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Incendio alla Biennale di Venezia, coinvolto il padiglione della Serbia. Vigili del fuoco in azione
Un incendio è divampato dal tetto del padiglione Serbia della Biennale dei Giardini, in centro storico a Venezia. La sede dell’esposizione artistica è stata messa sotto controllo grazie al rapido intervento dei vigili del fuoco, ma le fiamme hanno continuato ad alimentarsi anche dopo i primi interventi di spegnimento a causa delle forti raffiche di vento che stanno soffiando in laguna da martedì notte. Dai primi accertamenti dovrebbe aver preso fuoco la copertura all’esterno, senza coinvolgere nessuno e senza che i danni si siano estesi agli arredi, all’esposizione o alle altre strutture circostanti. Poco prima delle 10 è scattato l’allarme alla centrale lagunare dei vigili del fuoco ed è stata visibile una grossa colonna di fumo scuro visibile sopra la città. In ausilio al 115 sono partite anche pattuglie in barca della polizia locale di Venezia, ancora in sopralluogo alla Biennale. L'articolo Incendio alla Biennale di Venezia, coinvolto il padiglione della Serbia. Vigili del fuoco in azione proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Biennale di Venezia
All’asta gli antichi “casoni” della Laguna di Marano e Grado, dove andava a caccia Hemingway
Un pezzo di storia all’asta. In tribunale, insieme con case, appartamenti, auto e altri residui di confische e fallimenti. Prezzo: da 20mila a 86mila euro. Pochi ormai conoscono i casoni della laguna tra Veneto e Friuli Venezia Giulia. Sono quel che resta di un mondo che sta scomparendo: edifici con il tetto di paglia, i muri spesso di canne e legni. All’interno poche stanze spoglie: qualche sedia, un tavolo, un caminetto, letti di fortuna, magari l’immagine della Madonna alla parete. Per secoli sono stati un regno di solitudine, fatica. Spesso di povertà. Costruiti su lingue di terra, su isole, in passato di solito abitati da pescatori perché qui si poteva arrivare quasi soltanto con le barche. Un luogo di silenzi interminabili interrotti dal canto degli uccelli, da poche voci; dal suono dei remi di una batéla (imbarcazione con il fondo piatto che scivolava spinta da un rematore a poppa, come le gondole). Un luogo intriso dell’odore di quell’acqua di laguna che sa insieme di mare e di fiume. Erano molte migliaia di casoni nell’Italia Orientale, tra le campagne e, appunto, la Laguna (sulla terraferma, però, erano costruzioni più solide, più ricche, con i muri anche di mattoni). Poi durante il Fascismo molti furono abbattuti. Altri vennero cancellati nel Dopoguerra. All’epoca forse pareva di doverli eliminare perché simboli di un passato povero, da dimenticare. Ne sono rimasti, però, inconfondibili anche da lontano con i loro tetti di paglia, alti e spioventi. Oggi, però, alcuni stanno per andare all’asta. È successo che una cooperativa di allevatori di muscoli sia fallita e quel che resta del suo patrimonio stia per finire all’incanto. Tra l’altro alcuni casoni, tra Marano e Grado. Diventeranno, nella migliore delle ipotesi, dimore private. Era già successo per la meravigliosa Isola Orbi, 35mila metri quadrati (con tre casoni) non lontano da Grado, aggiudicata un anno fa a un’altra asta giudiziaria per poco più di mezzo milione. Uno dopo l’altro i pezzi di questo tesoro rischiano di andarsene. Parliamo di un ecosistema naturale e umano che non ha uguali. Intorno tamerici, pioppi, olmi, ginepri. Perfino pini. Qui vivono specie animali altrove quasi introvabili: garzette, aironi cinerini, germani reali e rondini di mare. Aquileia, l’antico porto romano con le sue rovine, è poco distante. Così comitati e associazioni hanno cominciato la battaglia per far sì che almeno questi casoni non finiscano in mano dei privati, che rimangano per ricordare alla gente del posto e ai turisti il rapporto vecchio di secoli – alcuni degli edifici risalgono al 1500 – tra l’uomo e la sua Laguna. Anche il sindaco di Marano, Mauro Popesso, come ha ricordato il Messaggero Veneto, sta combattendo perché i casoni restino in mano pubblica: “Nel nostro territorio ci sono ancora una quarantina di casoni – racconta il sindaco – Questi sono tra i primi che finirebbero ai privati. Per questo, per non fissare un precedente molto insidioso, il Consiglio comunale ha approvato il ricorso al commissario per gli usi civici”. Di che cosa stiamo parlando? Gli usi civici sono una proprietà collettiva che ha lo scopo di garantire diritti per l’utilizzo di beni che spettano ai componenti della comunità. È un patrimonio immenso che ci appartiene, ma di cui spesso non conosciamo l’esistenza. In alcune regioni, come la Sardegna – dove l’associazione Gruppo di Intervento Giuridico si batte per tutelarli – coprono circa 4mila chilometri quadrati, un sesto dell’intera isola. Un tesoro dimenticato che oggi è sotto assedio da parte di chi vorrebbe appropriarsene. Ecco, il ricorso agli usi civici potrebbe essere la strada per impedire che i casoni siano venduti. Intanto, però, il prossimo 2 aprile alcuni tra i più bei casoni tra Marano e Grado andranno venduti e poi sarà certo più difficile recuperarli. Forse impossibile. Saranno battuti all’asta per un prezzo di partenza che non raggiunge quello di un box in città. Chissà se proprio in questi casoni era passato Ernest Hemingway. Questo mondo così silenzioso e solitario aveva ispirato infatti uno dei più bei romanzi del premio Nobel: Al di là dal fiume tra gli alberi. “Quattro barche risalivano il canale principale verso la grande laguna a nord… Era tutto ghiacciato, gelato di fresco durante il freddo improvviso della notte senza vento”, è scritto nel romanzo che racconta la storia del colonnello Richard Cantwell che in questi acque andava a cacciare le anatre. Proprio come Hemingway. Un casone di laguna era diventato anche il rifugio di Giancarlo Galan, il presidente della Regione Veneto dal 1995 al 2010. Il Doge, lo chiamavano in quegli anni, prima che fosse travolto dagli scandali. I pescatori suoi vicini ricordano ancora quando per raggiungere il suo pupillo – e ministro – accanto al casone di Galan atterrò anche l’elicottero di Silvio Berlusconi. Ma questa è cronaca, più che storia. Tutto questo mondo, però, tra quindici giorni andrà all’asta. Da 20mila a 86mila euro. Colpo di martello. Aggiudicati. L'articolo All’asta gli antichi “casoni” della Laguna di Marano e Grado, dove andava a caccia Hemingway proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Legge non permette adozione a persone dello stesso sesso, il Tribunale di Venezia manda gli atti alla Consulta
Vorrebbero adottare un bambino che è in un orfanotrofio straniero. Un percorso a ostacoli per molte coppie, ma su terreno incidentato e giudiziario se si tratta di persone dello stesso sesso. E così il desiderio deve diventare un “processo” costituzionale. Il Tribunale per i minorenni di Venezia ha deciso di sollevare una questione di legittimità sulla normativa italiana in materia di adozioni, chiedendo alla Consulta di verificare se la legge produca effetti “irragionevoli, discriminanti e non giustificati”. Nel mirino dei giudici finisce in particolare il passaggio della normativa che esclude le coppie omosessuali unite civilmente dalla possibilità di adottare. L’ordinanza, di cui dà notizia il Corriere della Sera, nasce dal ricorso presentato da due quarantenni veneziani, legati da un’unione civile, che hanno manifestato la volontà di adottare un bambino ospitato in un orfanotrofio all’estero. “Non vogliamo essere dei pionieri – hanno spiegato – ma soltanto essere valutati per quello che siamo e per ciò che potremmo offrire: accoglienza e opportunità a un bambino che oggi non ha riferimenti”. Secondo il Tribunale per i minorenni la coppia dispone di risorse economiche e personali tali da poter prendersi cura di un minore in stato di abbandono. Proprio questo elemento ha spinto i giudici a interrogarsi sulla coerenza dell’attuale normativa. Lo scorso anno, infatti, la Corte costituzionale ha aperto alla possibilità di adottare anche per le persone single, ma non ha esteso questa possibilità alle coppie unite civilmente. Un paradosso sottolineato anche dall’avvocata trevigiana Valentina Pizzol, che assiste i due ricorrenti. “Se i nostri clienti decidessero di divorziare – osserva – ciascuno di loro potrebbe adottare un bambino come single e poi ricostituire l’unione civile, aggirando di fatto l’ostacolo previsto dalla legge”. Per il tribunale veneziano, dunque, l’attuale disciplina rischia di risultare discriminatoria non solo nei confronti delle coppie unite civilmente, ma anche dei minori stessi. Nella sua ordinanza il collegio richiama inoltre i principi della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, sottolineando come nel sistema giuridico italiano il matrimonio non sia più l’unico modello capace di definire il rapporto di filiazione. Alla luce di questa evoluzione, secondo i giudici il necessario equilibrio tra il diritto del minore a crescere in un ambiente stabile e armonioso e quello di una coppia unita civilmente a diventare genitori adottivi porta a ritenere che il divieto oggi in vigore non risponda più a una finalità legittima e meritevole di tutela. Al contrario, rischierebbe di tradursi in una forma di sostanziale discriminazione. La parola ora passa alla Corte costituzionale. FOTO DI ARCHIVIO L'articolo Legge non permette adozione a persone dello stesso sesso, il Tribunale di Venezia manda gli atti alla Consulta proviene da Il Fatto Quotidiano.
Diritti
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Corte Costituzionale
Adozioni Gay
Tre ex prefetti di Venezia processati e assolti: “Sì alla riforma Nordio”. Ma il loro caso non c’entra con il referendum
Tre ex prefetti di Venezia, che finirono sotto inchiesta per vicende legate ai centri di accoglienza dei richiedenti asilo, hanno preso posizione a favore della riforma Nordio per la separazione delle carriere. Lo hanno fatto con una lettera pubblicata in prima pagina dal quotidiano veneto Il Gazzettino prendendo spunto dai processi che li hanno visti assolti. In due casi vennero scagionati dalle accuse già in primo grado, nel terzo caso in appello per una condanna riguardante un episodio minore. Il riferimento al legame da sciogliere tra pubblici ministeri e giudici per garantire l’imparzialità non sembra, quindi, trovare una aderenza specifica con l’iter giudiziario dei tre prefetti, che sembrano prendersela soprattutto con l’avvio dell’azione penale e con la durata dei procedimenti, due argomenti che però non sono nemmeno scalfiti dalla riforma costituzionale. A scrivere sono Domenico Cuttaia, Carlo Boffi e Vittorio Zappalorto. “Noi abbiamo vissuto, anzi sofferto, l’esperienza di processi che si sono conclusi con pronunce che hanno cancellato immotivate incriminazioni basate su fatti manifestamente insussistenti. Le nostre vicende processuali sono comuni a quelle di tanti altri cittadini, i quali si sono dovuti difendere da imputazioni non suffragate da elementi probanti e particolarmente lesive della loro dignità personale, affrontando processi che si sono conclusi spesso dopo alcuni anni”. L’argomentazione riguarda i pm, non i giudici. Infatti Cuttaia, Boffi e Zappalorto ammettono che i pubblici accusatori “hanno valutato fatti, circostanze, documentazioni, dichiarazioni testimoniali, situazioni varie, con chiarezza di idee e in posizione di terzietà. Di ciò occorre dare atto”. In una parola, non hanno subito condizionamenti. I prefetti hanno avuto giustizia, eppure “proprio questa consapevolezza ci induce a ritenere che la posizione di terzietà del giudice vada ulteriormente rafforzata, garantendo la sua autonomia ed eliminando alla radice qualsiasi forma di condizionamento esterno”. L’obiettivo polemico diventano non tanto i componenti dei collegi giudicanti, quanto “l’attività svolta dai giudici per le indagini preliminari, i quali, spesso, sembrano risentire del clamore mediatico che accompagna l’attività requirente dei colleghi pubblici ministeri, adeguandosi troppo spesso acriticamente alle loro conclusioni investigative”. La divisione tra giudici e pm servirebbe, secondo gli ex prefetti veneziani, ad “agevolare la formazione e la preparazione di questi ultimi, aumentando la loro capacità di dirigere la polizia giudiziaria, valutandone in modo critico e sereno l’attività, per distinguere le suggestioni investigative – di cui anche noi siamo stati vittime – dagli effettivi elementi probatori”. Dalla parte opposta, i sostenitori del “no” alla riforma Nordio si preoccupano proprio di questo ultimo aspetto, ovvero del rischio di trasformare i pm in semplici “avvocati dell’accusa”, incapaci di ricercare la verità istruttoria, a prescindere dalla colpevolezza degli imputati. Il prefetto Zappalorto, dopo essere stato assolto in primo grado per un’inchiesta riguardante il centro immigrati di Gradisca d’Isonzo, aveva attaccato gli investigatori: “Le motivazioni alla sentenza rappresentano la conferma dell’approssimazione e dell’incapacità della Guardia di finanza che ha eseguito le indagini, ma anche la mancanza di ogni vaglio da parte del magistrato che ha coordinato le indagini. Ed il procuratore capo, a sua volta, non ha verificato come avrebbe dovuto quanto operato dal proprio sostituto”. Gli altri due ex prefetti erano finiti a processo per la gestione del centro di accoglienza di Cona, in provincia di Venezia. Cuttaia era stato assolto in primo grado, Boffi in appello dall’accusa di aver avvertito anticipatamente la cooperativa che gestiva il centro di un’ispezione in arrivo. Tutti si sono lamentati della durata dei processi, ma la riforma voluta dal governo non si preoccupa dello snellimento delle procedure, né dell’abbattimento delle lungaggini giudiziarie. L'articolo Tre ex prefetti di Venezia processati e assolti: “Sì alla riforma Nordio”. Ma il loro caso non c’entra con il referendum proviene da Il Fatto Quotidiano.
Referendum
Giustizia
Carlo Nordio
Venezia
Referendum Giustizia
InvestCloud chiude in Italia: 37 dipendenti sostituiti dall’intelligenza artificiale
Trentasette persone licenziate e sostituite dall’intelligenza artificiale. I dipendenti dell’americana InvestCloud vanno tutti a casa: la multinazionale ha deciso di accelerare la corsa stravolgendo il suo modello di business e così ha comunicato di tagliare l’intero organico italiano. Così i sindacati che rappresentano i 37 dipendenti della sede di Marghera, alle porte di Venezia, si sono ritrovati in mano, lo scorso 9 marzo, una lettera che annuncia la procedura collettiva. “Il modello storico ‘su misura’, organizzato in team dislocati su più giurisdizioni e impegnati in adattamenti locali, ha determinato duplicazioni operative, economie di scala ridotte, tempi di sviluppo più lunghi e una valorizzazione solo parziale dei benefici in termini di produttività e automazione derivanti dall’intelligenza artificiale”, scrive l’azienda che, a livello globale, offre piattaforme digitali per la gestione del patrimonio e soluzioni software alle istituzioni finanziarie. Nello specifico, la società italiana è attiva nel business Digital Wealth, completamente travolto dall’arrivo dell’intelligenza artificiale. In particolare nell’ultimo anno e mezzo, segnato da “una significativa accelerazione dei cambiamenti tecnologici, con un crescente livello di integrazione di soluzioni basate sull’intelligenza artificiale nei modelli di servizio per la gestione del patrimonio”. Da lì l’esigenza di un “riallineamento strutturale”, come lo definisce InvestCloud. In pratica per il gruppo americano le soluzioni personalizzate in base al Paese della clientela hanno fatto il loro tempo e le strutture nazionali saranno progressivamente eliminate. Al loro posto si punterà su pochi centri di eccellenza globali, con una strategia basata su una “accelerazione degli investimenti in soluzioni basate sull’intelligenza artificiale e un rafforzamento dell’attenzione all’innovazione replicabile e scalabile”. E così la soluzione resta una sola: la chiusura della società locale e il licenziamento di 37 persone. L'articolo InvestCloud chiude in Italia: 37 dipendenti sostituiti dall’intelligenza artificiale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Venezia
È morto Frederick Wiseman, addio al regista americano: creò una forma di cinema documentario austera, radicale, irripetibile
Lo sguardo puntato nei meandri di ogni tipologia di istituzione sociale e politica americana, durata fiume dei film, nessuna domanda e risposta tra intervistato ed intervistatore, invisibilità nella presenza della macchina da presa, totale assenza di commenti musicali extradiegetici. In oltre cinquant’anni di carriera il regista statunitense Frederick Wiseman, scomparso lunedì scorso all’età di 96 anni, ha creato una forma di cinema documentario austera, radicale, irripetibile. Se pensiamo che oggi i documentari sono diventati una tendenza formale semplificabile, sinonimo (non si sa bene perché) di impegno politico (solitamente progressista), addirittura progetti che vengono scritti (sic) prima di essere girati per poter essere selezionati tra i finanziamenti delle film commission regionali e ministeriali, a rivedere il manicomio in Titicut Follies (1967), ambulatori medici e pazienti in Hospital (1970) o la vivisezione sulle scimmie in Primate (1974) viene una rabbia profonda. Già, perché la noia, il cosiddetto documentario “palla”, non sono le sei ore sublimi di Near Death (1989), dove Wiseman punta silenzioso la sua lente all’interno del reparto di fine vita dei pazienti di un ospedale di Boston, o le quattro ore di Belfast, Maine (1999), dove l’autore osserva la quotidianità dei lavoratori più disparati di una cittadina della costa est. La rottura di scatole sta nella ripetitività dei documentari confezionati ormai come copie carbone per ogni canale mediatico possibile e immaginabile (dallo streaming ai festival), in maniera identica, senza mai un guizzo di improvvisazione, di sorpresa, di coinvolgimento. Del resto la carriera di Wiseman, iniziata casualmente nel 1963 – avrebbe dovuto continuare a lavorare come avvocato – prosegue a strappi altrettanto casuali, dettati tematicamente e produttivamente dalla curiosità. L’ispirazione per Model (1980) pare sia nata dopo aver sfogliato una rivista di moda nella sala d’attesa di un medico, mentre quella per Menus-Plaisirs – Les Troisgros (2023) da un invito a cena nel famoso ristorante francese del titolo. E per poter stare dentro a quella impossibile oggettività di osservazione Wiseman aveva ridotto la sua troupe praticamente al nulla: lui a registrare il suono (chapeau) e un operatore dietro la macchina da presa (William Brayne e John Davey). Si racconta, del resto, che l’operatore lavorasse sul set con Wiseman spiegandosi a gesti e cenni, senza interrompere il flusso della ripresa. Così da un lato si andava a creare una sorta di naturalismo estremo della ripresa e dall’altro un controllo totale a livello produttivo e tematico, visti i costi bassissimi che non hanno mai richiesto finanziamenti elevati (spesso i documentari sono stati finanziati dalla PBS). È per questo che a ogni tornata di “set” Wiseman si è ritrovato con una quantità di girato infinita. Ed è per questo che il suo cinema, spesso infilato a forza dai teorici nella casella del “direct cinema”, è dovuto scendere a compromessi con la manipolazione del montaggio. “I miei film sono basati su azioni non messe in scena, non manipolate (…) Il montaggio è altamente manipolativo e le riprese sono altamente manipolative. Ciò che scegli di girare, il modo in cui lo giri, il modo in cui lo monti e il modo in cui lo strutturi, tutte queste cose rappresentano scelte soggettive che devi fare”, spiegava Wiseman in un’intervista. “Con Belfast, Maine avevo 110 ore di materiale e ne ho usate solo 4, quasi niente. La compressione all’interno di una sequenza rappresenta una scelta e poi il modo in cui le sequenze sono disposte in relazione alle altre rappresenta una scelta”. Insomma, la manipolazione rispetto alla riproduzione del reale, alla cosiddetta rappresentazione della verità, è inevitabile. Ma è la soluzione di montaggio di Wiseman (lavoro compiuto da solo e per lunghe settimane) a tornare a passare dal via: “L’aspetto etico è che devi cercare di realizzare un film che sia fedele allo spirito della tua percezione di ciò che stava accadendo”, affermava. E ancora: “La mia opinione è che questi film siano parziali, prevenuti, condensati, compressi ma giusti. Penso che quello che faccio sia realizzare film che non sono accurati in alcun senso oggettivo, ma accurati nel senso che penso che siano un resoconto fedele dell’esperienza che ho avuto nel realizzare il film”. L’ultimo lavoro che abbiamo visto, City Hall, presentato al Festival di Venezia nel 2020 (La Biennale Cinema lo premiò con un Leone alla Carriera ben prima che Hollywood se ne uscisse con il suo Oscar, ndr), ha una struttura, un ritmo, una costruzione pressoché identici a tutti i suoi precedenti film: nel seguire la vita all’interno degli uffici del municipio di Boston, dal sindaco ai gruppi di cittadini, dagli impiegati agli addetti alle pulizie, Wiseman pennella come sempre una narrazione affatto standard, dove il climax si raggiunge in ogni singola sequenza e mai nell’accumulo quantitativo di minutaggio e racconto. Difficile, peraltro, recuperare i suoi film in qualche biblioteca istituzionale. Si spera in un omaggio ricco di Fuori Orario su Rai 3. Un altro maestro che se ne va, senza alcun epigono e/o sostituto, sopraffatto dagli algoritmi. 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Venezia, battello fuori controllo si scontra con due gondole e una barca: quattro persone in acqua. Le immagini
Incidente nel Canal Grande a Venezia. Un battello Aliguna di trasporto passeggeri in avaria si è scontrata con due gondole e una barca poco dopo le 11 di oggi, domenica 8 febbraio. Quattro persone sono cadute in acqua e sono state soccorse da vigili del fuoco e sommozzatori, ma non risultano feriti gravi. Secondo quanto riporta Venezia Today, il comandante ha provato a governare la barca, ma non rispondeva ai comandi. La causa potrebbe essere la rottura della guaina del cambio. L'articolo Venezia, battello fuori controllo si scontra con due gondole e una barca: quattro persone in acqua. Le immagini proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cronaca
Venezia
Una nuova specie invasiva nella laguna di Venezia: le Noci di mare mettono in pericolo ecosistema e pesca
Tra i canali di Venezia è sbarcato un nuovo “alieno”. Una delle 100 specie invasive più dannose al mondo, lo ctenoforo Mnemiopsis leidyi detto anche “Noce di mare”, rischia di mettere in pericolo l’ecosistema marino e l’economia ittica della laguna di Venezia con la sua diffusione. Tra le cause di questo fenomeno ci sono gli effetti sulle acque del cambiamento climatico, circostanza che favorisce la proliferazione delle Noci a discapito di altri organismi dell’habitat. L’avvertimento viene da una ricerca realizzata dall’Università di Padova e dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale e pubblicata su Estuarine, Coastal and Shelf Science, rivista accademica internazionale che si occupa di scienze oceanografiche e costiere, con il titolo ‘An invader chronicles: local ecological niche of Mnemiopsis leidyi in the Venice Lagoon‘. La noce di mare è un organismo marino trasparente e gelatinoso che raggiunge solitamente una lunghezza compresa tra 7 e 12 centimetri. E rappresenta un pericolo per le lagune mediterranee perché, come ha spiegato il ricercatore di UniPd Filippo Piccardi, il contesto è “caratterizzate da una forte variabilità spaziale e stagionale delle condizioni ambientali” e ancora non si conosce l’impatto delle noci su di esso. Il primo autore dello studio ha spiegato che lui e i suoi colleghi hanno “adottato un approccio interdisciplinare e monitorato per due anni la distribuzione spaziale della specie con esperimenti controllati per definire le principali soglie ambientali di sopravvivenza”. I risultati hanno evidenziato “un andamento stagionale [della specie ndr], con bloom (eventi di riproduzione massiva) in tarda primavera e tra fine estate e inizio autunno”, dei periodi che sono correlati alla temperature e alla salinità dell’acqua durante l’anno. Questo ctenoforo è una specie resistente: riesce a sopravvivere tra i 10 e i 32 °C e un grado di salinità compreso tra i 10 e i 34 grammi di sale per litro d’acqua. Un concetto che è stato ribadito anche da Valentina Tirelli, ricercatrice dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale: “I nostri risultati suggeriscono che i cambiamenti climatici in atto potrebbero favorire condizioni ambientali sempre più idonee a questo ctenoforo, incrementandone la presenza in grandi aggregati e, di conseguenza, aumentando il rischio di severe ripercussioni sul funzionamento dell’intero ecosistema lagunare”. La coautrice dello studio si è detta soddisfatta perché il lavoro svolto “fornisce nuove informazioni sulla nicchia ecologica di questa specie nella laguna di Venezia”. Anna Maria Cisint, europarlamentare della Lega, ha dichiarato che la noce di mare rappresenta “una nuova calamità, peggiore del granchio blu” perché oltre al plancton “divora lo stadio larvale di pesci, molluschi e crostacei”. Uno scenario che si è già verificato: “Soltanto nell’alto Adriatico, negli ultimi mesi, la pesca alle vongole ha registrato un crollo del fatturato da 120 a 13 milioni, con la cessazione di 700 partite iva”. Per questo, l’eurodeputata ha chiesto alla Commissione europea di adottare “delle azioni urgenti, con misure di compensazione dedicate”. L'articolo Una nuova specie invasiva nella laguna di Venezia: le Noci di mare mettono in pericolo ecosistema e pesca proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Com’è possibile che un teatro finanziato con fondi dello Stato sia gestita dai sindacati?”: Beatrice Venezi risponde alle proteste della Fenice contro la sua nomina
La direttrice d’orchestra Beatrice Venezi ha rotto per la prima volta il silenzio sulla mobilitazione dell’Orchestra e del Coro del Teatro La Fenice di Venezia, che dal 22 settembre scorso protestano contro la sua nomina a direttrice musicale stabile a partire dal prossimo mese di ottobre perché non avrebbe un curriculum all’altezza del prestigio dell’istituzione veneziana. L’occasione è stata la conferenza a Pisa per presentare “Carmen” di Georges Bizet, terzo titolo della stagione lirica 2025/26 firmata dal direttore artistico Marco Tutino, opera che dirigerà venerdì 23 e domenica 25 gennaio al Teatro Verdi. “Dico soltanto che sono così raccomandata che lavoro praticamente, esclusivamente all’estero e che di questa vicenda parlerò a tempo debito. Chiuderei al momento con una battuta calcistica che faceva spesso l’allenatore di calcio Vujadin Boskov: ‘la partita è chiusa solo quando l’arbitro fischia’”, ha detto la Venezi. “Ero impegnata per lavoro dall’altra parte del mondo e non ho seguito molto le polemiche – ha aggiunto -. Avrei potuto intervenire commentando l’immagine che il Teatro La Fenice ha dato di sé a livello internazionale con questa vicenda, perché nella narrazione manca ciò che se ne dice all’estero: ci si chiede infatti come sia possibile che un teatro o una fondazione finanziata con fondi pubblici dello Stato sia di fatto gestita dai sindacati, in un contesto che appare totalmente anarchico. In alternativa, avrei potuto limitarmi a commentare le spillette della protesta: personalmente le avrei fatte un po’ più stilizzate, magari anche con uno Swarovski”. Al termine della conferenza stampa, ai giornalisti che le hanno chiesto un parere sui presunti fraintendimenti con gli orchestrali della Fenice, Venezi ha risposto: “Quali fraintendimenti? Io non ho ancora messo piede a Venezia. Questa direzione a Pisa è un piacevole ritorno per me in Italia e sarà una breve parentesi insieme alle prossime due settimane a Trieste, con ‘Ascesa e caduta della città di Mahagonny’, poi tornerò all’estero prima a Montevideo per una ‘Carmen’ e poi al Teatro Colon di Buenos Aires per l’inaugurazione della stagione con ‘Cavalleria e Pagliacci’. Per impegni e per scelte non ho parlato fino a questo momento della vicenda della Fenice e sto aspettando il momento giusto. Ci sono tanti elementi di cui parlare che ancora non sono entrati nella narrazione di questa vicenda”. L'articolo “Com’è possibile che un teatro finanziato con fondi dello Stato sia gestita dai sindacati?”: Beatrice Venezi risponde alle proteste della Fenice contro la sua nomina proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Barista ucciso a Venezia, arrestato anche il presunto complice del vigile accusato di omicidio
C’è un nuovo nome nel registro degli indagati per il caso del barista ucciso. Un 38enne, residente a Spinea, è stato arrestato dai carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Venezia, perché ritenuto coinvolto nell’omicidio di Sergiu Tarna, il 25enne freddato con un colpo di pistola alla tempia lo scorso 31 dicembre in un campo agricolo di Malcontenta di Mira (Venezia), e che ha visto già finir in manette il presunto omicida, Riccardo Salvagno, 40 anni, agente della polizia locale. Il 398enne, con precedenti di polizia, è ritenuto responsabile, in concorso con altra persona già arrestata il 6 gennaio, dell’omicidio del giovane moldavo. Il provvedimento è stato emesso dal gip di Venezia su richiesta della Procura che ha coordinato l’indagine dei militari del Nucleo Investigativo che hanno consentito di “delineare un solido e grave quadro indiziario” nei confronti della persona arrestata. Gli investigatori sono riusciti ad accertare la partecipazione dell’indagato al sequestro del 25enne moldavo, avvenuto nella notte del 31 dicembre a Venezia-Chirignago dove la vittima, all’uscita di un bar, era stato costretto a salire a bordo di una vettura con la forza e sotto la minaccia di una pistola. Ed inoltre l’indagato avrebbe partecipato all’esecuzione materiale del delitto commesso poco dopo in un’area di aperta campagna. Sarebbe stato verificato che sia il vigile che il 28enne avrebbero effettuato anche un “sopralluogo” nella zona rurale in cui è stato ritrovato il cadavere del giovane moldavo proprio per individuare il posto dove avrebbero dovuto condurre il povero ragazzo. Il 38enne è stato portato nel carcere di Santa Maria Maggiore di Venezia, a disposizione dell’autorità giudiziaria. La misura cautelare della custodia in carcere è stata disposta ritenendo sussistenti le esigenze cautelari ed in particolare il pericolo di reiterazione del reato della medesima tipologia in relazione alla “personalità priva di freni inibitori dell’indagato”. L'articolo Barista ucciso a Venezia, arrestato anche il presunto complice del vigile accusato di omicidio proviene da Il Fatto Quotidiano.
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