“Siamo pronti a presentare una pregiudiziale di costituzionalità e valutare un
ricorso alla Consulta”. I senatori di Alleanza Verdi Sinistra, Peppe De
Cristofaro e Ilaria Cucchi non vanno tanto per il sottile. D’altronde, il dl
Sicurezza voluto dal Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, in vigore da quasi
un mese, è stato definito un “assalto alla Costituzione” dagli stessi Giuristi
Democratici, che in un dossier di tredici pagine presentato oggi in Senato e
distribuito alla stampa insieme a una copia della Carta, elencano tutti i punti
critici del provvedimento e parlano esplicitamente di una “escalation
autoritaria” nelle politiche sulla sicurezza.
Secondo gli autori del dossier, rappresentati da Antonello Ciervo, infatti, il
decreto rappresenterebbe “un tassello organico di un progetto eversivo” volto a
trasformare progressivamente “lo Stato di diritto in uno Stato di polizia“,
riducendo le garanzie costituzionali e comprimendo l’esercizio delle libertà
civili. Nel mirino dei giuristi c’è innanzitutto la legittimità stessa dello
strumento utilizzato dal governo. Il decreto legge, sostengono, sarebbe stato
adottato in assenza dei presupposti richiesti dalla Costituzione. Nel testo si
legge infatti che “nel Decreto legge pubblicato in Gazzetta Ufficiale non sono
motivate né presenti in fatto e diritto le premesse circa la sussistenza dei
presupposti di straordinaria necessità e urgenza”.
Gran parte delle critiche riguarda le norme che incidono sul diritto di
manifestare. Il dossier denuncia infatti un forte irrigidimento delle sanzioni
per i promotori dei cortei e delle iniziative pubbliche. In particolare viene
segnalata l’introduzione di multe amministrative molto elevate, fino a 10mila
euro, che avrebbero un evidente effetto deterrente sull’organizzazione delle
proteste. Non solo: in caso di violazione delle prescrizioni della questura, i
promotori potrebbero essere chiamati a pagare ulteriori sanzioni anche per
comportamenti dei partecipanti.
I giuristi parlano apertamente di un intervento che rischia di colpire il
dissenso politico. Nel documento si legge che si tratta di un “grave attacco
alla libertà di riunione e manifestazione del pensiero”, realizzato attraverso
sanzioni formalmente amministrative ma “talmente elevate da produrre un effetto
dissuasivo sulla partecipazione alle proteste”.
Tra le norme più contestate c’è l’ampliamento dei poteri di identificazione
preventiva da parte delle forze dell’ordine. Il decreto consente infatti di
fermare e accompagnare in questura persone ritenute potenzialmente pericolose
durante eventi pubblici. Una misura che, secondo il dossier, “viola la libertà
personale e di circolazione”, introducendo strumenti che ampliano in modo
significativo la discrezionalità dell’autorità di pubblica sicurezza. Critiche
anche al cosiddetto Daspo giudiziario, che può impedire a chi è stato condannato
per reati commessi durante manifestazioni di partecipare a riunioni pubbliche
per anni. Per i giuristi si tratta di una misura che rischia di trasformarsi in
una sorta di “confino urbano”, con restrizioni prolungate della libertà di
partecipazione politica.
Il documento arriva mentre il decreto sicurezza è in pieno iter parlamentare.
“Da tre anni a questa parte si assiste a provvedimenti del governo che vanno
nella direzione di restringere gli spazi democratici e di modificare in radice
gli assetti costituzionali”, ha detto De Cristofaro, cui fa eco Cucchi: “Vediamo
usare sempre gli stessi metodi: si creano problemi che non esistono per
distogliere l’attenzione dai problemi veri”. E infatti Luca Blasi della Rete No
Kings: “Non è vero che i reati aumentano, è il contrario. Aumentano solo i morti
sul lavoro e i femminicidi”. L’attivista Gianluca Peciola: “A breve assisteremo
a una concorrenza antidemocratica tra FdI-Lega e la lista Vannacci”. Prossimo
appuntamento sabato 14 marzo dalle 14 alle 19 a Torino, dove si lancerà
l’allarme sull’uso dei “reati associativi contro i movimenti sociali”.
L'articolo “Il decreto Sicurezza è un assalto alla Costituzione. Si vuole
arrivare allo Stato di polizia”. Il dossier dei Giuristi Democratici proviene da
Il Fatto Quotidiano.
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Il rinnovo del contratto del comparto sicurezza e difesa si apre con un
avvertimento al governo. Il Silf, Sindacato italiano lavoratori finanza,
annuncia che non firmerà l’accordo senza interventi concreti su previdenza
dedicata e riconoscimento della specificità del lavoro svolto dal personale in
divisa. A dirlo è il segretario generale Francesco Zavattolo al termine del
primo incontro con l’esecutivo. “Non firmeremo il rinnovo del contratto del
comparto sicurezza e difesa se non verranno finanziate la specificità e la
previdenza dedicata”, afferma il sindacalista.
Secondo il Silf, le risorse previste per il triennio 2025-2027 non sarebbero
sufficienti a garantire un reale recupero del potere d’acquisto. Lo stanziamento
complessivo per il comparto sicurezza e difesa ammonta a circa 1,5 miliardi di
euro e, stando alle stime del sindacato, produrrebbe un incremento medio degli
stipendi pari all’1,8% annuo. Un dato vicino all’indice Ipca previsto per il
2025, ma giudicato insufficiente per compensare la perdita accumulata negli anni
precedenti. Ancora più critica, per il Silf, la situazione sul fronte
previdenziale. Durante un incontro con il governo lo scorso dicembre era stata
annunciata l’intenzione di finanziare una “previdenza dedicata” per il personale
del comparto, ma al momento – sostiene il sindacato – mancherebbero circa 400
milioni di euro necessari a rendere operativo l’intervento.
Nel comunicato il Silf solleva anche il tema delle relazioni sindacali,
chiedendo una piena equiparazione con i lavoratori delle funzioni centrali della
pubblica amministrazione. “No a un sindacato militare di serie C”, sottolinea
Zavattolo, chiedendo una normalizzazione dei diritti di rappresentanza. Tra le
criticità segnalate anche quella degli organici. Il ripristino del turn over al
100% viene considerato un passo positivo ma non sufficiente a colmare le carenze
accumulate negli ultimi anni.
Per questo il sindacato chiede piani straordinari di assunzione e guarda con
preoccupazione all’ipotesi di ricorrere a forme di precariato, come il ritorno
ai poliziotti ausiliari. La trattativa con il governo è dunque appena iniziata
ma si annuncia complessa, con i sindacati pronti a chiedere risorse aggiuntive e
maggiori garanzie per il personale del comparto sicurezza.
L'articolo Contratto del comparto sicurezza e difesa, il sindacato della Guardia
di Finanza contro il governo: “I soldi non bastano, non firmiamo” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Due episodi distinti, ma con lo stesso scenario imprevisto: all’interno della
cabina di pilotaggio di due Boeing la temperatura interna si è riscaldata oltre
le soglie di sicurezza, generando un vero e proprio “effetto sauna”. I piloti,
secondo quanto ricostruito, non sono riusciti ad abbassarla con le normali
procedure operative e si sono trovati in una condizione di pericolo concreto: il
caldo eccessivo può causare malori e svenimenti, compromettendo la sicurezza del
volo.
Dopo questi due eventi, la Federal Aviation Administration ha deciso di
intervenire accendendo un faro su 771 aerei negli Stati Uniti che, in teoria,
potrebbero subire lo stesso malfunzionamento. Si tratta di velivoli della
Boeing, in particolare dei modelli 737-8, 737-9 e 737-8200 della famiglia 737
MAX. Al centro della direttiva ci sarebbe un problema elettrico che incide sul
sistema di condizionamento dell’aria.
Così l’autorità di regolazione dell’aviazione civile statunitense ha fornito
delle indicazioni precise. Nel caso in cui dovesse presentarsi questo problema,
il pilota dovrà pianificare un immediato atterraggio nello scalo più vicino.
Dopo aver ricevuto il via libera, dovrà portarsi a un’altezza massima di 10mila
piedi ed effettuare un solo tentativo di riavvio dei circuiti. Se l’avaria
persiste, il comandante potrà attendere un massimo di due minuti prima di
iniziare le operazioni di avvicinamento all’aeroporto.
In questa fase di allarme, potrà inoltre decidere di fermare alcuni servizi di
bordo non essenziali e abbassare le luci generali, nel tentativo di ridurre il
carico sui sistemi elettrici. Una delle misure più delicate riguarda la
sicurezza della cabina: il pilota potrà aprire la porta rinforzata, blindata e
anti-intrusione che separa la cabina di pilotaggio dall’area passeggeri, per
favorire l’ingresso di aria più fresca. Una scelta non banale, perché quella
porta resta normalmente chiusa proprio per impedire a eventuali malintenzionati
di raggiungere i piloti.
Dal canto suo, Boeing si è impegnata a introdurre cambiamenti strutturali sui
circuiti a rischio dei suoi aerei. Per tutti i 771 aerei coinvolti, la FAA ha
imposto anche un aggiornamento del Manuale di volo. Le compagnie avranno 30
giorni di tempo per adeguare le istruzioni di bordo alle nuove procedure: il
costo stimato per l’aggiornamento è di 85 dollari per velivolo.
L'articolo “Cabine pilota dei Boeing 737 MAX a rischio surriscaldamento”,
indagine della Federal Aviation su 771 aerei proviene da Il Fatto Quotidiano.
Niente più obbligo di registrazione delle vendite dei coltelli. I cittadini che
acquistano strumenti con lama di lunghezza superiore ai 15 centimetri
continueranno a non essere “schedati”. La norma, molto contestata anche dai
commercianti, era prevista nelle bozze precedenti del dl Sicurezza ma adesso non
sarà più presente nel decreto. Nel testo, bollinato dalla Ragioneria nelle
scorse ore, è stato infatti eliminato l’articolo che obbligava gli esercenti a
registrare l’identità degli acquirenti di coltelli con lunghe lame, compresi i
classici da cucina e conservare il registro per 25 anni. Una norma che avrebbe
coinvolto i negozi di casalinghi, le coltellerie e i grandi magazzini, passando
per i supermercati, le ferramenta e le grandi catene di arredamento. Nel testo
bollinato sono invece confermati gli altri interventi annunciati relativi alla
stretta sulle armi da taglio, inclusi il divieto di vendita ai minori e le
sanzioni amministrative per i genitori dei minori che lo violano: rimane
comunque il rischio di arresto in flagranza per chi porta fuori casa il suo
coltellino da lavoro.
Rispetto alla bozza circolata dopo il varo del decreto nel Cdm del 5 febbraio,
cambia anche un articolo relativo allo scudo per le forze dell’ordine: “Quando
si procede ad incidente probatorio il pubblico ministero provvede all’iscrizione
del nome della persona nel registro di cui all’articolo 335, comma 1-bis”, cioè
nel registro delle notizie di reato. Precedentemente l’articolo era così
formulato: “Quando si procede ad incidente probatorio il pubblico ministero deve
compiere atti di indagine cui il difensore ha facoltà o diritto di assistere,
diversi dagli accertamenti tecnici di cui all’articolo 360, provvede
all’iscrizione del nome della persona nel registro di cui all’articolo 335,
comma 1-bis. Allo stesso modo il pubblico ministero procede nei casi di
incidente probatorio”.
Per quanto riguarda invece il fermo preventivo per evitare che i presunti
violenti partecipino a manifestazioni di piazza scatterà “in presenza di un
attuale pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica“. Il passaggio è stato
aggiunto, rispetto all’ultima bozza, all’articolo 7 del decreto. Nel testo viene
previsto che “nel corso di specifiche operazioni di polizia svolte nell’ambito
dei servizi di ordine e sicurezza pubblica disposti in occasione di
manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico, in presenza di un attuale
pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica, gli ufficiali e gli agenti di
polizia possono accompagnare nei propri uffici persone” su “cui sussista un
fondato motivo di ritenere che pongano in essere condotte di concreto pericolo
per il pacifico svolgimento della manifestazione, e ivi trattenerle per il tempo
strettamente necessario ai fini del compimento dei conseguenti accertamenti di
polizia e comunque non oltre le dodici ore“.
Per potenziare gli interventi di sicurezza urbana, e in particolare per
l’installazione da parte dei comuni di sistemi di videosorveglianza, sono
incrementati di 19 milioni di euro gli stanziamenti per il 2025 e il 2026. La
spesa non è estesa al 2027 e 2028, come invece si leggeva nelle ultime bozze
prima del Cdm. Quelle bozze prevedevano anche un aumento del fondo per il
potenziamento delle iniziative in materia di sicurezza urbana da parte dei
comuni di 50 milioni a partire dal 2026, e invece il testo definitivo fissa
l’incremento a 29 milioni per quest’anno. Dei complessivi 48 milioni per il
2026, si legge nel decreto, 20 milioni sono coperti con la riduzione del Fondo
per la riforma della polizia locale, 25 milioni “dal versamento in entrata di
quota parte delle somme” del Fondo di rotazione per la solidarietà alle vittime
dei reati di tipo mafioso, delle richieste estorsive e dell’usura, e 3 milioni
“mediante corrispondente riduzione dello stanziamento del Fondo speciale di
conto capitale iscritto, ai fini del bilancio triennale 2026-2028, nell’ambito
del programma ‘Fondi di riserva e speciali'”. Rispetto alle bozze di inizio
febbraio, nel decreto non c’è il fondo da 50 milioni di euro per il
rafforzamento dell’azione di contrasto degli illeciti sulla rete ferroviaria.
L'articolo Il decreto Sicurezza ottiene la bollinatura: salta l’obbligo di
registrazione per chi acquista coltelli. Ecco cosa c’è proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Con il decreto legge sulla sicurezza approvato nei giorni scorsi dal Consiglio
dei ministri sono state introdotte pene più severe anche per le aggressioni ai
docenti. Un’iniziativa che divide il mondo di chi dovrà fare i conti con la
nuova norma: se l’Associazione nazionale presidi canta vittoria, dall’altra
parte chi rappresenta il mondo dei genitori teme una forma di “carcerizzazione”
del conflitto scolastico se non affiancata da politiche educative e preventive.
Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ci aveva già provato
qualche mese fa, con un disegno di legge rimasto insabbiato in Parlamento. Ora
le norme entrano nel pacchetto sicurezza. L’arresto in flagranza differita, che
consente di procedere entro le 48 ore dal fatto sulla base di documentazione
video-fotografica certa, viene esteso anche ai reati di lesioni, violenza o
resistenza commessi ai danni del personale scolastico.
Per le lesioni la pena prevista è la reclusione da due a cinque anni, aggravata,
in caso di lesioni gravi o gravissime, rispettivamente da quattro a dieci anni e
da otto a sedici anni. Un provvedimento che preoccupa Claudia Di Pasquale,
presidente dell’Associazione genitori: “Speriamo che queste misure rappresentino
un rafforzamento della tutela del personale scolastico, riconoscendo la gravità
di episodi di violenza all’interno delle istituzioni educative e dal punto di
vista deterrente ci auguriamo che pene più severe possano scoraggiare
comportamenti aggressivi. Tuttavia, la sola repressione non basta! Affinché la
normativa sia efficace, dovrebbe essere accompagnata da interventi di
prevenzione, mediazione e supporto psicologico, in modo da affrontare anche i
problemi alla radice legati al disagio giovanile o ai conflitti scolastici”.
Di Pasquale chiede attenzione anche sulla proporzionalità della pena: “La
reclusione da due a cinque anni per atti violenti contro il personale è
significativa, e va valutata molto attentamente, soprattutto nei casi in cui gli
autori siano minorenni; va bilanciato l’effetto deterrente con le possibilità di
reinserimento. Se è vero che il pacchetto sicurezza rappresenta un passo
positivo nel rafforzare la protezione legale del personale scolastico è anche
vero che la sua efficacia reale dipenderà dall’integrazione con strategie
educative e di prevenzione dirette a ridurre la violenza alla radice”. Contraria
alla proposta del governo è Angela Nava dei Genitori democratici, che a
ilfattoquotidiano.it spiega: “Sembra si confermi un assioma: il reato
costituisce un elemento di deterrenza. Purtroppo, non c’è alcuna evidenza
scientifica di questo. Noi genitori abbiamo bisogno di affrontare questo tema
con la prevenzione. Le soluzioni adottate tendono a semplificare uno dei
problemi più inquietanti dei nostri tempi”.
Soddisfatto, invece, Antonello Giannelli, numero uno dell’Associazione nazionale
presidi: “Esprimo soddisfazione per la bozza del decreto Sicurezza nella parte
relativa al personale scolastico, in quanto recepisce in modo chiaro e concreto
le nostre richieste avanzate da tempo. Si tratta di un segnale importante di
attenzione e di ascolto nei confronti di tutto il personale scolastico, troppo
spesso vittima di aggressioni ignobili e criminali. Auspico che le misure
previste possano finalmente porre fine all’inaccettabile sequela di atti di
violenza che negli ultimi anni ha colpito, senza distinzione dirigenti, docenti
e personale Ata, restituendo all’ambiente scolastico la dignità, la sicurezza e
la serenità che costituiscono prerequisiti imprescindibili per lo svolgimento di
un’ordinata attività didattica”. Più cauta, ma comunque d’accordo con il governo
Paola Bortoletto, a capo dell’Associazione nazionale dirigenti scolastici:
“Credo che i problemi della scuola, luogo di educazione e istruzione, non si
risolvano per via giudiziaria. Ma è naturale che azioni violente contro il
personale della scuola debbano essere penalmente perseguite. Un riconoscimento
delle offese ricevute contribuisce a valorizzare il ruolo di esercenti un
pubblico servizio”.
Prevista, inoltre, una multa da duecento a mille euro ai genitori dei minori che
portano fuori casa coltelli o altri strumenti atti ad offendere senza
giustificato motivo. Se nel decreto-legge si affronta l’aspetto repressivo, nel
disegno di legge approvato in parallelo è prevista l’istituzione di una “rete
territoriale per l’alleanza educativa”: il legislatore pensa incontri di
formazione che possano supportare mamme e papà a comprendere i fenomeni di
devianza precoce. L’idea è quella di mettere attorno ad un tavolo specifiche
figure individuate dalle istituzioni scolastiche, oltre a referenti di
associazioni e società sportive, per co-progettare iniziative che saranno
finanziate con una quota dei fondi assegnati al Dipartimento per la Famiglia.
L'articolo Scuola, nel decreto Sicurezza anche pene più severe per le
aggressioni al personale. Esultano i presidi, dubbi tra i genitori proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Sei un muratore o un facchino, un artigiano, un soccorritore, un appassionato di
bricolage o un boyscout? Se porti fuori da casa il tuo coltellino da lavoro
rischierai l’arresto in flagranza, il processo per direttissima e una condanna
fino a tre anni di carcere. Oppure, se ti trovi nelle vicinanze di una
manifestazione, potresti essere trattenuto dalle forze dell’ordine fino a 12
ore. È l’effetto paradossale – ancora poco analizzato – di una delle norme del
nuovo decreto Sicurezza, il provvedimento approvato giovedì scorso dal Consiglio
dei ministri e ora bloccato per dubbi sulle coperture economiche prima della
pubblicazione in Gazzetta ufficiale. Oltre al fermo preventivo dei manifestanti
e allo “scudo” dalle indagini per le forze dell’ordine, nel decreto c’è una
stretta pesantissima sulla vendita e la circolazione di armi da taglio, pensata
come rimedio ai casi di violenza giovanile. Nella foga anti-maranza, però, al
ministero dell’Interno dev’essere scappata la mano. E così il massimo del
proibizionismo si è abbattuto sui coltellini pieghevoli da escursionismo e da
lavoro, che, sopra i cinque centimetri di lunghezza, saranno considerati armi
vietate alla pari di pugnali e machete, trasformando in potenziali criminali
migliaia di cittadini abituati a portarli in giro per gli usi più innocui (come
tagliare una fetta di salame o sbucciare una mela).
COSA PREVEDE IL DECRETO
Attualmente infatti i normali coltelli – di qualsiasi tipo e lunghezza –
rientrano tra le armi improprie, cioè tra gli “strumenti atti ad offendere“: in
base all’articolo 4 della legge 110 del 1975, non possono essere portati fuori
casa “senza giustificato motivo“. La pena per i trasgressori è l’arresto da un
mese a un anno e una multa da mille a diecimila euro. Il provvedimento del
governo, però, cambia tutto. Intanto modifica l’articolo 4, moltiplicando le
pene per chi porta “senza giustificato motivo” lame sopra gli otto centimetri:
si rischierà la reclusione da sei mesi a tre anni, oltre alla sospensione della
patente. Soprattutto, però, è previsto un divieto assoluto di portare “strumenti
con lama pieghevole di lunghezza pari o superiore a centimetri cinque, muniti di
meccanismo di blocco della lama“: cioè quasi tutti i coltellini usati per le
attività quotidiane, come i classici Opinel da 7,5 centimetri. Da quando il
decreto entrerà in vigore, questi strumenti non rientreranno più nell’articolo
4, ma nel 4-bis, che disciplina le armi proprie per cui non è ammessa licenza:
pugnali e machete appunto, ma anche baionette, tirapugni, spade e così via.
IL RISCHIO PER I LAVORATORI (E NON SOLO)
Poiché queste armi non hanno altra funzione che offendere, non è ammesso alcun
“giustificato motivo” per portarle in giro. Ma lo stesso divieto, da domani,
varrà anche per i coltellini, che invece di altre funzioni ne hanno in
abbondanza. Risultato: chi sarà sorpreso fuori da casa con una lama pieghevole
da cinque centimetri, persino se portata per ragioni di lavoro, rischierà
l’arresto in flagranza (facoltativo), il processo per direttissima (cioè entro
48 ore dall’arresto, previsto specificamente per i reati in materia di armi) e
una condanna da uno a tre anni di carcere; per chi si trova nei pressi di una
manifestazione di piazza, poi, il possesso dell’oggetto costituirà un motivo per
far scattare il nuovo fermo preventivo, che prevede il trattenimento in caserma
fino a 12 ore. Assurdità che i siti specializzati hanno già segnalato con
preoccupazione: la norma, denuncia un’analisi pubblicata sul portale
coltelleriacollini.it, rischia di diventare “significativa limitazione operativa
per intere categorie professionali, con il rischio di contenzioso diffuso in
relazione al porto in ambito lavorativo”. Tra i coltelli “bannati” in base alla
nuova norma, infatti, c’è “una vasta categoria di strumenti di lavoro”, tra cui
“multitool professionali (pinze multiuso con lama bloccabile), cutter da
edilizia con blocco di sicurezza, coltelli da soccorso, strumenti tecnici
utilizzati quotidianamente da artigiani, tecnici e operatori della sicurezza”.
L’OBBLIGO DI REGISTRAZIONE
Ma non si tratta dell’unica norma che rischia di mettere in difficoltà una
categoria di lavoratori. Nel decreto, infatti, si prevede l’obbligo di
registrazione delle vendite di “strumenti dotati di lama a un taglio eccedente
in lunghezza i centimetri quindici”: della categoria fanno parte anche i
classici coltelli da cucina, presenti in tutte le case degli italiani. Quelli
acquistati per tagliare carni e verdure, per sfilettare il pesce o addirittura
il coltello da pane: non si fa, infatti, distinzione tra tipo di lama o punta. I
negozianti dovranno chiedere il documento dell’acquirente, segnarlo in un
registro elettronico, prendendo anche nota della data dell’operazione e del
prodotto venduto. Un registro che deve essere conservato per 25 anni, anche dopo
l’eventuale cessazione dell’attività, e andrà sempre esibito alle forze
dell’ordine in caso di richiesta. Altrimenti scattano sanzioni da duemila a
diecimila euro. E la nuova norma coinvolge migliaia di esercenti: dai negozi di
casalinghi, alle coltellerie e ai grandi magazzini, passando per i supermercati,
le ferramenta e le grandi catene di arredamento che vendono anche strumenti per
la cucina. Mettendo nel carrello un coltello con una lama di 16 cm, alla cassa
bisognerà presentare pertanto carta d’identità e lasciare i propri dati per la
registrazione dell’acquisto.
I TIMORI DEI COMMERCIANTI
“I primi coinvolti negativamente siamo noi”, spiega a ilfattoquotidiano.it
Andrea Lorenzi, consigliere di Confcommercio di Milano – associazione Casalinghi
e Ferramenta. “Diventa tutto un po’ più complicato. Siamo esercenti di attività
al minuto, quindi una vendita semplice: il cliente entra, guarda, sceglie,
compra e va via. Poi ci dovranno anche spiegare come attivare questo registro
elettronico”, sottolinea. Lorenzi nel capoluogo lombardo è proprietario di una
coltelleria, quindi un negozio specializzato proprio in lame: “Per quanto
riguarda la nostra attività siamo sempre stati molto attenti: ad esempio non
vendiamo ai minorenni. Se dovesse essere necessario dotarsi di un registro ci
adegueremo”, spiega. Ancora più complessa sarà, però, l’organizzazione per i
grandi negozi che non vendono solo coltelli ma anche diversi tipi di merce:
“Complica molto, specialmente a livello di costi. Potrebbero anche avere bisogno
di prevedere un dipendente che si occupa solo di questo”, continua Lorenzi.
UNA “SCHEDATURA” INUTILE
C’è poi un altro (e non indifferente) aspetto: a cosa serve un registro delle
vendite dei coltelli da cucina? Nessuno di questi ha un codice identificativo o
una matricola. Se dopo un’aggressione venisse trovato un classico coltello
acquistato, ad esempio, in una nota catena scandinava sarebbero migliaia in
Italia le persone in possesso di quello stesso modello. Sapere chi lo ha
acquistato negli ultimi anni sarebbe praticamente ininfluente. Considerando, tra
l’altro, tutti quelli acquistati prima del decreto. “Allora bisognerebbe dire ai
cittadini di buttare via tutti i coltelli che hanno in casa e comprarne di nuovi
con questo nuovo registro”, aggiunge Lorenzi. “Per centrare davvero l’obiettivo
basterebbero più controlli. Adesso vedremo quando entrerà in vigore il decreto e
se ci saranno o meno modifiche”.
L'articolo Hai un coltellino per lavoro? Rischi l’arresto e il carcere: il
paradosso del nuovo decreto Sicurezza. E chi acquista una lama da cucina sarà
“schedato” proviene da Il Fatto Quotidiano.
La maggioranza che guida dal 2022 il Paese ha sempre fatto della sicurezza una
priorità nella sua narrazione. Sinora gli strumenti adottati e i risultati
raggiunti sono stati assolutamente inadeguati. Dall’inizio dell’era Meloni si
sono susseguiti leggi e provvedimenti normativi che non hanno, da una parte, per
nulla migliorato la sicurezza delle persone, ma anzi hanno reso più complicata
l’azione della magistratura e delle forze di polizia; dall’altra parte,
ristretto gli spazi di libertà con una crescente criminalizzazione del dissenso.
Di fronte alla incapacità del governo e della sua maggioranza di offrire
risposte concrete ad una insicurezza sempre più dilagante in tutto il Paese, è
cominciata la propaganda politica fuorviante e pericolosa, del tipo: le forze
dell’ordine arrestano e la magistratura scarcera. In tal modo lanciando il
messaggio alla gente che il governo ci prova ma sono ostacolati da comunisti e
toghe rosse.
Ma veniamo all’ultimo decreto legge, approvato qualche giorno fa, in materia di
sicurezza. A parte la “bufala” sullo scudo penale per le forze di polizia che
non è stato previsto perché sarebbe al di fuori della Costituzione, si è
prevista una procedura diversificata, in taluni casi, di iscrizione in un
registro degli indagati separato. Una questione procedurale, di inutile impatto,
che non affronta una questione vera. Non certo quella della impunità per chi
dovesse abusare del potere, in uno stato democratico impensabile, ma quella di
non doversi sottoporre ad un linciaggio politico e mediatico e ad un danno alla
reputazione quando, per un atto dovuto, si devono svolgere indagini preliminari
nei confronti di chi svolge determinate funzioni molto a rischio.
Ora ci riferiamo alle forze di polizia, ma pensiamo, ad esempio, anche ai
medici. Quando arriverà il giorno che si darà il valore giusto alle indagini
preliminari senza che appaiano una trave di anticipata colpevolezza, tanto che
la pena ormai è l’informazione di garanzia e il procedimento stesso? È chiaro
che si può perdere la serenità a lavorare sotto questo rischio assai concreto.
Ma veniamo alla parte più pericolosa del decreto legge, ossia quella sulla
prevenzione della sicurezza e dell’ordine pubblico. Nonostante gli interventi
del Quirinale ben visibili nella stesura del testo, che hanno eliminato la
matrice di fascismo istituzionale, non si è attenuata la portata fortemente
autoritaria, con una ulteriore accelerazione nel passaggio dallo stato di
diritto allo stato di polizia. Mi riferisco, in particolare, alle norme che
ampliano le zone rosse nei luoghi pubblici impedendo manifestazioni e cortei e
alla possibilità data alle forze di polizia e al prefetto, quindi al governo, di
impedire a soggetti, passibili anche di provvedimenti che limitano fortemente le
libertà individuali e civili, di partecipare appunto a cortei e manifestazioni
se assumono condotte minacciose o violente o insistentemente moleste.
Facile intuire quanto enorme sia la discrezionalità da parte del potere di
valutare, ad esempio, una persona insistentemente molesta. Qui la possibilità,
anzi la certezza, del rischio dell’abuso del potere viene certificato con legge.
L’altra norma liberticida, quasi da far rimpiangere le norme emergenziali
approvata durante la stagione del terrorismo, è quella che consente il fermo per
dodici ore, prima e dopo manifestazioni pubbliche, di persone che da elementi
fattuali concreti emerga che possano in concreto rappresentare un pericolo per
la sicurezza e l’ordine pubblico. Dove saranno portate decine o centinaia di
persone potenzialmente pericolose? Quanta enorme discrezionalità per restringere
la libertà, di persone ritenute potenzialmente pericolose, fino al punto non
solo di vietare di manifestare e dissentire, ma finanche di essere privati della
libertà personale, con una semplice telefonata al pubblico ministero di turno.
L’obiettivo non è quindi la sicurezza della gente – quella la si persegue e
raggiunge con ben altre misure, non solo normative – ma la limitazione del
dissenso per paura delle contestazioni. Il potere teme il popolo e il controllo
di legalità, vuole avere mani libere per far diventare alla fine l’abuso legale
e normale.
L'articolo Perché il decreto Sicurezza accelera il cammino verso lo stato di
polizia proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Non abbiamo mai visto niente di simile qui, almeno dall’11 settembre, quando
tutto è stato bloccato”. Così Robert Moore, fondatore e amministratore delegato
del media El Paso Matters descrive la situazione ai colleghi della Cnn: niente
voli su El Paso, in Texas, e Santa Teresa, nel New Mexico.
La misura, comunicata dalla Federal Aviation Administration, durerà dieci
giorni. La motivazione resta senza specifiche, si parla di “ragioni di sicurezza
speciali”. Che il preavviso – che ricade sotto l’acronimo Notice to Air Missions
(NOTAM) – sia stato breve lo hanno confermato alla Abc le autorità
dell’aeroporto di El Paso: “La FAA, con breve preavviso, ha emesso una
restrizione temporanea ai voli, bloccandoli da e per El Paso e la nostra
comunità vicina, Santa Teresa, nel Nuovo Messico. La restrizione vieta tutte le
operazioni aeree (incluse quelle commerciali, cargo e di aviazione generale) ed
è in vigore dalle 23:30 del 10 febbraio alle 23:30 del 20 febbraio. Siamo in
attesa di ulteriori indicazioni”.
Il divieto riporta ad una definizione di “spazio aereo di difesa nazionale”. I
piloti che dovessero violare le indicazioni della FAA potrebbero essere
intercettati, trattenuti per essere interrogati dalle forze dell’ordine e in
casi estremi si potrebbe ricorrere alla “forza letale” per abbattere un
aeromobile se dovesse rappresentare una minaccia per la sicurezza.
La Nbc News riporta la conversazione di un addetto al traffico aereo: “Sappiate
che entrerà in vigore una TFR”, abbreviazione di temporanea restrizione al volo.
“Basta comunicarlo a Southwest e a tutti gli altri alle 06:30 per i prossimi 10
giorni. Siamo fermi a terra”. Il pilota del volo Southwest WN1249 chiede
conferma: “Quindi l’aeroporto è completamente chiuso?”. Il controllore risponde:
“A quanto pare. Siamo stati informati circa 30 minuti o un’ora fa”.
Per il traffico aereo americano, non si tratta di una misura di poco conto:
secondo il sito web dell’aeroporto, nei primi 11 mesi del 2025 sono transitati
quasi 3,5 milioni di passeggeri. El Paso conta 700.000 abitanti ed è uno degli
snodi del commercio transfrontaliero: non è un caso che sia considerata una
delle “porte” sul Messico. L’ultimo volo ad atterrare è stato quello della
American Airlines proveniente da Chicago, secondo la piattaforma di monitoraggio
dei voli Flightradar24. Il volo successivo previsto era un aereo privato da
Everett, Washington, con atterraggio previsto per l’1:13, ma è stato dirottato
su un aeroporto di Las Cruces, nel New Mexico. Non erano previsti altri
atterraggi prima delle 9:00 di mercoledì.
L'articolo Niente voli su El Paso per “ragioni speciali di sicurezza”. “Non si
vedeva una cosa simile dall’11 settembre” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Cerchiamo, con un’attività di prevenzione e di repressione, di evitare che quei
tristi momenti si ripetano“. In conferenza stampa dopo l’approvazione del
pacchetto Sicurezza in Consiglio dei ministri, Carlo Nordio si spinge a
paragonare le violenze degli ultimi giorni con il fenomeno terroristico delle
Brigate rosse, “nato proprio per una insufficiente attenzione, anche da parte
dello Stato, verso queste forme di aggressività odiosa nei confronti delle forze
dell’ordine che era stata trascurata, anche da parte della cosiddetta società
civile”, dice. Il ministro della Giustizia respinge la definizione di “scudo
penale” per la norma – pensata per gli agenti di polizia – che impedisce
l’iscrizione nel registro degli indagati di chi agisce in presenza di “evidente”
legittima difesa: “Non è uno scudo penale, qui l’impunità non c’è per nessuno“,
afferma. Semplicemente, “questa persona non può essere chiamata indagato. Che
non è cosa da poco, visto che la parola “indagato”, un orrido neologismo, è
sinonimo di condanna”.
Matteo Piantedosi, invece, nega che i disordini di sabato scorso a Torino
abbiano provocato un’accelerazione nel via libera al pacchetto. “Sono norme di
cui si è parlato, era noto che le stessimo studiando già prima, questo dimostra
che non sono stati i pur gravi fatti di Torino a portarci a queste scelte”, dice
il ministro dell’Interno. Negando anche un influsso della vicenda sullo
spostamento delle misure sullo “scudo” e sul fermo preventivo dal disegno di
legge al decreto-legge: “Si era parlato nelle settimane scorse di un pacchetto
complessivo di norme, alla fine si è fatta una valutazione sistematica con i
tecnici di Palazzo Chigi e con il sottosegretario Mantovano, di dedicare il
disegno di legge a misure organizzative e ordinamentali e inserire le norme con
efficacia diretta nel decreto legge”, afferma.
In nessuno dei due provvedimenti del pacchetto è entrata invece la cauzione per
gli organizzatori delle manifestazioni, misura chiesta dalla Lega di Matteo
Salvini. Piantedosi, ministro tecnico in quota leghista, tenta di descrivere il
bicchiere come mezzo pieno: “Abbiamo adottato una serie di spunti normativi
sull’obbligo di preavviso della manifestazione, la cui inottemperanza è
assoggettata a misure di carattere pecuniario molto importanti. Se non è una
cauzione, di fatto già anticipa il concetto di responsabilizzare chi presenta
preavvisi di manifestazione”, sostiene. Ma Salvini guarda già al futuro: la
cauzione “continua a starmi a cuore, a Lega la porterà in Parlamento e sono
convinto che la maggioranza si troverà”, dice il vicepremier a Otto e mezzo su
La7.
L'articolo Dl sicurezza, Nordio: “Vogliamo evitare il ritorno delle Br”. E
Salvini rilancia: “Porteremo la cauzione in Parlamento” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il fermo preventivo ci sarà, ma circoscritto e sottoposto al controllo del
pubblico ministero. Lo scudo penale pure, ma dovrà essere “evidente” la
sussistenza della legittima difesa. Dopo una serrata trattativa col Quirinale,
il nuovo decreto-legge sulla sicurezza viene leggermente edulcorato dal governo,
ma conserva intatte le sue misure-bandiera. A partire dalla possibilità per le
forze dell’ordine, in occasione di manifestazioni, di “accompagnare nei propri
uffici”, trattenendole per un massimo di 12 ore, persone “rispetto alle quali
sussista un fondato motivo di ritenere che pongano in essere condotte di
concreto pericolo per il pacifico svolgimento” dell’evento di piazza, anche se
non hanno commesso alcun reato. Rispetto alla bozza diffusa nei giorni scorsi,
viene specificato che il pericolo dev’essere “concreto“, e non potrà essere
desunto semplicemente dall’uso di “caschi o strumenti che rendono difficoltoso
il riconoscimento della persona”. Soprattutto, del fermo dovrà essere data
“immediata notizia al pubblico ministero”, che potrà ordinare subito il rilascio
se riterrà che sia stato eseguito senza i presupposti: nella versione
precedente, invece, questo potere di controllo non era previsto.
Il provvedimento, firmato dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, contiene
poi l’annunciato “scudo” pensato per gli agenti che sparano, ma valido per tutti
i cittadini. “Quando appare evidente che il fatto è stato compiuto in presenza
di una causa di giustificazione”, come la legittima difesa, chi ha sparato non
verrà iscritto nel registro degli indagati, ma potrà godere di tutte le
“garanzie della persona sottoposta alle indagini preliminari”, come la
possibilità di nominare un difensore o di mentire se interrogato. A questo
scopo, il nome del “non-indagato” verrà inserito con “annotazione preliminare”
in un “separato modello“. Rispetto alla bozza, viene specificato che la causa di
giustificazione dovrà apparire “evidente”.
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subito. Lo scudo penale solo per legittima difesa “evidente” proviene da Il
Fatto Quotidiano.