“Oggi siamo davanti ad uno scenario, una pletora di esperti tecnici di Var e il
fatto che tutti mi fate la domanda e soprattutto quello che ho potuto leggere
stamattina è che tanti opinionisti, tanti diciamo varisti aggiunti hanno
acclarato che era calcio di rigore”. Senza troppi giri di parole il presidente
dell’Inter Giuseppe Marotta è tornato sull’episodio da calcio di rigore nel
corso della sfida tra i nerazzurri e la Fiorentina nel match terminato 1-1 e
giocato domenica sera.
L’episodio in questione è relativo a un fallo di mano di Pongracic nel primo
tempo, su un cross dalla destra. Un episodio che non è stato nemmeno preso in
considerazione dal var, senza alcun check e senza replay. “Io mi limito a questa
valutazione. Non facciamo le vittime, io dico che ci deve essere un’uniformità
di valutazioni, il protocollo oggi viene utilizzato, secondo me, non in modo
omogeneo, quindi io sono per l’uniformità da questo punto di vista e per la
centralità dell’arbitro e che certi episodi spesso e volentieri vengono
interpretati in modo molto soggettivo, troppo soggettivo rispetto a quello che
sono invece valutazioni oggettive“, ha concluso sul tema il presidente
dell’Inter Beppe Marotta nella conferenza in Lega Calcio.
“Per cui auspico veramente che nella prossima stagione si riesca a creare un
protocollo omogeneo e che si arrivi anche ad un tipo di arbitraggio, senza
polemica, perché ci sono arbitraggi che portano magari a nessuna ammonizione e
pochi fischi e altri che portano a più ammonizioni e più fischi, quindi anche
queste sono valutazioni che devono essere analizzate per il bene del calcio”.
Il focus si è poi spostato anche sul momento dell’Inter: “L’allenatore che è il
leader del gruppo riesce a fotografare meglio di tutti la situazione,
analizzarla nel migliore dei modi e lo farà con il suo staff, direi però che non
siamo davanti ad uno psicodramma, ad una situazione difficile, come lo sport
spesso ti fa vedere assolutamente. Ripeto è impensabile per me essere qua oggi a
otto domeniche della fine e dire siamo in vantaggio di sei punti, non dobbiamo
cullarci, sappiamo che esistono difficoltà e sappiamo che in alcune circostanze
è più facile fare il cacciatore che la lepre, perché chiaramente in questo caso
le forze degli avversari si moltiplicano e dobbiamo essere più bravi noi
nell’affrontare questo periodo di transizione.”
Nonostante il periodo complicato, Marotta rimane comunque ottimista sul finale
di stagione: “Io devo essere ottimista so che la squadra è una squadra forte, so
che abbiamo a che fare con i professionisti che fanno il loro lavoro nel
migliore dei modi e adesso si tratta di ritrovare la strada che momentaneamente
abbiamo perso“, ha concluso il presidente dopo il pareggio di Firenze.
L'articolo “I ‘varisti’ aggiunti hanno acclarato che era rigore. Mi limito a
ciò”: Marotta sull’episodio in Fiorentina-Inter proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Inter
L’errore decisivo nel pareggio contro la Fiorentina ha riaperto il dibattito su
Nicolò Barella. Il centrocampista dell’Inter, attuale capitano in attesa del
ritorno di Lautaro Martinez, aveva pure cominciato bene la sfida al Franchi: è
suo l’assist per l’incornata di Pio Esposito che aveva portato avanti i
nerazzurri all’alba del match. Poi però sono riemersi i fantasmi. Errori
incomprensibili, tante sbracciate e lamentale, poca sostanza. Fino al tocco
lezioso in area di rigore che ha regalato alla Fiorentina la chance del pareggio
di Ndour, che poi ha fissato il punteggio finale sull’1 a 1.
L’Inter vede Milan e Napoli riavvicinarsi, chiuderà il mese di marzo senza
nemmeno una vittoria. E vede il suo uomo simbolo a centrocampo sgretolarsi di
fronte alle difficoltà. Da tempo, in realtà, Barella non tocca più i livelli
delle stagioni con Conte e delle prime annate con Inzaghi. Si sente troppo
trequartista e troppo poco mediano. Si parla tanto della sua nemesi con la porta
(un solo gol in campionato), ma per lo meno ci sono 7 assist a compensare
parzialmente questa lacuna. All’Inter invece manca il Barella in versione
aggressore, quello che pressava senza soluzione di continuità e faceva da filtro
davanti alla difesa. Quello che nel dubbio non aveva paura a spazzare un
pallone.
Nonostante il periodo buio, però, Chivu ha scelto di non rinunciare mai a
Barella. In campionato i numeri parlano chiaro: 27 presenze in 30 partite, di
cui 24 da titolare. La domanda è: l’Inter può davvero fare a meno di lui? Per
fornire una risposta almeno parziale, una strada possibile è appunto guardare
alle 6 partite di Serie A in cui il 29enne sardo non era titolare. Il primo
elemento che emerge è abbastanza chiaro: sono arrivate 6 vittorie su 6, bottino
pieno. Anche se, è bene sottolinearlo, sono tutte partite che l’Inter ha giocato
contro le cosiddette piccole.
Ma il dato più evidente riguarda le tre partite che Barella ha saltato (due per
infortunio, una per squalifica), tutte tra il primo febbraio e il 21 febbraio. È
il momento della stagione in cui la squadra di Chivu ha scavato il gap che
ancora le permette di restare stabilmente in testa alla Serie A. Sono arrivate
tre vittorie nette contro Cremonese, Sassuolo e Lecce: 9 gol fatti e zero
subiti. Nel mezzo, Barella aveva giocato da titolare contro la Juventus, nel
match che aveva invece mostrato le prime crepe dei nerazzurri, al di là della
vittoria e delle polemiche.
Tornando indietro di pochi giorni, il centrocampista sardo era partito dalla
panchina anche contro il Pisa: l’Inter ha vinto 6 a 2 e Barella è entrato solo
nell’ultima mezz’ora. Nel girone d’andata invece aveva cominciato fuori dagli
undici contro Verona e Pisa. Nel primo caso, era il 2 novembre, i nerazzurri
avevano faticato e Barella era stato a suo modo decisivo, entrando a 35 minuti
dal termine e propiziando l’autogol di Frese che ha regalato la vittoria per 2 a
1 ai nerazzurri. Contro il Parma, 7 gennaio, era entrato per gli ultimi venti
minuti, fornendo l’assist per il definitivo 2 a 0 firmato da Thuram.
Sei partite sono certamente troppo poche per far emergere una tendenza chiara.
Ma resta il fatto che l’Inter ha saputo vincere anche senza Barella. E che anzi
il vice capitano nerazzurro è stato determinante in due occasioni entrando dalla
panchina. Ora c’è la sosta per le Nazionali: una eventuale qualificazione
dell’Italia al Mondiale potrebbe restituire all’Inter un Barella rinvigorito nel
morale e nello spirito. Forse però Chivu, una volta recuperati tutti gli
infortunati, potrebbe pensare di concedergli un po’ di riposo. La sua Inter ha
dimostrato di sapersela cavare anche senza e un Barella da far subentrare a
partita in corso, quindi lucido nei momenti decisivi, potrebbe diventare una
carta in più per evitare il crollo psico-fisico che i nerazzurri hanno vissuto
sia contro l’Atalanta sia contro la Fiorentina. In attesa che torni il Barella
“mediano cattivo” e dimentichi le velleità da fine palleggiatore.
L'articolo L’Inter può fare a meno di Barella? Come sono andate le 6 partite di
Serie A in cui non era titolare proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mettiamo da parte (ma fino a un certo punto) il campionato: è la settimana
decisiva per il pallone italiano. Quella della semifinale contro l’Irlanda del
Nord e – speriamo – della finale in Galles o Bonia: gli spareggi mondiali che
decideranno se mancheremo la terza Coppa del mondo di fila sono le partite della
vita per il nostro calcio. E ce le giochiamo con l’“ItalInter”: con tutto il
rispetto parlando per i vari Bastoni, Barella, Dimarco, una nazionale di
perdenti.
In nazionale sono sempre esistiti i “blocchi”, gruppi di giocatori dello stesso
club che arrivano in azzurro facendone le fortune, nel bene o nel male. Il
periodo recente, forse il peggiore della storia della nazionale, coincide col
blocco Inter: una constatazione che non vuol dire accollare interamente ai
nerazzurri la crisi del movimento. Nel 2018, per fare un esempio, c’erano ancora
le cariatidi dell’ItalJuve (i vari Buffon, Bonucci, Chiellini, ecc.) e le cose
non andarono meglio. Tra i convocati, 23 su 28 provengono da altre squadre e
sono uno più mediocre dell’altro. È indubbio però che l’ossatura sia formata
dalla squadra egemone in Serie A nell’ultimo lustro, che ne determina le
caratteristiche, lo spirito, persino il modulo: è fisiologico per certi versi
che sia così (Spalletti agli ultimi Europei provò a fare di testa sua, mettendo
tutti fuori ruolo, e si è visto il risultato), però significa anche affidarsi
completamente a questo blocco.
Il problema è che il gruppo nerazzurro non dà nessuna garanzia in vista dei
playoff Mondiali, e quanto sta accadendo in Serie A lo dimostra. La definizione
di “perdenti” è forse un po’ ingenerosa per giocatori che hanno fatto due finali
di Champions in tre anni, battendo corazzate come Bayern e Barcellona in un
panorama ormai proibitivo per le italiane (ce ne siamo accorti quest’anno), e
vinto comunque due scudetti (anche se nel primo erano ancora telecomandati da
Antonio Conte…). Magari vinceranno anche il prossimo, perché la classifica
rimane favorevole nonostante la frenata delle ultime giornate. Il punto però è
che con un vantaggio di 10 e addirittura 14 punti sulle inseguitrici non
avrebbero dovuto nemmeno pensare di poterlo perdere.
L’Inter è una squadra fragile, che in campo ha paura della propria ombra:
sembrava aver superato il trauma degli zero titoli dello scorso anno, ma in
realtà se lo porterà sempre con sé perché certi dolori non si dimenticano. E in
questo sono proprio gli italiani, i leader tecnici ed emotivi di questa squadra,
i più compromessi: non sono dei fenomeni, funzionano solo in un preciso
meccanismo tattico (quello creato da Simone Inzaghi, che Chivu era riuscito solo
temporaneamente a rivitalizzare nella prima parte della stagione) e non hanno
nemmeno un cuor di leone. L’involuzione di Barella pare irreversibile, Bastoni
dall’episodio di Juve-Inter non è stato più lo stesso. C’è anche, evidentemente,
un tema fisico, perché la squadra è di nuovo arrivata cotta nel momento decisivo
di stagione, e il più spompato di tutti è proprio Dimarco, tornato ad avere
un’autonomia di un tempo scarso a partita. L’unico che sembra ribellarsi al
copione è Pio Esposito, che infatti non appartiene al gruppo storico, non ne
condivide le ferite, ha dalla sua l’incoscienza e l’energia dei 20 anni. Però
nemmeno si può scaricare tutta questa pressione sulle spalle di un ragazzino.
Vale per l’Inter, e di conseguenza per l’ItalInter.
C’è anche pizzico di sfortuna nelle tempistiche. Perché se queste due partite
fossero capitate in un altro momento in cui l’Inter volava, probabilmente le
premesse sarebbero state diverse. Invece questi playoff ricordano sinistramente
la sfida in Norvegia nel giugno 2025, partita a cui l’Italia arrivò dopo la
disfatta dell’Inter in finale di Champions, incassando un sonoro 3-0 che ha
compromesso l’intero girone di qualificazione. Onestamente, pensare di giocarci
la partita della vita con questi giocatori, in questo stato di forma fisico e
mentale, fa venire i brividi. Gattuso dovrebbe esserne consapevole. Ma d’altra
parte, che alternative ha? Questo passa il convento, l’ItalInter è comunque la
miglior nazionale, l’unica possibile. Con tutti i suoi limiti, speriamo basti
almeno per battere Irlanda del Nord e Galles.
X: @lVendemiale
L'articolo Nazionale, attento Gattuso: il blocco Inter non sa reggere la
pressione proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Vorrei rivivere la serata più triste. Avevo 17 anni e stavo per lasciare
Chateauroux per la Juventus“. A parlare è Ange–Yoan Bonny, attaccante 23enne
dell’Inter, arrivato dal Parma nel corso dell’estate 2025. Il percorso italiano
di Bonny è noto a tutti: prima al Parma – comprese le tre annate in Serie B –
poi all’Inter dopo un’ottima stagione in Serie A proprio con Cristian Chivu. Ma
la sua carriera italiana sarebbe potuta essere differente. Non all’Inter, ma
alla Juventus, nel 2020. A raccontarlo è stato proprio Bonny nel corso di
un’intervista a L’Équipe: “Potevo andare alla Juve. Stavo per firmare. Ma
durante le visite i dottori hanno scoperto un problema: secondo loro giocare a
calcio sarebbe stato complicato. Sono passato dal trasferirmi alla Juventus al
niente. Stavo male e i miei amici stavano male quanto me: ho capito su chi
potevo contare“, ha raccontato Bonny.
Poi però è rimasto alla Chateuroux, in Ligue 2, prima di essere scoperto dal
Parma nel 2021, a 18 anni. Tre anni di Serie B e poi l’unica stagione in Serie A
con la maglia dei ducali, dove ha segnato 6 gol, attirando su di sé l’attenzione
di diversi club. Ad avere la meglio è stata l’Inter: “Quando ho firmato per
l’Inter l’ho annunciato a tutti nello stesso parcheggio dove ci trovavamo e dove
diedi loro anche quella brutta notizia“. Un passato che sarebbe potuto essere
alla Juventus, un presente in nerazzurro. Bonny è anche un tifoso dell’Inter,
come dimostra una foto da bambino postata sui social negli scorsi mesi: “La mia
prima maglia fu quella dell’Inter, perché c’era Samuel Eto’o”.
L'articolo “Stavo andando alla Juve, poi i medici scoprirono un problema. Fu un
colpo durissimo”: la rivelazione di Bonny proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il rientro dall’infortunio, lo scudetto da conquistare con l’Inter e poi il
Mondiale con l’Argentina. Sono questi i tre obiettivi di Lautaro Martinez per il
finale di stagione. Guardando a un futuro più lontano, però, l’attaccante di
Bahia Blanca confessa di avere un altro sogno: “Tornare al Racing è un mio
desiderio: sto cercando di convincere mia moglie e lei mi supporta. Ovviamente
dipende da tante cose, famigliari ma anche come sto fisicamente. Ma il mio sogno
è quello di tornare a giocare al Racing per almeno un anno, non so quando”, ha
spiegato in un’intervista a Racing Radio.
Con la maglia biancoceleste del club di Avellaneda, Lautaro ha visto sbocciare
la sua carriera, sotto l’ala di un mentore come Diego Milito, che è stato poi
uno degli artefici del suo trasferimento all’Inter, come in un’ideale passaggio
di testimone. “Milito? Ci parlo tutte le settimane, è stato sempre presente e
vicino a me anche all’inizio della mia carriera. Mi ha scritto dopo che mi sono
fatto male e abbiamo parlato del Racing che non sta andando bene, ma gli ho
mandato un messaggio di sostegno al club”, ha raccontato Lautaro.
Il capitano dell’Inter, 28 anni, non è certo arrivato alla parte finale della
sua carriera. Oggi è un pilastro dei nerazzurri, è al terzo posto nella
classifica marcatori all-time ed è destinato già a diventare una leggenda del
club. Prima o poi però tutte le storie finiscono. E per Lautaro l’epilogo ideale
sarebbe il ritorno lì dove tutto è iniziato: “Ho ancora 3 anni di contratto con
l’Inter, mi piacerebbe stare a lungo nel calcio di alto livello, mi sento bene e
sono ancora giovane ma in futuro mi piacerebbe far capire ai miei figli l’amore
che la gente del Racing ha per me”.
Un amore che Lautaro ha provato più volte quando è tornato a casa. Come quando
di recente al centro di allenamento del Racing ha incontrato l’allenatore
Costas: “Mi ha detto: ‘Resta qui, ti aspettiamo, vieni, torna l’anno prossimo,
gioca il Mondiale e vieni’. Il desiderio di tornare al Racing è sempre presente
in me per i momenti vissuti, perché mi hanno permesso di fare quello che sto
facendo oggi. Oltre ai sacrifici che ho fatto, loro mi hanno aiutato
moltissimo“. Anche a Milano però, sponda nerazzurra, tutti i tifosi sono pronti
a riavvolgere con il loro calore Lautaro Martinez. In sua assenza, d’altronde,
l’Inter è uscita dalla Champions e sta faticando anche in campionato.
L'articolo “Tornare al Racing è un mio desiderio: sto cercando di convincere mia
moglie”: il sogno di Lautaro Martinez proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Gli episodi? Non li ho visti“. Così Raffaele Palladino a Dazn svia sui presunti
errori arbitrali in Inter–Atalanta, terminata 1-1 tra tantissime polemiche per
le decisioni dell’arbitro Manganiello. “Sapete che non parlo mai degli arbitri.
Mi hanno detto che Marelli ha confermato che non c’erano nessuno dei due e noi
ci fidiamo di chi fa questo lavoro”, ha concluso il tecnico del club bergamasco,
non commentando più gli episodi più discussi del pomeriggio.
Di tutt’altro avviso sono invece i nerazzurri milanesi, che dopo la partita
hanno annunciato il silenzio stampa come forma di protesta per le scelte di
Manganiello sia in occasione del gol dell’1-1, sia in occasione del mancato
fischio in area di rigore per il fallo su Frattesi. Chivu è stato espulso per
proteste dopo il gol del pareggio, mentre a fine gara tutti i calciatori hanno
accerchiato il direttore di gara per chiedere spiegazioni sulle scelte fatte nei
due episodi citati.
Palladino ha poi spostato il focus sulla partita, con un punto importante per la
sua squadra impegnata nella lotta Champions: “Era una settimana difficile,
abbiamo affrontato due corazzate, mi è piaciuta la risposta della squadra,
soprattutto dal punto di vista mentale. Potevano esserci strascichi, invece la
squadra ha reagito bene, da uomini. Mi è piaciuta l’intensità, c’erano scorie
fisiche. Anche lo spirito di chi è entrato mi è piaciuto, questo è un grande
gruppo che tira da 4 mesi in cui gli chiedo tanto”.
Il tecnico ha poi concluso: “Sudano la maglia, danno tutto con grande impegno,
non è facile giocare ogni tre giorni, li voglio ringraziare perché hanno fatto
una grande partita. Siamo cresciuti durante la partita, il primo tempo era
un’idea nostra rimanere più bassi. Purtroppo non abbiamo sfruttato i contropiedi
che l’Inter ci concedeva. Nel secondo sapevo che l’inerzia poteva cambiare e
quelli che subentrano danno sempre grande energia. Sono molto soddisfatto,
felice, la squadra cresce, la nostra forza è la panchina”.
L'articolo “Fallo su Dumfries e rigore? Non li ho visti, ma mi hanno detto che
non c’erano”: Palladino dopo Inter-Atalanta proviene da Il Fatto Quotidiano.
Doveva essere la partita del riscatto post derby per l’Inter di Cristian Chivu,
ma i nerazzurri frenano anche contro l’Atalanta. A San Siro finisce 1-1 tra i
nerazzurri milanesi e quelli bergamaschi: al gol di Pio Esposito nel primo tempo
ha risposto Nikola Krstovic all’83esimo, segnando la rete del definitivo 1-1. A
prendersi la scena però – tanto per cambiare in Serie A – sono stati gli episodi
arbitrali. Questa volta a protestare è l’Inter, per due possibili momenti
chiave: il gol del pareggio dell’Atalanta e un presunto rigore non fischiato per
fallo su Frattesi nei minuti finali.
Il primo episodio è quello sul gol del pareggio di Krstovic. I nerazzurri hanno
protestato a lungo per un presunto fallo di Sulemana su Dumfries sul recupero
palla che ha portato alla rete dell’1-1. In questa circostanza Chivu ha
protestato a lungo con il direttore di gara ed è stato espulso. Altre proteste
furiose dei giocatori dell’Inter sono invece arrivate nei minuti finali, quando
dopo una mischia in area, Djimsiti colpisce Frattesi e i nerazzurri chiedono
rigore: l’arbitro però fa proseguire. A fine gara caos a centrocampo: Barella,
Dumfries e compagni hanno accerchiato l’arbitro Manganiello per chiedere
spiegazioni sui due episodi in questione.
L'articolo L’Inter frena contro l’Atalanta tra le polemiche arbitrali: a San
Siro finisce 1-1. Ma i nerazzurri si infuriano con Manganiello proviene da Il
Fatto Quotidiano.
“Bastoni orgoglio nostro”. Con questo striscione la curva dell’Inter ha voluto
omaggiare Alessandro Bastoni nel match contro l’Atalanta di sabato alle 15,
giocato a San Siro. Match in cui Bastoni è rimasto in panchina perché non al
meglio: al suo posto in campo Carlos Augusto. Dopo il tanto discusso episodio di
Inter–Juventus, Alessandro Bastoni è diventato il bersaglio di tutte le
tifoserie di Serie A (e anche in Champions League), con tantissimi fischi.
Motivo per cui i tifosi nerazzurri hanno voluto mostrare il loro sostegno al
giocatore.
A distanza di un mese esatto, infatti, dell’episodio tra Alessandro Bastoni e
Pierre Kalulu – espulso dopo una simulazione del difensore interista – si
continua a parlare sia sui social che in varie trasmissioni. L’ultima news che
riguarda Bastoni è la decisione di inserirlo tra i premiati con la “Rosa
Camuna“, la più alta onorificenza conferita dalla Regione Lombardia. La
candidatura è stata presentata dal presidente del Consiglio regionale Federico
Romani (Fratelli d’Italia) e sottoscritta anche dal consigliere regionale Pietro
Bussolati (Pd), in un raro momento di sintonia bipartisan che però ha finito per
scatenare una polemica tutta interna alla destra e a FdI.
Bastoni viene indicato dai promotori come “uno dei volti più rappresentativi del
calcio lombardo, italiano ed europeo”. Nella motivazione si sottolineano “il
valore sportivo dimostrato nel corso della carriera e il ruolo simbolico che
ricopre nel calcio regionale”. A rafforzare le tesi della candidatura c’è –
secondo Romani e Bussolati – il fatto che “ha saputo distinguersi anche per la
maturità dimostrata nel riconoscere pubblicamente un proprio errore, assumendosi
la responsabilità di un gesto avvenuto in campo. Un atteggiamento non scontato e
non comune e che testimonia il rispetto per il gioco, per gli avversari e per i
tifosi”.
L'articolo “Orgoglio nostro”: la curva dell’Inter omaggia Bastoni e poi gli
dedica un coro proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Mettere in un angolino il derby stavolta non può bastare”. L’Inter è prima in
classifica con sette punti di vantaggio sul Milan, ma per Massimo Moratti questo
non basta a cancellare le preoccupazioni dopo il derby perso. Nell’intervista
concessa alla Gazzetta dello Sport, l’ex presidente nerazzurro usa toni
insolitamente duri, puntando il dito contro l’atteggiamento della squadra e
alcune evidenti carenze emerse nelle ultime partite. Il problema, a suo
giudizio, è soprattutto nella mentalità mostrata dalla squadra: “Deve tornare a
correre e a giocare. Domenica a San Siro non ho visto il fuoco, la tensione.
Inammissibile”.
Per l’ex patron l’origine della sconfitta non è nemmeno da cercare nella partita
contro il Milan, ma nella gestione della Coppa Italia pochi giorni prima a Como:
“Siamo andati a non giocare in Coppa Italia pensando che intanto c’era il
ritorno. Ignobili gli ultimi 10 minuti passandosi la palla all’indietro. Abbiamo
la rosa e le energie per cercare sempre la vittoria. Così è stata allenata la
passività vista poi contro il Milan. Il calcio certe cose te le fa pagare”. Il
giudizio finale è ancora più tranchant: “L’Inter nel derby ha giocato una
partita stanca, dopo averlo fatto volontariamente a Como. Una cazzata infinita”.
Tra gli episodi simbolo del derby c’è anche il gol mancato da Henrikh
Mkhitaryan. Moratti non mette in discussione il valore del centrocampista
armeno, ma sottolinea un limite evidente. “Benedetto ragazzo, alla Pinetina
dovrebbero metterlo a sparare palloni in porta per ore. Giocatore eccezionale e
completo, aveva fatto un’azione stupenda, ma quando arriva in area…”. L’ex
presidente invita anche a non cercare scuse, nemmeno nella stagione logorante
dell’anno scorso o negli scontri diretti persi. “Zero alibi”, dice. “Le risorse
per tornare a correre e lottare ci sono tutte. Il vantaggio di non avere più la
Champions va sfruttato”.
Pesano però alcune assenze. “Mancano tanto Calhanoglu, Dumfries e soprattutto
Lautaro“, spiega Moratti, indicando nel capitano il vero punto di riferimento
della squadra: “Non solo per i gol. Il Toro lega centrocampo e attacco, è umile,
corre, carica tutti. Leader indispensabile“. Nonostante le critiche, l’ex
presidente continua a credere nello scudetto. Ma avverte che non sarebbe affatto
scontato: “Mi aspetto che l’Inter tenga duro. I sette punti di vantaggio sono
tanti e meritati“. E poi la stoccata finale: “Se vinciamo lo scudetto, spero che
qualcuno non provi a farla passare per una cosa normale“. Per Moratti, insomma,
la vetta della classifica non cancella i difetti di una squadra che resta forte,
ma tutt’altro che perfetta.
L'articolo “Mkhitaryan alla Pinetina dovrebbero metterlo a sparare palloni in
porta per ore. Se l’Inter vince lo scudetto non è una cosa normale”: parla
Massimo Moratti proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il difensore dell’Inter e della Nazionale Alessandro Bastoni tra i premiati con
la “Rosa Camuna“, la più alta onorificenza conferita dalla Regione Lombardia. La
candidatura è stata presentata dal presidente del Consiglio regionale Federico
Romani (Fratelli d’Italia) e sottoscritta anche dal consigliere regionale Pietro
Bussolati (Pd), in un raro momento di sintonia bipartisan che però ha finito per
scatenare una polemica tutta interna alla destra e a FdI.
Bastoni, classe 1999 e nato a Casalmaggiore, in provincia di Cremona, viene
indicato dai promotori come “uno dei volti più rappresentativi del calcio
lombardo, italiano ed europeo”. Nella motivazione si sottolineano “il valore
sportivo dimostrato nel corso della carriera e il ruolo simbolico che ricopre
nel calcio regionale”. Con la maglia dell’Inter e della Nazionale, spiegano
Romani e Bussolati, il difensore “ha dimostrato negli anni qualità tecniche,
personalità e senso di responsabilità che lo rendono un punto di riferimento
dentro e fuori dal campo”.
A rafforzare la candidatura, secondo i proponenti, c’è anche la gestione di un
episodio recente. Il riferimento è alla partita Inter-Juventus del 14 febbraio,
con protagonista Bastoni e il difensore bianconero Kalulu. Il difensore
nerazzurro enfatizzando un lievissimo contatto ha provocato l’ingiusta
espulsione di Kalulu e ha pure esultato mentre al suo collega veniva mostrato il
secondo giallo e il conseguente cartellino rosso. Bastoni – aggiungono Romani e
Bussolati – “ha saputo distinguersi anche per la maturità dimostrata nel
riconoscere pubblicamente un proprio errore, assumendosi la responsabilità di un
gesto avvenuto in campo. Un atteggiamento non scontato e non comune e che
testimonia il rispetto per il gioco, per gli avversari e per i tifosi”.
I due firmatari ricordano che situazioni simili si verificano spesso sui campi
senza suscitare la stessa eco e sostengono che la reazione del giocatore
dell’Inter “ha rappresentato un esempio positivo di come si possa trasformare un
errore in una occasione di responsabilità e crescita“. Il Premio Rosa Camuna,
istituito nel 1996, viene assegnato ogni anno il 29 maggio, in occasione della
Festa della Lombardia. Il riconoscimento celebra persone che si siano distinte
per impegno e contributo allo sviluppo economico, sociale, culturale e sportivo
della regione. Il nome richiama la figura della Rosa Camuna, simbolo della
Lombardia ispirato alle incisioni rupestri della Valle Camonica risalenti
all’età del bronzo, la cui stilizzazione grafica è stata realizzata dai designer
Bruno Munari, Bob Noorda, Roberto Sambonet e Pino Tovaglia.
Fin qui il premio. Poi arriva la politica. E soprattutto il calcio, che
evidentemente riesce a dividere anche quando si entra nei palazzi istituzionali.
A contestare l’idea di premiare Bastoni è Franco Lucente, assessore regionale ai
Trasporti e Mobilità sostenibile – anche lui in quota Fratelli d’Italia – nonché
presidente dello Juventus Club “Amici del Pirellone Gianluca Vialli”, che
riunisce assessori e consiglieri regionali di diversi schieramenti politici ma
uniti dal tifo per i bianconeri. Lucente chiarisce di condannare i fischi negli
stadi e l’accanimento mediatico contro il difensore dell’Inter. Ma, aggiunge,
“da qui a volerlo premiare con un alto riconoscimento di Regione Lombardia ce ne
passa“. Secondo l’assessore, le scuse arrivate dopo l’episodio con Kalulu non
rappresentano un valore positivo né un esempio di rispetto per il gioco, gli
avversari e i tifosi, come sostenuto nella motivazione ufficiale. “A questo
punto – osserva – si potrebbe proporre il povero Kalulu come vincitore morale
del premio ‘Cornuto e mazziato‘: espulso per un fallo che non ha commesso e
costretto a vedere il protagonista della simulazione, Bastoni, addirittura
osannato e candidato a un premio per lealtà e correttezza“.
L'articolo Lombardia, Alessandro Bastoni riceve il premio ‘Rosa Camuna’. E
scoppia la polemica dentro FdI in Regione proviene da Il Fatto Quotidiano.