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Sfratti in dieci giorni? Anche il piano casa del governo sa di repressione
Il governo imperterrito riapre il versante della repressione nell’ambito della precarietà abitativa. Ecco che assistiamo alla ripresa del rozzo armamentario culturale di esponenti della maggioranza di destra, rafforzati dai ministri Salvini e Foti sulla questione case occupate e sfratti. In occasione dell’approvazione del disegno di legge “sicurezza” avevo scritto che in realtà quella legge apriva la strada non solo agli sgomberi, in tempi brevi, di occupanti della prima casa di proprietari, momentaneamente assenti, ma, anche, ad una accelerazione delle esecuzioni di sfratto, in forza dell’idea che le famiglie con sfratto non uscendo nei tempi stabiliti per assenza di una alternativa abitativa sostenibile, attendevano l’arrivo della forza pubblica, prorogandone i tempi. Ora si torna alla carica proponendo la definizione di “ladri di case” anche a famiglie con sfratto e che quindi vanno sgomberate in pochissimo tempo. Il governo per bocca dell’ineffabile ministro Foti ha dichiarato che è in fase avanzata un provvedimento, non è chiaro se un decreto legge o disegno di legge, basato sulla proposta di legge della deputata di FdI Buonguerrieri, che prevede lo sfratto in soli dieci giorni. Se approvato si eliminerebbe la notifica del preavviso di rilascio e si stabilirebbe che gli inquilini con sfratto non siano più avvertiti di una data precisa di esecuzione, ma siano solo informati con la semplice notifica dell’atto di precetto. Decorso il termine di dieci giorni, lo sfratto potrebbe avere inizio ed essere eseguito entro 30 giorni dalla notifica. L’esecuzione dello sfratto, bontà loro, potrà essere rinviata una sola volta, e per non più di 60 giorni, esclusivamente in presenza di situazioni di particolare delicatezza: presenza di ultrasettantenni, disabili o malati. Nulla vieta che data la impossibilità attuale da parte delle forze dell’ordine di eseguire gli sfratti in numero superiore a quelli che si eseguono circa 20.000 l’anno, non emerga, di nuovo, la proposta, incostituzionale, di affidare le esecuzioni a guardie giurate. Una proposta paventata da associazioni dei proprietari e da qualche area della maggioranza di destra. Il ministro Foti ha dichiarato che a fronte di questa ulteriore forzosa espulsione di massa degli inquilini con sfratto, il governo dovrebbe stanziare circa 4 miliardi di euro di risorse complessive, indirizzate all’edilizia residenziale pubblica, sociale e convenzionata. In realtà di questi 4 miliardi di euro non vi è alcuna traccia nell’ultima legge di bilancio, mentre vi è evidente traccia dello spin off, al quale sta lavorando Mario Abbadessa ex manager, di Hines che ha lasciato il colosso americano del Real estate dopo averlo guidato per 10 anni con attività che in Italia, sotto la sua direzione, ha prodotto operazioni per un valore complessivo di circa 8 miliardi di euro, concentrate tra Milano, il Nord Italia e Firenze, anche con interventi anche in altre località italiane: si veda l’osteggiato studentato di lusso che Hines dovrebbe realizzare a Roma sull’area degli ex mercati generali. La stessa Meloni ha recentemente parlato di un piano casa da 100 mila case in 10 anni, attenzione non case popolari, che rappresenterebbero un pannicello caldo, solo tenendo conto del fatto che nei prossimi 10 anni, con i numeri degli ultimi anni potremmo avere 400 mila ulteriori sentenze di sfratto e oltre 200 mila famiglie che saranno sfrattate con la forza pubblica, senza l’accelerazione delle esecuzioni desiderata dal governo. Con questi presupposti si chiarisce la linea “programmatica” sulle politiche abitative del governo. Da una parte: aumento delle esecuzioni forzose di sfratti; dall’altra; finti piani casa che si rivolgono essenzialmente ai nuovi fabbisogni: persone separate, anziani, studenti, ritenuti maggiormente solvibili. Non è un caso che la legge di bilancio ha stanziato 20 milioni di euro per sostegno all’affitto di persone separate. Ma davvero sono queste le priorità? Davvero le 40.000 sentenze di sfratto su 4,5 milioni di case in affitto, meno dell’1% delle abitazioni locate, rappresentano un ostacolo alla locazione? Tenuto conto che l’85% delle sentenze è per morosità, frutto di povertà e lavoro povero, non è che l’emergenza vera è rappresentata dal caro affitti, nonostante le cedolari secche che costano per mancati introiti allo Stato 3,1 miliardi di euro l’anno e non hanno prodotto alcuna calmierazione degli affitti? Davvero serve un Piano casa basato su offerte della finanza immobiliare non certo dedita alla realizzazione di case popolari? In Italia si affronta la precarietà abitativa con un aumento della repressione e utilizzo ulteriore di forza pubblica e negandole dignità politica e programmatica. L'articolo Sfratti in dieci giorni? Anche il piano casa del governo sa di repressione proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il teatro sotto sfratto si mobilita contro “il modello Milano”: “Palazzi nei cortili e nessuno pensa ai cittadini e alla cultura”
Sarà una giornata di mobilitazione quella di domenica 21 dicembre, con tanto di fiaccolata in strada per dire che “la cultura non si spegne”, ma anche “la cultura non si sfratta”, l’iniziativa della Fabbrica dell’Esperienza, teatro indipendente milanese che, se non ci saranno novità, a giugno dovrà lasciare i locali dove risiede dal 2012, in via Francesco Brioschi 60, in zona Navigli. Teatro che raccoglie l’eredità della Comuna Baires, istituzione culturale milanese e argentina fondata da Renzo Casali, che nel 2009 è stata insignita con l’Ambrogino d’Oro dal Comune di Milano. Dopo la scomparsa del fondatore nel 2010, la Comuna ha creato insieme ad altri soggetti (Fare Anima, Salti Teatrali, Circolo Pickwick, Editori della Peste) La Fabbrica dell’Esperienza, portata avanti da Irina Casali (figlia di Renzo), Alessandro Zatta e Dora Dorizzi. Che non è solo un luogo dove si mettono in scena spettacoli, ma è un’officina di teatro, un’accademia di recitazione, una scuola di cinema, un luogo di filosofia (l’altra passione di Irina dopo il teatro) e un laboratorio per bambini e ragazzi. Insomma, una vera fucina di cultura, studio e creatività. Che ora però dovrà chiudere i battenti e aprire altrove, perché da tempo dai proprietari dell’immobile è arrivata la richiesta di sgombero a scadenza di contratto, nel giugno 2026, poiché lo spazio è assai ambito e, a quanto si apprende, è già stato venduto. La sede di 350 mq – un ex capannone dove venivano vendute auto usate poi trasformato in teatro con un investimento di 70 mila euro – s’inserisce in una proprietà di 1.500 mq tra via Brioschi e via Pomponazzi che, come ha raccontato Milano Today, varrebbe almeno 4 milioni di euro e fa gola alla Green Buildings, società che sta acquistando interi lotti nell’area e che ha già perso una causa col teatro per un passo carraio conteso. Lo sfratto della Fabbrica dell’Esperienza s’inserisce dunque all’interno di una delle tante speculazioni immobiliari che a Milano nell’ultima decina d’anni sono diventate sistema. A quanto si apprende, qui si vorrebbe costruire una palazzina dei sei piani con appartamenti da vendere a peso d’oro. “È il modello Milano, che vuole palazzi tirati su nei cortili e case vendute a carissimo prezzo. Un modello cui non importa niente delle esigenze e dei bisogni cittadini, della comunità e tanto meno della cultura”, sostiene Irina Casali. “Nonostante il pagamento puntuale dell’affitto siamo stati raggiunti da un avviso di sfratto per l’intenzione della proprietà di vendere l’area a una società già finita sotto inchiesta dalla Procura di Milano per altri abusi edilizi. Dopo aver spazzato via la possibilità abitativa di singoli cittadini, la speculazione ha spinto alla chiusura di molte realtà culturali. Per questo chiediamo di mobilitarvi con noi”, si legge nel comunicato di presentazione dell’iniziativa. “Non ci diamo per vinti, puntiamo almeno a una proroga, perché trovare un altro luogo dove realizzare un teatro, con tutto quello che comporta a livello di infrastrutture e norme di sicurezza, non è semplice”, sottolinea Casali. Domenica, dunque, tutti in Fabbrica per scambiarsi gli auguri di Natale, ma soprattutto per manifestare solidarietà a uno dei luoghi simbolo della cultura della città. Alle 18 verrà trasmesso il film “The Muppet Christmas Carroll”, a seguire ci sarà un concerto della Banda degli ottoni a scoppio, poi la Cena di Natale dove ognuno è invitato a portare qualcosa, poi l’estrazione di una lotteria di autofinanziamento e un’azione poetica collettiva: i partecipanti illumineranno la strada con candele bianche per protestare contro lo sfratto. Poi, in tarda serata, una sorpresa in onore del solstizio d’inverno. Su change.org si può sottoscrivere una petizione già arrivata a circa 2 mila firme. Tra i partecipanti, ci saranno il presidente e i consiglieri del municipio 5 di Milano, il presidente di Non una di meno Giansandro Barzaghi, i registi Renzo Martinelli e Laura Tanzi, Tiziana Pesce (figlia di Giovanni Pesce, partigiano), i filosofi Annarosa Buttarelli e Pierpaolo Casarin, l’artista visivo Antonio Sixty, l’attore e regista teatrale Gianfelice Facchetti, figlio del calciatore Giacinto Facchetti. La Comuna Baires è stata fondata nel 1969 nella capitale argentina da Renzo Casali, Liliana Duca e Antonio Llopis. Abbandonato il Paese a causa della dittatura militare, Casali viene in Italia e approda a Milano, dove nasce la sede italiana della Comuna, in via della Commenda. Nel corso degli anni questo piccolo teatro indipendente diventa una dei luoghi più vivaci della scena culturale milanese, dando ospitalità anche molte compagnie sudamericane e argentine che non possono esibirsi in patria. E dalla Comuna passano personaggi di gran rilievo come lo scrittore cileno Luis Sepulveda, lo scrittore uruguayano Eduardo Galeano, Roberto Vecchioni, Fausto Bertinotti e molti altri. La Fabbrica nasce nel 2012 e da qui sono passati più volte Michele Serra, Raul Montanari, Enrico Bertolino e Giuseppe Cederna. Un rapporto speciale, inoltre, ha sempre legato la Comuna all’Inter e a Massimo Moratti, anche per la passione calcistica di Renzo Casali, tanto che qui erano di casa calciatori come Javier Zanetti, Alvaro Recoba, Giacinto Facchetti, ma pure Roberto Baggio. Il primo febbraio ci sarà un’altra giornata di lotta dal titolo “Il modello Milano, quale città per quale cultura” con l’obiettivo di costruire una rete di cittadini, associazioni e soggetti culturali che si oppongono a una città il cui unico valore sembra essere il profitto. 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Precarietà abitativa, sindacati inquilini e Federcasa firmano un protocollo d’intesa: aperto il confronto col governo
La precarietà abitativa in Italia ha raggiunto livelli insostenibili. I dati sono conosciuti: sfratti povertà, affitti esosi, città votate alla turistificazione sono elementi che rendono necessario non dilatare oltre i tempi un intervento strutturale per rendere effettivo il diritto all’abitare. Una necessità che è oggi sostenuta da un Protocollo di intesa che Federcasa, associazione degli enti di edilizia residenziale pubblica, ha firmato con i sindacati inquilini: Unione Inquilini, Sunia, Sicet e Uniat. Il documento parte da una premessa: la necessità del rilancio di politiche abitative pubbliche. In questo modo Federcasa e Sindacati inquilini attraverso la condivisione di un percorso comune per la difesa e l’ampliamento del patrimonio dell’edilizia residenziale pubblica, sostanziano la necessità di un rilancio delle politiche inerenti il comparto abitativo. Si tratta di un Protocollo che il Parlamento, le Regioni e i Comuni farebbero bene a leggere e tenere nella dovuta considerazione, perché parte dal quotidiano contatto che sindacati inquilini e gli enti gestori di edilizia residenziale pubblica hanno con la precarietà abitativa. Esistono oggi vecchi e nuovi bisogni e se l’Anci afferma che la questione abitativa è una priorità allora priorità deve sostanziarsi in atti, programmi e finanziamenti adeguati. Gli enti gestori di edilizia residenziale pubblica in Italia gestiscono 800mila case popolari a cui se ne devono aggiungere circa 200mila dei comuni. Eppure questo circa milione di alloggi è assolutamente insufficiente per affrontare una questione che coinvolge almeno oltre un milione di famiglie povere in affitto o le decine di migliaia di famiglie che ogni anno subiscono una sentenza di sfratto. Tenuto conto che il Governo intende affrontare solo in termini di ordine pubblico, per esempio, la questione sfratti, come se già non bastassero gli oltre 20.000 sfratti eseguiti con la forza pubblica ogni anno. Il Protocollo di intesa tra enti gestori Erp e i maggiori sindacati inquilini rappresenta un punto di riferimento programmatico per affrontare efficacemente la vasta precarietà abitativa segnata in particolare da un caro affitti insostenibile e una larga insufficienza di case popolari e alloggi sociali. Federcasa e sindacati inquilini concordano sul fatto che l’edilizia sociale pubblica ha bisogno di congrue risorse stanziate con continuità per garantire una efficace programmazione da parte di Regioni e Comuni. Risorse da concentrate sull’Erp, non su progetti alternativi di finto social housing che fino ad oggi si è rilevato fallimentare o di puro sostegno alla speculazione. Da qui la proposta del riconoscimento dell’edilizia residenziale pubblica come Servizi di Interesse Generale (Sig). Sulla base di queste considerazioni Federcasa e sindacati inquilini avanzano una serie di proposte; tra queste, oltre alla certezza di risorse per aumentare la dotazione di case popolari i comuni, l’aumentare dell’offerta di alloggi in locazione a canone sostenibile prevedendo un ruolo nella rigenerazione urbana degli ex Iacp. Il Protocollo propone altresì il rifinanziamento adeguato del Fondo di sostegno affitti e del fondo per la morosità e la soppressione dell’Imu inconcepibile per alloggi a canone sociale, tenuto conto che l’edilizia residenziale pubblica è una infrastruttura sociale strategica. Infine, non di minore importanza, la necessità di garantire le manutenzioni straordinarie e i programmi di efficientamento energetico e di abbattimento delle barriere architettoniche. In tale ambito e considerate le centinaia di migliaia di famiglie in attesa nelle graduatorie sarebbe già un segnale concreto finanziare il recupero delle 70.000 case popolari oggi inutilizzate proprio per mancanza di manutenzioni. Infine, da Federcasa, Unione Inquilini, Sunia, Sicet e Uniat la richiesta dell’indizione di una Conferenza programmatica con l’obiettivo di definire con chiarezza gli obiettivi di una nuova ed efficace politica abitativa. A fronte di tutto ciò per ora dal testo della legge di bilancio per il 2026 non si rilevano le tematiche e le proposte del documento di Federcasa, Unione Inquilini, Sunia, Sicet e Uniat, ma ora il confronto è aperto: governo e parlamento tengano conto delle richieste di coloro che quotidianamente affrontano la precarietà abitativa nei territori. L'articolo Precarietà abitativa, sindacati inquilini e Federcasa firmano un protocollo d’intesa: aperto il confronto col governo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sfratti lampo in 10 giorni: il Consiglio dei ministri ci riprova mercoledì
Arriverà mercoledì in Consiglio dei ministri, secondo fonti di governo, il nuovo dl cosiddetto “sicurezza”, che contiene anche un pacchetto di misure volto a rendere (molto) più veloce l’esecuzione degli sfratti. Il dl sfratti sembrava destinato a un Cdm già nella prima settimana di novembre, ma è stato rinviato: non è un segreto che norme simili creino malumore in una parte di mondo cattolico che pur è vicino al centrodestra. Il pacchetto in sintesi: una nuova Autorità per l’esecuzione degli sfratti, indipendente dai tribunali, che in caso di due mesi di morosità dell’inquilino, in 10 giorni possa far eseguire lo sfratto. E l’iter velocizzato, già previsto per l’occupazione delle prime case dal primo dl sicurezza del 2025 (di sicurezza, a quanto pare, non ce n’è mai abbastanza), che viene esteso anche alle seconde, terze, quarte case. Un segnale di forte vicinanza a quei proprietari che attendono mesi, a volte anni, per rientrare in possesso di un immobile. Ma che difficilmente risolverà il problema: che non dipende solo dalle leggi (già oggi con le leggi vigenti il provvedimento si potrebbe chiudere in quattro o cinque mesi) ma dal contesto. Tribunali in carenza di personale, case pubbliche insufficienti, affitti in costante crescita. Sono stati 81.054 nel 2024 i provvedimenti di sfratto in Italia, seguiti da 40.158 richieste di esecuzione e 21.337 sfratti eseguiti con la forza pubblica. Numeri in crescita e comunque al ribasso, perché chi lascia la casa volontariamente, dopo richiesta del proprietario o dopo l’ingiunzione, non è conteggiato in questi dati, né chi non riesce a pagare ratei di mutui e viene espropriato. L’80% circa degli sfratti, da sempre, è per morosità. Ma sono aumentati anche quelli per finita locazione (insomma, persone che non hanno trovato un altro posto dove andare). In Italia oltre 1.049.000 famiglie vivono in povertà assoluta e in affitto, e rappresentano quasi la metà delle famiglie povere del Paese. “Si tratta di un’emergenza strutturale, resa ancora più grave dall’assenza nella legge di Bilancio di qualsiasi misura di welfare abitativo o del tanto annunciato, e mai attivato, Piano Casa – commenta Silvia Paoluzzi dell’Unione Inquilini – Gli sfratti, ricordiamo, vengono eseguiti con la forza pubblica, ma la realtà quotidiana racconta di famiglie con minori, anziani, persone invalide e lavoratori poveri lasciati senza alcuna alternativa abitativa. I Comuni, privati di fondi e strumenti, sono costretti ad assistere impotenti all’espulsione dei propri cittadini più fragili”. Ed è questo il contesto per cui qualsiasi Autorità dotata di superpoteri per sfratti lampo dovrà scontrarsi con altri contrappesi legislativi, a partire dalla Costituzione, che contempera il diritto alla proprietà (“riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale”, art. 42). Va ricordato che da pochi mesi è in vigore un ddl Sicurezza che prevede pene da due a sette anni per chi “mediante violenza o minaccia, occupa o detiene senza titolo un immobile destinato a domicilio altrui” o “impedisce il rientro nel medesimo immobile del proprietario o di colui che lo detiene legittimamente” o chi “si appropria di un immobile destinato a domicilio altrui o di sue pertinenze con artifizi o raggiri”. Pene così severe non stanno fermando le occupazioni, così come il nuovo reato di blocco stradale pacifico (da sei mesi a due anni se commesso in più persone) non ha evitato gli oceanici blocchi stradali visti il 3 ottobre, i più grandi da decenni. Risolvere con la forza situazioni complesse può portare semplicemente a più ricorsi, certo sulla pelle dei più deboli, che soldi per gli avvocati non sempre ne hanno. Il disegno di legge di FdI punterebbe a introdurre un fondo nazionale per l’emergenza abitativa destinato a sostenere con l’erogazione di contributi le situazioni di morosità per persone con Isee inferiore ai 12mila euro o in situazioni gravi come licenziamenti, malattie, separazioni. Ma la realtà racconta di persone che tutti i giorni si trovano a non avere un posto dove andare perché le case in affitto (soprattutto nelle località turistiche, ma non solo) sono sempre meno e gli affitti crescono (+28,5% dal 2020 sul portale Immobiliare.it) molto più rapidamente dei salari. La Caritas in Alto Adige e altrove sta evitando decine di sfratti tramite donazioni e mediazioni con i creditori: persone che i soldi li hanno, ma non così tanti e non subito. La fretta e i 10 giorni di preavviso, tutto questo, non possono risolverlo. L'articolo Sfratti lampo in 10 giorni: il Consiglio dei ministri ci riprova mercoledì proviene da Il Fatto Quotidiano.
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