L’esercizio ermeneutico di definire le tipologie del voto affermativo alla
domanda referendaria del 22 e 23 prossimi – avviato giustamente per lo specifico
caso di Calabria dal sempre inviso ai “benpensanti” procuratore Nicola Gratteri
(“mafiosi e massoni deviati voteranno sì”) – si imbatte nelle acrobazie
dialettiche di chi vorrebbe dare una verniciatura nobile alla propria scelta di
accodarsi alla bastonatura simbolica della magistratura italiana. Il tentativo
di avallare l’indegna operazione promossa dalla strana coppia Meloni-Nordio
prendendone adeguate distanze e – così – pensando di salvare il proprio habitus
di stimato membro dell’establishment illuminato e progressista; quale il manager
di lungo corso Franco Bernabè, che si giustifica dichiarando la propria scelta
lungamente sofferta. Macerazione intellettuale risolta dalla cervellotica
illuminazione che il Sì – al netto di tutti i suoi effetti palesemente inutili
e/o dannosi – garantirebbe in futuro l’emendabilità della giustizia; che invece
sarebbe bloccata per l’eternità dal No. Chissà perché.
Sicché, ricercando un filo orientativo nei retro-pensieri di un numero
considerevole di arrampicatori sugli specchi – e dando ovviamente per scontato
che buona parte dei supporter del quesito referendario sono stati convinti in
tal senso dalla potenza di fuoco della macchina propagandistica governativa –
ipotizzo che gli odiatori dei giudici si ripartiscono in due categorie: quelli
che son tali per ragioni corporative e quelli per motivazioni biografiche.
Appartengono ai primi i promotori del disegno – cui si è già accennato più volte
– di liberare la propria casta di appartenenza da ogni vincolo e contrappeso che
ne impicci le scelte attraverso l’ispezione e l’applicazione della legge. Ossia
la classe politica allargata – che comprende non solo il personale di partito,
ma anche vaste faune colluse di lobbisti e affaristi – ormai omologata al
proprio interno dall’istinto di sopravvivenza e dalla comune fruizione della
condizione privilegiata.
Una componente sociale intimamente reazionaria, oggi sempre più rampante, che
ritiene giunto il momento di liberarsi dai controlli insiti nell’ordine
democratico.
Invece un tipico esponente di questa seconda tipologia lo incontriamo a
frequenza settimanale nel salotto televisivo di Lilli Gruber, sempre più
frastornata nel governare il dibattito sul lungo interregno in cui ci stiamo
aggirando. Un ospite di cui la conduttrice non sembra avere capito le coordinate
intellettuali: il melanconico Luca Josi. Questo pretino a cui è crollata la
chiesa in cui officiava il rito craxiano, quale coordinatore della cantera del
Lider Maximo, con relativo lutto che non riesce a essere elaborato.
Insomma Josi, segretario degli under 30 socialisti dal 1991 al 1994, aveva
vissuto gli ultimi bagliori del craxismo e della restaurazione a mezzo CAF
(l’accordo spartitorio Craxi, Andreotti e Forlani) dopo il tentativo
berlingueriano del Compromesso Storico, stroncato dalle Brigate Rosse con
l’assassinio di Aldo Moro. Una stagione in cui il partito socialista andava alla
conquista dell’Italia attraverso la presidenza del Consiglio del proprio
segretario-dominus, diffondendo nei giovani adepti (miei coetanei e alcuni –
come il ligure Josi – miei conterranei) la sensazione di rappresentare la svolta
decisiva che li avrebbe issati ai vertici della piramide sociale regolando i
conti con gli odiati cugini comunisti liquidandone il comune patrimonio
culturale, con effetti strumentalmente provocatori (Marx sostituito con
Proudhon, nel manifesto a firma Craxi steso dal ghost writer Luciano Pellicani),
e la promozione di un riformismo post-democratico teorizzato da Claudio Martelli
come alleanza tra il merito e il bisogno; in apparenza tecnocratico ma in realtà
affaristico.
Ancora in quegli anni i sopravvissuti della sinistra socialista lombardiana
sconfitta indicavano i vincitori come “craxatori”. Fu questo aspetto che colpì
al cuore la giovanile ebbrezza degli Josi: l’operazione Mani Pulite, che
scoperchiò le sentine politiche della Prima Repubblica. Con relativo trauma, che
rimane latente negli sgarrettati di quella vicenda, che te lo ripropongono
ancora adesso come una congiura delle ormai odiate “toghe rosse” per azzerare la
politica degli eletti del popolo (o delle clientele?). Un ritorno (temporaneo)
alla legalità, poi il sistema di potere venne rimesso in sella dalla Seconda
Repubblica berlusconiana, vissuto dai reduci di una breve stagione carica di
promesse azzerate come una catastrofe generazionale.
Alcuni di loro si riciclarono in Forza Italia alla corte dell’ex ufficiale
pagatore di Craxi; altri coltivano amarezze da straniero in Patria, esiliati in
una Hammamet domestica. Sempre nutrendo un risentimento da nobili dell’Ancien
Régime, di cui Tocqueville disse “non hanno imparato nulla, non hanno scordato
nulla”. Da tradurre in Sì al referendum contro i giudici.
L'articolo Fenomenologia di Luca Josi o della sinistra che vota Sì al referendum
proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Il mio obiettivo è servire il Paese”. Sono le prime parole del nuovo presidente
della Repubblica portoghese, Antònio José Seguro, 63 anni, quando, alle 20.37,
lascia casa, accompagnato da moglie e figli, per dirigersi verso il centro
culturale e congressuale di Caldas da Rainha, dove è pronta la festa. Il
candidato socialista ha centrato un successo storico, ottenendo il 66,8% dei
voti: il numero delle preferenze ha superato il record ottenuto nel 1991 da
Mario Soares. Seguro si è imposto a Lisbona, Porto e nella città universitaria
di Coimbra, mentre ha perso a Faro, Madeira e Portalegre. Il voto all’estero ha
premiato l’avversario, André Ventura, leader di Chega, lo schieramento di
estrema destra populista: gli emigranti, paradosso che spiega tante cose, hanno
sostenuto chi si batte in Portogallo contro l’immigrazione. Seguro ha però
compiuto l’impresa di riunire le forze democratiche, non solo quelle della
sinistra. “Il nostro popolo è il migliore del mondo. Ha saputo compiere il suo
dovere civico anche in condizioni di emergenza come quelle causate dalle
tempeste che si sono abbattute nel Paese nelle ultime settimane”.
Dopo venti anni, Seguro ha riportato i socialisti nel palazzo di Belém,
residenza ufficiale dei capi dello Stato. Sarà la sua casa per cinque anni dal 9
marzo, anche se la moglie non sarà sempre al fianco, per rispettare i personali
impegni di lavoro. Mezz’ora dopo la chiusura dei seggi, Ventura ha riconosciuto
la sconfitta: “Seguro ha vinto, gli auguro buon lavoro”. Il premier
socialdemocratico, Luìs Montenegro, ha parlato a Porto: “Mi complimento con
Seguro, sono convinto che ci sarà cooperazione nell’interesse della stabilità
politica e dello sviluppo del Paese”.
Seguro ha trionfato, come era nelle previsioni, ma Ventura, pur battuto nella
corsa presidenziale, non ha perso quella politica. Sapeva che non avrebbe avuto
chance di diventare il nuovo capo dello stato, ma il risultato che cercava era
quello di superare la soglia del 30%, per accreditarsi come nuovo leader della
destra. Il 33,2% dei voti, trasferito sullo scacchiere politico, significa che
oggi Chega rappresenta non solo la forza più consistente della destra, ma anche
il maggior partito del Portogallo. L’operazione non è matematica, ma quando un
terzo del Paese esprime la preferenza per Ventura, significa che la consistenza
di Chega non solo si sovrappone ai socialdemocratici, ma diventa il vero
avversario dei socialisti. Ventura ha già lanciato la nuova sfida: “Guidiamo la
destra in Portogallo e presto governeremo questo paese. Non abbiamo ancora
vinto, ma siamo sulla strada giusta per farcela”.
Il grande sconfitto di questo voto è il premier Montenegro. Ha sbagliato la
scelta del candidato di Allenza Democratica, Luis Manuel Marques Mendes,
addirittura quinto nel turno del 18 gennaio. Ha gestito male le tre settimane
che hanno preceduto il ballottaggio, chiudendosi nel silenzio e lasciando libero
il suo elettorato di esprimersi tra Seguro e Ventura. Non è un caso se, nel
messaggio di felicitazioni, Montenegro abbia subito strizzato l’occhio al nuovo
presidente. Ventura è il suo vero nemico ed è scontato che il governo in carica,
di centrodestra, dovrà fare i conti con l’aggressività del leader di Chega.
Seguro potrà mediare, ma i poteri in una repubblica semipresidenziale sono
limitati.
Il Portogallo entra in una nuova fase politica e sarà interessante verificare
come cavalcheranno i socialisti il successo presidenziale dopo la sconfitta alle
legislative del 2025. Il trionfo di Seguro è il segnale che il partito ha
rialzato la testa. Il nuovo segretario, José Luìs Carneiro, ha lanciato un
messaggio pieno di significati: “La vittoria di Seguro appartiene a tutti i
democratici. E’ il trionfo della speranza sul risentimento, delle libertà, dei
diritti e delle garanzie di tutti i cittadini, dei valori della Costituzione.
Questo successo proviene da un ampio campo politico che va dall’estrema sinistra
del Partito Socialista al centro-destra e alla destra democratica. È la vittoria
di tutti gli umanisti”.
Seguro ha incassato gli auguri e il plauso delle autorità europee: il
connazionale e presidente del Consiglio europeo Antònio Costa, la presidente
della Commissione europea Ursula von der Leyen, la presidente del Parlamento
europeo Roberta Metsola. Il presidente francese Macron è stato tra i primi a
congratularsi attraverso i social. Seguro si è tolto la soddisfazione di battere
l’avversario a Mem Martins, la città dove Ventura è cresciuto e dove il leader
di Chega il 28 gennaio aveva dichiarato la sua ferrea volontà di vincere. Dalla
sua roccaforte, Seguro ha ricordato le 14 vittime del maltempo delle ultime due
settimane. “Visiterò le zone colpite per garantire che gli aiuti arrivino. Non
le dimenticherò e non le abbandonerò. La risposta al dolore non è gridare. E’
lavorare e c’è molto da fare”.
L'articolo Portogallo, il socialista Seguro è il nuovo presidente della
Repubblica. Ma l’estrema destra di Ventura supera il 30 per cento proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Nonostante le lunghe contrattazioni per la formazione della nuova ‘maggioranza
Ursula’ al Parlamento Ue, nel Partito Popolare Europeo la voglia di staccarsi
dalla storica alleanza centrista con socialisti e liberali e dare inizio a una
nuova stagione insieme alla destra non è svanita. Soprattutto in quella fazione
del partito che fa capo a Manfred Weber e Antonio Tajani. Un’aspirazione che si
è di nuovo palesata giovedì pomeriggio, quando il presidente del Ppe ha compiuto
un blitz in conferenza dei presidenti per chiedere l’annullamento della missione
della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni del
Parlamento europeo (LIBE), programmata già da due mesi, in Italia. Il timore,
come scritto da Ilfattoquotidiano.it, era quello di disturbare l’esecutivo
italiano su temi delicati come la giustizia, proprio nei giorni in cui la Corte
di cassazione ha dato il via libera ai quattro quesiti sul referendum che si
terrà con ogni probabilità a marzo, e libertà di stampa. Missione compiuta,
quella di Weber, grazie all’appoggio dell’estrema destra. Ma non è la prima
volta che il Ppe chiede o offre aiuto all’ala più conservatrice e nazionalista
dell’Eurocamera, scatenando le proteste del resto della ‘maggioranza Ursula‘.
Il primo episodio di cedimento dell’annunciato “cordone sanitario” intorno alle
destre risale al settembre 2024, quando i Popolari hanno votato, facendo
approvare la risoluzione, insieme ai Conservatori (Ecr), Patrioti e Sovranisti
per riconoscere Edmundo González Urrutia come legittimo presidente del
Venezuela, non riconoscendo quindi la vittoria di Nicolas Maduro. Un episodio
che sancì la nascita di quella che venne ribattezzata ‘maggioranza Venezuela‘,
la stessa che portò sempre Ppe ed Ecr a unirsi per candidare l’opposizione
venezuelana al Premio Sakharov per la libertà di pensiero. Riconoscimento che
andò proprio agli oppositori del governo di Caracas.
Si passa poi alla fine del 2024, quando è il momento di votare sul bilancio 2025
dell’Unione europea. Nel corso del lungo processo decisionale, molti
eurodeputati del Ppe, tra cui anche il capogruppo Weber, hanno sostenuto col
proprio voto diversi emendamenti presentati dai Sovranisti per ridurre i
finanziamenti all’Agenzia europea per i diritti fondamentali, per finanziare la
costruzione di muri alle frontiere e per istituire campi di espulsione per i
richiedenti asilo.
Sempre un anno fa, il Ppe, con l’appoggio dell’estrema destra, riuscì a far
approvare dalla Plenaria, con 371 voti favorevoli, 240 contrari e 30 astenuti,
il rinvio di un anno dell’applicazione del regolamento sulla deforestazione e un
alleggerimento delle limitazioni. In quell’occasione, i Popolari dovettero
ritirare 6 dei 15 emendamenti proposti per annacquare il regolamento, ma si
videro comunque approvare tutti gli altri, tranne uno. Tra quelli che
ricevettero il via libera dal Parlamento ce ne era ad esempio unoche introduceva
la categoria di Paese “senza rischio”, a fianco a quelli a basso, medio e alto
rischio. Si tratta di Stati dai quali poter importare prodotti senza nuovi
obblighi. In particolare, nella categoria “nessun rischio” rientrerebbero Paesi
“o parti di essi” in cui “lo sviluppo delle aree forestali è rimasto stabile o è
aumentato rispetto al 1990” e dove è stato siglato l’Accordo di Parigi sul clima
“e le convenzioni internazionali sui diritti umani e sulla prevenzione della
deforestazione”.
Passano otto mesi e si arriva al luglio scorso. Oggetto dello scontro era la
nomina dell’eurodeputato di Fratelli d’Italia, Alessandro Ciriani, a relatore
per il dossier legislativo sulla lista Ue dei cosiddetti Paesi terzi sicuri. Un
tema di importanza primaria per l’Italia che fin dal novembre 2023, quando è
stato siglato il protocollo d’intesa con Tirana, ha cercato di spingere il
cosiddetto modello Albania per la gestione dei migranti fin dentro i palazzi
dell’Ue. E in questo processo diventa fondamentale la definizione di “Paese
terzo sicuro” all’interno del nuovo quadro normativo Ue. Un allargamento delle
maglie, come auspicato dalla destra, che accelererebbe le procedure di
espulsione per i richiedenti asilo. Ipotesi che non piace, però, ai partiti
progressisti alleati del Ppe, secondo i quali il rischio è quello di violare le
tutele individuali e abbassare gli standard di protezione internazionale. Nessun
problema, invece, per i Popolari che a luglio hanno così deciso di schierarsi
con le destre e nominare Ciriani relatore del dossier. Una mossa che, per le
sinistre, ha rappresentato la prima rottura di quel “cordone sanitario” intorno
all’estrema destra annunciato in primis proprio da Manfred Weber.
Passano quattro mesi ed ecco che il Ppe decide di giocarsi una nuova svolta
improvvisa a destra. Nel corso della mini-plenaria del 13 novembre si vota il
compromesso promosso dal Ppe sulla semplificazione delle direttive sugli
obblighi di due diligence e reportistica ambientale per le aziende. Ad esempio,
nel testo si legge che gli obblighi di due diligence (dovuto controllo
preventivo) dovrebbero applicarsi a grandi società con più di 5mila dipendenti e
un fatturato annuo superiore a 1,5 miliardi di euro. Paletti che esonerano così
la maggior parte delle società. E anche quelle che rientrerebbero negli standard
previsti non saranno comunque più tenute a preparare un piano di transizione per
rendere il loro modello di business in linea con gli obiettivi dell’accordo sul
clima di Parigi, ma potranno essere soggette a sanzioni pecuniarie per il
mancato rispetto dei requisiti di sostenibilità ambientale e sociale lungo la
loro intera catena di approvvigionamento. Anche in tema di direttiva sulla
rendicontazione ambientale si alza la soglia del campo di applicazione,
limitandola alle aziende con oltre 1.750 dipendenti e un fatturato netto annuo
superiore a 450 milioni di euro che dovranno redigere relazioni sociali e
ambientali. Solo le imprese che rientrano in questo ambito saranno inoltre
tenute a fornire relazioni sulla sostenibilità in linea con la tassonomia,
ovvero la classificazione degli investimenti sostenibili dell’Ue. Una
deregulation, secondo l’ala progressista del Parlamento, che favorirebbe le
aziende nell’aggiramento degli standard ambientali e sul rispetto dei diritti
umani sul luogo di lavoro. Non un problema, invece, per i Popolari intenti a
smantellare il Green Deal tanto caro, nello scorso mandato, a Ursula von der
Leyen. Così, raccolte le posizioni degli alleati progressisti, hanno deciso di
allearsi con la destra. Risultato: il Parlamento ha approvato con 382 voti a
favore, 249 contrari e 13 astenuti.
“Oggi è un giorno positivo per le imprese e la competitività europee – si
leggeva in una nota del gruppo dei Popolari poco dopo il voto – Un anno fa, il
Ppe aveva promesso agli elettori di ridurre la burocrazia, semplificare le
normative esistenti ed eliminare gli oneri inutili per le aziende europee. Oggi
abbiamo mantenuto la promessa. Abbiamo rimesso la competitività all’ordine del
giorno e dimostrato che l’Europa può essere sia sostenibile che competitiva”. Ma
questo secondo voltafaccia aveva di nuovo scatenato le proteste dei Socialisti:
“Oggi, in una votazione sul pacchetto Omnibus sulla sostenibilità, il gruppo
conservatore del Ppe e i gruppi di estrema destra del Parlamento hanno unito le
forze per eliminare la responsabilità delle aziende per i danni che causano alle
persone e al pianeta – si replicava in una nota del gruppo S&D – Il gruppo si
impegna a semplificare le leggi per semplificare la vita di cittadini e imprese,
ma non sosterrà un programma di deregolamentazione incontrollata, che
distruggerebbe gli standard e le regole europee che abbiamo adottato
democraticamente molto di recente. Ci rammarichiamo che il Ppe abbia deciso di
uscire dalla maggioranza filoeuropea per unirsi all’estrema destra scettica sul
clima ed euroscettica”. I Socialisti ancora non sapevano, o forse sì, che quella
di giovedì scorso non sarebbe stata l’ultima svolta a destra dei loro alleati.
Tanto che nel campo conservatore si è iniziato a parlare di una nuova
‘maggioranza Giorgia‘ che sta man mano sostituendo la ‘maggioranza Ursula’.
X: @GianniRosini
L'articolo Dalla ‘maggioranza Ursula’ alla ‘maggioranza Giorgia’: tutte le volte
che Ppe ed estrema destra si sono alleate in Ue (facendo infuriare la sinistra)
proviene da Il Fatto Quotidiano.