“Oggi siamo davanti ad uno scenario, una pletora di esperti tecnici di Var e il
fatto che tutti mi fate la domanda e soprattutto quello che ho potuto leggere
stamattina è che tanti opinionisti, tanti diciamo varisti aggiunti hanno
acclarato che era calcio di rigore”. Senza troppi giri di parole il presidente
dell’Inter Giuseppe Marotta è tornato sull’episodio da calcio di rigore nel
corso della sfida tra i nerazzurri e la Fiorentina nel match terminato 1-1 e
giocato domenica sera.
L’episodio in questione è relativo a un fallo di mano di Pongracic nel primo
tempo, su un cross dalla destra. Un episodio che non è stato nemmeno preso in
considerazione dal var, senza alcun check e senza replay. “Io mi limito a questa
valutazione. Non facciamo le vittime, io dico che ci deve essere un’uniformità
di valutazioni, il protocollo oggi viene utilizzato, secondo me, non in modo
omogeneo, quindi io sono per l’uniformità da questo punto di vista e per la
centralità dell’arbitro e che certi episodi spesso e volentieri vengono
interpretati in modo molto soggettivo, troppo soggettivo rispetto a quello che
sono invece valutazioni oggettive“, ha concluso sul tema il presidente
dell’Inter Beppe Marotta nella conferenza in Lega Calcio.
“Per cui auspico veramente che nella prossima stagione si riesca a creare un
protocollo omogeneo e che si arrivi anche ad un tipo di arbitraggio, senza
polemica, perché ci sono arbitraggi che portano magari a nessuna ammonizione e
pochi fischi e altri che portano a più ammonizioni e più fischi, quindi anche
queste sono valutazioni che devono essere analizzate per il bene del calcio”.
Il focus si è poi spostato anche sul momento dell’Inter: “L’allenatore che è il
leader del gruppo riesce a fotografare meglio di tutti la situazione,
analizzarla nel migliore dei modi e lo farà con il suo staff, direi però che non
siamo davanti ad uno psicodramma, ad una situazione difficile, come lo sport
spesso ti fa vedere assolutamente. Ripeto è impensabile per me essere qua oggi a
otto domeniche della fine e dire siamo in vantaggio di sei punti, non dobbiamo
cullarci, sappiamo che esistono difficoltà e sappiamo che in alcune circostanze
è più facile fare il cacciatore che la lepre, perché chiaramente in questo caso
le forze degli avversari si moltiplicano e dobbiamo essere più bravi noi
nell’affrontare questo periodo di transizione.”
Nonostante il periodo complicato, Marotta rimane comunque ottimista sul finale
di stagione: “Io devo essere ottimista so che la squadra è una squadra forte, so
che abbiamo a che fare con i professionisti che fanno il loro lavoro nel
migliore dei modi e adesso si tratta di ritrovare la strada che momentaneamente
abbiamo perso“, ha concluso il presidente dopo il pareggio di Firenze.
L'articolo “I ‘varisti’ aggiunti hanno acclarato che era rigore. Mi limito a
ciò”: Marotta sull’episodio in Fiorentina-Inter proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’errore decisivo nel pareggio contro la Fiorentina ha riaperto il dibattito su
Nicolò Barella. Il centrocampista dell’Inter, attuale capitano in attesa del
ritorno di Lautaro Martinez, aveva pure cominciato bene la sfida al Franchi: è
suo l’assist per l’incornata di Pio Esposito che aveva portato avanti i
nerazzurri all’alba del match. Poi però sono riemersi i fantasmi. Errori
incomprensibili, tante sbracciate e lamentale, poca sostanza. Fino al tocco
lezioso in area di rigore che ha regalato alla Fiorentina la chance del pareggio
di Ndour, che poi ha fissato il punteggio finale sull’1 a 1.
L’Inter vede Milan e Napoli riavvicinarsi, chiuderà il mese di marzo senza
nemmeno una vittoria. E vede il suo uomo simbolo a centrocampo sgretolarsi di
fronte alle difficoltà. Da tempo, in realtà, Barella non tocca più i livelli
delle stagioni con Conte e delle prime annate con Inzaghi. Si sente troppo
trequartista e troppo poco mediano. Si parla tanto della sua nemesi con la porta
(un solo gol in campionato), ma per lo meno ci sono 7 assist a compensare
parzialmente questa lacuna. All’Inter invece manca il Barella in versione
aggressore, quello che pressava senza soluzione di continuità e faceva da filtro
davanti alla difesa. Quello che nel dubbio non aveva paura a spazzare un
pallone.
Nonostante il periodo buio, però, Chivu ha scelto di non rinunciare mai a
Barella. In campionato i numeri parlano chiaro: 27 presenze in 30 partite, di
cui 24 da titolare. La domanda è: l’Inter può davvero fare a meno di lui? Per
fornire una risposta almeno parziale, una strada possibile è appunto guardare
alle 6 partite di Serie A in cui il 29enne sardo non era titolare. Il primo
elemento che emerge è abbastanza chiaro: sono arrivate 6 vittorie su 6, bottino
pieno. Anche se, è bene sottolinearlo, sono tutte partite che l’Inter ha giocato
contro le cosiddette piccole.
Ma il dato più evidente riguarda le tre partite che Barella ha saltato (due per
infortunio, una per squalifica), tutte tra il primo febbraio e il 21 febbraio. È
il momento della stagione in cui la squadra di Chivu ha scavato il gap che
ancora le permette di restare stabilmente in testa alla Serie A. Sono arrivate
tre vittorie nette contro Cremonese, Sassuolo e Lecce: 9 gol fatti e zero
subiti. Nel mezzo, Barella aveva giocato da titolare contro la Juventus, nel
match che aveva invece mostrato le prime crepe dei nerazzurri, al di là della
vittoria e delle polemiche.
Tornando indietro di pochi giorni, il centrocampista sardo era partito dalla
panchina anche contro il Pisa: l’Inter ha vinto 6 a 2 e Barella è entrato solo
nell’ultima mezz’ora. Nel girone d’andata invece aveva cominciato fuori dagli
undici contro Verona e Pisa. Nel primo caso, era il 2 novembre, i nerazzurri
avevano faticato e Barella era stato a suo modo decisivo, entrando a 35 minuti
dal termine e propiziando l’autogol di Frese che ha regalato la vittoria per 2 a
1 ai nerazzurri. Contro il Parma, 7 gennaio, era entrato per gli ultimi venti
minuti, fornendo l’assist per il definitivo 2 a 0 firmato da Thuram.
Sei partite sono certamente troppo poche per far emergere una tendenza chiara.
Ma resta il fatto che l’Inter ha saputo vincere anche senza Barella. E che anzi
il vice capitano nerazzurro è stato determinante in due occasioni entrando dalla
panchina. Ora c’è la sosta per le Nazionali: una eventuale qualificazione
dell’Italia al Mondiale potrebbe restituire all’Inter un Barella rinvigorito nel
morale e nello spirito. Forse però Chivu, una volta recuperati tutti gli
infortunati, potrebbe pensare di concedergli un po’ di riposo. La sua Inter ha
dimostrato di sapersela cavare anche senza e un Barella da far subentrare a
partita in corso, quindi lucido nei momenti decisivi, potrebbe diventare una
carta in più per evitare il crollo psico-fisico che i nerazzurri hanno vissuto
sia contro l’Atalanta sia contro la Fiorentina. In attesa che torni il Barella
“mediano cattivo” e dimentichi le velleità da fine palleggiatore.
L'articolo L’Inter può fare a meno di Barella? Come sono andate le 6 partite di
Serie A in cui non era titolare proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Mentirei se fingessi di non conoscerne il motivo reale, nonostante le
supercazzole che sono state accampate”. Ciro Ferrara ha espresso su Instagram
tutta la delusione per il mancato inserimento nel murales realizzato dallo
street artist napoletano Jorit per i 100 anni di storia del Napoli. L’opera è
stata presentata nella giornata di venerdì fuori dallo stadio e comprende i
volti di 11 giocatori tra i più significativi della storia del Napoli, scelti
con l’aiuto dei tifosi: Zoff, Koulibaly, Bruscolotti, Kroll, Ghoulam, Juliano,
Hamsik, Careca, Maradona, Cavani e Mertens.
Tante le assenze di rilievo, tra cui proprio quella di Ciro Ferrara, che ha
espresso tutto il suo rammarico sui social, alimentando le polemiche. “In
relazione all’inaugurazione del murale dello Stadio Maradona, visti gli articoli
che sono usciti sui vari siti e sui social, desidero chiarire la mia posizione.
Mentirei se dicessi che non mi è dispiaciuto non essere stato inserito tra gli
Undici ideali, anche perché sono un figlio di Napoli e sono il napoletano più
vincente nella storia del Napoli. Mentirei anche se fingessi di non conoscerne
il motivo reale, nonostante le supercazzole che sono state accampate“.
Il motivo è – visto anche quanto scrive Ferrara – il suo trasferimento alla
Juventus nel 1994, dopo 10 anni al Napoli. Un trasferimento che tanti tifosi non
hanno mai dimenticato vista la rivalità tra i due club. “Per fortuna, e ne ho la
prova ogni volta che giro a piedi per le strade della mia città, ci sono
napoletani e tifosi realisti, che quell’epoca l’hanno vissuta e la ricordano
bene, conoscono i fatti che portarono al mio trasferimento e sanno che non hanno
mai significato un rifiuto della mia storia e delle mie origini”.
Ferrara ha poi parlato anche di chi ha preso la decisione di non inserirlo nel
murale con i giocatori del Napoli più rappresentativi: “Se è vero che la
decisione finale è stata presa dall’esecutore del murale, penso che si sia persa
l’occasione di assumere uno sguardo puro, cioè non contaminato da
condizionamenti soggettivi, che avrebbe davvero dato a quest’opera il respiro
eterno a cui ambiva. Rimane, invece, un murale figlio del suo tempo e della mano
del signor Ciro Cerullo nato nel 1990 che lo ha realizzato, troppo giovane per
avere vissuto e compreso quegli anni, e che si è fatto sicuramente guidare dal
“sentito dire”. Se la scelta di non rappresentarmi deriva, come credo, da un
risentimento dei tifosi, mi consola il fatto che la parola “risentimento” abbia
origine dalla parola “sentimento”, pur ferito”.
In conclusione Ferrara ha anche menzionato un aneddoto con Diego Maradona,
proprio negli anni in cui giocava nel Napoli: “Per quanto riguarda il mio, di
sentimento… chi non ricorda la scena di Stoccarda, in cui Diego mi abbracciava e
spiegava a tutti che io quella vittoria la meritavo più di ogni altro per via
del mio legame autentico con Napoli? Diego ha sempre saputo chi fossi e da dove
arrivassi. Sono Ciro Ferrara, napoletano di nascita e di sangue. Non serve
aggiungere altro”.
L'articolo Ferrara viene escluso dal murale con i campioni del Napoli e si sfoga
sui social: “So il motivo. Per fortuna ci sono tifosi che conoscono i fatti”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Leao–Pulisic hanno avuto infortuni, uno ha saltato la preparazione, l’altro no
ma è stato due mesi fuori. Ora ci sono gli ultimi due mesi determinanti e stanno
entrambi meglio”. Tra i temi più discussi della conferenza stampa di
Massimiliano Allegri alla vigilia della sfida tra Milan e Torino c’è quello
relativo agli attaccanti. Dopo la Lazio aveva fatto discutere la reazione di
Rafael Leao al momento della sostituzione, arrabbiato con Pulisic per un’azione
in cui il portoghese chiedeva una palla, ma non è stato servito.
“Pulisic a Roma ha fatto una bella prova sul piano fisico, anche se gli è
mancata un po’ di precisione. Leao di gol ne ha fatti 9 e può salire in doppia
cifra”, ha proseguito Allegri parlando dei due attaccanti. In rosa ci sono anche
Nkunku, Fullkrug ed è tornato anche Gimenez: “Senza dimenticarci gli altri: ora
ne abbiamo tanti in attacco e tutti devono darsi una sveglia. Modric? Dipende da
lui, ora lasciamolo divertire”.
E sull’episodio Leao–Pulisic, Allegri ha rivelato poi cosa ha detto a Leao e in
che modo ha analizzato la situazione: “Intanto chi ha la palla deve vedere
quello smarcato, perché se non lo vede non gliela può dare… (ride, ndr). Quindi,
non è che Pulisic non gliel’ha passata perché non voleva, ma semplicemente
perché non l’ha visto. Nel calcio la differenza la fa la scelta dell’ultimo
passaggio. Cosa ho detto a Leao per calmarlo? Che non l’ha visto, altrimenti
gliela dava… (ride, ndr)”.
In conclusione anche un pensiero sugli arbitri e su “Open Var“, trasmissione che
rischia di essere cancellata dopo tutte le polemiche degli ultimi mesi: “Meno
cose si fanno meglio è. C’è l’arbitro, lasciamoli arbitrare e basta. Quando, col
tempo, arbitri e Var troveranno il loro equilibrio, gli arbitri saranno più
sereni anche nell’arbitrare e basta. Guida, per esempio, è stato molto bravo in
Lazio-Milan: ha fatto correre molto, è giusto così, il calcio è un gioco
maschio”.
L'articolo “Ora ne abbiamo tanti e tutti devono darsi una sveglia”: Allegri duro
con gli attaccanti proviene da Il Fatto Quotidiano.
Emergenza in casa Sassuolo alla vigilia della sfida contro la Juventus. Il club
neroverde ha riscontrato un caso di pertosse diagnosticata in un giocatore e
altri 5 casi con sintomi simili (e che quindi potrebbero averla). A comunicarlo
è stato proprio il club emiliano con una nota ufficiale: “Il Sassuolo Calcio
comunica che, a seguito di alcuni accertamenti effettuati negli ultimi giorni, è
stato riscontrato un caso di pertosse diagnosticata e 5 casi con sintomatologia
compatibile all’interno del gruppo squadra”.
Il club ha poi precisato che i calciatori in questione sono già stati isolati e
sono monitorati costantemente dai medici del club: “I soggetti che presentano
sintomi sono attualmente isolati e da 3 giorni sotto costante monitoraggio da
parte dello staff medico del club che sta applicando tutte le procedure previste
dai protocolli sanitari vigenti in accordo con le autorità sanitarie. Si informa
inoltre che, allo stesso tempo, tutti i componenti del gruppo asintomatici sono
stati sottoposti prontamente a specifica profilassi“, vale a dire una
prevenzione, come per esempio farmaci o controlli per evitare di ammalarsi.
Una situazione da monitorare, con il Sassuolo che ha poi concluso la nota: “Il
club, ha già informato la Lega Serie A della situazione presente e continuerà a
seguire con attenzione l’evolversi della situazione adottando tutte le misure
necessarie a tutelare la salute dei propri tesserati e dello staff”. Della
settimana difficile ha parlato anche l’allenatore Fabio Grosso in conferenza
stampa: “Affrontiamo una squadra forte e in salute, con tanti interpreti bravi
che ha grandissime qualità. Partita difficile, per noi si è aggiunta qualche
altra complicazione. Settimana particolare, abbastanza difficile, perché giorno
dopo giorno abbiamo rimodellato i vari piani e speriamo di non doverlo più fare.
Ci prepariamo a questa gara con i ragazzi a disposizione, ma abbiamo dei ragazzi
in grado di poter fare partita, sappiamo che sarà difficile ma abbiamo voglia di
cogliere questa opportunità, cercando di fare gara piena”.
L'articolo Sassuolo, un caso di pertosse e altri 5 con sintomi simili nel gruppo
squadra: “Già isolati, abbiamo avvisato la Lega Serie A” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Vorrei rivivere la serata più triste. Avevo 17 anni e stavo per lasciare
Chateauroux per la Juventus“. A parlare è Ange–Yoan Bonny, attaccante 23enne
dell’Inter, arrivato dal Parma nel corso dell’estate 2025. Il percorso italiano
di Bonny è noto a tutti: prima al Parma – comprese le tre annate in Serie B –
poi all’Inter dopo un’ottima stagione in Serie A proprio con Cristian Chivu. Ma
la sua carriera italiana sarebbe potuta essere differente. Non all’Inter, ma
alla Juventus, nel 2020. A raccontarlo è stato proprio Bonny nel corso di
un’intervista a L’Équipe: “Potevo andare alla Juve. Stavo per firmare. Ma
durante le visite i dottori hanno scoperto un problema: secondo loro giocare a
calcio sarebbe stato complicato. Sono passato dal trasferirmi alla Juventus al
niente. Stavo male e i miei amici stavano male quanto me: ho capito su chi
potevo contare“, ha raccontato Bonny.
Poi però è rimasto alla Chateuroux, in Ligue 2, prima di essere scoperto dal
Parma nel 2021, a 18 anni. Tre anni di Serie B e poi l’unica stagione in Serie A
con la maglia dei ducali, dove ha segnato 6 gol, attirando su di sé l’attenzione
di diversi club. Ad avere la meglio è stata l’Inter: “Quando ho firmato per
l’Inter l’ho annunciato a tutti nello stesso parcheggio dove ci trovavamo e dove
diedi loro anche quella brutta notizia“. Un passato che sarebbe potuto essere
alla Juventus, un presente in nerazzurro. Bonny è anche un tifoso dell’Inter,
come dimostra una foto da bambino postata sui social negli scorsi mesi: “La mia
prima maglia fu quella dell’Inter, perché c’era Samuel Eto’o”.
L'articolo “Stavo andando alla Juve, poi i medici scoprirono un problema. Fu un
colpo durissimo”: la rivelazione di Bonny proviene da Il Fatto Quotidiano.
È morto Michael Bambang Hartono, imprenditore del Gruppo Djarum e proprietario
della società inglese Sent Entertainment che controlla il Como Calcio. Aveva 86
anni. Hartono era uno degli uomini d’affari più influenti dell’Indonesia, con
interessi nei settori bancario e del tabacco. La sua morte è stata confermata da
Ossy Indra Wardhani, direttore degli affari aziendali di GDP Venture, il ramo di
venture capital del Gruppo Djarum, la società di punta di Michael e di suo
fratello Robert Budi Hartono.
Martin Hartono, figlio di Robert, è il fondatore e CEO di GDP Venture, che
annovera tra le sue società in portafoglio l’azienda indonesiana di e-commerce
Blibli. Con un patrimonio netto complessivo di 43,8 miliardi di dollari, i
fratelli Hartono sono i più ricchi dell’Indonesia, secondo la classifica dei 50
più ricchi del Paese pubblicata a dicembre da Forbes Asia. Michael Hartono si è
impegnato anche in attività filantropiche attraverso la Fondazione Djarum, che
sostiene l’istruzione, lo sport e l’ambiente.
È stato inoltre un giocatore professionista di bridge e si è a lungo battuto per
l’inclusione di questo gioco nei Giochi Asiatici. La sua squadra ha vinto la
medaglia di bronzo ai Giochi Asiatici del 2018. Il padre di Michael e Robert,
Oei Wie Gwan, acquistò un’azienda di sigarette fallita nel 1950 e la ribattezzò
Djarum, come la puntina di un grammofono. Da allora, l’azienda è diventata uno
dei maggiori produttori di sigarette al chiodo di garofano in Indonesia. Dal
2019 gli Hartono sono anche proprietari del Como 1907, che hanno riportato in
Serie A e da domenica scorsa in zona Champions grazie alla gestione tecnica di
Cesc Fabregas.
L'articolo È morto Michael Hartono: era uno dei proprietari del Como Calcio
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Niente più dubbi, anche perché il rendimento di soli 4 punti in 15 partite (con
una vittoria che manca da inizio dicembre) sono davvero troppo pochi perché si
possa continuare così. La Cremonese ha deciso di cambiare allenatore. Salta
l’ottava panchina in Serie A, con Davide Nicola che saluta e con l’arrivo di
Marco Giampaolo. La decisione è già stata comunicata a entrambi, ora si tratta
solo di definire gli ultimissimi dettagli formali e burocratici perché il nuovo
allenatore possa essere ufficializzato.
I CONTRATTI
Prima di tutto, l’esonero. Che non comporta una risoluzione contrattuale: Nicola
resterà sotto contratto con i lombardi fino al 2027, a meno che, in futuro, non
arrivi un’altra proposta per un’altra panchina. Stessa durata che, alla fine, è
stata pensata per Giampaolo: accordo di un anno e mezzo, per cui al momento non
è prevista una risoluzione in caso di retrocessione. Di fatto, mancano solo gli
annunci, ma la cosa si farà. E Giampaolo è chiamato, come a Lecce l’anno scorso,
a raggiungere il miracolo salvezza, con una squadra al terzultimo posto e
soprattutto completamente scarica di motivazioni e fiducia.
IL RITORNO
Per Giampaolo, poi, Cremona ha rappresentato una sorta di rinascita. Aveva
allenato i grigiorossi nella stagione 2014/2015 in Serie C. A fine anno, con
l’ottavo posto e la promozione mancata, era poi arrivata la risoluzione, ma
Giampaolo qualche settimana dopo sarebbe ripartito da Empoli in Serie A. Facendo
più che bene. Perché rinascita? Perché l’anno prima fu quello clamoroso di
Brescia, in cui di fatto l’allenatore fu costretto a dimettersi visti dei
problemi gravissimi con la tifoseria. Sembrava una carriera in discesa, invece
dopo Cremona ha trovato nuova linfa. La stessa che dovrà portare ora, a distanza
di più di dieci anni.
L'articolo Cremonese, esonerato Davide Nicola: il crollo nelle ultime 15
partite. Arriva Marco Giampaolo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Altra settimana, altre polemiche arbitrali, alimentate ulteriormente da “Open
Var“, trasmissione su Dazn in cui gli arbitri spiegano le scelte del weekend. E
se per Inter–Atalanta le dichiarazioni seguono la narrazione di questi giorni
(“Dumfries si lascia cadere, giusto lasciar proseguire. Frattesi è rigore”), lo
stesso non è accaduto per Como–Roma, dove a far discutere è stata la doppia
ammonizione di Wesley per fallo su Diao.
Un contatto che ha da subito lasciato più di qualche dubbio e l’immagine
frontale conferma tutto: quella di Diao è una simulazione, esattamente un mese
dopo quella di Bastoni in Inter–Juventus. Con una differenza: nell’ultima
puntata di “Open Var”, Dino Tommasi, componente della Can, a proposito di ciò ha
spiegato: “Nel momento stesso in cui l’arbitro fischia sì, è giusto perché è
automatico. Se si considera l’azione fallosa, è una SPA quindi è corretto. Da
campo, per dinamica, è sostenibile”. Un giro di parole, un’arrampicarsi sugli
specchi ma senza ammettere che quella di Diao è una simulazione. Tra le gambe
non c’è nessun contatto e Wesley non commette alcun fallo.
In questa circostanza il Var era intervenuto per un possibile scambio
d’identità: come già spiegato in Inter–Juventus, il Var non può intervenire per
doppio giallo. Nel caso specifico, c’è stato un check per verificare se il fallo
fosse di Wesley o Rensch. “Var e Avar cercano subito di verificare la
possibilità di una mistaken identity (ovvero uno scambio di persona per
verificare che il fallo non fosse commesso dall’altro difendente)”, dice
Tommasi. E fin qui la spiegazione non fa una piega. Ma alla domanda se quello di
Wesley fosse fallo, Tommasi risponde che “Da campo, per dinamica, è
sostenibile”. Come nel caso di Bastoni. In effetti in diretta è difficile vedere
la simulazione in entrambi i casi.
E pensare che proprio un mese fa Rocchi disse: “La Penna è mortificato e gli
siamo vicini, ma devo dirvi la verità che non è l’unico ad aver sbagliato:
perché ieri c’è stata una simulazione chiara. L’ultima di una lunga serie in un
campionato in cui cercano in tutti modi di fregarci“. La Roma ha presentato
anche un ricorso per errore tecnico dopo il secondo giallo a Wesley in Como-Roma
per un possibile scambio di persona di Massa nell’occasione, intorno al
ventesimo del secondo tempo. Il Giudice Sportivo ha deciso di respingerlo,
procedendo invece all’omologazione del risultato di 2-1 in favore dei padroni di
casa.
L'articolo Dopo il caso Bastoni, gli arbitri giustificano la simulazione di
Diao: “Da campo, per dinamica, quello di Wesley è un giallo sostenibile”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Era una trasferta come tutte le altre quella di Tommy, piccolo tifoso della
Fiorentina che lunedì sera era allo “Zini” di Cremona per la sfida della
formazione viola contro la Cremonese, poi vinta 1-4 dagli uomini di Vanoli. Una
trasferta però resa “amara” da uno steward dello stadio che – “per eccesso di
zelo”, dirà poi il club lombardo – ha impedito al giovanissimo Tommaso di
portare con sé dentro lo stadio un cartellone con la scritta: “Adesso nei sogni
ci credo più forte, Tommy“. Un cartello che il giovanissimo sostenitore viola
aveva preparato con le sue mani, come testimoniato dalla mamma sul proprio
profilo Facebook. “Caro steward, stasera Tommy non ha pianto quando gli hai
ritirato il cartellone. Tommy ha pianto dopo. Quando ha visto il suo Dodo
segnare. Perché il calcio, visto dagli occhi dei bambini, è ancora magia”, si
legge nel post social della madre.
Un cartellone innocuo. Un errore da parte dello steward, che intransigente ha
deciso di toglierlo dalle mani del ragazzo. A distanza di qualche ora sono
arrivate le scuse della Cremonese con una nota ufficiale: “In relazione
all’episodio che ha coinvolto il piccolo tifoso viola Tommaso al quale non è
stato consentito di introdurre un cartello in tribuna in occasione della partita
con la Fiorentina, U.S. Cremonese, appurati i fatti, censura l’errore commesso
per eccesso di zelo dal personale in servizio allo Zini”, scrive nel comunicato
la Cremonese, dopo quanto accaduto in occasione del posticipo di Serie A di ieri
sera. La società grigiorossa “desidera scusarsi con Tommy e la sua famiglia per
l’accaduto. Tommy sarà sempre il benvenuto nel nostro stadio“.
L'articolo “Non può entrare”: uno steward a Cremona nega un cartellone a Tommy,
piccolo tifoso della Fiorentina. Poi le scuse proviene da Il Fatto Quotidiano.