“Se mi sento addosso l’etichetta del mostro? Per forza, è dura conviverci. Ma so
di avere la coscienza pulita: io non ho ucciso Yara. Vogliamo ripetere gli esami
scientifici con le metodiche di oggi”. Ad affermarlo è Massimo Bossetti, l’uomo
condannato in via definitiva per l’omicidio di Yara Gambirasio, che racconta la
sua storia giudiziaria in una lunga intervista a “Porta a Porta”, nella puntata
andata in onda giovedì 22 gennaio. Parlando dal carcere di Bollate con il
conduttore, Bruno Vespa, l’uomo ribadisce la propria presunta innocenza e
afferma di voler replicare le analisi sul DNA trovato sulla vittima, all’epoca
13enne, scomparsa da Brembate di Sopra (Bergamo) nel novembre 2010 e poi trovata
assassinata nel febbraio 2011. Fu proprio quel materiale biologico a fornire un
primo profilo genetico dell’assassino, identificato inizialmente come “Ignoto 1”
e poi successivamente attribuito a Bossetti.
“QUANDO MI HANNO ARRESTATO NON STAVO SCAPPANDO, C’ERA CARABINIERE CHE MI
INTIMAVA DI FERMARMI”
“Il 26 novembre 2010 (giorno in cui è scomparsa Yara, ndr) per me era un
normalissimo giorno, dove ho sempre svolto le solite cose. Poi ricordo, in un
colloquio con gli avvocati, venni portato a conoscenza, che quel giorno lì
pioveva o forse nevicava e non avevo lavorato. Sicuramente avrò usato il tempo
per fare delle commissioni. E mi ricordo che quel giorno lì ho pagato la delega
per le tasse al commercialista”, racconta l’uomo. Secondo quanto riferisce a
Vespa, infatti, Bossetti non nega di essere passato da quella strada, ma
sostiene di non aver incontrato la 13enne di Brembate di Sopra: “È vero che le
celle telefoniche hanno agganciato anche il telefono di Yara, ma dobbiamo
spiegare bene questi passaggi. L’ultimo aggancio del telefono della povera Yara
è stato alle 18.55 della cella dell’antenna di Brembate Sopra, l’ultimo aggancio
del telefono di Bossetti era alle 17.45, se non erro. Quell’antenna che ha
agganciato i due apparecchi telefonici, è stato accertato dai miei consulenti,
che copre anche il segnale di casa mia, quindi io potevo benissimo essere a casa
mia”, spiega.
Il 55enne, però, ammette di non ricordare precisamente dove si trovasse quel
giorno, anche perché, dopo l’ultimo aggancio delle 17.45, il suo telefono si
sarebbe spento: “All’epoca avevo un telefono obsoleto e la carica della batteria
non era idonea per le cadute accidentali nei cantieri, era prassi che si
spegneva in automatico. Una volta arrivato a casa, non avendo l’adattatore, non
l’ho più acceso perché non mi interessava. L’ho accesso il giorno dopo quando
sono arrivato sul cantiere”. “Faccio presente che i due apparecchi telefonici si
trovavano in due ore incompatibili e in due comuni diversi, uno a Brembate di
Sopra e l’altro a Mapello”, aggiunge ancora.
Nel corso dell’intervista, Bossetti ricorda anche il suo arresto, quando fu
accusato di aver tentato una fuga alla vista delle Forze dell’Ordine: “Fui
intimato dal capo cantiere che mi gridava di scendere. Stavo realizzando la
copertura di un solaio, non faccio neanche in tempo ad avvicinarmi al ponteggio
che vedo sbucare un Carabiniere, un bestione, che mi intima di fermarmi. Gli
faccio notare che i miei stivali erano immersi in un getto di 15-20 centimetri”,
racconta. Poi aggiunge: “Ma poi scusate un attimo dovevo fuggire da chi e da che
cosa? Buttarmi giù da un ponteggio con il rischio di infilzarmi sui pilastri giù
sotto. Non stavo scappando, stavo solo arrivando al ponteggio per scendere dalla
botola al piano inferiore dato che il capo cantiere mi aveva chiamato”.
“LE RICERCHE SUI SITI PORNO LE FACEVAMO IO E MIA MOGLIE IN INTIMITÀ”
Una volta associato il profilo genetico di “Ignoto 1” a quello di Bossetti, gli
inquirenti cominciano ad indagare sul suo computer, scoprendo così che l’uomo
aveva effettuato una serie di ricerche su dei siti pornografici. E sullo stesso
pc, secondo le analisi dell’accusa, sarebbe stato ricercato anche del materiale
pedopornografico: “Assolutamente non vedevamo questi video. Tramite mia moglie
lo usavo quando eravamo in intimità sul divano per tener viva un po’
l’attenzione, andavamo su quei siti pornografici per vedere curiosità e tutto.
Ma né io né mia moglie abbiamo mai fatto una ricerca del genere. Il mio tecnico
ha detto che sono tutte ricerche prodotte in automatico e non generate da un
operatore umano”. Alla richiesta di spiegazioni su come possano comparire dei
risultati di questo tipo durante delle ricerche online, però, Bossetti afferma
di non possedere le giuste competenze informatiche per saperlo: “Non me lo so
spiegare, a livello informatico sono negato”.
“QUEL DNA NON È MIO, NON HO UCCISO YARA. SE RIPETEREMO L’ESAME SCIENTIFICO? CON
LE METODICHE DI OGGI, SÌ”
Fu però la prova del DNA a sancire, secondo i giudici, la colpevolezza del
55enne di Mapello. L’uomo, però, sostiene di aver sempre chiesto di ripetere gli
esami su quel materiale genetico che lui ritiene non appartenergli. Una
richiesta che, a suo avviso, sarebbe stata negata in più occasioni: “Io questo
dato scientifico lo metto in discussione perché non ho avuto la possibilità di
poterlo ripetere. Viene confermato in sentenza definitiva l’esaurimento di
questo campione perché è stato consumato tutto nelle varie consulenze tecniche.
La Cassazione me lo mette nero su bianco”. Secondo Bossetti, però, “Di quei 54
campioni di DNA ce n’erano in gran quantità ed erano custoditi al San Raffaele
di Milano a -80 gradi. Qui si è voluto appositamente non dare la possibilità di
ripetere questo dato scientifico per ordine di un PM che me li ha tolti”,
afferma. E sostiene che, oggi, quei campioni sarebbero “depositati all’ufficio
Corpi di reato, a temperatura ambiente. Non so ancora cosa possa esserci di
utile”.
La speranza del 55enne, che fu arrestato nel 2014, è che con l’evoluzione della
tecnologia scientifica si possa giungere a una verità diversa: “Vogliamo
ripetere l’esame? Con le metodiche di oggi, sì. Io quel DNA ritengo che non sia
il mio. Io Yara non l’ho mai vista, mai conosciuta, mai incontrata. Io Yara non
l’ho uccisa”, racconta ancora l’uomo. Che sostiene di voler includere negli
esami anche gli indumenti indossati dalla 13enne al momento del ritrovamento del
corpo: “Non si sono deteriorati, sono custoditi in maniera integra e ritengo che
si possano trovare ulteriori riscontri. Faccio presente che sul corpo di Yara
sono stati trovati ben 11 DNA e qui che la mia speranza nel richiedere questi
indumenti per replicare un po’ tutto che emerga quanto ancora non è emerso.
Perché la verità non è ancora accertata come dovrebbe essere”, afferma.
Secondo Bossetti, dunque, un nuovo esame del DNA potrebbe dimostrare la sua
presunta innocenza: “Per fugare ogni dubbio, basta fare l’accertamento di un
semplice DNA e vediamo a chi appartiene. L’ho sempre detto, se in quel risultato
venisse fuori che quello è Bossetti, io tacerò per sempre, mi rinchiudete a
vita”.
“LE BUGIE SUL CANTIERE? NON MI PAGAVANO, DOVEVO FARE ALTRI LAVORI PER PORTARE IL
BENESSERE DELLA FAMIGLIA”
Ad un certo punto dell’intervista, inoltre, Vespa menziona alcune bugie che
sarebbero state attribuite al 55enne durante il processo, in particolare sul
cantiere in cui lavorava: “Mi chiamavano il ‘Favola’? È vero, ho detto delle
bugie. Dicevo che avevo un tumore al cervello, ma in realtà non venivo pagato e
per far sì che non mi venisse revocato il contratto, mi è saltato in mente
questa balla tremenda per fare altri lavori. Cosa potevo fare? Non percepivo
soldi, andavo da altri per compensare quando non mi veniva pagato”, dice ancora.
E non nega nemmeno di aver detto una bugia a sua moglie su un centro estetico
che frequentava abitualmente: “Sì, questa l’ho ammessa. Era vicino casa di Yara?
Era sul tragitto abitudinario, l’ho sempre negato a mia moglie perché non mi
sembrava opportuno visto le tante situazioni economiche che c’erano”.
“MI SENTO ADDOSSO L’ETICHETTA DEL MOSTRO, MA SO DI AVERE LA COSCIENZA PULITA. IN
CARCERE SCRISSI UNA LETTERA AI GENITORI DI YARA”
Nonostante una condanna definitiva e quasi 12 anni di detenzione, Bossetti
ribadisce dunque la sua presunta innocenza: “Mi sento addosso l’etichetta del
mostro? Per forza. È dura conviverci, ma so di avere la coscienza pulita. So di
essere innocente. Se l’avessi uccisa, non avrei mai avuto il coraggio di
riabbracciare i miei figli”, sostiene ancora l’uomo. Vespa fa quindi un
parallelismo con un altro caso di cronaca nera molto attuale: il delitto di
Garlasco. “Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva e se n’è fatta una
ragione, anche se lui si considera innocente. Perché non ci riesce?”, chiede
infatti il conduttore. “Perché per me è troppo duro immaginare il futuro, non ce
la faccio. Perché dopo tutto quello che ho subito è difficile intravederlo”,
risponde il 55enne.
Al termine dell’intervista, Bossetti confessa di aver tentato in passato di
organizzare un incontro con i genitori di Yara: “Quando mia mamma era ancora in
vita, le chiesi di portare una lettera ai signori Gambirasio. Cosa c’era
scritto? Volevo sapere cosa pensassero di me. E poi gli chiedo un colloquio,
perché guardandomi negli occhi avrebbero capito che non sono l’assassino di
Yara”, conclude.
L'articolo “Ho detto delle bugie, ma quel Dna non è mio. Ho chiesto un colloquio
ai genitori di Yara Gambirasio”. Massimo Bossetti si difende a “Porta a Porta”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Una multa da 40mila euro. Sarebbe questa la decisione presa dal Garante della
privacy contro la docuserie “Il caso Yara – oltre ogni ragionevole dubbio”,
realizzata da Quarantadue srl e diffusa su Netflix a partire da luglio 2024.
Alla base del provvedimento ci sarebbe una serie di file audio – 46 in totale –
contenenti messaggi vocali e telefonate inviate dai coniugi Gambirasio alla
figlia Yara nelle ore successive alla drammatica scomparsa della 13enne.
La famiglia della giovanissima vittima di Brembate di Sopra (Bergamo) –
scomparsa nel novembre 2010 e trovata assassinata nel febbraio 2011 – si è
opposta alla pubblicazione di quel materiale con un reclamo presentato il 24
settembre 2024. Secondo i coniugi Gambirasio, infatti, si tratterebbe di
messaggi vocali e conversazioni telefoniche “intercettati durante le indagini e
mai utilizzati nel corso del processo” e per questo motivo, a loro avviso, non
destinati alla diffusione pubblica.
E l’Autorità ha accolto le loro posizioni, disponendo il divieto di “ulteriore
diffusione dei messaggi e delle conversazioni oggetto di reclamo” e una multa di
40mila euro alla società Quarantadue: “Tra le conversazioni riprodotte e
individuate nella loro istanza (nei primi tre episodi della serie, in
particolare: 24 files audio nel primo episodio, 19 nel secondo episodio, 3 nel
terzo episodio) vi è anche un messaggio vocale che la reclamante aveva lasciato
nella segreteria telefonica della figlia quando ancora non si conosceva la
drammatica sorte”, si legge nel documento del Garante riportato da “L’Eco di
Bergamo”.
Tra le motivazioni che hanno portato alla sanzione, il Garante precisa che
“detti files audio non hanno alcuna attinenza con le indagini e sono stati
inseriti nella trasmissione ‘all’unico, evidente scopo di sollecitare
l’attenzione morbosa degli spettatori’, in contrasto con il loro diritto di
restare affermazioni riservate”. Per l’Autorità garante, quindi, sarebbero stati
violati i principi generali di liceità e correttezza, nonché di minimizzazione
dei dati personali. Ed è per questo motivo che la loro pubblicazione sarebbe
illecita.
Al provvedimento disposto dall’Autorità garante, però, la società produttrice
della serie, Quarantadue srl, si è difesa, spiegando che “le conversazioni
inserite all’interno del documentario sono un estratto di qualche secondo di
alcune intercettazioni telefoniche e/o ambientali autorizzate dall’autorità
giudiziaria e confluite, quantomeno, nel fascicolo del pubblico ministero,
ovvero semmai audio delle deposizioni rilasciate in tribunale nel corso del
processo a carico di Massimo Bossetti acquisite agli atti”, le parole
dell’azienda riportate dal “Corriere della Sera Bergamo”. Secondo la società,
dunque, la serie sarebbe “una legittima espressione del diritto di cronaca”, in
cui l’utilizzo della voce reale dei genitori – invece di quelle interpretate
dagli attori – risponderebbe alla “necessità di rappresentare fedelmente e nella
piena autenticità il lato umano di quei due personaggi”.
Secondo il Garante, invece, “la pubblicazione dei messaggi e delle conversazioni
telefoniche comprensive delle intime e sofferte esternazioni della madre, abbia
disatteso i principi suindicati, travalicando i confini del lecito e corretto
esercizio del diritto di cronaca”. E per questo motivo ha disposto il divieto
alla diffusione del materiale oggetto di reclamo e una sanzione economica a
Quarantadue srl, che potrà impugnare il provvedimento facendo ricorso.
L'articolo “Stop alla diffusione degli audio dei genitori di Yara. Erano
riservati”: il Garante della privacy sanziona la docuserie Netflix su Bossetti.
Multa da 40mila euro proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il 26 novembre 2010 Yara Gambirasio ha soltanto 13 anni. La giovane esce dalla
sua abitazione per andare in palestra senza fare mai più ritorno. La 13enne,
alta, snella, gli occhi e i capelli castani e quelle stelline ai denti con cui è
ritratta nelle foto in cui è sempre sorridente, è una atleta di ginnastica
ritmica, socievole e spensierata, come tutte le ragazzine della sua età,
legatissima alla sua famiglia.
Quella sera di novembre già fa un po’ freddo nella Bergamasca. I suoi genitori
vanno subito in panico quando non ricevono sue notizie. La scomparsa di Yara nel
giro di poco tempo è su tutti i notiziari. Ma, nonostante numerose ricerche e lo
spiegamento di forze sul territorio, quella ragazzina per tre mesi sembra essere
stata inghiottita dalla terra. Il 26 febbraio fa ancora più freddo. Un
appassionato di aeroplanini telecomandati si trova in un campo a Chignolo
d’Isola, per provare i suoi modellini. Il malfunzionamento di uno di questi, che
d’improvviso cade sull’erba, gli fa spostare lo sguardo un poco più avanti.
L’uomo intravede quello che sembra un mucchio di vestiti sgualciti. Si avvicina
e in un attimo quel luogo diventa per tutta l’Italia il campo dell’orrore. Lì,
disteso sull’erba, c’è un corpo.
Subito l’uomo chiama i soccorsi. E in pochi secondi il campo viene circondato
dalle forze dell’ordine, dal medico legale, da tutte le persone che, in
apprensione, si avvicinano al posto. Il pensiero va a Yara e presto arriva anche
la conferma. I vestiti sono quelli che la 13enne indossava il giorno in cui è
scomparsa. Il resto si capirà ben presto. Sul corpo di Yara, come evidenzia la
professoressa Cristina Cattaneo che svolge l’autopsia, ci sono diversi segni di
arma da taglio ma non è per quei tagli che è morta. Yara, dopo essere stata
aggredita, è stata lasciata lì, distesa sull’erba. Ce l’aveva ancora fra le mani
quell’erba, che ha stretto fino agli ultimi istanti. È morta di stenti e di
freddo, senza possibilità di scappare, con gli occhi spalancati su un cielo che
non l’ha protetta.
La dottoressa Cattaneo fa poi una scoperta importante. Sul corpo della giovane è
presente qualcosa che sembra calce. Come se il corpo fosse stato a contatto con
quel materiale o con il cemento. Facendo lo stesso tipo di esperimento sui
vestiti, si scopre che sono presenti delle piccole sferette di metallo,
classiche degli ambienti dell’edilizia. Ma chi è il suo assassino? Una risposta
parziale arriva grazie all’esame del dna affidato al professor Emiliano
Giardina. Sugli slip della vittima era infatti presente un dna maschile, oltre a
quello di Yara. Grazie a quel dna sono state fatte comparazioni con una
lunghissima lista di persone, una cosa mai vista prima, fino a quando non è
stata trovata una corrispondenza fra quel dna e un soggetto, tale Giuseppe
Guerinoni, che però non era Ignoto1: l’uomo era morto nel 1999.
Considerata la corrispondenza dell’aplotipo Y, che appartiene a tutti i soggetti
di sesso maschile di una determinata famiglia, è stato possibile confrontare
quel dna con quello di Massimo Giuseppe Bossetti, muratore di Mapello,
incensurato e figlio illegittimo di Guerinoni. La scoperta è uno choc anche per
lui. Ma l’uomo si dice estraneo al delitto.
A quindici anni dalla morte di Yara, Massimo Bossetti sta scontando una condanna
all’ergastolo. Si dice innocente. In tutti i gradi di giudizio la difesa ha
sempre sottolineato che i campioni di dna sono stati analizzati senza garanzie
per la difesa. Non si capisce come avrebbero potuto gli inquirenti dare garanzie
a una persona ignota, fino a che non è stata accertata la corrispondenza… Ad
ogni modo il team difensivo di Bossetti nei giorni scorsi ha ottenuto il
materiale genetico che chiede da 8 anni. Sul tavolo della difesa 9mila campioni
di dna emersi nel corso delle indagini.
La difesa, pur sottolineando che il materiale è parziale, comincerà a lavorarci
su per smontare la prova regina. Per i giudici l’omicidio è maturato per le
avances sessuali respinte, come dimostrano anche i tagli sul corpo della
vittima, una violenza a cui Yara è stata sottoposta quando era ancora in vita e
che è stata alla base del riconoscimento dell’aggravante della crudeltà. Un
delitto, quello di Yara, di una “inaudita gravità” e che fa ancora discutere.
Sul pc di Bossetti è stato scoperto l’interesse per le “13enni rosse”. Anche
dopo il delitto, tredici giorni prima dell’arresto, avvenuto a maggio 2014,
l’uomo è solo in casa, i figli a scuola, la moglie fuori e lui cerca:
“ragazzine”. Meglio se rosse o “adolescenti illibate”. Una vera ossessione. Ma
lui non sa come il suo dna sia finito sugli slip di Yara, che era solo una
bambina.
L'articolo Quindici anni fa la scomparsa di Yara Gambirasio: un delitto che fa
ancora discutere proviene da Il Fatto Quotidiano.
La difesa di Massimo Bossetti, condannato in via definitiva all’ergastolo per
l’omicidio di Yara Gambirasio, ha avuto copia dei tracciati delle analisi
genetiche di quella che è stata l’indagine scientifica più grande della storia.
L’avvocato Claudio Salvagni ha ritirato, in mattinata, i dati sul profilo
genetico della vittima Yara Gambirasio e di quelli – in forma anonima – raccolti
per arrivare a identificare Ignoto 1. Il capiente hard disk contiene ora gli
innumerevoli elettroferogrammi – i grafici in alta definizione e a colori – che
rappresentano la sequenza delle migliaia di Dna raccolti in Val Brembana nella
lunga inchiesta che ha portato alla condanna definitiva all’ergastolo di
Bossetti.
Il materiale – documenti che lo stesso Tribunale riconosce come “non acquisiti
al fascicolo dibattimentale” e aventi “anche il carattere della potenziale
novità della prova” – arriva nella mani della difesa a oltre sei anni dalla
richiesta. L’elenco comprende oltre alle immagini fotografiche effettuate dal
Ris di Parma su tutti i reperti analizzati, anche copia dei tracciati e dei
risultati in forma anonima delle caratterizzazioni genetiche effettuate. “Le
stringhe – spiega l’avvocato Salvagni all’Adnkronos – riempiono ben 70 pagine,
sia fronte che retro, stampate su foglie A3. Un enorme mole di dati grezzi che
richiederà mesi di lavoro per uno screening completo, una ricerca da cui
speriamo di recuperare dati utili per dimostrare l’innocenza di Massimo
Bossetti”.
Lo scoro 20 giugno il Tribunale di Bergamo aveva disposto la consegna rendendo
così esecutivo il provvedimento del 27 novembre 2019 della Corte di assise che
autorizzò l’esame dei reperti, dando esecuzione a una sentenza della Cassazione.
L’attenzione sarà in gran parte rivolta verso una delle prove considerate più
importanti contro Bossetti: gli slip su cui è stata trovata la traccia genetica
mista, il Dna della vittima e dell’allora Ignoto 1. Un elemento da sempre al
centro delle indagini, e dell’attenzione mediatica, e mai confutato. Secondo i
giudici della Cassazione che hanno condannato all’ergastolo Bossetti: “Il Dna di
Ignoto 1 è quello di Massimo Bossetti” ed è “illogica l’ipotesi del complotto”.
“La probabilità di individuare un altro soggetto con lo stesso profilo
genotipico”, evidenziava la Corte, equivale a “un soggetto ogni 3.700 miliardi
di miliardi di miliardi di individui. I giudici di merito – si leggeva nella
sentenza – hanno correttamente affermato che il profilo genetico è stato
confermato da ben 24 marcatori”, evidenziando “a maggiore tutela dell’imputato,
che la certezza dell’identificazione è particolarmente solida”, in quanto le
linee guida scientifiche individuano un soggetto “con l’identità di soli 15
marcatori”. In 155 pagine la Cassazione rispondeva ai venti motivi di ricorso
della difesa, che sollevava diverse obiezioni, contestando la prova del Dna, la
‘catena di custodia’, i kit utilizzati. La Cassazione biasimava i “reiterati
tentativi di mistificazione degli elementi di fatto”, “amplificate da improprie
pubbliche sintetizzazioni”. Nel 2021 gli ermellini avevano poi deciso che la
difesa aveva diritto di accedere ai reperti.
L'articolo Caso Yara Gambirasio, la difesa di Bossetti ha ottenuto la copia dei
tracciati delle analisi genetiche proviene da Il Fatto Quotidiano.