Lo scenario culturale e mediale italiano sta vivendo una fase che si potrebbe
anche definire effervescente, se non fosse che ancora una volta permane un
grande deficit di trasparenza e quindi prevale inquietante confusione, che rende
ulteriormente debole l’azione di controllo e regolazione della mano pubblica:
basti pensare alla modestia dell’intervento del Sottosegretario all’Informazione
e Editoria Alberto Barachini (Forza Italia) in relazione alla imminente vendita
del Gruppo Gedi, ovvero La Repubblica, La Stampa e HuffPost Italia e altro
ancora…
E che dire delle impetuose dinamiche erratiche di un imprenditore corsaro come
il giovane (39 anni) imprenditore italo-canadese Andrea Iervolino?! Anche nel
caso di Iervolino, la trasparenza non è certo la caratteristica dominante dei
suoi business: per esempio, in questi ultimi tempi si muove con un ulteriore
veicolo societario, la Taic Funding, di cui però non si riesce a sapere molto,
se non che “Taic” è l’acronimo di The Andrea Iervolino Company…
Non brilla per trasparenza, però, nemmeno il Ministero della Cultura ovvero la
Direzione Cinema e Audiovisivo, che gli ha congelato 66 milioni di euro di “tax
credit” sulla base di procedure piuttosto opache: su Iervolino stanno indagando
la Guardia di Finanza e la Procura di Roma, ma – per quanto è dato sapere – non
è ancora nemmeno stato rinviato a giudizio, e forse dovrebbe prevalere la
presunzione di innocenza… Stranamente nessun commento dal ministro Alessandro
Giuli o dalla Sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni.
Andrea Iervolino sembra essere in grado di muovere capitali significativi nel
sistema mediale italiano, avendo sottoposto a Gedi un’offerta di ben 240 milioni
di euro, 10 milioni superiore a quella del gruppo ellenico Antenna, ma parrebbe
che la sua iniziativa non sia stata granché apprezzata… Anche l’offerta di 22,5
milioni per l’acquisto de La Stampa non è andata in porto, perché evidentemente
un outsider così eccentrico non viene accolto nei “salotti buoni” dell’editoria
e della finanza italiana.
Salotti che pure non brillano per correttezza procedurale, come viene confermato
dai comunicati del Comitato di Redazione de la Repubblica, costretto a
sguinzagliare alcuni colleghi per capire “chi” è realmente il potenziale
acquirente ovvero il Gruppo Antenna, la holding della famiglia Kyriakou…
Lunedì 26 gennaio, Andrea Iervolino ha annunciato che sarà Bobby Moresco, premio
Oscar per la sceneggiatura (con Paul Haggis) per l’eccellente Crash, a dirigere
il biopic su Giorgio Armani, che verrà prodotto dalla sua Taic Funding.
L’annuncio del nome del regista, già dietro la macchina da presa per altri
lungometraggi realizzati da Iervolino come Lamborghini (2022) e Maserati (in
uscita nel 2026), è stato dato a seguito di una riunione del cda di Taic il 23
gennaio, che ha deliberato che il film non sarà girato in Italia e verrà invece
interamente prodotto in Ungheria.
Il biopic su Armani prevede un investimento di 135 milioni di dollari. La
decisione relativa al luogo delle riprese – ha spiegato Iervolino – è maturata
alla luce di un’analisi critica “dell’attuale contesto produttivo e
amministrativo italiano”. La scelta arriva a pochi giorni dalla decisione di
Taic di trasferire all’estero anche la produzione di Bugatti – The Genius, un
progetto da oltre 200 milioni di dollari…
In sostanza, nell’arco di pochi giorni sarebbero sfuggiti 335 milioni di dollari
dal territorio nazionale… Perché? “Sono profondamente legato all’Italia e
all’identità italiana – ha spiegato il produttore – pur essendo italo-canadese,
resto un italiano orgoglioso. Continuerò a sviluppare progetti dedicati alle
grandi icone del nostro Paese… Il paradosso che emerge da questa situazione è
evidente: film che celebrano l’eccellenza, la cultura e l’identità italiana
vengono realizzati fuori dall’Italia, non per mancanza di visione o di spirito
italiano, ma a causa di una crescente perdita di fiducia nel quadro
istituzionale e amministrativo”.
In altre parole, questa sarebbe anche una reazione al blocco dei crediti messo
in atto dal Ministero della Cultura verso le sue società.
Intanto continua la fase delle audizioni in Commissione Cultura della Camera,
sulla possibile riforma dell’intervento pubblico nel settore cinematografico e
audiovisivo, settore che registra un rallentamento produttivo anche a causa
delle nuove controverse regole sul credito d’imposta. La notizia non è stata
rilanciata – incredibilmente – da nessuna testata giornalistica, ma martedì 27
si è saputo che potrebbe slittare al 1° gennaio 2027 l’entrata in vigore delle
disposizioni previste dall’ultima Legge di Bilancio in materia di “tax credit”
cine-audiovisivo.
È stato il Presidente della Commissione Federico Mollicone ad annunciarlo in
anteprima: lo slittamento di un anno è previsto da una serie di emendamenti
identici al “Milleproroghe” presentati dallo stesso Mollicone (Fdi), da Matteo
Orfini (Pd), Valentina Grippo (Azione), Giorgia Latini (Lega), Maria Elena
Boschi (IV); Gaetano Amato (M5s) ha invece presentato un emendamento
circoscritto alle imprese dell’esercizio cinematografico… Iniziative che
confermano come si stia (mal) governando il settore, che versa in uno stato
confusionale.
Intanto, tra poche settimane vedrà la luce il nuovo quotidiano La Sintesi, che
Iervolino ha affidato ad un altro eccentrico, qual è Rocco Casalino, l’ex
portavoce del già Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Casalino ha invitato
potenziali collaboratori a candidarsi: sono arrivati circa 1.400 curricula
(corredati da un video autopromozionale di tre minuti) e ne sono stati
pre-selezionati circa 100, per arrivare poi ad una redazione di una ventina di
giornalisti (tra Roma e Milano)…
E Andrea Iervolino starebbe per tirar fuori dal suo “cappello magico” ulteriori
sorprese, di cui l’acquisto del quotidiano online Open rappresenterebbe soltanto
la punta di un iceberg…
L'articolo L’outsider Iervolino porta in Ungheria il biopic su Armani: una
reazione al blocco dei crediti? proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Cinema Italiano
Miriam Leone è stata ospite di Gianluca Gazzoli al podcast Bsmt. Nella
chiacchierata con lo speaker radiofonico, l’attrice ha parlato della fotografia
postata negli scorsi giorni su Instagram dall’amico e collega Stefano Accorsi,
che ha mostrato ai followers il suo fisico scolpito. Leone ha raccontato di
essere stata sommersa di telefonate e messaggi dopo lo scatto postato da
Accorsi: “Stefano ha scattato questa foto. Nessun addominale è stato maltrattato
durante questo film! Ha pubblicato questa foto nella piscina dell’hotel di
Tangeri dove noi stavamo tutti insieme. A un certo punto lui esplode con questa
foto ed esplodono i telefoni di tutti noi. Perché le amiche, gli amici sapevano
che eravamo tutti lì…”. La domanda dei conoscenti è stata la stessa: “Ma cosa è
successo al suo fisico?“.
Miriam ha spiegato: “Stefano sta facendo un lavoro bello, rigoroso sul suo
corpo, sulla sua persona che lo porta a stare benissimo”. Leone ha rivelato che
gli amici l’hanno pregata di svelare che cosa mangia Accorsi per avere quel
fisico. I due attori stavano soggiornando insieme nell’hotel di Tangeri perché
fanno entrambi parte del cast del film “Le cose non dette“, scritto e diretto da
Gabriele Muccino.
> @basement_bsmtMiriam Leone ha raccontato reazioni e retroscena di quello
> scatto sul set: una foto di Stefano Accorsi che ha fatto impazzire i social… e
> anche i telefoni degli attori che giravano con lui in quel periodo. ????
> Episodio completo: già lo sai dove ????????♬ suono originale – BSMT
L'articolo “I nostri telefoni sono esplosi, tutti mi chiedevano cosa fosse
successo al suo fisico”: Miriam Leone svela un retroscena sulla foto degli
addominali di Accorsi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Quando Simone de Beauvoir incontra Franco Califano e le corna deflagrano tra le
costine dei romanzi Adelphi e il catalogo Alpitour, Le cose non dette (dal 29
gennaio in sala) è la nuova fatica, proprio fisica e corporea, che consacra il
Muccino touch dopo vent’anni di onorato servizio di esagitazione formale. Il
movimento di macchina a precedere la corsa, con urla e strepiti nello
scapicollarsi a perdifiato di tutti i personaggi muccianiani (uomo o donna,
vecchio o giovane, poco importa), tocca il suo apice tra i dedali marocchini
tutti simili di Tangeri, dove è ambientato sostanzialmente l’intero film. Più de
L’ultimo bacio, più di Ricordati di me, più di A casa tutti bene, l’ideologia
stilistica dell’esagitazione trova il suo habitat privilegiato in un frenetico
discorso di doppia coppia, più figlia e amante (al pepe, si diceva nelle
commedie sexy anni Ottanta) che cercano di ritrovare il bandolo della matassa
esistenziale in un momento di crisi sentimentale e affettiva.
Il cinquantenne Carlo (Stefano Accorsi, stranamente ricciolino e modello Lou
Ferrigno) è un ordinario di filosofia alla Sapienza che sembra in crisi creativa
(scrive anche romanzi), ma non fa altro che coprire alla moglie Elisa (Miriam
Leone, giornalista di grido a Vanity Fair, anch’essa senza più bussola
professionale) la tresca con Blu (Beatrice Savignani), una sua assatanata
studentessa che fa anche la cameriera in un ristorante dove spesso lui ed Elisa
vanno a cena assieme alla coppia di amici Paolo (Claudio Santamaria, bonario e
fesso amicone di Carlo) e Anna (una ferocissima Carolina Crescentini), anch’essi
ai ferri corti con Paolo che ha un debole silente per Elisa. E se Carlo ed Elisa
sembrano essere in crisi perché non riescono ad avere figli, Paolo e Anna hanno
una figliola, la tredicenne Vittoria (Margherita Pantaleo), che sembra uscita da
un film horror.
Oppressa dall’isterica asfissia materna, apparentemente taciturna, in realtà
Vittoria si rivela come posseduta da tutti gli estremi psicofisici della pubertà
che sfocia in adolescenza: prova la prima masturbazione, adora in modo maniacale
Paolo, sa mentire e trasformarsi oltre le formalità tra giovani e adulti.
L’occasione per far scontrare coppie in frantumi e spigoli caratteriali è la
gita per tutti e cinque a Tangeri, in Marocco: meta classica per scrittori in
cerca di nuova ispirazione, ma anche ultimo possibile scenario in cui piomba Blu
per prendersi definitivamente il suo Paolo. Tutto in Muccino ribolle: il sesso,
la rabbia, lo strazio, le balle, il tradimento. E tutto ribolle dentro a queste
autentiche performance di atletica leggera dove Paolo insegue Blu, Anna insegue
Vittoria, Carlo insegue Paolo, Elisa insegue Carlo, ecc… davanti allo sguardo
involontariamente comico di una attonita concierge dell’hotel.
La struttura narrativa tesa verso uno slabbrato climax si arricchisce di stralci
di passato soprattutto tra Paolo e Blu, prevede visivamente e inizialmente (poi
si perde) una palpitazione cardiaca (proprio la si sente) su sfondo improvviso
da frame nero, e si impreziosisce di citazioni del prof Accorsi (“Oggi s’impara,
domani si vince”, ma anche “le idee sono come storie d’amore, arrivano quando
meno te lo aspetti”) qui su sfondo Roma Capoccia del romanesco Santamaria.
Le cose non dette, come ogni film di Muccino che si rispetti, è un film
ostinatamente e caoticamente corale, ma spesso e volentieri qualche
caratterizzazione sfugge di mano e qualche scena stecca proprio di brutto: la
Crescentini in perenne overacting; Accorsi con la sovraesposizione della sua
celebre smorfia ansiogena con labbro mezzo sollevato che si trasforma
continuamente nell’espressione “ma cos’è sto fetore?”; la sostanziale
impalpabile presenza della Leone. Anche se, più di tutto e di tutti, è il
mosaico ricostruttivo dei punti di vista alla Rashomon, rispetto a un delitto e
davanti alla commissaria di turno, che invece di cucire carsicamente la trama ne
disfa banalmente l’ordito.
Tratto dal romanzo sofisticato e upper class Siracusa (Fazi editore) scritto da
Delia Ephron, sorella di Nora (sceneggiatrice di C’è posta per te) e con Muccino
qui allo script, Le cose non dette chiude il pacchetto contemporaneità forzata
con il brano omonimo appositamente scritto e gorgheggiato da Mahmood, scambiato
per un discutibilissimo atto di ribellione.
L'articolo Le cose non dette – Il Muccino touch con i nuovi tradimenti, le
crisi, le urla e le perenni corse a perdifiato dei suoi personaggi proviene da
Il Fatto Quotidiano.
[Continua da qui]
TEATRO E CINEMA
Le presenze agli Spettacoli cinematografici (in calo dal 48,1% del 2003 al 45,5%
del 2024) sono sempre state più numerose di quelle agli Spettacoli teatrali,
anche in un trend crescente (dal 17,9% del 2003 al 22,0% del 2024) (Tab. 6).
Il teatro, più costoso e con una proposta più elitaria, ha superato la crisi
pandemica, riportandosi ai livelli pre-Covid, già nel 2023. Il cinema ha subito
di più tale crisi da cui è riemerso perdendo 3 punti percentuali tra il 2019 e
il 2024. A ciò ha in parte contribuito l’utilizzo in tali anni delle nuove
Piattaforme digitali di intrattenimento cinematografico attraverso la
televisione, sebbene la crisi dei “cinema” venga da lontano.
SPORT E TV
Se nel 2003 si recavano agli “Spettacoli sportivi” poco meno di un terzo della
popolazione di riferimento (29,0%), nel 2024 le presenze erano diminuite a poco
più di un quarto (26,4%) con valori simili a quelli pre-Covid del 2015 (25,7%) e
del 2019 (24,5%) (Tab.7). Leggermente minori le presenze nelle Discoteche ma con
un andamento simile al precedente. Poco sopra di un quarto nel 2003 (26,3%) che
scende a meno di un quinto 20 anni dopo (19,6%).
In questo caso la crisi pandemica non ha procurato gravi ripercussioni negli
anni successivi in cui si sono recuperati i livelli pre-Covid, con valori in
crescita sia per gli Spettacoli sportivi (con un picco nel 2022) che per le
Discoteche, in forte decrescita nel biennio 2021/2022 e in netta ripresa nel
biennio 2023/2024.
Come ci si aspettava l’altissimo dato delle Persone che vedono la Televisione è
rimasto stabile nel tempo anche se è iniziata una flessione a partire dal
periodo di restrizioni per il Covid. Infatti si riscontra nel 2024 un valore
(88,1%) di poco inferiore a quello del 2022 (88,5%). E’ come se la ritrovata
libertà di muoversi e uscire di casa avesse in parte modificato le abitudini
degli Italiani.
Più contenuto in termini assoluti il dato riferito all’ascolto della Radio anche
se più stabile nell’ultimo decennio (Tab. 8).
IL CONFRONTO CON ALCUNI PAESI EUROPEI
Per capire meglio il significato dei dati analizzati è utile fare un confronto
con alcuni Paesi europei. I dati si riferiscono al 2006, 2015 e 2022. Risulta
chiaro che l’Italia è nelle posizioni più basse della classifica. In particolare
per i Siti culturali i valori dei tre anni considerati 24,7%, 26,1% e 18,0% sono
poca cosa se confrontati con quelli della Danimarca, Paese che pur non ricco di
tale tipologia di Siti, registra più della metà della sua Popolazione (55,7%,
61,4% e 54,1%) interessata a visitarli (Tab. 9).
NON PARTECIPAZIONE CULTURALE
Infine sono da analizzare coloro che non hanno fruito di alcun genere di
intrattenimento fuori casa o letto Libri nell’ultimo anno e Quotidiani
nell’ultima settimana nel periodo 2015-2023 (Graf.4). I dati sono stabili anche
se in leggera crescita (18,5% nel 2015 e 20,7% nel 2019) fino alla crisi
pandemica che nel 2021 tocca il valore di 38,8%, per poi ridiscendere su un
valore più elevato (24,2% nel 2023) di quelli pre-Covid.
Fonte: Dati Istat. Note: (1) Non è disponibile il dato dell’anno 2024. – (2) Per
i Quotidiani la lettura si riferisce ad almeno una volta a settimana.
CONCLUSIONI
Nel 2023 un quarto degli italiani, da 6 anni in su, si è astenuto da qualsiasi
“Partecipazione culturale”. Di certo una parte lo ha fatto per motivi economici,
un’altra perché anziana, un’altra ancora perché non in grado (disabili gravi,
malati, ecc.) o perché del tutto disinteressata. Così, il Paese con la più alta
presenza di siti culturali al mondo, con una forte tradizione cinematografica e
teatrale di livello, con una proposta letteraria di qualità non riesce a
coinvolgere un gran numero di visitatori, spettatori, lettori.
La responsabilità di tale situazione va cercata nei bassi livelli di istruzione
se paragonati con il resto dei Paesi europei, dati in cui l’Italia figura da
tempo agli ultimi posti.
Un Paese, quindi, che non sa cogliere le opportunità di crescita culturale e che
si concentra invece sulla Televisione che entra in tutte le case degli italiani
condizionandoli nel modo di vivere e nelle loro scelte. Televisione che ha
assunto come valori di riferimento, con l’avvento delle emittenti commerciali,
il mercato, il denaro e l’apparire più che l’essere. Ovvio che la
“Partecipazione culturale” rimanga sempre più ai margini.
Inoltre l’utilizzo dei “Social”, non gestito in modo critico specie dai giovani,
con una modalità comunicativa sempre più veloce e stringata, crea un approccio
alla cultura di tipo superficiale e generalista basato su una partecipazione
meno consapevole e quindi meno orientata agli aspetti maggiormente culturali.
Infine, si osserva che la Partecipazione culturale degli italiani rimane
invariata nel tempo, più o meno agli stessi livelli, anche andando indietro di
30-40 anni e non mostrando alcuna correlazione tra la crescita dell’istruzione,
che pure c’è stata in questo arco temporale, e il bisogno di andare a uno
Spettacolo teatrale o cinematografico o a un Concerto o a visitare un Sito
monumentale. Quindi, la domanda: ma che cosa interessa agli italiani?
L'articolo Un quarto degli italiani è disinteressato alla cultura. Un dato tra i
più bassi in Europa – II proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il 18 dicembre 2025, la Commissione VII (Cultura, Scienza, Istruzione) ha deciso
di abbinare le tre proposte di legge di riforma dell’intervento dello Stato nel
settore cinematografico e audiovisivo, che sono state presentate dapprima dal Pd
(dalla segretaria Elly Schlein), poi da Fratelli d’Italia (a firma di Federico
Mollicone, che è anche Presidente della Commissione) e infine dal Movimento 5
Stelle (Gaetano Amato).
L’iter formale delle tre proposte abbinate ha ora la denominazione, nel dossier
del Servizio Studi della Camera, di “Istituzione dell’Agenzia per il Cinema e
l’Audiovisivo”, ma tutti sanno che le iniziative del Pd e del M5s – che chiedono
la creazione di questo nuovo soggetto istituzionale (non previsto da FdI) – non
hanno realistiche chance di approvazione, e che sarà verosimilmente una “legge
Mollicone” a sostituire la “legge Franceschini” (la n. 220 del 2016), che
governa il settore da ormai 10 anni. E la “legge Mollicone” in gestazione non
prevede l’Agenzia, ma di fatto assegna una delega al governo per riformare come
riterrà (relatore è Alessandro Amorese, capogruppo di Fdi in Commissione).
La legge Franceschini è oggetto da anni di feroci critiche da parte del
centrodestra, soprattutto con l’insediamento nell’ottobre del 2022 del governo
Meloni e con l’affidamento del Collegio Romano a Gennaro Sangiuliano (dimessosi
nel settembre 2024, dopo lo “scandalo Boccia”), che attualmente teorizza che lo
Stato dovrebbe azzerare del tutto il sostegno al settore.
La soluzione tecnica di un’agenzia indipendente dall’esecutivo è stata in verità
lanciata per primo dal maestro Pupi Avati, che ha sentito l’esigenza di
sganciare l’attuale Direzione Generale Cinema e Audiovisivo dall’ambito
dell’elefantiaco Ministero della Cultura, snellendo burocrazia e garantendo
autonomia (tecnica e politica). È stata subito sostenuta da Antonio Tajani
(Forza Italia), vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Esteri, di cui il
regista emiliano è consigliere. Il Ministro in carica Alessandro Giuli non si è
espresso esplicitamente a favore di una “agenzia”, ma “soltanto” di una riforma
strutturale.
Il 28 dicembre 2025 l’Ufficio di Presidenza della VII Commissione ha deciso di
avviare una serie di audizioni con gli operatori del settore (scelti con criteri
ignoti), e finora ci sono state due sessioni, il 13 e il 20 gennaio 2026 – ma è
stata data voce soprattutto alle lobby dell’anima economica del settore (Anica e
Apa in primis): verranno ascoltate voci altre, a partire dagli autori per
arrivare agli organizzatori di festival, passando per esperti indipendenti? Il
settore è molto policentrico e questa ricchezza culturale e politica deve essere
rispettata, anzi valorizzata.
Dalle prime audizioni, si conferma l’esigenza ormai diffusa di introdurre
meccanismi di correzione/razionalizzazione dell’intervento dello Stato a favore
del cinema e dell’audiovisivo, che nel 2026 assegnerà 610 milioni di euro di
risorse pubbliche al settore (a fronte dei 700 milioni del 2025), ma non risulta
sia stato affrontato il problema essenziale, ovvero la perdurante totale assenza
di strumenti tecnici per valutare i risultati dell’intervento della mano
pubblica nel settore.
Dalle tre proposte di legge e dalle prime audizioni emerge peraltro come nessuno
voglia mettere in discussione radicalmente il sempre più controverso “tax
credit”, che assorbe una quantità enorme di risorse (nel 2025 ben 410 milioni di
euro, quasi il 60% del Fondo!), rispetto alle quali lo Stato rinuncia ad una pur
semplice funzione di orientamento: il credito d’imposta è infatti stato finora
sostanzialmente riconosciuto in modo meccanico a tutti coloro che ne hanno fatto
richiesta. In sostanza, lo Stato aiuta il mercato passivamente: abdica al ruolo
di governo del sistema. I deficit di controlli e le carenze di valutazioni di
impatto hanno provocato conseguenze gravi, di cui s’è acquisita tardiva
coscienza: centinaia di film prodotti soltanto per lucrare con il tax credit;
varie operazioni truffaldine in stile “prendi i soldi e scappa”; squilibrio del
sostegno statale a tutto vantaggio della produzione di fiction tv, allorquando è
il cinema-cinema a dover essere sostenuto e stimolato…
Questo meccanismo perverso ha prodotto un sistema distorto, con molte e
variegate patologie, aggravato da paradossale discrezionalità nelle procedure
amministrative: il 20 gennaio un esponente della maggioranza, il deputato
Alfredo Antoniozzi (Fratelli d’Italia), ha presentato un’altra interrogazione
parlamentare, dopo quella del 16 dicembre, evidenziando comportamenti
asimmetrici e “discriminatori”, denunciando come Andrea Iervolino sia divenuto
il “capro espiatorio” rispetto ai non pochi produttori che hanno approfittato
dell’allegra gestione del tax credit. La grancassa contro Iervolino (che
continua a vedere congelati 66 milioni di euro di crediti verso il Mic),
amplificata dalla Sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni, ha dirottato
l’attenzione mediatica, che non è andata a verificare tante altre anomalie, a
cominciare da quanto e come abbiano beneficiato del generoso credito d’imposta i
produttori controllati da multinazionali straniere, come la Fremantle del gruppo
tedesco-lussemburghese Rtl ovvero Bertelsmann… Nonostante indagini della Guardia
di Finanza, il Mic ha autorizzato oltre 70 milioni di euro di tax credit a
Fremantle soltanto negli ultimi tre mesi: due pesi, due misure?
Si conferma lo stato di deficit di conoscenze tecniche e di confusione politica.
Un esempio tra i tanti, ben sintomatico: è stato il commercialista Gian Marco
Committeri, nell’audizione del 20 gennaio 2026, a denunciare la gravità dello
“u-turn” che la Ragioneria Generale dello Stato ha imposto al Ministero della
Cultura, cioè l’attivazione generalizzata – prima di erogare contributi e
sostegni di sorta – del controllo di correttezza fiscale dei soggetti
beneficiari (ex art. 48-bis del Dpr 602/1973). Come ho denunciato su questo
blog, dall’aprile 2025 anche le Direzioni Cinema Audiovisivo e Spettacolo hanno
attivato la tagliola, azzerando ex abrupto una tipica deroga da “eccezione
culturale”, peraltro in vigore dal 2008. Un’altra mazzata per il settore. Lo
stesso Presidente della Commissione Federico Mollicone ha riconosciuto che si
tratta di un problema grave, che merita una soluzione: riuscirà a convincere il
titolare del Mef Giancarlo Giorgetti che la cultura non può essere trattata come
una merce qualsiasi?!
L’episodio è comunque l’ennesima riprova di come si (mal) governi il sistema
culturale italiano: ignoranza nel “policy making”, tra confusioni e
contraddizioni.
L'articolo Riforma del settore cinema e audiovisivo: tre le proposte di legge,
ma credo vincerà quella di Mollicone che delega il governo proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Buen camino è il film che ha incassato di più nella storia del cinema italiano
(ma non è quello più visto, anzi). L’ultimo balzo per la ditta Zalone/Nunziante
è stato quello di sabato 17 gennaio 2026 con un altro milione e 325mila e rotti
euro messi in cassa. Cifretta mica da ridere, a quasi un mese dall’uscita del
film, che ha permesso a Buen Camino di raggiungere 68milioni 823mila 069 euro e
superare definitivamente Avatar (2009). Il film evento mondiale in 3D di James
Cameron con i suoi 68milioni 675mila 722 euro è rimasto imbattuto di fronte a
più attacchi zaloniani per quasi vent’anni: Quo Vado? (2016) che ha incassato
65.365.722 euro; Sole a catinelle (2013) con 51.936.318 euro; e il povero Tolo
Tolo (2020) il film più “complesso” e riuscito di Zalone che si fermò
addirittura a 46milioni208mila 356 euro.
Saranno contenti i produttori di Indiana Production (Marco Cohen, Benedetto
Habib, Fabrizio Convito, Daniel Capos Pavoncelli) che hanno raccolto il
testimone della Taodue di Pietro Valsecchi, colui che ha inventato e puntato
sulla comicità zaloniana al cinema per poi scansarsi proprio in quest’ultima
trionfale tornata nelle sale, recuperando Luca Medici da quello che sembrava il
binario morto di Tolo Tolo. Vanno comunque rimarcati un paio di dati, come del
resto stiamo facendo da quasi un mese, ovvero fin dai giorni di Natale quando
Buen Camino è uscito. Per un evidente aumento del prezzo del biglietto del
cinema, spesso ad hoc – in alcune sale vedere Buen Camino costa anche 15 euro –
quest’ultimo titolo di Zalone non è il film più visto della storia del cinema
italiano.
Ad ora, battuto il record d’incassi assoluto, Buen Camino veleggia sugli 8
milioni e mezzo di spettatori. Numero che supera gli 8 milioni e duecentomila di
Avatar (con gli occhialini 3D all’epoca il prezzo del biglietto era maggiorato
rispetto alla media ndr) ma ancora lontano dai quasi 10 milioni di Quo Vado? e
da oltre altri 60 titoli (da Trinità con Bud Spencer e Terence Hill al Decameron
di Pasolini, dai film di Leone a quelli di Bertolucci) che nella classifica SIAE
sopravanzano Buen Camino di parecchi milioni di spettatori. Se anche solo, vista
la media ancora robusta di spettatori dopo un mese di programmazione, Buen
Camino registrasse, stando larghissimi, altri due milioni di paganti si
posizionerebbe al 30esimo posto sui 10 milioni e mezzo di spettatori tra ET di
Spielberg (1982) e Serafino (1968) di Germi con Adriano Celentano. Nelle ore del
trionfo di Buen Camino va anche registrato, in proporzione, il notevole
risultato di La Grazia di Paolo Sorrentino che raccoglie quasi un milione e
900mila euro per quasi 230mila spettatori, piazzandosi al secondo posto nella
classifica di sabato 17 gennaio davanti ad Avatar 3.
L'articolo “Buen camino” di Zalone è il film che ha incassato di più nella
storia del cinema italiano ma non è quello più visto, anzi: ecco come stanno
davvero i numeri al box office proviene da Il Fatto Quotidiano.
Per arrivare dove vuoi arrivare, cosa dei disposto a fare? Quanto sei disposto a
sacrificare? Sono solo alcuni degli interrogativi di Toni, il protagonista del
film “Il falsario”, diretto da Stefano Lodovichi e scritto da Sandro Petraglia,
disponibile su Netflix dal 23 gennaio. Toni con i suoi due fratelli sbarca il
lunario a Roma e piano piano scala le gerarchie della malavita e della politica,
suo malgrado, ma sicuramente spinto dalla ambizione e la sete del successo. Fino
a quando alcuni eventi non gli sbarrano la strada ed è lì che decide di
salvarsi, ricominciando (forse) da zero. Abbiamo incontrato Pietro Castellitto,
che interpreta Toni in maniera sublime, il regista Stefano Lodovichi e gli altri
protagonisti Giulia Michelini, Andrea Arcangeli e Pierluigi Gigante.
“Non riesco mai a giudicare in maniera negativa i miei personaggi, – ha detto a
FqMagazine Castellitto – soprattutto se poi sono molto falsamente ispirati e
quindi c ‘è la possibilità di ‘condirli’ con simpatia, con ironia. L’aspetto più
affascinante di Toni forse era la sua imprevidibilità, la sua curiosità, la sua
vitalità, la sua leggerezza morale, anche tutte caratteristiche che possono
appartenere sia all’arte, ma anche alla criminalità. E quindi è un ragazzo
abitato da un talento che inizialmente è puramente artistico, che invece quel
talento verrà utilizzato da tanti ambienti di Roma”.
E ancora: “Per arrivare dove vuoi arrivare cosa sei disposto a fare quanto sei
disposto a sacrificare? Direi che siamo circondati da persone che sono disposte
a sacrificare se stesse, costantemente, che poi è un po’ la negazione di
qualsiasi mestiere e sicuramente dell’arte. Cioè l’arte può essere tutto e il
contrario di tutto, ma non può essere disonesta. Più del talento conta la
personalità, la capacità di essere sinceri con se stessi e di indagarsi
quotidianamente su quello che si sta facendo e capire chi si sta contestando.
Questo è un aspetto fondamentale”.
Il regista Stefano Lodovichi ha poi aggiunto: “Mi ha colpito Pietro perché ha
aggiunto tanto del suo personaggio, rispetto al copione ha portato tanto dal
punto di vista dell’umanità che ci serviva, del calore, dell’essere brillante,
dell’essere un osservatore. Toni è un avventuriero guascone, brillante,
affascinante come era Harrison Ford in Star Wars o Indiana Jones. Secondo me
Toni è un personaggio che ha una grande vitalità”.
L'articolo “Non sono sereno quando il futuro mi sembra già scritto, quando la
vita perde l’imprevedibilità. Siamo circondati da persone che si vendono per
raggiungere un obiettivo”: così Pietro Castellitto proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il cinema in Italia nel 2025? Ha vivacchiato ancora. Alcuni giorni fa sono
usciti i dati Cinetel relativi a incassi e spettatori nell’ultimo anno di
visioni in sala e i risultati sono pressoché simili al 2024 e al 2023. Insomma,
gli spettatori nel 2025 non aumentano ma nemmeno diminuiscono molto. Andiamo a
vedere i dati. Nell’anno 2025 al box office italiano si sono incassati
496.552.723 euro per 68.361.056 di biglietti venduti. Rispetto al 2024 c’è un
minuscolo +0,5% negli incassi (fenomeno Zalone? ne parliamo tra poco) e -2% di
presenze. Rispetto al 2023 siamo a +0,2% negli incassi e -3,2% nelle presenze.
Insomma, il mero dato oggettivo vede una piccolissima fuga di spettatori
tamponata dal solito dato leggermente fuorviante (se usato come pietra di
paragone verso i dati del passato recente e ancora più dell’epoca in cui c’erano
le lire) degli incassi. In parole povere: i biglietti costano immensamente di
più anche solo rispetto al periodo pre Covid. Durante le ultime feste natalizie,
ad esempio, in molte multisale un posto centralissimo per Buen Camino è costato
anche più di 12 euro.
Per capire ancora meglio cosa significhi l’aumento del prezzo del biglietto nel
giro di un decennio basta incrociare i parametri incassi/spettatore dello stesso
Zalone che con Quo Vado? (2016) ha incassato 65.365.767 euro per quasi 10
milioni di spettatori (secondo maggiore incasso nella storia del cinema in
Italia; però “solo” 43esimo come numero di spettatori), mentre Buen Camino, che
nelle prossime ore lo supererà per puntare dritto ai 68 milioni e rotti di
Avatar, ha incassato 65.292.956 euro ma registrato un numero molto minore di
spettatori: 8.104.189 (quasi due milioni in meno rispetto a Quo Vado?).
E su come Buen Camino abbia spinto molto negli ultimi sei giorni del 2025
ricordiamo che ha incassato 36 milioni di euro (4 milioni e 400 mila presenze),
diventando campione d’incassi del 2025 (lo sarà ovviamente anche del 2026) con
una sola settimana di programmazione. Insomma, difficile è capire se il fenomeno
Zalone abbia la funzione di un principio moltiplicatore esponenziale per
spostare masse al cinema (ci crediamo poco) o faccia come sempre campionato a sé
ad ogni uscita cadenzata come si attendesse l’apparizione taumaturgica di un
sant(iag)o.
Buen Camino spinge verso l’alto anche la quota di produzioni italiane viste nel
2025: 32,7% degli incassi e 33,3% delle presenze (162,4 milioni di euro
d’incasso e 22,7 milioni di biglietti venduti). Qui va detto però che prima di
Buen Camino le produzioni italiane rappresentavano già un 29% del totale. Si
tratta, comunque, del migliore risultato dal 2016 sia in valore assoluto che
percentuale, che vede anche un forte calo della quota hollywoodiana sia come
incassi (-24,7%) che come spettatori (-25,9%).
Dietro Zalone, tra gli italiani, hanno fatto bottino: Follemente di Paolo
Genovese (17,9 milioni di euro; 2,4 milioni di presenze); Diamanti di Ferzan
Ozpetek (9,8 mln; 1,3 mln); Io sono la fine del mondo di Angelo Duro (9,7 mln;
1,2 mln) e Oi vita mia con Pio e Amedeo (8,5 mln; 1,1 mln).
Infine, il cinema in Italia nel 2025 è andato molto bene nel primo trimestre e
ancora meglio nei primi cinque mesi, con un maggio da record poi vanificato dal
trimestre giugno-luglio-agosto, come sempre ai minimi termini, ma ancor di più
da una flessione copiosa di ottobre e novembre rispetto agli stessi mesi del
2024, con rispettivamente -22,4% e -25,5%.
L'articolo Stessi incassi e meno spettatori nel 2025: il paradosso dei biglietti
al cinema che sono sempre più cari proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ce n’è per tutti i gusti tra i titoli cinematografici in arrivo in questo 2026.
Il 15 gennaio arriva nelle sale con PiperFilm “La Grazia”, il nuovo film di
Paolo Sorrentino. L’uscita è stata preceduta da una serie di anteprime in tutta
Italia, in programma fino al primo gennaio, esclusivamente al mattino.
Presentata in anteprima mondiale all’82esima edizione della Mostra del Cinema di
Venezia, la pellicola ruota attorno al presidente della Repubblica (Toni
Servillo, alla sua settima collaborazione con il regista partenopeo). Durante il
suo semestre bianco, deve decidere su due casi di grazia per assassini e sulla
promulgazione della legge sull’eutanasia, affrontando dilemmi morali, etici e
personali legati al perdono, alla vita, alla morte e al suo passato, riflettendo
sul significato di responsabilità e giustizia in un’atmosfera sospesa tra
surreale e reale. Ma è anche una storia che esplora il legame padre-figlia,
attraverso il rapporto tra il presidente e il personaggio interpretato da Anna
Ferzetti.
L'articolo “Il diavolo veste Prada 2” e Paolo Sorrentino con “La grazia” tra i
film più attesi al cinema nel 2026: ecco tutti i titoli in arrivo e quando
vederli proviene da Il Fatto Quotidiano.
Arriva via social il coming out di Maria Esposito. L’attrice, famosa per il
ruolo di Rosa Ricci in “Mare Fuori” e protagonista della nuova serie HBO in cui
interpreterà Melania Rea, ha ufficializzato la relazione con la cantante Silvia
Uras. Nei mesi scorsi avevano evitato definizioni ed etichette per il loro
rapporto: “Dal 2024 sei stata la cosa più bella della mia vita ma allo stesso
tempo anche la più brutta. Sembra una contraddizione lo so, ma è l’unico modo
per dirlo. È stato difficile superare le paure che avevo dentro, è stato
difficile trovare quel coraggio che mi mancava”, le parole di Esposito una
stories pubblicata sul suo profilo Instagram.
“È stato difficile riaprire il mio cuore e riprovare emozioni era una delle cose
che mi spaventava di più, perché significava espormi, sentire, rischiare di
nuovo. Prima di lei ero fredda, strafottente, chiusa in me stessa, mi proteggevo
cosi, facendo finta di non aver bisogno di niente e di nessuno. Ho fatto cose di
cui mi pento, cose che non rifarei mai”, continua la dedica.
“Le ho fatte solo perché avevo paura di amare, solo perché avevo paura di
qualcosa che non era la mia realtà, di qualcosa che non mi era mai successo
prima. Avevo paura di sentire troppo – spiega l’attrice – di perdere il
controllo, di farmi male. Ci ho messo un anno e quattro mesi per fregarmene di
tutto e di tutti e iniziare a pensare solo a me, a noi. Per smettere di
scappare. Per restare. E se posso dare un consiglio è questo: non fate come me.
Amate. Amate in qualsiasi forma, senza riserve, senza paura, perché non c’è
niente che possa salvarti più dell’amore. Lei mi ha salvata!”
Qualche ora dopo la pubblicazione, è arrivata sempre via social la replica di
Silvia Uras. Partendo dal racconto di un anno lungo e complesso: “Agli occhi
degli altri, sembrava non stesse succedendo nulla… ma dentro di noi c’era una
guerra silenziosa. Nessuno vedeva, nessuno sapeva. Solo noi due. (…) Quando il
mondo pesava troppo e tutto faceva rumore, bastava stare insieme perché tutto
scomparisse. In mezzo alla tempesta, tu eri il mio posto sicuro”. E ancora: «Ci
siamo scelte ogni giorno, anche quando era difficile. Anche quando sembrava
impossibile. Quest’anno è iniziato con te… ed è finito con te. Il mio 2025 ha un
solo nome e si chiama: Maria”.
L'articolo “Amate in qualsiasi forma, senza riserve, senza paura, niente ti
salva più dell’amore. Lei mi ha salvata!”: Maria Esposito fa coming out per
Silvia Uras proviene da Il Fatto Quotidiano.