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“La domanda di Vespa su mio padre carabiniere? Stamani sono andato da mio papà e mi ha detto: bravo”: Bonelli dopo il confronto su Rai1
Per un problema tecnico l’audio è leggermente disturbato. Quella che segue è la trascrizione integrale dell’intervista. Angelo Bonelli, “connivente” come accusato da Bruno Vespa durante ‘5 minuti’? Sono abituato a questo, purtroppo, in questa fase politica dove il governo Meloni controlla l’informazione. Ma bisogna rispondere punto su punto perché quello che è accaduto ieri è il sintomo di un clima di un governo che non ha più argomenti, che vuole nascondere la realtà dei problemi degli italiani e si affida alla propaganda ma noi abbiamo risposto punto su punto perché non abbiamo nulla da nascondere, rivendichiamo il diritto di manifestare, rispetto a chi invece ha fallito sul tema della sicurezza, perché, il numero delle forze dell’ordine sono diminuite, non riesce a garantire la sicurezza e usa i fatti di Torino per nascondere i propri fallimenti. Ma oggi quando verrà in Aula Piantedosi gli diremo qualcosa di importante che vi posso anticipare a proposito di cattivi maestri: quando Ignazio La Russa sfilava a Milano nel 1973 con una manifestazione non autorizzata e dal corteo da lui organizzato partirono le bombe che uccisero l’agente di polizia Marino. Di questo se lo sono dimenticato i cattivi maestri che sono rimasti sempre gli stessi. Si aspettava che Bruno Vespa tirasse fuori il tema di suo padre, di 102 anni, ex carabiniere? Posso dirle una cosa che non ho detto a nessuno. Questa mattina sono andato a trovare mio papà e non si perde ogni cosa che io faccio, anche quando glielo nascondo e non gli dico nulla. Sono andato da lui, mi ha messo la mano sulla spalla e mi ha detto ’bravo’. Lei sostiene ci sia un problema d’informazione in Rai. Cosa dovrebbero fare i partiti di opposizione? Credo ci sia un problema generale di come oggi la Rai si è trasformata in uno strumento totalmente al servizio di Giorgia Meloni. Quando noi diciamo che siamo entrati in un regime qualcuno ci attacca. Ma queste sono le conseguenze in cui noi abbiamo un servizio pubblico che usa in maniera incredibile tutti gli argomenti che vengono da Palazzo Chigi, questo è assolutamente inaccettabile e ci deve essere una reazione forte di tutte le opposizioni. Di che tipo? Penso dobbiamo ragionare insieme su come coinvolgere le massime istituzioni e penso ad una grande mobilitazione per l’informazione, per la Democrazia, perché la Rai non può essere uno strumento al servizio di Giorgia Meloni, debba essere assolutamente pensata. Al prossimo invito di Bruno Vespa lei andrà? Io non ho problemi perché si ha la schiena dritta come noi non abbiamo nulla da temere e possiamo anche rispondere in ambiti, come dire, abbastanza complicati. L'articolo “La domanda di Vespa su mio padre carabiniere? Stamani sono andato da mio papà e mi ha detto: bravo”: Bonelli dopo il confronto su Rai1 proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Siete oggettivamente responsabili”, “Quello che dice è grave, lo respingo”: il faccia a faccia Vespa-Bonelli sui fatti di Torino
Partecipare a una manifestazione insieme ad altre 50mila persone significa essere conniventi con le centinaia di persone che hanno aspettato la fine del corteo per commettere azioni violente anche nei confronti delle forze dell’ordine? E’ la tesi di Bruno Vespa che ha contestato l’adesione al corteo di Torino nell’intervista al leader di Europa Verde Angelo Bonelli durante 5 Minuti, su Rai1. Bonelli ha risposto alla contestazione, respingendola. “I disordini erano largamente prevedibili” sottolinea il conduttore. “Allora il ministro Piantedosi doveva tutelare tutti gli altri manifestanti pacifici” ha risposto il deputato di Avs. Questa che segue è la trascrizione dell’intervista Vespa – I disordini di Torino erano largamente prevedibili, tanto è vero che tra tutti i partiti di sinistra soltanto Avs ha deciso di partecipare. Posso chiederle perché? Bonelli – Ci sono state 50mila persone a Torino che pacificamente hanno manifestato per chiedere più spazi sociali. Vespa – Quindi hanno sbagliato gli altri di sinistra a non partecipare? Bonelli – Non so gli altri perché non hanno partecipato, ma 50mila persone non sono responsabili di quel manipolo di teppisti e criminali che io mi auguro vengano immediatamente assicurati alla giustizia. Vespa – Onorevole Bonelli, era largamente prevedibile, lo sapevano tutti. Lei sa bene come finiscono questi cortei. Bonelli – Se era largamente prevedibile, allora qualcuno a partire dal ministro dell’Interno Piantedosi doveva tutelare i manifestanti pacifici. Vespa – Quindi è colpa di Piantedosi se è successo quel che è successo? Bonelli – Non sto dando la colpa a Piantedosi, ma non è nemmeno colpa di chi ha partecipato pacificamente. > La mia intervista con Bruno Vespa a Cinque minuti pic.twitter.com/E3kAcVytQI > > — Angelo Bonelli (@AngeloBonelli1) February 3, 2026 Vespa – Allora: Marco Grimaldi è il vostro vice capogruppo alla Camera, Alice Ravenale è la vostra capogruppo alla Regione Piemonte, Sara Diena è il capogruppo di Alleanza Verde Sinistra e Sinistra Ecologista in Comune. Allora, se voi, come mi pare di capire, non vi dissociate politicamente dalla loro partecipazione, siete di fatto conniventi e siete di fatto… la prego di consentirmelo, anche oggettivamente responsabili in parte politicamente di quanto è successo. Bonelli – Ma guardi, questa sua affermazione è estremamente grave, è molto grave perché chi manifesta pacificamente non può essere responsabile delle azioni di chi ha pianificato a insaputa dei manifestanti pacifici azioni criminali. Francamente io respingo fermamente questa sua affermazione. Io penso che ci sia un diritto, un dovere di tutelare chi manifesta pacificamente. Se è vero che era largamente prevedibile, ripeto, chi aveva il potere, il dovere di fermare quei teppisti criminali, che sono nostri nemici, li doveva fermare. Vespa – Ma le pare normale che nessuno abbia visto niente? Su 50mila persone nessuno ha denunciato nessuno? Posso ricordare che all’inizio degli anni Settanta il Partito Comunista italiano ebbe delle oscillazioni, delle tolleranze. Poi a un certo punto capì e si fermò. Ecco l’assassinio di Guido Rossa, un eroico sindacalista comunista che denunciò un compagno terrorista e per questo fu ucciso. Chi sa deve denunciare, perché nessuno ha visto niente? Bonelli – Ci sono tanti filmati di manifestanti che hanno denunciato quello che stava accadendo, però a questo punto se la mettiamo in questi termini facciamo un passaggio indietro nel tempo: 2020-2021 manifestazioni fatte da Forza Nuova e sovranisti a Roma, messa a ferro e fuoco: blindati bruciati, agenti feriti, c’erano esponenti di destra, anche di chi oggi è in maggioranza, che oggi puntano il dito. Vespa – Lei sa che chi ha attaccato la Cgil è stato arrestato. Bonelli – Però io penso che il diritto di manifestare pacificamente va sempre tutelato. E qui c’erano 50mila persone che hanno manifestato pacificamente. Per noi quelli che hanno fatto quel lavoro là sono dei teppisti criminali. Puntare il dito su una forza politica che è pacifica, democratica, mi scusi Vespa, io lo trovo inaccettabile. Vespa – Ma senta, abbia pazienza, quindi significa che è tutto normale. Bonelli – Tutto normale? Ma non mi pare per niente. Vespa: Scusi, tutti i cortei di Asktasuna sono tutti finiti male. Tutti quanti e non c’è nemmeno stato uno che non sia finito male. Bonelli: Guardi, chi ha sfasciato deve pagare, questi sono per noi nostri nemici, teppisti e criminali. Il punto però che va difeso, chiedere più spazi sociali, rivendicare questo e manifestare pacificamente è un diritto, significa non piegarsi alle ragioni dei violenti. Vespa: Senta, suo padre, so che ha 102 anni, auguri, ed è carabiniere. Posso chiedergli come gli ha raccontato questa storia? Bonelli: Come gli ho raccontato questa storia? Insomma, papà è papà, proprio perché papà ha 102 anni ed è dei carabinieri, ho una grande stima nei confronti delle forze dell’Ordine. Vespa – Ma ha apprezzato? Bonelli – Cosa ha apprezzato? Non ha apprezzato come non ho apprezzato io quello che è accaduto, ma siccome, visto che lei parla di mio padre, mio padre sa che io sono una persona perbene, noi siamo persone perbene e rivendichiamo con onore e dignità l’aver diffiso il diritto di manifestare di queste persone rispetto a una destra che sulla sicurezza in questo paese non sta facendo nulla e utilizza questi fatti come uno strumento politico di propaganda. Accadeva nel 2021 quando Giorgia Meloni diceva: bene ci sono degli infiltrati, che cosa fa il ministro degli interni per fermarlo? Oggi lei al governo non ha fatto nulla per fermarlo. Vespa – Quindi è colpa del ministro dell’Interno se è successo questo. Bonelli – Io sto dicendo che stiamo parlando di responsabilità politiche. Lei mi ha accusato di responsabilità politiche e io le respingo fermamente. 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“Ho detto delle bugie, ma quel Dna non è mio. Ho chiesto un colloquio ai genitori di Yara Gambirasio”. Massimo Bossetti si difende a “Porta a Porta”
“Se mi sento addosso l’etichetta del mostro? Per forza, è dura conviverci. Ma so di avere la coscienza pulita: io non ho ucciso Yara. Vogliamo ripetere gli esami scientifici con le metodiche di oggi”. Ad affermarlo è Massimo Bossetti, l’uomo condannato in via definitiva per l’omicidio di Yara Gambirasio, che racconta la sua storia giudiziaria in una lunga intervista a “Porta a Porta”, nella puntata andata in onda giovedì 22 gennaio. Parlando dal carcere di Bollate con il conduttore, Bruno Vespa, l’uomo ribadisce la propria presunta innocenza e afferma di voler replicare le analisi sul DNA trovato sulla vittima, all’epoca 13enne, scomparsa da Brembate di Sopra (Bergamo) nel novembre 2010 e poi trovata assassinata nel febbraio 2011. Fu proprio quel materiale biologico a fornire un primo profilo genetico dell’assassino, identificato inizialmente come “Ignoto 1” e poi successivamente attribuito a Bossetti. “QUANDO MI HANNO ARRESTATO NON STAVO SCAPPANDO, C’ERA CARABINIERE CHE MI INTIMAVA DI FERMARMI” “Il 26 novembre 2010 (giorno in cui è scomparsa Yara, ndr) per me era un normalissimo giorno, dove ho sempre svolto le solite cose. Poi ricordo, in un colloquio con gli avvocati, venni portato a conoscenza, che quel giorno lì pioveva o forse nevicava e non avevo lavorato. Sicuramente avrò usato il tempo per fare delle commissioni. E mi ricordo che quel giorno lì ho pagato la delega per le tasse al commercialista”, racconta l’uomo. Secondo quanto riferisce a Vespa, infatti, Bossetti non nega di essere passato da quella strada, ma sostiene di non aver incontrato la 13enne di Brembate di Sopra: “È vero che le celle telefoniche hanno agganciato anche il telefono di Yara, ma dobbiamo spiegare bene questi passaggi. L’ultimo aggancio del telefono della povera Yara è stato alle 18.55 della cella dell’antenna di Brembate Sopra, l’ultimo aggancio del telefono di Bossetti era alle 17.45, se non erro. Quell’antenna che ha agganciato i due apparecchi telefonici, è stato accertato dai miei consulenti, che copre anche il segnale di casa mia, quindi io potevo benissimo essere a casa mia”, spiega. Il 55enne, però, ammette di non ricordare precisamente dove si trovasse quel giorno, anche perché, dopo l’ultimo aggancio delle 17.45, il suo telefono si sarebbe spento: “All’epoca avevo un telefono obsoleto e la carica della batteria non era idonea per le cadute accidentali nei cantieri, era prassi che si spegneva in automatico. Una volta arrivato a casa, non avendo l’adattatore, non l’ho più acceso perché non mi interessava. L’ho accesso il giorno dopo quando sono arrivato sul cantiere”. “Faccio presente che i due apparecchi telefonici si trovavano in due ore incompatibili e in due comuni diversi, uno a Brembate di Sopra e l’altro a Mapello”, aggiunge ancora. Nel corso dell’intervista, Bossetti ricorda anche il suo arresto, quando fu accusato di aver tentato una fuga alla vista delle Forze dell’Ordine: “Fui intimato dal capo cantiere che mi gridava di scendere. Stavo realizzando la copertura di un solaio, non faccio neanche in tempo ad avvicinarmi al ponteggio che vedo sbucare un Carabiniere, un bestione, che mi intima di fermarmi. Gli faccio notare che i miei stivali erano immersi in un getto di 15-20 centimetri”, racconta. Poi aggiunge: “Ma poi scusate un attimo dovevo fuggire da chi e da che cosa? Buttarmi giù da un ponteggio con il rischio di infilzarmi sui pilastri giù sotto. Non stavo scappando, stavo solo arrivando al ponteggio per scendere dalla botola al piano inferiore dato che il capo cantiere mi aveva chiamato”. “LE RICERCHE SUI SITI PORNO LE FACEVAMO IO E MIA MOGLIE IN INTIMITÀ” Una volta associato il profilo genetico di “Ignoto 1” a quello di Bossetti, gli inquirenti cominciano ad indagare sul suo computer, scoprendo così che l’uomo aveva effettuato una serie di ricerche su dei siti pornografici. E sullo stesso pc, secondo le analisi dell’accusa, sarebbe stato ricercato anche del materiale pedopornografico: “Assolutamente non vedevamo questi video. Tramite mia moglie lo usavo quando eravamo in intimità sul divano per tener viva un po’ l’attenzione, andavamo su quei siti pornografici per vedere curiosità e tutto. Ma né io né mia moglie abbiamo mai fatto una ricerca del genere. Il mio tecnico ha detto che sono tutte ricerche prodotte in automatico e non generate da un operatore umano”. Alla richiesta di spiegazioni su come possano comparire dei risultati di questo tipo durante delle ricerche online, però, Bossetti afferma di non possedere le giuste competenze informatiche per saperlo: “Non me lo so spiegare, a livello informatico sono negato”. “QUEL DNA NON È MIO, NON HO UCCISO YARA. SE RIPETEREMO L’ESAME SCIENTIFICO? CON LE METODICHE DI OGGI, SÌ” Fu però la prova del DNA a sancire, secondo i giudici, la colpevolezza del 55enne di Mapello. L’uomo, però, sostiene di aver sempre chiesto di ripetere gli esami su quel materiale genetico che lui ritiene non appartenergli. Una richiesta che, a suo avviso, sarebbe stata negata in più occasioni: “Io questo dato scientifico lo metto in discussione perché non ho avuto la possibilità di poterlo ripetere. Viene confermato in sentenza definitiva l’esaurimento di questo campione perché è stato consumato tutto nelle varie consulenze tecniche. La Cassazione me lo mette nero su bianco”. Secondo Bossetti, però, “Di quei 54 campioni di DNA ce n’erano in gran quantità ed erano custoditi al San Raffaele di Milano a -80 gradi. Qui si è voluto appositamente non dare la possibilità di ripetere questo dato scientifico per ordine di un PM che me li ha tolti”, afferma. E sostiene che, oggi, quei campioni sarebbero “depositati all’ufficio Corpi di reato, a temperatura ambiente. Non so ancora cosa possa esserci di utile”. La speranza del 55enne, che fu arrestato nel 2014, è che con l’evoluzione della tecnologia scientifica si possa giungere a una verità diversa: “Vogliamo ripetere l’esame? Con le metodiche di oggi, sì. Io quel DNA ritengo che non sia il mio. Io Yara non l’ho mai vista, mai conosciuta, mai incontrata. Io Yara non l’ho uccisa”, racconta ancora l’uomo. Che sostiene di voler includere negli esami anche gli indumenti indossati dalla 13enne al momento del ritrovamento del corpo: “Non si sono deteriorati, sono custoditi in maniera integra e ritengo che si possano trovare ulteriori riscontri. Faccio presente che sul corpo di Yara sono stati trovati ben 11 DNA e qui che la mia speranza nel richiedere questi indumenti per replicare un po’ tutto che emerga quanto ancora non è emerso. Perché la verità non è ancora accertata come dovrebbe essere”, afferma. Secondo Bossetti, dunque, un nuovo esame del DNA potrebbe dimostrare la sua presunta innocenza: “Per fugare ogni dubbio, basta fare l’accertamento di un semplice DNA e vediamo a chi appartiene. L’ho sempre detto, se in quel risultato venisse fuori che quello è Bossetti, io tacerò per sempre, mi rinchiudete a vita”. “LE BUGIE SUL CANTIERE? NON MI PAGAVANO, DOVEVO FARE ALTRI LAVORI PER PORTARE IL BENESSERE DELLA FAMIGLIA” Ad un certo punto dell’intervista, inoltre, Vespa menziona alcune bugie che sarebbero state attribuite al 55enne durante il processo, in particolare sul cantiere in cui lavorava: “Mi chiamavano il ‘Favola’? È vero, ho detto delle bugie. Dicevo che avevo un tumore al cervello, ma in realtà non venivo pagato e per far sì che non mi venisse revocato il contratto, mi è saltato in mente questa balla tremenda per fare altri lavori. Cosa potevo fare? Non percepivo soldi, andavo da altri per compensare quando non mi veniva pagato”, dice ancora. E non nega nemmeno di aver detto una bugia a sua moglie su un centro estetico che frequentava abitualmente: “Sì, questa l’ho ammessa. Era vicino casa di Yara? Era sul tragitto abitudinario, l’ho sempre negato a mia moglie perché non mi sembrava opportuno visto le tante situazioni economiche che c’erano”. “MI SENTO ADDOSSO L’ETICHETTA DEL MOSTRO, MA SO DI AVERE LA COSCIENZA PULITA. IN CARCERE SCRISSI UNA LETTERA AI GENITORI DI YARA” Nonostante una condanna definitiva e quasi 12 anni di detenzione, Bossetti ribadisce dunque la sua presunta innocenza: “Mi sento addosso l’etichetta del mostro? Per forza. È dura conviverci, ma so di avere la coscienza pulita. So di essere innocente. Se l’avessi uccisa, non avrei mai avuto il coraggio di riabbracciare i miei figli”, sostiene ancora l’uomo. Vespa fa quindi un parallelismo con un altro caso di cronaca nera molto attuale: il delitto di Garlasco. “Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva e se n’è fatta una ragione, anche se lui si considera innocente. Perché non ci riesce?”, chiede infatti il conduttore. “Perché per me è troppo duro immaginare il futuro, non ce la faccio. Perché dopo tutto quello che ho subito è difficile intravederlo”, risponde il 55enne. Al termine dell’intervista, Bossetti confessa di aver tentato in passato di organizzare un incontro con i genitori di Yara: “Quando mia mamma era ancora in vita, le chiesi di portare una lettera ai signori Gambirasio. Cosa c’era scritto? Volevo sapere cosa pensassero di me. E poi gli chiedo un colloquio, perché guardandomi negli occhi avrebbero capito che non sono l’assassino di Yara”, conclude. L'articolo “Ho detto delle bugie, ma quel Dna non è mio. Ho chiesto un colloquio ai genitori di Yara Gambirasio”. Massimo Bossetti si difende a “Porta a Porta” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sabrina Ferilli fa quattro volte gli ascolti di Bruno Vespa: la fiction ‘A Testa Alta’ al 28,2% di share e ‘speciale 30 anni di Porta a Porta’ al 7,1% (meno di un milione di spettatori)
Un flop senza precedenti. Un vero e proprio tonfo dal punto di vista auditel per Bruno Vespa. Lo speciale dedicato ai trent’anni di “Porta a Porta“, in onda mercoledì 21 gennaio in prima serata su Rai1, non ha raggiunto nemmeno il milione di telespettatori. Nel dettaglio ha conquistato solo 954.000 spettatori con uno share fermo al 7,1%, pur andando in onda fino all’una di notte. Numeri che hanno permesso a Canale 5, non solo di vincere la serata, ma anche di quadruplicare i dati del competitor con “A Testa Alta – Il Coraggio di una Donna“, la fiction con protagonista Sabrina Ferilli: davanti alla tv, dalle 22.01 alle 00.20, c’erano 4.034.000 spettatori con il 28,2% di share. La serata evento organizzata da Bruno Vespa, non solo ha ottenuto bassi ascolti, ma è stata battuta anche da Rai3 e La7, arrivando a un testa a testa con Italia 1 (“Le Iene-Inside” al 6,9% di share). Rai1 quarta rete in prime time superata da “Chi l’ha visto?” di Federica Sciarelli (1.372.000 con l’8,7%) e “Una Giornata Particolare” di Aldo Cazzullo (1.142.000 con il 7%). In sovrapposizione La7 ha battuto Rai1: 7,4% vs 7,1%. > Gli auguri di @Fiorello e @fabriggio per i 30 anni di #PortaAPorta da La > Pennicanza @RaiRadio2. > Con due sorprese per Bruno Vespa… pic.twitter.com/kRlr4FYEC5 > > — Porta a Porta (@RaiPortaaPorta) January 21, 2026 Una puntata-evento in prima serata bocciata dal pubblico ma che ha proposto in apertura una sorpresa video di Fiorello e Biggio e le interviste di Bruno Vespa con Enrico Mentana tutti i leader politici: Giorgia Meloni, Elly Schlein, Giuseppe Conte, Antonio Tajani, Matteo Salvini e Matteo Renzi. Spazio poi allo spettacolo con Carlo Conti, Milly Carlucci, Mara Venier, Antonella Clerici, Valeria Marini, Eleonora Daniele, Al Bano, Iva Zanicchi, Paolo Belli e la sua band. Il prossimo 9 febbraio il Presidente della Repubblica Mattarella riceverà al Quirinale una rappresentanza di “Porta a Porta“. Papa Leone XIV ha inviato al conduttore ha inviato un ampio messaggio augurale di buon compleanno riflettendo sulle regole della buona comunicazione: “Egregio direttore, in occasione dei trent’anni dalla nascita di Porta a porta, giungano a lei, alla redazione e ai vostri telespettatori i miei auguri di buon anniversario. Tante cose sono successe in questi anni, in Italia, nel mondo, e nella Chiesa. Guerre, accordi di pace. Crisi e riprese. Eventi gioiosi e tristi. La sua trasmissione ha trasformato tutto questo in occasione costante di dialogo sotto i riflettori delle telecamere, davanti a quello che nel tempo ci siamo abituati a definire pubblico televisivo”. “Anche la televisione in questi anni è cambiata – ha aggiunto il Pontefice – con essa la comunicazione generale. Nuovi strumenti, nuove possibilità di informarsi, di conoscere, di interagire. E insieme a questo anche nuovi rischi come quello di scambiare il falso per il vero, lo zapping compulsivo per ascolto, il doom-scrolling per una lettura intenzionale, la curiosità superficiale per desiderio di conoscere, i monologhi per dialoghi dove nessuno ascolta davvero. Ci vuole pazienza e lungimiranza per coltivare una relazione durevole”. “La comunicazione ci sfida tutti a non cedere mai alla tentazione del banale. A coltivare con i nuovi strumenti che la tecnologia ci mette a disposizione la unicità della nostra umanità. Auguro a lei e a tutti voi di poter sempre offrire al mondo assetato di bellezza e di verità una televisione di qualità. Buon anniversario!”, ha concluso Papa Leone XIV. L'articolo Sabrina Ferilli fa quattro volte gli ascolti di Bruno Vespa: la fiction ‘A Testa Alta’ al 28,2% di share e ‘speciale 30 anni di Porta a Porta’ al 7,1% (meno di un milione di spettatori) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’intervista di Vespa a Sempio lascia aperta la strada a dubbi ancora senza risposta
Mancano ormai poche settimane all’incidente probatorio che il prossimo 18 dicembre chiarirà i punti chiave dell’indagine della Procura di Pavia a carico di Andrea Sempio, attualmente indagato per l’omicidio di Chiara Poggi. Ma accanto agli accertamenti scientifici che, oltre alla famigerata impronta 33 sul muro che conduce alla taverna della villetta di via Pascoli, riguardano le tracce di dna trovate sul margine ungueale della vittima e le risultanze della bpa dei Ris di Cagliari, è utile ricordare che le investigazioni tradizionali vanno di pari passo a quelle genetiche e dattiloscopiche nell’ambito di un quadro accusatorio che, a conclusione delle indagini, condurranno o meno ad un rinvio a giudizio dell’indagato. A questo proposito risulta particolarmente interessante l’intervista che ieri sera Andrea Sempio ha concesso a Bruno Vespa e i punti cruciali del giallo che dallo scorso mese di marzo sta tenendo l’opinione pubblica con il fiato sospeso. Il giovane al centro della nuova indagine sull’assassinio della povera Chiara si è dimostrato abbastanza tranquillo, probabilmente forte del fatto che la sostituzione dell’avvocato Massimo Lovati, suo ex difensore, con il nuovo collegio formato dai suoi attuali legali e dai consulenti, stia attuando una strategia più lineare e ortodossa rispetto alle esternazioni a cui ci aveva abituati Lovati con le sue dichiarazioni, cariche di suggestioni e allegorie, e le parole rilasciate a Fabrizio Corona che tanto scalpore avevano destato. Durante l’intervista Sempio ha lamentato una situazione difficile e problematica dovuta al fatto che la sua abitazione sia sempre circondata da orde di giornalisti pronti ad assalirlo ogniqualvolta lui esca o torni a casa e ha altresì confessato di vivere una vera e propria paranoia causata dall’eccessiva cautela che è costretto ad adottare quando cammina nel centro di Pavia e si sente tutti gli sguardi addosso o quando parla con i propri genitori e, temendo di essere intercettato, ritiene che ogni frase o parola possa eventualmente essere fraintesa dagli inquirenti. Se dal punto di vista umano uno sfogo di questo tipo è assolutamente comprensibile, occorre sottolineare che qualsiasi cittadino sia finito al centro di un’indagine per omicidio, innocente o colpevole che sia, si è trovato a dover fare i conti con le conseguenze che tali indagini comportano anche dal punto di vista dell’impatto che il diritto e dovere di cronaca ha sull’opinione pubblica. A questo proposito non si possono dimenticare i nomignoli che, all’indomani della scoperta del corpo di Chiara, venivano affibbiati ad Alberto Stasi definito anche da certa stampa “il biondino dagli occhi di ghiaccio” a voler indicare la sua freddezza e la sua probabile colpevolezza quando ancora non era stata emessa alcuna sentenza. Ma al di là del destino che ogni indagato è costretto a vivere anche prima di un effettivo rinvio a giudizio, alcune domande poste da Bruno Vespa ad Andrea Sempio lasciano aperta la strada a dubbi che rimangono ancora senza risposta, come lo scontrino del parcheggio di Vigevano conservato per un anno come se fosse una reliquia e in particolare le tre telefonate che l’indagato ha fatto verso l’utenza fissa di casa Poggi tra il 7 e l’8 agosto del 2007, ovvero qualche giorno prima dell’omicidio. Sempio ha dichiarato di aver fatto la prima telefonata a casa Poggi per errore perché sul proprio cellulare aveva memorizzato sia il numero dell’utenza mobile di Marco Poggi, suo amico e fratello della vittima, sia l’utenza fissa. Aggiunge poi di aver fatto la seconda telefonata per chiedere se Marco fosse in casa e di aver ricevuto risposta negativa da Chiara, che gli disse che Marco era in Trentino. Ma allora perché fare una terza telefonata a casa Poggi? Davvero per chiedere alla ragazza quando suo fratello sarebbe rientrato dalle vacanze? Davvero Sempio ignorava che il suo migliore amico con il quale si era visto solo la sera prima fosse partito per il Trentino insieme ai genitori? Sempio sostiene di aver chiamato casa Poggi la seconda volta perché, nonostante avesse cercato più volte di contattarlo, il cellulare di Marco Poggi non prendeva la linea. Ma perché queste chiamate non risultano dai tabulati nonostante all’epoca esistesse il servizio del gestore telefonico che avvertiva il ricevente di essere stato cercato quando il dispositivo era spento o non c’era campo? Tutti interrogativi ai quali tutt’oggi non c’è una risposta convincente, tutti elementi di cui senz’altro la Procura di Pavia deve aver tenuto conto quando ben sei magistrati hanno deciso di intraprendere la nuova indagine su chi siano stati gli autori o l’autore di quel terribile delitto che 18 anni fa è costato la vita ad una ragazza di 26 anni. L'articolo L’intervista di Vespa a Sempio lascia aperta la strada a dubbi ancora senza risposta proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Garlasco, Sempio da Vespa: “Contro di me accanimento, spero in buona fede. Sto chiuso in camera, non ho più una vita”
“Un po’ sì, non posso negarlo, ormai è una cosa che periodicamente ricapita, ci ricadi dentro e tutto, quindi sì, capisco che un certo accanimento c’è, spero in buona fede ma…”. Così, ospite di Bruno Vespa a Cinque minuti su Rai 1, Andrea Sempio ha risposto alla domanda se si sentisse perseguitato dalla magistratura. “Io al momento non ho una vita, sono tornato a vivere nella cameretta in cui stavo una volta e a quasi quarant’anni sono chiuso lì, non posso fare niente: è come essere ai domiciliari“, dice Sempio, unico indagato nella nuova inchiesta della Procura di Pavia sul delitto di Garlasco, l’omicidio di Chiara Poggi – uccisa il 13 agosto 2007 – per cui è stato condannato in via definitiva l’allora fidanzato Alberto Stasi. “Credo che ormai sia stato acclarato in anni di processi e più sentenze, quindi io mi rifaccio a quello che hanno detto le sentenze: ad oggi il colpevole è Alberto Stasi e non ho motivo di pensare il contrario”, afferma. Sempio risponde anche sull’indagine a carico dell’ex procuratore aggiunto di Pavia Mario Venditti, accusato di corruzione per un foglio trovato a casa dei suoi genitori in cui si legge “Venditti gip archivia per 20-30 euro“: l’ipotesi è che il magistrato sia stato retribuito per favorire l’archiviazione della prima indagine aperta nei suoi confronti. “Non era né più né meno un appunto che si era preso mio padre. Io penso fosse semplicemente un appunto su quanto costava ritirare le carte dell’archiviazione, per quello “20-30 euro”. L’elenco di tutte le volte che abbiamo dato soldi agli avvocati – circa 50mila euro – c’è ed è stato trovato durante l’ultima perquisizione, è in mano agli investigatori. Le spese dell’avvocato e del consulente, lì c’è tutto. Tutti i soldi sono sotto il nome di Lovati (l’ex difensore, ndr), ma è un modo generico per indicare tutti gli avvocati”. L'articolo Garlasco, Sempio da Vespa: “Contro di me accanimento, spero in buona fede. Sto chiuso in camera, non ho più una vita” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“È più forte di me. Sto tifando Jannik”: ora anche Bruno Vespa prova a salire sul carro di Sinner
“È più forte di me. Sto tifando Sinner”. Alla fine anche Bruno Vespa ha ceduto e ha tifato per l’azzurro, sempre più nella storia dello sport italiano dopo il suo secondo successo consecutivo alle Atp Finals in finale contro Carlos Alcaraz. A scriverlo su X è stato proprio il giornalista, durante la finale con Alcaraz a Torino, vinta dall’azzurro per 7-6, 7-5. Vespa si era infatti unito alla schiera di tutti i giornalisti (ma non solo), che avevano attaccato l’altoatesino in seguito alla sua decisione di non giocare la Coppa Davis dopo aver portato l’Italia a vincerla per due anni consecutivi: nel 2023 e nel 2024. Adesso che a Torino però l’azzurro ha continuato a far divertire gli italiani, ha conquistato per il secondo anno consecutivo il trofeo del torneo tra i migliori otto e ha avvicinato sempre più persone al mondo del tennis, anche Bruno Vespa ha deciso di salire sul carro. Per chi si fosse perso i precedenti, il giornalista nelle scorse settimane – dopo la sua rinuncia alla Coppa Davis – aveva attaccato Jannik Sinner per due volte su X. Prima scrivendo “Perché un italiano dovrebbe tifare per Sinner? Parla tedesco, risiede a Montecarlo e non gioca con la nazionale”, facendo una gaffe chiamando Alcaraz erroneamente “Alvarez”. Poi aggiungendo: “Dimenticavo, la rinuncia alle Olimpiadi e soprattutto il rifiuto di incontrare il capo dello Stato”. Frasi a cui Sinner non ha mai risposto. L'articolo “È più forte di me. Sto tifando Jannik”: ora anche Bruno Vespa prova a salire sul carro di Sinner proviene da Il Fatto Quotidiano.
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