La notizia non è stata finora oggetto di comunicazioni ufficiali, ma la
Commissione VII della Camera, presieduta da Federico Mollicone (che è anche
Responsabile Cultura e Innovazione di Fratelli d’Italia), avrebbe deciso l’11
marzo scorso di procedere con un “testo unificato” rispetto alle quattro
proposte di legge di riforma dell’intervento dello Stato nel settore
cine-audiovisivo, presentate dallo stesso Mollicone, e da Elly Schlein (Partito
Democratico), Gaetano Amato (Movimento 5 Stelle) e, da ultimo, da Valentina
Grippo (Azione).
Il settore cinematografico e audiovisivo italiano versa in una crisi profonda, a
causa delle conseguenze dello “scandalo Tax Credit” e dal fallito tentativo di
riforma avviato ormai oltre due anni fa dall’allora ministro Gennaro Sangiuliano
(FdI), che affidò la erratica revisione normativa alla Sottosegretaria leghista
Lucia Borgonzoni: di fatto, tutte le procedure ministeriali sono state
rallentate, anche a causa di ricorsi al Tar promossi dai produttori indipendenti
che non hanno poi avuto seguito. Nel mentre, il Fondo Cinema e Audiovisivo è
stato ridotto dai 696 milioni di euro del 2025 ai 600 milioni del 2026, con una
ripartizione tra le varie fasi della “filiera” che ha provocato diffuse
perplessità, soprattutto da parte delle associazioni degli autori, ma anche di
quelle dei produttori indipendenti.
Federico Mollicone ha promosso una serie di audizioni, consentendo un ascolto
plurale ed esteso delle varie anime del settore: basti pensare che, per la prima
volta, in Parlamento si è ascoltata, nella persona di Dario Indelicato, la voce
del più agguerrito movimento di lavoratori del settore ovvero
#Siamoaititolidicoda (Satc), che rappresenta i lavori delle troupes. È stato
audito anche il mio centro di ricerca indipendente, l’Istituto italiano per
l’Industria Culturale IsICult. Qual è la prospettiva?! Il “testo unificato”
prospetta una verosimile accelerazione della gestazione normativa.
Va segnalato che tre proposte su quattro hanno come asse l’Agenzia. La Schlein è
esplicitamente sull’“Istituzione dell’Agenzia per il Cinema e l’Audiovisivo”; la
Amato prevede anch’essa l’istituzione dell’Agenzia; ed anche Grippo prospetta
una Agenzia. La sola proposta con impianto diverso è la Mollicone, che è una
delega al Governo per la riforma, il riordino e il coordinamento della normativa
del settore. Qual è la prevedibile tendenza?! Il “testo unificato” o comunque il
testo che uscirà dal Comitato Ristretto difficilmente potrà ignorare il
baricentro-Agenzia, perché appunto quello è il punto comune più evidente tra
Schlein, Amato e Grippo. In altri termini: la domanda non è più se il tema
dell’Agenzia esista nell’iter, perché esiste già ed è strutturale; la domanda è
quale Agenzia? ovvero con quali poteri, autonomia, “governance”, rapporti con il
Ministero e con il Fondo Cinema e Audiovisivo.
Si tratta di una sconfitta della proposta di Mollicone?! No, perché la regia
resta comunque in mano al centro-destra, anche perché il seguito dell’esame è
stato affidato a Gerolamo Cangiano (FdI) come relatore. Fatti salvi colpi di
mano, il contenuto finale dovrà però assorbire istanze nate anche
dall’opposizione. Perciò la proposta Mollicone può diventare non il testo
“vincitore” in senso nominale, ma l’ossatura ordinamentale di un compromesso.
Schlein-Amato-Grippo hanno probabilmente vinto il terreno di gioco, ma Mollicone
può ancora vincere la forma finale del gioco. Cioè: l’idea di una “governance”
diversa, più autonoma o comunque separata dall’assetto attuale Direzione
Generale Cinema e Audiovisivo, è ormai entrata nel cuore dell’iter, ma il testo
che uscirà con ogni probabilità sarà un ibrido di compromesso, non la
trasposizione pura delle pdl Schlein-Amato-Grippo né della pdl Mollicone.
In questo scenario, sarà importante fare in modo che il Fondo Cinema e
Audiovisivo sia finalmente oggetto di una analisi critica approfondita, il che –
finora – non è mai stato, dato che sono state prodotte, anno dopo anno, delle
“valutazioni di impatto” evanescenti, all’acqua di rose. La (mala) gestione del
credito d’imposta è stata causata anche da questo deficit di analisi e
controlli. Ma purtroppo il controverso Tax Credit continua ad assorbire troppa
parte del Fondo (dal 59 % del totale nel 2025 al 73 % del 2026) a detrimento dei
fondi selettivi, e quindi di una “politica culturale” che non sia suddita delle
dinamiche di mercato. Basti osservare che quest’anno il credito di imposta per
gli investimenti stranieri in Italia è schizzato dai 40 milioni di euro del 2025
ai 100 (dicesi cento!) milioni del 2026: danari a tutto vantaggio dei “big
player” e delle multinazionali dell’audiovisivo, che continuano a saccheggiare
il tessuto produttivo nazionale.
La ripartizione del Fondo viene decisa dal ministro, su proposta del Direttore
Generale Giorgio Carlo Brugnoni (in carica dal settembre 2025, ed è restato
anche nel ruolo di Vice Capo di Gabinetto) e sottoposto al parere del Consiglio
Superiore del Cinema e Audiovisivo (massimo organo di consulenza del dicastero,
nominato dal Ministro per cooptazioni “intuitu personae”), presieduto
dall’avvocatessa Francesca Assumma. Il 25 febbraio 2026 il Csca ha approvato la
ripartizione, con il solo voto contrario dell’avvocato Michele Lo Foco, voce
indipendente e dissidente. Incredibilmente, però, nel “parere n° 2” del Csca
pubblicato sul sito web del Ministero, la posizione critica del consigliere è
stata strumentalmente ignorata: si legge che il Piano sarebbe stato approvato
alla “unanimità dei presenti”, allorquando l’avvocato Lo Foco (che non ha potuto
partecipare alla riunione per ragioni di salute) aveva manifestato per iscritto
il proprio voto contrario. Si tratta di un “dettaglio” sintomatico del clima di
repressione del dissenso.
E nessuno ha fatto caso alla decisione assunta dalla Corte dei Conti: la Sezione
Centrale di Controllo sulla Gestione delle Amministrazioni dello Stato della
Corte dei Conti ha approvato il 6 marzo (ma la notizia è stata data il solo
lunedì scorso 16 marzo), il programma dei controlli per l’anno 2026 e per il
triennio 2026-2028, orientato alle principali aree di intervento delle politiche
pubbliche (deliberazione a firma del Presidente Relatore Lucilla Valente). In
questo contesto, i giudici contabili hanno deciso di prendere in esame le
disposizioni per misurare l’entità dei crediti d’imposta a favore del
cine-audiovisivo effettivamente fruiti, gli effetti delle agevolazioni fiscali
sull’attività delle imprese beneficiarie, nonché verificare l’attività di
vigilanza esercitata dal Ministero della Cultura: Vista la particolare
diffusione delle agevolazioni, la Sezione ritiene di verificarne gli effetti
sull’attività delle imprese beneficiarie, nonché l’onere effettivamente
sostenuto dallo Stato”.
Questa decisione conferma il complessivo deficit di valutazioni, controlli,
monitoraggi, analisi che ha caratterizzato i primi dieci anni di funzionamento
della Legge Franceschini del 2016. E ciò basti, per comprendere come è stato
finora governato (male) l’intervento della mano pubblica in un settore
strategico dell’industria culturale.
L'articolo Nuova legge su Cinema e Audiovisivo: verso un testo unico, ma resta
il mistero sulla ripartizione dei fondi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Ministero dei Beni Culturali
I siti culturali più importanti al mondo si trovano nel Mezzogiorno, eppure i
meridionali hanno deciso di rinunziare ai frutti di questo patrimonio,
ignorandone il vero business: quello dei servizi aggiuntivi dei musei e delle
aree archeologiche statali (biglietteria, visite, bookshop, caffetteria etc).
Dovete sapere che nel ’93 la Legge Ronchey aprì ai privati il mercato di questi
servizi, inaugurando un regime oligopolistico dominato da appena otto società,
prevalentemente settentrionali, che gestiscono (spesso in regime di proroga
perpetua) oltre il 90% dei servizi museali. Parliamo di fatturati miliardari! Le
cifre, aggiornate al 2024, si annidano nelle tabelle pubblicate dall’Ufficio
Statistica del Ministero della Cultura. Vi porto l’esempio di Pompei: in un
anno, la società che gestisce la vendita di gadget e libri ha incassato 1,4
milioni ma ha erogato alla soprintendenza appena 118mila euro.
Dovete sapere che questa quota, definita all’interno della convenzione di
concessione, dovrebbe essere usata per valorizzare il sito culturale. Quindi,
più basso è l’importo riconosciuto alla soprintendenza, più esigua è la
dotazione che rimane sul territorio. Vediamo gli altri servizi aggiuntivi: la
caffetteria ha incassato 1,9 milioni, a fronte di appena 11mila euro erogati
alla soprintendenza. Dalle prevendite, gli introiti ammontano a 36mila euro, con
poco più di mille euro riconosciuti alla soprintendenza. E sul fronte
ristorazione? Sono stati battuti scontrini per 9.700 euro mentre la
soprintendenza non ha ricevuto nulla! Stesso trend sul fronte delle visite
guidate: sono state registrati appena 4884 clienti in un anno (la media di 13
visite al giorno registrate, abbastanza poche, tra l’altro) che hanno fatto
incassare 22.660 euro, di cui appena 5.438 alla soprintendenza.
La domanda sorge spontanea: quale società gestisce i servizi aggiuntivi
pompeiani? Il Gruppo Opera Laboratori Fiorentini, la stessa presente nella
Reggia di Caserta, tanto per fare un esempio. Facciamo, dunque, un po’ di conti
anche per quest’altro sito: a fronte di 122mila euro incassati dalla vendita di
audioguide, la soprintendenza ha ottenuto circa 18mila euro. L’area bookshop?
131mila euro incassati e 18mila euro erogati alla soprintendenza. La caffetteria
ha battuto scontrini per oltre mezzo milione d’euro ma l’importo erogato alla
soprintendenza si ferma a 65mila euro. Per quanto concerne le prevendite,
invece, a fronte di 36mila euro di incassi, non è stato erogato nulla alla
soprintendenza. Le visite guidate, infine, sono state 48.148 (dieci volte più di
Pompei!), generando un introito di 167mila euro e appena 25mila euro finiti
nelle casse della soprintendenza.
Oltre alle cifre esigue riconosciute al Ministero della Cultura, c’è anche un
altro aspetto da considerare: Opera Laboratori Fiorentini ha sede legale a
Firenze. Quindi, il gettito fiscale maturato dai servizi erogati non rimane al
Sud ma va dritto in Toscana, dove la società ha sede legale. Quindi, le tasse
pagate da questa società per la gestione delle attività svolte (sia chiaro,
lecitamente) in Campania non incrementano le casse della Regione Campania ma
della Toscana, che potrà offrire ai propri cittadini più servizi. Ma allora
perché Pompei non gestisce autonomamente i propri servizi aggiuntivi?
Eppure, il Codice dei Beni Culturali, all’articolo 115, dispone che
l’Amministrazione deve prioritariamente gestire i servizi in proprio, pertanto
l’esternalizzazione degli stessi a società private non deve rappresentare la
regola bensì l’eccezione, percorribile soltanto qualora questa opzione
garantisca un più elevato livello di valorizzazione di tali siti culturali. A
sostenere questa tesi è la sentenza 2259 del 16 marzo 2021 del Consiglio di
Stato, secondo cui nell’ambito della valorizzazione del patrimonio museale, la
gestione diretta da parte dell’amministrazione rappresenta il modello di
riferimento, mentre l’esternalizzazione deve essere considerata l’eccezione.
Che significa tutto questo? Delle tre l’una. O i meridionali dovrebbero spingere
i propri decisori politici ad aggiornare il quadro normativo, prevedendo un
canale privilegiato per l’affidamento dei servizi aggiuntivi a società del
proprio territorio. O si dovrebbe favorire un’internalizzazione dei servizi
aggiuntivi. Oppure, ipotesi più concreta, andrebbero aggiornati i canoni di
concessione e innalzate le tariffe, diminuendo i margini di profitto dei
privati.
L'articolo Servizi aggiuntivi di musei e siti archeologici statali: il business
miliardario che sfugge al Sud proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nei giorni scorsi due avvenimenti importanti per la politica culturale nazionale
non sono stati oggetto di adeguata attenzione da parte dei media “mainstream”,
distratti dalla solita kermesse di Sanremo in versione più conformista e banale
del solito, con un’audience in calo, condotta da un Carlo Conti “impiegatizio”
(copyright Aldo Grasso). Quasi nessuna attenzione verso il decreto “copia
privata” (ilfattoquotidiano.it gli ha dedicato un approfondimento, ndr) ed il
“piano di riparto” del Fondo Cinema e Audiovisivo, entrambi alla firma del
ministro della Cultura Alessandro Giuli.
Entrambe le notizie sono state intercettate in anteprima dall’Istituto italiano
per l’Industria Culturale IsICult, che è sì un centro di ricerca indipendente
(specializzato sulle politiche culturali, le economie mediali, le dinamiche
sociali), ma anche un laboratorio giornalistico (nel cui ambito curo anche
questo blog). Entrambi i documenti (pubblicati sul sito web di IsICult) sono
emblematici, anzitutto perché la loro gestazione non ha beneficiato di quella
necessaria trasparenza e condivisione piena con tutti gli “stakeholder”
potenzialmente interessati, e poi perché sono sintomatici di un “policy making”
conservatore e inerziale, privo di visione sistemica, organica, strategica.
Il decreto “copia privata” rinnova un’imposizione al consumatore di qualche euro
su ogni pc e telefonino e da quest’anno anche rispetto al “cloud”, un balzello
che alimenta un fondo di circa 150 milioni l’anno gestito dalla Società Italiana
Autori Editori (Siae) che li assegna – con criteri che non brillano per
trasparenza – ad autori, esecutori, editori… Una norma che risale ai tempi (dei
cd e dvd) in cui gli utenti usavano “registrare”, allorquando ormai è lo
“streaming” la forma principale di fruizione di musica e video. Preistoria. E lo
Stato non interviene invece per tutelare realmente gli autori, rispetto allo
sfruttamento massivo messo in atto dalle piattaforme digitali come Google,
YouTube, Spotify, TikTok, che si arricchiscono enormemente speculando sulla
creatività.
Il “piano di riparto” dei 606 milioni di euro del Fondo Cinema e Audiovisivo non
è stato mai oggetto di preventiva analisi, né tecnica né politica, con le
associazioni rappresentative del settore, ma sembra essere stato redatto
piuttosto “sotto dettatura” delle lobby dei produttori (i cinematografici
dell’Anica ed i televisivi dell’Apa), allorquando ritengo che un documento così
importante e delicato dovrebbe essere sottoposto – prima dell’approvazione
definitiva da parte del Ministro – alla valutazione di tutto il settore
cinematografico e audiovisivo, in una logica di “open data” e trasparenza
amministrativa e confronto pubblico, con un coinvolgimento dialettico di tutta
la comunità artistica e professionale. E magari coinvolgendo anche le
commissioni parlamentari competenti.
Il riparto del Fondo Cinema e Audiovisivo è stato illustrato per grandi linee in
un incontro a porte chiuse promosso dalla Sottosegretaria leghista Lucia
Borgonzoni al Collegio Romano il 19 febbraio, con le principali associazioni del
settore (ma non tutte) ed approvato il 24 febbraio dal Consiglio Superiore del
Cinema e Audiovisivo (Csca) presieduto dall’avvocata Francesca Assumma. Sabato
20 le associazioni 100autori, Acmf, Aidac, Air3, Anac e Wgi (rappresentative di
gran parte degli sceneggiatori, registi, adattatori, compositori delle musiche
per film) hanno comunque espresso “fermo dissenso” rispetto alle indicazioni
annunciate sul riparto del Fondo.
Ritengo condivisibili le critiche avanzate dalle associazioni degli autori.
Quest’anno le varie linee di intervento del Fondo vengono tutte ridotte, alcune
in modo radicale: i “contributi selettivi” vengono tagliati del 54%, a tutto
vantaggio del credito d’imposta «per l’attrazione in Italia di investimenti
cinematografici e audiovisivi», che sale da 42 a 100 milioni di euro. Il Fondo
viene tagliato del 13%, ma il controverso “tax credit” cresce del 7 % (dai 412
milioni del 2025 ai 441 del 2026), finendo per assorbire il 73% del totale (era
il 59% nel 2025). Si comprime la leva qualitativa e si amplia la leva fiscale:
si passa da un modello selettivo di indirizzo culturale ad un modello automatico
di incentivo fiscale neutro rispetto alla qualità.
E centinaia di festival – strumenti preziosi per la promozione della cultura
audiovisiva – continuano a beneficiare solo di una manciata di milioni.
L’avvocato Michele Lo Foco, membro del Csca, ha espresso voto contrario rispetto
al prospettato piano di riparto, in particolare riguardo alla disattesa esigenza
di porre un freno al “tax credit”.
Venerdì 27 febbraio, il movimento dei lavoratori delle troupes
#Siamoaititolidicoda è stato lapidario: “Siamo costernati per la bozza di
riparto… Si tratta di “uno scempio: l’Italia diventerà un ‘service’ degli
stranieri”. È mai stata svolta una seria valutazione di impatto (e di analisi
controfattuale), per comprendere se la legge Franceschini del 2016 ha stimolato
realmente una crescita strutturale del sistema, un’estensione del pluralismo
espressivo, il rafforzamento delle imprese indipendenti ed il sostegno agli
autori emergenti, e quell’“audience development” che dovrebbe caratterizzare la
democrazia culturale?!
Tutto questo sostegno pubblico al settore continua ad arricchire i big player, a
vantaggio delle multinazionali audiovisive straniere, privilegiando la fiction
tv rispetto al cinema…
La recente vendita da parte di Andrea Occhipinti delle quote di maggioranza
della sua qualificata Lucky Red alla francese Canal+ Vivendi di Vincent Bollorè
(dopo i precedenti di Palomar acquisita da Mediawan, Groenlandia da Banijay, Lux
Vide da Fremantle, eccetera) rappresenta la preoccupante conferma che il tanto
invocato “sovranismo culturale” sembra restare un pio auspicio teorico-retorico,
contraddetto da una politica culturale frammentaria ed erratica.
Zero capacità di autoanalisi. Zero volontà di innovazione.
L'articolo Nessuna trasparenza su Fondo Cinema e ‘copia privata’: zero
condivisione, zero innovazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sembra in via di soluzione uno dei problemi che attanagliano il settore
culturale italiano: nella giornata di martedì 10 febbraio 2026 ho manifestato il
mio apprezzamento per la risoluzione (Atto Senato n. 7-00035) depositata dal
Movimento 5 Stelle in Senato (Commissione Finanze), primo firmatario Mario Turco
(che è anche Vice Presidente del M5s), che impegna il ministro dell’Economia e
Finanze e il ministro della Cultura a superare il perdurante blocco dei
pagamenti nei confronti delle imprese del settore dello spettacolo e del
cinema-audiovisivo. La proposta di risoluzione è cofirmata dai senatori Marco
Croatti e Barbara Floridia (Presidente della Commissione Vigilanza Rai) per il
M5s, da Cecilia D’Elia e Cristina Tajani per Pd, e da Tino Magni per Avs.
Il blocco è stato determinato da un improprio ruolo di “esattore” assunto, dalla
fine di marzo 2025, dalle due direzioni generali del Ministero della Cultura
competenti. In molti casi, ne sono scaturiti pignoramenti da parte dell’Agenzia
delle Entrate-Riscossione (Ader). La tagliola ha colpito tutti
indiscriminatamente, grandi e piccoli.
La presa di posizione è stata rilanciata dalle agenzie stampa (da AgCult a
9colonne per arrivare all’Ansa): in effetti, si tratta di un problema che
l’IsICult (Istituto italiano per l’Industria Culturale) è stato tra i primi a
denunciare, anche su questo blog.
A partire da fine marzo 2025, tutte le imprese e le associazioni che vantano
crediti nei confronti della Direzione Generale Cinema e Audiovisivo e della
Direzione Generale Spettacolo (teatro, musica, danza, circo…) vengono sottoposte
ad una verifica relativa allo status di adempimento fiscale nei confronti
dell’Agenzia delle Entrate, per somme superiori a 5mila euro (come previsto – a
livello generale – dall’articolo 48-bis del Dpr 602 del 1973). La nuova prassi
contrasta con quanto previsto dal dicembre 2008 in forza di una deroga decisa
dall’allora Ragioniere Generale dello Stato Mario Canzio (Rgs Mef), che ha
riconosciuto una specifica “eccezione culturale” per i contributi destinati ai
settori dello spettacolo e del cinema. Una scelta accolta con soddisfazione
dalle principali associazioni del settore, l’Agis (allora presieduta da Alberto
Francesconi) e l’Anica (allora presieduta dal compianto Paolo Ferrari).
Decine e decine di imprese e associazioni vedono quindi congelati da molti mesi
i propri crediti, e sono in atto anche pignoramenti (Agenzia delle Entrate
presso Mic) a causa di un improprio ruolo del Ministero della Cultura
assimilabile a quello di… “esattore supplente” per conto dell’Ader. Blocchi e
pignoramenti che oscillano tra milioni di euro e poche migliaia di euro.
Una prima interrogazione parlamentare è stata presentata a Palazzo Madama il 23
giugno 2025 e poi 10 settembre dal senatore Mario Turco del M5s (A.S. n.
3-02114), e successivamente alla Camera il 18 dicembre 2025 dalla deputata
Rosaria Tassinari di Forza Italia (A.C. n. 4/06632). In occasione delle
audizioni sulla nuova legge cinema e audiovisivo, il 20 gennaio 2026, lo stesso
Presidente della Commissione Cultura della Camera Federico Mollicone (Fratelli
d’Italia) ha riconosciuto esplicitamente che il problema doveva essere risolto.
È significativo che la sostanza delle iniziative del M5s – impignorabilità dei
contributi alla cultura – sia stata accolta dagli altri partiti
dell’opposizione, ma soprattutto da esponenti della maggioranza: si tratta di
una risposta bipartisan lungimirante, di fronte a una situazione molto grave.
Giovedì 5 febbraio 2026 una proposta di risoluzione parallela (A.C. n. 7-00359)
è stata depositata a Montecitorio dal deputato Gaetano Amato (M5s), cofirmata da
esponenti di spicco dell’opposizione: Matteo Orfini (Pd), Elisabetta Piccolotti
(Avs), Roberto Giachetti (Italia Viva).
Ci si augura che la prassi scattata dal marzo 2025 venga presto superata e che
queste iniziative vengano fatte proprie dal ministro Alessandro Giuli (FdI),
coerentemente con l’esigenza di bilanciare equità fiscale e tutela
costituzionale della cultura. Così confermando il prevalente interesse pubblico
che caratterizza i settori del cinema, dell’audiovisivo e dello spettacolo,
della cultura in generale.
Non risulta che la Ragioniera Generale dello Stato Daria Perrotta (nominata il 7
agosto 2024 dal titolare del Mef Giancarlo Giorgetti) abbia confermato
l’improvviso “orientamento” che è stato manifestato il 19 marzo 2025 da una
dirigente che da lei dipende: Piera Marzo, Direttrice dell’Ufficio Centrale di
Bilancio (Ucb) della Ragioneria Generale dello Stato presso il Mic. I due
direttori generali, Antonio Parente per la Direzione Generale Spettacolo – Dgs,
e Nicola Borrelli per la Direzione Generale Cinema e Audiovisivo – Dgca
(dimessosi il 3 luglio 2025) si sono passivamente allineati a questo parere
della Direttrice dell’Ucb-Rgs presso il Mic. L’attuale Direttore Generale della
Dgca, Giorgio Carlo Brugnoni, non si è pubblicamente espresso. Si ricordi che
Daria Perrotta è anche componente del Consiglio Superiore del Cinema e
Audiovisivo (Csca), il massimo organo di consulenza del ministro della Cultura:
è stata cooptata nel consesso, il 19 marzo 2024, quando era Capo dell’Ufficio
Legislativo del Mef, ma è rimasta nell’incarico anche dopo la prestigiosa nomina
alla guida della Ragioneria (prima donna, nella storia d’Italia). La sua nota
passione per il cinema le consente certamente di ben comprendere quanto questi
settori abbiano necessità di sostegno pubblico.
Le industrie culturali e creative, in Italia, sono da sempre fragili e deboli:
necessitano di essere sostenute, per un interesse nazionale che è anche
socio-economico, oltre che squisitamente culturale-artistico. Danno lavoro,
stimolano l’economia, rafforzano il pluralismo espressivo, contribuiscono alla
coesione sociale. Il tema non riguarda soltanto un nodo amministrativo-fiscale,
ma il modello stesso di politica culturale che il Paese intende sviluppare. In
sostanza, il governo ed il Parlamento debbono decidere se deve prevalere lo
Stato “esattore” sullo Stato “culturale”.
L'articolo Blocco dei crediti alla cultura, qualcosa si muove contro lo Stato
esattore proviene da Il Fatto Quotidiano.
Lo scenario culturale e mediale italiano sta vivendo una fase che si potrebbe
anche definire effervescente, se non fosse che ancora una volta permane un
grande deficit di trasparenza e quindi prevale inquietante confusione, che rende
ulteriormente debole l’azione di controllo e regolazione della mano pubblica:
basti pensare alla modestia dell’intervento del Sottosegretario all’Informazione
e Editoria Alberto Barachini (Forza Italia) in relazione alla imminente vendita
del Gruppo Gedi, ovvero La Repubblica, La Stampa e HuffPost Italia e altro
ancora…
E che dire delle impetuose dinamiche erratiche di un imprenditore corsaro come
il giovane (39 anni) imprenditore italo-canadese Andrea Iervolino?! Anche nel
caso di Iervolino, la trasparenza non è certo la caratteristica dominante dei
suoi business: per esempio, in questi ultimi tempi si muove con un ulteriore
veicolo societario, la Taic Funding, di cui però non si riesce a sapere molto,
se non che “Taic” è l’acronimo di The Andrea Iervolino Company…
Non brilla per trasparenza, però, nemmeno il Ministero della Cultura ovvero la
Direzione Cinema e Audiovisivo, che gli ha congelato 66 milioni di euro di “tax
credit” sulla base di procedure piuttosto opache: su Iervolino stanno indagando
la Guardia di Finanza e la Procura di Roma, ma – per quanto è dato sapere – non
è ancora nemmeno stato rinviato a giudizio, e forse dovrebbe prevalere la
presunzione di innocenza… Stranamente nessun commento dal ministro Alessandro
Giuli o dalla Sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni.
Andrea Iervolino sembra essere in grado di muovere capitali significativi nel
sistema mediale italiano, avendo sottoposto a Gedi un’offerta di ben 240 milioni
di euro, 10 milioni superiore a quella del gruppo ellenico Antenna, ma parrebbe
che la sua iniziativa non sia stata granché apprezzata… Anche l’offerta di 22,5
milioni per l’acquisto de La Stampa non è andata in porto, perché evidentemente
un outsider così eccentrico non viene accolto nei “salotti buoni” dell’editoria
e della finanza italiana.
Salotti che pure non brillano per correttezza procedurale, come viene confermato
dai comunicati del Comitato di Redazione de la Repubblica, costretto a
sguinzagliare alcuni colleghi per capire “chi” è realmente il potenziale
acquirente ovvero il Gruppo Antenna, la holding della famiglia Kyriakou…
Lunedì 26 gennaio, Andrea Iervolino ha annunciato che sarà Bobby Moresco, premio
Oscar per la sceneggiatura (con Paul Haggis) per l’eccellente Crash, a dirigere
il biopic su Giorgio Armani, che verrà prodotto dalla sua Taic Funding.
L’annuncio del nome del regista, già dietro la macchina da presa per altri
lungometraggi realizzati da Iervolino come Lamborghini (2022) e Maserati (in
uscita nel 2026), è stato dato a seguito di una riunione del cda di Taic il 23
gennaio, che ha deliberato che il film non sarà girato in Italia e verrà invece
interamente prodotto in Ungheria.
Il biopic su Armani prevede un investimento di 135 milioni di dollari. La
decisione relativa al luogo delle riprese – ha spiegato Iervolino – è maturata
alla luce di un’analisi critica “dell’attuale contesto produttivo e
amministrativo italiano”. La scelta arriva a pochi giorni dalla decisione di
Taic di trasferire all’estero anche la produzione di Bugatti – The Genius, un
progetto da oltre 200 milioni di dollari…
In sostanza, nell’arco di pochi giorni sarebbero sfuggiti 335 milioni di dollari
dal territorio nazionale… Perché? “Sono profondamente legato all’Italia e
all’identità italiana – ha spiegato il produttore – pur essendo italo-canadese,
resto un italiano orgoglioso. Continuerò a sviluppare progetti dedicati alle
grandi icone del nostro Paese… Il paradosso che emerge da questa situazione è
evidente: film che celebrano l’eccellenza, la cultura e l’identità italiana
vengono realizzati fuori dall’Italia, non per mancanza di visione o di spirito
italiano, ma a causa di una crescente perdita di fiducia nel quadro
istituzionale e amministrativo”.
In altre parole, questa sarebbe anche una reazione al blocco dei crediti messo
in atto dal Ministero della Cultura verso le sue società.
Intanto continua la fase delle audizioni in Commissione Cultura della Camera,
sulla possibile riforma dell’intervento pubblico nel settore cinematografico e
audiovisivo, settore che registra un rallentamento produttivo anche a causa
delle nuove controverse regole sul credito d’imposta. La notizia non è stata
rilanciata – incredibilmente – da nessuna testata giornalistica, ma martedì 27
si è saputo che potrebbe slittare al 1° gennaio 2027 l’entrata in vigore delle
disposizioni previste dall’ultima Legge di Bilancio in materia di “tax credit”
cine-audiovisivo.
È stato il Presidente della Commissione Federico Mollicone ad annunciarlo in
anteprima: lo slittamento di un anno è previsto da una serie di emendamenti
identici al “Milleproroghe” presentati dallo stesso Mollicone (Fdi), da Matteo
Orfini (Pd), Valentina Grippo (Azione), Giorgia Latini (Lega), Maria Elena
Boschi (IV); Gaetano Amato (M5s) ha invece presentato un emendamento
circoscritto alle imprese dell’esercizio cinematografico… Iniziative che
confermano come si stia (mal) governando il settore, che versa in uno stato
confusionale.
Intanto, tra poche settimane vedrà la luce il nuovo quotidiano La Sintesi, che
Iervolino ha affidato ad un altro eccentrico, qual è Rocco Casalino, l’ex
portavoce del già Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Casalino ha invitato
potenziali collaboratori a candidarsi: sono arrivati circa 1.400 curricula
(corredati da un video autopromozionale di tre minuti) e ne sono stati
pre-selezionati circa 100, per arrivare poi ad una redazione di una ventina di
giornalisti (tra Roma e Milano)…
E Andrea Iervolino starebbe per tirar fuori dal suo “cappello magico” ulteriori
sorprese, di cui l’acquisto del quotidiano online Open rappresenterebbe soltanto
la punta di un iceberg…
L'articolo L’outsider Iervolino porta in Ungheria il biopic su Armani: una
reazione al blocco dei crediti? proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il sistema mediale italiano sta vivendo una brutta fase: la vicenda della
cessione delle maggiori testate giornalistiche del Gruppo Gedi (la Repubblica in
primis) al gruppo greco Antenna della famiglia Kyriakou (nel cui capitale c’è al
30 % anche Mbc Group, il principale broadcaster del Medio Oriente) conferma
quanto ormai la stampa quotidiana non sia ritenuta – da gruppi finanziari e
industriali come Exor (controllato dalla famiglia Agnelli) – granché rilevante,
nel nuovo ecosistema della comunicazione, ormai dominato da TikTok e piattaforme
analoghe… E che dire delle nuove notizie relative all’uso ed abuso dello
strumento del “tax credit” a favore del cinema e della fiction televisiva,
mentre è iniziato a Montecitorio l’iter per una ipotetica nuova legge di
settore?!
Grande effervescenza e grande confusione, ma al tempo stesso grande assenza di
vera “politica culturale” (e mediale).
In questo scenario, emerge come emblematica la figura controversa del giovane
produttore italo-canadese Andrea Iervolino, che spazia dal cinema all’editoria:
ha sottoposto a Gedi una proposta di acquisto per il quotidiano La Stampa (che
non interessa il gruppo greco Antenna), con un’offerta di 22,5 milioni di euro,
confermando l’intenzione di entrare in modo deciso nel business della stampa,
nel quale sta per affacciarsi anche attraverso un nuovo quotidiano affidato alla
direzione di Rocco Casalino, il cui lancio in edicola era previsto per metà
gennaio, ma slitta di qualche settimana…
Martedì 13 gennaio Andrea Iervolino ha ricevuto un’altra brutta sorpresa: il
Direttore Generale del Cinema e Audiovisivo del Ministero della Cultura Giorgio
Carlo Brugnoni ha firmato un decreto che esclude la Sipario Movies spa dai
contributi del Mic per 5 anni (cinque), invocando la norma secondo la quale, in
caso di “dichiarazioni mendaci” in sede di richiesta del credito di imposta, la
società viene esclusa dai contributi pubblici per cinque anni.
Si tratta di una vicenda intricata che si trascina da quasi due anni. A fine
aprile 2024 il Ministero della Cultura ha chiesto a Iervolino documenti su 38
produzioni tra il 2018 e il 2022, ed in quei mesi scoppiava una guerra interna
alla società, con un furente scontro tra Iervolino e la sua allora socia Monika
Bacardi nella Iervolino Lady Bacardi Entertainment (Ilbe), poi divenuta Sipario…
Il 14 luglio 2025 il caso esplode: la Guardia di Finanza invia al pm romano
Antonino Di Maio una informativa su Ilbe/Sipario e nelle stesse ore l’allora
Direttore Generale Cinema del Mic, Nicola Borrelli, dimissionario, firma la
revoca di 66 milioni di euro di “tax credit” a Sipario. E sempre lo stesso
giorno la Sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni annunciava la mossa del Mic
a mo’ di azione esemplare. Come scrivevano allora Nicola Borzi e Thomas
Mackinson su il Fatto: “una tempistica che tradisce la logica politica:
mostrarsi inflessibili dopo il caso di Francis Kaufmann, il killer di villa
Pamphili che ha ricevuto 860mila euro di tax credit per film mai prodotti,
usando Iervolino come capro espiatorio”…
A distanza di mesi, il Ministero continua a mantenere congelati i crediti di
Iervolino, anche se, allo stato attuale dei fatti, sono soltanto in corso delle
indagini, non esiste certo alcuna condanna, ma soltanto una contestazione
dell’Agenzia delle Entrate nell’ordine di 744mila euro, ovvero una somma ben
lontana da quei 66 milioni di euro della revoca integrale. Il Ministero ha
invece deciso di rinnovare il blocco di tutti i crediti di Iervolino.
Presunzione di innocenza? Bye bye. Certezza del diritto? Addio. Resta senza
risposta anche l’interrogazione parlamentare Atto Camera A.C. n. 4/06603 di
Alfredo Antoniozzi (Fratelli d’Italia).
In verità, secondo alcuni analisti Andrea Iervolino è di fatto divenuto il
“capro espiatorio” dei non pochi produttori che hanno approfittato della
gestione del “tax credit” non adeguatamente sottoposta a controlli: organizzando
una grancassa su Iervolino, l’attenzione mediatica non è andata a verificare
tante altre anomalie, a cominciare da quanto abbiano beneficiato del “tax
credit” molte società di produzione controllate da multinazionali straniere, in
primis la Fremantle del gruppo tedesco-lussemburghese Rtl ovvero Bertelsmann… In
sostanza, il “caso Iervolino” ha consentito di alzare una cortina fumogena sulle
tante magagne del credito d’imposta, sulle quali sta peraltro indagando la
Procura di Roma attraverso più indagini.
La domanda che sorge spontanea è: perché soltanto Iervolino è stato
“attenzionato”? E come commentare alcune notizie degli ultimi giorni: è stato il
quotidiano La Verità (diretto da Maurizio Belpietro) ad aver acceso i riflettori
su anomalie come gli 800mila euro di credito d’imposta concessi dal Mic per la
produzione della serie tv Netflix “Io sono notizia” sul “giornalista”
(pregiudicato) Fabrizio Corona? E sono stato io a porre per primo – su questo
blog – il quesito se ha un senso (di politica culturale) la concessione di ben 8
milioni di euro di “tax credit” al film di Checco Zalone, “Buen Camino”.
La questione di fondo resta il deficit di un (buon) governo della “politica
culturale” italiana: alle carenze di adeguati controlli amministrativi nelle
procedure ministeriali, si associa la totale assenza di valutazioni di impatto
(culturali e socio-economiche), che consentano di comprendere i risultati
dell’intervento dello Stato… Martedì 13 in Commissione VII della Camera
(presieduta da Federico Mollicone, FdI) è iniziato l’iter per una prospettata
nuova legge sul cinema e l’audiovisivo: ad essere audite per prime – non a caso
– le lobby grandi e piccole della produzione (Anica, Apa, Cna, Agici, Itaca…),
ognuna delle quali ha implorato che lo Stato non riduca il proprio intervento.
Nessuno ha avuto il coraggio di chiedere (pretendere) analisi e studi e
valutazioni… perché, se questa strumentazione tecnica venisse finalmente
attivata, si andrebbero a scoprire tanti altarini e tante (altre) magagne, nella
gestione di quei 700 milioni di euro di danari pubblici che lo Stato ha messo a
disposizione nel 2025, pur ridotti a 610 milioni per l’anno 2026. Il problema
vero non è il “quantum” dell’intervento dello Stato nel settore, ma il “come”.
L'articolo È Andrea Iervolino il capro espiatorio degli scandali sul tax credit
cine-televisivo? proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si intendeva cambiare narrazione, si cerca da decenni di scardinare la pretesa
“egemonia culturale” della sinistra, si è gridato allo scandalo perché il mondo
della cultura era “tutto in mano ai comunisti”. Ma per una volta non è la
sinistra a dividersi, almeno su questo punto. A spaccarsi è il mondo culturale
della destra: l’intellettuale di riferimento del conservatorismo Marcello
Veneziani da una parte, il ministro della Cultura Alessandro Giuli dall’altra.
Da una parte Veneziani – filosofo, intellettuale, firma di diversi giornali di
destra – ha espresso la sua delusione per la debole impronta impressa sulle sue
politiche dal nuovo ceto politico alla guida del paese e lo ha fatto dalle
colonne di una testata del campo governativo come la Verità, il quotidiano
fondato e diretto da Maurizio Belpietro. Una testata considerata di destra, con
una linea editoriale tendenzialmente liberal-conservatrice ma che si definisce
indipendente e che spesso critica anche le posizioni dell’attuale governo.
Esecutivo che, ha scritto in questo caso il giornalista in un editoriale
richiamato in prima pagina, pare il “trionfo della mediocritas” e che non ha
ancora lasciato alcun segno. “Tutto è rimasto come prima, nel bene, nel male,
nella mediocrità generale e particolare. E perdura anche il clima di
intolleranza e censura verso le idee che non rientrano nel mainstream” ha
scritto nel suo articolo domenicale Veneziani che nel suo bilancio boccia
l’attività del governo ma salva la figura di Giorgia Meloni. Veneziani scrive
che le sue osservazioni sono fatte “senza alcun piacere di dirlo, anzi avremmo
più volentieri taciuto, occupandoci d’altro; lo scriviamo solo per non
sottrarci, almeno a fine anno, a tentare un bilancio onesto, realistico e
ragionato della situazione”.
A rispondergli è un piccato ministro della Cultura che, nonostante
l’indisposizione che lo ha costretto a casa, ha preso carta e penna ed ha
incaricato la sua capa di gabinetto, Valentina Gemignani, di leggere un suo
messaggio in occasione della presentazione, alla Camera dei Deputati, dei
risultati “straordinari” della Ales di Fabio Tagliaferri. Una comunicazione che
lascia di stucco i partecipanti, per il tono decisamente spiazzante e anche per
la sua irritualità. “Ha deciso di arruolarsi nel fronte del nemichettismo pur di
negare la forza dei fatti e dei numeri; invece di incoraggiarci o almeno di
giudicare con equanimità” sottolinea il ministro. “Una dose di vaccino anti
nemichettista la inoculiamo volentieri nella pelle esausta del vecchio amico
Marcello Veneziani – dice il suo messaggio quasi sprezzante -: egli, dopo aver
confidato a suo tempo che aveva rifiutato l’onore di diventare il ministro della
Cultura del governo Meloni, oggi sversa su di noi la bile nera di cui trabocca
evidentemente il suo animo ricolmo di cieco rimpianto. Si rassereni: nello
sciagurato giorno in cui il nemichettismo dovesse espugnare Palazzo Chigi, il
nostro ex consigliere Rai in quota An (per tacer d’altro) sarà senz’altro
premiato honoris causa”. Interpellato al riguardo Veneziani dice di non voler a
sua volta replicare.
Ma la veemenza dell’attacco del governo viene notata dal Pd che, per altro,
sottolinea la stonatura dell’aver utilizzato “un contesto istituzionale per
sferrare un attacco frontale a Marcello Veneziani, colpevole di aver espresso
una valutazione severa sull’irrilevanza dell’azione del governo Meloni”. Una
irritualità per altro lamentata dallo stesso Giuli quando, ricordano i dem, il
ministro fu oggetto delle critiche di Elio Germano fatte a margine della
presentazione dei premi Donatello al Quirinale. E comunque, sottolinea da
deputata del Pd Irene Manzi: “Al di là del merito delle posizioni di Veneziani,
emerge con evidenza la difficoltà del ministro Giuli nel rapportarsi al dissenso
e nel sostenere un confronto critico. Le istituzioni della Repubblica non
possono diventare – stigmatizza la parlamentare dem – lo spazio per regolare
conti personali né per alimentare polemiche politiche. Quel linguaggio e quella
impostazione allergica a ogni voce critica appartengono ad altri contesti: forse
è lo stile di Atreju“.
L'articolo Altro che egemonia: sulla cultura a destra finisce in rissa.
Veneziani: “Trionfo della mediocritas”. E Giuli scatenato: “Bile nera, animo
ricolmo di cieco rimpianto” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Venerdì 19 dicembre 2025, l’IsICult Istituto italiano per l’Industria Culturale
(ente di ricerca indipendente nell’ambito delle politiche culturali, le economie
mediali, le dinamiche sociali) ha denunciato il perdurante blocco dei pagamenti
da parte del Ministero della Cultura nei confronti delle imprese del settore
dello spettacolo e del cinema-audiovisivo, a causa di un improprio ruolo di
“esattore” assunto da alcuni mesi dalle due direzioni generali Mic competenti.
In diversi casi, ne sono scaturiti pignoramenti da parte dell’Agenzia delle
Entrate, sulla base di due articoli del Dpr n. 602 del 1973: l’art. 48-bis, che
impone alle Pubbliche Amministrazioni, prima di effettuare pagamenti superiori a
5.000 euro, di verificare se il beneficiario è inadempiente verso l’Erario per
cartelle esattoriali scadute; se l’inadempienza esiste, la Pa blocca il
pagamento e segnala la posizione ad Agenzia delle Entrate-Riscossione (AdER),
che può avviare il “pignoramento presso terzi”, ex art. 72-bis. Si tratta dello
stesso controverso art. 48-bis, che, nella gestazione della Legge Finanziaria
per l’anno 2026, verrebbe esteso anche ai pagamenti verso i professionisti,
inclusi i commercialisti, che di fatto erano anche loro in qualche modo esentati
da questa verifica… I commercialisti sono sul piede di guerra e non è ancora
chiaro cosa accadrà in sede di approvazione definitiva della Manovra.
La specifica dinamica Mic/Ader è stata censurata il 18 dicembre anche dalla
parlamentare Rosaria Tassinari (Forza Italia) in un’interrogazione rivolta al
Ministro della Cultura Alessandro Giuli (Fratelli d’Italia).
Da fine marzo 2025, in effetti tutte le imprese e le associazioni che vantano
crediti nei confronti della Direzione Generale Cinema e Audiovisivo e della
Direzione Generale Spettacolo (teatro, musica, danza, circo) vengono sottoposte
ad una verifica relativa allo status di adempimento o meno nei confronti
dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione (Ader). La nuova prassi è in contrasto
con quanto previsto dal dicembre 2008 in forza di una deroga decisa dall’allora
Ragioniere Generale dello Stato Mario Canzio (Rgs Mef), che ha riconosciuto una
specifica “eccezione culturale” per i contributi destinati ai settori dello
spettacolo e del cinema-audiovisivo.
Decine e decine di imprese ed associazioni, grandi e piccole, vedono quindi
congelati da mesi i propri crediti, e sono in atto pignoramenti a causa di un
improprio ruolo del Ministero della Cultura assimilabile a quello di “esattore
supplente” per conto dell’Ader.
La questione è stata già sollevata nel giugno 2025 da alcune testate
giornalistiche (da Il Sole 24 Ore a un mio intervento sul blog de
ilfattoquotidiano.it) e un’interrogazione parlamentare è stata presentata in
Senato dapprima il 23 giugno e successivamente il 10 settembre dal senatore
Mario Turco (M5s), sostenuto anche dal suo collega di partito alla Camera
Gaetano Amato, ma resta ancora senza risposta da parte dei titolari del Mic e
Mef.
Pendono di fronte al Tribunale ordinario e al Tribunale Amministrativo Regionale
ricorsi da parte di alcuni dei soggetti che vedono congelati i propri crediti, e
la Giudice della III Sezione del Tribunale di Roma, Giulia Messina, ha concesso
la sospensiva. Di fatto, però ci sono molte imprese ed enti che non riescono ad
entrare in possesso dei crediti maturati nei confronti del Ministero della
Cultura, inclusi quelli per il “tax credit”. Si tratta di importi che vanno da
poche migliaia a milioni di euro, il cui blocco paralizza da mesi attività di
produzione e di promozione, con il rischio concreto di default.
Non resta che auspicare che la illegittima prassi degli ultimi mesi venga
superata e che le iniziative bipartisan del senatore Turco e della deputata
Tassinari ricevano presto una risposta positiva dal Ministro Alessandro Giuli,
coerente con l’esigenza di bilanciare l’equità fiscale e la tutela
costituzionale della cultura, confermando il prevalente interesse pubblico che
caratterizza i settori del cinema, dell’audiovisivo e dello spettacolo.
Quel che è sicuro è che la nuova prassi adottata dalla Direzione Generale Cinema
e Audiovisivo (diretta da Giorgio Carlo Brugnoni) e dalla Direzione Generale
Spettacolo del Ministero della Cultura (diretta da Antonio Parente), su input
della dirigente dell’Ufficio Centrale di Bilancio presso il Mic della Rgs (Piera
Marzo), cozza con la decisione assunta nel 2008 dall’allora Ragioniere Generale
dello Stato: si tratta di un’iniziativa che va a colpire senza dubbio la parte
più debole del settore del cinema e audiovisivo e dello spettacolo, ovvero tutti
quei soggetti che, se sono esposti verso l’Erario, soffrono evidentemente di
difficoltà sopravvivenziali.
La questione comunque è squisitamente politica (politica culturale), più che
tributaria: chi ha voluto cambiare le regole, dopo decenni di rispetto del
principio della peculiarità del settore e del preminente interesse pubblico nei
confronti della cultura?!
L'articolo Il MiC continua a bloccare i pagamenti a imprese inadempienti con
l’Agenzia delle Entrate. Ma così ignora una deroga proviene da Il Fatto
Quotidiano.
E’ sempre più evidente che il Mezzogiorno sia uscito dai radar di questo
Esecutivo che, provvedimento dopo provvedimento, sta violando ogni dispositivo
legislativo posto a tutela dei meridionali. Sul banco degli imputati, ancora una
volta, il ministro della Cultura Alessandro Giuli, artefice di una politica
governativa che ha messo nel mirino la cultura meridionale. Giusto per farvi
capire la portata dei suoi provvedimenti ammazza-Sud, analizzo qui di seguito
due atti adottati negli ultimi giorni.
Ebbene, il 7 novembre 2025 sul sito del Ministero è stato pubblicato il decreto
ministeriale n.356, volto a finanziare le fondazioni lirico sinfoniche per
l’anno 2025, una manicata di spiccioli per un settore importantissimo. Parliamo
di importi del tutto esegui rispetto alle esigenze di attrattori culturali che
coinvolgono centinaia di professionisti, e cioè di 399.498 euro per le
fondazioni Teatro alla Scala di Milano e l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia
e di 1.366.891,40 euro per tutte le altre eccellenze, come ad esempio l’Arena di
Verona.
Più di tutto, però, fa riflettere il riparto sperequato dell’esigua dotazione,
che vede ancora una volta il Mezzogiorno messo in un angolo. Infatti, solo il
San Carlo di Napoli, il teatro Massimo di Palermo e la Fondazione Petruzzelli e
Teatri di Bari riescono a portare qualcosa a casa, rispettivamente 128.383,
136.211 e 80.221 euro, per un totale complessivo di appena 344.815 euro.
Effettuando un rapido calcolo, il Sud è destinatario di appena il 19% dei
1.766.390 euro messi sul tavolo.
Sul punto, andrebbe ricordato a Giuli il criterio ispiratore della clausola del
40%, introdotta col decreto-legge n. 60/2024, secondo cui le Amministrazioni
centrali dello Stato devono destinare alle regioni meridionali il 40% delle
risorse ordinarie. Il paradosso è che proprio questo Esecutivo ha inteso
rafforzare la vecchia clausola del 34%, incrementando a 40 la percentuale delle
risorse allocabili. Una beffa ulteriore per i meridionali. In questo caso il Sud
ha percepito il 21% delle risorse in meno. Si dirà che è un caso. L’ennesimo.
Quindi, per tastare la buona fede del dicastero della cultura sono andato ad
approfondire l’ultima ripartizione territoriale attuata dal ministro, pubblicata
lo scorso 20 novembre nella sezione dedicata ai decreti direttoriali. E, più
specificamente, il Decreto DiAG n. 2091 che stanzia risorse per la sicurezza
sismica luoghi di culto e dei siti di ricovero per le opere d’arte. La domanda
sorge spontanea: possibile che persino questa misura conosce una ripartizione
sbilanciata? Vediamo.
Il Capo Dipartimento per l’Amministrazione generale ha assegnato 8.960.476 euro
per il finanziamento di interventi di adeguamento e messa in sicurezza sismica
di 27 luoghi di culto e per il restauro del patrimonio culturale del Fondo
Edifici di Culto e siti di ricovero per le opere d’arte. Ancora una volta, a
beneficiare di questi importi sono pochi siti meridionali, che percepisce appena
2.815.000 euro, a fronte degli 8.960.476 complessivi, cioè poco più del 30%.
A questo punto, giova puntualizzare che questi interventi sono finanziati con la
Missione 1 ‘Turismo e Cultura 4.0’ del Pnrr, il che demanderebbe all’obbligo di
rispettare un’altra Clausola, sempre denominata ‘40%’ ma adottata con decreto
legge n. 77/2021. Questo provvedimento dispone che le Amministrazioni centrali
coinvolte nell’attuazione del Pnrr debbano assicurare almeno il 40% delle
risorse allocabili territorialmente alle regioni meridionali. Dunque, ancora una
volta Giuli ha tagliato al Sud circa il 10% di risorse spettanti. Ma in questo
caso una fetta di responsabilità è attribuibile anche al ministro per gli Affari
europei, le politiche di coesione e per il Pnrr, Tommaso Foti, giacché spetta al
Dipartimento per le politiche di coesione verificare il rispetto di tale
clausola, dovendo relazionare periodicamente alla Cabina di regia appositamente
costituita per l’attuazione del Piano.
E qual è il risultato? Che la ‘Relazione sulla destinazione al Mezzogiorno delle
risorse del Pnrr’ è ferma al 31 dicembre 2023, come si evince dal sito del
Dipartimento delle Politiche di Coesione. A proposito, qualcuno dica a Luigi
Sbarra che riveste il ruolo di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con
delega per il Sud e non più i panni del sindacalista. Ciò detto, è ormai
evidente che ci troviamo di fronte al Governo più anti-meridionale della storia,
e non è certo un caso: com’ebbe a dire Agatha Christie ‘un indizio è un indizio,
due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova’.
L'articolo Fondi alle fondazioni liriche e sicurezza sismica: Giuli ce l’ha
ancora con il Sud proviene da Il Fatto Quotidiano.
Non c’è solo la centralizzazione delle nomine delle Fondazioni lirico-sinfoniche
nel nuovo codice unico dello spettacolo che il governo sta preparando (fin dal
2023, ma la prima bozza circolata è del 1 luglio 2025) per mano del
sottosegretario alla Cultura Gianmarco Mazzi. Oggi alla Camera si è tenuta la
conferenza stampa del gruppo Danza Error System, che dal 2022 si batte per un
maggiore riconoscimento della danza e dei ballerini, che ha denunciato, insieme
al Movimento 5 Stelle, l’ennesimo colpo al balletto contenuto nel codice:
“Ulteriore precarizzazione, in un momento già molto critico per la danza”.
BALLERINI PRECARI
La situazione dei corpi di ballo in Italia non è rosea. Dagli anni ’90, i teatri
lirici (dal 1996 fondazioni lirico-sinfoniche) hanno iniziato a tagliarli uno
dopo l’altro, in nome della sostenibilità economica. Ne rimangono quattro: alla
Scala di Milano (80 ballerini), all’Opera di Roma (65 ballerini), al San Carlo
di Napoli (40) e al Massimo di Palermo (27). A Napoli e Palermo sono così pochi
che gestire la programmazione del balletto con il personale interno è pressoché
impossibile. Poi c’è l’Arena di Verona (dove è cresciuto personalmente e
professionalmente il sottosegretario Mazzi) che nel 2017 ha tagliato il corpo di
ballo, ma in realtà continua ad averne uno de facto assumendo i ballerini con
contratti a tempo determinato di anno in anno. Per il resto ci sono ballerini a
partita Iva, compagnie private che di volta in volta forniscono spettacoli e
personale alle Fondazioni, in modo non dissimile da altri settori culturali ad
alto precariato. Ma il punto specifico è un altro: poco più di 200 posti a tempo
indeterminato per ballerini in tutta Italia.
IL NUOVO CORPO DI BALLO “D’ECCELLENZA”, MA A “TEMPO DETERMINATO”
In questo contesto il codice (nella bozza divenuta pubblica) punta da una parte
a sostenere i quattro corpi di ballo esistenti. Dall’altra propone di creare un
nuovo “corpo di ballo d’eccellenza nazionale”, di diretta emanazione
ministeriale, che trovi casa in una fondazione lirico-sinfonica, con cui
stipulerà una convenzione. Il corpo di ballo “d’eccellenza” però ha una
particolarità: può assumere tutto il personale a tempo determinato per periodi
fino a 36 mesi non continuativi, prorogabili anche per altri 24 in più. E nella
bozza di legge, letteralmente, si dice che “la violazione di norme inderogabili
riguardanti la costituzione, la durata, la proroga o i rinnovi di contratti di
lavoro a tempo determinato, non ne comporta la conversione in contratti a tempo
indeterminato. Il lavoratore interessato ha diritto al risarcimento del danno
derivante dalla prestazione di lavoro in violazione di disposizioni imperative”.
L’articolo contiene anche un’altra deroga eccezionale, quella per quanto
riguarda il massimo percentuale di contratti a tempo determinato sul totale, che
non vale per il “corpo di ballo d’eccellenza nazionale”. Difficile che norme
simili reggano davanti a un giudice del lavoro, ma questo è uscito dagli uffici
del Ministero. Insomma, un corpo di ballo con nomine centralizzate, composto di
ballerini precari, che vengono dati in prestito di volta in volta alle 11
fondazioni liriche che ne sono privi.
L’ASSOCIAZIONE: “MILIONI ALLE FONDAZIONI INUTILI, SE SI CREA UNA NUOVA COMPAGNIA
ESTERNA PER DEROGARE ALLE LEGGI SUL LAVORO”
“Si tratterebbe di un’ennesima compagnia esternalizzata, ma a gestione statale e
con la possibilità di precarizzare – nota Andrea Morelli di Danza Error System,
che con Annachiara Amirante e Alessandro Staiano ha presenziato alla conferenza
romana – Ma le fondazioni lirico sinfoniche esistono per produrre arte. A che
serve che prendano milioni del fondo unico dello spettacolo se poi si crea una
nuova compagnia esterna, che può derogare alle leggi sul lavoro?”. Compagnia che
peraltro, nota Morelli, stando alla bozza è finanziata per soli 3 anni, poi
dovrà buttarsi come tutti gli altri nel fondo unico dello spettacolo, e sperare
di anno in anno.
La danza ha un problema di rappresentatività e mediaticità. Poche le figure che
con la loro voce sono in grado di scuotere i palazzi. Per questo Danza Error
System ha chiesto aiuto a Roberto Bolle, per l’ennesima volta oggi. “Purtroppo,
da quando è uscita questa bozza del codice, tutti quelli che sono in qualche
modo compromessi hanno smesso di risponderci ed esporsi contro il precariato nel
settore” spiega Morelli. I ballerini più famosi hanno loro compagnie, che
prendono fondi pubblici e lavorano, come tutti, con precari. “Da oltre due anni
Roberto Bolle è stato formalmente convocato dalla commissione cultura del Senato
per confrontarci sul disegno di legge dedicato alla stabilizzazione dei corpi di
ballo – spiega il senatore del Movimento 5 Stelle Luca Pirondini – Nonostante i
ripetuti tentativi, non è mai arrivata una risposta positiva. Oggi raccogliamo
l’appello che i danzatori italiani gli hanno rivolto. Nel nuovo codice dello
spettacolo, di cui circolano solo bozze, la danza deve avere il posto che
merita, tanto più in un Paese come l’Italia dove il balletto è nato”. Accadeva
nelle corti del Rinascimento.
L'articolo Il governo vuole un corpo di ballo “d’eccellenza”, ma precario e in
deroga alle leggi sul lavoro. “Chiediamo aiuto a Bolle, ma non risponde”
proviene da Il Fatto Quotidiano.