Trasferte vietate fino al 23 marzo, ma è esclusa Milan–Inter, dove – essendo un
derby – non ci saranno movimenti di tifoserie. Questa la decisione del ministro
dell’Interno nei confronti dell’Inter dopo il caso del petardo lanciato in campo
vicino a Emil Audero, portiere della Cremonese durante il match appunto tra i
nerazzurri e la formazione allenata da Davide Nicola. “A seguito dei gravi
disordini che si sono verificati nel corso dell’incontro di Serie A che si è
disputato a Cremona il 1 febbraio 2026, il ministro dell’Interno ha disposto il
divieto di trasferta per i tifosi dell’Inter fino al 23 marzo 2026, nonché il
divieto di vendita, per gli stessi incontri, dei biglietti ai residenti in
Lombardia“, si legge nel provvedimento, che “è finalizzato a garantire la tutela
dell’ordine e della sicurezza pubblica e a prevenire il ripetersi di episodi che
possano compromettere il regolare svolgimento delle manifestazioni sportive”.
Da questa misura rimane escluso però il derby dell’8 marzo tra Milan e Inter,
visto che essendo entrambe le squadre milanesi, non ci saranno movimenti di
tifoserie. Decisione del ministro dell’Interno da non confondere dalla giustizia
sportiva. Il giudice sportivo infatti si esporrà dopo la fine della 23esima
giornata di Serie A, che si concluderà questa sera con il match tra Bologna e
Milan. Molto probabile l’arrivo di una pesante multa per l’Inter, più difficile
pensare all’ipotesi di chiusura di settori di San Siro, anche in virtù del
provvedimento del Viminale, anche se i due organi e le rispettive decisioni
rimangono indipendenti.
I fatti in questione riguardando quanto accaduto al 48esimo del secondo tempo,
quando dal settore ospiti è arrivato un petardo, lanciato da un tifoso
dell’Inter poi individuato ed espulso dal club di appartenenza. Audero è subito
caduto a terra, stordito e con problemi all’orecchio e al ginocchio, come poi da
lui stesso spiegato.
L'articolo Trasferte vietate ai tifosi del’Inter fino al 23 marzo (escluso il
derby): le decisioni del Viminale sul caso Audero. Attesa per il giudice
sportivo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Serie A
Arriva a luglio. Anzi no, a gennaio. Alla fine non arriverà più. La trattativa
tra Jean–Philippe Mateta e il Milan è probabilmente tra le più intricate della
finestra di calciomercato invernale. Alla fine l’attaccante non vestirà
rossonero: né quest’anno, né nella prossima stagione. I motivi? Sembra di
tornare a qualche mese fa, al caso Boniface. Mateta non ha infatti superato i
test medici svolti dall’équipe rossonera, che ha manifestato non pochi dubbi
sulle condizioni delle sue ginocchia.
Dopo una serie di verifiche mediche effettuate tra ieri e oggi, infatti il club
rossonero ha deciso di non continuare con la trattativa, ritenendo non idonee le
condizioni fisiche dell’attaccante francese. Esattamente come successe con
Victor Boniface negli ultimi giorni di agosto 2025: il Milan aveva raggiunto un
accordo col Bayer Leverkusen sulla base di un accordo che prevedeva un pagamento
immediato di 5 milioni di euro per il prestito dell’attaccante, versandone altri
24 per l’eventuale riscatto. L’operazione è però saltata dopo le visite mediche,
che avevano evidenziato come i problemi fisici di Boniface non fossero del tutto
risolti. L’attaccante aveva avuto infatti due gravi infortuni al ginocchio
destro, più altri muscolari.
Una cosa simile – ma con qualche differenza – è accaduta con Jean–Philippe
Mateta, attaccante del Crystal Palace e obiettivo di mercato del Milan per
l’intera finestra di gennaio. Il francese era inizialmente un obiettivo dei
rossoneri per giugno, a parametro zero, poi la decisione di accelerare la
trattativa per provare a portarlo a Milano già a gennaio. Quando tutto sembrava
fatto, sono emersi dei problemi fisici nei controlli medici che hanno bloccato
tutto. Ma con una grande differenza rispetto a Boniface: Mateta sta giocando
sempre e tra l’anno scorso e i primi mesi del 2025/26 ha segnato 22 gol in
Premier League (8 quest’anno). Boniface invece soltanto otto e ha saltato
diverse partite per infortunio.
Mateta – consultando la cronaca infortuni presente su Transfermarkt – ha avuto
soltanto tre infortuni in carriera: un generico “malato” di soli due giorni, un
“infortunio alla testa” di circa un mese nella passata stagione e un
“lacerazione al menisco” nel 2019/20. Questo sì, grave: cinque mesi out. Ma da
quando è tornato – a dicembre 2019 – quel menisco non ha mai dato problemi al
francese. E infatti Mateta ha giocato 22 partite in campionato nel 2020/21 (in
alcune è rimasto fuori per scelta tecnica), 23 nel 2021/22, 29 l’anno successivo
e 72 totali tra l’anno scorso e quest’anno. Insomma, ha sempre avuto una certa
continuità (e va in doppia cifra da due anni).
Motivo per cui è possibile che – al di là dei presunti problemi fisici dopo i
controlli – il Milan abbia deciso di rinunciare a Mateta – vista anche la
permanenza di Cristopher Nkunku – perché non ne sente più il bisogno. Ci sono
già Leao, Pulisic, Fullkrug, Nkunku, Gimenez che sta per tornare. C’è
abbondanza.
L'articolo Milan, Mateta è “quasi” un Boniface 2.0: la trattativa salta per
problemi fisici. Ma dal 2019 ha avuto un solo infortunio proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Ultima contro ultima, scelte drastiche e aria di disperazione. In fondo alla
classifica di Serie A, Hellas Verona e Pisa provano a scuotere una stagione che
fin qui ha restituito più segnali negativi che speranze concrete. Entrambe
appaiate a quota 14 punti, lontane quattro lunghezze dalla zona salvezza, le due
squadre sembrano chiamate a un’impresa complicata anche alla luce di rose che,
per qualità e profondità, appaiono poco attrezzate per una rimonta.
L’ultima notizia arriva da Verona: l’Hellas ha deciso ufficialmente di cambiare
rotta esonerando Paolo Zanetti dopo una serie di prestazioni giudicate
allarmanti. Le sconfitte contro Udinese e Cagliari hanno mostrato una squadra
smarrita e priva di reazione, spingendo la società a interrompere il rapporto
con il tecnico. In attesa di un nuovo allenatore, la guida della squadra è stata
affidata temporaneamente a Paolo Sammarco, tecnico della Primavera. Tra i
profili valutati per la successione spicca quello di Roberto D’Aversa,
allenatore esperto di lotte salvezza, mentre resta libero anche Marco Giampaolo,
nome che circola sul mercato delle panchine.
Scenario simile, ma con una scelta decisamente più sorprendente, a Pisa.
L’esonero di Alberto Gilardino non era inizialmente nei piani ed è maturato solo
dopo lunghe riflessioni, senza che ci fosse un’alternativa pronta. La prima idea
dei dirigenti toscani è stata proprio Giampaolo, ma la trattativa non è andata a
buon fine. Da qui la decisione di guardare oltreconfine e virare su un profilo
inatteso come quello di Oscar Hiljemark.
Lo svedese, ex centrocampista con un passato in Serie A tra Palermo e Genoa, è
attualmente allenatore dell’Elfsborg e avrebbe già dato il proprio assenso al
ritorno in Italia, in attesa di essere liberato dal club scandinavo. Hiljemark
ha intrapreso giovanissimo la carriera da tecnico dopo il ritiro a soli 28 anni,
imposto da continui problemi fisici. Una scommessa che racconta tutta l’urgenza
del momento vissuto dal Pisa, chiamato ora a giocarsi il tutto per tutto. Il
destino, intanto, mette subito di fronte le due squadre: venerdì sera al
Bentegodi andrà in scena uno scontro diretto che ha il sapore dell’ultima
occasione. Per Verona e Pisa, più che una partita, un esame di sopravvivenza.
Con due nuovi allenatori in panchina.
L'articolo Rivoluzione in zona retrocessione: il Verona esonera Zanetti, il Pisa
sceglie lo svedese Hiljemark proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Carmelo Zaccaria
Il critico televisivo Aldo Grasso ha fatto notare come i “varisti”, gli addetti
al Var, non capiscano niente di televisione. Ciò significa che pur avendo una
buona conoscenza del calcio giocato, in quanto tutti arbitri, non hanno alcuna
dimestichezza col mezzo televisivo utilizzato per ispezionare e segnalare
eventuali errori o disattenzioni arbitrali. In effetti il monitor a bordo campo
non fa altro che proporre sequenze di uno specifico episodio in modo accurato e
minuzioso, ma con il difetto di soffermarsi su immagini statiche, parcellizzate,
spezzoni di video rielaborati, mini-frame vivisezionati con dettagli riproposti
da diverse angolazioni, da cui risulta alquanto discutibile una valutazione
assoluta, congrua di quell’azione di gioco.
Un fermo immagine sia pure ripulito e ingrandito, non riuscirà mai a restituire
la pienezza, l’intensità, l’armonia che si coglie osservando in diretta una
manovra di campo nella sua totale pienezza, nel suo inconfondibile contesto,
nella coinvolgente interezza, con gli occhi del giudice di gara che osservano
attivamente, da vicino, la modalità del gesto atletico nel corso della sua
evoluzione, in modo empirico. Ma c’è di più.
Una decisione “dal vivo” esalta la potenza magnetica e generativa della
prestazione sportiva, tiene conto di ogni sua intrinseca sfumatura, la iscrive
dentro una storia vera, palpitante, giocata sul campo, mentre in un fotogramma
si mostrano atleti in pose innaturali, ritratti in movenze artefatte, simili a
volteggi artistici da cartolina illustrata dove svanisce l’esattezza del
giudizio; perciò la valutazione finale del Var, per quanto meticolosa e zelante,
trascurando l’effettiva dinamica agonistica, risulta ambigua, incompleta e, a
volte, come spesso accade, incomprensibile, poco centrata sui tempi di gioco.
Nell’eccedenza dell’indagine tecnologica la partita di calcio esce sconfitta
nella sua dimensione emotiva, privata della sfera dell’illusione e del sogno,
della verità e della menzogna. La mano de Dios di Maradona contro l’Inghilterra
sarebbe stata subito censurata dalla razionalità tecnica ed il calcio avrebbe
perso un segno tangibile della sua ineffabile magnificenza, la sua più folle ed
esplicita aderenza al destino umano, che si presenta a volte beffardo e
spietato, a volte benevolo e giubilante.
L’arbitro in campo pur nella sua incompletezza è l’unico attore che può
con-vivere e con-dividere nella sua pienezza lo scorrere di un’azione seguendola
fianco a fianco, valutandola dal rumore degli scarpini, dall’espressione dei
volti, dalla furbata di una spinta. Un linguaggio del corpo ricco ed esaltante
che ovviamente sfugge al territorio visivo del varista che deve accontentarsi di
esigui frammenti di un calcio virtuale, destrutturato, senza anima, senza
battiti del cuore.
Con la giustizia asettica del Var scompare il rito del pallone, il suo prodigio,
la sua magia, viene meno lo stupore, il brivido che inganna, che illude, che
travolge gli animi, conferisce vita alla vita vera. Non c’è alcuna sintonia tra
la imperscrutabile prescrizione della tecnologia che nasconde i fiatoni,
ripulisce il sudore, dissolve i toni di voce, in confronto alla realtà illogica
e imprevedibile che struscia sul prato verde. E’ proprio il caso di dire che una
sequenza di calcio visionata sullo schermo, oltre a smentire il suo mito, toglie
respiro alla manovra, perché riassume una parte di tutto, ma non il tutto; e
poco importa se viene fuori che il ditino del giocatore numero 20 incrocia il
polpaccio sinistro dell’avversario.
Diciamolo: al Var mancano i fondamentali che appartengono al sentimento umano. E
non credo sarà mai capace di trovarli. Probabilmente potrà essere utile per
definire un fuori gioco, perché è bravissimo a tirare una linea, ma trova
difficoltà insormontabili nel ricostruire la spontaneità, far riaffiorare
l’emozione, lo sfolgorio che traluce dall’attività umana, senza cui anche una
partita di calcio perde, come lo sta perdendo, il suo ineguagliabile fascino.
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L'articolo Aldo Grasso ha ragione: i ‘varisti’ non sanno niente di tv e,
aggiungo, gli manca il sentimento umano proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’Inter vince 0-2 in casa della Cremonese, mantiene la testa della classifica e
vola a +8 sul Milan, che giocherà martedì sul campo del Bologna. A macchiare
però una serata positiva per i nerazzurri è stato quanto accaduto nel secondo
tempo della gara, al 49esimo: dal settore ospiti è infatti arrivato in campo un
petardo accanto alla porta di Emil Audero, portiere della Cremonese, che è
subito finito a terra stordito. Il match è stato sospeso per circa 3 minuti, poi
Audero – che in un primo momento ha spiegato all’arbitro di avere problemi di
udito in un orecchio – si è rialzato e tutto è ripreso normalmente.
Sul caso però sono tornati nel post gara sia Giuseppe Marotta a Sky Sport che il
capitano dell’Inter Lautaro Martinez a Dazn. “Condanniamo nel modo più sentito
questo gesto insulso e clamoroso“, ha spiegato Marotta. “Ringraziamo Audero per
la sua professionalità, grazie alla quale la partita è potuta arrivare fino alla
fine. Lo sport ha valori veramente lontani da quello che abbiamo potuto vedere.
Le autorità stanno facendo le indagini per un gesto isolato“, ha concluso il
presidente dell’Inter. “Chiediamo scusa ad Audero e a tutti i tifosi della
Cremonese. Queste cose non devono succedere“, ha ribadito invece il capitano
Lautaro Martinez.
COSA RISCHIA L’INTER
In tanti adesso si stanno chiedendo cosa rischia l’Inter dopo il lancio del
petardo dal settore ospiti. A esporsi sull’argomento per primo è stato Luca
Marelli, ex arbitro e oggi commentatore degli episodi arbitrali a Dazn: “L’Inter
rischia una multa molto salata. Ma rischia anche la curva in termini di
limitazioni nell’affluenza. Il Giudice Sportivo dovrà valutare i referti.
L’episodio è grave e quindi ci sarà una multa salata e forse sanzioni aggiuntive
come limitazioni al settore. Lo stadio chiuso è ipotesi marginale se non c’è già
diffida”. Tradotto: la multa arriverà senza alcun dubbio, ma c’è il rischio
chiusura curva. E la prossima partita in casa è Inter-Juventus.
L'articolo Audero colpito da un petardo in Cremonese-Inter, Marotta: “Gesto
insulso e clamoroso”. Cosa rischia il club nerazzurro proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Due sconfitte pesanti consecutive (una contro l’Inter), dodici partite senza
vittoria e l’ultimo (e anche unico) successo che risale al 7 novemnbre (1-0
contro la Cremonese). Alberto Gilardino è stato esonerato dal Pisa dopo la
sconfitta contro il Sassuolo per 1-3 in casa. Un esonero che era nell’aria da
diverse settimane e che la società pisana ha ufficializzato nella serata di
sabato 31 gennaio. Adesso il favorito per succedere a Gilardino è Marco
Giampaolo, allenatore che nell’ultimo campionato è subentrato sulla panchina del
Lecce e ha ottenuto la salvezza nel finale di campionato, ma non è stato poi
riconfermato. In precedenza le ultime avvenure di Giampaolo non erano state
positive: tre esoneri consecutivi tra Milan, Torino e Sampdoria dopo gli ottimi
campionati precedenti sulla panchina ancora della Sampdoria e dell’Empoli.
Gilardino paga senza dubbio i risultati negativi, ma anche una rosa sicuramente
non all’altezza, che fa fatica a competere per la salvezza in Serie A. Il Pisa
si trova a quattro punti dalla zona salvezza – è tutto ancora in gioco – ma solo
perché le altre non corrono. La squadra ha mostrato limiti evidenti in diversi
reparti, soprattutto in quello difensivo (40 gol subiti, solo il Verona ha fatto
peggio) e ha vinto una sola partita in 23 disputate. Nonostante diversi acquisti
nel mercato di gennaio (tra cui Durosinmi e Stojilkovic in attacco), nel 2026
sono arrivate tre sconfitte e tre pareggi.
Giampaolo è il favorito, ma è stato sondato anche Roberto D’Aversa, allenatore
che a ottobre 2025 ha risolto consensualmente il suo contratto con l’Empoli dopo
la retrocessione in Serie B dello scorso anno. Già in giornata il Pisa dovrebbe
sciogliere gli ultimi dubbi e chiudere l’accordo con il nuovo allenatore.
L'articolo Pisa, esonerato Gilardino: al suo posto il favorito è Giampaolo
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Conduzione palla con tanti tocchi in pochi metri, ruleta a eludere l’intervento
di un difensore e sinistro incrociato a prendere in controtempo Robert Sanchez.
Il primo gol con il Napoli di Antonio Vergara nella sfida di Champions League
contro il Chelsea non è stato per niente banale. Per il contesto, per
l’avversaria, per la qualità della giocata. E il trequartista ha deciso di
rifarlo contro la Fiorentina. Non uguale, ma altrettanto bello. Scatto in
profondità a bruciare la difesa, poi sinistro secco a incrociare e lasciare De
Gea immobile.
Quasi come a dire: “Con il Chelsea non è stato un caso“. Napoli, il Napoli e in
generale l’Italia intera scoprono Antonio Vergara, 23enne tutto estro e fantasia
che si sta facendo spazio nell’undici di Antonio Conte, esploso anche e
soprattutto per i tanti infortuni che stanno colpendo la squadra napoletana.
Piede educatissimo, cresciuto calcisticamente a Frattamaggiore, brevilineo,
arrivato al Napoli in adolescenza. No, non è Lorenzo Insigne, ma Vergara sogna
di ripercorrerne gli anni in azzurro.
Con Insigne condivide la fantasia negli ultimi 20 metri, la rapidità, i tiri a
giro sul secondo palo. Ma Vergara è più strutturato fisicamente (è alto 20 cm in
più) ed è mancino. Per ripercorrere la carriera di Insigne con il Napoli servirà
tempo e serviranno i numeri, ma dopo la crescita nel settore giovanile e le
esperienze nei campionati minori, ora Vergara è pronto a ritagliarsi un ruolo da
protagonista anche nella formazione campione d’Italia. Anche se confermare il
rendimento delle ultime quattro partite (Sassuolo, Juventus, Chelsea e
Fiorentina) non sarà facile.
Prima di questi ultimi 14 giorni di gennaio, Vergara aveva giocato 17 minuti
totali in Serie A, 10 in Champions League, 2 in Supercoppa Italiana e 74 in
Coppa Italia (con assist per il gol di Lucca). Il Napoli e Conte (che in estate
aveva espresso parole d’apprezzamento nei suoi confronti) hanno deciso di
inserirlo gradualmente nelle rotazioni, salvo poi accelerarne il percorso a
causa dei tanti infortuni che hanno colpito il club. Ma Vergara ha anche fatto
quella che comunemente viene chiamata “gavetta”, con non poche difficoltà.
Nella stagione 2022–2023, a 19 anni, viene girato in prestito alla Pro Vercelli,
in Serie C, con cui gioca 34 partite in campionato, segnando 3 gol e 4 assist.
Nell’estate del 2023 si trasferisce ancora in prestito, questa volta alla
Reggiana, in Serie B. La sua stagione in maglia granata termina prestissimo per
la rottura del legamento crociato anteriore, il 16 settembre nella partita di
campionato contro la Cremonese. Nonostante ciò, l’1 febbraio 2024 viene
ufficializzato il rinnovo del prestito anche per la stagione 2024–2025, in cui
torna in forma e totalizza 33 presenze complessive, con 5 gol e 6 assist.
Quest’anno è tornato alla base e dopo aver pazientato nei primi mesi della
stagione, ha avuto la sua occasione e ha risposto presente, prima in Coppa
Italia, poi in Champions League e adesso anche in campionato. Certo, è presto
per trarre conclusioni. Ma una cosa è chiara: il talento non gli manca e il
coraggio nemmeno. Dopo la gavetta, l’infortunio, l’attesa silenziosa e le
occasioni col contagocce, si è fatto trovare pronto nel momento più complicato,
quando il Napoli aveva bisogno di nuove soluzioni e di un po’ di fantasia.
L'articolo Conte e l’Italia hanno scoperto Vergara: il talento del Napoli in gol
anche contro la Fiorentina proviene da Il Fatto Quotidiano.
Non urlava mai. Entrava in campo come se stesse andando a una prima teatrale.
Mentre il calcio imparava a diventare rumoroso, sembrava restare volutamente
fuori dal tempo.
Era nato il 30 gennaio 1936, Can Bartu, detto il Synior, a Istanbul. Non una
città qualsiasi, ma una città che ti porta a convivere con più identità insieme.
Forse anche per questo Bartu non è mai stato una cosa sola. Non solo un
calciatore, non solo un attaccante, non solo un uomo di sport.
Prima del pallone, o almeno insieme al pallone, c’erano basket e pallanuoto.
Nazionale turca in tutte e tre le discipline. Oggi sembra fantascienza, allora
era semplicemente Can Bartu. Un atleta completo, nel senso letterale del
termine, quando lo sport permetteva ancora di essere curiosi prima che
specializzati.
Il Fenerbahçe non lo ha mai raccontato come una bandiera: lo ha sempre
considerato qualcosa di più simile a un tratto distintivo. Bartu giocava negli
anni Cinquanta, ma non aveva l’urgenza dell’eroe. Aveva il passo di chi sa
aspettare la giocata giusta. Attaccante sì, ma senza quella frenesia da gol che
spesso tradisce l’insicurezza. Guardava il campo come se lo stesse leggendo. Non
litigava con gli arbitri. Non cercava il contatto. Non provocava.
Da qui il soprannome, mai respinto: “il gentleman del calcio turco”. Che non era
una posa, ma un’abitudine. Poi c’è l’Italia. All’inizio degli anni Sessanta
Bartu arriva in Serie A, uno dei primi turchi a farlo davvero. Fiorentina, poi
Venezia e Lazio. A Firenze gioca con Hamrin e De Sisti, ma non sembra mai in
soggezione. La stampa lo osserva con curiosità: elegante, educato, più
interessato al gioco che al gesto spettacolare. Impara l’italiano senza farne
una questione identitaria. Resta turco senza mai doverlo rivendicare.
In quegli anni circola una voce insistente: il Real Madrid. Quello vero, quello
di Di Stéfano. L’interesse c’è, ma Bartu resta dov’è. Non per mancanza di
ambizione, ma per coerenza. In Turchia quella scelta diventa racconto popolare,
quasi una parabola: non tutto ciò che è più grande è anche più giusto. Si dice
che non sia mai stato espulso in carriera. Nessun archivio lo certifica davvero,
ma poco importa. È una di quelle verità che funzionano anche se non sono
dimostrabili, perché descrivono bene il personaggio. Bartu non ha mai avuto
bisogno dello scontro per esistere. Quando smette di giocare, non scompare.
Diventa commentatore televisivo, una presenza costante e rassicurante. In uno
studio sempre più incline al rumore, lui parla piano. Spiega. Contestualizza. A
volte sembra quasi fuori posto, ed è forse per questo che resta credibile. Non
cerca di vincere un dibattito, ma di capire il gioco. Quando muore, l’11 aprile
2019, il Fenerbahçe scrive: “Non abbiamo perso solo un ex calciatore, ma una
parte della nostra identità”. Non è una frase di circostanza. È il
riconoscimento di ciò che Bartu è stato davvero: non un’icona da museo, ma una
misura. Can Bartu è stato questo: uno che ti faceva pensare che si potesse stare
nel calcio senza alzare la voce. Uno che ti ricordava che il talento, se non è
accompagnato da stile, resta incompleto.
L'articolo Ti ricordi… Can Bartu, il “gentleman del calcio turco” che rifiutò il
Real Madrid per la Fiorentina proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’arbitro Mariani non aveva visto il contatto tra Bremer e Hojlund in area e
aveva chiesto al Var di fare un controllo. Doveri e Di Paolo però da Lissone gli
hanno comunicato di far proseguire il gioco. È questo il retroscena che emerge
da Open Var su Dazn riguardo all’episodio più discusso dell’ultima giornata: il
calcio di rigore non fischiato al Napoli contro la Juventus. Doveri è un arbitro
esperto, internazionale, che fischierà ai prossimi Mondiali. Il suo metro
arbitrale è spesso all’inglese, certi contatti anche duri non vengono
considerati fallosi. Dall’Aia però la vedono diversamente e Dino Tommasi,
componente della Can A e B, lo ha fatto capire chiaramente: “Per il fatto che
Bremer cinge il collo di Hojlund fino a portarlo a terra, l’intervento è
sicuramente falloso e c’è un parametro evidente nella trattenuta”. Secondo i
vertici arbitrali, era un calcio di rigore e Mariani andava chiamato all’on
field review.
Già era trapelata l’irritazione di Gianluca Rocchi nel lunedì post gara. Ora
Tommasi a Open Var ricostruisce così il tutto: “Mariani comunica alla Sala Var,
quindi a Doveri e Di Paolo, che non ha visto la situazione di Bremer su Hojlund,
perché probabilmente stava guardando a destra e perde la priorità sul centro
dell’area di rigore in quel momento. Premettiamo che Mariani ha arbitrato molto
bene la gara”. Quindi cosa succede? “Lui non vede il primo contatto, il secondo
contatto (Kalulu-Vergara) è effettivamente leggero, c’è un piccolo appoggio.
Diciamo che non ci sono parametri chiari per un intervento falloso“. Sul primo,
l’azione di Bremer che fa cadere a terra Hojlund, la valutazione è diversa:
“Cinge il collo con tutte e due le mani, lo trattiene col braccio sinistro e lo
trattiene a terra”. La conclusione di Tommasi è netta: “Mariani chiede appunto
(al Var) perché non ha potuto valutare l’intervento e quindi questo è un calcio
di rigore mancante e manca una Ofr per farlo rivedere a Mariani”.
Secondo i vertici arbitrali, era un calcio di rigore chiaro da assegnare al
Napoli. Così come c’è un errore nel’altro episodio controverso di giornata, il
rosso a Skorupski in Genoa-Bologna. “Se guardiamo i parametri Dogso non si
tratta di chiara occasione da gol. Ci sono tre difendenti oltre Vitinha e ce n’è
uno sulla linea di porta si derubrica il giallo come fallo pericoloso. Era
doveroso il giallo e non il cartellino rosso”, ha spiegato Tommasi. Bocciata
quindi la scelta di Fabio Maresca, che non ha cambiato cartellino neanche dopo
essere stato richiamato dal Var. Promossa invece la decisione di Andrea Colombo
di assegnare il rigore alla Roma contro il Milan per il mani di Bartesaghi: “Il
calciatore del Milan ha il braccio molto largo, è un rigore codificato: copre il
passaggio del pallone. Giusto assegnare il penalty alla Roma”.
L'articolo “Mariani comunica alla Sala Var che non ha visto la situazione
Bremer-Hojlund, questo è un calcio di rigore mancante” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Per ora non posso giocare in Italia, ma sicuramente non volevo stare con le
braccia conserte ad aspettare un cambio di regolamento“. Edoardo Bove riparte
dal Watford, in Championship, a distanza di più di un anno da quel
Fiorentina–Inter dell’1 dicembre 2024 in cui il 22enne si accasciò al suolo in
arresto cardiaco, facendo temere il peggio per qualche attimo. E lo farà in
Inghilterra perché il regolamento – visto il defibrillatore sottocutaneo – non
gli consente di giocare in Italia. “In futuro non so cosa accadrà, ma tengo a
specificare che il Watford non è una seconda scelta. Era già un mio obiettivo
giocare in Inghilterra: mi piace il calcio inglese, il ritmo”, ha dichiarato
Bove in un’intervista a Sky Sport.
La legge italiana infatti non permette di svolgere attività agonistica con
l’apparecchio in questione. In Inghilterra invece potrà giocare senza problemi.
Ma perché? In Italia la responsabilità diretta è a carico del medico sportivo
che concede l’idoneità. In Inghilterra invece Bove ha firmato una dichiarazione
in cui si assume tutti i rischi e la responsabilità è soltanto sua. “Mi sento
abbastanza in controllo delle mie scelte: ho avuto molto tempo per pensare e
stare con me stesso. Ho coltivato anche altre passioni oltre al calcio. Ora sono
felice di ripartire: mi mancava qualcosa, sono contento di riportare il calcio
al centro della mia vita e poter stare di nuovo in uno spogliatoio“, spiega l’ex
centrocampista di Roma e Fiorentina.
Una trattativa – quella con il Watford – nata in aeroporto a Trieste, come
svelato dallo stesso Bove. “Ultima giornata della scorsa stagione: con la
Fiorentina giochiamo a Udine, partita pesantissima per qualificarsi in
Conference League. Atterro a Trieste, ma non trovo il taxi per raggiungere la
squadra a Udine – ha spiegato Bove -. Poi mi sento toccare alle spalle e un uomo
in giacca e cravatta si presenta: ‘Sono Gian Luca Nani, il direttore
dell’Udinese e del Watford. Se vuoi ti diamo un passaggio noi fino a Udine‘”.
Un primo approccio simpatico da parte dell’attuale direttore sportivo del club
inglese, che dopo qualche mese ha provato (ed è riuscito) a portare Bove in
Inghilterra: “All’inizio ero incerto: non lo conoscevo, ma era vestito come un
direttore quindi ho pensato: ‘Va bene, fidiamoci, al massimo conosciamo una
nuova persona’. Durante il tragitto mi fa una battuta: ‘Dai, vieni a giocare con
noi’“. Era però ancora presto. A maggio 2025 Bove stava ancora svolgendo diversi
controlli per capire poi come e se tornare in campo. “Io in quel periodo nemmeno
pensavo a tornare a giocare perché non avevo ancora finito i controlli, ma per
me quello è stato un segno del destino: ho voluto pensare che dovesse andare
così”.
L'articolo “Il Watford? C’è stato un segno del destino, ho voluto pensare che
dovesse andare così”: Bove racconta la sua scelta di tornare a giocare proviene
da Il Fatto Quotidiano.