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Nuova inchiesta sul colosso della logistica Ceva: sequestro da 27,3 milioni. La procura: “Frode fiscale e appalti fittizi”
Sette anni dopo l’amministrazione giudiziaria che nel 2019 aveva segnato il primo caso di “bonifica” di un colosso della logistica per agevolazione colposa del caporalato, la Procura di Milano torna a bussare alla porta di Ceva. E lo fa con due decreti di sequestro preventivo d’urgenza, emessi il 27 febbraio 2026, per un valore complessivo di oltre 27 milioni di euro. Nel mirino dei pm Paolo Storari (nella foto) e Daniela Bartolucci finiscono Ceva Logistics Italia s.r.l. e Ceva Ground Logistics Italy S.p.A. (già Gefco Italia), terminali italiani della multinazionale controllata dal gruppo armatoriale francese Cma-Cgm della famiglia Saadé. Per la prima società il sequestro ammonta a 24.677.769,13 euro; per la seconda a 2.713.766,52 euro, somme ritenute profitto dell’illecito e finalizzate alla confisca. LE ACCUSE: FRODE FISCALE E RESPONSABILITÀ 231 Le ipotesi di reato ricalcano uno schema già contestato ad altri big della logistica negli ultimi anni dalla procura di Milano: da Bartolini a Ups e Gxo. Ai vertici aziendali viene contestata la dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture per operazioni inesistenti (articolo 2 del decreto legislativo 74/2000): secondo l’accusa, nelle dichiarazioni Iva sarebbero stati indicati costi fittizi, avvalendosi di fatture emesse da società “serbatoio” formalmente incaricate di appalti di servizi, ma in realtà utilizzate per mascherare una mera somministrazione irregolare di manodopera. Alle società viene contestata anche la responsabilità amministrativa degli enti per non aver adottato modelli organizzativi idonei a prevenire i reati tributari commessi nel loro interesse e vantaggio. Tra gli indagati figura anche l’amministratore delegato Christophe Boustouller, arrivato nel 2019 come segnale di discontinuità dopo la precedente inchiesta che aveva portato all’amministrazione giudiziaria per caporalato nello stabilimento di Stradella, poi revocata nel 2020 al termine di un percorso di risanamento. IL MECCANISMO: LA PIRAMIDE DEI SUBAPPALTI La ricostruzione della Procura, condivisa dal Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza e dall’Agenzia delle Entrate, descrive un sistema piramidale ormai noto nelle inchieste milanesi sulla logistica. Al vertice la società committente, che esternalizza formalmente servizi di logistica, movimentazione merci e facchinaggio. Sotto, una concatenazione di contratti di subappalto affidati a soggetti privi di adeguata struttura organizzativa e finanziaria. Alla base, cooperative o srl a “vita breve”, spesso intestate a prestanome, che assumono i lavoratori ma omettono sistematicamente il versamento dell’Iva e dei contributi previdenziali, talvolta compensando i debiti con crediti d’imposta inesistenti. Secondo l’accusa, tra il 2020 e il 2024 Ceva avrebbe fatto “largo ricorso” a questo sistema, beneficiando di un doppio vantaggio: da un lato la possibilità di disporre di manodopera flessibile a costi compressi; dall’altro l’indebita detrazione dell’Iva sulle fatture emesse dai fornitori “critici”, in realtà riferite a operazioni giuridicamente inesistenti. I fornitori di primo e secondo livello, omettendo il pagamento dell’Iva e delle imposte dirette, potevano offrire prezzi altamente competitivi, trasferendo l’indebito vantaggio economico sul committente. “POLITICA D’IMPRESA”, NON INIZIATIVE ISOLATE Nelle conclusioni, la Procura esclude che si tratti di iniziative sporadiche di singoli manager. Le condotte contestate sarebbero espressione di una precisa strategia aziendale orientata alla massimizzazione del profitto attraverso l’evasione fiscale e la compressione del costo del lavoro. Viene contestata una vera e propria “colpa di organizzazione”: le società non avrebbero predisposto presidi efficaci di controllo sui fornitori, molti dei quali operavano in regime di monocommittenza ed erano privi di una reale autonomia imprenditoriale. Il danno erariale stimato è rilevante. Per il solo gruppo riferibile a Ceva Logistics Italia S.r.l., i ruoli pendenti superano i 151 milioni di euro; per Ceva Ground la stima è di circa 6,1 milioni. Il sequestro attuale riguarda l’Iva ritenuta indebitamente detratta, considerata profitto del reato. IL PRECEDENTE E IL BILANCIO DELLE INCHIESTE La vicenda assume un peso simbolico particolare perché Ceva era stata indicata nel 2019, al termine dell’amministrazione giudiziaria, come esempio di collaborazione e di risanamento in un settore “fortemente condizionato da illegalità diffusa”. Da allora la Procura di Milano ha esteso il filone investigativo a numerosi grandi operatori della logistica e del trasporto. I numeri, secondo i dati agli atti, parlano di 37 indagini che hanno portato alla stabilizzazione di 54.229 lavoratori, al versamento di oltre 1,07 miliardi di euro all’Erario e al recupero di 116 milioni da parte dell’Inps per contributi omessi. Ora, però, l’attenzione torna su uno dei primi casi simbolo. E la contestazione di una recidiva aziendale rischia di riaprire una partita che, fino a pochi anni fa, sembrava chiusa. La condotta, si legge negli atti, “posta in essere da Ceva Logistics Italia srl nell’ambito del sistema fraudolento” dura “da anni e ha comportato non solo il sistematico sfruttamento dei lavoratori ma anche ingentissimi danni all’erario”. Nei decreti la Procura, diretta da Marcello Viola, ricorda i casi analoghi negli anni che hanno coinvolto, tra gli altri, Dhl Supply Chain, Gls, Uber, Lidl, Brt, Geodis, Esselunga, Ups, Gs, Amazon Italia Transport, Gxo, Fedex Express Italy, Securitalia, Iperal Supermercati, Rhenus Logistics, Kuehne + Nagel, solo per citarne alcuni. L'articolo Nuova inchiesta sul colosso della logistica Ceva: sequestro da 27,3 milioni. La procura: “Frode fiscale e appalti fittizi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Ha messo in pericolo la vita di migliaia di viaggiatori vendendo alle compagnie aeree pezzi dei motori contraffatti”: ex dj condannato a 4 anni e 8 mesi
Jose Alejandro Zamora Yrala è stato condannato a 4 anni e 8 mesi di carcere per frode. I fatti risalgono a un periodo che va dal 2019 al 2023, durante il quale l’ex dj vendeva alle compagnie aeree pezzi contraffatti, tra cui alcune parti dei motori. Secondo quanto riportato da Sky News, il valore della truffa ammonta a quasi 7 milioni di sterline. Yrala, proprietario dell’azienda Aog Technics, avrebbe assemblato parti meccaniche degli aerei nel garage di casa sua, nella regione inglese del Surrey, rivendendole alle compagnie con certificati di sicurezza falsi. La frode ha costretto moltissime compagnie a bloccare i propri aerei sulle piste d’atterraggio, provocando ritardi e disagi ai viaggiatori. I danni causati alle compagnie ammontano a circa 39 milioni di dollari. Sempre secondo Sky News, tra le aziende colpite dalla frode di Yrala ci sarebbero Ethiopian Airlines e American Airlines, anche se quest’ultima ha dichiarato di non aver acquistato pezzi direttamente da Aog Technics. L’azienda dell’ex dj ha fatturato 6.9 milioni di sterline grazie alla vendita di circa 60 mila componenti per motori. IL METODO DI YRALA Zamora Yrala avrebbe utilizzato un metodo fai da te, creando certificati falsi tramite il suo pc. L’uomo falsificava le note di spedizione per far credere che la società avesse acquistato gli articoli direttamente dai produttori. La maggior parte delle componenti meccaniche era destinata ai motori Cfm56, in dotazione agli aerei commerciali e uno dei più diffusi nel settore. Ironia della sorte, la grande frode è emersa grazie a un piccolo dettaglio: un bullone. L’oggetto fornito dalla Aog alla compagnia aerea portoghese Tap si è rivelato non adatto al motore. Il produttore delle apparecchiature aereonautiche ha sottoposto a verifica il certificato spedito insieme al prodotto da Yrala, scoprendo la truffa e avvisando le autorità. INDAGINI ANCORA APERTE A dicembre 2025, Yrala si è dichiarato colpevole di frode e ha ammesso di aver truffato centinaia di clienti, oltre ad aver falsificato i documenti allegati ai motori venduti. Le indagini, però, non sono concluse. Nel libro paga della Aog risultavano solo l’ex dj, la moglie, il fratello e la tata della famiglia. I clienti hanno sottoposto all’attenzione delle autorità diverse email inviate da mittenti i cui nomi differiscono da quelli inseriti nel libro paga. Le firme, infatti, recitano “Michael Smith” e “Johnny Rico”, due figure non appartenenti alla Aog Technics. Yrala è stato citato in giudizio con la sua società nel 2023 da Cfm International, Ge Aerospace e Sarfan. Secondo la sentenza dei giudici, l’uomo ha messo in pericolo la vita di migliaia di viaggiatori in tutto il mondo. > ✈️???????? UK AVIATION FRAUD UPDATE: > > Jose Alejandro Zamora Yrala, director of UK-based aircraft parts trader AOG > Technics, has been sentenced to 4 years and 8 months in prison for a £39.3 > million global aircraft engine parts fraud, in which over 60,000 mostly CFM56 > engine parts were… pic.twitter.com/biGJNbO94u > > — Crown Intelligence Group (@crownintelgroup) February 23, 2026 L'articolo “Ha messo in pericolo la vita di migliaia di viaggiatori vendendo alle compagnie aeree pezzi dei motori contraffatti”: ex dj condannato a 4 anni e 8 mesi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Diventa miliardaria mettendo a segno una delle frodi più grandi della storia: il tribunale mette in vendita i suoi yacht e due borse Birkin di Hermes per recuperare i soldi
Le autorità vietnamiti stanno cercando di vendere due borse Birkin, yacht e appartamenti di lusso di proprietà della magnate Truong My Lan. Come riporta la Bbc, la miliardaria sta scontando l’ergastolo per appropriazione indebita ai danni della banca vietnamita Saigon Commercial Bank. I giudici hanno ordinato alla donna di restituire 27 miliardi di dollari a titolo di risarcimento. L’Agenzia per l’esecuzione delle sentenze civili di Ho Chi Minh City ha dichiarato di essere alla ricerca di esperti per valutare il valore di due borse Hermès Birkin, che saranno messe in vendita per recuperare i soldi. Nell’aprile 2024, Truong My Lan è stata condannata alla pena di morte (poi commutata in ergastolo), dopo che un tribunale ha accertato che la donna aveva segretamente manipolato la Saigon Commercial Bank e che, per più di 10 anni, aveva ottenuto prestiti e contanti attraverso una rete di società di comodo, per oltre 44 miliardi di dollari (37 miliardi di euro). I pubblici ministeri che hanno seguito il processo hanno dichiarato che 27 miliardi di dollari sono stati sottratti e altri 12 dei 44 complessivi sono stati incassati con appropriazione indebita. Il caso di Truong My Lan è considerato uno dei crimini finanziari più grandi della storia. La donna ha negato le accuse e si è appellata contro la condanna a morte, ottenendo la commutazione in ergastolo. Oltre alla magnate sono state processate 80 persone, tra cui il marito e una nipote. Secondo i media locali, le autorità hanno sequestrato più di 1200 beni, tra cui partecipazioni societarie e immobili. A ottobre, una delle proprietà dell’imprenditrice vietnamita è stata venduta per 600 miliardi di dong, circa 20 milioni di euro. A febbraio, altre due imbarcazioni appartenenti a Truong My Lan saranno messe all’asta al prezzo di 4.8 miliardi di dong ciascuna. L'articolo Diventa miliardaria mettendo a segno una delle frodi più grandi della storia: il tribunale mette in vendita i suoi yacht e due borse Birkin di Hermes per recuperare i soldi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Tether sotto accusa in Svezia: indagine per frode fiscale su una miniera di Bitcoin
Conflitto di interessi è un termine che non compare nel dizionario di Tether, il colosso cripto delle stablecoin che gestisce somme di clienti per 186 miliardi di dollari. Ma secondo il Financial Times è invece una pratica usata da Giancarlo Devasini e Paolo Ardoino, che gestiscono Tether come fondatore maggior azionista e direttore finanziario il primo e amministratore delegato il secondo, i due miliardari italiani che intendono comprare la Juventus dalla Exor di John Elkann. Secondo Ft, Devasini e Ardoino usano l’impresa cripto con sede in Salvador come se fosse tutta e solo roba loro: nei giorni scorsi Devasini, terzo uomo più ricco d’Italia con 22,4 miliardi di dollari, e Ardoino, quinto nella classifica nazionale dei Paperoni con 9,5 miliardi, hanno venduto un ramo dell’azienda tedesca Northern Data, controllata dalla stessa Tether, ad altre aziende di loro diretta proprietà. Il tutto mentre Northern Data è coinvolta in una inchiesta in Svezia per una presunta frode fiscale da 100 milioni di dollari ai danni del Fisco di Stoccolma. Ft rivela che Tether, proprietaria della quota di maggioranza dell’operatore tedesco di data center di intelligenza artificiale Northern Data, a novembre aveva annunciato di aver venduto per 200 milioni di dollari la sua divisione di “estrazione” del bitcoin, Peak Mining, ad aziende sconosciute. Ma il quotidiano è riuscito a identificare gli acquirenti di Peak Mining: si tratta di Highland Group Mining Inc, di Appalachian Energy Llc e della canadese 2750418 Alberta Ulc. Il passo successivo è stato scoprire chi siano i proprietari di queste tre società. Secondo un documento depositato nelle Isole Vergini Britanniche (vecchia sede di Tether prima del “trasloco” in Salvador) gli amministratori di Highland Group sono gli stessi Ardoino e Devasini, che è anche l’amministratore unico della società con sede in Canada. Non è invece ancora chiaro chi gestisca Appalachian Energy, con sede nel Delaware. L’operazione, spiega il quotidiano economico-finanziario, dà una idea del groviglio di interessi nella gestione di Tether: con una mano Devasini e Ardoino dovrebbero gestire il gruppo della stablecoin nell’interesse di tutti gli azionisti, compresi di quelli di minoranza, ma con l’altra fanno affari per conto proprio tramite le aziende dello stesso gruppo cripto. Non un bel segnale di trasparenza nei confronti del mercato e di possibili investitori terzi, ammesso che Tether possa trovarne. D’altronde anche l’assenza di bilanci pubblici e certificati da un revisore, i segreti sulla governance e sugli azionisti dell’azienda come pure il trasferimento della sede in Salvador dalle Isole Vergini Britanniche non testimoniano a favore della disclosure. Ma dietro questa operazione si nasconde un’altra pista. È di inizio novembre infatti la notizia che, subito dopo aver venduto alle tre aziende allora sconosciute Peak Mining, Northern Data aveva avviato il processo di fusione con Rumble, altra società del gruppo Tether, in un accordo del valore di 967 milioni di dollari. Nell’accordo è previsto che Rumble acquisisca anche il prestito azionario di Northern Data di circa 610 milioni di euro (705 milioni di dollari) che la società tedesca deve a Tether, metà del quale sarà convertito in azioni Rumble e metà invece rifinanziato tramite un nuovo prestito garantito da Tether. Questa girandola di fusioni e operazioni di cessione e acquisizione in capo sempre alle stesse persone avrà come conclusione solo quella di fare scomparire Northern Data come società autonoma. Molti investitori si sono chiesti il perché di tutta la fretta dietro queste operazioni. La risposta, forse, arriva da una indagine congiunta delle polizie di Germania e Svezia, coordinata dalla Procura europea contro le frodi alla Ue (Eppo) emersa all’onore delle cronache solo a inizio ottobre, prima di tutta questa accelerazione finanziaria. A fine settembre investigatori europei hanno fatto irruzione negli uffici di Northern Data, all’epoca impegnato a trasformarsi da azienda attiva nel mining del bitcoin a impresa di intelligenza artificiale. La polizia criminale federale tedesca ha effettuato sequestri negli uffici di Northern Data a Francoforte, mentre l’autorità svedese per la criminalità economica e gli investigatori del Fisco di Stoccolma hanno fatto visita alla sede di Northern Data a Boden, in Svezia. Gli inquirenti stanno indagando su una possibile frode fiscale di Peak Mining, all’epoca controllata da Northern Data, nel suo data center di Boden. Oltre alle perquisizioni, sono scattati quattro arresti in quella che gli inquirenti svedesi hanno definito a Bloomberg “un’indagine su una frode Iva su larga scala”, aggiungendo che stimano che l’evasione fiscale di Peak Mining ammontasse a oltre 100 milioni di euro. Secondo Bloomberg, all’origine dell’indagine delle autorità europee su Northern Data per presunte frodi fiscali c’è l’acquisto di 10.000 chip di elaborazione grafica ad alte prestazioni Gpu H100, prodotti da Nvidia, per un valore di 568 milioni di dollari. L’indagine penale mira a determinare se Peak Mining e Norther Data abbiano usato le Gpu e il data center svedese di Boden per il mining di criptovalute anziché per attività di elaborazione dati legate all’intelligenza artificiale. La contestazione di evasione dell’Iva per 100 milioni di euro sarebbe legata al fatto che la Svezia incoraggia lo sviluppo di aziende di intelligenza artificiale concedendo un’agevolazione fiscale piuttosto consistente per gli acquisti di chip destinati all’elaborazione dati basata sull’intelligenza artificiale, ma non nel caso di utilizzo delle Gpu per il mining di criptovalute. Le aziende coinvolte e Tether smentiscono ogni frode. Non sarebbe però la prima volta che la carriera di Devasini si interseca con indagini legate a reati informatici e frodi fiscali. Come svelato dal Fatto, l’ex chirurgo plastico nel 1995 fu accusato di pirateria informatica ai danni di Microsoft e patteggiò una multa di 100 milioni di lire dell’epoca con la Procura di Milano. Il Fatto ha poi scoperto che a inizio anni 2000 un’azienda gestita da Devasini a Montecarlo faceva affari con l’allora “re” europeo delle frodi carosello sull’Iva sui prodotti informatici, il gangster olandese di origini italo-spagnole Gennaro “Rino” Platone, che all’epoca era uno degli uomini più ricchi dei Paesi Bassi con un giro di affari di 500 milioni di euro l’anno. Platone, poi condannato per questi reati in Spagna e Germania, è stato scarcerato nei mesi scorsi ma gli inquirenti europei lo considerano legato alla camorra. Anche un altro dei fondatori di Tether, l’olandese Jean Louis van der Velde, era in affari con il gruppo Yuraku, azienda asiatica di proprietà di Platone attiva nella produzione di pannelli fotovoltaici, per la quale aveva fondato la succursale negli Usa. Vicende sulle quali tre anni fa il Fatto ha presentato una serie di domande a Devasini e a Tether, senza mai ottenere alcuna risposta. 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