L'articolo Referendum giustizia, urne chiuse alle 15. Attesa per gli exit poll.
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Una Francia frammentata, spaccata da diverse spinte e senza ancora una bussola
chiara su quello che succederà alle prossime presidenziali. Con un’astensione
record tra il 41,5 e il 44% degli elettori, il primo turno delle elezioni
Municipali consegna la fotografia di un Paese diviso e fortemente polarizzato.
Se è difficile fare una valutazione complessiva, anche perché a livello locale
non sempre i partiti si presentano con i propri simboli, resta il fatto che chi
festeggia oggi sono le forze considerate più estreme a destra e sinistra: il
Rassemblement National e la France Insoumise. Ma finito il primo round, ora si
apre la guerra delle alleanze. Con un paradosso nuovo: fare accordi per Le Pen e
i suoi sembra all’improvviso quasi più facile che riuscire a far trovare
un’intesa alla sinistra. E solo da lì passeranno i vincitori.
PARIGI, MARSIGLIA E LIONE: DOVE LA ROTTURA A SINISTRA PUÒ ESSERE DECISIVA
A Parigi, si classificano al secondo turno ben cinque candidati: in testa il
socialista Emmanuel Grégoire (37%), davanti di 10 punti all’ex ministra dell’era
Sarkozy Rachida Dati (25%). Si sono classificati anche Sophia Chikirou de la
France Insoumise (11,7%), il macroniano Pierre Yves Bournazel di Horizons (11%)
e Sarah Knafo (10%) del partito di ultradestra Reconquete. Qui la campagna
tesissima a sinistra e il buon risultato del collega dell’uscente Anne Hidalgo,
sembrano impedire qualsiasi accordo a sinistra. Mentre il centrista Bournazel ha
già teso la mano alla candidata dei Républicains. L’altro fronte caldo è quello
di Marsiglia, dove l’unione delle sinistre (tranne LFI) ha spinto in testa
l’uscente Benoit Payant (36,7%), ma con il candidato del Rassemblement National
Frank Alloisio che lo tallona al 35%. Al 12 si classifica l’estrema destra di
Martine Vassal e al 10 il candidato degli Insoumis Sebastien Delogu. Anche qui,
poche o nulle le speranze di trovare un’intesa tra le sinistre e il partito di
Jean-Luc Mélenchon e il rischio di consegnare la città alla destra è molto più
che concreto. A Lione è testa a testa tra il Verde Grégory Doucet (37%) e la
destra di Jean-Michel Aulas (36%). Passa il turno anche la candidata de la
France Insoumise Anaïs Belouassa-Cherifi che, salvo sorprese, si ripresenterà
dopo che le altre sinistre hanno rifiutato ogni accordo.
RASSEMBLEMENT NATIONAL SI CONSOLIDA ANCHE A SUD
Il partito guidato da Jordan Bardella ha vinto dove era già forte, ma non solo.
In generale ha consolidato la sua presenza sui territori, ottenendo più di 100
candidati che passano al secondo turno. Tra i successi di questa tornata, c’è
sicuramente il rafforzamento della presenza a Sud: è il caso dell’inespugnabile
Marsiglia, dove addirittura uno dei loro tallona il sindaco uscente. Ma anche
Nizza, dove sostenevano Eric Ciotti e sono in testa; e Tolone, dove hanno un
candidato targato Rn che domina il primo turno. Il partito di Le Pen ha poi
vinto di nuovo al primo turno a Perpignan, città roccaforte del partito; Fréjus;
Hénin-Beaumon.
LA FRANCE INSOUMISE RESISTE. E VINCE A SAINT-DENIS
La France Insoumise, sempre più spinta agli estremi del campo repubblicano dopo
la morte del militante di estrema destra Lione, incassa risultati insperati in
molte delle corse locali. Non solo strappa il secondo turno a Marsiglia e Parigi
e può fare pressione sulle altre sinistre, ma è in netto vantaggio a Roubaix con
un suo candidato. Tra i successi, la vittoria al primo turno a Saint-Denis,
seconda città più grande della regione Île-de-France dopo Parigi: Bally Bagayoko
ha battuto il Socialista uscente Hanotin. Il primo cittadino degli Insoumis,
origine maliana e cresciuto nelle zone più popolari della Capitale, è “il
simbolo di una nuova Francia”, hanno rivendicato i suoi.
IL CAMPO PRESIDENZIALE AI MINIMI TERMINI
Le municipali confermano infine, la grande debolezza del campo presidenziale. Il
partito di Macron quasi non esiste e se c’è è sempre a rimborchio di altre forze
centriste. Ad esempio, a Nizza correva Christian Estrosi, arrivato dietro alle
destre guidate da Ciotti. L’unico che feseggia è l’ex primo ministro Édouard
Philippe che esce dal primo turno nel suo comune Le Havre con una decina di
punti di vantaggio sul concorrente comunista. Dovrà comunque affrontare il
ballottaggio.
L'articolo Municipali, Francia frammentata: festeggiano France Insoumise e
Rassemblement National. Ora è guerra di alleanze proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Michael stringe con le mani sudate la bandiera rossa della giovanile dei
socialisti e fissa la piazza da dietro il cordone della polizia. Al centro, nel
cuore di Stoccarda, un centinaio di persone sventola i colori della Germania e
del Baden-Württemberg. Sono gruppi legati all’estrema destra e tra loro si
mescola di tutto: no vax, complottisti e – spesso – anche neonazisti. Li
circondano una distesa di forze dell’ordine. Di fronte, i manifestanti venuti
per contestarli intonano “siamo tutti antifascisti”. Michael aspetta che si apra
un varco per infilarsi: “Siamo più di loro”, dice. A pochi metri, famiglie
affollano i tavolini dei bar per godersi il sole primaverile, mentre al mercato
i politici si affannano per distribuire gli ultimi volantini. Mancano 24 ore
alle elezioni regionali, quelle dove il cancelliere Merz si gioca il primo test
dell’anno con la Cdu e i Verdi a rubarsi i voti testa a testa. Dietro incombe,
intorno al 20 per cento, la destra estrema di AfD che punta a raddoppiare il suo
ultimo risultato anche qui, nella regione più ricca d’Europa, già patria
dell’industria automobilistica di Porsche e Mercedes-Benz e dei colossi
familiari come Bosch e Mahle. Una terra di eccellenze, costretta a gestire i
licenziamenti e finita sotto scacco della Cina e delle crisi geopolitiche. Ma
anche di un modello che non è stato riconvertito in tempo e ora si aggrappa
disperatamente all’intelligenza artificiale o al riarmo.
LE PIAZZE E GLI APPELLI AL VOTO. ANCHE AGLI ELETTORI AFD
La piazza che rivendica “libertà” assicura di essere apartitica, ma difficile
trovare qualcuno con dei dubbi: “Alle urne voterò AfD”, dice Gertrud che al
collo ha un cartello con un messaggio per la pace nel mondo. “Lavoro come
centralinista, sento cosa chiedono le persone e come stanno. I politici dicono
che andrà tutto bene, ma non è vero”. Nella contro-manifestazione, si invoca la
difesa della democrazia: “Bloccare i nazisti ovunque appaiono”, dicono i
cartelli. Michael è lì per la Spd, il partito di governo che qui è dato
addirittura sotto al 10%: “Ma non li voterò neppure io”, confessa. “Meglio dare
il mio sostegno ancora più a sinistra alla Die Linke per sperare che superino lo
sbarramento. I socialisti hanno le risposte, ma non sono stati capaci di
comunicarle a chi ha paura”.
A pochi chilometri di distanza, i candidati si sfidano tra i banchi del mercato,
sotto gli occhi della statua austera del poeta Schiller. La Cdu, data in
vantaggio per mesi, ha visto assottigliarsi il risultato fino a essere ridotta a
contendersi i voti con i compagni di coalizione dei Verdi. In un comizio di
chiusura che trasudava preoccupazione a Ravensburg, il candidato Manuel Hagel ha
implorato: “Convincete almeno tre persone a testa”. Merz, venuto da Berlino solo
per l’occasione, ha preso gli applausi ribadendo che “mai e poi mai faremo
accordi con l’AfD”. Seppur sperando che i loro sostenitori, alle urne, cambino
idea. Klaus Wenk è consigliere comunale della Cdu e ha passato la mattina a
volantinare: “So che una persona su cinque vota AfD, ma so anche che uno su
cinque non è stupido. Spero alla fine si schiereranno per noi”. Tra i banchi del
mercato a fermare le persone, di loro non si vede nessuno. “Non li ho mai
incontrati qui”, dice Wenk. “Non hanno bisogno di questo tipo di campagne e
preferiscono stare nell’ombra”. Sono come fantasmi: non si vedono, ma tutti ne
parlano. A venti metri di distanza, nell’angolo sotto il sole, non si ferma un
minuto la Verde Muhterem Aras. Origini curde, già presidente dell’assemblea
legislativa regionale, è finita tra i politici da proteggere per aver espulso
dall’Aula due esponenti di AfD. “Da poco la situazione si è calmata”, dice. “Ho
ricevuto molte minacce e sono stata più volte scortata dalla polizia”. Ora è uno
dei volti più attivi per la rimonta: i passanti si fermano, fanno domande. È un
viavai di mani strette. Richard, emigrato dal Giappone da più di 20 anni, li
osserva in disparte: “Non so chi vincerà, ma so che serve più coraggio dei
politici”, dice. “La gente vuole dei cambiamenti”.
LA TERRA DELLE AUTOMOBILI CON LO SPETTRO DEL RIARMO
Il Baden-Württemberg è la terra delle auto. Qui sono nate le case
automobilistiche più famose della Germania e, di conseguenza, le fabbriche di
fornitori di componenti. “L’aria è sempre inquinata”, racconta una signora, “per
le industrie e perché tutti amano guidare la propria macchina. La città è dentro
una conca”. Il centro lindo, con le aiuole ordinate e la raccolta differenziata,
non basta e l’unica cosa che la ricchezza non è riuscita a cambiare è la qualità
dell’aria. Ma in questi anni di paure per il futuro, il clima è diventato
l’ultimo dei problemi: qui entro il 2030 si potrebbero perdere fino a 66mila
posti di lavoro nel settore automobilistico. Solo Porsche, entro il 2029 ne
taglierà 1900. Il tasso di disoccupazione è del 4,8%: un dato che non dice molto
al resto del mondo a fronte di una Regione che ha il Pil pro capite tra i più
alti dell’Ue (superiore del 29% rispetto alla media), ma che qui è il peggiore
dal 2007.
E per chi voti se hai paura del licenziamento? La sintesi la fa uno dei cartelli
usati dall’AfD: “La tua auto voterebbe per noi”. Hanno la risposta più
immediata: ritorno al motore a combustione, energia nucleare e obbligo per i
cittadini di comprare auto tedesche. Tutto il contrario di quello che hanno
fatto i Verdi, che qui sono noti per il loro “pragmatismo” e che hanno governato
negli ultimi 15 anni con Winfried Kretschmann. La sfida ora passa al successore
Cem Özdemir: ex ministro federale dell’agricoltura, origine turca, gode di una
grande popolarità e piace anche fuori dal suo elettorato. A dargli un mano ci ha
pensato poi, un video scandalo dell’avversario Hagel: parlando con un
giornalista locale pronuncia frasi sessiste su una classe di ragazzine che ha
appena incontrato in un evento. Risale a nove anni fa, quando di anni ne aveva
29, ma è diventato virale e per un po’ è passata in secondo piano la discussione
economica, che però resta centrale e influenzerà il voto. E cosa propongono i
leader? Özdemir punta sull’elettrico. Hagel vuole diversificare e pensa alla
difesa, quindi fare in modo che sempre più aziende investano sul riarmo.
La dirigente sindacale dei metalmeccanici Ig Metall Barbara Resch chiede una
svolta. “Serve un nuovo piano industriale”. L’errore, dice, è stato “adagiarsi
sul fatto che siamo leader mondiali”. Il problema è che si investe sulla
mobilità del futuro, ma non c’è la domanda. E quindi arrivano i tagli. “Però non
credo allo scenario catastrofico di Stoccarda trasformata in una nuova Detroit.
Sono convinta che sia possibile fare diversamente”. Ma secondo Resch non è il
riarmo la via d’uscita: “Abbiamo 42.000 occupati nel settore della difesa in
Baden-Württemberg, mentre nell’industria automobilistica sono circa 400mila.
Quindi la difesa non può risolvere i problemi occupazionali”.
Lo dice anche Trumpf, l’azienda leader nel mondo per la tecnologia laser. Al
momento davanti ai cinesi, ma la consapevolezza è che può non essere così per
sempre. La sede è alle porte della città e ospita alcune delle macchine più
potenti al mondo, la cui maggior parte sono top secret. Intanto, a fine 2025,
hanno annunciato un progetto per inserire la tecnologia sui droni. “Non è una
scelta opportunista, ma fatta perché abbiamo un obbligo di difesa del Paese”,
spiega Hagen Zimer, ceo del laser. “Siamo forse l’unico produttore di sistemi
laser ad alte prestazioni in Europa, che può garantire in modo credibile e
continuativo la disponibilità di questa tecnologia per abbattere droni. Avevamo
una responsabilità morale e sociale”. E la decisione, ci tiene a dirlo, non è
stata presa a cuor leggero, ma è arrivata dopo lunga discussione del consiglio
dopo la quale si “è deciso di entrare in questo business per fornire al Paese la
tecnologia giusta per affrontare eventuali guerre future”. Ma, interviene Nicola
Leibinger-Kammuller – amministratrice delegata, gestrice dell’azienda di
famiglia e una delle donne miliardarie al mondo – “non è certo un business a
breve termine. Ci aspettiamo ricavi non prima di tre o quattro anni. E per noi
non è un salvagente, continuiamo a occuparci anche degli altri settori”. Che non
sia l’inizio di un coinvolgimento ancora più massiccio nella difesa lo
ribadiscono: “Tutti i posti di lavoro che si liberano nel settore
automobilistico e nella filiera dei fornitori automobilistici non saranno in
alcun modo compensati dal settore della difesa”, chiude Zimer. “Stiamo vivendo
un effetto bolla. Sarebbe fatale se tutta questa quantità di persone si
spostasse verso un’economia di guerra, e spero davvero per tutti noi che ciò non
avvenga”.
L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE E LA CORSA CONTRO IL TEMPO
La realtà è che nessuna delle opzioni messe in campo finora è riuscita ad
arginare le perdite. Soprattutto non in breve tempo. Alle porte della città
universitaria di Tubingen, sorge la Cyber Valley. Campus all’americana, immerso
nel verde e a due passi dal laboratorio di eccellenza del Max Planck Institute.
Qui si lavora a tempo pieno sugli usi possibili dell’intelligenza artificiale,
ma la competizione con l’esterno è spietata. “Alcune navi sono salpate, altre
potrebbero partire ancora”, commenta Philip Henning del Tubingen Ai Center. Una
corsa contro il tempo, nonostante la regione sia “la terza per innovazione al
mondo”, dice il ceo Florian K. Mayer. Oltre 100 le startup coinvolte, ma non
abbastanza per rimediare ai licenziamenti in corso nelle fabbriche. L’attenzione
particolare va all’automotivo, ma anche alla difesa. “Siamo coinvolti nel campus
di ricerca militare dell’università di Stoccarda che finanzia il ministero”. Una
scelta recente che ha suscitato poche reazioni. Qui, raccontano, si respira
un’aria internazionale e progressista, tanto che quando nel cluster dei
finanziamenti è entrato Amazon c’è stata la rivolta. Ma ora che si parla di
start up che possono servire per le armi? “Stranamente nessuno ha protestato”,
dice Mayer. Tra i fiori all’occhiello c’è la startup di Anand Waghmare, capace
di mettere in ordine e raccogliere le immagini che arrivano dai satelliti.
Quindi, volendo, individuare truppe. “Alcuni militari hanno già manifestato il
loro interesse”, racconta. “Io sono aperto alla discussione”. Con quali limiti?
“Sono di origine indiana e sono grato a quello che mi ha dato la Germania, per
molto tempo saremo focalizzati sull’Europa”. Per ora, è così.
UN’IDENTITÀ CROLLATA E IL BALZO AFD
In questo scenario di paure si muovono i candidati. Cercando di dare risposte
mentre le guerre si sommano l’una all’altra e con queste arrivano nuove paure.
Che Stoccarda e il Baden-Württemberg perdano la centralità è una. In questo
scenario l’AfD è raddoppiata, almeno nei sondaggi: è più bassa che nel resto
della Germania, ma comunque raggiunge cifre impossibili da immaginare qualche
anno fa. Il candidato AfD Steffen Deggler ripete tutti i punti chiave: la
remigrazione, che deve riguardare chi non rispetta la Germania, gli allarmi per
la sicurezza, ma anche la fine del sostegno all’Ucraina che deve accettare la
perdita di territori. La forza su cui gioca è il potersi presentare come quelli
che al potere non ci sono mai stati: “Cdu e Verdi hanno governato insieme negli
ultimi dieci anni”, dice, “ora Hagel parla di espulsioni e di cambiamenti
economici: sta adottando gran parte delle posizioni dell’AfD. Ma chi le può
attuare? Noi”. Mentre parla, il suo candidato presidente Markus Frohnmaier è in
visita a Washington. “Ma il sostegno di Musk non ha avuto alcun effetto su di
noi”, sostiene. Più crescono e più il dibattito su quella che loro stesso
chiamano “Melonification” si presenta, ovvero il rischio di dover fare troppi
compromessi se si arriva al potere: “Io non giudico i leader di altri Paesi”,
dice. “Certamente Giorgia Meloni ha avuto molte buone idee per cui è stata
eletta. Ne ha realizzate molte, altre no”. E, naturalmente, non è la fine che
vogliono fare dalle parti di AfD: “Noi manterremo le promesse”, è l’illusione.
Tra le tante contestazioni al partito di Alice Weidel, c’è quella di controllare
la comunicazione sui social network. “In realtà c’è una bolla di sinistra online
a cui noi ci contrapponiamo”, sostiene l’uomo ombra di Deggler che segue i
video. Riescono su un campo decisivo e, considerato che in questa elezione
votano per la prima volta anche i 16enni, la questione spaventa tutti gli altri.
Ma non basta per vincere. Li osserva con ansia anche Peter Friedrich, presidente
della camera dell’artigianato con un passato di dirigente per Spd: “AfD riesce a
rivolgersi a un gruppo enorme di persone che si era ritirato dalla politica. Per
me è un voto di protesta perché ci sono sostenitori in alcune delle aree più
ricche. Credo sia una questione di identità. Eravamo i migliori, ora ci sono
altri che fanno le stesse cose. E si scelgono gli estremi”. Al lato opposto di
AfD, la sinistra Die Linke cerca di avere un posto nel Parlamento regionale. “La
nostra è stata una campagna porta a porta”, dice Andre Dorr, uno dei membri
della segreteria, mentre gira in bicicletta con gli ultimi volantini. “Abbiamo
visitato più di 100 case e chiesto a tutti cosa non va. La risposta? Gli affitti
insostenibili. Il problema sociale non può più essere ignorato”. Lo dice anche
l’esponente dei Verdi Arras: “I nemici della democrazia fanno discorsi semplici,
noi non possiamo parlare con la loro stessa voce, altrimenti gli elettori
sceglieranno l’originale”. Lo slogan che campeggiava alle spalle di Merz durante
l’ultimo comizio era: “In tempi incerti, sempre conservatore”. Ovvero non
cambiare, o almeno non troppo. Ora resta solo da vedere cosa decideranno gli
elettori.
L'articolo Elezioni in Germania, viaggio nella patria delle auto tra paura della
crisi e balzo AfD. “Produrre armi per evitare licenziamenti? Così non basta”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è una data per l’annuncio delle elezioni presidenziali e del referendum in
Ucraina. Il 24 febbraio il presidente Zelensky dovrebbe parlare alla nazione,
nel giorno del quarto anniversario dell’invasione. Lo scrive il Financial Times
citando funzionari ucraini ed europei. Secondo la testata londinese, il governo
ucraino vorrebbe chiamare il popolo alle urne, lo stesso giorno, per le elezioni
politiche e il referendum su un eventuale accordo di pace con la Russia. La
scelta è seguita alle pressioni di Donald Trump, affinché entrambe le votazioni
si tenessero entro il 15 maggio, pena la perdita delle garanzie di sicurezza
proposte dagli Usa. Il presidente Usa vorrebbe porre fine alla guerra entro
l’estate, per correre alle elezioni di midterm senza il fardello della guerra in
Ucraina.
“Gli ucraini hanno questa idea radicata che tutto debba essere legato alla
rielezione di Zelensky”, ha affermato un funzionario occidentale, riferendosi al
possibile referendum sull’accordo di pace. Secondo il Financial Times, il
governo sarebbe disposto a soddisfare rapidamente le richieste americane,
nonostante i sondaggi indichino un calo dei consensi per il presidente.
Ma sia la road map che l’ultimatum degli Stati Uniti non è detto che saranno
rispettati, secondo funzionari ucraini e occidentali sentiti dal Financial
Times. La grande incognita risiede nei progressi verso un accordo di pace con il
presidente russo Vladimir Putin. Secondo il calendario di lavoro, il Parlamento
ucraino fra marzo e aprile dovrebbe lavorare alle modifiche legislative
necessarie per consentire il voto in condizioni di guerra. La legge marziale
vieta all’Ucraina di tenere elezioni nazionali durante un conflitto armato.
Secondo la testata, Zelensky vorrebbe massimizzare le sue prospettive di
rielezione, rassicurando al contempo Donald Trump che Kiev non sta rallentando
un accordo di pace.
Sul campo, intanto, le truppe russe sarebbero avanzate nelle ultime 24 ore,
soprattutto in due aree della Repubblica Popolare di Donetsk: Ilyinivka e
Stepanivka. Lo ha dichiarato alla Tass l’esperto militare Andrei Marochko.
Secondo quest’ultimo, le forze ucraine stanno cercando di riconquistare
posizioni perse nei pressi della stazione ferroviaria della città, dove i
combattimenti sono descritti come “feroci, intensi e tesi”. La scorsa settimana,
Mosca aveva ampliato la sua area di controllo fino a 1,5 km attorno a tre
insediamenti vicini a Kostiantynivka.
I raid russi non si fermano. Un attacco nella regione orientale di Kharkiv ha
ucciso tre bambini e un adulto, ha annunciato il capo dell’amministrazione
militare locale Oleg Synegubov. Secondo un rapporto della Missione di
monitoraggio dei diritti umani delle Nazioni Unite in Ucraina (Hrmmu) pubblicato
all’inizio di gennaio, quasi 15.000 civili ucraini sono stati uccisi e 40.600
feriti dall’inizio dell’invasione russa il 24 febbraio 2022. Il rapporto afferma
che il 2025 è stato l’anno più mortale dopo il 2022, con oltre 2.500 civili
uccisi.
L'articolo Financial Times: “Il 24 febbraio Zelensky vuole annunciare le
elezioni presidenziali e il referendum sull’accordo di pace” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
“Il mio obiettivo è servire il Paese”. Sono le prime parole del nuovo presidente
della Repubblica portoghese, Antònio José Seguro, 63 anni, quando, alle 20.37,
lascia casa, accompagnato da moglie e figli, per dirigersi verso il centro
culturale e congressuale di Caldas da Rainha, dove è pronta la festa. Il
candidato socialista ha centrato un successo storico, ottenendo il 66,8% dei
voti: il numero delle preferenze ha superato il record ottenuto nel 1991 da
Mario Soares. Seguro si è imposto a Lisbona, Porto e nella città universitaria
di Coimbra, mentre ha perso a Faro, Madeira e Portalegre. Il voto all’estero ha
premiato l’avversario, André Ventura, leader di Chega, lo schieramento di
estrema destra populista: gli emigranti, paradosso che spiega tante cose, hanno
sostenuto chi si batte in Portogallo contro l’immigrazione. Seguro ha però
compiuto l’impresa di riunire le forze democratiche, non solo quelle della
sinistra. “Il nostro popolo è il migliore del mondo. Ha saputo compiere il suo
dovere civico anche in condizioni di emergenza come quelle causate dalle
tempeste che si sono abbattute nel Paese nelle ultime settimane”.
Dopo venti anni, Seguro ha riportato i socialisti nel palazzo di Belém,
residenza ufficiale dei capi dello Stato. Sarà la sua casa per cinque anni dal 9
marzo, anche se la moglie non sarà sempre al fianco, per rispettare i personali
impegni di lavoro. Mezz’ora dopo la chiusura dei seggi, Ventura ha riconosciuto
la sconfitta: “Seguro ha vinto, gli auguro buon lavoro”. Il premier
socialdemocratico, Luìs Montenegro, ha parlato a Porto: “Mi complimento con
Seguro, sono convinto che ci sarà cooperazione nell’interesse della stabilità
politica e dello sviluppo del Paese”.
Seguro ha trionfato, come era nelle previsioni, ma Ventura, pur battuto nella
corsa presidenziale, non ha perso quella politica. Sapeva che non avrebbe avuto
chance di diventare il nuovo capo dello stato, ma il risultato che cercava era
quello di superare la soglia del 30%, per accreditarsi come nuovo leader della
destra. Il 33,2% dei voti, trasferito sullo scacchiere politico, significa che
oggi Chega rappresenta non solo la forza più consistente della destra, ma anche
il maggior partito del Portogallo. L’operazione non è matematica, ma quando un
terzo del Paese esprime la preferenza per Ventura, significa che la consistenza
di Chega non solo si sovrappone ai socialdemocratici, ma diventa il vero
avversario dei socialisti. Ventura ha già lanciato la nuova sfida: “Guidiamo la
destra in Portogallo e presto governeremo questo paese. Non abbiamo ancora
vinto, ma siamo sulla strada giusta per farcela”.
Il grande sconfitto di questo voto è il premier Montenegro. Ha sbagliato la
scelta del candidato di Allenza Democratica, Luis Manuel Marques Mendes,
addirittura quinto nel turno del 18 gennaio. Ha gestito male le tre settimane
che hanno preceduto il ballottaggio, chiudendosi nel silenzio e lasciando libero
il suo elettorato di esprimersi tra Seguro e Ventura. Non è un caso se, nel
messaggio di felicitazioni, Montenegro abbia subito strizzato l’occhio al nuovo
presidente. Ventura è il suo vero nemico ed è scontato che il governo in carica,
di centrodestra, dovrà fare i conti con l’aggressività del leader di Chega.
Seguro potrà mediare, ma i poteri in una repubblica semipresidenziale sono
limitati.
Il Portogallo entra in una nuova fase politica e sarà interessante verificare
come cavalcheranno i socialisti il successo presidenziale dopo la sconfitta alle
legislative del 2025. Il trionfo di Seguro è il segnale che il partito ha
rialzato la testa. Il nuovo segretario, José Luìs Carneiro, ha lanciato un
messaggio pieno di significati: “La vittoria di Seguro appartiene a tutti i
democratici. E’ il trionfo della speranza sul risentimento, delle libertà, dei
diritti e delle garanzie di tutti i cittadini, dei valori della Costituzione.
Questo successo proviene da un ampio campo politico che va dall’estrema sinistra
del Partito Socialista al centro-destra e alla destra democratica. È la vittoria
di tutti gli umanisti”.
Seguro ha incassato gli auguri e il plauso delle autorità europee: il
connazionale e presidente del Consiglio europeo Antònio Costa, la presidente
della Commissione europea Ursula von der Leyen, la presidente del Parlamento
europeo Roberta Metsola. Il presidente francese Macron è stato tra i primi a
congratularsi attraverso i social. Seguro si è tolto la soddisfazione di battere
l’avversario a Mem Martins, la città dove Ventura è cresciuto e dove il leader
di Chega il 28 gennaio aveva dichiarato la sua ferrea volontà di vincere. Dalla
sua roccaforte, Seguro ha ricordato le 14 vittime del maltempo delle ultime due
settimane. “Visiterò le zone colpite per garantire che gli aiuti arrivino. Non
le dimenticherò e non le abbandonerò. La risposta al dolore non è gridare. E’
lavorare e c’è molto da fare”.
L'articolo Portogallo, il socialista Seguro è il nuovo presidente della
Repubblica. Ma l’estrema destra di Ventura supera il 30 per cento proviene da Il
Fatto Quotidiano.
È una vittoria schiacciante, oltre le più rosse aspettative, quella di Sanae
Takaichi alle elezioni anticipate di domenica in Giappone. Una scommessa vinta
per la prima premier donna nella storia del Paese, che rilancia con forza il
Partito Liberal-democratico (Ldp) e apre la strada a una possibile riforma
radicale dell’economia e della difesa. La vittoria, ottenuta nonostante le
intense nevicate su gran parte del fronte nord-occidentale (inclusa la capitale
Tokyo) riflette l’elevato consenso costruito dalla leader 64enne in poco più di
tre mesi dalla sua nomina a capo del partito di governo, con un tasso di
gradimento personale che secondo i sondaggi sfiora il 70%.
Secondo le proiezioni del canale pubblico Nhk, il blocco conservatore formato
dall’Ldp e dal partner minore Ishin si aggiudicherebbe fino a 328 dei 465 seggi
della Camera bassa. Il solo Ldp, con olre 300 seggi, segna il miglior risultato
dal 2017, ai tempi dell’ex premier Shinzo Abe, assassinato nel 2022, e già
mentore di Takaichi. Si tratta di un record per l’Ldp dalla sua fondazione nel
1955 e supera il precedente record di 300 seggi conquistati nel 1986 dal defunto
primo ministro Yasuhiro Nakasone.
L’opposizione, nonostante la formazione di una nuova alleanza centrista e
l’ascesa dell’estrema destra, era troppo frammentata per rappresentare una vera
sfida a Takaichi. Il tracollo è stato totale: l’alleanza tra il Partito
democratico costituzionale e il Komeito ha perso oltre due terzi dei suoi 167
seggi, mentre il partito anti-immigrazione Sanseito ha quasi triplicato la
propria rappresentanza e ora guarda con interesse a un’ulteriore spinta verso
destra all’interno del nuovo esecutivo di Tokyo.
Una sorridente Takaichi ha apposto un grande nastro rosso sopra il nome di
ciascun vincitore su un cartello nella sede dell’Lsp, mentre i dirigenti del
partito applaudivano. La premier ha comunque escluso anche un rimpasto: “Credo
che l’attuale Governo sia una buona squadra. Sono passati solo poco più di tre
mesi dal suo insediamento, ma i membri hanno lavorato duramente e stanno
producendo risultati. Quindi non credo che cambierò idea”, ha detto ai
giornalisti.
Da un lato, l’entusiasmo per la sua immagine diretta e moderna; dall’altro, la
richiesta degli elettori di risposte concrete all’inflazione persistente, a
fronte di prezzi al consumo in crescita e redditi in stagnazione. Una vittoria
schiacciante che tuttavia non nasconde tensioni strutturali, avvertono gli
analisti. Il piano per sospendere l’aliquota dell’8% sui consumi alimentari –
cavalcato dalla premier durante la campagna elettorale e condiviso da molte
forze di opposizione – non fa dormire sonni tranquilli agli investitori. Con un
debito pubblico che supera il 200% del Pil, i rendimenti delle obbligazioni a
lungo termine hanno toccato livelli storicamente elevati, mentre le aspettative
di politiche fiscali accomodanti continuano a erodere il valore dello yen sui
mercati internazionali, aggravando i costi delle importazioni. Sul fronte
geopolitico, il nuovo mandato rafforza la linea dura intrapresa fin qui da
Takaichi nei confronti di Pechino.
Ritenuta un elemento di continuità con l’approccio nazionalista di Abe, la
premier ha già innescato una delle crisi diplomatiche più gravi degli ultimi
decenni alludendo a un possibile intervento militare in caso di un attacco
cinese a Taiwan, facendo salire la tensione nella regione. Rapporti nettamente
più idilliaci, invece, con Washington, dove il presidente Donald Trump nei
giorni scorsi ha offerto alla premier il proprio “totale endorsement” e
confermato un vertice alla Casa Bianca in programma a marzo, sottolineando
l’importanza dell’alleanza strategica nippo-statunitense nel nuovo contesto di
competizione globale con la Cina. E a lei oggi sono arrivate le congratulazioni
anche di Giorgia Meloni: “Buon lavoro alla mia cara amica Sanae e al nuovo
Parlamento giapponese”, ha scritto sui social la presidente del Consiglio.
Il voto giapponese si inserisce in una tendenza più ampia e uno scenario
asiatico segnato da un rafforzamento delle forze conservatrici e
filogovernative. Anche in Thailandia, nel voto per il rinnovo del Parlamento, i
risultati preliminari indicano un’avanzata dei partiti di destra, con la
formazione del premier Anutin Charnvirakul in testa, pur senza una maggioranza
autonoma. Una tendenza politica che segnala una crescente domanda di leadership
forti e di stabilità, in un contesto regionale segnato da rallentamento
economico, tensioni sociali e crescenti pressioni geopolitiche.
L'articolo Giappone, trionfo di Sanae Takaichi alle elezioni anticipate: la
premier blinda la sua maggioranza proviene da Il Fatto Quotidiano.
Quante poltrone ha e quanto prende? “Il Presidente ha bisogno di 48 ore”. Non ha
tempo neppure per questo Elbano De Nuccio, il presidente dei commercialisti
italiani che da domani e fino al 16 gennaio sono chiamati a votare da remoto per
il rinnovo delle cariche territoriali e a marzo sul Consiglio nazionale da cui
dipenderà la sua permanenza al vertice dell’Ordine. Non erano poi domande
complicate: riguardavano i ricorsi e le polemiche sul sistema di voto
elettronico e i plurimi incarichi grazie ai quali il presidente De Nuccio sembra
aver risolto – almeno per sé stesso – il problema dell’equo compenso dei
professionisti, tema su cui a parole si spende volentieri.
Su questo fronte, diversi iscritti lamentano da tempo che lui si sia portato
avanti con il proprio compenso grazie a regole elastiche e indennità
progressivamente ritoccate – sempre con delibere che portano la sua firma – che
gli hanno consentito di accumulare una nutrita collezione di incarichi
retribuiti con risorse pubbliche provenienti da enti, società partecipate e
nomine istituzionali. Compensi che, secondo cifre mai smentite e già riportate
dalla stampa, arrivano a circa 600mila euro nel triennio, oltre ai trattamenti
economici per gli altri incarichi di natura privata.
Avremmo voluto essere più precisi elencandoli tutti, ma il presidente non ha
tempo per farlo, né lo ha il suo ufficio: alla fine si è limitato a rinviare
alla tabella dei compensi da presidente già pubblicata sul sito del Consiglio
nazionale. La trasparenza, insomma, può attendere. Eppure qualche domanda resta,
soprattutto se si prova a capire come l’agenda del Presidente riesca ormai a
sfidare i limiti del tempo.
Negli ultimi mesi, del resto, il suo peso politico è cresciuto sensibilmente.
Non solo perché è uno dei protagonisti della riforma delle professioni, ma
perché ha contribuito a costruire “Professionisti Insieme”, una nuova
associazione interprofessionale che riunisce più Ordini e ambisce a
rappresentare oltre un milione di iscritti. L’iniziativa rafforza la sua
capacità di influenza che lo ha portato anche a entrare in attrito diretto con
la ministra del Lavoro Marina Calderone proprio sul perimetro e sulla governance
della riforma.
Il presidente ubiquo
Facciamo due conti. Nel 2024 De Nuccio ha rendicontato 181 giornate di “assenza
dallo studio” al Consiglio nazionale. Nello stesso anno è sindaco effettivo di
Banco BPM, incarico che, secondo il regolamento interno dell’istituto, richiede
80 giornate annue. Una banca vigilata da Banca d’Italia e Consob, dove il
rispetto dei limiti di tempo per i sindaci è una prescrizione stringente. Il
totale fa 261 giornate. Ma le giornate lavorative teoriche di un anno sono circa
252.
Il conto, peraltro, non include altre presidenze di collegi sindacali pubblici
come Acquedotto Pugliese, le docenze all’Università LUM di Bari, né l’incarico
di commissario straordinario di Condotte (dal febbraio 2025), che copre nove
società del gruppo ed è anch’esso di nomina pubblica. Si capisce, allora, perché
il presidente non trovi tempo per rispondere. La sua agenda deve spingersi ormai
ai confini dell’ubiquità.
Tutto regolare, per il regolamento
A rendere possibile questa compressione del tempo entra in gioco il regolamento
del Consiglio. Proprio nell’era De Nuccio, sulla scia del Covid, il Consiglio
Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili ha modificato le
norme interne: la partecipazione da remoto è equiparata a quella in presenza ma
– dettaglio decisivo – non esiste alcuna soglia minima di tempo giornaliero per
far scattare l’indennità di “assenza dallo studio”. Una giornata è una giornata,
indipendentemente dalle ore dedicate. Bastano anche pochi minuti di collegamento
online. Un sistema che consente, legittimamente, di concentrare più incarichi
nella stessa data. Una flessibilità che nessuno, in passato, aveva mai
interpretato in questo modo. A controllare, poi, è lo stesso organo che ha
scritto le regole.
L’auti-aumenti
Tra il 2022 e il 2024, dunque in piena era De Nuccio, anche i compensi del
presidente vengono regolarmente aggiornati. Il 1° giugno 2022, giorno
dell’insediamento, una delibera (la n. 4) fissa l’indennità di carica a 66.000
euro annui, con una diaria di 400 euro per ogni giorno di assenza dallo studio.
Otto mesi dopo, il 2 febbraio 2023, la delibera n. 33 equipara definitivamente
presenza fisica e collegamento da remoto, eliminando qualsiasi soglia minima di
tempo. Il 21 marzo 2024, con la delibera n. 84, l’indennità sale a 72.600 euro
annui e il gettone giornaliero a 500 euro. Solo sommando la parte fissa, le 181
giornate di indennità e i compensi da Banco BPM (circa 120mila euro lordi), si
arriva a 258mila euro. Quanto si raggiunga includendo tutti gli altri incarichi
resta un dato ignoto. Quando avrà tempo, bontà sua, il presidente potrà
chiarirlo. Anche l’ultima dichiarazione dei redditi sarebbe già qualcosa.
Elezioni blindate
Il tema della trasparenza investe anche le operazioni di voto che, per volontà
del presidente, si svolgeranno esclusivamente da remoto, su una piattaforma
unica online gestita dal Consiglio nazionale. Una scelta che ha innescato
polemiche e ricorsi, lasciando fino all’ultimo 120mila professionisti
nell’incertezza.
Alcuni ricorrenti hanno lamentato rischi per la sicurezza e la segretezza del
voto, dal momento che l’intero processo è gestito dal Consiglio, che cumula i
ruoli di regolatore, gestore tecnico, controllore e giudice dei ricorsi. Il
timore preventivo è che i vertici possano esercitare un’influenza indiretta sul
rinnovo degli organi territoriali e, a cascata, sul Consiglio nazionale chiamato
a decidere il secondo mandato. Un ricorso cautelare dell’Ordine di Latina è
stato respinto: il Tar del Lazio ha ritenuto prevalente l’interesse pubblico
allo svolgimento delle elezioni sulle contestazioni di un numero limitato di
iscritti. Ha invece rinunciato spontaneamente all’istanza cautelare un’azienda
informatica che aveva impugnato la gara per il servizio di voto a distanza. Si
tratta di Eligo (Id Technology srl), che si ritiene ingiustamente esclusa:
offerta da 60.035 euro più IVA, affidamento finale a 119.300 euro, accesso agli
atti negato, delibera del 4 novembre comunicata solo il 10 dicembre. Circostanze
che l’azienda contesta e che non sono state esaminate nel merito.
Conclusione: si vota. Ma la domanda che accompagna l’urna non è solo giuridica,
è culturale. Può una categoria fondata su rigore, terzietà e fiducia permettersi
una leadership che ha risolto con eleganza regolamentare il problema del tempo e
dello spazio a proprio favore? Che scrive le regole con cui si giudica? Che
gestisce le elezioni con cui si ricandida? Il calendario, per ora, prende atto.
L'articolo Commercialisti al voto, bloccati i ricorsi. Il presidente De Nuccio
non risponde sui suoi diversi incarichi e prende tempo proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il Consiglio di Stato ha confermato la sentenza del Tar dell’Abruzzo che lo
scorso giugno ha annullato parzialmente l’esito delle elezioni comunali di
Pescara del 2024, vinte al primo turno col 50,95% dal sindaco uscente, Carlo
Masci di Forza Italia. In base alla decisione, il voto dovrà essere ripetuto
entro sessanta giorni in 27 delle 170 sezioni elettorali della città abruzzese
(di cui una ospedaliera). Si tratta di circa 14mila elettori, che saranno
determinanti per il futuro dell’attuale amministrazione: se l’esito della
consultazione dovesse cambiare, potrebbe doversi tenere un ballottaggio
“ritardato” tra Masci e il suo sfidante, l’indipendente di centrosinistra Carlo
Costantini (34,24% al primo turno). Nel frattempo la giunta resterà in carica.
I giudici amministrativi hanno annullato gli esiti elettorali delle sezioni con
più criticità nello spoglio, un criterio che ha richiesto una valutazione caso
per caso. Nelle 27 sezioni “incriminate”, si legge nella sentenza sono stati
riscontrati “dubbi sulla genuinità ed affidabilità del risultato elettorale” e
presenza di “errori non emendabili“. E poiché Masci aveva evitato il
ballottaggio per soli 584 voti, “non può affermarsi, con un sufficiente grado di
certezza, che l’annullamento degli atti, nei limiti della illegittimità
accertata, sarebbe inidoneo ad una modifica sostanziale del risultato”, si legge
nella sentenza.
Masci si dice amareggiato dalla sentenza, che, afferma, ha “considerato errori
formali quelli commessi dai presidenti nelle 23 sezioni dove va ripetuto il
voto”, errori “assolutamente indipendenti dalla mia persona e dalla coalizione
che mi sostiene”. Il primo cittadino è comunque fiducioso per la ripetizione
delle comunali: “I numeri che ci dividono dal candidato del centrosinistra sono
chiari e insindacabili e sono certo che i pescaresi non avranno dubbi e saranno
ancora una volta al nostro fianco”.
Fiducioso in questo senso anche il presidente del Consiglio regionale
dell’Abruzzo, l’azzurro Lorenzo Sospiri: il voto, afferma, “confermerà il
vantaggio mai superabile del sindaco legittimamente in carica Carlo Masci.
Ovviamente noi ci prepariamo alla nuova campagna elettorale, che, secondo il mio
personale punto di vista, trovo per certi aspetti discutibile e anche un po’
ingiusta, visto che costringe a uno sforzo supplementare quei consiglieri e
assessori comunali oggi legittimamente eletti, che hanno maturato dei diritti e
ora si trovano a doversi rimettere in discussione”.
L'articolo Pescara, il Consiglio di Stato annulla le elezioni comunali: voto da
ripetere in 27 sezioni. In bilico il sindaco di Forza Italia proviene da Il
Fatto Quotidiano.
In Honduras, ancora una volta, le urne non bastano. A decidere il futuro del
Paese non è solo il voto popolare, ma l’ombra lunga di Washington e di un
progetto geopolitico che ha in Donald Trump il suo regista più spregiudicato.
A fine dicembre, in pieno clima natalizio, il Consiglio Nazionale Elettorale ha
proclamato vincitore Nasry “Tito” Asfura, candidato conservatore del Partido
Nacional, con un margine strettissimo su Salvador Nasralla, al termine di uno
scrutinio caotico, interrotto più volte, con sistemi informatici in tilt e un
conteggio manuale mai del tutto chiarito.
Però non si tratta solo di una questione tecnica. Per settimane, Trump è
intervenuto apertamente nella campagna honduregna: endorsement pubblici per
Asfura come “unico vero amico della libertà”, minacce di taglio degli aiuti se
avesse perso, retorica dell’“avanzata comunista” per delegittimare gli altri
candidati. In un Paese con una storia recente segnata da golpe, frodi e violenza
politica, questo non è “normale” sostegno diplomatico: è interferenza diretta in
un processo elettorale fragile.
Non a caso, la Red Nacional de Defensoras de Derechos Humanos en Honduras – una
rete femminista che da anni protegge attiviste e comunità nei territori – ha
denunciato la “ingerencia” statunitense con un forte comunicato del 30 dicembre
2025, come un attacco alla sovranità popolare e segnale della volontà di
occupazione politica di lungo periodo. Non si tratta solo di geopolitica
astratta: molte di queste difensore lavorano in prima linea contro progetti
estrattivi, privatizzazioni e militarizzazione che devastano territori indigeni,
contadini e afrodiscendenti.
A complicare ulteriormente il quadro, pochi giorni prima della proclamazione di
Asfura, Trump ha concesso il perdono presidenziale a Juan Orlando Hernández, ex
presidente honduregno condannato nel marzo 2024 negli Stati Uniti a 45 anni per
traffico di cocaina e armi. Il simbolo internazionale del “narco-Stato”
centroamericano esce quindi di prigione per una decisione politica che calpesta
anni di lotte delle vittime e delle comunità colpite dalla violenza
narco-paramilitare. Per le defensoras honduregne, questo indulto non è solo un
insulto: è un messaggio chiaro.
Chi ha favorito reti criminali, corruzione e violazioni massicce dei diritti
umani può contare sulla protezione di Washington, purché resti allineato agli
interessi strategici statunitensi. È una pedagogia dell’impunità che mina alle
fondamenta qualunque discorso su “Stato di diritto” e “lotta al narcotraffico”.
La vittoria di Asfura (contestata in modo veemente da Nasralla che ha chiesto il
riconteggio dei voti) e il perdono a Hernández vanno letti insieme. Il primo è
alleato politico del secondo e rappresenta la continuità di un blocco di potere
– politico, imprenditoriale, militare – che ha trasformato l’Honduras in
piattaforma per il traffico di droga, laboratorio di zone economiche speciali,
territorio di conquista per il capitale estrattivo. Il secondo, liberato, torna
a essere una pedina utile in una regione dove gli Stati Uniti vogliono blindare
il proprio controllo, anche a costo di sacrificare ogni parvenza di giustizia.
Non è un caso che a congratularsi con entusiasmo per l’elezione di Asfura ci sia
anche Javier Milei, presidente argentino e altro tassello della nuova
internazionale reazionaria che lega Casa Bianca, destre latinoamericane (José
Antonio Kast in Cile, prima ancora Jair Messias Bolsonaro in Brasile) ed élite
economiche transnazionali. L’idea è chiara: costruire un blocco politico che, in
nome della “libertà” e del mercato, garantisca accesso privilegiato a risorse
naturali, basi militari, manodopera a basso costo e governi disciplinati in
linea con i diktat della Casa Bianca.
Per molti si parla già della vecchia Dottrina Monroe aggiornata all’era Maga,
che in America Latina già viene definita “Dottrina Donroe”: “America per gli
americani”, intesi come Stati Uniti, oggi incarnati dal trumpismo 2.0. Dietro la
retorica della lotta al comunismo, si muove la realtà ben concreta
dell’estrattivismo, delle concessioni minerarie, dei mega-progetti energetici e
infrastrutturali che scardinano comunità e ambienti.
In questo scenario, il ruolo della Red Nacional de Defensoras e di tante altre
organizzazioni honduregne è cruciale. Non solo documentano violazioni e
accompagnano le vittime, ma costruiscono forme di protezione collettiva, reti di
cura, spazi di formazione politica e giuridica. Da anni denunciano come le
strutture criminali – spesso intrecciate con settori dello Stato – colpiscano in
modo particolare le donne che difendono territori, acqua, corpo e comunità.
Per questo la loro presa di posizione contro l’interferenza statunitense e
contro l’indulto a Hernández è molto più di un comunicato: è un appello
internazionale a non normalizzare l’idea che le elezioni in Honduras siano una
variabile dell’agenda di Washington, e che i narco-governi possano essere
riciclati quando conviene.
Visto da Roma, potrebbe sembrare un gioco distante. Ma ogni volta che in Europa
si accetta senza fiatare la narrativa “stabilità prima di tutto”, ogni volta che
governi e imprese chiudono un occhio su frodi elettorali, militarizzazione e
criminalizzazione dei movimenti sociali in nome di “interessi strategici”, si
legittima esattamente questo modello. Lo stesso che spinge milioni di persone a
migrare, che alimenta violenza e disuguaglianze, che trasforma territori in zone
di sacrificio per garantire energia, materie prime e sicurezza alle potenze del
Nord globale.
Per questo la domanda che dovremmo porci – in Italia, in Europa – non è se
Asfura “piaccia” o meno a Washington, ma chi paga il prezzo di questa nuova
ingegneria politica regionale. E la risposta, come sempre, è la stessa: le
comunità nei territori, le donne, i giovani, chi difende diritti e beni comuni.
L'articolo In Honduras vince Asfura, ma le urne non bastano: a decidere c’è
anche l’ombra lunga di Washington proviene da Il Fatto Quotidiano.
Uno studio riservato sulla legge elettorale che “sponsorizza” un modello
proporzionale con premio di maggioranza, in quanto meno rischioso per la
stabilità del futuro governo. A realizzarlo sono stati gli uffici parlamentari
dei partiti di centrodestra, in vista della riforma del sistema di voto
annunciata dalla maggioranza nelle ultime settimane, dopo le Regionali vinte dal
centrosinistra in Puglia e in Campania. Il report, i cui contenuti sono stati
pubblicati da Repubblica e Corriere della sera, si intitola “Analisi legge
elettorale 2027” ed elabora tre simulazioni con modelli differenti: quello che
“garantisce più stabilità”, si legge, è l’ultimo, un proporzionale con premio di
maggioranza del 55% dei seggi a chi supera il 40% dei voti, con soglia di
sbarramento fissata al 3%.
La legge elettorale attuale, infatti, preoccupa il centrodestra in vista delle
prossime Politiche: se l’opposizione corresse unita, potrebbe aggiudicarsi una
buona parte dei collegi uninominali (che assegnano circa un terzo dei seggi
totali) persi nel 2022 presentandosi divisa in tre (Pd e Alleanza Verdi e
Sinistra, Movimento 5 Stelle, “Terzo polo” Azione-Iv). Proprio gli uninominali
erano stati decisivi nel garantire la super-maggioranza in Parlamento alla
coalizione di Giorgia Meloni, mentre nel proporzionale l’opposizione aveva
ottenuto più seggi. Ora il quadro è molto cambiato: secondo una simulazione
dell’Istituto Cattaneo basata sui risultati delle Regionali, il centrosinistra
conquisterebbe 55 uninominali contro gli 89 del centrodestra, mentre cinque anni
fa era finito con un impietoso 23 a 121. “È evidente che si corrono grandi
rischi”, nota il dossier commissionato dalla maggioranza.
L'articolo Legge elettorale, il report riservato della destra: “Serve
proporzionale con premio. Col sistema attuale rischi per la stabilità” proviene
da Il Fatto Quotidiano.