“La verità è che il cinema italiano, molto spesso, ha derubato i soldi
pubblici”. Aurelio De Laurentiis sbotta in modo fragoroso contro il sistema di
finanziamento pubblico ai film. È accaduto durante la conferenza stampa di
presentazione a Roma di Scuola di seduzione di e con Carlo Verdone, dal primo
aprile su Paramount+. De Laurentiis ha focalizzato la sua critica contro
l’attuale ministro Giuli (l’unico che ha tagliuzzato con una certe energia i
fondi di finanziamento al cinema ndr) sostenendo che lui “ha combinato delle
ca**ate”. “Quando hai a disposizione 650 milioni all’anno e non sai suddividerli
per competenze differenziate, forse è meglio che tu non faccia il ministro”, ha
spiegato lo storico produttore di storici successi legati alle commedie
natalizie.
“Chi te lo fa fare di prenderti queste responsabilità o di farti derubare? La
verità è che il cinema italiano, molto spesso, ha derubato i soldi pubblici. E
non si capisce perché quelle dieci persone che davvero sanno fare questo
mestiere – che crea un’industria di beni immateriali, quindi complessa – non
vengano mai coinvolte. Perché non si chiede loro quali film andrebbero fatti,
finanziati e con quali modalità?”.
Il 76enne patron della Filmauro, nonché presidente del Napoli calcio, nel tempo
attivo non solo come produttore ma anche come distributore (la Filmauro
distribuì un film come Lo zio di Brooklyn di Ciprì e Maresco ndr) è entrato nei
particolari di leggi che a livello di principio sono state impostate dal
precedente ministro della cultura, Franceschini: “Se si decidesse di destinare
il 50% dei fondi in base alla frequenza in sala, quindi al gradimento del
pubblico, verificando anche la reale imprenditorialità dei progetti, molte cose
cambierebbero. Perché altrimenti fai il ‘prenditore’. A Giuli bisognerebbe dire:
perché non vieni a confrontarti? Perché invece non spieghi cosa c’entri con il
mondo dell’audiovisivo e come pensi di farlo crescere? Qui si tratta di
risolvere i problemi di un’imprenditoria italiana che merita rispetto, non di
finanziare i film dei macellai – con tutto il rispetto per la categoria –
portandoli sullo schermo”.
L'articolo “La verità è che il cinema italiano ha derubato i soldi pubblici. Il
ministro Giuli ha combinato delle ca**ate”: lo sfogo di Aurelio De Laurentiis
proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’incomunicabilità, la paura di amare e di non sentirsi adeguati con il proprio
fisico, ma anche il non avere coraggio di prendere in mano la propria vita. Sono
alcuni dei punti che vengono affrontati in “Scuola di Seduzione” il nuovo film
diretto e interpretato da Carlo Verdone, che ne firma soggetto e sceneggiatura
insieme a Pasquale Plastino e Luca Mastrogiovanni. La pellicola sarà disponibile
dal primo aprile in esclusiva su Paramount+. “Lo considero un ritorno alle
origini e non vi nego che non è stato semplice dal punto di vista psicologico.
Mi sono chiesto: ‘Sarò ancora in grado di mantenere i tempi e i ritmi di un
film, dove devi condensare tutto in un’ora e cinquantacinque?”, ha affermato
Verdone.
Nel cast, accanto a Carlo Verdone, figurano tra gli altri Karla Sofía Gascón
Ruiz (conosciuta dal grande pubblico per la sua interpretazione in “Emilia
Pérez”), Lino Guanciale, Vittoria Puccini, Beatrice Arnera, Euridice Axen,
Romano Reggiani e Elisa Di Eusanio.
“L’amore è un atto di fede, che implica credere nell’altro, credere in se stessi
– ha dichiarato Puccini a FqMagazine -. Cioè per amare un’altra persona o essere
amati bisogna per prima cosa amare noi stessi. Cioè è un punto di partenza da
cui non si può non prescindere. Penso che l’amore sia questo: avere un forte
sentimento empatico prima nei nostri confronti e poi nei confronti degli altri.
Lino Guanciale ha aggiunto: “C’è una componente di salto nel vuoto nell’amare
qualcuno o qualcuna perché ci sono cose che non puoi che affidare a
un’intuizione nei confronti dell’altro o dell’altra perché il catalogo completo
e per razionare della conoscenza dell’altro o dell’altra è impossibile oltre che
inverosimile avercelo prima, per poi prendere la decisione di amare. Non bisogna
avere paura di dover affrontare a un certo punto anche l’idea che tutto questo
finisca, che è la cosa più difficile da accettare. Però ecco, sì, di sicuro
l’amore un atto di fede che, come ogni atto di fede, può essere anche smentito a
un certo punto”.
E a proposito della seduzione, Puccini ha detto: “Per me non è un qualcosa di
costruito a cui penso nel senso adesso ‘ora voglio sedurre e allora faccio
questa cosa’, non ho delle regole o una tecnica. Qual è il mio lato più
seducente? Non lo so bisogna chiedere alle persone che abbiamo sedotto,
chiamiamo qualcuno che abbiamo sedotto e facciamocelo dire (ride, ndr). A parte
tutto io sono veramente sempre molto in ascolto. Penso che possa essere
seducente il fatto che la persona che ho davanti vede che la sto ‘guardando’
veramente che c’è un contatto reale, profondo, di ascolto e proprio di
connessione, che passa attraverso gli occhi, ma va molto in profondità. Quindi
penso che questa cosa possa essere seducente”.
Guanciale ha aggiunto: “Forse una certa trasparenza, però non so se poi invece
fa l’effetto contrario”. Puccini ha rintuzzato: “Un po’ di mistero, Lino…”.
Per entrambi gli attori lavorare con Carla Sofia Gascon è stata una esperienza
più che positiva: “Ha un carattere fantastico, positiva, sorridente. È stato
veramente un piacere lavorare con lei. Poi è una grandissima professionista,
oltre ad essere molto talentuosa. Anche nelle scene fatte tutti insieme, lei si
è inserita in maniera unica nonostante non fosse di lingua italiana, invece è
entrata nel gruppo proprio come se ci fossimo conosciuti tutti da sempre con una
grande simpatia una grande confidenza è stato bello”.
L'articolo Vittoria Puccini e Lino Guanciale a “Scuola di seduzione”: “Amare è
un atto di fede e di rispetto per se stessi. Noi seduciamo con l’ascolto e la
trasparenza” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Francesco Mandelli nei panni di regista per una commedia sui Millennials dal
titolo “Cena di Classe“, ispirato alla canzone dei Pinguini Tattici Nucleari, al
cinema dal 26 marzo. Il sottotitolo, non a caso, è “la rimpatriata a cui nessuno
vorrebbe essere invitato”. Nel cast, tra gli altri: Andrea Pisani, Roberto
Lipari e Herbert Ballerina.
Diciassette anni dopo il diploma, un gruppo di ex compagni di liceo si ritrova
per il funerale di un compagno: da lì, una cena carica di nostalgia si trasforma
in una lunga notte di eccessi, segreti e confessioni, costringendo tutti a fare
i conti con il passato, con le proprie scelte e con ciò che sono diventati. Lo
specchio di una generazione cresciuta con grandi aspettative e oggi chiamata a
misurarsi con un presente fragile, precario e distante dalle promesse del
passato.
A proposito di cene di classe, Roberto Lipari ricorda a FqMagazine: “Sono stato
una cena di classe di mia moglie. Io conoscevo tutti perché le nostre classi
erano vicine. Questo ex compagno raduna tutti, quindi andiamo lì,
complimentandoci anche per l’iniziativa ‘ma che bella idea che ha avuto in
riunione tutti’. Alla fine lui ci ha rivelato si candidava e chiedeva a tutti
noi i voti. Ci siamo alzati, ce ne siamo andati. La cena è finita così”.
Francesco Mandelli sul passato da studente ricorda: “Facevo proprio facevo
disperare. Il leitmotiv era ‘intelligente ma non si applica potrebbe fare di
più, sempre per il rotto della cuffia, conosce le regole ma non le rispetta’.
Ricordo interrogazioni di matematica, dove non sapevo nulla non sapevo niente.
Se l’ho superata? Mai superata, nel senso che ai tempi del Liceo a me piaceva
molto la music, mi piaceva recitare, mi piaceva andare in giro… Avevo altre cose
per la testa e soprattutto non avevo voglia di studiare la matematica, così
complessa perché avevo la sensazione che non mi sarebbe mai
servito, quando invece servirà qualcosa… Però le materie umanistiche le facevo
molto volentieri quelle matematiche quelle scientifiche molto meno. Poi avevo
deciso pure di iscrivermi al Liceo Scientifico, pensa che cacchio di genio…”.
Andrea Pisani ha ricordato: “Ero amato dal professore di matematica e fisica. Ho
fatto matematica all’università. Ero riuscito a farmi dare la chiave del bagno
dei professori, perché l’unico su cui c’era il water. Da ragazzo avevo questo
problema che se non c’era un water, diciamo che l’altra cosa non riuscivo a
farla. Allora mi chiudo dentro e poi non riuscivo più a uscire. Sono rimasto
chiuso dentro mezz’ora. Poi c’erano già i cellulari, quindi avevo scritto a
Luca, il mio socio dei Panpers, dicendogli che io ero rimasto chiuso e se poteva
venirmi a liberare. Perché io, a forza di girare la chiave, l’ho rotta. Ho rotto
la chiave dentro il bagno dei professori con me dentro”.
L'articolo “Al Liceo senza il water non riuscivo a far nulla, così il prof di
matematica mi dava la chiave del suo bagno. Ma un giorno sono rimasto chiuso
dentro e…”: così Andrea Pisani proviene da Il Fatto Quotidiano.
La notizia non è stata finora oggetto di comunicazioni ufficiali, ma la
Commissione VII della Camera, presieduta da Federico Mollicone (che è anche
Responsabile Cultura e Innovazione di Fratelli d’Italia), avrebbe deciso l’11
marzo scorso di procedere con un “testo unificato” rispetto alle quattro
proposte di legge di riforma dell’intervento dello Stato nel settore
cine-audiovisivo, presentate dallo stesso Mollicone, e da Elly Schlein (Partito
Democratico), Gaetano Amato (Movimento 5 Stelle) e, da ultimo, da Valentina
Grippo (Azione).
Il settore cinematografico e audiovisivo italiano versa in una crisi profonda, a
causa delle conseguenze dello “scandalo Tax Credit” e dal fallito tentativo di
riforma avviato ormai oltre due anni fa dall’allora ministro Gennaro Sangiuliano
(FdI), che affidò la erratica revisione normativa alla Sottosegretaria leghista
Lucia Borgonzoni: di fatto, tutte le procedure ministeriali sono state
rallentate, anche a causa di ricorsi al Tar promossi dai produttori indipendenti
che non hanno poi avuto seguito. Nel mentre, il Fondo Cinema e Audiovisivo è
stato ridotto dai 696 milioni di euro del 2025 ai 600 milioni del 2026, con una
ripartizione tra le varie fasi della “filiera” che ha provocato diffuse
perplessità, soprattutto da parte delle associazioni degli autori, ma anche di
quelle dei produttori indipendenti.
Federico Mollicone ha promosso una serie di audizioni, consentendo un ascolto
plurale ed esteso delle varie anime del settore: basti pensare che, per la prima
volta, in Parlamento si è ascoltata, nella persona di Dario Indelicato, la voce
del più agguerrito movimento di lavoratori del settore ovvero
#Siamoaititolidicoda (Satc), che rappresenta i lavori delle troupes. È stato
audito anche il mio centro di ricerca indipendente, l’Istituto italiano per
l’Industria Culturale IsICult. Qual è la prospettiva?! Il “testo unificato”
prospetta una verosimile accelerazione della gestazione normativa.
Va segnalato che tre proposte su quattro hanno come asse l’Agenzia. La Schlein è
esplicitamente sull’“Istituzione dell’Agenzia per il Cinema e l’Audiovisivo”; la
Amato prevede anch’essa l’istituzione dell’Agenzia; ed anche Grippo prospetta
una Agenzia. La sola proposta con impianto diverso è la Mollicone, che è una
delega al Governo per la riforma, il riordino e il coordinamento della normativa
del settore. Qual è la prevedibile tendenza?! Il “testo unificato” o comunque il
testo che uscirà dal Comitato Ristretto difficilmente potrà ignorare il
baricentro-Agenzia, perché appunto quello è il punto comune più evidente tra
Schlein, Amato e Grippo. In altri termini: la domanda non è più se il tema
dell’Agenzia esista nell’iter, perché esiste già ed è strutturale; la domanda è
quale Agenzia? ovvero con quali poteri, autonomia, “governance”, rapporti con il
Ministero e con il Fondo Cinema e Audiovisivo.
Si tratta di una sconfitta della proposta di Mollicone?! No, perché la regia
resta comunque in mano al centro-destra, anche perché il seguito dell’esame è
stato affidato a Gerolamo Cangiano (FdI) come relatore. Fatti salvi colpi di
mano, il contenuto finale dovrà però assorbire istanze nate anche
dall’opposizione. Perciò la proposta Mollicone può diventare non il testo
“vincitore” in senso nominale, ma l’ossatura ordinamentale di un compromesso.
Schlein-Amato-Grippo hanno probabilmente vinto il terreno di gioco, ma Mollicone
può ancora vincere la forma finale del gioco. Cioè: l’idea di una “governance”
diversa, più autonoma o comunque separata dall’assetto attuale Direzione
Generale Cinema e Audiovisivo, è ormai entrata nel cuore dell’iter, ma il testo
che uscirà con ogni probabilità sarà un ibrido di compromesso, non la
trasposizione pura delle pdl Schlein-Amato-Grippo né della pdl Mollicone.
In questo scenario, sarà importante fare in modo che il Fondo Cinema e
Audiovisivo sia finalmente oggetto di una analisi critica approfondita, il che –
finora – non è mai stato, dato che sono state prodotte, anno dopo anno, delle
“valutazioni di impatto” evanescenti, all’acqua di rose. La (mala) gestione del
credito d’imposta è stata causata anche da questo deficit di analisi e
controlli. Ma purtroppo il controverso Tax Credit continua ad assorbire troppa
parte del Fondo (dal 59 % del totale nel 2025 al 73 % del 2026) a detrimento dei
fondi selettivi, e quindi di una “politica culturale” che non sia suddita delle
dinamiche di mercato. Basti osservare che quest’anno il credito di imposta per
gli investimenti stranieri in Italia è schizzato dai 40 milioni di euro del 2025
ai 100 (dicesi cento!) milioni del 2026: danari a tutto vantaggio dei “big
player” e delle multinazionali dell’audiovisivo, che continuano a saccheggiare
il tessuto produttivo nazionale.
La ripartizione del Fondo viene decisa dal ministro, su proposta del Direttore
Generale Giorgio Carlo Brugnoni (in carica dal settembre 2025, ed è restato
anche nel ruolo di Vice Capo di Gabinetto) e sottoposto al parere del Consiglio
Superiore del Cinema e Audiovisivo (massimo organo di consulenza del dicastero,
nominato dal Ministro per cooptazioni “intuitu personae”), presieduto
dall’avvocatessa Francesca Assumma. Il 25 febbraio 2026 il Csca ha approvato la
ripartizione, con il solo voto contrario dell’avvocato Michele Lo Foco, voce
indipendente e dissidente. Incredibilmente, però, nel “parere n° 2” del Csca
pubblicato sul sito web del Ministero, la posizione critica del consigliere è
stata strumentalmente ignorata: si legge che il Piano sarebbe stato approvato
alla “unanimità dei presenti”, allorquando l’avvocato Lo Foco (che non ha potuto
partecipare alla riunione per ragioni di salute) aveva manifestato per iscritto
il proprio voto contrario. Si tratta di un “dettaglio” sintomatico del clima di
repressione del dissenso.
E nessuno ha fatto caso alla decisione assunta dalla Corte dei Conti: la Sezione
Centrale di Controllo sulla Gestione delle Amministrazioni dello Stato della
Corte dei Conti ha approvato il 6 marzo (ma la notizia è stata data il solo
lunedì scorso 16 marzo), il programma dei controlli per l’anno 2026 e per il
triennio 2026-2028, orientato alle principali aree di intervento delle politiche
pubbliche (deliberazione a firma del Presidente Relatore Lucilla Valente). In
questo contesto, i giudici contabili hanno deciso di prendere in esame le
disposizioni per misurare l’entità dei crediti d’imposta a favore del
cine-audiovisivo effettivamente fruiti, gli effetti delle agevolazioni fiscali
sull’attività delle imprese beneficiarie, nonché verificare l’attività di
vigilanza esercitata dal Ministero della Cultura: Vista la particolare
diffusione delle agevolazioni, la Sezione ritiene di verificarne gli effetti
sull’attività delle imprese beneficiarie, nonché l’onere effettivamente
sostenuto dallo Stato”.
Questa decisione conferma il complessivo deficit di valutazioni, controlli,
monitoraggi, analisi che ha caratterizzato i primi dieci anni di funzionamento
della Legge Franceschini del 2016. E ciò basti, per comprendere come è stato
finora governato (male) l’intervento della mano pubblica in un settore
strategico dell’industria culturale.
L'articolo Nuova legge su Cinema e Audiovisivo: verso un testo unico, ma resta
il mistero sulla ripartizione dei fondi proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Procura di Napoli ha aperto un nuovo capitolo nell’inchiesta sulla morte di
Luca Canfora, il costumista italiano conosciuto a livello internazionale per le
collaborazioni con registi come Paolo Sorrentino. Lo riporta Il Corriere della
Sera. Canfora fu trovato senza vita il primo settembre 2023 nelle acque di
Capri, mentre era impegnato sul set del film Parthenope. La caduta avvenne nei
pressi dei Giardini di Augusto e il corpo fu ritrovato il giorno successivo poco
distante dalla scogliera da un canoista.
Ora a finire sotto la lente degli inquirenti è un collega di Canfora, iscritto
nel registro degli indagati per false dichiarazioni ai magistrati. Secondo
quanto ricostruito dalla Squadra Mobile di Napoli, alcune affermazioni dell’uomo
non coincidono con le immagini registrate dai sistemi di videosorveglianza: in
particolare, il collega e Canfora non si sarebbero incontrati alle 10:30 del
mattino come dichiarato, momento in cui si stava girando la scena di una caduta
sul set a picco sul mare. L’ipotesi principale formulata dagli investigatori
resta quella del gesto volontario, ma su richiesta dei familiari l’inchiesta è
stata estesa all’omicidio volontario contro ignoti. Tutto ciò ha aperto nuove
piste e interrogativi sulla tragedia.
LA TESTIMONIANZA DI SORRENTINO E I RILIEVI AUTOPTICI
Anche Paolo Sorrentino è stato ascoltato dagli inquirenti come testimone, con
l’obiettivo di ricostruire la sequenza dei fatti. L’autopsia, eseguita dopo
l’esumazione della salma, ha evidenziato diverse anomalie rispetto alla dinamica
inizialmente ipotizzata, lasciando molti dubbi sulle cause della morte.
La morte del costumista era stata inizialmente classificata come suicidio,
un’ipotesi mai condivisa dalla famiglia. Già nel 2025, infatti, i familiari
avevano presentato una relazione tecnica che evidenziava come le ferite
riportate da Canfora fossero incompatibili con una caduta da oltre 100 metri
confermando così i sospetti sulla dinamica reale dell’accaduto.
LUCA CANFORA, IL COSTUMISTA DIETRO I GRANDI FILM INTERNAZIONALI
Dal set di Pinocchio di Roberto Benigni a La grande bellezza di Paolo
Sorrentino, Luca Canfora si è imposto come uno dei principali costumisti
italiani nel cinema internazionale. Diplomato all’Istituto statale d’arte
Filippo Palizzi di Napoli, inizia la carriera a Roma presso la sartoria del
Teatro dell’Opera, confrontandosi con melodramma e balletto, prima di approdare
al grande cinema. Fondamentale l’incontro con Danilo Donati, con cui lavora come
assistente in produzioni come Jerusalem e Pinocchio.
Nel corso della carriera collabora con grandi nomi del costume cinematografico,
da Maurizio Millenotti a Gabriella Pescucci e Milena Canonero, partecipando a
film come Grand Budapest Hotel. Lavora anche con Carlo Poggioli in progetti come
Giasone e gli Argonauti, Ritorno a Cold Mountain e Miracolo a Sant’Anna. Dal
2013 in poi sviluppa una collaborazione decennale con Paolo Sorrentino, firmando
i costumi di Youth-La giovinezza, Loro, le miniserie The Young Pope e The New
Pope, fino a I due papi di Fernando Meirelles, dove realizza un meticoloso
lavoro di ricerca storica per garantire realismo e precisione.
L'articolo Morte di Luca Canfora, costumista di Paolo Sorrentino: la Procura di
Napoli riapre il caso, c’è un primo indagato proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un incontro tra sorrisi, strette di mano e una curiosa sorpresa scenografica.
Pier Silvio Berlusconi e Checco Zalone si sono ritrovati nella sede Mediaset di
Cologno Monzese per celebrare il trionfo di Buen Camino, il film italiano più
visto di sempre in Italia, e hanno approfittato dell’incontro per discutere di
nuovi progetti.
Nelle foto della giornata i due sorridono insieme e, in uno scatto, battono il
cinque e si scambiano anche un “pugnetto” amichevole. A catturare l’attenzione
c’è anche una statua rossa di scena, fatta trovare a sorpresa da Giampaolo
Letta, vicepresidente e amministratore delegato di Medusa, ispirata al
protagonista del film: un ricco erede vanitoso e superficiale, con gli occhiali
da sole del brand italiano Eyepetizer, proprio come il personaggio interpretato
da Zalone.
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PIER SILVIO BERLUSCONI E CHECCO ZALONE
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PIER SILVIO BERLUSCONI E CHECCO ZALONE
BUEN CAMINO: IL VIAGGIO DI CHECCO ZALONE RE AL BOXOFFICE
Buen Camino, diretto da Gennaro Nunziante, racconta la storia di un ricco
fabbricante di divani costretto a lasciare la vita agiata quando la figlia
adolescente scompare. La ricerca lo porta sul Cammino di Santiago, trasformando
il viaggio in un percorso di redenzione e riconciliazione.
Con oltre 65,6 milioni di euro incassati e più di 8,1 milioni di spettatori,
Buen Camino ha superato Quo vado? ed è diventato il film italiano più visto di
sempre, conquistando anche il secondo posto assoluto nella storia del box office
nazionale, dietro solo ad Avatar.
L'articolo Checco Zalone e Pier Silvio Berlusconi, a sorpresa, si danno il
cinque a Cologno Monzese: a “benedirli” l’enorme statua rossa con la faccia
dell’attore proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Nel mondo dello spettacolo, salvando figure straordinarie come Eduardo De
Filippo, esisteva quasi una specie di ius primae noctis. Io camminavo con una
borsetta piena di sassi. Se qualcuno si avvicinava troppo o alzava le mani,
tiravo la borsetta. Dovevo difendermi”. Marisa Laurito ricorda i propri inizi
negli anni ’70, aprendosi anche su episodi particolarmente difficili vissuti,
come quando poco prima, nel ’68, fece dei provini a Roma e tentarono di
‘offrirla’ a un produttore: “C’era un pullman che portava le ragazze da una
produzione all’altra. A un certo punto mi fecero scendere con la scusa di un
provino per un film di Vittorio De Sica. In realtà volevano portarmi ‘in regalo’
a un direttore di produzione che compiva gli anni. C’era un divano, erano
convinti che avrei fatto qualsiasi cosa. Anche lì la borsetta è finita nel posto
giusto”.
“IL POTERE MASCHILE ESISTE ANCORA”
Oggi le cose hanno preso una piega diversa, ma ciò non vuol dire che ci siano
ancora criticità da risolvere: “Il potere maschile esiste ancora” spiega
nell’intervista concessa a Repubblica. “L’idea è sempre quella: io sono maschio
e faccio quello che voglio. Oggi è meno evidente, ma nei ruoli dirigenziali, se
su dieci uomini quattro o cinque non vedono di buon occhio una donna che
comanda, vuol dire che il problema c’è, eccome”.
UNA QUESTIONE CULTURALE
Attrice, produttrice e direttore artistico del teatro Trianon, Laurito continua:
“Una donna che comanda gli uomini non sempre viene presa bene. Devi essere brava
tre volte di più e, a volte, neanche basta […] Ancora oggi una parte degli
uomini fa fatica ad accettare una donna che dirige. Lo vivono come una
diminutio”. L’ostacolo più difficile da superare, secondo lei, è culturale: “Lo
sguardo che ancora si ha nei confronti delle donne che comandano. Finché questa
cultura non cambia – conclude -, finché non si supera il patriarcato anche
nell’educazione familiare, sarà difficile risolvere davvero il problema”.
L'articolo “Volevano portarmi ‘in regalo’ a un produttore, credevano avrei fatto
di tutto. Ma io giravo con una borsetta piena di sassi e la tirai nel posto
giusto”: il racconto di Marisa Laurito proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si intitola “Il bene comune” il nuovo film di e con Rocco Papaleo, in uscita il
12 marzo al cinema. Scritto dall’attore e regista lucano insieme a Walter Lupo,
nel cast, tra gli altri, ci sono anche Vanessa Scalera, Claudia Pandolfi e
Teresa Saponangelo. Il film ruota attorno a una guida turistica e un’attrice di
“insuccesso” che accompagnano quattro detenute sul massiccio del Pollino, alla
ricerca del secolare Pino Loricato. Il cammino diventa un viaggio di
trasformazione, fatto di incontri e cambiamenti, scandito da una musica che
prende forma passo dopo passo, fino a diventare una voce collettiva capace di
tenere insieme corpi, emozioni e storie diverse.
“L’idea del film nasce in origine proprio quando sono venuto a conoscenza del
Pino Loricato, questo albero secolare che si trova soltanto nel Parco del
Pollino, tra Basilicata e Calabria. – ha spiegato Papaleo a FqMagazine – Da qui
l’idea della gita. Poi sono venute fuori altre cose, come le visite nelle
carceri che ho fatto, soprattutto nel carcere femminile di Rebibbia, dove ho
conosciuto delle detenute, una era veramente simpatica ma di un’umanità
strabordante. Quindi mi è venuta voglia di raccontare queste donne che stanno in
carcere, ognuno con le sue motivazioni, diciamo, anche con i suoi errori, e in
qualche modo ho avuto anche la possibilità di raccontare una redenzione“.
Il film si concentra anche sulla capacità di ascoltare: “Forse chi ascolta deve
avere un piccolo sforzo, sintonizzarsi sul narratore, perché abbiamo bisogno di
conoscerci, abbiamo bisogno di conoscere le storie degli altri, per confrontarle
con la nostra e in qualche maniera empatizzare. Si giudica con troppa facilità
soprattutto perché tutti hanno bisogno di sfogare la propria frustrazione, il
proprio malessere. Uno sfogo usato con cattiveria, diciamo per una specie di
rivalsa”.
Vanessa Scalera non ha dubbi: “Sono pochissimi i carceri illuminati, c’è quello
di Opera perché favorisce il reinserimento delle detenute. Però parlando di
esperienza vissuta da alcuni miei amici che lavorano in carcere, sono davvero
pochissimi i casi in cui si lavora seriamente per reinserire i detenuti nella
società dopo lo sconto della pena”.
A proposito della violenza sulle donne Claudia Pandolfi ha detto che è davvero
un peccato che “non venga considerata l’educazione sesso-affettiva nel nostro
Paese. Con le conseguenze che vediamo cambia il nome della vittima, ma la
modalità è sempre quella. Quindi siamo ancora molto indietro, anzi, siamo forse
regrediti, se possibile, ancora di più perché c ‘è questa specie di aggressività
che prende il sopravvento in tutte le sfere sociali e di comunicazione”.
Scalera ha aggiunto: “Ormai anche in tv è più interessante chi è aggressivo e
giudicante. È più interessante fare il pitbull che il chihuahua. Il pitbull per
un ragazzo può sembrare il modello imperante, basta accendere la tv“.
Rocco Papaleo ha concluso. “Il bene comune è stabilire un livello sotto il quale
nessuno essere umano può scendere”.
L'articolo Papaleo, Pandolfi, Scalera vanno in carcere per il bene comune: “C’è
bisogno di una educazione sentimentale e sessuale. Il modello imperante anche in
tv è il pitbull” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Stefano Accorsi sta attraversando un momento professionale davvero
soddisfacente, prima al cinema nel nuovo film di Gabriele Muccino “Le cose non
dette”, in scena a teatro con “Nessuno – Le avventure di Ulisse”, ed è in arrivo
il nuovo film “La lezione” di Stefano Mordini, dal 5 marzo in sala, ispirato al
romanzo omonimo di Marco Franzoso. Il film è stato resentato in anteprima alla
20esima edizione della Festa del Cinema di Roma nella sezione Grand Public.
Interpreti del film accanto ai due protagonisti Matilda De Angelis e Stefano
Accorsi, Marlon Joubert, Eugenio Franceschini, Lidia Liberman, Marco Maccieri e
Alberto Benedetto Lutri. Al centro della storia c’è lo stalking, la
manipolazione e il dramma emotivo. Il film inizia dall’avvocata Matilda De
Angelis che fa assolvere il professor Stefano Accorsi in un processo per stupro.
“Un attore non deve giudicare i propri ruoli e tantomeno assumere il ruolo del
moralizzatore. Il film parla di manipolazione, un argomento che è già una scelta
politica” , ha dichiarato Accorsi a Il Messaggero.
“Anch’io, lo confesso, sono stato possessivo, geloso e ho perciò dovuto
affrontare un percorso da autodidatta per evolvere e progredire… – ha detto –
Mostrare la fragilità di un personaggio può risultare più incisivo che
condannarlo“.
Continuano gli allenamento in palestra: “Anche pochi minuti al giorno o da
remoto, in collegamento con il mio trainer e amico Antonio Saccinto. L’attività
fisica è uno stato mentale che, associato allo stile di vita sano, mi aiuta a
stare meglio”.
L’obbiettivo per il futuro? “Continuare a cercare il divertimento, senza
adagiarmi“.
L'articolo “Sono stato possessivo, geloso e perciò ho dovuto affrontare un
percorso da autodidatta per evolvere e progredire”: lo confessa Stefano Accorsi
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Luca Ward ha depositato ufficialmente il marchio sonoro della propria voce. In
base a quanto riportato da Askanews, il doppiatore ha scritto: “Purtroppo le
istituzioni non ci tutelano. Il singolo sente che la propria arte è minacciata
dall’Intelligenza Artificiale. Mancando delle leggi a nostra protezione, l’unico
modo è muoversi in autonomia. Per questo ho scelto di brevettare la mia voce. Ho
preso ispirazione dal modello americano, da quello che stanno facendo molti
attori a Hollywood. Ci sono leggi internazionali che lo consentono. Dobbiamo
dare un segnale forte per difenderci, non solo nel nostro settore, ma in
moltissime altre professioni”.
Come riportato da Il Messaggero, l’iniziativa, curata dallo studio legale
MpmLegal per il tramite dell’avvocato Marco Mastracci, rappresenta una novità e
un gesto pionieristico nella tutela giuridica dell’identità vocale, che
oggigiorno è esposta a fenomeni di clonazione non autorizzata tramite l’IA. Il
marchio sonoro consente di rafforzare gli strumenti di tutela legale contro la
pratica della copia falsa delle voci. Così facendo, il famoso doppiatore di
Russel Crowe e Keanu Reeves tra i tanti ha potuto affiancare la protezione del
diritto all’immagine al diritto di personalità.
L’avvocato Mastracci, che si è occupato della registrazione del brevetto di
Ward, ha dichiarato a Il Messaggero: “La voce è parte integrante dell’identità
di una persona, tanto più quando diventa il principale strumento della propria
attività professionale. Attraverso il marchio sonoro, è possibile agire in modo
più rapido ed efficace contro utilizzi non autorizzati, soprattutto in ambito
digitale e tecnologico”. Luca Ward si è confermato così tra i primi
professionisti in Italia ad adottare una strategia giuridica avanzata per la
protezione della propria voce.
LA MORTE DEL PAPÀ E GLI ANNI DIFFICILI: IL RACCONTO DI LUCA WARD
La voce di Luca Ward è una delle più iconiche del cinema italiano. Prima della
fama la vita di Ward non è stata semplice, come raccontato a Nunzia De Girolamo
nel programma “Ciao Maschio“. Ward ha dichiarato: “Io ho perso mio padre a 13
anni, che era la colonna portante della famiglia. Da lì siamo sprofondati nella
povertà più assoluta… Noi non avevamo proprio da cucinare nulla, non c’erano
soldi. Mia mamma, quando è morto mio padre, mise sul tavolo 5.000 lire. E basta.
Sono sceso in strada e ho chiesto lavoro ad una ditta di traslochi… Il giorno
dopo ero un facchino”.
E ancora: “Quando venivano a staccare la luce, un tecnico arrivò e trovò mia
madre in silenzio. Mi portò con sé, mi fece vedere come rimettere il cavo. Mi
disse: ‘Quando me ne vado, stringi la vite’. Ho fatto anche il fuorilegge, se
vogliamo”.
L'articolo “Ho scelto di brevettare la mia voce perché dobbiamo proteggerci. Le
istituzioni non ci tutelano”: la rivelazione di Luca Ward proviene da Il Fatto
Quotidiano.