giorni di coma,
Andrea si risveglia e scopre che passerà tutta la vita in sedia a rotelle a
causa di una lesione alla colonna vertebrale. Il suo sogno di tornare a
navigare, l’impegno, la testimonianza, lo hanno spinto a condividere l’idea di
creare un’imbarcazione unica al mondo.
Dal 2003, più di 10mila persone con disabilità hanno navigato gratuitamente su
“Lo Spirito di Stella”, chi per tre ore, chi per diversi mesi attraversando gli
oceani. Alcune di loro non erano mai state in mare e l’idea di salire su una
barca sembrava per loro impossibile, racconta Andrea nella sua intervista al
fatto.it. “Ricordo un ragazzo malato di Sla, velista: in dieci anni era uscito
di casa due volte per andare in ospedale, la terza per tornare in barca – si
emoziona –. Ricordo il periodo del Covid, quando non potevamo accogliere gruppi
eterogenei e abbiamo coinvolto delle associazioni di bambini oncologici con le
loro famiglie: tra questi mi è rimasto nel cuore Carlo, che poco dopo ci ha
lasciato. Ma quel giorno in barca sembrava il bambino più felice del mondo”.
Oggi “Lo Spirito di Stella” è impegnata in una campagna di sensibilizzazione
sulle barriere architettoniche e svolge iniziative volte a favorire
l’inserimento dei disabili nella società. Ci sono ragazzi che conducono la barca
spostando il mento, chi soffiando in un piccolo tubicino: un miracolo di tecnica
e ingegneria, nel nome dell’inclusione. Tra i progetti in corso, ci sono le
attività di scuola vela itinerante e gratuita, che consente a ragazzi con
disabilità accompagnati da medici, fisioterapisti o familiari, di vivere una
giornata in autonomia cimentandosi nella conduzione di imbarcazioni a vela;
corsi di sci per persone con disabilità; due unità abitative in costruzione a
Bassano del Grappa completamente accessibili, ecocompatibili ed autonome (dal
nome “La casa per tutti”); incontri e attività di sensibilizzazione nelle
scuole. Nel 2021 il progetto ha avuto come obiettivo il giro d’Italia
all’insegna dell’abbattimento delle barriere architettoniche – “e mentali” ci
tengono a precisare -, consentendo a tutti di riscoprire le meraviglie del mare
dopo mesi di pandemia e isolamento.
Il 1° luglio 2023, dal Porto Antico di Genova, il catamarano ha intrapreso un
viaggio epico, dal titolo WoW 2023-2025 – Around the World. Un progetto in
collaborazione con il Ministero della Difesa che si è trasformato in un giro del
mondo a favore dei militari divenuti disabili in servizio, appartenenti alle
forze armate di tutti i Paesi del mondo che sono stati impegnati in attività di
mantenimento della pace e della stabilità. Un viaggio storico al fianco della
nave scuola della Marina Militare Italiana, l’Amerigo Vespucci. “Da tanti anni
collaboriamo con lo Stato Maggiore, portando a bordo i figli con disabilità dei
dipendenti delle Forze Armate che appartengono a una associazione chiamata
Anafim e con il gruppo sportivo paralimpico difesa – spiega Andrea –. Le storie
di questi ragazzi mi hanno colpito profondamente e nutro per loro un grande
rispetto”. Il viaggio, partito dal porto di Genova proprio insieme alla
Vespucci, ha toccato durante i 23 mesi di navigazione, tutti e cinque i
continenti e attraversato tre oceani, per poi concludersi il 10 giugno 2025,
rientrando a Genova.
A 50 anni Andrea ha capito che lo spazio ristretto sulla vela ti porta a dover
condividere la navigazione, i pericoli, le emozioni che stai vivendo: per lui
costruire la barca ha significato ritrovare il sorriso, riprendersi la vita in
mano dopo l’incidente. “Quando sono in un ristorante – sorride – la prima cosa
che chiedo è se il bagno è accessibile (a bordo del catamarano sono due). Anche
le nostre città sono modificabili, a partire dalle necessità di tutti. Le
invenzioni nascono per risolvere i bisogni”. La nave di Andrea da oltre 20 anni
solca l’oceano in nome dei diritti. “Il nostro è un messaggio che non ha colore
né bandiera, è un tema che riguarda tutti – spiega lo skipper originario di
Sandrigo, in provincia di Vicenza –. Crediamo a una società con meno barriere e
con la capacità di dare opportunità a tutte le persone. A partire dal mondo del
lavoro, valorizzando le abilità di ognuno: solo così potremo costruire una
società più inclusiva, più equa e alla fine più sostenibile”.
Il futuro? Andrea alza gli occhi per un attimo e guarda lontano. “Vorremmo fare
un giro d’Italia il prossimo anno, raccontando con un documentario e con un
libro a fumetti per le scuole il nostro catamarano speciale”. Un modo per
sensibilizzare i cittadini e capire che, se su una barca persone con disabilità
e non, militari, civili di varie nazionalità e lingue, possono collaborare
attivamente per un’impresa così sfidante, ecco, “sono la testimonianza che la
società non funziona perché siamo tutti uguali, ma perché abbiamo gli stessi
obiettivi. Rispettiamo le stesse regole, pur essendo diversi”. Il viaggio
continua. “La barca – conclude – in fondo per noi è una metafora della vita”.
L'articolo Dall’incidente al sogno: così è nato “Lo Spirito di Stella”, il primo
catamarano al mondo accessibile alle persone con disabilità proviene da Il Fatto
Quotidiano.
È stato il biglietto lasciato da Lucia Pecoraro, 78 anni, a raccontare
l’angoscia e la disperazione che hanno preceduto l’omicidio-suicidio di sabato.
La donna chiedeva scusa per la decisione estrema: uccidere la figlia Giuseppina
Milone, 47 anni, gravemente disabile, e poi togliersi la vita con la stessa
corda con cui l’aveva strangolata. Secondo i carabinieri, con la conferma del pm
di Termini Imerese e del medico legale, non si sono su cosa è avvenuto. Dopo
aver strangolato la figlia al piano terra della loro abitazione, Lucia si è
impiccata alla ringhiera del piano superiore.
LA SOLITUDINE E IL PESO DELLA CURA
Le lettere e gli appunti ritrovati in casa rivelano una donna sopraffatta dalla
gestione quotidiana della figlia, soprattutto dopo la morte del marito
Salvatore, infermiere in pensione dell’ospedale dei Bianchi, venuto a mancare
otto mesi fa. Giuseppina, non autosufficiente e con problemi di deambulazione,
era assistita anche dalla cugina e dai volontari del paese, ma le difficoltà
restavano immense. Proprio sabato avrebbe dovuto sottoporsi a una radiografia
alla colonna vertebrale per accertare le sue condizioni di salute.
UNA FAMIGLIA CONOSCIUTA E STIMATA
La famiglia Milone era nota a Corleone. I vicini ricordano lunghe passeggiate
insieme e un legame fortissimo tra padre, madre e figlia. “Quando ho sentito la
notizia, mi si è raggelato il sangue – racconta un vicino –. Nessuno poteva
immaginare un epilogo così tragico. Il padre era un galantuomo, sempre
disponibile e amava la moglie e la figlia. Con la sua morte è venuto meno il
pilastro della famiglia”. Per Federica Badami, segretaria della Cisl
Palermo-Trapani, la tragedia mette in luce i limiti del sostegno alle famiglie
con persone non autosufficienti: “Il dramma della solitudine può esplodere in
modi terribili. Serve prevenzione, assistenza domiciliare potenziata e supporto
psicologico. Dobbiamo lavorare affinché questi drammi non si ripetano”. Le salme
di madre e figlia sono state restituite ai familiari.
Se hai bisogno di aiuto o conosci qualcuno che potrebbe averne bisogno,
ricordati che esiste Telefono amico Italia (0223272327), un servizio di ascolto
attivo ogni giorno dalle 10 alle 24 da contattare in caso di solitudine,
angoscia, tristezza, sconforto e rabbia. Per ricevere aiuto si può chiamare
anche il 112, numero unico di emergenza. O contattare i volontari della onlus
Samaritans allo 0677208977 (operativi tutti i giorni dalle ore 13 alle 22).
L'articolo Il biglietto di scuse dell’anziana che ha ucciso la figlia disabile a
Corleone, i vicini: “Nessun poteva immaginare” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Una donna ha ucciso la figlia disabile e poi si è impiccata a Corleone
(Palermo). Il dramma familiare è avvenuto nel centro storico in paese. Sono
intervenuti i carabinieri che conducono e indagini e i sanitari del 118. La
donna, raccontano in paese, aveva perso il marito otto mesi fa, un ex infermiere
dell’ospedale dei Bianchi. La donna si è trovata sola a gestire la figlia
disabile. “Tanta commozione da parte di tutta la nostra comunità per la tragedia
che si è consumata in paese. La famiglia era conosciuta per la bontà d’animo”
commenta il sindaco di Corleone Walter Rà.
L'articolo Uccide la figlia disabile e si impicca: otto mesi fa la donna aveva
perso il marito proviene da Il Fatto Quotidiano.