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Truffa dei Bitcoin dimenticati: in migliaia ci stanno cascando. Ecco come funziona e come difendersi
Negli ultimi mesi stanno aumentando in modo impressionante le segnalazioni di una truffa che ha un copione quasi sempre identico. Il telefono squilla. Dall’altra parte qualcuno, spesso con accento straniero ma numero italiano, vi dice una cosa più o meno così: “Lei anni fa ha investito in Bitcoin. Ci sono 10mila, 50mila o anche 100mila euro pronti per essere riscossi.” Se vi è successo, sappiatelo: è una truffa. E purtroppo è una truffa che funziona. La telefonata: “ha dei Bitcoin dimenticati” Il primo passo è quasi sempre una chiamata inattesa. I truffatori sostengono che anni prima la vittima avrebbe aperto un conto su una piattaforma di criptovalute oppure investito una piccola cifra. Ora, dicono, quei soldi sarebbero cresciuti e devono essere “sbloccati”. In alcuni casi si presentano come broker finanziari, altre volte come studi legali specializzati nel recupero di criptovalute, una tecnica sempre più diffusa nelle truffe online. La storia cambia, ma lo schema è sempre lo stesso: convincere la vittima che esiste un capitale pronto per essere ritirato, ma che serve un ultimo passaggio tecnico. E qui scatta la seconda fase. Il trucco degli ATM Bitcoin e dei QR code A questo punto il truffatore guida la vittima passo dopo passo. Spiega che per “sbloccare” o “trasferire” i fondi bisogna fare una procedura di verifica. Spesso viene chiesto di prelevare contanti; andare a un ATM (bancomat) di criptovalute; scansionare un QR code. Il QR code, naturalmente, non è un sistema di sicurezza: è l’indirizzo del portafoglio del truffatore. Quando la vittima inserisce i soldi e scansiona il codice, i fondi vengono trasferiti direttamente al wallet dei criminali e spariscono. Il problema è che, a differenza dei bonifici bancari, le transazioni in criptovaluta sono quasi sempre irreversibili. In molti casi i truffatori restano al telefono durante tutta l’operazione per guidare la vittima passo passo. Perché queste truffe funzionano Queste truffe funzionano per tre motivi: 1. La promessa di soldi “dimenticati” Molte persone negli anni hanno sentito parlare di Bitcoin e pensano: “Magari davvero avevo aperto qualcosa”. 2. La complessità delle criptovalute Wallet, blockchain, indirizzi, QR code: è un terreno perfetto per creare confusione. 3. L’urgenza creata al telefono I truffatori insistono: bisogna fare subito, prima che i fondi vengano bloccati o tassati. Gli schemi di frode legati alle criptovalute sono ormai tra i più diffusi e spesso si basano proprio su false promesse di investimento o recupero di fondi inesistenti. Un dettaglio fondamentale: nessuno vi regala soldi Se qualcuno vi chiama e dice che avete decine di migliaia di euro in Bitcoin pronti per voi, senza che voi abbiate fatto nulla, la probabilità che sia vero è praticamente zero. E c’è una regola semplice da ricordare: nessuna banca, nessuna società seria e nessuna autorità vi chiederà mai di mandare soldi tramite un ATM di criptovalute o di scansionare un QR code per “proteggere” o “sbloccare” fondi. Mai. Cosa fare se ricevete questa telefonata Tre cose semplici: riattaccate; non date dati personali; non seguite istruzioni su ATM o criptovalute. E soprattutto parlatene con parenti e amici. Perché queste truffe colpiscono spesso persone anziane o poco esperte di tecnologia, e basta una telefonata fatta nel momento giusto per far perdere migliaia di euro. La verità è che la tecnologia cambia, ma il trucco è sempre lo stesso: farvi credere che qualcuno stia cercando di darvi dei soldi. Quando succede, quasi sempre è perché qualcuno vuole prenderli. L'articolo Truffa dei Bitcoin dimenticati: in migliaia ci stanno cascando. Ecco come funziona e come difendersi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Bitcoin dimezzato: per i cripto-fenomeni un rinfrescante -50% sul groppone
C’era una volta, appena quattro mesi fa – un’eternità nel calendario dei pesci con l’anello al naso – il mitico Bitcoin a quota 126 mila dollari, che avrebbe dovuto salire a 250.000 o anche 400 mila, stanti le dritte dei soliti analisti a credibilità zero. I “cripto-fenomeni” e i vati del Vangelo secondo l’Algoritmo ci spiegavano, con l’aria di chi la sa lunghissima, che eravamo finalmente davanti all’Oro Digitale, la moneta del popolo che avrebbe mandato in pensione banche, Stati e burocrati. Oggi, mentre il suddetto Oro è ruzzolato a 68mila con la grazia di un sacco di patate lanciato dal quinto piano (nel mio ultimo post sul tema qui sul Fatto quotava 90.000 e ho preso 250 insulti dai lettori), quegli stessi geni ci dicono che è solo “volatilità”, una specie di salutare rinfrescata alle ascelle del mercato. Contenti loro, e soprattutto contenti i ritardatari dell’ultima ora che sono entrati in ottobre e oggi si ritrovano con un rinfrescante -50% sul groppone. Dimezzati: poveretti, come soffrono. Se succede una cosa del genere in finanza, uno si ritira. La novità degli ultimi tempi, ci informano, sono gli ETF. Per i non addetti ai lavori, è il modo in cui la finanza speculativa ha impacchettato il rischio (Bitcoin compreso) per venderlo nei canali ufficiali dei grandi marchi di Wall Street. Ci dicevano: “È più facile, compri in banca!”. E infatti è facilissimo, il tappeto rosso steso all’ingresso si è trasformato in una botola oleata all’uscita. Appena tira aria di tempesta, i capitali “coraggiosi” scappano più veloci di uno sprinter quando sente lo sparo, comprimendo i tempi del disastro. Poi ci sono le “leggi ferree”, come l’infallibile ciclo quadriennale dell’halving: una sorta di orologeria liturgica dove il codice dimezza i nuovi Bitcoin ogni 210.000 blocchi, più o meno ogni quattro anni, per decreto divino. Secondo i sacerdoti della blockchain, questa scarsità programmata dovrebbe garantire il paradiso in terra. Peccato che, tra un halving e l’altro, la roulette russa continui a girare, il software carica il tamburo e il proiettile lo incassa puntualmente lo speculatore della domenica. Il tutto mentre la Federal Reserve, stanca di giocare al piccolo chimico con la liquidità, l’uomo di Mar-a-Lago molto impegnato con le crypto di famiglia l’ha affidata a Kevin Warsh. E il mercato non l’ha presa bene. Perché è un po’ come mettere un lupo (a dieta) a guardia di uno stazzo di pecore abruzzesi. Altro che bene rifugio. Quando scoppia la guerra, la gente compra l’oro vero, quello che se ti cade sul piede fa male. Il Bitcoin che doveva essere “poco correlato” ad altri asset, invece finisce spesso per muoversi in sintonia con i titoli growth, che è il nome elegante che la finanza dà alle scommesse sul futuro che non hanno più benzina nel motore (e anche i produttori di software ansimano). Persino i banksters più seri, un tempo li definivamo “too big to fail”, che pure di razzie e speculazioni e spesso aria fritta se ne intendono, iniziano a perdere la pazienza. Il più intelligente del club, Jamie Dimon, n.1 del colosso JPMorgan Chase, pur aprendo ai clienti l’accesso a Bitcoin, spesso via ETF e strumenti collegati, ha usato una delle sue metafore ad uso e consumo delle masse: “Comprare Bitcoin è come fumare, ognuno è libero di farlo, ma io ne sto alla larga”. Chissà che non mettano l’etichetta per i futuri acquirenti: “Attenzione, nuoce gravemente alla salute (finanziaria). E uccide”. Restano i famosi 21 milioni di pezzi, una cifra che i devoti citano come un versetto biblico ma che, a voler fare i pignoli, nel White Paper originale di Satoshi non compare nemmeno (Satoshi lo scrive altrove): è stata scolpita direttamente nel codice sorgente, come un comandamento digitale irrevocabile quanto arbitrario. Un’offerta limitata, dicono. Peccato che a essere limitata sia soprattutto la capacità di intendere e di volere di chi s’illude che un algoritmo crittografico su registro distribuito, totalmente privo di flussi di cassa, possa miracolosamente trasformarsi nel nuovo ordine monetario mondiale. Il Bitcoin resta quello che è sempre stato, una splendida versione peer-to-peer del gioco delle tre carte. O una Catena di Sant’Antonio. Oppure, peggio, il più vasto “schema Ponzi” di tutti i tempi. Per chi ci ha messo soldi all’inizio, ed è ancora in guadagno, la regola è quella di sempre: ridimensionare la posizione, mettere limiti alle perdite, take the loss, e soprattutto, procurarsi un buon Maalox. Il resto, per quanto suggestivo, è noiosa litania da speculatori frustrati ben mascherati da libertari. Anzi, è fumo. Grazie per gli insulti. L'articolo Bitcoin dimezzato: per i cripto-fenomeni un rinfrescante -50% sul groppone proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Errore della piattaforma cripto Bithumb: accredita ai clienti 40 miliardi di dollari non dovuti
Errore epocale nel mondo dei bitcoin. Un dipendente della piattaforma sudcoreana Bithumb ha accreditato agli utenti quaranta miliardi di dollari invece che i 425 dollari che era previsto venissero distribuiti nell’ambito di una promozione. Come è potuto succedere? Invece del montepremi effettivo, pari a 620mila won sudcoreani, sono stati elargiti a pioggia a 695 utenti 620.000 bitcoin, per un valore appunto di oltre 40 miliardi di dollari. In pratica, racconta il Wall street journal, chi avrebbe dovuto ricevere 2.000 won – sufficienti per pagare un caffè – ha incassato, almeno momentaneamente, più di 120 milioni di dollari in bitcoin. Il tutto con la conseguente corsa alle vendite o alla riscossione che ha provocato un crollo del mercato del 17%, prima che Bithumb interrompesse le transazioni dopo circa 30 minuti. Le perdite sono state pari a circa 685.000 dollari. La società ha quindi chiesto ai destinatari di restituire volontariamente i soldi e oltre il 99% è tornato in cassa. La debacle ha fatto precipitare Bithumb, nome affidabile in uno dei mercati al dettaglio di criptovalute più attivi al mondo, in una crisi autoinflitta. Le autorità di regolamentazione finanziaria della Corea del Sud hanno avviato un’indagine formale che potrebbe portare a sanzioni per la piattaforma, che nel frattempo si è detta pronta a collaborare e ha istituito un monitoraggio 24 ore su 24 per prevenire incidenti simili. Secondo la legge locale, gli exchange di criptovalute non possono consentire operazioni che superino l’effettiva disponibilità di monete detenute nel loro caveau digitale. Ma questo non sembra essere il caso della recente attività di Bithumb, che rappresenta un “catastrofico fallimento dei controlli interni”, ha affermato Lee Jung-soo, consulente del governo sudcoreano in materia di politica sugli asset digitali. L'articolo Errore della piattaforma cripto Bithumb: accredita ai clienti 40 miliardi di dollari non dovuti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Bitcoin in caduta libera: a ottobre valeva 125mila dollari, oggi è sotto i 70mila
Era dal novembre del 2024 che il Bitcoin non scendeva sotto i 70mila dollari. E’ successo giovedì, quando la regina delle criptovalute si è ulteriormente distanziata dal picco senza precedenti di oltre 125mila dollari toccato a ottobre 2025. Stando alle ultime quotazioni, si assesta poco sopra quota 67mila dollari. La performance negativa ha riguardato anche Ethereum, Binance, Dogecoin e Cardano. L’immagine del Bitcoin e delle altre valute virtuali sponsorizzate dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump si sta sgretolando di fronte al crescente desiderio di sicurezza e solidità degli investitori. Dopo la corsa registrata la scorsa estate, la criptovaluta per eccellenza ha progressivamente perso terreno. Intorno alle monete virtuali sembra essersi diffuso un clima di delusione e anche un certo snobismo, soprattutto da parte degli investitori istituzionali. Bitcoin &c non sono infatti riuscite a rispondere agli sviluppi del mercato legati alle spesso imprevedibili mosse di Trump. Ne è esempio evidente il rapporto con il dollaro: la moneta americana si è indebolita per gran parte di gennaio, perché gli investitori sono diventati sempre più diffidenti nei confronti dei rischi politici posti dall’amministrazione Usa, ma l’andamento al ribasso della valuta americana, che in passato avrebbe automaticamente sostenuto il valore delle cripto, non ha invece inciso sul sentiment dei mercati nei confronti degli asset virtuali. La contrapposizione con il dollaro si è fatta però sentire quando il biglietto verde si è improvvisamente apprezzato dopo la nomina di Kevin Warsh alla Federal Reserve, spingendo il valore delle coin digitali sempre più in basso. Allo stesso tempo, il Bitcoin non ha offerto alcuna risposta significativa durante il rally dell’oro verso massimi storici e non ha attratto afflussi di fronte alla brusca inversione di tendenza dei metalli preziosi registrata venerdì scorso. La narrativa dell’oro digitale è “svanita”, ha scritto sul Financial Times Pramol Dhawan, amministratore delegato di Pimco. E il calo dei prezzi dimostra che “non c’è alcuna rivoluzione monetaria”. Il Bitcoin ha raggiunto livelli record mentre gli investitori applaudivano le mosse pro-criptovalute di Trump, tra cui la nomina di enti regolatori favorevoli, l’interruzione delle azioni coercitive contro le società di cripto e l’approvazione di regole storiche sulle stablecoin. Ma da allora molto è cambiato. Le minacce tariffarie, le pretese statunitensi sulla Groenlandia e le tensioni geopolitiche con Iran e Venezuela hanno spinto gli investitori a correre verso i beni rifugio che garantiscono maggiore sicurezza, ovvero oro e argento. Ed anche i trader hanno iniziato a trattare le criptovalute come un asset più rischioso. “Il Bitcoin è associato all’amministrazione”, ha detto un investitore al FT, sottolineando che la moneta sta “pagando il prezzo dell’associazione con il partito repubblicano”. L'articolo Bitcoin in caduta libera: a ottobre valeva 125mila dollari, oggi è sotto i 70mila proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Mi devono 90 mila dollari, non si muove finché non pagano”: la statua d’oro di Trump alta 4 metri “sequestrata” dall’artista che l’ha realizzata
Una statua d’oro di Donald Trump, alta oltre quattro metri e mezzo e destinata al Trump National Doral in Florida, è pronta ma non verrà installata a breve. L’opera, intitolata Don Colossus, è infatti trattenuta dal suo autore, lo scultore dell’Ohio Alan Cottrill, che accusa i committenti di non aver saldato il conto. La scultura raffigura Trump con il pugno destro alzato, gesto che richiama l’attentato subito a Butler, in Pennsylvania, durante la campagna elettorale del 2024. Realizzata inizialmente in bronzo, l’opera è stata successivamente rivestita, su richiesta dei finanziatori, con una foglia d’oro a 23,75 carati. “I committenti mi devono ancora oltre 90 mila dollari e sanno benissimo che la statua non uscirà dalla fonderia finché non pagano”, ha dichiarato Cottrill ai media americani. A commissionare l’opera è stato un gruppo di 16 investitori legati al mondo delle criptovalute, che hanno utilizzato l’immagine della statua per promuovere una memecoin chiamata “$PATRIOT”, una valuta digitale di natura puramente speculativa. L’obiettivo era sfruttare l’impatto simbolico e mediatico del monumento per generare attenzione online e sostenere il valore della cripto. Strategia che, secondo i dati citati dalla stampa statunitense, non ha funzionato: dopo il picco raggiunto a gennaio 2025, il valore della memecoin si è deprezzato di circa 26 volte. Il costo complessivo dell’opera è stimato intorno ai 300 mila dollari. Nonostante l’insolvenza parziale dei finanziatori, al Trump National Doral il progetto sembra andare avanti almeno sul piano simbolico. Il piedistallo in acciaio inox, dal peso di oltre 30 quintali, è già stato installato all’interno del resort. A occuparsene sarebbe stato Mark Burns, religioso della Florida e conoscente di Trump, secondo il quale il presidente potrebbe presenziare all’inaugurazione, “una volta trovata la data”. Fino ad allora, però, Don Colossus resterà nell’officina di Cottrill in Ohio: “Finché il debito non viene saldato, la statua non si muove”, ha ribadito lo scultore. Un blocco che tiene insieme arte, politica e criptovalute, e che trasforma un omaggio dorato al presidente in un contenzioso economico ancora irrisolto. L'articolo “Mi devono 90 mila dollari, non si muove finché non pagano”: la statua d’oro di Trump alta 4 metri “sequestrata” dall’artista che l’ha realizzata proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Tether sotto accusa in Svezia: indagine per frode fiscale su una miniera di Bitcoin
Conflitto di interessi è un termine che non compare nel dizionario di Tether, il colosso cripto delle stablecoin che gestisce somme di clienti per 186 miliardi di dollari. Ma secondo il Financial Times è invece una pratica usata da Giancarlo Devasini e Paolo Ardoino, che gestiscono Tether come fondatore maggior azionista e direttore finanziario il primo e amministratore delegato il secondo, i due miliardari italiani che intendono comprare la Juventus dalla Exor di John Elkann. Secondo Ft, Devasini e Ardoino usano l’impresa cripto con sede in Salvador come se fosse tutta e solo roba loro: nei giorni scorsi Devasini, terzo uomo più ricco d’Italia con 22,4 miliardi di dollari, e Ardoino, quinto nella classifica nazionale dei Paperoni con 9,5 miliardi, hanno venduto un ramo dell’azienda tedesca Northern Data, controllata dalla stessa Tether, ad altre aziende di loro diretta proprietà. Il tutto mentre Northern Data è coinvolta in una inchiesta in Svezia per una presunta frode fiscale da 100 milioni di dollari ai danni del Fisco di Stoccolma. Ft rivela che Tether, proprietaria della quota di maggioranza dell’operatore tedesco di data center di intelligenza artificiale Northern Data, a novembre aveva annunciato di aver venduto per 200 milioni di dollari la sua divisione di “estrazione” del bitcoin, Peak Mining, ad aziende sconosciute. Ma il quotidiano è riuscito a identificare gli acquirenti di Peak Mining: si tratta di Highland Group Mining Inc, di Appalachian Energy Llc e della canadese 2750418 Alberta Ulc. Il passo successivo è stato scoprire chi siano i proprietari di queste tre società. Secondo un documento depositato nelle Isole Vergini Britanniche (vecchia sede di Tether prima del “trasloco” in Salvador) gli amministratori di Highland Group sono gli stessi Ardoino e Devasini, che è anche l’amministratore unico della società con sede in Canada. Non è invece ancora chiaro chi gestisca Appalachian Energy, con sede nel Delaware. L’operazione, spiega il quotidiano economico-finanziario, dà una idea del groviglio di interessi nella gestione di Tether: con una mano Devasini e Ardoino dovrebbero gestire il gruppo della stablecoin nell’interesse di tutti gli azionisti, compresi di quelli di minoranza, ma con l’altra fanno affari per conto proprio tramite le aziende dello stesso gruppo cripto. Non un bel segnale di trasparenza nei confronti del mercato e di possibili investitori terzi, ammesso che Tether possa trovarne. D’altronde anche l’assenza di bilanci pubblici e certificati da un revisore, i segreti sulla governance e sugli azionisti dell’azienda come pure il trasferimento della sede in Salvador dalle Isole Vergini Britanniche non testimoniano a favore della disclosure. Ma dietro questa operazione si nasconde un’altra pista. È di inizio novembre infatti la notizia che, subito dopo aver venduto alle tre aziende allora sconosciute Peak Mining, Northern Data aveva avviato il processo di fusione con Rumble, altra società del gruppo Tether, in un accordo del valore di 967 milioni di dollari. Nell’accordo è previsto che Rumble acquisisca anche il prestito azionario di Northern Data di circa 610 milioni di euro (705 milioni di dollari) che la società tedesca deve a Tether, metà del quale sarà convertito in azioni Rumble e metà invece rifinanziato tramite un nuovo prestito garantito da Tether. Questa girandola di fusioni e operazioni di cessione e acquisizione in capo sempre alle stesse persone avrà come conclusione solo quella di fare scomparire Northern Data come società autonoma. Molti investitori si sono chiesti il perché di tutta la fretta dietro queste operazioni. La risposta, forse, arriva da una indagine congiunta delle polizie di Germania e Svezia, coordinata dalla Procura europea contro le frodi alla Ue (Eppo) emersa all’onore delle cronache solo a inizio ottobre, prima di tutta questa accelerazione finanziaria. A fine settembre investigatori europei hanno fatto irruzione negli uffici di Northern Data, all’epoca impegnato a trasformarsi da azienda attiva nel mining del bitcoin a impresa di intelligenza artificiale. La polizia criminale federale tedesca ha effettuato sequestri negli uffici di Northern Data a Francoforte, mentre l’autorità svedese per la criminalità economica e gli investigatori del Fisco di Stoccolma hanno fatto visita alla sede di Northern Data a Boden, in Svezia. Gli inquirenti stanno indagando su una possibile frode fiscale di Peak Mining, all’epoca controllata da Northern Data, nel suo data center di Boden. Oltre alle perquisizioni, sono scattati quattro arresti in quella che gli inquirenti svedesi hanno definito a Bloomberg “un’indagine su una frode Iva su larga scala”, aggiungendo che stimano che l’evasione fiscale di Peak Mining ammontasse a oltre 100 milioni di euro. Secondo Bloomberg, all’origine dell’indagine delle autorità europee su Northern Data per presunte frodi fiscali c’è l’acquisto di 10.000 chip di elaborazione grafica ad alte prestazioni Gpu H100, prodotti da Nvidia, per un valore di 568 milioni di dollari. L’indagine penale mira a determinare se Peak Mining e Norther Data abbiano usato le Gpu e il data center svedese di Boden per il mining di criptovalute anziché per attività di elaborazione dati legate all’intelligenza artificiale. La contestazione di evasione dell’Iva per 100 milioni di euro sarebbe legata al fatto che la Svezia incoraggia lo sviluppo di aziende di intelligenza artificiale concedendo un’agevolazione fiscale piuttosto consistente per gli acquisti di chip destinati all’elaborazione dati basata sull’intelligenza artificiale, ma non nel caso di utilizzo delle Gpu per il mining di criptovalute. Le aziende coinvolte e Tether smentiscono ogni frode. Non sarebbe però la prima volta che la carriera di Devasini si interseca con indagini legate a reati informatici e frodi fiscali. Come svelato dal Fatto, l’ex chirurgo plastico nel 1995 fu accusato di pirateria informatica ai danni di Microsoft e patteggiò una multa di 100 milioni di lire dell’epoca con la Procura di Milano. Il Fatto ha poi scoperto che a inizio anni 2000 un’azienda gestita da Devasini a Montecarlo faceva affari con l’allora “re” europeo delle frodi carosello sull’Iva sui prodotti informatici, il gangster olandese di origini italo-spagnole Gennaro “Rino” Platone, che all’epoca era uno degli uomini più ricchi dei Paesi Bassi con un giro di affari di 500 milioni di euro l’anno. Platone, poi condannato per questi reati in Spagna e Germania, è stato scarcerato nei mesi scorsi ma gli inquirenti europei lo considerano legato alla camorra. Anche un altro dei fondatori di Tether, l’olandese Jean Louis van der Velde, era in affari con il gruppo Yuraku, azienda asiatica di proprietà di Platone attiva nella produzione di pannelli fotovoltaici, per la quale aveva fondato la succursale negli Usa. Vicende sulle quali tre anni fa il Fatto ha presentato una serie di domande a Devasini e a Tether, senza mai ottenere alcuna risposta. 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Crolla il bitcoin ed è già un bagno di sangue: i fan si dannano ma gli sta bene
Altro che rivoluzione libertaria. A parte una sparuta minoranza di integralisti contrari alle monete statali, il mercato delle criptovalute è un casinò per speculatori accaniti che giocano col cerino accanto alla tanica. E oggi la benzina prende fuoco. Bitcoin scivola sotto i 90.000 dollari dal massimo di 126.000 di ottobre: quasi -30% in poche settimane, un trilione secco bruciato dalla capitalizzazione totale di 3.200 miliardi. Lo scenario per il crash c’è tutto. La “spia rossa” di Wall Street lampeggia, anche i verdurai ora sanno delle sopravvalutazioni delle big tech per l’overdose di soldi sull’IA, la Fed cincischia con i tassi, e gli analisti tecnici sussurrano l’ovvio: potrebbe sparire un altro trilione. Ma tranquilli: è la “volatilità”. Tecnicamente si chiama mercato orso, cioè ribassista. Dal 6–7 ottobre la capitalizzazione delle cripto ha perso oltre il 24–25%. Bitcoin è sceso a 89.500 dollari, invariato sull’anno (traduzione: dodici mesi di montagne russe per tornare al punto di partenza). Quando gli indici vanno giù, i primi a saltare sono i castelli di carte messi su da masse di speculatori, cioè la leva (soldi a buffo, no?), posizioni a margine aperte con denaro preso in prestito che, al primo scossone, vengono chiuse d’ufficio dagli algoritmi del trading da millesimi di secondo. È l’effetto domino. Un “margin call” tira l’altro, i prezzi scendono, altre posizioni saltano, e via a valanga. Solo i pochissimi con la testa, e le finanze, come il tipo di Big Short, prosperano. Gli altri si dannano, e gli sta bene. Le shitcoin – uno dei termini migliori della finanza attuale: quelle monetine senza fondamentali né utilità, gonfiate da stupidi meme come le coin di Trump e Melania, e ritirate a lacrime – hanno perso circa il 40% in una settimana (dati Birdeye). Siamo tornati ai minimi dell’inizio pandemia. Il copione è noto, si lancia una monetina virtuale di merda, il personaggio famoso come il presidente degli Stati Uniti guadagna miliardi in pochi giorni perché stupidi fan comprano e comprano, qualche “influencer” col dito leggero pure acquista, e poi, al cambiare del vento, si trovano davanti una porta troppo stretta, quando tutti insieme corrono verso l’uscita. Intanto le banche fanno il loro mestiere, comprano a sconto da chi vende in panico e rivendono quando il popolo degli speculatori fessi tornerà a cantare felice, per qualche nuovo meme. Il paradosso politico-economico merita nota. L’intero settore delle criptovalute aveva brindato alle promesse di Donald Trump: trasformare gli Stati Uniti nella “superpotenza del bitcoin” e piazzare alla SEC un presidente amico delle cripto, infatti la Casa Bianca ha licenziato il precedente austero guardiano del mercato. Mossa necessaria per proteggere gli investimenti di famiglia, oltre ai memecoin le società che investono in criptovalute del genero Jared Kushner. Poi, il 10 ottobre, con la minaccia di dazi “massicci” contro la Cina, The Donald si è dato la zappa sui piedi e ha scoperchiato il vaso. Venti miliardi di posizioni a leva liquidate in poche ore, vendite massicce, record storico negativo sulle piattaforme cripto. Quisquilie, rispetto alle cifre che girano sul Forex, il mercato vero delle valute, ma per i fan di Bitcoin un bagno di sangue. Il “free market” delle coin appeso all’umore e all’erracità dello Studio Ovale. Decentralizzato e su stablecoin, certo. Finché n. 47 non twitta qualcosa. Ma ogni crisi esige il suo slogan: “buy the dip”. Chi lo urla di solito ha già comprato prima, o vende a voi mentre lo urla. Gli altri? Rimangono con il mitico cerino in mano o con il sacchetto della… speranza. Il bello delle rivoluzioni finanziarie, si sa, è che finiscono sempre uguali, pochi furbi escono ricchi dal retro, molti restano sotto i riflettori a rimpiangere come avrebbero potuto diventare Musk. E a dare la colpa alla sfortuna, alla Fed, alla Cina, a Putin. E’ il mercato, bellezza, costruito per speculare, non per emancipare né ridistribuire la ricchezza. L'articolo Crolla il bitcoin ed è già un bagno di sangue: i fan si dannano ma gli sta bene proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Vi darò il doppio dei bitcoin che inviate a questo conto”: così il finto Jeff Bezos truffava milioni di utenti. Condannato il “super hacker” 26enne che si spacciava per Obama e Musk
“A causa del Covid, ho deciso di restituire alla comunità il mio contributo. Tutti i bitcoin inviati al conto indicato saranno restituiti, con una cifra raddoppiata. Arriverò a un massimo di 50 milioni di dollari”. Con questo messaggio, apparso apparentemente sul profilo ufficiale di Jeff Bezos, era scattata una delle più grandi truffe informatiche della storia recente. Ma dietro la tastiera non c’era il fondatore di Amazon, bensì Joseph O’Connor, un 26enne di Liverpool che per giorni ha tenuto in scacco la sicurezza mondiale del web. La sua corsa criminale è giunta al capolinea con una sentenza esemplare: cinque anni di carcere e l’obbligo di risarcire le vittime per una somma che sfiora i 5 milioni di dollari. La vicenda, ricostruita nei dettagli dal Daily Mail, ha svelato l’incredibile portata dell’attacco informatico orchestrato da O’Connor e dal suo team a partire dal 2020. Penetrando nelle reti interne di Twitter (oggi X), il gruppo è riuscito a prendere il controllo di oltre 130 profili di alto livello, trasformando le bacheche dei potenti della terra in vetrine per raggiri finanziari. La lista delle vittime hackerate è impressionante: da Joe Biden a Barack Obama, passando per magnati come Warren Buffett e Elon Musk, fino a star della musica come Kanye West e leader politici come Benjamin Netanyahu. Il meccanismo era semplice quanto efficace: sfruttando la credibilità di questi account, che raggiungevano complessivamente una platea di 350 milioni di utenti, gli hacker promettevano guadagni facili in cambio di un “piccolo” investimento iniziale di mille dollari in Bitcoin. L’attività criminale di O’Connor, però, non si limitava alla frode finanziaria. Le indagini hanno portato alla luce un lato ancora più oscuro: il cyber-stalking e l’estorsione. Il giovane hacker aveva preso di mira l’attrice Bella Thorne, riuscendo ad accedere ai suoi archivi privati e minacciandola di diffondere online immagini compromettenti se non avesse pagato. Parallelamente, il gruppo aveva violato i sistemi di un importante provider di criptovalute a Manhattan, arrivando a manomettere gli smartphone dei dirigenti per ottenere accessi privilegiati. La latitanza del “super hacker” è finita nel 2021 in Spagna, dove è stato arrestato prima di essere estradato negli Stati Uniti. Nonostante si fosse inizialmente dichiarato innocente, le prove schiaccianti hanno portato alla condanna definitiva. “O’Connor ha preso di mira individui molto conosciuti per ingannare gente ignara e privarla del loro denaro“, ha dichiarato Adrian Foster, rappresentante dell’accusa, sottolineando il successo delle autorità nel recupero dei fondi. “Abbiamo bloccato le sue criptovalute. Resta da stabilire in quale nazione egli abbia nascosto il denaro, ma una volta scoperto questo ultimo dettaglio, le vittime otterranno giustizia tramite i canali diplomatici”. Dietro il genio del male informatico, c’è però una storia di isolamento digitale iniziata molto presto. A rivelarlo è stata Sandra O’Connor, la madre del ragazzo, che ha cercato di spiegare l’origine della deriva criminale del figlio: “L’ossessione per il gaming ha spinto mio figlio a unirsi a una community di hackers: da lì è cominciato tutto”. Oggi, quel “tutto” si conclude dietro le sbarre, con il sequestro di tutti i beni accumulati illecitamente, tra Bitcoin e asset digitali, che torneranno nelle tasche di chi aveva creduto di leggere un tweet di Elon Musk o Barack Obama. L'articolo “Vi darò il doppio dei bitcoin che inviate a questo conto”: così il finto Jeff Bezos truffava milioni di utenti. Condannato il “super hacker” 26enne che si spacciava per Obama e Musk proviene da Il Fatto Quotidiano.
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