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OMODA 7 SHS-P
Non c’è la neve sulla tangenziale di Milano che scorre di fianco all’Arena Santa
Giulia, il palazzo del ghiaccio destinato a ospitare l’hockey delle Olimpiadi
invernali. A bordo della Omoda 7 SHS-P scorre lo schermo multimediale, così il
passeggero può scipparlo al guidatore e goderselo. Lo schermo che si sposta
longitudinalmente è una delle tante chicche edonistico-tecnologiche di questa
cinesona del gruppo Chery, sbarcato in Italia nel secondo semestre del 2024 con
i due marchi cugini Omoda e Jaecoo, presenti in 64 Paesi.
Fondato nel 1997, Chery è uno dei gruppi cinesi dell’auto più “in sintonia”,
diciamo così, con il governo di Pechino, ed è strategicamente votato all’export.
E’ stato il primo in assoluto a essere autorizzato a puntare sull’estero: quasi
la metà dei 2,8 milioni di veicoli venduti nel 2025 sono stati acquistati fuori
dai confini della Repubblica Popolare. E i numeri sono destinati a crescere,
anche in Italia, dove Omoda & Jaecoo ci hanno messo meno di due anni per
superare la soglia psicologica del 2 per cento del mercato, considerata la porta
d’ingresso nel giro di quelli che contano.
La Omoda 7 SHS-P è una crossover ibrida dall’aspetto moderno, che ambiziosamente
punta a essere un po’ slanciata e un po’ massiccia. Ce la fa? Non ce la fa?
Andatela a sbirciare in concessionaria e fateci sapere. Il carattere comunque
c’è, e pure la stazza, visto che è lunga 4,66 metri. Vista di profilo è
abbastanza filante ed è il muso a caratterizzarla decisamente, con la linea dei
fari che ricordano gli occhi truccati di una geisha e l’immancabile e ormai
“classica” calandra tempestata di esagoni.
Salendo a bordo si è accolti da materiali piacevoli al tatto senza essere
lussuosi, con una riuscita alternanza di ecopelle e vellutino. Dopo aver smesso
di “litigare” con l’eventuale passeggero per la posizione dello schermo
scorrevole – innegabilmente, una irresistibile attrazione… – ci si può dedicare
alla messa in moto, tramite pulsante, del motore termico di 1,5 litri, da 143
cavalli che collabora con due motori elettrici. Uno da 204 cavalli, spinge la
vettura insieme al termico o in solitaria; il secondo recupera energia e
ricarica le batterie. Grazie al lavoro “oscuro” del secondo motore, detto anche
“secondario”, usando l’auto in città o per tragitti breve si può stare parecchio
(in teoria anche sempre) senza dover ricorrere alla spina del plug-in.
Come lascia immaginare la sigla SHS-P, la Omoda dispone del sistema Super Hybrid
System, dove la “P” finale significa proprio plug-in. Carica di tutto punto, di
benza (il serbatoio tiene 60 litri) e di energia elettrica, la casa cinese
attribuisce alla crossover un’autonomia totale superiore ai 1200 km. In modalità
EV si possono percorrere tra 90 e 128 km: dato confermato dalla nostra pur
piccola prova (una cinquantina km circa percorsi nella periferia urbana
meridionale di Milano), il display ha detto che abbiamo consumato una 19
kiloWatt/ora per 100 km, che significa una novantina km in puro elettrico. La
taratura è morbidosa e fa un po’ rollare la vettura nelle sterzate allegrotte ma
la guida della Omoda 7 è ottima per l’approccio relax & zen.
Anche con i prezzi l’ultima novità del gruppo Chery prova a conquistare con la
tranquillità, stavolta economica. Si parte dai 38.900 euro della versione Pure.
Garanzia otto anni o 160 mila km. Una curiosità: tutte le persone che operano al
call-center Omoda vengono formate anche guidando le vetture di cui parleranno
con la clientela che telefona. Rossi ed esperti, raccomandava Mario Capanna ai
suoi studiosi katanga del Movimento Studentesco, citando commosso il presidente
Mao.
L'articolo Omoda 7 SHS-P, la prova del Il Fatto.it – Il comfort high-tech che
convince – FOTO proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Prove su strada
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KIA EV5
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KIA EV5
Kia sembra non voler fermarsi né tantomeno rallentare, e in attesa
dell’imminente lancio commerciale della EV2, la Casa coreana fa guidare la sua
EV5, un suv compatto elettrico che già al primo sguardo trasmette subito una
sensazione di solidità. Carrozzeria alta, superfici ben tese e un’impostazione
che guarda sia alla sostanza che all’estetica. Il richiamo alla EV9 è evidente,
soprattutto nella firma luminosa Star Map, ma qui tutto è riportato su una scala
ben diversa. Le fiancate sono pulite, con passaruota marcati che si fanno notare
senza scivolare nell’eccesso. Anche i dettagli come le maniglie a scomparsa e i
cerchi di grande diametro (18”, 19” per la GT-line o 20” per la EV5 GT)
contribuiscono a un insieme moderno ma non aggressivo.
All’interno, la EV5 è spaziosa e con una plancia ampia e ordinata, il tutto con
un’impostazione che privilegia la versatilità e la facilità d’uso. I materiali
non cercano il lusso ostentato, ma trasmettono una sensazione di qualità
concreta, con superfici morbide nei punti giusti e assemblaggi curati. Il
bagagliaio parte da 566 litri e abbattendo i sedili posteriori arriva a ben
1.650, e a questo si aggiunge il frunk anteriore sotto il cofano, da 44 litri,
comodo per riporre i cavi di ricarica o piccoli oggetti, evitando di occupare
spazio prezioso nel bagagliaio.
La tecnologia è presente in grande quantità ma senza essere invadente. In bella
mostra la EV5 sfoggia l’ultimo sistema ccNC (Connected Car Navigation Cockpit)
di Kia, che include un Panoramic Wide Display che combina un quadro strumenti da
12,3”, uno schermo di infotainment da 12,3” e un display del climatizzatore da
5,3”, che evita doverlo cercare navigando nei vari sottomenu. Apprezzati anche i
pulsanti fisici che fanno in modo che l’accesso alle funzioni più utilizzate sia
più intuitivo e, soprattutto, rapido. Gli aggiornamenti over-the-air permettono
di mantenere l’auto sempre aggiornata senza passaggi in officina, un dettaglio
che nel tempo fa la differenza.
Comode anche le soluzioni come la ricarica wireless per lo smartphone e la
chiave digitale, che semplificano non poco la quotidianità. La dotazione di
sistemi di assistenza è completa, la guida assistita di Livello 2 lavora in modo
progressivo, senza correzioni brusche o avvisi invasivi, il cruise control
adattivo gestisce bene i movimenti nel traffico, mentre il mantenimento di
corsia accompagna la guida senza essere troppo invasivo. Comodo anche il Remote
Smart Parking Assist 2.0, che aiuta ad entrare e uscire da un parcheggio, ed è
utilizzabile anche stando fuori dall’auto.
La gamma EV5 è proposta con un solo motore elettrico anteriore da 160 kW, pari a
217 CV, abbinato a una batteria da 81,4 kWh, con una coppia di circa 295 Nm che
è disponibile subito e che rende l’auto brillante nelle ripartenze, senza mai
risultare nervosa. L’autonomia dichiarata arriva fino a 530 chilometri nel ciclo
WLTP, un valore che nella pratica consente di affrontare senza ansia anche i
viaggi più lunghi, mentre la ricarica rapida in corrente continua permette di
passare dal 10 all’80% in circa 30 minuti, tempi in linea con le migliori
proposte del segmento su piattaforma a 400 volt.
Guidando la EV5 emerge un carattere molto equilibrato, dove l’assetto è
sostenuto ma non rigido, e riesce a contenere bene il rollio anche nei tratti
più guidati. Sui fondi sconnessi si avverte qualche scossone, ma il compromesso
generale è ben riuscito e restituisce una sensazione di solidità e affidabilità.
Colpisce moltissimo l’isolamento acustico: anche su asfalto irregolare
l’abitacolo resta silenzioso, creando una sorta di bolla che naturalmente rende
la guida più rilassante.
La EV5 è proposta in quattro allestimenti. Si parte dalla versione Air, già
completa, con un prezzo di 44.750 euro. Salendo si incontra l’allestimento
Earth, che aggiunge dotazioni di comfort e dettagli estetici, mentre la GT-Line
introduce un look più sportivo e finiture dedicate. Al vertice c’è la GT-Line
Launch Edition, proposta a 53.500 euro, pensata per chi cerca il massimo in
termini di tecnologia e comfort.
L'articolo Kia EV5 la prova de Il Fatto.it – Concreta, spaziosa e pronta a tutto
– FOTO proviene da Il Fatto Quotidiano.
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HONDA CIVIC E:HEV
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HONDA CIVIC E:HEV
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HONDA CIVIC E:HEV
Un viaggio è sempre il miglior banco di prova per un’auto. Non solo quando tutto
fila liscio, ma proprio quando qualcosa non va. Nel nostro caso è successo lungo
la E45: tre ore immobili, in coda, in un tratto dove anche il segnale telefonico
era assente. Nessuna notizia, nessuna indicazione, solo una colonna di auto
ferma e la sensazione di essere sospesi in una bolla fuori dal tempo.
In quei momenti capisci davvero cosa conta: spazio, comfort, silenzio, gestione
intelligente dell’energia. La Honda Civic ha trasformato un’attesa
potenzialmente snervante in una pausa sopportabile, grazie a un abitacolo ampio,
ben arieggiato, e a un sistema ibrido che, anche da fermi, lavora in modo
discreto: climatizzazione alimentata dalla batteria, motore termico che resta
spento il più possibile, nessuna vibrazione inutile. È una calma tecnica, che
alla lunga fa la differenza.
Superato l’impasse, e imboccata anche l’autostrada dopo la E45, il viaggio è
ripreso verso Imola. Qui la Civic ha mostrato forse il suo lato migliore: non
vuole stupire, ma accompagnare. La guida è fluida, naturale, con una risposta
pronta dell’elettrico che torna utile nei sorpassi autostradali, sulle statali e
soprattutto nei saliscendi appenninici. Non c’è mai la sensazione di forzare
l’andatura, eppure la velocità di punta è più che adeguata e la tenuta di strada
resta sempre solida e rassicurante.
Dal punto di vista tecnologico, tutto è al posto giusto. L’infotainment è
intuitivo, facile da comprendere anche senza studiare menu e sottomenu. Forse le
generazioni più giovani, abituate a schermi sempre più grandi, potrebbero
desiderare una superficie più ampia, ma la scelta di Honda privilegia la
leggibilità e la semplicità d’uso, senza distrazioni inutili. Un’impostazione
coerente con il carattere dell’auto.
Dopo oltre mille chilometri tra città, autostrada, statali e passi appenninici,
i consumi reali si sono confermati in linea con i dati ufficiali: la Civic e:HEV
dichiara valori medi nel ciclo WLTP intorno ai 4,7–5,0 l/100 km, risultati che
diventano credibili proprio grazie a un sistema ibrido da 184 cavalli
complessivi che lavora spesso in elettrico alle andature quotidiane, lasciando
al motore a benzina il ruolo di generatore o di supporto quando serve davvero.
Il passo di 2,73 metri spiega bene lo spazio a bordo, mentre il bagagliaio da
circa 410 litri offre una capacità reale, sfruttabile, senza compromessi.
Alla fine resta la sensazione di un test completo, autentico. Un’auto pratica,
spaziosa, ben costruita, che non cerca scorciatoie stilistiche e punta sulla
sostanza. Il listino parte da circa 37.500 euro, con gli allestimenti più ricchi
che superano i 40 mila. Non è un prezzo popolare, ma è coerente con contenuti,
qualità costruttiva e tecnologia offerta.
L'articolo Honda Civic e:HEV, la prova de Il Fatto.it – Mille chilometri senza
stress – FOTO proviene da Il Fatto Quotidiano.
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FERRARI AMALFI
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FERRARI AMALFI
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FERRARI AMALFI
Osservando le linee della Ferrari Amalfi, basta un secondo per capire che si
tratta di un’evoluzione della Roma e per chiedersi se il cambio di nome sia
giustificato. Nel trovare la risposta viene in aiuto la scheda tecnica
dell’auto, che racconta come le due vetture abbiano solo il 40% dei componenti
in comune. A livello stilistico, invece, entra in gioco il gusto personale ma è
innegabile che la Roma sia più classica e aggressiva, mentre la Amalfi abbini
l’eleganza a un tocco di minimalismo.
Concluse le disamine estetiche e filosofiche bisogna ricordare che la Roma
rimane in produzione in versione Spider, visto che quest’ultima è in vendita
solo da un paio d’anni. La Roma, invece, era sul mercato dal 2019 e in tutto
questo tempo ha svolto egregiamente il ruolo di entry-level della gamma Ferrari.
Anche la Amalfi avrà questo compito, anche se parlare di “modello di accesso”
riguardo a un’auto che costa non meno di 240.000 euro, potrebbe far sorgere
qualche dubbio.
Ad ogni modo, la nuova Ferrari mantiene il 3.9 V8 bi-turbo che ben conosciamo e
che è stato affinato per erogare 640 CV e 760 Nm. I primi si trovano a 7.500
giri, mentre la coppia è costante da 3.000 a 5.750 giri. L’erogazione che deriva
da questi numeri è ai limiti della perfezione: la risposta è pronta fin dalla
prima apertura del gas e non cala mai anche in prossimità del limitatore che si
trova a 7.600 giri. In pratica, se si affonda il gas quando la lancetta del
contagiri si trova tra il due e il tre, la Amalfi balza subito in avanti,
iniziando una progressione che si interrompe solo, per una frazione di secondo,
quando si inserisce la marcia successiva. Per gli amanti dei riferimenti
classici, l’accelerazione da 0 a 100 km/h viene completata in 3,3 secondi e la
velocità massima arriva a 320 km/h.
Ma i numeri non sono sufficienti per raccontare cosa si prova a bordo della
Amalfi, che prende il concetto di granturismo e lo condisce con parecchio lusso.
A proposito di condimenti, l’elemento chiave di questa ricetta è il modo in cui
la potenza viene messa a disposizione del pilota. È qui che entra in gioco
l’equilibrio tra meccanica ed elettronica, due mondi che evolvono a ritmi
diversi: progressivo e costante il primo, rapido e sempre più sofisticato il
secondo. A Maranello, i tecnici del Cavallino Rampante sono riusciti a farli
dialogare al meglio, con l’obiettivo di rendere le prestazioni accessibili senza
snaturarne il carattere. Il risultato è una supercar che riesce a coniugare
facilità di guida e dinamica di altissimo livello, un traguardo tutt’altro che
scontato. La Amalfi si muove con disinvoltura nel traffico urbano, offrendo
comfort e fluidità, ma sa trasformarsi in un’auto precisa e aggressiva quando il
ritmo aumenta e la strada si fa tortuosa. Questo equilibrio nasce da una messa a
punto estremamente accurata e dal lavoro continuo dei sistemi elettronici.
Quello che risalta di più è l’impianto frenante con tecnologia brake-by-wire,
che garantisce un pedale sensibile, dalla corsa corta e dallo sforzo ben
calibrato. Il cambio a doppia frizione a otto rapporti, poi, assicura innesti
rapidi e impeccabili, mentre lo sterzo è diretto e preciso, però è anche molto
filtrato e trasmette pochissime informazioni su quello che stanno facendo le
ruote anteriori. Il carattere della Amalfi varia sensibilmente in base alla
posizione del Manettino: passando da Wet a Comfort e da Sport a Race, la
risposta diventa sempre più affilata e l’elettronica concede maggiore libertà,
fino alla modalità più estrema, pensata esclusivamente per l’uso in pista e
riservata a guidatori esperti.
Ad ogni modo la Amalfi non nasce per inseguire il cronometro tra i cordoli, ma
per fondere comfort, stile e performance ai massimi livelli. Lo dimostrano
dotazioni come il nuovo impianto audio Burmester da 1.200 W con 14 diffusori, i
sedili sportivi riscaldabili, ventilati e dotati di funzione massaggio, e il
sistema di bordo con tre schermi digitali, uno dei quali dedicato al passeggero.
Sul volante tornano anche i comandi fisici tradizionali, scelti per consentire
un utilizzo più intuitivo rispetto ai precedenti controlli touch. Una Ferrari
capace di offrire il comfort di una granturismo di lusso e, in un attimo, di
trasformarsi in una supercar pura, pronta a regalare emozioni e prestazioni di
altissimo livello.
L'articolo Ferrari Amalfi, la prova de Il Fatto.it – Evoluzione tra lusso e
prestazioni – FOTO proviene da Il Fatto Quotidiano.
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TOYOTA AYGO X HYBRID
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TOYOTA AYGO X HYBRID
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TOYOTA AYGO X HYBRID
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TOYOTA AYGO X HYBRID GR SPORT
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TOYOTA AYGO X HYBRID GR SPORT
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TOYOTA AYGO X HYBRID
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TOYOTA AYGO X HYBRID
Guidare oggi la Toyota Aygo X Hybrid sulle colline intorno a Firenze ha un
valore che va oltre il semplice test drive. Proprio qui, nel 2012, Toyota
presentava la prima Yaris ibrida al mercato italiano, aprendo una strada che
allora sembrava di nicchia. Tredici anni dopo, su queste stesse strade, il
cerchio si chiude: Aygo X diventa la prima full hybrid del segmento A e porta a
compimento un traguardo simbolico, con l’intera gamma del costruttore giapponese
ora elettrificata al 100%.
Nel traffico fiorentino e nei saliscendi appena fuori città, la Aygo X Hybrid
conferma la sua vocazione urbana. Le dimensioni compatte (è lunga 3,77 metri)
restano uno dei suoi punti di forza, così come la posizione di guida leggermente
rialzata, che aiuta nella visibilità e rende tutto più semplice tra parcheggi
stretti e incroci affollati. Il design aggiornato, con il frontale ridisegnato e
le nuove (vivaci) colorazioni, è riconoscibile ma senza eccessi: non bisogna
stupire a tutti i costi.
Dentro, l’ambiente è essenziale ma curato. Lo spazio è sfruttato bene per
quattro persone e il bagagliaio da 231 litri risponde alle esigenze quotidiane.
Il nuovo schermo da 7 pollici rende l’abitacolo più moderno e i comandi sono
intuitivi, in linea con l’approccio pratico di quest’auto.
La vera novità, come detto, è sotto il cofano. Aygo X adotta lo stesso
powertrain della Toyota Yaris, nella versione da 116 cavalli, con emissioni di
CO₂ di 85 g/km. I numeri raccontano un salto netto rispetto al passato: 0-100
km/h in 9,2 secondi, velocità massima di 172 km/h e consumi dichiarati fino a 27
km con un litro di benzina. Valori unici, che al volante, si traducono in una
guida più sciolta, soprattutto quando si esce dal contesto urbano. E che
soprattutto dovrebbero mettere in un certo imbarazzo la concorrenza, estera ma
soprattutto italiana.
In città si viaggia spesso in elettrico, con partenze fluide e silenziose,
mentre sui percorsi extraurbani la maggiore potenza permette di affrontare
sorpassi e salite senza la sensazione di essere sempre al limite. Non diventa
un’auto sportiva, attenzione, ma è chiaramente più pimpante rispetto alla Aygo
delle origini. Sterzo leggero, raggio di sterzata ridotto e assetto orientato al
comfort la rendono nondimeno facile da gestire anche nei percorsi più tortuosi.
I numeri raccontano bene il peso del modello in Italia. Dal 2005 a oggi sono
state vendute 337 mila Aygo nel nostro Paese. Nel solo 2025, Aygo X ha raggiunto
24 mila unità, conquistando una quota del 14% nel segmento. Il 20% della
produzione totale europea (77 mila vetture), inoltre, è finito sul mercato
italiano. Un ruolo centrale anche per Toyota nel suo complesso: la filiale
italiana chiuderà il 2025 con circa 130 mila auto vendute, pari a una quota di
mercato vicina all’8%.
La gamma Aygo X Hybrid, infine, è articolata su quattro allestimenti. Si parte
dalla versione Aygo X, proposta a 20.850 euro (che diventano 17.950 in caso di
rottamazione) chiavi in mano, già completa nella dotazione di sicurezza e con il
nuovo sistema ibrido di serie. Il livello Icon sale a 23.350 euro (20.400 con
rottamazione), aggiungendo dettagli estetici e tecnologici più ricercati. La
Premium, a 24.950 euro (22.400), punta su finiture più curate, infotainment
evoluto e possibilità di tetto in tela. Al vertice si colloca la prestazionale
GR SPORT, a 25.950 euro (23.400), riconoscibile per look specifico, cerchi da 18
pollici e assetto dedicato.
L'articolo Toyota Aygo X Hybrid, la prova de Il Fatto.it – Piccola e ibrida da
primato – FOTO proviene da Il Fatto Quotidiano.
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ALPINE A390 GT
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ALPINE A390 GT
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ALPINE A390 GT
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ALPINE A390 GT
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ALPINE A390 GT
Partenza da Marbella, luce piena sul Mediterraneo, l’aria che sa di pini, sale e
bouganville. Non è il territorio naturale di una “berlina” elettrica da
famiglia: è piuttosto il teatro ideale per capire se la nuova A390 GT mantiene
la promessa del claim ufficiale, “racing car in a suit”. Perché qui, tra
saliscendi veloci e rampe verso l’interno, o hai un telaio vero, o la massa da
oltre due tonnellate ti presenta il conto subito.
La scena, va detto, è quella giusta. Dal vivo la A390 è proporzionata: lunga
4,62 metri ma raccolta, con lunotto bombato e coda pulita che la avvicinano più
a una coupé rialzata che a un SUV. Le firme luminose a triangoli – la “Cosmic
Dust” davanti, i frammenti che incorniciano il logo nel posteriore – aggiungono
un tocco teatrale senza eccessi. È un’eleganza tecnica: la lama del cofano che
incanala l’aria, i “flap” davanti alle ruote posteriori, il diffusore a 8°
ispirato ai prototipi LMDh del Mondiale Endurance non sono orpelli, servono a
farla scorrere meglio.
Aperta la portiera, il cocoon blu di Alpine restituisce subito un’idea chiara:
spazio e cura. Davanti si viaggia comodi, con una posizione di guida naturale,
“giusta” al primo colpo, merito di sedili ben sagomati e di regolazioni
intuitive. I rivestimenti in Alcantara e pelle, la plancia morbida al tatto e
l’illuminazione d’ambiente dicono che qui non si è voluto fare l’ennesimo
abitacolo tech senz’anima: è un ambiente sportivo, ma caldo.
Il volante in Nappa blu, leggero e diretto, è il centro di gravità
dell’esperienza. Ospita il selettore delle modalità di guida, ben posizionato, e
soprattutto due comandi chiave: il manettino blu RCH per la frenata rigenerativa
e la leva rossa OV, l’Overtake, che regala una spinta extra fino a 10”. Non è un
videogioco: è un boost che però non si attiva se si viaggia in modalità Save, né
se lo si preme con il regolatore di velocità inserito senza toccare
l’acceleratore.
Dietro, un vero divano per due adulti e un terzo posto di fortuna: non è un
salotto, ma lo spazio per le gambe c’è, l’accesso è comodo grazie alle cinque
porte e il bagagliaio da 532 litri mette in bacheca un argomento forte per chi
cerca l’auto unica di famiglia.
Capitolo infotainment. La doppia schermata da 12,3” (strumentazione) e 12”
verticali (infotainment) lavora bene. Il passaggio tra le “maschere” del sistema
è rapido, senza quei tempi morti che spesso rovinano le elettriche più cariche
di software che di sostanza. Le voci di menu sono chiare, la grafica coerente
con il mondo Alpine e Google Maps con Route Planner EV fa il suo dovere nel
gestire tappe e ricariche.
Sotto il vestito sport fastback, la A390 GT che abbiamo guidato può contare su
tre motori elettrici – uno anteriore a rotore avvolto, due posteriori sincroni a
magneti permanenti – per un totale di 400 cavalli e 661 Nm, con trazione
integrale e ripartizione attiva della coppia. Lo 0-100 km/h in 4,8 secondi e i
200 km/h di velocità massima raccontano la parte numerica. Il resto lo fa la
batteria da 89 kWh utili, che promette un’autonomia fino a 557 km secondo il
ciclo WLTP.
Qui entra in gioco anche il lavoro con Michelin: la A390 monta pneumatici
sviluppati ad hoc e marcati A39, dai Pilot Sport EV da 20” pensati per
bilanciare grip e autonomia ai Pilot Sport 4S da 21” più sportivi, fino ai
CrossClimate 3 Sport, All Season, per chi non vuole rinunciare alla A390 nemmeno
d’inverno. La coerenza tra sospensioni, gomme e taratura elettronica si sente,
soprattutto quando si aumenta il ritmo.
Nel nostro anello tra autostrade, strade a scorrimento veloce e tratti in salita
più impegnativi intorno a Marbella, i consumi indicati dal computer di bordo
sembrano allineati a quanto dichiarato dalla casa, con valori che restano
ragionevoli anche quando si alza il ritmo. Merito di un sistema che non insegue
solo la potenza di picco, ma lavora sulla capacità di mantenerla e di gestire
con intelligenza la ricarica.
Ma è quando l’asfalto si arriccia che l’A390 GT mostra il lato vero. Nonostante
la stazza, le sospensioni con ammortizzatori idraulici tengono bene il peso:
sono rigide il giusto, filtrano le sconnessioni senza secchezza e, soprattutto,
permettono inserimenti in curva allegri. Sempre ricordandosi che, al netto del
vestito affilato, siamo davanti a una “quasi SUV” cinque posti, non a una A110
con il portellone.
Lo sterzo è uno dei punti forti: leggero nelle manovre, diventa consistente
quando serve, restando sempre diretto e leggibile. La differenza tra le varie
modalità di guida è percepibile: in Normal la A390 è rilassata, con
un’erogazione piena ma progressiva; in Sport la risposta del pedale si fa più
viva, la rigenerazione più presente, l’Active Torque Vectoring lavora per
chiudere le traiettorie con naturalezza. In modalità Track, che abbiamo solo
sfiorato, l’auto si tende e lascia più spazio al pilota, con controlli meno
invasivi.
Il lavoro dei freni è convincente: il passaggio tra frenata rigenerativa e
impianto tradizionale (davanti dischi da 365 mm con pinze a 6 pistoncini) è ben
mascherato, il pedale si dosa con facilità anche in discesa, quando la massa si
sente. Il manettino RCH consente di scegliere il livello di rigenerazione: dai
settaggi più leggeri, vicini al “freno motore” di un’auto termica, fino alla
vera One Pedal che in città diventa quasi naturale.
Nelle code e nei tratti di traffico che non mancano mai attorno alla Costa del
Sol, il sistema di guida assistita è un alleato prezioso. Il regolatore di
velocità adattivo funziona bene, con accelerazioni e rallentamenti fluidi, e il
pacchetto ADAS è ricco: monitoraggio dell’attenzione, frenata automatica anche
in retromarcia, sistemi di mantenimento e centraggio di corsia, fino al tasto My
Safety che permette di richiamare con un gesto le impostazioni preferite di
assistenza e allarmi.
In autostrada la A390 scorre silenziosa, complice anche il buon lavoro di
insonorizzazione e l’impianto audio Devialet che può passare dalla discrezione
al coinvolgimento pieno. Chi vuole può aggiungere alla colonna sonora i due toni
Alpine Drive Sound, più corposi o più morbidi a seconda del gusto; chi non li
ama, li spegne e si gode solo il fruscio dell’aria e l’odore di macchia
mediterranea che entra quando si socchiude il finestrino.
Nel sole andaluso, tra mare e colline, la nuova Alpine A390 GT (prezzi ancora da
definire, prime consegne dal 2026) si presenta per quello che è: la parte
razionale del Dream Garage, ma con un carattere che resta profondamente Alpine.
Spaziosa, ben rifinita, tecnologica quanto basta, è anche – e soprattutto –
un’elettrica che non rinuncia alle sensazioni. Come scriveva Antonio Machado,
“caminante, no hay camino, se hace camino al andar”: qui il cammino è quello
dell’elettrico sportivo europeo, e A390 lo traccia modo suo, con tre motori, una
batteria pensata per correre, gomme sviluppate in esclusiva e un telaio che,
nonostante i centimetri e i chili, chiede ancora curve prima che chilometri.
L'articolo Alpine A390 GT, la prova de Il Fatto.it – Tre motori elettrici e
tanta precisione su strada – FOTO proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Nel mezzo del cammin…”: così Dante, tornato a Firenze dopo l’esilio, potrebbe
descrivere quell’istante in cui il motore si accende e si innesta il “Drive”. Da
Villa La Massa, incantevole dimora rinascimentale immersa nel verde e affacciata
sull’Arno, la nostra linea parte dolcemente: il viale alberato, il sole che
filtra tra i cipressi della mattina, l’eleganza dell’edificio che fa da
preludio. A bordo della nuova BMW X3 M50 xDrive ci si sente già a proprio agio.
Il sei cilindri da 398 cavalli ti ricorda subito che non sei su una comune SUV:
stai guidando un’auto concepita e progettata per essere qualcosa di più.
Fin dai primi chilometri la X3 M50 si rivela sorprendentemente agile. In uscita
da Firenze, imboccando le colline toscane verso Prato, la traiettoria appare più
corta di quanto il metro suggerisca: lo sterzo è vivo, la risposta pronta, la
stabilità rassicurante. La trazione integrale xDrive e l’assetto M, che sulla
carta potrebbero sembrare semplici badge sportivi, sulla strada diventano
sostanza: compostezza, progressività, un controllo che non rinuncia mai al
comfort.
Il viaggio verso la Versilia è un alternarsi di paesaggi che cambiano quasi a
ogni curva. La X3 si comporta come un compagno elegante: in salita accetta il
comando del piede con una progressione piena; in discesa, o nei curvoni che
guardano la costa, fa quello che non ti aspetti da un’auto di questa taglia. Non
rolla, non si scompone, non assume quel tono goffo che molte utility mostrano
quando le porti un po’ oltre il loro limite naturale.
Entrati in autostrada, la X3 M50 mostra un altro dei suoi lati vincenti: la
parsimonia nei consumi a velocità costante. Non è un’ibrida plug-in, ma il
sistema mild-hybrid a 48 volt lavora davvero. Viaggiando a ritmo regolare, senza
indulgenze, la media si assesta su valori più che dignitosi per potenza e massa:
circa 9 l/100 km in un percorso misto di 150 km tra città, extraurbane e corsia
di sorpasso. Il comfort acustico è buono, la marcia scorrevole, il carattere più
da “respiro lungo” che da botta e risposta. Se vuoi viaggiare rilassato, lei ti
asseconda; se vuoi divertirti, ti dà la spinta giusta.
Poi arriva il pezzo di magia: raggiunta la pineta che precede Marina di
Pietrasanta – quell’ultima tappa che profuma di mare e resina – il percorso
cambia passo. Le ruote seguono la venatura dell’asfalto, la luce si fa più
bianca e la X3 M50, in modalità Sport, mostra il suo carattere autentico.
Scatta, appoggia, si riallinea: lo sterzo si fa più pieno, l’assetto più teso, e
il motore – fin lì quasi silenzioso – lascia uscire quel brontolio gutturale che
ti ricorda che sì, questa macchina c’è.
Nel bagagliaio (570 litri, che diventano 1.700 con i sedili abbattuti) c’è
spazio per il trolley dell’ultimo weekend in Versilia e anche per qualche cassa
di vino. L’abitacolo è curato, i materiali scelti con gusto, l’atmosfera premium
senza ostentazione. Ma la vera impressione, quella che ti resta addosso, è che
questa BMW non voglia mostrarti quanto è forte bensì quanto bene ci si sta
insieme, chilometro dopo chilometro.
Alla fine del viaggio, un ultimo giro sulla pista de La Canniccia – giusto per
strizzarla in sicurezza – e poi l’arrivo al tramonto, con la luce che s’infila
tra i pini e colora tutto di arancio. Scendi quasi con un sorriso. Hai trovato
un’auto capace di sorprendere: agile dove non te l’aspetti, parca quando serve,
confortevole nelle tratte lunghe, sportiva quanto basta. La X3 rimane un modello
solido, e la M50 aggiunge quel brio che rende ogni viaggio un piccolo racconto.
Servono 66,900 € per la X3 Xdrive 2.0d, mentre si sale a 91.200 per la versione
M 5.0 utilizzata per la prova.
L'articolo Bmw X3 M50 xDrive, la prova de Il Fatto.it – Il viaggio che non ti
aspetti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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KIA STONIC MY26
La nuova Kia Stonic 2026 si presenta con una veste tutta diversa, con più
tecnologia a bordo e una dotazione di sicurezza che fino a poco tempo fa era
riservata a modelli di categoria superiore. Abbiamo passato una giornata al
volante della versione mild hybrid da 115 cavalli per capire quanto sia cambiata
davvero rispetto al passato e se abbia le carte in regola per restare uno dei
B-SUV che destano più curiosità sul mercato italiano in questo periodo.
Il cambio manuale a sei marce ha innesti puliti e un rapporto che permette di
sfruttare bene il motore tra i 2.000 e i 4.500 giri. Il supporto del sistema
MHEV si avverte nelle ripartenze, quando il motorino elettrico aiuta a rendere
più morbido il passaggio dal rilascio all’accelerazione. Lo sterzo è leggero nei
parcheggi e più consistente quando la velocità sale, stesso discorso per le
sospensioni: pensate per il comfort cittadino, mantengono tuttavia una buona
compostezza anche nelle strade extraurbane.
Il restyling ha cambiato parecchio soprattutto l’anteriore, dove i fari full LED
verticali con firma Star Map e la calandra ridisegnata danno al frontale un’aria
più moderna. Le proporzioni restano quelle tipiche di un B-SUV da città: poco
più di 4,17 metri, ideale per muoversi negli spazi stretti. I cerchi cambiano in
base all’allestimento, dai 16″ della Urban ai 17″ della Style e GT-Line, con
disegni dedicati. La gamma colori è ampia e include tinte inedite pensate per
far risaltare le linee della carrozzeria, anche se dietro cambia la firma
luminosa dei fari e il paraurti assume un look più robusto. Sulla GT-Line
spuntano elementi estetici specifici come paraurti sportivi, specchietti neri
lucidi e cerchi dedicati.
È salendo a bordo che si nota il cambiamento più forte. La plancia è stata
interamente ripensata, con un unico pannello che integra i due schermi da 12,3″,
uno per la strumentazione e l’altro per l’infotainment. Comodo lo switch
digitale che permette di passare dai comandi del clima a quelli multimediali,
mentre sul tunnel centrale troviamo il freno elettronico, la ricarica wireless
da 15 W e porte USB/USB-C.
I materiali restano rigidi, ma la qualità è cresciuta grazie a finiture più
curate e assemblaggi più solidi. Lo spazio anteriore è buono, dietro si sta
comodi in due, mentre il bagagliaio (capienza 353 litri o 1.155 con i sedili
abbattuti) mantiene la forma regolare e il piano di carico a doppio livello.
La nuova Stonic porta su un suv compatto funzioni tecnologiche che fino a poco
tempo fa erano riservate a modelli più costosi, come ad esempio la Digital Key
2.0, che permette di aprire e avviare l’auto usando lo smartphone e di
condividere la chiave digitale con altri membri della famiglia. Il sistema di
infotainment è compatibile con Apple CarPlay e Android Auto e aggiornabile via
OTA, mentre l’interfaccia è risultata veloce, intuitiva e con icone ben
visibili. Ottima anche fornitura degli ADAS di serie, che includono frenata
automatica con riconoscimento di auto, pedoni e ciclisti, mantenimento di
corsia, assistente alla seguente della corsia, riconoscimento limiti, cruise
control e Multi-Collision Brake. Con il DCT compaiono anche Smart Cruise Control
e Highway Driving Assist.
La gamma motori comincia con il 1.0 T-GDi da 100 CV con cambio manuale, pensato
per chi usa l’auto soprattutto in città, ma la versione secondo noi più
equilibrata resta la 1.0 T-GDi MHEV da 115 CV, disponibile con manuale o
automatico DCT a sette rapporti, che consente prestazioni giuste per ogni
situazione e allo stesso tempo consumi contenuti. Chi percorre molti chilometri
all’anno tenga presente che nel 2026 arriverà una versione benzina/GPL, in modo
da contenere ancora di più i consumi.
Sono tre gli allestimenti disponibili (Urban, Style e GT-Line), mentre i prezzi
partono da 22.800 euro per la 1.0 da 100 CV e arrivano a poco più di 30.000 euro
per la GT-Line con cambio automatico DCT, ma con le promozioni di lancio la
cifra della base può scendere fino a 17.950 euro.
L'articolo Kia Stonic 2026, la prova de Il Fatto.it – Design aggiornato e mild
hybrid che convince – FOTO proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ci sono mattine in cui Milano sembra prendersi una pausa. L’aria è tersa, i
viali vibrano appena del rumore di chi va al lavoro, e “l’autunno è una seconda
primavera, quando ogni foglia è un fiore”, scriveva Albert Camus. È in una di
queste giornate nitide che incontriamo la nuova Hyundai Tucson full hybrid Model
Year 2026, alle porte della città.
Il nostro percorso è quello reale: Porta Romana, Peschiera Borromeo, poi su
verso Lainate, tra raccordi, rotonde e tratti veloci dove l’hinterland si ricama
attorno alla città. Uno scenario perfetto per capire quanto siano concreti gli
aggiornamenti della Tucson 2026, uno dei suv di taglia media più venduti in
Italia ed Europa.
Il cuore del progetto resta il sistema full hybrid, basato sul 1.6 T-GDI benzina
abbinato a un motore elettrico dalla spinta più corposa che in passato, per una
potenza complessiva di 239 cavalli. La novità più interessante è la versione
4WD, quella della nostra prova, con trazione integrale elettronica HTRAC. Non è
un sistema da off-road duro, ma nel quotidiano offre più motricità sul bagnato,
più stabilità nei curvoni veloci e un comportamento generale più pieno. Lo 0-100
km/h è coperto in 8,0 secondi, ma il dato più rilevante è la fluidità: molte
partenze in elettrico, passaggi termico-elettrico quasi impercettibili,
un’erogazione lineare che aiuta a guidare rilassati.
La gamma è ampia: oltre alla full hybrid 4WD ci sono la full hybrid 2WD, la
plug-in hybrid 4WD da 288 cavalli, il benzina 1.6 T-GDI da 150 cavalli (manuale
o doppia frizione) e il diesel 1.6 CRDi mild-hybrid 48V da 136 cavalli con
cambio a doppia frizione. Una proposta completa, che copre quasi tutte le
esigenze senza sovrapposizioni.
A bordo, la Tucson MY26 introduce un ambiente moderno e razionale. La plancia è
dominata dal nuovo doppio display curvo da 12,3 pollici affiancati,
strumentazione e infotainment nella stessa palpebra. Il selettore del cambio,
spostato dietro il volante, libera spazio sulla console, ora più ordinata.
Restano i comandi fisici per il clima e i tasti rapidi per le funzioni
principali: una rarità oggi, ma una benedizione nella guida quotidiana. Lo
spazio, poi, resta uno dei grandi argomenti della Tucson: cinque adulti stanno
comodi e il bagagliaio della full hybrid 4WD offre 616 litri netti, senza
penalizzazioni dovute alla batteria.
Sul fronte tecnologico arrivano connettività Bluelink, servizi Hyundai LIVE,
aggiornamenti software via rete e la Digital Key 2.0, che permette di aprire,
avviare e condividere l’auto tramite smartphone o card. Per la sicurezza c’è
l’ultima evoluzione del pacchetto SmartSense: frenata automatica d’emergenza,
cruise adattivo con funzione stop&go, mantenimento e centraggio di corsia,
riconoscimento dei limiti, monitoraggio della stanchezza, controllo del traffico
posteriore e il Blind Spot View Monitor, che mostra nel quadro strumenti
l’immagine delle telecamere laterali quando si inserisce la freccia.
Su strada la Tucson resta fedele a sé stessa: morbida senza essere cedevole,
silenziosa, intuitiva. Assorbe bene le asperità, gestisce con compostezza il
passaggio da elettrico a termico e mantiene consumi reali intorno ai 6,3 l/100
km, un valore ottimo per una 4WD di questa potenza.
Non avrà il blasone delle premium tedesche, ma la distanza percepita si è
ridotta: materiali curati, ergonomia superiore alla media, tanta sostanza e zero
effetti speciali inutili. È un SUV che parla alla parte razionale di famiglie e
professionisti, insomma.
Il listino di Hyundai Tucson Model Year 2026 parte da 33.400 euro per la 1.6
T-GDI benzina XTech. La full hybrid 4WD da 239 cavalli che abbiamo guidato parte
da 42.100 euro nell’allestimento XTech, con Business ed Excellence che arrivano
a 44.600 euro
L'articolo Hyundai Tucson, la prova de Il Fatto.it – Più potente ed efficiente
col full hybrid 4WD – FOTO proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La “nuova” Fiat 500 che i clienti sono pronti a comprare è quella ibrida,
assicurano sia John Elkann, presidente di Stellantis, sia Olivier François, Ceo
di Fiat. Tuttavia, le virgolette sono d’obbligo perché il modello è un
adattamento della 500 sviluppata per essere solo elettrica: il costruttore non
l’ha rinnegata, ma ha ripiegato su una soluzione meno sostenibile dal punto di
vista ambientale, ma decisamente più accessibile dal punto di vista economico.
Il prezzo di lancio promozionale italiano parte dai 16.950 euro (solo con
finanziamento Stellantis) dell’allestimento Pop (gli altri due sono Icon e La
Prima, oltre alla serie speciale Torino, quella del debutto che riprende i
colori della città giallo e azzurro).
È stata espressamente adeguata, come ha chiarito François: “Abbiamo dovuto
modificare il vano motore per installare un propulsore termico al posto di
quello elettrico e abbiamo cambiato il sottoscocca per installare il serbatoio e
le tubazioni del carburante. E tutto senza snaturare la 500”. Che in versione
ibrida ha una presa d’aria all’anteriore per raffreddare il tre cilindri Firefly
a 12 Volt (l’elettrificazione più blanda, ovvero la mild) da un litro che arriva
da Termoli abbinato ad un cambio solo manuale e a sei marce che viene invece
prodotto proprio a Mirafiori. La (non rimarchevole) potenza è di 65 cavalli e la
coppia di 92 Nm, quanto basta per la città, come confermano anche lo sterzo
terribilmente morbido, un assetto assai poco rigido e uno spunto da 0 a 100 non
esattamente sportivo (16,2” nella migliore delle configurazioni).
Nei 363 centimetri di lunghezza (232 di passo) stanno comodi soprattutto il
conducente ed il passeggero anteriore (che sente parecchio la mancanza di una
maniglia al tetto), mentre chi viaggia dietro qualche sacrificio lo deve fare.
Ma alla 500 si chiede di non passare inosservata e di muoversi agilmente negli
spazi stretti, entrambe missioni compiute. A completare il quadro, un peso tra i
1.055 e i 1.04 kg, un serbatoio di 37 litri e consumi dichiarati tra 5,2 e 5,3
l/100 km (5,5 nella prova torinese).
Con questo modello, il costruttore (quello con i maggiori volumi del gruppo
Stellantis) prova a riprendersi i clienti perduti, quelli spariti con
l’elettrificazione a zero emissioni voluta dall’Unione Europea e “sposata” anche
dal ripudiato Ceo Carlos Tavares. La svolta “non sta aiutando il segmento delle
citycar”, osserva François. “Il prezzo medio è salito del 60% in 6 anni e il
mercato europeo ha perso un milione di citycar nell’anno del Covid: meno 90%”,
insiste François, che ricorda cone nel 2019 i modelli complessivi nel segmento
erano 17, oggi sei. Lo stesso numero uno di Fiat anticipa le possibili
obiezioni, dato che Fiat, una 500 ibrida ce l’aveva, ma l’ha tolta dal mercato:
“Era quella prodotta in Polonia, la generazione del 2007”, mentre questa riporta
il secondo turno nello storico stabilimento torinese, dove Fiat conta di
assemblarne 100 mila l’anno (quasi cinque volte tanto rispetto alla gemella
elettrica). E pazienza se la nuova arrivata ha emissioni più alte: tra i 117 e i
123 grammi per chilometro di CO2, contro i 105-107 della vecchia generazione
made in Poland.
Le linee di oggi sono diverse, perché sono quelle della elettrica, con ruote più
grandi, fari a Led e altro ancora. È offerta con guida a destra e sinistra, come
berlina, cabrio e 3+1. Con il rilancio di Mirafiori Fiat spera di assicurare
anche la filiera, prima di tutto del Piemonte, dove si trovano 70 dei 145
fornitori italiani. François sottolinea anche che il marchio “rappresenta il 60%
delle auto prodotte in Italia” (che tuttavia come sappiamo sono crollate) e che
“la metà delle vendite di Fiat in Europa sono Made in Italy”. Un po’ come la
Grande Punto anni fa, la 500 ibrida è gravata da enormi responsabilità. Sulle
strade cittadine se la cava, al botteghino non è ancora dato sapere, ma il primo
“porte aperte” è in calendario proprio questo fine settimana.
L'articolo Fiat 500 hybrid, la prova de Il Fatto.it – La citycar EV diventata
termica (per necessità) – FOTO proviene da Il Fatto Quotidiano.