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Municipali, Francia frammentata: festeggiano France Insoumise e Rassemblement National. Ora è guerra di alleanze
Una Francia frammentata, spaccata da diverse spinte e senza ancora una bussola chiara su quello che succederà alle prossime presidenziali. Con un’astensione record tra il 41,5 e il 44% degli elettori, il primo turno delle elezioni Municipali consegna la fotografia di un Paese diviso e fortemente polarizzato. Se è difficile fare una valutazione complessiva, anche perché a livello locale non sempre i partiti si presentano con i propri simboli, resta il fatto che chi festeggia oggi sono le forze considerate più estreme a destra e sinistra: il Rassemblement National e la France Insoumise. Ma finito il primo round, ora si apre la guerra delle alleanze. Con un paradosso nuovo: fare accordi per Le Pen e i suoi sembra all’improvviso quasi più facile che riuscire a far trovare un’intesa alla sinistra. E solo da lì passeranno i vincitori. PARIGI, MARSIGLIA E LIONE: DOVE LA ROTTURA A SINISTRA PUÒ ESSERE DECISIVA A Parigi, si classificano al secondo turno ben cinque candidati: in testa il socialista Emmanuel Grégoire (37%), davanti di 10 punti all’ex ministra dell’era Sarkozy Rachida Dati (25%). Si sono classificati anche Sophia Chikirou de la France Insoumise (11,7%), il macroniano Pierre Yves Bournazel di Horizons (11%) e Sarah Knafo (10%) del partito di ultradestra Reconquete. Qui la campagna tesissima a sinistra e il buon risultato del collega dell’uscente Anne Hidalgo, sembrano impedire qualsiasi accordo a sinistra. Mentre il centrista Bournazel ha già teso la mano alla candidata dei Républicains. L’altro fronte caldo è quello di Marsiglia, dove l’unione delle sinistre (tranne LFI) ha spinto in testa l’uscente Benoit Payant (36,7%), ma con il candidato del Rassemblement National Frank Alloisio che lo tallona al 35%. Al 12 si classifica l’estrema destra di Martine Vassal e al 10 il candidato degli Insoumis Sebastien Delogu. Anche qui, poche o nulle le speranze di trovare un’intesa tra le sinistre e il partito di Jean-Luc Mélenchon e il rischio di consegnare la città alla destra è molto più che concreto. A Lione è testa a testa tra il Verde Grégory Doucet (37%) e la destra di Jean-Michel Aulas (36%). Passa il turno anche la candidata de la France Insoumise Anaïs Belouassa-Cherifi che, salvo sorprese, si ripresenterà dopo che le altre sinistre hanno rifiutato ogni accordo. RASSEMBLEMENT NATIONAL SI CONSOLIDA ANCHE A SUD Il partito guidato da Jordan Bardella ha vinto dove era già forte, ma non solo. In generale ha consolidato la sua presenza sui territori, ottenendo più di 100 candidati che passano al secondo turno. Tra i successi di questa tornata, c’è sicuramente il rafforzamento della presenza a Sud: è il caso dell’inespugnabile Marsiglia, dove addirittura uno dei loro tallona il sindaco uscente. Ma anche Nizza, dove sostenevano Eric Ciotti e sono in testa; e Tolone, dove hanno un candidato targato Rn che domina il primo turno. Il partito di Le Pen ha poi vinto di nuovo al primo turno a Perpignan, città roccaforte del partito; Fréjus; Hénin-Beaumon. LA FRANCE INSOUMISE RESISTE. E VINCE A SAINT-DENIS La France Insoumise, sempre più spinta agli estremi del campo repubblicano dopo la morte del militante di estrema destra Lione, incassa risultati insperati in molte delle corse locali. Non solo strappa il secondo turno a Marsiglia e Parigi e può fare pressione sulle altre sinistre, ma è in netto vantaggio a Roubaix con un suo candidato. Tra i successi, la vittoria al primo turno a Saint-Denis, seconda città più grande della regione Île-de-France dopo Parigi: Bally Bagayoko ha battuto il Socialista uscente Hanotin. Il primo cittadino degli Insoumis, origine maliana e cresciuto nelle zone più popolari della Capitale, è “il simbolo di una nuova Francia”, hanno rivendicato i suoi. IL CAMPO PRESIDENZIALE AI MINIMI TERMINI Le municipali confermano infine, la grande debolezza del campo presidenziale. Il partito di Macron quasi non esiste e se c’è è sempre a rimborchio di altre forze centriste. Ad esempio, a Nizza correva Christian Estrosi, arrivato dietro alle destre guidate da Ciotti. L’unico che feseggia è l’ex primo ministro Édouard Philippe che esce dal primo turno nel suo comune Le Havre con una decina di punti di vantaggio sul concorrente comunista. Dovrà comunque affrontare il ballottaggio. L'articolo Municipali, Francia frammentata: festeggiano France Insoumise e Rassemblement National. Ora è guerra di alleanze proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Elezioni in Germania, viaggio nella patria delle auto tra paura della crisi e balzo AfD. “Produrre armi per evitare licenziamenti? Così non basta”
Michael stringe con le mani sudate la bandiera rossa della giovanile dei socialisti e fissa la piazza da dietro il cordone della polizia. Al centro, nel cuore di Stoccarda, un centinaio di persone sventola i colori della Germania e del Baden-Württemberg. Sono gruppi legati all’estrema destra e tra loro si mescola di tutto: no vax, complottisti e – spesso – anche neonazisti. Li circondano una distesa di forze dell’ordine. Di fronte, i manifestanti venuti per contestarli intonano “siamo tutti antifascisti”. Michael aspetta che si apra un varco per infilarsi: “Siamo più di loro”, dice. A pochi metri, famiglie affollano i tavolini dei bar per godersi il sole primaverile, mentre al mercato i politici si affannano per distribuire gli ultimi volantini. Mancano 24 ore alle elezioni regionali, quelle dove il cancelliere Merz si gioca il primo test dell’anno con la Cdu e i Verdi a rubarsi i voti testa a testa. Dietro incombe, intorno al 20 per cento, la destra estrema di AfD che punta a raddoppiare il suo ultimo risultato anche qui, nella regione più ricca d’Europa, già patria dell’industria automobilistica di Porsche e Mercedes-Benz e dei colossi familiari come Bosch e Mahle. Una terra di eccellenze, costretta a gestire i licenziamenti e finita sotto scacco della Cina e delle crisi geopolitiche. Ma anche di un modello che non è stato riconvertito in tempo e ora si aggrappa disperatamente all’intelligenza artificiale o al riarmo. LE PIAZZE E GLI APPELLI AL VOTO. ANCHE AGLI ELETTORI AFD La piazza che rivendica “libertà” assicura di essere apartitica, ma difficile trovare qualcuno con dei dubbi: “Alle urne voterò AfD”, dice Gertrud che al collo ha un cartello con un messaggio per la pace nel mondo. “Lavoro come centralinista, sento cosa chiedono le persone e come stanno. I politici dicono che andrà tutto bene, ma non è vero”. Nella contro-manifestazione, si invoca la difesa della democrazia: “Bloccare i nazisti ovunque appaiono”, dicono i cartelli. Michael è lì per la Spd, il partito di governo che qui è dato addirittura sotto al 10%: “Ma non li voterò neppure io”, confessa. “Meglio dare il mio sostegno ancora più a sinistra alla Die Linke per sperare che superino lo sbarramento. I socialisti hanno le risposte, ma non sono stati capaci di comunicarle a chi ha paura”. A pochi chilometri di distanza, i candidati si sfidano tra i banchi del mercato, sotto gli occhi della statua austera del poeta Schiller. La Cdu, data in vantaggio per mesi, ha visto assottigliarsi il risultato fino a essere ridotta a contendersi i voti con i compagni di coalizione dei Verdi. In un comizio di chiusura che trasudava preoccupazione a Ravensburg, il candidato Manuel Hagel ha implorato: “Convincete almeno tre persone a testa”. Merz, venuto da Berlino solo per l’occasione, ha preso gli applausi ribadendo che “mai e poi mai faremo accordi con l’AfD”. Seppur sperando che i loro sostenitori, alle urne, cambino idea. Klaus Wenk è consigliere comunale della Cdu e ha passato la mattina a volantinare: “So che una persona su cinque vota AfD, ma so anche che uno su cinque non è stupido. Spero alla fine si schiereranno per noi”. Tra i banchi del mercato a fermare le persone, di loro non si vede nessuno. “Non li ho mai incontrati qui”, dice Wenk. “Non hanno bisogno di questo tipo di campagne e preferiscono stare nell’ombra”. Sono come fantasmi: non si vedono, ma tutti ne parlano. A venti metri di distanza, nell’angolo sotto il sole, non si ferma un minuto la Verde Muhterem Aras. Origini curde, già presidente dell’assemblea legislativa regionale, è finita tra i politici da proteggere per aver espulso dall’Aula due esponenti di AfD. “Da poco la situazione si è calmata”, dice. “Ho ricevuto molte minacce e sono stata più volte scortata dalla polizia”. Ora è uno dei volti più attivi per la rimonta: i passanti si fermano, fanno domande. È un viavai di mani strette. Richard, emigrato dal Giappone da più di 20 anni, li osserva in disparte: “Non so chi vincerà, ma so che serve più coraggio dei politici”, dice. “La gente vuole dei cambiamenti”. LA TERRA DELLE AUTOMOBILI CON LO SPETTRO DEL RIARMO Il Baden-Württemberg è la terra delle auto. Qui sono nate le case automobilistiche più famose della Germania e, di conseguenza, le fabbriche di fornitori di componenti. “L’aria è sempre inquinata”, racconta una signora, “per le industrie e perché tutti amano guidare la propria macchina. La città è dentro una conca”. Il centro lindo, con le aiuole ordinate e la raccolta differenziata, non basta e l’unica cosa che la ricchezza non è riuscita a cambiare è la qualità dell’aria. Ma in questi anni di paure per il futuro, il clima è diventato l’ultimo dei problemi: qui entro il 2030 si potrebbero perdere fino a 66mila posti di lavoro nel settore automobilistico. Solo Porsche, entro il 2029 ne taglierà 1900. Il tasso di disoccupazione è del 4,8%: un dato che non dice molto al resto del mondo a fronte di una Regione che ha il Pil pro capite tra i più alti dell’Ue (superiore del 29% rispetto alla media), ma che qui è il peggiore dal 2007. E per chi voti se hai paura del licenziamento? La sintesi la fa uno dei cartelli usati dall’AfD: “La tua auto voterebbe per noi”. Hanno la risposta più immediata: ritorno al motore a combustione, energia nucleare e obbligo per i cittadini di comprare auto tedesche. Tutto il contrario di quello che hanno fatto i Verdi, che qui sono noti per il loro “pragmatismo” e che hanno governato negli ultimi 15 anni con Winfried Kretschmann. La sfida ora passa al successore Cem Özdemir: ex ministro federale dell’agricoltura, origine turca, gode di una grande popolarità e piace anche fuori dal suo elettorato. A dargli un mano ci ha pensato poi, un video scandalo dell’avversario Hagel: parlando con un giornalista locale pronuncia frasi sessiste su una classe di ragazzine che ha appena incontrato in un evento. Risale a nove anni fa, quando di anni ne aveva 29, ma è diventato virale e per un po’ è passata in secondo piano la discussione economica, che però resta centrale e influenzerà il voto. E cosa propongono i leader? Özdemir punta sull’elettrico. Hagel vuole diversificare e pensa alla difesa, quindi fare in modo che sempre più aziende investano sul riarmo. La dirigente sindacale dei metalmeccanici Ig Metall Barbara Resch chiede una svolta. “Serve un nuovo piano industriale”. L’errore, dice, è stato “adagiarsi sul fatto che siamo leader mondiali”. Il problema è che si investe sulla mobilità del futuro, ma non c’è la domanda. E quindi arrivano i tagli. “Però non credo allo scenario catastrofico di Stoccarda trasformata in una nuova Detroit. Sono convinta che sia possibile fare diversamente”. Ma secondo Resch non è il riarmo la via d’uscita: “Abbiamo 42.000 occupati nel settore della difesa in Baden-Württemberg, mentre nell’industria automobilistica sono circa 400mila. Quindi la difesa non può risolvere i problemi occupazionali”. Lo dice anche Trumpf, l’azienda leader nel mondo per la tecnologia laser. Al momento davanti ai cinesi, ma la consapevolezza è che può non essere così per sempre. La sede è alle porte della città e ospita alcune delle macchine più potenti al mondo, la cui maggior parte sono top secret. Intanto, a fine 2025, hanno annunciato un progetto per inserire la tecnologia sui droni. “Non è una scelta opportunista, ma fatta perché abbiamo un obbligo di difesa del Paese”, spiega Hagen Zimer, ceo del laser. “Siamo forse l’unico produttore di sistemi laser ad alte prestazioni in Europa, che può garantire in modo credibile e continuativo la disponibilità di questa tecnologia per abbattere droni. Avevamo una responsabilità morale e sociale”. E la decisione, ci tiene a dirlo, non è stata presa a cuor leggero, ma è arrivata dopo lunga discussione del consiglio dopo la quale si “è deciso di entrare in questo business per fornire al Paese la tecnologia giusta per affrontare eventuali guerre future”. Ma, interviene Nicola Leibinger-Kammuller – amministratrice delegata, gestrice dell’azienda di famiglia e una delle donne miliardarie al mondo – “non è certo un business a breve termine. Ci aspettiamo ricavi non prima di tre o quattro anni. E per noi non è un salvagente, continuiamo a occuparci anche degli altri settori”. Che non sia l’inizio di un coinvolgimento ancora più massiccio nella difesa lo ribadiscono: “Tutti i posti di lavoro che si liberano nel settore automobilistico e nella filiera dei fornitori automobilistici non saranno in alcun modo compensati dal settore della difesa”, chiude Zimer. “Stiamo vivendo un effetto bolla. Sarebbe fatale se tutta questa quantità di persone si spostasse verso un’economia di guerra, e spero davvero per tutti noi che ciò non avvenga”. L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE E LA CORSA CONTRO IL TEMPO La realtà è che nessuna delle opzioni messe in campo finora è riuscita ad arginare le perdite. Soprattutto non in breve tempo. Alle porte della città universitaria di Tubingen, sorge la Cyber Valley. Campus all’americana, immerso nel verde e a due passi dal laboratorio di eccellenza del Max Planck Institute. Qui si lavora a tempo pieno sugli usi possibili dell’intelligenza artificiale, ma la competizione con l’esterno è spietata. “Alcune navi sono salpate, altre potrebbero partire ancora”, commenta Philip Henning del Tubingen Ai Center. Una corsa contro il tempo, nonostante la regione sia “la terza per innovazione al mondo”, dice il ceo Florian K. Mayer. Oltre 100 le startup coinvolte, ma non abbastanza per rimediare ai licenziamenti in corso nelle fabbriche. L’attenzione particolare va all’automotivo, ma anche alla difesa. “Siamo coinvolti nel campus di ricerca militare dell’università di Stoccarda che finanzia il ministero”. Una scelta recente che ha suscitato poche reazioni. Qui, raccontano, si respira un’aria internazionale e progressista, tanto che quando nel cluster dei finanziamenti è entrato Amazon c’è stata la rivolta. Ma ora che si parla di start up che possono servire per le armi? “Stranamente nessuno ha protestato”, dice Mayer. Tra i fiori all’occhiello c’è la startup di Anand Waghmare, capace di mettere in ordine e raccogliere le immagini che arrivano dai satelliti. Quindi, volendo, individuare truppe. “Alcuni militari hanno già manifestato il loro interesse”, racconta. “Io sono aperto alla discussione”. Con quali limiti? “Sono di origine indiana e sono grato a quello che mi ha dato la Germania, per molto tempo saremo focalizzati sull’Europa”. Per ora, è così. UN’IDENTITÀ CROLLATA E IL BALZO AFD In questo scenario di paure si muovono i candidati. Cercando di dare risposte mentre le guerre si sommano l’una all’altra e con queste arrivano nuove paure. Che Stoccarda e il Baden-Württemberg perdano la centralità è una. In questo scenario l’AfD è raddoppiata, almeno nei sondaggi: è più bassa che nel resto della Germania, ma comunque raggiunge cifre impossibili da immaginare qualche anno fa. Il candidato AfD Steffen Deggler ripete tutti i punti chiave: la remigrazione, che deve riguardare chi non rispetta la Germania, gli allarmi per la sicurezza, ma anche la fine del sostegno all’Ucraina che deve accettare la perdita di territori. La forza su cui gioca è il potersi presentare come quelli che al potere non ci sono mai stati: “Cdu e Verdi hanno governato insieme negli ultimi dieci anni”, dice, “ora Hagel parla di espulsioni e di cambiamenti economici: sta adottando gran parte delle posizioni dell’AfD. Ma chi le può attuare? Noi”. Mentre parla, il suo candidato presidente Markus Frohnmaier è in visita a Washington. “Ma il sostegno di Musk non ha avuto alcun effetto su di noi”, sostiene. Più crescono e più il dibattito su quella che loro stesso chiamano “Melonification” si presenta, ovvero il rischio di dover fare troppi compromessi se si arriva al potere: “Io non giudico i leader di altri Paesi”, dice. “Certamente Giorgia Meloni ha avuto molte buone idee per cui è stata eletta. Ne ha realizzate molte, altre no”. E, naturalmente, non è la fine che vogliono fare dalle parti di AfD: “Noi manterremo le promesse”, è l’illusione. Tra le tante contestazioni al partito di Alice Weidel, c’è quella di controllare la comunicazione sui social network. “In realtà c’è una bolla di sinistra online a cui noi ci contrapponiamo”, sostiene l’uomo ombra di Deggler che segue i video. Riescono su un campo decisivo e, considerato che in questa elezione votano per la prima volta anche i 16enni, la questione spaventa tutti gli altri. Ma non basta per vincere. Li osserva con ansia anche Peter Friedrich, presidente della camera dell’artigianato con un passato di dirigente per Spd: “AfD riesce a rivolgersi a un gruppo enorme di persone che si era ritirato dalla politica. Per me è un voto di protesta perché ci sono sostenitori in alcune delle aree più ricche. Credo sia una questione di identità. Eravamo i migliori, ora ci sono altri che fanno le stesse cose. E si scelgono gli estremi”. Al lato opposto di AfD, la sinistra Die Linke cerca di avere un posto nel Parlamento regionale. “La nostra è stata una campagna porta a porta”, dice Andre Dorr, uno dei membri della segreteria, mentre gira in bicicletta con gli ultimi volantini. “Abbiamo visitato più di 100 case e chiesto a tutti cosa non va. La risposta? Gli affitti insostenibili. Il problema sociale non può più essere ignorato”. Lo dice anche l’esponente dei Verdi Arras: “I nemici della democrazia fanno discorsi semplici, noi non possiamo parlare con la loro stessa voce, altrimenti gli elettori sceglieranno l’originale”. Lo slogan che campeggiava alle spalle di Merz durante l’ultimo comizio era: “In tempi incerti, sempre conservatore”. Ovvero non cambiare, o almeno non troppo. Ora resta solo da vedere cosa decideranno gli elettori. L'articolo Elezioni in Germania, viaggio nella patria delle auto tra paura della crisi e balzo AfD. “Produrre armi per evitare licenziamenti? Così non basta” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Financial Times: “Il 24 febbraio Zelensky vuole annunciare le elezioni presidenziali e il referendum sull’accordo di pace”
C’è una data per l’annuncio delle elezioni presidenziali e del referendum in Ucraina. Il 24 febbraio il presidente Zelensky dovrebbe parlare alla nazione, nel giorno del quarto anniversario dell’invasione. Lo scrive il Financial Times citando funzionari ucraini ed europei. Secondo la testata londinese, il governo ucraino vorrebbe chiamare il popolo alle urne, lo stesso giorno, per le elezioni politiche e il referendum su un eventuale accordo di pace con la Russia. La scelta è seguita alle pressioni di Donald Trump, affinché entrambe le votazioni si tenessero entro il 15 maggio, pena la perdita delle garanzie di sicurezza proposte dagli Usa. Il presidente Usa vorrebbe porre fine alla guerra entro l’estate, per correre alle elezioni di midterm senza il fardello della guerra in Ucraina. “Gli ucraini hanno questa idea radicata che tutto debba essere legato alla rielezione di Zelensky”, ha affermato un funzionario occidentale, riferendosi al possibile referendum sull’accordo di pace. Secondo il Financial Times, il governo sarebbe disposto a soddisfare rapidamente le richieste americane, nonostante i sondaggi indichino un calo dei consensi per il presidente. Ma sia la road map che l’ultimatum degli Stati Uniti non è detto che saranno rispettati, secondo funzionari ucraini e occidentali sentiti dal Financial Times. La grande incognita risiede nei progressi verso un accordo di pace con il presidente russo Vladimir Putin. Secondo il calendario di lavoro, il Parlamento ucraino fra marzo e aprile dovrebbe lavorare alle modifiche legislative necessarie per consentire il voto in condizioni di guerra. La legge marziale vieta all’Ucraina di tenere elezioni nazionali durante un conflitto armato. Secondo la testata, Zelensky vorrebbe massimizzare le sue prospettive di rielezione, rassicurando al contempo Donald Trump che Kiev non sta rallentando un accordo di pace. Sul campo, intanto, le truppe russe sarebbero avanzate nelle ultime 24 ore, soprattutto in due aree della Repubblica Popolare di Donetsk: Ilyinivka e Stepanivka. Lo ha dichiarato alla Tass l’esperto militare Andrei Marochko. Secondo quest’ultimo, le forze ucraine stanno cercando di riconquistare posizioni perse nei pressi della stazione ferroviaria della città, dove i combattimenti sono descritti come “feroci, intensi e tesi”. La scorsa settimana, Mosca aveva ampliato la sua area di controllo fino a 1,5 km attorno a tre insediamenti vicini a Kostiantynivka. I raid russi non si fermano. Un attacco nella regione orientale di Kharkiv ha ucciso tre bambini e un adulto, ha annunciato il capo dell’amministrazione militare locale Oleg Synegubov. Secondo un rapporto della Missione di monitoraggio dei diritti umani delle Nazioni Unite in Ucraina (Hrmmu) pubblicato all’inizio di gennaio, quasi 15.000 civili ucraini sono stati uccisi e 40.600 feriti dall’inizio dell’invasione russa il 24 febbraio 2022. Il rapporto afferma che il 2025 è stato l’anno più mortale dopo il 2022, con oltre 2.500 civili uccisi. L'articolo Financial Times: “Il 24 febbraio Zelensky vuole annunciare le elezioni presidenziali e il referendum sull’accordo di pace” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Portogallo, il socialista Seguro è il nuovo presidente della Repubblica. Ma l’estrema destra di Ventura supera il 30 per cento
“Il mio obiettivo è servire il Paese”. Sono le prime parole del nuovo presidente della Repubblica portoghese, Antònio José Seguro, 63 anni, quando, alle 20.37, lascia casa, accompagnato da moglie e figli, per dirigersi verso il centro culturale e congressuale di Caldas da Rainha, dove è pronta la festa. Il candidato socialista ha centrato un successo storico, ottenendo il 66,8% dei voti: il numero delle preferenze ha superato il record ottenuto nel 1991 da Mario Soares. Seguro si è imposto a Lisbona, Porto e nella città universitaria di Coimbra, mentre ha perso a Faro, Madeira e Portalegre. Il voto all’estero ha premiato l’avversario, André Ventura, leader di Chega, lo schieramento di estrema destra populista: gli emigranti, paradosso che spiega tante cose, hanno sostenuto chi si batte in Portogallo contro l’immigrazione. Seguro ha però compiuto l’impresa di riunire le forze democratiche, non solo quelle della sinistra. “Il nostro popolo è il migliore del mondo. Ha saputo compiere il suo dovere civico anche in condizioni di emergenza come quelle causate dalle tempeste che si sono abbattute nel Paese nelle ultime settimane”. Dopo venti anni, Seguro ha riportato i socialisti nel palazzo di Belém, residenza ufficiale dei capi dello Stato. Sarà la sua casa per cinque anni dal 9 marzo, anche se la moglie non sarà sempre al fianco, per rispettare i personali impegni di lavoro. Mezz’ora dopo la chiusura dei seggi, Ventura ha riconosciuto la sconfitta: “Seguro ha vinto, gli auguro buon lavoro”. Il premier socialdemocratico, Luìs Montenegro, ha parlato a Porto: “Mi complimento con Seguro, sono convinto che ci sarà cooperazione nell’interesse della stabilità politica e dello sviluppo del Paese”. Seguro ha trionfato, come era nelle previsioni, ma Ventura, pur battuto nella corsa presidenziale, non ha perso quella politica. Sapeva che non avrebbe avuto chance di diventare il nuovo capo dello stato, ma il risultato che cercava era quello di superare la soglia del 30%, per accreditarsi come nuovo leader della destra. Il 33,2% dei voti, trasferito sullo scacchiere politico, significa che oggi Chega rappresenta non solo la forza più consistente della destra, ma anche il maggior partito del Portogallo. L’operazione non è matematica, ma quando un terzo del Paese esprime la preferenza per Ventura, significa che la consistenza di Chega non solo si sovrappone ai socialdemocratici, ma diventa il vero avversario dei socialisti. Ventura ha già lanciato la nuova sfida: “Guidiamo la destra in Portogallo e presto governeremo questo paese. Non abbiamo ancora vinto, ma siamo sulla strada giusta per farcela”. Il grande sconfitto di questo voto è il premier Montenegro. Ha sbagliato la scelta del candidato di Allenza Democratica, Luis Manuel Marques Mendes, addirittura quinto nel turno del 18 gennaio. Ha gestito male le tre settimane che hanno preceduto il ballottaggio, chiudendosi nel silenzio e lasciando libero il suo elettorato di esprimersi tra Seguro e Ventura. Non è un caso se, nel messaggio di felicitazioni, Montenegro abbia subito strizzato l’occhio al nuovo presidente. Ventura è il suo vero nemico ed è scontato che il governo in carica, di centrodestra, dovrà fare i conti con l’aggressività del leader di Chega. Seguro potrà mediare, ma i poteri in una repubblica semipresidenziale sono limitati. Il Portogallo entra in una nuova fase politica e sarà interessante verificare come cavalcheranno i socialisti il successo presidenziale dopo la sconfitta alle legislative del 2025. Il trionfo di Seguro è il segnale che il partito ha rialzato la testa. Il nuovo segretario, José Luìs Carneiro, ha lanciato un messaggio pieno di significati: “La vittoria di Seguro appartiene a tutti i democratici. E’ il trionfo della speranza sul risentimento, delle libertà, dei diritti e delle garanzie di tutti i cittadini, dei valori della Costituzione. Questo successo proviene da un ampio campo politico che va dall’estrema sinistra del Partito Socialista al centro-destra e alla destra democratica. È la vittoria di tutti gli umanisti”. Seguro ha incassato gli auguri e il plauso delle autorità europee: il connazionale e presidente del Consiglio europeo Antònio Costa, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola. Il presidente francese Macron è stato tra i primi a congratularsi attraverso i social. Seguro si è tolto la soddisfazione di battere l’avversario a Mem Martins, la città dove Ventura è cresciuto e dove il leader di Chega il 28 gennaio aveva dichiarato la sua ferrea volontà di vincere. Dalla sua roccaforte, Seguro ha ricordato le 14 vittime del maltempo delle ultime due settimane. “Visiterò le zone colpite per garantire che gli aiuti arrivino. Non le dimenticherò e non le abbandonerò. La risposta al dolore non è gridare. E’ lavorare e c’è molto da fare”. L'articolo Portogallo, il socialista Seguro è il nuovo presidente della Repubblica. Ma l’estrema destra di Ventura supera il 30 per cento proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Giappone, trionfo di Sanae Takaichi alle elezioni anticipate: la premier blinda la sua maggioranza
È una vittoria schiacciante, oltre le più rosse aspettative, quella di Sanae Takaichi alle elezioni anticipate di domenica in Giappone. Una scommessa vinta per la prima premier donna nella storia del Paese, che rilancia con forza il Partito Liberal-democratico (Ldp) e apre la strada a una possibile riforma radicale dell’economia e della difesa. La vittoria, ottenuta nonostante le intense nevicate su gran parte del fronte nord-occidentale (inclusa la capitale Tokyo) riflette l’elevato consenso costruito dalla leader 64enne in poco più di tre mesi dalla sua nomina a capo del partito di governo, con un tasso di gradimento personale che secondo i sondaggi sfiora il 70%. Secondo le proiezioni del canale pubblico Nhk, il blocco conservatore formato dall’Ldp e dal partner minore Ishin si aggiudicherebbe fino a 328 dei 465 seggi della Camera bassa. Il solo Ldp, con olre 300 seggi, segna il miglior risultato dal 2017, ai tempi dell’ex premier Shinzo Abe, assassinato nel 2022, e già mentore di Takaichi. Si tratta di un record per l’Ldp dalla sua fondazione nel 1955 e supera il precedente record di 300 seggi conquistati nel 1986 dal defunto primo ministro Yasuhiro Nakasone. L’opposizione, nonostante la formazione di una nuova alleanza centrista e l’ascesa dell’estrema destra, era troppo frammentata per rappresentare una vera sfida a Takaichi. Il tracollo è stato totale: l’alleanza tra il Partito democratico costituzionale e il Komeito ha perso oltre due terzi dei suoi 167 seggi, mentre il partito anti-immigrazione Sanseito ha quasi triplicato la propria rappresentanza e ora guarda con interesse a un’ulteriore spinta verso destra all’interno del nuovo esecutivo di Tokyo. Una sorridente Takaichi ha apposto un grande nastro rosso sopra il nome di ciascun vincitore su un cartello nella sede dell’Lsp, mentre i dirigenti del partito applaudivano. La premier ha comunque escluso anche un rimpasto: “Credo che l’attuale Governo sia una buona squadra. Sono passati solo poco più di tre mesi dal suo insediamento, ma i membri hanno lavorato duramente e stanno producendo risultati. Quindi non credo che cambierò idea”, ha detto ai giornalisti. Da un lato, l’entusiasmo per la sua immagine diretta e moderna; dall’altro, la richiesta degli elettori di risposte concrete all’inflazione persistente, a fronte di prezzi al consumo in crescita e redditi in stagnazione. Una vittoria schiacciante che tuttavia non nasconde tensioni strutturali, avvertono gli analisti. Il piano per sospendere l’aliquota dell’8% sui consumi alimentari – cavalcato dalla premier durante la campagna elettorale e condiviso da molte forze di opposizione – non fa dormire sonni tranquilli agli investitori. Con un debito pubblico che supera il 200% del Pil, i rendimenti delle obbligazioni a lungo termine hanno toccato livelli storicamente elevati, mentre le aspettative di politiche fiscali accomodanti continuano a erodere il valore dello yen sui mercati internazionali, aggravando i costi delle importazioni. Sul fronte geopolitico, il nuovo mandato rafforza la linea dura intrapresa fin qui da Takaichi nei confronti di Pechino. Ritenuta un elemento di continuità con l’approccio nazionalista di Abe, la premier ha già innescato una delle crisi diplomatiche più gravi degli ultimi decenni alludendo a un possibile intervento militare in caso di un attacco cinese a Taiwan, facendo salire la tensione nella regione. Rapporti nettamente più idilliaci, invece, con Washington, dove il presidente Donald Trump nei giorni scorsi ha offerto alla premier il proprio “totale endorsement” e confermato un vertice alla Casa Bianca in programma a marzo, sottolineando l’importanza dell’alleanza strategica nippo-statunitense nel nuovo contesto di competizione globale con la Cina. E a lei oggi sono arrivate le congratulazioni anche di Giorgia Meloni: “Buon lavoro alla mia cara amica Sanae e al nuovo Parlamento giapponese”, ha scritto sui social la presidente del Consiglio. Il voto giapponese si inserisce in una tendenza più ampia e uno scenario asiatico segnato da un rafforzamento delle forze conservatrici e filogovernative. Anche in Thailandia, nel voto per il rinnovo del Parlamento, i risultati preliminari indicano un’avanzata dei partiti di destra, con la formazione del premier Anutin Charnvirakul in testa, pur senza una maggioranza autonoma. Una tendenza politica che segnala una crescente domanda di leadership forti e di stabilità, in un contesto regionale segnato da rallentamento economico, tensioni sociali e crescenti pressioni geopolitiche. L'articolo Giappone, trionfo di Sanae Takaichi alle elezioni anticipate: la premier blinda la sua maggioranza proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Commercialisti al voto, bloccati i ricorsi. Il presidente De Nuccio non risponde sui suoi diversi incarichi e prende tempo
Quante poltrone ha e quanto prende? “Il Presidente ha bisogno di 48 ore”. Non ha tempo neppure per questo Elbano De Nuccio, il presidente dei commercialisti italiani che da domani e fino al 16 gennaio sono chiamati a votare da remoto per il rinnovo delle cariche territoriali e a marzo sul Consiglio nazionale da cui dipenderà la sua permanenza al vertice dell’Ordine. Non erano poi domande complicate: riguardavano i ricorsi e le polemiche sul sistema di voto elettronico e i plurimi incarichi grazie ai quali il presidente De Nuccio sembra aver risolto – almeno per sé stesso – il problema dell’equo compenso dei professionisti, tema su cui a parole si spende volentieri. Su questo fronte, diversi iscritti lamentano da tempo che lui si sia portato avanti con il proprio compenso grazie a regole elastiche e indennità progressivamente ritoccate – sempre con delibere che portano la sua firma – che gli hanno consentito di accumulare una nutrita collezione di incarichi retribuiti con risorse pubbliche provenienti da enti, società partecipate e nomine istituzionali. Compensi che, secondo cifre mai smentite e già riportate dalla stampa, arrivano a circa 600mila euro nel triennio, oltre ai trattamenti economici per gli altri incarichi di natura privata. Avremmo voluto essere più precisi elencandoli tutti, ma il presidente non ha tempo per farlo, né lo ha il suo ufficio: alla fine si è limitato a rinviare alla tabella dei compensi da presidente già pubblicata sul sito del Consiglio nazionale. La trasparenza, insomma, può attendere. Eppure qualche domanda resta, soprattutto se si prova a capire come l’agenda del Presidente riesca ormai a sfidare i limiti del tempo. Negli ultimi mesi, del resto, il suo peso politico è cresciuto sensibilmente. Non solo perché è uno dei protagonisti della riforma delle professioni, ma perché ha contribuito a costruire “Professionisti Insieme”, una nuova associazione interprofessionale che riunisce più Ordini e ambisce a rappresentare oltre un milione di iscritti. L’iniziativa rafforza la sua capacità di influenza che lo ha portato anche a entrare in attrito diretto con la ministra del Lavoro Marina Calderone proprio sul perimetro e sulla governance della riforma. Il presidente ubiquo Facciamo due conti. Nel 2024 De Nuccio ha rendicontato 181 giornate di “assenza dallo studio” al Consiglio nazionale. Nello stesso anno è sindaco effettivo di Banco BPM, incarico che, secondo il regolamento interno dell’istituto, richiede 80 giornate annue. Una banca vigilata da Banca d’Italia e Consob, dove il rispetto dei limiti di tempo per i sindaci è una prescrizione stringente. Il totale fa 261 giornate. Ma le giornate lavorative teoriche di un anno sono circa 252. Il conto, peraltro, non include altre presidenze di collegi sindacali pubblici come Acquedotto Pugliese, le docenze all’Università LUM di Bari, né l’incarico di commissario straordinario di Condotte (dal febbraio 2025), che copre nove società del gruppo ed è anch’esso di nomina pubblica. Si capisce, allora, perché il presidente non trovi tempo per rispondere. La sua agenda deve spingersi ormai ai confini dell’ubiquità. Tutto regolare, per il regolamento A rendere possibile questa compressione del tempo entra in gioco il regolamento del Consiglio. Proprio nell’era De Nuccio, sulla scia del Covid, il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili ha modificato le norme interne: la partecipazione da remoto è equiparata a quella in presenza ma – dettaglio decisivo – non esiste alcuna soglia minima di tempo giornaliero per far scattare l’indennità di “assenza dallo studio”. Una giornata è una giornata, indipendentemente dalle ore dedicate. Bastano anche pochi minuti di collegamento online. Un sistema che consente, legittimamente, di concentrare più incarichi nella stessa data. Una flessibilità che nessuno, in passato, aveva mai interpretato in questo modo. A controllare, poi, è lo stesso organo che ha scritto le regole. L’auti-aumenti Tra il 2022 e il 2024, dunque in piena era De Nuccio, anche i compensi del presidente vengono regolarmente aggiornati. Il 1° giugno 2022, giorno dell’insediamento, una delibera (la n. 4) fissa l’indennità di carica a 66.000 euro annui, con una diaria di 400 euro per ogni giorno di assenza dallo studio. Otto mesi dopo, il 2 febbraio 2023, la delibera n. 33 equipara definitivamente presenza fisica e collegamento da remoto, eliminando qualsiasi soglia minima di tempo. Il 21 marzo 2024, con la delibera n. 84, l’indennità sale a 72.600 euro annui e il gettone giornaliero a 500 euro. Solo sommando la parte fissa, le 181 giornate di indennità e i compensi da Banco BPM (circa 120mila euro lordi), si arriva a 258mila euro. Quanto si raggiunga includendo tutti gli altri incarichi resta un dato ignoto. Quando avrà tempo, bontà sua, il presidente potrà chiarirlo. Anche l’ultima dichiarazione dei redditi sarebbe già qualcosa. Elezioni blindate Il tema della trasparenza investe anche le operazioni di voto che, per volontà del presidente, si svolgeranno esclusivamente da remoto, su una piattaforma unica online gestita dal Consiglio nazionale. Una scelta che ha innescato polemiche e ricorsi, lasciando fino all’ultimo 120mila professionisti nell’incertezza. Alcuni ricorrenti hanno lamentato rischi per la sicurezza e la segretezza del voto, dal momento che l’intero processo è gestito dal Consiglio, che cumula i ruoli di regolatore, gestore tecnico, controllore e giudice dei ricorsi. Il timore preventivo è che i vertici possano esercitare un’influenza indiretta sul rinnovo degli organi territoriali e, a cascata, sul Consiglio nazionale chiamato a decidere il secondo mandato. Un ricorso cautelare dell’Ordine di Latina è stato respinto: il Tar del Lazio ha ritenuto prevalente l’interesse pubblico allo svolgimento delle elezioni sulle contestazioni di un numero limitato di iscritti. Ha invece rinunciato spontaneamente all’istanza cautelare un’azienda informatica che aveva impugnato la gara per il servizio di voto a distanza. Si tratta di Eligo (Id Technology srl), che si ritiene ingiustamente esclusa: offerta da 60.035 euro più IVA, affidamento finale a 119.300 euro, accesso agli atti negato, delibera del 4 novembre comunicata solo il 10 dicembre. Circostanze che l’azienda contesta e che non sono state esaminate nel merito. Conclusione: si vota. Ma la domanda che accompagna l’urna non è solo giuridica, è culturale. Può una categoria fondata su rigore, terzietà e fiducia permettersi una leadership che ha risolto con eleganza regolamentare il problema del tempo e dello spazio a proprio favore? Che scrive le regole con cui si giudica? Che gestisce le elezioni con cui si ricandida? Il calendario, per ora, prende atto. L'articolo Commercialisti al voto, bloccati i ricorsi. 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Pescara, il Consiglio di Stato annulla le elezioni comunali: voto da ripetere in 27 sezioni. In bilico il sindaco di Forza Italia
Il Consiglio di Stato ha confermato la sentenza del Tar dell’Abruzzo che lo scorso giugno ha annullato parzialmente l’esito delle elezioni comunali di Pescara del 2024, vinte al primo turno col 50,95% dal sindaco uscente, Carlo Masci di Forza Italia. In base alla decisione, il voto dovrà essere ripetuto entro sessanta giorni in 27 delle 170 sezioni elettorali della città abruzzese (di cui una ospedaliera). Si tratta di circa 14mila elettori, che saranno determinanti per il futuro dell’attuale amministrazione: se l’esito della consultazione dovesse cambiare, potrebbe doversi tenere un ballottaggio “ritardato” tra Masci e il suo sfidante, l’indipendente di centrosinistra Carlo Costantini (34,24% al primo turno). Nel frattempo la giunta resterà in carica. I giudici amministrativi hanno annullato gli esiti elettorali delle sezioni con più criticità nello spoglio, un criterio che ha richiesto una valutazione caso per caso. Nelle 27 sezioni “incriminate”, si legge nella sentenza sono stati riscontrati “dubbi sulla genuinità ed affidabilità del risultato elettorale” e presenza di “errori non emendabili“. E poiché Masci aveva evitato il ballottaggio per soli 584 voti, “non può affermarsi, con un sufficiente grado di certezza, che l’annullamento degli atti, nei limiti della illegittimità accertata, sarebbe inidoneo ad una modifica sostanziale del risultato”, si legge nella sentenza. Masci si dice amareggiato dalla sentenza, che, afferma, ha “considerato errori formali quelli commessi dai presidenti nelle 23 sezioni dove va ripetuto il voto”, errori “assolutamente indipendenti dalla mia persona e dalla coalizione che mi sostiene”. Il primo cittadino è comunque fiducioso per la ripetizione delle comunali: “I numeri che ci dividono dal candidato del centrosinistra sono chiari e insindacabili e sono certo che i pescaresi non avranno dubbi e saranno ancora una volta al nostro fianco”. Fiducioso in questo senso anche il presidente del Consiglio regionale dell’Abruzzo, l’azzurro Lorenzo Sospiri: il voto, afferma, “confermerà il vantaggio mai superabile del sindaco legittimamente in carica Carlo Masci. Ovviamente noi ci prepariamo alla nuova campagna elettorale, che, secondo il mio personale punto di vista, trovo per certi aspetti discutibile e anche un po’ ingiusta, visto che costringe a uno sforzo supplementare quei consiglieri e assessori comunali oggi legittimamente eletti, che hanno maturato dei diritti e ora si trovano a doversi rimettere in discussione”. L'articolo Pescara, il Consiglio di Stato annulla le elezioni comunali: voto da ripetere in 27 sezioni. In bilico il sindaco di Forza Italia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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In Honduras vince Asfura, ma le urne non bastano: a decidere c’è anche l’ombra lunga di Washington
In Honduras, ancora una volta, le urne non bastano. A decidere il futuro del Paese non è solo il voto popolare, ma l’ombra lunga di Washington e di un progetto geopolitico che ha in Donald Trump il suo regista più spregiudicato. A fine dicembre, in pieno clima natalizio, il Consiglio Nazionale Elettorale ha proclamato vincitore Nasry “Tito” Asfura, candidato conservatore del Partido Nacional, con un margine strettissimo su Salvador Nasralla, al termine di uno scrutinio caotico, interrotto più volte, con sistemi informatici in tilt e un conteggio manuale mai del tutto chiarito. Però non si tratta solo di una questione tecnica. Per settimane, Trump è intervenuto apertamente nella campagna honduregna: endorsement pubblici per Asfura come “unico vero amico della libertà”, minacce di taglio degli aiuti se avesse perso, retorica dell’“avanzata comunista” per delegittimare gli altri candidati. In un Paese con una storia recente segnata da golpe, frodi e violenza politica, questo non è “normale” sostegno diplomatico: è interferenza diretta in un processo elettorale fragile. Non a caso, la Red Nacional de Defensoras de Derechos Humanos en Honduras – una rete femminista che da anni protegge attiviste e comunità nei territori – ha denunciato la “ingerencia” statunitense con un forte comunicato del 30 dicembre 2025, come un attacco alla sovranità popolare e segnale della volontà di occupazione politica di lungo periodo. Non si tratta solo di geopolitica astratta: molte di queste difensore lavorano in prima linea contro progetti estrattivi, privatizzazioni e militarizzazione che devastano territori indigeni, contadini e afrodiscendenti. A complicare ulteriormente il quadro, pochi giorni prima della proclamazione di Asfura, Trump ha concesso il perdono presidenziale a Juan Orlando Hernández, ex presidente honduregno condannato nel marzo 2024 negli Stati Uniti a 45 anni per traffico di cocaina e armi. Il simbolo internazionale del “narco-Stato” centroamericano esce quindi di prigione per una decisione politica che calpesta anni di lotte delle vittime e delle comunità colpite dalla violenza narco-paramilitare. Per le defensoras honduregne, questo indulto non è solo un insulto: è un messaggio chiaro. Chi ha favorito reti criminali, corruzione e violazioni massicce dei diritti umani può contare sulla protezione di Washington, purché resti allineato agli interessi strategici statunitensi. È una pedagogia dell’impunità che mina alle fondamenta qualunque discorso su “Stato di diritto” e “lotta al narcotraffico”. La vittoria di Asfura (contestata in modo veemente da Nasralla che ha chiesto il riconteggio dei voti) e il perdono a Hernández vanno letti insieme. Il primo è alleato politico del secondo e rappresenta la continuità di un blocco di potere – politico, imprenditoriale, militare – che ha trasformato l’Honduras in piattaforma per il traffico di droga, laboratorio di zone economiche speciali, territorio di conquista per il capitale estrattivo. Il secondo, liberato, torna a essere una pedina utile in una regione dove gli Stati Uniti vogliono blindare il proprio controllo, anche a costo di sacrificare ogni parvenza di giustizia. Non è un caso che a congratularsi con entusiasmo per l’elezione di Asfura ci sia anche Javier Milei, presidente argentino e altro tassello della nuova internazionale reazionaria che lega Casa Bianca, destre latinoamericane (José Antonio Kast in Cile, prima ancora Jair Messias Bolsonaro in Brasile) ed élite economiche transnazionali. L’idea è chiara: costruire un blocco politico che, in nome della “libertà” e del mercato, garantisca accesso privilegiato a risorse naturali, basi militari, manodopera a basso costo e governi disciplinati in linea con i diktat della Casa Bianca. Per molti si parla già della vecchia Dottrina Monroe aggiornata all’era Maga, che in America Latina già viene definita “Dottrina Donroe”: “America per gli americani”, intesi come Stati Uniti, oggi incarnati dal trumpismo 2.0. Dietro la retorica della lotta al comunismo, si muove la realtà ben concreta dell’estrattivismo, delle concessioni minerarie, dei mega-progetti energetici e infrastrutturali che scardinano comunità e ambienti. In questo scenario, il ruolo della Red Nacional de Defensoras e di tante altre organizzazioni honduregne è cruciale. Non solo documentano violazioni e accompagnano le vittime, ma costruiscono forme di protezione collettiva, reti di cura, spazi di formazione politica e giuridica. Da anni denunciano come le strutture criminali – spesso intrecciate con settori dello Stato – colpiscano in modo particolare le donne che difendono territori, acqua, corpo e comunità. Per questo la loro presa di posizione contro l’interferenza statunitense e contro l’indulto a Hernández è molto più di un comunicato: è un appello internazionale a non normalizzare l’idea che le elezioni in Honduras siano una variabile dell’agenda di Washington, e che i narco-governi possano essere riciclati quando conviene. Visto da Roma, potrebbe sembrare un gioco distante. Ma ogni volta che in Europa si accetta senza fiatare la narrativa “stabilità prima di tutto”, ogni volta che governi e imprese chiudono un occhio su frodi elettorali, militarizzazione e criminalizzazione dei movimenti sociali in nome di “interessi strategici”, si legittima esattamente questo modello. Lo stesso che spinge milioni di persone a migrare, che alimenta violenza e disuguaglianze, che trasforma territori in zone di sacrificio per garantire energia, materie prime e sicurezza alle potenze del Nord globale. Per questo la domanda che dovremmo porci – in Italia, in Europa – non è se Asfura “piaccia” o meno a Washington, ma chi paga il prezzo di questa nuova ingegneria politica regionale. E la risposta, come sempre, è la stessa: le comunità nei territori, le donne, i giovani, chi difende diritti e beni comuni. L'articolo In Honduras vince Asfura, ma le urne non bastano: a decidere c’è anche l’ombra lunga di Washington proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Legge elettorale, il report riservato della destra: “Serve proporzionale con premio. Col sistema attuale rischi per la stabilità”
Uno studio riservato sulla legge elettorale che “sponsorizza” un modello proporzionale con premio di maggioranza, in quanto meno rischioso per la stabilità del futuro governo. A realizzarlo sono stati gli uffici parlamentari dei partiti di centrodestra, in vista della riforma del sistema di voto annunciata dalla maggioranza nelle ultime settimane, dopo le Regionali vinte dal centrosinistra in Puglia e in Campania. Il report, i cui contenuti sono stati pubblicati da Repubblica e Corriere della sera, si intitola “Analisi legge elettorale 2027” ed elabora tre simulazioni con modelli differenti: quello che “garantisce più stabilità”, si legge, è l’ultimo, un proporzionale con premio di maggioranza del 55% dei seggi a chi supera il 40% dei voti, con soglia di sbarramento fissata al 3%. La legge elettorale attuale, infatti, preoccupa il centrodestra in vista delle prossime Politiche: se l’opposizione corresse unita, potrebbe aggiudicarsi una buona parte dei collegi uninominali (che assegnano circa un terzo dei seggi totali) persi nel 2022 presentandosi divisa in tre (Pd e Alleanza Verdi e Sinistra, Movimento 5 Stelle, “Terzo polo” Azione-Iv). Proprio gli uninominali erano stati decisivi nel garantire la super-maggioranza in Parlamento alla coalizione di Giorgia Meloni, mentre nel proporzionale l’opposizione aveva ottenuto più seggi. Ora il quadro è molto cambiato: secondo una simulazione dell’Istituto Cattaneo basata sui risultati delle Regionali, il centrosinistra conquisterebbe 55 uninominali contro gli 89 del centrodestra, mentre cinque anni fa era finito con un impietoso 23 a 121. “È evidente che si corrono grandi rischi”, nota il dossier commissionato dalla maggioranza. L'articolo Legge elettorale, il report riservato della destra: “Serve proporzionale con premio. Col sistema attuale rischi per la stabilità” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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