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Inchiesta sull’Eni in Basilicata, in appello assolti Eni e altri 7 imputati. Revocati i risarcimenti che la società doveva pagare
Assolta l’Eni, assolti 7 imputati. E’ la sentenza d’appello, pronunciata “perché il fatto non costituisce reato”, del processo ribattezzato “Petrolgate” sullo smaltimento dei reflui derivanti dalle estrazioni petrolifere in Val d’Agri, in Basilicata. L’inchiesta risale a dieci anni fa quando dall’inchiesta della Procura di Potenza si era arrivati al sequstro di due vasche di stoccaggio e un pozzo furono posti sotto sequestro, con il conseguente stop del Centro Olio Cova di Viggiano per quattro mesi. La vicenda ebbe risalto nazionale di primo piano con lo strascico politico dovuto alle dimissioni dell’allora ministra allo Sviluppo Economico Federica Guidi (governo Renzi) per il coinvolgimento dell’ex compagno, Gianluca Gemelli (la cui posizione fu poi archiviata). La sentenza della Corte di Appello ha cancellato la condanna in primo grado, emessa nel marzo del 2021, per l’Eni al pagamento di una sanzione amministrativa da 700mila euro e alla confisca per equivalente, quale profitto del reato, di 44,2 milioni di euro, da cui sarebbero dovuti essere detratti i costi delle spese di adeguamento del Centro Olio (eseguiti dalla Compagnia nel 2016). Secondo l’accusa l’Eni avrebbe smaltito tonnellate di reflui derivanti dalle attività estrattive in Val d’Agri, in parte reiniettando sostanze pericolose attraverso il pozzo Costa Molina 2 e in parte trasportandoli tramite autobotte verso diversi impianti di smaltimento, in quest’ultimo caso risparmiando decine di milioni di euro all’anno attraverso l’utilizzo di un errato codice Cer (Catalogo europeo dei rifiuti). In Appello sono stati assolti gli ex manager e dipendenti del Cova di Viggiano, Ruggero Gheller, Nicola Allegro e Luca Bagatti, che erano stati condannati a due anni (con pena sospesa), mentre un anno e quattro mesi erano stati inflitti a Enrico Trovato, Roberta Angelini e Vincenzo Lisandrelli, sempre con pena sospesa. All’ex dirigente della Regione Basilicata, Salvatore Lambiase, era stata comminata una condanna a 18 mesi, con pena sospesa. Con l’assoluzione – in attesa di conoscere le motivazioni che la Corte di Appello pubblicherà nelle prossime settimane – sono stati revocati anche i risarcimenti che l’Eni avrebbe dovuto versare a diverse parti civili, tra cui quello alla Regione Basilicata per le mancate royalties causate dalla sospensione delle attività del Centro Olio. E la sentenza di secondo grado ha fatto cadere anche ogni profilo di illecito amministrativo per l’Eni, sul cui modello 231 non grava quindi alcun precedente giudiziario. Canta vittoria il leader di Italia Viva Matteo Renzi, che all’epoca dell’inchiesta guidava il governo. “Dieci anni fa – scrive – alcuni funzionari Eni furono arrestati dalla procura di Potenza. Ero a Palazzo Chigi e ricordo il clamore del cosiddetto Petrolgate. L’opposizione cavalcò in modo vergognoso quella indagine, attaccando il governo, l’Eni, chiunque avesse a che fare con il mondo Oil&Gas. Rimasi solo a difendere l’Eni e lo Stato di diritto. Oggi, dieci anni dopo, la corte d’appello di Potenza ha assolto tutti”. L’ex premier sottolinea: “Non abbiamo commesso nessun fatto illecito. Chi ci ha massacrato la vita e ha disintegrato le famiglie degli arrestati oggi assolti dovrebbe chiedere scusa. Non lo farà. Ma a me rimane la certezza che anche a Potenza noi ci siamo comportati bene. Chi allora ci ha aggredito no, non si è comportato bene”. La foto è d’archivio L'articolo Inchiesta sull’Eni in Basilicata, in appello assolti Eni e altri 7 imputati. Revocati i risarcimenti che la società doveva pagare proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Trump concede licenze in Venezuela a cinque colossi petroliferi. C’è anche l’Eni
L’era del dopo Nicolàs Maduro nel Venezuela direttamente controllato dagli Stati Uniti di Donald Trump è cominciata. L’Office of Foreign Assets Control (OFAC), l’agenzia del Dipartimento del Tesoro statunitense responsabile dell’applicazione delle sanzioni economiche, ha concesso licenze che autorizzano cinque grandi compagnie petrolifere – British Petroleum, Chevron, Eni, Repsol e Shell – a riprendere o ampliare le loro attività nel gigante sudamericano, mentre l’amministrazione Usa punta a una crescita della produzione di greggio. Le licenze consentono a queste società di operare progetti petroliferi e gas, incluse le attività di produzione, vendita, trasporto e vendita di prodotti energetici, e di negoziare nuovi contratti con la compagnia petrolifera statale Petróleos de Venezuela. Tuttavia restano condizioni specifiche di controllo e supervisione: ad esempio, tutti i pagamenti di royalty o tasse devono essere versati in conti controllati dagli Stati Uniti attraverso un cosiddetto “Foreign Government Deposit Fund” gestito dal Tesoro. L’apertura normativa arriva in un momento di profonde trasformazioni nella politica venezuelana – Maduro è stato rimosso all’inizio del 2026 e Washington sta cercando di rilanciare l’economia del paese incentivando investimenti stranieri nel settore energetico – e rappresenta uno dei più importanti allentamenti delle sanzioni statunitensi al settore petrolifero venezuelano dal 2019, quando furono introdotte restrizioni su larga scala contro la Petróleos de Venezuela e il governo di Caracas. Oltre alle licenze per le aziende già citate, è prevista anche una seconda licenza generale che permette a società di tutto il mondo di negoziare contratti di nuovi investimenti nel petrolio e nel gas venezuelani, anche se rimangono vietate transazioni con entità legate a Russia, Iran o Cina, né si autorizzano transazioni con società venezuelane o statali collegate a questi paesi. La manovra statunitense si inserisce in un quadro più ampio di riforme alla legge energetica recentemente approvate dall’Assemblea nazionale, che prevedono l’apertura del settore alle imprese private e straniere con maggiore autonomia operativa. Il passo degli Usa è stato accompagnato da visite di alto livello: il Segretario all’Energia statunitense, Christopher Wright, è in Venezuela e nelle scorse ore ha ispezionato infrastrutture petrolifere insieme alla presidente ad interim Delcy Rodríguez, discutendo con lei di cooperazione. La mossa è considerata anche come parte di una strategia per attrarre investimenti esteri di vasta scala, con obiettivi di ripresa produttiva e accumulo di ricavi petroliferi significativi, in parte destinati anche all’importazione di prodotti statunitensi. Trump – che oggi ha detto che rapporti con il Venezuela sono “i migliori possibili” e “visiterò il paese, ma non abbiamo ancora deciso quando” – sta cercando di ottenere 100 miliardi di dollari di investimenti da parte delle compagnie energetiche nel settore petrolifero e del gas venezuelano. Giovedì Wright, nel suo secondo giorno di visita nel paese, ha affermato che le vendite di petrolio dopo la cattura di Maduro hanno raggiunto il miliardo di dollari e che toccheranno quota 5 miliardi nei prossimi mesi. L'articolo Trump concede licenze in Venezuela a cinque colossi petroliferi. C’è anche l’Eni proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Trump incontra i vertici delle compagnie petrolifere, c’è anche Descalzi di Eni: “Gli Usa decideranno chi potrà lavorare in Venezuela”
“Ora in Venezuela avete la sicurezza totale“. Così ha esordito Donald Trump durante l’incontro alla Casa Bianca con i vertici delle principali compagnie petrolifere al mondo, tra cui Eni. Il presidente Usa ha voluto convocare intorno a un tavolo della East Room tutti i big del greggio globale, per lanciare un messaggio chiaro a una settimana dall’attacco su Caracas e dalla cattura di Nicolas Maduro. Saranno gli “Stati Uniti a decidere quali compagnie potranno lavorare in Venezuela”, ha chiarito Trump parlando ai dirigenti di 14 società petrolifere, tra cui l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, seduto a fianco del vicepresidente di Chevron, Mark Nelson. “Stiamo andando estremamente d’accordo con il popolo del Venezuela, con il popolo e la gente che lo sta governando”, ha detto Trump in apertura dell’incontro per discutere lo sviluppo delle infrastrutture petrolifere nel Paese, facendo riferimento al governo ad interim di Delcy Rodriguez: “Il Venezuela avrà un grande successo“. “Ci stiamo riprendendo ciò che ci è stato tolto”, ha aggiunto il presidente riferendosi al petrolio venezuelano. “Le nostre compagnie gigantesche spenderanno almeno 100 miliardi di dollari dei loro soldi, non soldi del governo. Non hanno bisogno di soldi del governo, ma hanno bisogno della protezione del governo e della sicurezza del governo”, ha aggiunto Trump. Trump ha spiegato che le compagnie petrolifere hanno bisogno di avere dal governo “la sicurezza che quando spendono tutto questo denaro, sarà lì in modo che potranno riavere il loro denaro e fare un bel profitto. Il piano – ha ribadito – è che loro spendano almeno 100 miliardi di dollari per ricostruire la capacità e le infrastrutture necessarie“. Trump ha poi detto che il Venezuela ha un “greggio pesante, un petrolio molto buono, straordinario. E’ fantastico per alcune cose, come l’asfalto per le strade”. E ha aggiunto: “Cina e Russia possono comprare il petrolio” dagli Stati Uniti. “Siamo pronti a fare business“, ha detto ancora il presidente americano. L'articolo Trump incontra i vertici delle compagnie petrolifere, c’è anche Descalzi di Eni: “Gli Usa decideranno chi potrà lavorare in Venezuela” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Calenzano, il Comune rinuncia a chiedere i danni a Eni: il sito sarà riconvertito in un mega impianto fotovoltaico
L’accordo è stato annunciato a un anno esatto dall’esplosione che ha provocato la morte di cinque lavoratori e il ferimento di altre 26 persone: il sito di Calenzano cesserà di ospitare carburante e sarà riconvertito in un mega impianto fotovoltaico. Ciò che però non era stato chiarito in quella conferenza stampa – indetta dal sindaco Giuseppe Carovani e dal presidente della Regione Eugenio Giani – è in quell’intesa è compresa anche la rinuncia del Comune a costituirsi parte civile nel futuro processo per la strage. L’amministrazione incassa 6,5 milioni di euro, ma ritira ogni altra pretesa risarcitoria e di giustizia. Una scelta che ha fatto insorgere l’opposizione e parte della cittadinanza, che ieri ha convocato un’assemblea popolare: “È stata una sorpresa anche per noi – spiega al Fatto Maria Arena, ex candidata sindaca oggi consigliera d’opposizione del Pd – Riteniamo la vicenda molto grave. In modo unilaterale, la giunta viene meno a un impegno preciso preso e votato in consiglio comunale all’indomani del disastro. E accetta una cifra come compensazione che non sappiamo come sia stata calcolata, potrebbe benissimo essere minore dei danni accertati nel corso dell’inchiesta penale. Inoltre, non si fa cenno alle compensazioni per anni di esternalità provocate dalla presenza di questo impianto sul territorio, né a possibili danni ambientali”. La bufera politica è tutta interna al centrosinistra, che da queste parti ha numeri tali da consentire che al ballottaggio si presentino due aspiranti dello stesso schieramento. Così era andata nel giugno del 2024, quando Arena, candidata del Pd, era stata battuta da Giuseppe Carovani, fuoriuscito dallo stesso Pd durante l’era renziana. Con alle spalle altre due legislature da primo cittadino, Carovani è transitato in Sinistra italiana, per poi ricandidarsi alla guida di una lista civica a sinistra del Pd. All’indomani della strage fu lui a metterci la faccia, per chiedere un cambiamento radicale del rapporto tra lo stabilimento e la cittadina. Ieri Il Fatto ha provato a contattare anche lui, senza però ricevere risposta. Ma la frattura non è solo tra centrosinistra e sinistra, ma anche tra il Pd toscano e quello locale, che a Calenzano a che fare con l’ingombrante presenza dell’Eni: “Noi non siamo disallineati con Giani sulla necessità di spostare questo tipo di attività – dice ancora Arena – Il problema qui non è il ruolo dalla Regione, che ha spinto in questa direzione, ma nel comportamento del Comune, che ha scavalcato anche la commissione ad hoc sull’Eni messa in piedi dopo quei tragici fatti. Questa commissione di fatto è stata usata solo per comunicare decisioni già prese al tavolo con il colosso”. La riconversione annunciata da Eni prevede un investimento di decine di milioni di euro, per costruire un hub fotovoltaico da 20 megawatt che secondo la società vedrà la luce entro quattro anni. “Noi abbiamo dei dubbi anche su questo – conclude Arena – anche perché stiamo parlando di un impianto che sotto inchiesta, e abbiamo qualche dubbio che possa essere attivata una riconversione industriale in quelle stesse aree che sono oggetto degli accertamenti in tempi così rapidi”. Nel frattempo l’inchiesta della Procura di Prato, guidata dal procuratore Luca Tescaroli, procede a tempi serrati. Dieci gli indagati, accusati a vario titolo di omicidio colposo plurimo e disastro colposo, fra i quali 7 fra dirigenti e tecnici Eni: Patrizia Boschetti, head of operations di Eni; Luigi Cullurà, responsabile del deposito Eni di Calenzano; Emanuela Proietti, responsabile Salute e sicurezza; Carlo Di Perna, capo delle manutenzioni; Marco Bini, responsabile della rete fognaria, della pavimentazione e delle infrastrutture; Elio Ferrara e Marco Bini, tecnici; Enrico Cerbino, responsabile progetto esterno. Sono indagati anche Francesco Cirone e Luigi Murno, di Sergen. A spiegare il disastro di Calenzano, per gli investigatori, è la scelta “scellerata” di consentire lavori di manutenzione alle linee senza fermare il rifornimento delle autobotti, che avrebbe comportato per Eni (indagata per responsabilità amministrativa) una perdita economica di 255 mila euro al giorno. I lavoratori della subappaltante Sergen, secondo i pm, furono mandati al massacro, con un ordine “fantasma” dato a voce, di rimuovere una valvola da una linea che pensavano essere dismessa. L’incidente viene definito “un grave e inescusabile errore” di “sottovalutazione”. Senza saperlo, i manutentori tolsero invece un dispositivo di sicurezza fondamentale, posizionato su una conduttura attiva. Le telecamere interne riprendono l’improvvisa fuoriuscita del liquido e la successiva esplosione, innescata da un carrello elevatore. Ad aggiungersi al quadro, c’è un successivo tentativo di depistaggio, tentato secondo i pm da personale Eni, che avrebbe cercato di addossare la responsabilità ai manutentori poi morti. Eni, come ribadito in più occasioni, respinge la ricostruzione accusatoria, nega che sia mai avvenuto alcun tipo di depistaggio, e dichiara di essere a disposizione dei magistrati, in cui ripone massima fiducia. 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“Continueranno a bruciare combustibili fossili con la scusa del green”: l’inchiesta di ReCommon sul progetto Hynet di Eni
Il governo britannico ha destinato fino a 21,7 miliardi di sterline per la realizzazione di due mega progetti per la cattura e lo stoccaggio di Co2 . Quello in fase più avanzata è HyNet North West, che quindi beneficerà di ingenti sussidi per la realizzazione delle infrastrutture del gasdotto che dovranno raccogliere l’anidride carbonica catturata da su una ventina di siti industriali della Baia di Liverpool. Una volta catturata e trasformata per il trasporto, la Co2 arriverà al terminal di Point of Ayr, sulla costa del Nord del Galles, per poi andare sotto il mare e raggiungere tre dei giacimenti di gas quasi esauriti operati da Eni, giacimenti che saranno riempiti con il gas killer del clima. Un’inchiesta dell’associazione ReCommon fa luce sul progetto HyNet North West ascoltando chi si oppone alla sua costruzione e dando voce alle tante preoccupazioni di chi vive nell’area sui possibili rischi. Nuovi tubi per la Co2 saranno posati per 35 chilometri, mentre altri 149 chilometri di gasdotti esistenti saranno riadattati. L’obiettivo di Eni è arrivare a stoccare 4,5 milioni di tonnellate di anidride carbonica l’anno in una prima fase del progetto, per poi raggiungere fino a 10 milioni a pieno regime. Ma i dubbi, dice Recommon, sull’efficacia di questa tipologia di progetti rimangono, sia sul versante della sicurezza che su quello dell’efficacia. Nel 2023, un carbonodotto è esploso a Satartia in Mississipi con decine di feriti e negli ultimi 15 anni sono state documentate ben 76 fuoriuscite della Co2 negli Usa. Uno studio dell’Imperial College di Londra, pubblicato a inizio settembre sul sito della rivista Nature, evidenzia come il rischio di terremoti, problemi tecnici o dispute territoriali renda possibile immagazzinare in modo sicuro e su scala globale solo 1.500 gigatonnellate di Co2, un numero ben inferiore alle 40mila gigatonnellate precedentemente stimate. Uno rapporto di ReCommon e Greenpeace Italia ha rilevato come, dal 2009, i governi di tutto il mondo abbiano stanziato 8,5 miliardi di dollari per progetti di CCS, ma solo il 30% di questi finanziamenti sia stato speso. Questo perché alcuni progetti non sono riusciti a partire, mentre molti altri sono in ritardo o hanno ottenuto risultati così deludenti da essere già stati abbandonati per insostenibilità economica o problemi tecnici. video e testo di ReCommon L'articolo “Continueranno a bruciare combustibili fossili con la scusa del green”: l’inchiesta di ReCommon sul progetto Hynet di Eni proviene da Il Fatto Quotidiano.
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