L’inferno dentro un mio post sulla pagina pubblica Facebook. Qualche riga sulla
finale del Festival di Sanremo 2026. Gino Cecchettin sale all’Ariston e dice che
scambiamo il controllo con l’amore. Poi vince una canzone che dice “senza te non
ha senso vivere”. Ho scritto che qualcosa non tornava. Quello che è successo
dopo non è stato un dibattito. È stato altro. La domanda è rimasta senza
risposta — sepolta sotto gli insulti. Vale la pena riproporla. Più in grande.
Nei consueti nove punti di questo blog.
1. Partiamo dai fatti, non dalle opinioni. Nella notte del primo marzo, durante
la serata finale di Sanremo 2026, Gino Cecchettin è salito sul palco
dell’Ariston. Dietro di lui scorrevano i nomi di 301 donne uccise dal 2023 a
oggi. Ha parlato di dipendenza affettiva come anticamera della violenza. Ha
detto che scambiamo il controllo con l’amore. Queste non sono opinioni. Sono le
parole che il Festival ha scelto di mettere in scena.
2. un’ora dopo, circa, lo stesso Festival ha incoronato la canzone vincitrice.
“Per sempre sì” di Sal Da Vinci. Chiariamolo subito e una volta per tutte: non è
una critica all’artista nè alla canzone. Non è ideologia, femminismo militante
oppure wokismo. E nemmeno è la caccia al mostro dentro un testo musicale. È
qualcosa di molto più semplice e preciso. E lo spiego al punto successivo.
3. Il punto riguarda Sanremo, non Sal Da Vinci. Quando un festival decide di
invitare Gino Cecchettin — padre di una ragazza uccisa da chi diceva di amarla —
non sta solo riempiendo una serata. Sta prendendo una posizione. Sta dicendo:
questo ci riguarda. Sta caricandosi di un peso etico. Da quel momento, la
coerenza non è più un optional.
4. “Senza te non vale niente. Non ha senso vivere”. È il possibile linguaggio
della canzone d’amore. Legittimo, piaccia oppure no. In quel brano non vi è
nulla di sbagliato. Ma il Festival ha scelto di invitare Cecchettin. Con quella
scelta si è caricato di un discorso etico preciso. E quel discorso ricade su
tutto ciò che accade quella sera — compresa la canzone che vince. Non è una
forzatura. È aritmetica.
5. Perché Cecchettin aveva appena spiegato che la violenza nasce esattamente da
lì. Da quel “senza di te non sono niente”. Da quell’amore che non sa stare in
piedi da solo. Da quella dipendenza che viene scambiata per passione. Non è
un’interpretazione: è quello che ha detto. È quello che il Festival ha scelto di
trasmettere in prima serata. Ripeto: la canzone non c’entra. Il palco, sì.
6. Per questo dico: la dissonanza, quindi, non è una mia impressione soggettiva
e nemmeno la lettura ideologica di chi cerca il problema a tutti i costi. È
logica. Non si può usare il simbolo di una battaglia culturale come scenografia
e poi agire come se quella battaglia non esistesse. O la coerenza vale o non
vale. Non si sceglie a seconda della serata.
7. Sanremo ha sempre usato i simboli civili. Ma quante volte lo ha fatto
interrogandosi davvero sul messaggio che mandava? Quando sceglie di mettere in
scena Cecchettin, sta compiendo un atto culturale o sta cercando una lacrima? Su
questo blog ho già scritto che Sanremo è morto. Questa dissonanza non mi fa
cambiare idea.
8. Forse la domanda vera non riguarda nemmeno questa edizione. Riguarda il
Festival in quanto tale. Un sistema che ogni anno bilancia intrattenimento,
consenso e messaggi civili: riesce davvero a tenere insieme tutto questo senza
perdere coerenza? O la coerenza, in un meccanismo così grande e così esposto, è
semplicemente impossibile?
9. La mia polemica non era contro la canzone. Era contro la dissonanza. Lo
ribadisco per l’ultima volta, visto lo shitstorm piovutomi addosso. Nient’altro.
Come sempre, il percorso continua nella playlist dedicata, disponibile
gratuitamente sul mio canale Spotify (link qui sotto). Se vuoi dire la tua,
fallo nei commenti — o sulla mia pagina Facebook pubblica, dove questo blog vive
davvero.
9 Canzoni 9 … dissonanti
L'articolo Sanremo, perché ho visto dissonanza tra le parole di Cecchettin e il
testo di Sal Da Vinci (e sono stato insultato) proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Violenza di Genere
In occasione dei 30 anni dall’approvazione della legge contro la violenza
sessuale del 1996, che ha reso lo stupro un reato contro la persona e non contro
la morale, i centri antiviolenza e le organizzazioni femministe e
transfemministe di Roma – come in tutta Italia, da Milano a Napoli e Bari –
tornano in piazza per dire no al Ddl Bongiorno, la proposta di legge promossa
dalla senatrice leghista, al momento in commissione Giustizia al Senato. A far
infuriare le realtà che da anni si occupano di contrastare la violenza di
genere, è la definizione di stupro, definita in un primo momento, nel testo
approvato alla Camera in maniera bipartisan, come un atto compiuto “senza il
consenso libero e attuale“, modificato poi, in commissione al Senato su spinta
della lega, con la frase “contro la volontà della persona“.
“Sostituire la parola consenso con dissenso significa mettere il corpo delle
donne a disposizione fino a prova contraria – spiega Simona Ammerata, di D.i.Re,
rete che raggruppa 88 organizzazioni in Italia che gestiscono 118 Centri
antiviolenza e più di 60 Case rifugio – significa spostare la responsabilità
della violenza sulla vittima e non sul colpevole.”
In piazza oltre alle attiviste e alle associazioni transfemministe, erano
presenti anche alcune esponenti dell’opposizione, come la senatrice Pd Susanna
Camusso e la deputata Laura Boldrini. “Noi diciamo meglio niente che questa
legge – dice Boldrini – questa proposta ci porta indietro.”
Il presidio, iniziato intorno alle 16 a piazza Santi Apostoli, si è trasformato
in un corteo che ha percorso le vie dello shopping del centro città, attirando
l’attenzione dei passanti e dei turisti, per concludersi intorno alle 19 a
piazza del Popolo. “Noi siamo in mobilitazione permanente e non ci fermiamo –
dice Francesca De Masi, presidente della cooperativa sociale Be Free – il
prossimo appuntamento sarà il 28 febbraio con il corteo nazionale qui a Roma.”
L'articolo “Il ddl Bongiorno fa ricadere su chi la violenza la subisce l’obbligo
di dire esplicitamente No”: la protesta a Roma proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Generazione Z viene spesso descritta come una generazione attenta al
benessere, alla tolleranza e al rispetto reciproco. Tuttavia, ricerche sociali e
casi di cronaca mostrano una realtà più complessa e contraddittoria. Alla
vigilia di San Valentino, Save the Children pubblica il rapporto “Stavo solo
scherzando. Nuove evidenze sulla violenza nelle relazioni tra adolescenti”,
realizzato con Ipsos Doxa su un campione di mille ragazzi e ragazze tra i 14 e i
18 anni. Il quadro che emerge è quello di relazioni segnate da comportamenti
aggressivi, controllo e violenza, spesso normalizzati nella quotidianità.
Secondo i dati, un adolescente su quattro (25%) è stato spaventato almeno una
volta con atteggiamenti violenti – come schiaffi, pugni, spinte o lancio di
oggetti – da una persona con cui aveva o aveva avuto una relazione. Più di uno
su tre (36%) ha subito linguaggio violento da parte del partner, mentre uno su
tre è stato geolocalizzato o controllato dal partner tramite strumenti digitali.
Il 28% ha subito pressioni per inviare foto o video intimi e la stessa
percentuale ha visto condivise proprie immagini intime senza consenso. Inoltre,
il 29% si è sentito costretto almeno una volta a compiere atti sessuali
indesiderati e il 36% ha ricevuto insulti o prese in giro per il proprio genere
o orientamento sessuale.
Le molestie e i comportamenti violenti non si limitano alla relazione di coppia.
Più di quattro adolescenti su dieci sono stati importunati con commenti o
avances sessuali indesiderate, percentuale che sale al 50% tra le ragazze. Nel
complesso, il 42% dichiara di essere stato molestato sessualmente almeno una
volta, mentre il 49% ha avuto paura di subire violenza da coetanei o gruppi di
coetanei. Il 38% ha subito comportamenti violenti sia online sia offline dalla
stessa persona.
Il rapporto evidenzia come le ragazze siano più esposte a molestie, violenza e
limitazioni della libertà. Il 66% ha subito catcalling in strada o negli spazi
pubblici e il 70% si sente in pericolo quando è per strada. Quasi la metà, il
49%, evita di prendere i mezzi pubblici da sola la sera. Tra le ragazze, il 64%
si sente in pericolo sui mezzi pubblici e nei parchi, mentre il 60% percepisce
rischi nei luoghi di divertimento.
Anche i comportamenti di controllo risultano diffusi. Il 44% degli adolescenti
ha ricevuto richieste di non uscire con alcune persone, il 43% di non accettare
contatti sui social e il 39% di cancellare contenuti dal telefono o dai social
network. Il 40% ha ricevuto richieste su come vestirsi e il 29% di condividere
le proprie password. Il 29% ha subito minacce di gesti estremi in caso di
rottura.
Il rapporto evidenzia anche una sovrapposizione tra comportamenti subiti e
agiti: il 28% degli adolescenti dichiara di aver usato linguaggio violento
almeno una volta, il 28% di aver fatto leva sulle emozioni per ottenere qualcosa
e il 21% di aver fatto pressioni per ottenere immagini intime. Il 18% ammette di
aver spaventato il partner con atteggiamenti violenti.
Il contesto familiare emerge come un fattore determinante. Gli adolescenti che
vivono in famiglie conflittuali o esposte alla violenza mostrano percentuali più
elevate sia nel subire sia nell’agire comportamenti violenti. Tra questi, il 39%
usa linguaggio violento e il 30% ha avuto atteggiamenti violenti verso il
partner, contro il 28% e il 18% del campione generale.
Il rapporto segnala anche situazioni di vulnerabilità legate al consumo di alcol
e alle dinamiche di gruppo. Il 28% degli adolescenti dichiara di aver avuto
incontri intimi occasionali dopo aver bevuto troppo e senza ricordare bene le
circostanze. Il 40% ritiene diffuso tra i coetanei bere alcol per disinibirsi
sessualmente e il 23% per partecipare a giochi o sfide sessuali di gruppo.
Risposte che vanno ad intrecciarsi con un cambiamento più ampio nel modo in cui
gli adolescenti vivono l’intimità. Le ricerche indicano che i giovani della
Generazione Z tendono ad avere meno rapporti sessuali rispetto alle generazioni
precedenti e a vivere le relazioni con maggiore cautela, attribuendo più
importanza al consenso, alla fiducia e al benessere emotivo. Un’evoluzione che
riflette una diversa percezione dei legami affettivi e delle dinamiche
relazionali tra i più giovani.
Nonostante una maggiore consapevolezza sul consenso e sulla differenza tra amore
e possesso, i comportamenti violenti restano diffusi. Il 73% ritiene che nessuno
dovrebbe sentirsi obbligato a condividere password o posizione con il partner e
il 68% afferma che il consenso non è mai scontato, neanche all’interno di una
relazione. Tuttavia, la percentuale di chi dichiara di aver subito violenza o
linguaggio aggressivo è aumentata rispetto alle rilevazioni precedenti, ad
esempio per quanto riguarda il linguaggio violento (36% rispetto al 31% nel
2023) e gli atteggiamenti intimidatori o violenti (25% rispetto al 19%).
Questi dati confermano la fragilità relazionale nella Generazione Z. Secondo uno
studio della ricercatrice Delia Cai, gli zoomer si confrontano sempre più spesso
con esperienze di rifiuto e insicurezza, dalle relazioni affettive ai rapporti
sociali, fino alle opportunità di studio e lavoro. Una condizione che
contribuisce a rendere le relazioni più instabili e vulnerabili, in cui il
bisogno di controllo e la paura dell’abbandono possono tradursi più facilmente
in comportamenti possessivi, pressioni o forme di violenza psicologica.
Il rapporto evidenzia infine la scarsa conoscenza degli strumenti di supporto.
Solo l’11% degli adolescenti conosce correttamente il numero antiviolenza 1522.
L’85% afferma che parlerebbe con qualcuno in caso di violenza, soprattutto con
la madre (60%) o con il padre (39%), mentre solo il 7% si rivolgerebbe a centri
antiviolenza o personale scolastico.
L'articolo Il 25% degli adolescenti italiani ha subito atteggiamenti violenti
nella relazione, diffusi anche i comportamenti di controllo: il report proviene
da Il Fatto Quotidiano.
“Tiziana Iaria ha potuto svolgere abusivamente la professione di psicologa e
psicoterapeuta proprio servendosi del Centro Antiviolenza Margherita di cui ella
è presidente”. È quanto scrive il gip Cristina Foti nel provvedimento di
sequestro eseguito nei giorni scorsi su richiesta del procuratore di Reggio
Calabria Giuseppe Borrelli, dell’aggiunto Stefano Musolino e del sostituto
Flavia Modica. La storia è quella dell’associazione “Odv Centro Antiviolenza
Margherita”, sequestrata dalla polizia di stato a quasi due anni dal finto
rapimento della sua titolare, Tiziana Iaria, indagata adesso per false
informazioni al pubblico ministero, simulazione di reato, calunnia ed esercizio
abusivo della professione di psicologa.
Il 22 marzo 2024, infatti, Iaria ha denunciato che il giorno prima è stata
rapita da una donna e due uomini. È da qui che la squadra mobile di Reggio
Calabria è partita per ricostruire cosa avveniva all’interno dell’associazione
che si occupava di donne vittime di violenza. La mattina precedente alla
denuncia “ho attraversato la strada per proseguire sempre sulla via dei
Correttori – è il racconto di Iaria agli investigatori – e proprio, dopo avere
attraversato la strada, venivo chiamata da una signora con i capelli neri corti,
che mi appellava signorina, che in vernacolo mi proferiva una frase del tipo ‘mi
putiti iutari?’ (mi potete aiutare, ndr). La signora aveva in braccio un bambino
che credo avesse circa poco più di un anno e mi ha chiesto di aiutarla a
sistemare quel bambino su una sorta di seggiolino rialzato privo di spalliera
che era ubicato sul sedile posteriore di una autovettura di colore scuro molto
grande che credo fosse una station wagon. Ricordo, dopo aver aperto lo sportello
posteriore destro, di aver messo un mio ginocchio sul sedile in modo da poter
sistemare il bambino sul sediolino. A questo punto ricordo solamente di aver
accusato un forte dolore al capo nella parte sinistra della nuca e di aver
sentito un odore forte come se fosse ammoniaca, odore che mi era sembrato di
percepire anche sui vestiti del bambino. Da quel momento non ricordo più nulla”.
Stando alle sue dichiarazioni, inoltre, Iaria si sarebbe ritrovata “in una
stanza al buio, seduta su una sedia di legno con i braccioli”. Una stanza,
chiusa chiave, dove c’era “un forte odore”: “Sentivo la voce di due individui di
sesso maschile che discutevano fra di loro. Solo quando è stata aperta la porta
della stanza in cui mi trovavo riuscivo a veder qualcosa in quanto è entrata la
luce artificiale di un neon e in questa circostanza notavo che nell’ambiente in
cui mi trovavo vi erano presente i mobili che poco prima avevo percepito al
tatto. Ricordo che vedevo due persone e una di queste mi diceva di uscire dalla
stanza sollecitandomi a salire in un furgoncino credo di colore bianco.
Specifico che queste due persone erano due uomini, tutti e due avevano delle
tute col cappuccio. Entrambi questi due uomini salivano nel furgoncino con me,
loro erano seduti avanti io, invece, ero seduta nel sedile posteriore e preciso
che non ero legata”. Quando il furgone si è fermato, “uno dei due uomini
scendendo dal mezzo e aprendo lo sportello posteriore, mi porgeva un bicchierino
con dentro una sostanza liquida e mi invitava e berla, ma stante che io mi
rifiutavo di farlo, lo stesso mi colpiva con un pugno allo stomaco e mi ripeteva
bruscamente di bere per cui io l’ho assecondato ingerendo la sostanza. Dopo che
ho bevuto questo liquido l’uomo risaliva a bordo del mezzo e ripartivamo.
Ricordo che nei pressi di casa mia il furgoncino si fermava nuovamente ed io
venivo spinta fuori dal mezzo”.
Per gli investigatori era tutto inventato: “Le indagini – si legge nel
provvedimento di sequestro non portavano ad alcun esito ed, anzi, smentivano
radicalmente la versione fornita dalla denunciante”. Le telecamere di
videosorveglianza presenti nella zona, infatti, hanno immortalato un percorso
della Iaria che “si discostava nettamente da quanto riferito” dalla stessa che
aveva dichiarato di essere uscita dal Centro antiviolenza “per recarsi presso lo
studio dell’avvocato (dell’associazione, ndr) sito nelle immediate vicinanze”.
“Eppure – scrive il gip – la stessa veniva notata percorrere un tragitto
decisamente più lungo, nel corso del quale non solo non incontrava alcuno di
sospetto, ma pure faceva acquisiti per poi entrare all’interno della Villa
Comunale intorno alle 9.40”. Qualcosa non torna nemmeno per quanto riguarda il
suo presunto rilascio da parte dei rapitori: “Le immagini dimostravano come
Tiziana Iaria fosse giunta in via Vittorio Emanuele III a mezzo del pullman
Atam, proveniente da Gambarie d’Aspromonte ove la stessa dispone di un
immobile”.
È da lì, utilizzando il suo cellulare, che Iaria si sarebbe collegata su
Facebook e, nella notte del finto rapimento, avrebbe inviato un messaggio al
marito sostenendo di essere uno dei sequestratori e che presto sarebbe stata
liberata. Interrogata di nuovo in questura, dopo aver confermato la prima
versione agli investigatori, quando questi ultimi le hanno fatto vedere le
fotografie che smontavano il suo racconto, Tiziana Iaria non si è scomposta: “lo
non mi ricordo assolutamente di aver percorso il tragitto che mi state facendo
vedere. – sono state le sue parole – Confermo quanto vi ho finora riferito”.
Iscritta nel registro degli indagati, l’inchiesta ha fatto luce sulle altre
anomalie dell’associazione. A partire dalla professione di psicologa che
l’indagata esercitava senza essere iscritta all’albo, prescrivendo farmaci e
facendosi pagare.
Una testimone, che in passato ha lavorato per l’associazione, ha dichiarato:
“Seppur non era iscritta all’albo degli psicologi, teneva nel suo studio delle
sedute con dei pazienti a cui si presentava come psicologa e a cui rilasciava a
fine colloquio delle ricevute che però non venivano mai caricate come fatture.
Quando talvolta i suoi clienti, che spesso erano vittime di maltrattamenti e
violenze, si recavano dagli assistenti sociali e menzionavano la Iaria come loro
psicologa di fiducia, lei ai servizi sociali, per non avere problemi,
specificava che non era psicologa ma sentiva quelle persone nell’ambito di uno
sportello di ascolto”.
La squadra mobile ha trovato anche i versamenti che l’indagata riceveva sui suoi
conti correnti “a titolo di corrispettivo per le prestazioni rese in qualità di
psicologa”. Dall’analisi del suo cellulare, inoltre, “si riscontrava un’immagine
ritraente un timbro sul quale erano indicati i dati e i recapiti di Tiziana
Iaria, qualificatesi come ‘psicologa cognitiva e comportamentale’”. Nel
fascicolo dell’inchiesta sono finiti pure gli atti di un procedimento
giudiziario relativo alla nomina di un amministratore di sostegno a favore di
una signora dei cui beni Tiziana Iaria risulta “amministratrice di fatto senza
alcuna nomina”. “Le indagini hanno permesso di accertare – scrive il gip nel
decreto sequestro – anche una gestione torbida dei beni patrimoniali riferibili
alla Iaria e al Centro Margherita”. A proposito dell’esercizio abusivo della
professione di psicologa, invece, secondo i magistrati “grazie al Centro da lei
diretto, – si legge nel provvedimento – l’indagata è riuscita a perpetrare il
reato e, in particolare, ad aggravarne il disvalore per averlo compiuto non già
in maniera puramente occasionale, bensì in via assidua e continuativa,
arricchendosi ai danni delle povere vittime già seriamente provate dagli abusi
subiti”. Il sequestro dell’associazione antiviolenza, quindi, si è reso
“necessario e indispensabile” perché “appare altamente probabile che l’indagata
persista nel reato servendosi del Centro”. Nelle sue conclusioni, il gip
sottolinea la “spregiudicatezza e serialità della condotta posta in essere
dall’indagata” che “non solo si è arricchita percependo appositi compensi per
l’attività svolta, ma soprattutto si è anche spinta a prescrivere farmaci alle
pazienti, senza curarsi affatto delle gravi conseguenze alle quali le avrebbe
esposte, essendo priva di qualsiasi tipo di abilitazione”.
L'articolo Sequestro associazione antiviolenza a Reggio Calabria, nelle carte la
storia del finto rapimento della “psicologa cognitiva e comportamentale”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Centinaia di persone, ieri sera, hanno preso parte al flashmob organizzato a
Roma dalle associazioni di quartiere, centro antiviolenza Donna Lisa, Astra e
Non una di meno dopo la violenza sessuale subita da una 23enne all’uscita della
metro Jonio. “Siamo qui per solidarietà alla donna, per ribadire la nostra
presenza sui territori e sottolineare che non accettiamo sciacallaggi su vicende
terribili come questa – ha affermato Daniela Volpe del centro Donna Lisa – Chi
stupra è maschio, che sia bianco o nero, è figlio delle cultura patriarcale. Le
strade sicure le fanno le donne che le attraversano”. La fermata dove è avvenuta
la violenza “è pericolosa soprattutto di sera”. “Abbiamo dei giardini che di
notte sono un invito alla violenza e strade buie – ha sottolineato – Questa
fermata della metro avrebbe potuto avere un accesso diretto su viale Jonio, ma
non capiamo perché non venga aperta”.
L'articolo Ragazza violentata fuori dalla metro, flash mob e corteo a Roma:
“Strade buie invito alla violenza” – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo Roma arriva anche Lucca. Un elenco con i nomi di due studentesse
accompagnato dalla scritta “Lista stupri“ è comparso nei bagni del liceo
scientifico Vallisneri nel centro della città toscana. Una delle poche
differenze il pennarello usato: nero. Era rosso quello utilizzato al liceo
Giulio Cesare di Roma. Ad accompagnare l’elenco nel lice di Lucca anche un
disegno di genitali femminili. Rimosso insieme la scritta dal personale che ha
allertato la dirigente scolastica, Maria Rosaria Mencacci. A seguito è stata
chiamata la polizia.
Sebbene gli autori del gesto non siano ancora stati identificati, le indagini
della Questura di Lucca sono in corso. Il gesto sembra essere un tentativo di
emulare l’pisodio analogo avvenuto nei giorni scorsi al liceo romano. A scoprire
la lista è stato uno studente nella tarda mattina di martedì. Il ragazzo ha
scattato una foto avendo anche riconosciuto il nome di una sua amica. Una delle
due ragazze presenti all’interno dell’elenco si è presentata in questura nel
pomeriggio sporgendo denuncia contro ignoti.
La ragazza ha scritto sul gruppo congiunto dei rappresentanti studenteschi:
“Domattina, a scuola ci entro e lo farete anche tutti voi, perché tra di noi c’è
anche quello o quelli che hanno fatto quella scritta; già si è sentito in potere
di ledere la mia persona e quella dell’altra ragazza, figuratevi se gli regalo
un’ora o di più fuori dalla classe. Chiunque sia stato per ora continuerà a
vivere la sua vita, sentendosi la m…a che è anche se ne dubito visto ciò che ha
fatto. Al di fuori di ciò io ho già fatto ciò che dovevo fare e i colpevoli
prima o poi verranno fuori”. Come riportato dal Tirreno una delle rappresentanti
di istituto ha definito “abominevole” l’accaduto mentre un altro ha dichiarato
di aver parlato con la ragazza: “Mi è sembrata tranquilla: questo mi fa pensare
che possa trattarsi solo di un brutto gioco”. Avanzata anche l’idea di uno
sciopero, rifiutato però dalle due ragazze.
L'articolo Dopo Roma anche nel bagno di un liceo di Lucca spunta la “lista
stupri” con i nomi di due studentesse proviene da Il Fatto Quotidiano.
La scritta a pennarello rosso “lista stupri” e sotto un elenco di nomi e cognomi
di una decina di ragazze che frequentano il liceo classico Giulio Cesare a Roma.
La scoperta sui muri del bagno dei maschi è avvenuta il 27 novembre, due giorni
dopo la Giornata per l’eliminazione della violenza sulle donne. Il gesto è stato
denunciato dal collettivo scolastico Zero Alibi e ha provocato un’ondata unanime
di condanne. Sul caso è intervenuto anche il ministro dell’Istruzione Giuseppe
Valditara: “E’ un fatto grave che va indagato e sanzionato duramente. Con le
nuove norme la scuola ha tutti gli elementi per procedere”. Per la dirigente
scolastica Paola Senesi sono “si tratta di ottusi graffiti vandalici” e “si
ribadisce fortemente la condanna nei confronti di qualsivoglia stereotipo e
violenza di genere sia essa fisica, verbale, psicologica o digitale. Il Giulio
Cesare non è aperto alla violenza; il nostro liceo non vuol essere ricettacolo
d’intolleranza”.
Nei giorni scorsi, era stato segnalato un altro episodio: alcuni fogli di una
raccolta firme avviata dalle studentesse contro la violenza di genere erano
stati strappati con violenza da soggetti ancora sconosciuti. Inoltre, un anno fa
al liceo Visconti era circolato un foglio contenente informazioni personali
riguardanti alcune studentesse.
Il comunicato del collettivo, diffuso su Instagram, parla di “una scritta
aberrante: “Lista stupri” e a seguire una serie di nomi di studentesse” e
denuncia come “Un muro può essere cancellato, ma la cultura alla base del
messaggio no, va combattuta. Questo gesto oltre a essere di una gravità
inconcepibile, dimostra la società patriarcale in cui ancora oggi tuttə noi
viviamo. Usare la violenza sessuale come arma, come minaccia o scherno,
significa alimentare ed essere parte attiva della stessa cultura che ogni giorno
uccide, ferisce, opprime, umilia e zittisce le donne. Significa sentirsi
autorizzati a trattare i corpi femminili come oggetti, come bersagli, come
componenti di una lista. E questo è intollerabile”.
La dirigente scolastica ha diramato una circolare in cui si chiede ai professori
di proporre iniziative contro la violenza di genere. La preside scrive che il
liceo si riconosce pienamente nei valori costituzionali che da sempre trasmette
ai suoi studenti e che “a fronte degli ottusi graffiti vandalici apparsi nei
servizi igienici del nostro liceo, si ribadisce fortemente la condanna nei
confronti di qualsivoglia stereotipo e violenza di genere sia essa fisica,
verbale, psicologica o digitale. […] Il Giulio Cesare non è aperto alla
violenza, il nostro liceo non vuol essere ricettacolo d’intolleranza, la scuola
non dimenticherà mai d’indicare quanto ci sia ancora da fare per concretizzare,
de jure e de facto, la pari dignità tra donne e uomini, connotata da un profondo
rispetto reciproco e dunque incompatibile con la pratica della violenza di
qualsiasi tipo essa si tratti”.
L'articolo “Lista stupri” con i nomi delle compagne: la scoperta choc in un
bagno del liceo Giulio Cesare a Roma. Valditara: “Da sanzionare” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
“Il rischio è il rovesciamento dell’onere della prova“. Anche la ministra per la
Famiglia, Natalità e Pari Opportunità, Eugenia Roccella, si scaglia contro il
ddl sul “consenso libero e attuale” in materia di violenza sessuale. Lo fa
criticando il testo del provvedimento e sollevando dubbi, salvo poi essere
smentita – punto per punto – dal presidente del Tribunale di Milano Fabio Roia,
magistrato da decenni impegnato nel contrasto alla violenza di genere: “Dovrà
essere sempre il pubblico ministero a dover dimostrare che quel rapporto è
avvenuto senza un libero consenso da parte della donna”, spiega Roia.
Dopo la battuta d’arresto a sorpresa arrivata martedì in Senato, la destra prova
ad abbattere definitivamente il ddl, nonostante le garanzie date dalla stessa
premier Giorgia Meloni. Matteo Salvini, con orgoglio, si intesta la frenata
parlamentare: per il leader della LEga la legge è “troppo interpretabile” e
lascia “spazio alle vendette personali”. Poco dopo è la ministra Roccella,
intervistata durante la trasmissione “Ping Pong” su Rai Radio 1, a condividere
la decisione di non approvare il ddl: “È meglio prendere più tempo ma approvare
una legge convincente”, ha detto. Per Roccella “quello che è emerso dopo
l’approvazione alla Camera è una forte perplessità da ambienti importanti: gli
avvocati, l’ex presidente delle Camere Penali Caiazza è stato molto duro su
questa legge, anche altri hanno sollevato dei dubbi“. Critiche condivise dalla
ministra: “Il rischio è il rovesciamento dell’onere della prova, questo è il
dubbio”, insiste la ministra.
Alla presa di posizione di Roccella risponde il magistrato Roia che ha ricevuto
per il suo impegno sul tema del contrasto alla violenza di genere l’Ambrogino
d’Oro nel 2018. Non è “assolutamente vero che introdurre il concetto di consenso
libero ed attuale” nel reato di violenza sessuale “costituisca un’inversione
dell’onere della prova”. Come spiega Roia, la donna “si limiterà a fare una
denuncia, sempre sotto assunzione di responsabilità”, ma poi “dovrà essere il
pubblico ministero a dimostrare che quel rapporto è avvenuto senza un libero
consenso”. Parlando con l’Ansa, il presidente del Tribunale di Milano sottolinea
che parlare di rischio di inversione della prova “è una suggestione, un profondo
sbaglio giuridico-processuale e probabilmente, ma questo non sta a me dirlo, può
essere una scusa per non approvare una legge di civiltà“. Legge che, ricorda il
magistrato, “altri Paesi hanno e che stanno applicando e che la stessa Europa ci
ha richiesto di adottare”.
Roia spiega infatti che “già nell’attuale legge ci sono delle condizioni che
tendono ad eliminare il consenso, che sono la violenza, la minaccia e l’abuso di
condizioni di inferiorità, anche transitoria, psichica o fisica da parte della
donna”. Questi, spiega, sono i casi “tipici della donna che assume sostanze
stupefacenti o alcoliche“. Introdurre “il concetto di consenso – prosegue il
presidente del Tribunale – è un qualcosa di più ampio, ma che non sposta
assolutamente il tema, perché dovrà essere sempre il pubblico ministero a dover
dimostrare che quel rapporto è avvenuto senza un libero consenso da parte della
donna”. Pm che “ovviamente utilizzerà le dichiarazioni della donna, ma questo
già avviene nei processi attuali”, aggiunge.
Per Roia quella di martedì “è una pagina oscura che è capitata, tra l’altro,
proprio il 25 novembre (giornata internazionale contro la violenza sulle donne,
ndr) e lo è sul piano di quel raggiungimento di obiettivi di libertà delle donne
verso i quali tutti dicono, a parole, di orientarsi, tranne poi assumere
atteggiamenti contraddittori rispetto a quegli stessi obiettivi”, conclude il
magistrato.
L'articolo Ddl stupro, Roccella: “Rovescia l’onere della prova”. Il magistrato
Roia: “Falso, spetta al pm dimostrare l’assenza di consenso” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Blitz dei partecipanti al corteo promosso da Non una di meno nella metropolitana
torinese. Il corteo partito da piazza Carlo Felice, davanti alla stazione
ferroviaria di Torino Porta Nuova, mentre stava sfilando lungo via Nizza ha
improvvisamente interrotto la marcia e alcune centinaia di manifestanti sono
scesi lungo le scale della metro bloccando le porte di un convoglio con lo
striscione ‘Contro la violenza del patriarcato blocchiamo tutto’. Al corteo
partecipano oltre 2500 persone. Dopo alcuni minuti i manifestanti hanno ripreso
a sfilare per le vie del capoluogo piemontese.
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la metro – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
Se nel Medioevo alle donne veniva imposta la mordacchia, oggi ci sono strumenti
più sofisticati contro le donne che svelano, parlano, prendono posizione
pubblica contro la violenza sessista: cause legali minacciose, intimidazioni
giudiziarie e attacchi mediatici. A finire nel mirino non sono solo le vittime
di violenza e attiviste femministe, ma anche operatrici dei centri antiviolenza
e giornaliste che raccontano la vittimizzazione istituzionale delle donne. A
volte ci sono giornaliste che vengono condannare in cause civili per
diffamazione, anche se quanto hanno scritto era basato su documenti ufficiali e
si trasforma la verità in un’imputata.
È lecito usare il diritto per soffocare la voce di chi denuncia violenza? La
legge serve a proteggere le persone dalla calunnia, certo. Ma le vittime devono
poter parlare, denunciare pubblicamente ciò che hanno subito, senza il rischio
di essere trascinate in tribunale.
In Italia cresce il rischio di Slapp – Strategic Lawsuits Against Public
Participation – cause legali strategiche contro chi partecipa al dibattito
pubblico sul tema della violenza maschile contro le donne. Sono strumenti di
intimidazione pensati per zittire chi denuncia abusi, chi si espone, chi osa
rompere il silenzio. L’obiettivo è chiaro: riportare le donne al silenzio.
Il backlash preannunciato da Susan Faludi nel 1991 è qui ed è evidente. Minacce
legali, pressioni di potere, violenza istituzionale: tutto per impedire alle
donne di parlare. Il movimento #MeToo del 2017, che portò milioni di donne a
denunciare pubblicamente violenze e molestie superando i confini geografici
negli Usa e culminò nella condanna del produttore Harvey Weinstein a 24 anni di
carcere, dimostrò quanto la solidarietà e la visibilità possano fare la
differenza. Ma oggi, lo stesso sostegno allo svelamento delle vittime sarebbe
garantito?
Recentemente, alcune operatrici dei centri antiviolenza sono state denunciate
per testimonianze rese in aula durante processi per violenza. La Procura ha
archiviato, ma il danno è stato fatto: stress, intimidazione. Altri casi vedono
uomini imputati per violenza inviare minacce legali tramite i propri avvocati a
chi aveva semplicemente svolto il proprio lavoro: relazioni inviate ai servizi
sociali o alle forze dell’ordine sulle donne accolte nei centri. Tutto finisce
spesso nel nulla, ma intanto il centro perde tempo e risorse preziose, e le
operatrici vengono logorate psicologicamente.
E se da una parte c’è lo Slapp, dall’altra ci sono continue aggressioni digitali
alle pagine social dei Centri antiviolenza, che a volte si amplificano con
shitstorm organizzate, fatte spesso da profili fake che scagliano insulti e
minacce. Gli aggressori attaccano le pagine social dei centri antiviolenza,
prendendo di mira le operatrici e le sopravvissute con campagne coordinate di
umiliazione e di intimidazione. A volte, gli autori di violenza le cui compagne
sono state ospitate nelle case rifugio lanciano accuse pubbliche, volte a
diffamare l’operato dei Centri antiviolenza con l’accusa di sottrazione di
minore. Accuse alle quali le rappresentanti dei Centri antiviolenza
difficilmente possono replicare, sia perché sono tenute alla riservatezza su
quanto viene svelato nel Centro antiviolenza, sia perché difendersi potrebbe
dire esporsi al rischio di denuncia per diffamazione.
Un caso emblematico che rispecchia la situazione che ho appena descritto è
quella capitata dell’attivista croata Tölle, condannata per aver diffamato il
marito di una donna accolta nel suo centro antiviolenza. Tolle aveva respinto
pubblicamente le accuse dell’uomo (di aver sottratto la figlia) spiegando i
motivi per cui il centro antiviolenza aveva accolto la donna e la minore. La
Corte Europea dei Diritti Umani riconobbe la querela fatta dall’uomo come azione
legale intimidatoria. Non si trattò di un normale processo, ma dell’uso distorto
del diritto per silenziare chi difende le donne. Lo Stato croato fu condannato a
risarcire l’attivista.
Quanto alle vittime di violenza, il passo da sopravvissute a imputate può essere
brevissimo. Il rapporto Da sopravvissuta a imputata, pubblicato da Index on
Censorship, conferma la tendenza: in Regno Unito e Irlanda, le sopravvissute
alla violenza sessuale sono sempre più spesso bersaglio di minacce legali,
citazioni in giudizio e intimidazioni da parte di studi legali, solo per aver
raccontato la propria esperienza.
In Italia, donne che denunciano violenza istituzionale sui social o
pubblicamente possono subire lo stesso trattamento: accuse di diffamazione,
cause civili, processi infiniti. Come osserva Elena Biaggioni: “Quello che non
si vuole vedere è la disparità di potere. Tutte le donne che parlano di violenza
sanno che prima o poi dovranno affrontare il timore di una denuncia. Sono forme
di intimidazione che funzionano. Investono anche i Centri antiviolenza. Sono le
parole dei bulli che diventano legge.”
È un paradosso inquietante: denunciare la violenza e trovarsi nuovamente colpite
dalla violenza stessa, questa volta sotto forma di diritto piegato al potere. È
ora di affrontare questa problematica perché la legge non può diventare un’arma
contro chi denuncia violenze, né in aula di tribunale, né sui social.
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far tacere chi denuncia violenza? proviene da Il Fatto Quotidiano.