Mohammad Nazeer Paktiawal, afghano, 41 anni, è morto sotto custodia dell’Ice,
l’Immigration custom enforcement, un giorno dopo il suo arresto. È il 41esimo
caso negli ultimi quattordici mesi. “Era stato sotto custodia dell’Ice per un
giorno”, ha ammesso in una nota la controversa agenzia federale, assicurando
“indagini in corso” per accertare le cause del decesso. Paktiawal – di fede
islamica, sposato, padre di sei figli – è stato arrestato venerdì 13 marzo
vicino a casa sua, a Richardson (Texas) e recluso in un centro di detenzione di
Dallas. Secondo l’Ice l’afghano “non ha fornito informazioni su antecedenti
sanitari” al momento della sua detenzione. Tuttavia, poche ore dopo l’arresto,
il 41enne cominciava a presentare “dolore al petto” e “fatica a respirare”. In
seguito è stato trasferito nell’Hospital Parkland di Dallas, dove è deceduto il
giorno dopo. “La sua lingua si era infiammata” mentre faceva colazione e, “dopo
diversi tentativi” di rianimazione, “è stato dichiarato morto alle 9.10”.
Paktiawal era arrivato negli Stati Uniti il 21 agosto 2021, dopo la presa di
Kabul per mano dei Talebani. Come altri 190mila afghani in Usa, il 41enne è
stato costretto a fuggire da eventuali violenze e rappresaglie perché era stato
al servizio delle forze statunitensi in Afghanistan. Per questo motivo le
autorità federali gli avevano concesso l’Humanitarian Parole, nell’ambito
dell’Operation Allies Refuge che risulta scaduto da agosto 2025.
Naseer Patkiawal, fratello della vittima, sostiene che Mohammad è stato
arrestato “davanti ai suoi figli, mentre li portava a scuola, alle 7 del
mattino”. Naseer ricorda che suo fratello è stato “circondato da un gruppo di
persone, messo dentro una vettura e portato via mentre i bimbi gridavano e
chiedevano aiuto. Meno di 24 ore dopo mi hanno chiamato (l’Ice, ndr) per dirmi
che era morto”, ricorda Naseer per il quale il fratello è stato “un eroe per la
sua famiglia, per il suo popolo e per il suo Paese”. E ancora: “Voglio solo
giustizia per mio fratello. Non cerco nient’altro da questo governo”.
I familiari lo ricordano come un “papà e un marito attento” e sostengono che
Patkiawal godesse di buona salute prima del suo arresto: “Lavorava in un
panificio Halal. Aveva soltanto 41 anni ed era un uomo forte e in buona salute”.
Il Dipartimento per la Sicurezza nazionale sostiene che, al momento del suo
arrivo, il 41enne “non ha fornito alcun registro sul suo servizio militare” in
Afghanistan. In realtà il certificato che attesta il suo servizio presso le
Forze speciali Usa era stato erogato dal Gruppo di difesa AfghanEvac: “È stato
attivo, insieme alle Forze speciali, a est dell’Afghanistan, al confine col
Pakistan”. L’Ice giustifica l’arresto di Paktiawal parlando di “noti precedenti
penali”, incluso un fermo per “truffa” al programma alimentare Snap (settembre
2025) per un ammontare di 200 dollari e un secondo arresto per furto poco più di
un mese dopo, a novembre.
Anche i membri della comunità afghana negli Usa hanno reagito al tragico evento.
“Hanno portato via un nostro connazionale. Stava bene. E ora ci restituiscono
indietro il suo corpo, senza vita”, ha denunciato a Cnn Rahmanullah Zazy, leader
della comunità afghana a Dallas. “Siamo venuti qui, negli Usa, in cerca di
pace”, ha aggiunto. Anche il Council on American-Islamic Relations si è unito
all’appello e chiede “un’indagine completa e trasparente sulle circostanze della
detenzione e morte” di Paktiawal. Mustafaa Carroll, direttore esecutivo del
Consiglio nell’area di Dallas-Fort Worth, sottolinea che la tragedia del 41enne
accade “negli ultimi giorni di Ramadan, il periodo più sacro del mese, quando i
musulmani riflettono sul valore della misericordia e della giustizia”. Per
Carroll “la detenzione di una persona non annulla la sua umanità” e tutti devono
essere trattati con “dignità, sicurezza e rispetto”.
Il Dipartimento per la Sicurezza nazionale però replica e ripete una formula
cristallizzata nei suoi comunicati, sostenendo che “a nessuno, sotto la custodia
dell’Ice, viene negato l’accesso un’adeguata attenzione medica”. E non solo.
“Questa è la migliore attenzione medica che molti stranieri hanno ricevuto nella
loro vita”, sostiene Lauren Bis, sottosegretaria aggiunta del Dipartimento,
parlando di “attenzione medica integrale” dal primo istante della detenzione.
L'articolo Aveva servito le forze Usa durante la missione in Afghanistan, 41enne
morto in custodia dell’ICE proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il governo dell’Afghanistan ha accusato il Pakistan di un raid aereo contro un
ospedale di riabilitazione per tossicodipendenti a Kabul. Il governo, riferisce
Reuters, ha dichiarato: “Almeno 400 persone sono state uccise e 250 ferite in un
raid aereo pakistano su un ospedale per la riabilitazione da droghe a Kabul”.
Islamabad respinge le accuse, spiegando di aver attaccato esclusivamente forze
militari talebane e siti militari.
Il ministro dell’Informazione del Pakistan, Attaullah Tarar, aveva dichiarato
che nella notte le forze armate pakistane avevano condotto “raid aerei di
precisione” contro siti e strutture utilizzati da gruppi militanti afghani nelle
aree di Kabul e Nangarhar. In un post, pubblicato su X, Tarar aveva dichiarato
di aver colpito e distrutto “infrastrutture di supporto tecnico e depositi di
munizioni“. Aveva poi aggiunto che nei raid erano stati colpiti due siti a
Kabul, quattro nella provincia di Nangarhar e che gli obiettivi distrutti erano
centri logistici, depositi di munizioni e infrastrutture tecniche
presumibilmente utilizzate da gruppi militanti, come il gruppo Tehrik-e-Taliban
Pakistan e i separatisti di etnia Baloch. Il ministro aveva poi confermato di
aver ucciso 684 talebani afghani, feriti più di 900, distrutto 252 postazioni
militari e catturato e demolito altre 44 strutture militari. Negli attacchi,
sempre in base alle informazioni rilasciate da Tarar, erano stati distrutti 229
carri armati, veicoli blindati e sistemi di artiglieria.
Nelle operazioni, però, è stato colpito anche l’ospedale Omid, specializzato
nella riabilitazione da droghe, nella capitale afghana. Il vice portavoce del
governo afghano, Hamdullah Fitrat ha dichiarato che il raid è avvenuto circa
alle 21 di ieri sera. L’attacco, secondo Fitrat, ha causato la morte, finora
accertata, di 400 persone, il ferimento di altre 250 e la distruzione di ampie
sezioni dell’ospedale, adibito a ospitare fino a 2000 posti letto. Il Pakistan
ha rispedito le accuse al mittente, definendo l’affermazione “falsa e
fuorviante”, rivendicando di aver “colpito con precisione installazioni militari
e infrastrutture di supporto al terrorismo”.
L'articolo L’Afghanistan accusa il Pakistan:” 400 morti in un raid su un
ospedale a Kabul”. Islamabad nega proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Se un marito picchia la moglie così violentemente da procurarle una frattura
ossea, una ferita aperta o una ferita nera e bluastra sul corpo, e la moglie si
rivolge a un giudice, allora il marito sarà considerato un trasgressore. Un
giudice dovrebbe condannarlo a 15 giorni di reclusione”. È questo, secondo la
traduzione dell’Afghan Analysts Network citata da Cnn, il testo del decreto
emanato dai Talebani, l’ennesimo sfregio ai diritti umani e in particolare a
quelli delle donne. Una legge che colpisce per la sua brutalità: per confronto,
la pena per il maltrattamento degli animali è più severa visto che “chiunque
costringe animali come cani o galli a combattere dovrebbe essere condannato a
cinque mesi di carcere”. Una pena dieci volte superiore a quella prevista per
chi rompe un osso alla propria consorte.
Così la violenza sulle donne è diventata ufficialmente legge dello Stato,
uscendo dall’ambito della prassi brutale o dell’eredità tribale. Il documento,
approvato il mese scorso e trapelato grazie all’organizzazione per i diritti
umani Rawadari, codifica per la prima volta in modo sistematico punizioni e
certificano la demolizione dei diritti delle donne, progressivamente degenerata
dal ritiro delle truppe Usa nell’agosto 2021. “Gli uomini hanno il diritto di
governare completamente le donne”, ha spiegato l’attivista Mahbouba Seraj ai
microfoni della CNN. “La parola dell’uomo è legge. Prima c’era almeno il timore
dei tribunali; ora quel timore è svanito”.
Il decreto, poi, non si limita alla brutale violenza contro le donne. Estende il
potere punitivo del patriarcato ai figli (punibili dal padre se non pregano) e
reprime brutalmente ogni forma di diversità o dissenso. La sodomia e
l’omosessualità sono punite con la pena di morte, così come l’eresia, la
stregoneria o la diffusione di dottrine considerate contrarie all’Islam. La
libertà di espressione viene definitivamente sepolta: insultare il leader
supremo Hibatullah Akhundzada comporta 39 frustate e un anno di carcere, mentre
“umiliare” i funzionari governativi costa sei mesi di cella. In un sistema dove
la testimonianza di una donna vale la metà di quella di un uomo, e dove alle
donne è vietato uscire di casa senza un tutore maschio (mahram), la possibilità
di denunciare abusi diventa un’utopia burocratica.
Le reazioni internazionali sono di sgomento. Volker Türk, Alto Commissario ONU
per i diritti umani, ha usato parole durissime durante il Consiglio a Ginevra,
definendo l’Afghanistan “un cimitero per i diritti umani”. Türk ha sottolineato
come questo sistema di segregazione sistematica equivalga a una vera e propria
persecuzione di genere. Mentre l’UNICEF stima che oltre due milioni di ragazze
siano già state escluse dall’istruzione superiore, questo nuovo codice chiude
l’ultimo spiraglio di speranza. Non si tratta solo di una violazione dei
trattati internazionali, ma di una riscrittura della fede religiosa utilizzata
come arma di controllo sociale. Per le donne afghane, la casa diventa così, per
decreto, una potenziale cella dove la legge garantisce l’impunità al carceriere.
L'articolo “I mariti possono picchiare le mogli, basta che non rompano le ossa o
lascino ferite aperte”: la nuova legge dei talebani proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Guerra aperta“. Sono bastate queste due parole scritte su X dal ministro della
Difesa pakistano, Khawaja Asif, ha ricacciare la popolazione afghana nel terrore
di un nuovo conflitto, dopo appena cinque anni di relativa pace seguita alla
presa del potere dei Taliban. I termini utilizzati dall’esecutivo di Islamabad
sono comunque inusuali, anche se, spiega Fabrizio Foschini, analista politico
per Afghanistan Analysts Network, a Ilfattoquotidiano.it, “un conflitto
prolungato non porterebbe risultati positivi né per la leadership afghana né per
quella pakistana”.
Negli ultimi mesi abbiamo assistito a un aumento degli scontri al confine, con
il Pakistan che ha più volte accusato la leadership afghana di dare supporto
alle milizie di Tehrik-i-Taliban Pakistan. È questo il motivo dell’attacco di
Islamabad?
Nessuno poteva prevedere un’escalation di questo tipo, proprio perché quello tra
i due Paesi è un conflitto a bassa intensità che va avanti da molti anni,
oscurato solo dalla guerra Nato-Taliban. Stiamo parlando di una guerra
combattuta su più piani, con scontri al confine, blocchi economici, lo stop da
parte del Pakistan dell’unico accesso al mare per il vicino. Questo anche
durante la presenza americana nel Paese. I motivi dello scontro, quindi,
rimangono gli stessi e ogni leadership, da entrambe le parti, in qualche modo li
eredita: si va dalla demarcazione dei confini all’irredentismo nei territori
Pashtun pakistani.
Adesso, però, Islamabad ha parlato di “guerra aperta”. Ci sono delle motivazioni
geopolitiche o economiche dietro a questo passo in avanti?
Bisogna sempre ricordarci cosa è cambiato dal 2021 (col ritiro occidentale
dall’Afghanistan, ndr), oltre a un più recente mutamento delle circostanze
internazionali nella regione. Ora che al governo ci sono i Taliban, con
scarsissimo appoggio e riconoscimento internazionale, il Pakistan sa che può
agire più impunemente rispetto a quando c’erano i soldati americani sul terreno.
Col salto di qualità nell’escalation registrato già a ottobre, il Pakistan non
si aspettava comunque la risposta dei Taliban che, per non apparire
eccessivamente deboli, hanno deciso di rispondere con raid aerei. Tutto questo
ha avuto come risultato un picco della tensione tra i due Paesi.
Già con le prime dichiarazioni, però, i Taliban afghani invocano il dialogo.
Sono preoccupati da una “guerra aperta” con Islamabad?
Sicuramente. Sono nettamente inferiori a livello militare, anche se godono di
questa fama di grandi combattenti che arriva fino in Pakistan. Ma credo che
analizzare la situazione tenendo in conto solo le prospettive militari sia
fuorviante. Credo che l’ipotesi di un’invasione pakistana su larga scala sia
controproducente per entrambe le parti. Rovesciare la leadership talebana
provocherebbe una destabilizzazione nel Paese che sarebbe ancora più dannosa per
il vicino pakistano. Per i Taliban, subire attacchi massicci sul proprio
territorio metterebbe in discussione una delle poche certezze della popolazione
afghana: la loro capacità di avere il controllo della sicurezza interna. Per
questo una “guerra aperta” non conviene a nessuno. Io credo che, arrivati a
questo punto, da Kabul attendano l’intervento della comunità internazionale.
A proposito di comunità internazionale, la Cina starà guardando con occhio
particolarmente interessato. Crede in un possibile intervento diplomatico?
Stanno osservando, ma non credo che si attiveranno. Hanno rappresentato una
delle maggiori reti di sicurezza per il Pakistan che, negli ultimi tempi, ha
però iniziato a guardare anche ai Paesi del Golfo, come dimostra l’accordo di
reciproca difesa siglato con l’Arabia Saudita. Questo rafforza il senso di
impunità del Pakistan. Pechino mediatore? Vedo più i Paesi del Golfo a ricoprire
questo ruolo.
Su alcuni media indiani e pakistani c’è chi ipotizza l’uccisione della guida
talebana, Hibatullah Akhundzada, nei raid. Sono solo speculazioni? È
effettivamente un obiettivo del Pakistan in questo momento?
Il Pakistan sta cercando di colpire la leadership talebana di un certo livello,
è vero, ma un colpo di questo tipo avrebbe dei risvolti particolari all’interno
del gruppo che governa l’Afghanistan e, quindi, in tutto il Paese. Dentro ai
Taliban possiamo identificare due macrogruppi: uno, che fa capo ad Akhundzada e
agli alti gradi dell’Emirato islamico, che mantiene una posizione estremamente
conservatrice nelle politiche e nei costumi e un altro che, invece, è composto
da un numero importante di esponenti più pragmatici che vorrebbero apportare dei
cambiamenti anche in funzione di maggior riconoscimento internazionale. Colpire
il leader non significherebbe necessariamente dare il via a un cambiamento, ma
creerebbe un’instabilità interna che nemmeno il Pakistan vuole.
X: @GianniRosini
L'articolo Afghanistan-Pakistan, l’analista Foschini: “Una guerra su larga scala
non conviene a nessuno. La Cina? Resterà a guardare” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Sono dieci, nel momento in cui si scrive, i feriti che Emergency ha già
soccorso. Ma dopo la nuova escalation militare tra Afghanistan e Pakistan, con
raid di Islamabad su diverse aree del Paese confinante, compresa la capitale
Kabul, la situazione non può che essere considerata “in divenire“. Lo spiega a
Ilfattoquotidiano.it Alessandro Migliorati, responsabile logistica della ong
italiana storicamente presente nel Paese centroasiatico, che racconta come per
le strade della capitale sia tornata immediatamente la preoccupazione di una
nuova guerra, dopo cinque anni di scontri molto ridotti con la conquista del
potere da parte dei Taliban.
Qual è in questo momento la situazione a Kabul e nelle aree dove siete presenti?
Quanti interventi avete già compiuto?
Emergency ha una presenza abbastanza capillare sul territorio afghano, abbiamo
già soccorso dieci persone da stamattina. Quattro vengono direttamente dalla
capitale, più precisamente dall’area orientale di Pul-e-Charkhi, mentre altri
sei sono stati trattati dal nostro punto di primo soccorso a Gardez, nella
provincia di Paktia, vicino al confine col Pakistan. Si tratta di numeri che
potrebbero presto aumentare, data la situazione in divenire, non è ancora chiaro
a che livello sia questa escalation.
Avete avuto modo di raccogliere le impressioni della popolazione, almeno a
Kabul? Qual è il clima in città?
C’è molta preoccupazione per le possibili conseguenze nel quotidiano di una
città, un Paese, che ne ha già passate tante. Si sentono già esternazioni di
timore di un ritorno al passato anche tra colleghi. Siamo stati svegliati alle 3
di notte dalle bombe pakistane alle quali sono seguiti i colpi della contraerei
afghana, costringendoci a chiuderci nei compound. Ci raccontano di scontri molto
più intensi nelle zone di confine, dove abbiamo diverse cliniche, ed è lì che si
concentrerà il nostro lavoro. Per quanto riguarda la popolazione, il timore
maggiore è quello di perdere di nuovo una parvenza di normalità recuperata solo
dall’agosto del 2021. Il Paese affronta una crisi tremenda, ma ci sono persone
che dopo 40 anni di guerra hanno riavuto la possibilità di spostarsi senza il
timore di essere ammazzate. E il pensiero di doversi di nuovo chiudere
all’interno dei confini di una città o di un villaggio preoccupa. Una nuova
guerra spingerebbe questo Paese, queste persone, in un burrone.
Avete avuto modo di parlare con le autorità locali? Avete già ricevuto delle
direttive?
No, non abbiamo ancora parlato con loro perché non siamo usciti dal compound e
non siamo stati contattati. Ma alcuni colleghi ci hanno parlato di
preoccupazione diffusa. Anche per strada, dove si vedono capannelli di persone
che parlano di ciò che è successo e, soprattutto, di ciò che potrebbe succedere.
Diciamo che in città c’è preoccupazione diffusa.
X: @GianniRosini
L'articolo Guerra Afghanistan-Pakistan, Emergency: “Svegliati di notte dalle
bombe. La popolazione teme un ritorno al passato” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’eco del conflitto militare sempre più serrato tra Pakistan e Afghanistan sta
crescendo così tanto d’intensità da farsi sentire anche ben oltre i confini
della regione. Sono molti i Paesi che guardano con apprensione agli sviluppi sul
terreno e che avrebbero da perdere in caso di un rovesciamento dei Talebani che
regnano su Kabul, tra cui alcune delle principali potenze a livello mondiale.
CINA
Il primo e più ovvio attore coinvolto è ovviamente la Cina: da Pechino è
arrivato quasi immediatamente un richiamo a una soluzione diplomatica delle
tensioni che corrono tra Kabul e Islamabad e non potrebbe essere altrimenti. La
Repubblica Popolare ha nel Pakistan uno dei suoi alleati di ferro nell’area –
per quanto, va detto, negli ultimi mesi non sono mancati allontanamenti più o
meno espliciti – e uno degli snodi più importanti delle Nuove Vie della Seta.
Un’infrastruttura che proprio sul territorio pachistano è molto spesso oggetto
di attacchi da parte del movimento separatista locale, situazione a cui il
governo del primo ministro Shehbaz Sharif ha recentemente risposto creando
un’unità di sicurezza dedicata esclusivamente a proteggere i cittadini cinesi
presenti in Pakistan. Allo stesso tempo, Xi Jinping ha puntato molto sulla
distensione coi Talebani per due motivi principali: primo, evitare che
l’Afghanistan possa diventare una base di partenza per eventuali attacchi
terroristici contro la Cina; secondo, mettere le mani, più in prospettiva che
nell’immediato, sulle risorse minerarie afgane, potenzialmente molto rilevanti.
INDIA
Al netto delle tensioni bilaterali tra Pakistan e Afghanistan, molto di quello
che sta succedendo in queste ore ha a che fare con l’India. Il primo ministro
Narendra Modi è infatti appena rientrato in patria da un viaggio in Israele con
in tasca accordi di varia natura e anche uno molto importante sul fronte della
Difesa. Pare che a Nuova Delhi sarà concesso l’utilizzo della tecnologia
israeliana basata su un sistema laser per intercettare droni e missili, che va
sotto al nome di Iron Beam. Fumo negli occhi per il Pakistan che ha nell’India
il suo nemico per eccellenza. A Islamabad hanno fatto velocemente i conti:
colpire i Talebani si inserisce in questa dinamica perché quest’ultimi stanno
vivendo una sorta di luna di miele con il governo indiano e i rapporti politici
tra le due parti sono quanto mai calorosi. Non bisogna correre il rischio di
appiattire il conflitto in corso interpretandolo solo in quest’ottica, ma
sicuramente il Pakistan ha agito anche mosso da spirito di vendetta nei
confronti del nemico indiano.
RUSSIA
Il relativo isolamento internazionale di Mosca non poteva che spingere i
Talebani tra le braccia del presidente russo Putin. La Russia è stato il primo
Paese al mondo a riconoscere ufficialmente il governo del movimento
fondamentalista, una mossa poco costosa quanto potenzialmente vantaggiosa: il
Cremlino punta a mettersi in prima fila per quando Kabul dovrà pensare a chi
coinvolgere in progetti sul territorio afgano e a Putin fa comodo trovare sponda
nel contrasto al terrorismo internazionale. Il ruolo di colomba non si addice
all’esecutivo russo, ma il Ministero degli Esteri moscovita ha richiamato
Pakistan e Afghanistan a un ritorno immediato al tavolo negoziale.
IRAN E ALTRI PAESI DELLA REGIONE
Nonostante abbia attualmente altri problemi da gestire, Teheran si è proposta
come mediatrice tra Kabul e Islamabad, capitali con cui intrattiene relazioni
cooperative. La vicinanza geografica al fronte di guerra rende però la
situazione rischiosa per l’Iran, con il possibile arrivo di nuovi rifugiati
afgani, dopo che la Repubblica Islamica negli ultimi mesi ne ha rimpatriate
centinaia di migliaia. Anche le repubbliche centro-asiatiche temono una
destabilizzazione che potrebbe mettere a rischio i loro progetti
infrastrutturali nell’area. Pochi giorni fa, il presidente del Kazakistan si è
recato in Pakistan proprio per parlare di un collegamento ferroviario tra i
porti pachistani di Karachi e Gwadar e il territorio kazaco, via Afghanistan e
Turkmenistan. Un’iniziativa che al momento sembra quanto mai improbabile.
L'articolo Cina, India e tutti gli altri: le potenze mondiali interessate alla
“guerra aperta” tra Pakistan e Afghanistan proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il Pakistan ha dichiarato “guerra aperta” all’Afghanistan. “La nostra pazienza
ha raggiunto il limite. Ora è guerra aperta tra noi e voi”, ha scritto su X
Khawaja Asif, ministro della Difesa di Islamabad. Il primo ministro Shehbaz
Sharif ha dichiarato che le forze armate del suo Paese possono “schiacciare” gli
aggressori. “Le nostre forze hanno la piena capacità di schiacciare qualsiasi
ambizione aggressiva”, ha affermato Sharif, secondo la pagina X del governo
pakistano. “L’intera nazione è al fianco delle forze armate pakistane”, ha
aggiunto.
Le forze armate pakistane hanno bombardato importanti città afghane, tra cui la
capitale Kabul, dove nella serata di ieri corrispondenti di Afp hanno riferito
di aver udito forti esplosioni seguite da colpi d’arma da fuoco, per diverse
ore. Le strade di Kabul erano tranquille dopo l’alba, in linea con un venerdì di
Ramadan nella nazione a maggioranza musulmana. Le autorità talebane non hanno
aumentato significativamente la presenza delle forze di sicurezza né i posti di
blocco, hanno riferito i giornalisti dell’agenzia.
“È stata confermata la morte di 133 talebani afghani e il ferimento di oltre 200
– ha riferito Mosharraf Zaidi, portavoce di Sharif, in un comunicato -. Si stima
che le vittime siano molte di più negli attacchi contro obiettivi militari a
Kabul, Paktia e Kandahar“. Inoltre 27 postazioni dei talebani afghani sono state
distrutte e nove sono state conquistate. Il governo talebano, da parte sua,
sostiene di aver colpito obiettivi militari in territorio pakistano e di aver
inflitto perdite alle truppe di Islamabad, inclusa la distruzione di alcune
installazioni difensive. Anche in questo caso, le informazioni restano
difficilmente verificabili in modo indipendente.
Lungo la frontiera, considerata una delle più instabili della regione, si
registrano movimenti di truppe e rafforzamenti delle postazioni militari su
entrambi i lati. I valichi principali risultano sottoposti a controlli più
severi e il traffico commerciale ha subito rallentamenti. La linea di confine,
già teatro in passato di scontri sporadici, è tornata a essere un punto caldo
con il rischio di ulteriori escalation.
Altri reporter di Afp nei pressi del valico chiave di Torkham hanno sentito
spari e bombardamenti intorno alle 9:30 (le 6 in Italia, ndr), prima che gli
scontri transfrontalieri riprendessero, mentre si udivano colpi d’arma da fuoco
in lontananza. Uno dei giornalisti ha visto altri soldati afghani dirigersi
verso la frontiera, prima che le forze di sicurezza gli intimassero di lasciare
la zona. Il valico di Torkham è rimasto aperto agli afghani che tornavano in
massa dal Pakistan, nonostante il confine terrestre sia rimasto in gran parte
chiuso dopo gli scontri tra i due Paesi confinanti di ottobre. Il campo di Omari
che ospita i rimpatriati vicino al valico è stato colpito dai combattimenti
durante la notte, costringendo la gente a fuggire.
L’escalation è iniziata dopo che le forze afghane hanno attaccato le truppe di
frontiera pakistane ieri sera, in risposta ai precedenti attacchi aerei di
Islamabad. Le relazioni tra i vicini sono peggiorate negli ultimi mesi, con i
valichi di frontiera terrestri in gran parte chiusi dopo i sanguinosi
combattimenti di ottobre che hanno causato la morte di oltre 70 persone da
entrambe le parti. Islamabad accusa l’Afghanistan di non agire contro i gruppi
militanti che compiono attacchi in Pakistan, cosa che il governo talebano nega.
La maggior parte degli attacchi è stata rivendicata dal Tehreek-e-Taliban
Pakistan (Ttp), un gruppo militante che ha intensificato gli attacchi in
Pakistan da quando i talebani afghani sono tornati al potere a Kabul nel 2021.
Diversi cicli di negoziati tra Islamabad e Kabul hanno fatto seguito a un
iniziale cessate il fuoco mediato da Qatar e Turchia, ma gli sforzi non sono
riusciti a produrre un accordo duraturo. Sia l’esercito afghano che quello
pakistano hanno dichiarato di aver ucciso decine di soldati nell’ultima ondata
di violenze al confine, che ha fatto seguito ai molteplici attacchi di Islamabad
in Afghanistan e agli scontri lungo la frontiera negli ultimi mesi.
Sul fronte diplomatico nelle scorse ore il vicepremier e ministro degli Esteri
pakistano, Ishaq Dar, ha avuto un colloquio con il capo della diplomazia
saudita, Faisal bin Farhan bin Abdullah. L’Iran ha offerto il proprio aiuto per
“facilitare il dialogo” tra i due paesi. Lo ha scritto su X il ministro degli
esteri iraniano Abbas Araghchi. Anche la Cina si offre: “In quanto Paese vicino
e amico, la Cina è profondamente preoccupata per l’escalation del conflitto e
molto addolorata per le vittime provocate dal conflitto”, ha detto ai
giornalisti la portavoce del ministero degli Esteri, Mao Ning. La Repubblica
Popolare, ha ribadito, “ha fatto da mediatore tra Pakistan e Afghanistan tramite
i propri canali ed è pronta a continuare a svolgere un ruolo costruttivo per la
de-escalation”.
L'articolo Pakistan-Afghanistan, è “guerra aperta”. L’aviazione di Islamabad
bombarda Kabul: “Uccisi almeno 133 talebani” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tutto è nato da un’intervista rilasciata a Fox News – sulla via del ritorno dal
Forum di Davos – in cui, ancora una volta, ha umiliato gli alleati. Per Donald
Trump, in Afghanistan – nella guerra avviata dopo gli attacchi terroristici
dell’11 settembre 2001 – i militari dei Paesi Nato (Italia inclusa) sono rimasti
sempre nelle retrovie. “Non abbiamo mai avuto bisogno di loro, non gli abbiamo
neanche chiesto niente, dissero che avrebbero mandato dei militari in
Afghanistan, l’hanno fatto, ma sono rimasti un po’ indietro, un po’ lontano dal
fronte”, ha dichiarato parlando all’emittente vicina ai conservatori, dopo che
già nel discorso di due giorni fa aveva detto – “non abbiamo mai avuto e mai
chiesto niente alla Nato” – per sostenere che ora gli Usa chiedono “solo” la
Groenlandia.
Ma le parole che arrivano dal capo della Casa Bianca, oltre ad avere già
irritato già diversi Paesi tra cui Regno Unito, Germania e Danimarca, rimbalzano
anche a Roma: per Meloni “non sono accettabili”. E il ministro della Difesa
Guido Crosetto – ha riportato il TgLa7 delle 20 – “invierà lunedì una lettera
formale al segretario alla Difesa degli Stati Uniti e al segretario generale
della Nato, in risposta alle recenti affermazioni” di Trump, “considerate
offensive per il contributo italiano nella missione afghana“. La missiva,
riferisce il TgLa7, riguarda anche più in generale il dossier difesa
all’attenzione del governo.
Meloni: “Parole inaccettabili” – “Il Governo italiano ha appreso con stupore le
dichiarazioni del Presidente Trump secondo cui gli alleati della Nato sarebbero
‘rimasti indietro’ durante le operazioni in Afghanistan. Dopo gli attacchi
terroristici dell’11 settembre 2001, la Nato ha attivato l’Articolo 5 per la
prima e unica volta nella sua storia: un atto di solidarietà straordinario nei
confronti degli Stati Uniti. In quell’imponente operazione contro chi alimentava
il terrorismo, l’Italia rispose immediatamente insieme agli alleati, dispiegando
migliaia di militari e assumendo la piena responsabilità del Regional Command
West, una delle aree operative più rilevanti dell’intera missione
internazionale”, ha scritto Meloni in una nota. “Nel corso di quasi vent’anni di
impegno, la nostra Nazione – sottolinea – ha sostenuto un costo che non si può
mettere in dubbio: 53 soldati italiani caduti e oltre 700 feriti mentre erano
impegnati in operazioni di combattimento, missioni di sicurezza e programmi di
addestramento delle forze afghane. Per questo motivo, non sono accettabili
affermazioni che minimizzano il contributo dei Paesi Nato in Afghanistan,
soprattutto se provengono da una nazione alleata”. Italia e Stati Uniti, rileva,
“sono legati da una solida amicizia, fondata sulla comunanza di valori e sulla
collaborazione storica, ancora più necessaria di fronte alle molte sfide in
atto. Ma l’amicizia necessita di rispetto, condizione fondamentale per
continuare a garantire la solidarietà alla base dell’Alleanza Atlantica”.
Anche Tajani, sulla stessa linea, ricorda i connazionali caduti, “molti dei
quali decorati al valore militare, alcune medaglie d’oro, alcune medaglie
d’argento al valore militare. Abbiamo oltre 700 feriti durante la missione in
Afghanistan, quindi noi non possiamo che rendere onore a questi nostri militari
che essendo caduti erano in prima linea”. E in un post su X, Crosetto spiega di
“affidare la risposta, come Ministro della Difesa, ad atti formali, come si usa
fare tra Istituzioni, facendo un breve ripasso storico di ciò che è successo in
Afghanistan ed in molti altri teatri. La cosa bella dei fatti è che non si
possono cancellare. E sull’impegno dell’Italia, delle sue Forze Armate nelle
missioni, sul loro valore, sul loro sacrificio, sul loro ruolo non marginale,
non possiamo e non vogliamo accettare analisi superficiali e sbagliate. Da parte
di nessuno“.
L’indignazione di Starmer e Macron – Prima dell’Italia, il premier britannico
Keir Starmer aveva reagito duramente alle dichiarazioni di Trump, definendole
apertamente “offensive”, mentre si era spinto a invocare per la prima volta
apertamente le (improbabili) “scuse” pubbliche del presidente americano. Dopo
aver fatto richiamare a un portavoce di Downing Street il valore del
“sacrificio” compiuto in Afghanistan da britannici e alleati “a servizio della
sicurezza collettiva e della risposta comune all’attacco” dell’11/9, è
intervenuto a viso aperto: “Considero le dichiarazioni del presidente Trump
offensive e francamente sconcertanti, e non mi sorprende che abbiano causato
tanto dolore alle famiglie di chi è stato ucciso o ferito”, ha tagliato corto.
Per poi aggiungere che, nei suoi panni, si sarebbe “di certo scusato”. Indignato
anche il presidente francese Macron, che ha voluto ribadire la “gratitudine”
della nazione alle famiglie dei soldati francesi uccisi in Afghanistan a seguito
delle dichiarazioni “inaccettabili” di Trump, che “non richiedono commenti. È
alle famiglie dei soldati caduti che il Capo dello Stato desidera offrire
conforto e ribadire la gratitudine e il rispettoso ricordo della nazione”, ha
dichiarato l’entourage del presidente francese. Francia ha mantenuto una
presenza militare in Afghanistan dal 2001 al 2014, subendo 89 morti e oltre 700
feriti. Per tutta risposta, la Casa Bianca, rispondendo a Starmer attraverso il
su portavoce Taylor Rogers, ha confermato quanto detto dal tycoon: “Il
presidente Trump ha pienamente ragione: gli Stati Uniti hanno fatto più per la
Nato di tutti gli altri paesi dell’alleanza messi insieme”.
A Davos Trump aveva già messo in imbarazzo il fido segretario generale della
Nato, Mark Rutte costretto a rammentare come poco più della metà degli oltre
4mila militari occidentali uccisi negli anni in Afghanistan indossassero divise
con insegne delle forze a stelle e strisce. Ma che stavolta rasentano l’accusa
di codardia e non potevano passare sotto silenzio, specialmente nel Regno Unito:
nel ricordo delle decine di migliaia di uomini e donne inviati laggiù nel corso
di un ventennio e dei 457 che vi persero la vita.
L'articolo Trump deride gli alleati in Afghanistan, Meloni: “Inaccettabile”.
Crosetto “manderà lettera al Pentagono e a Rutte” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Quattro giovani afghani sono stati convocati dalla polizia morale dei Talebani e
arrestati per essersi vestiti e fotografati con coppola, abito elegante, gilet e
sigaro per imitare i personaggi della celebre serie televisiva britannica Peaky
Blinders, ambientata nella Birmingham degli anni Venti e Trenta del XX secolo.
Lo riportano i media del Regno Unito dopo che inizialmente si era parlato solo
di un rimprovero formale da parte delle autorità. Il fatto di voler emulare
Cillian Murphy, la star irlandese che interpreta il protagonista Thomas Shelby,
capo della banda criminale dei Peaky Blinders, è costato ai ventenni una
denuncia per “violazione dei valori islamici” e, dopo il loro arresto nella
provincia occidentale di Herat, sono stati inviati in un “centro di
riabilitazione”, come hanno dichiarato i funzionari talebani. “È iniziato un
programma per la loro rieducazione”, ha precisato Saif Khyber, portavoce del
ministero talebano per la diffusione della virtù e la prevenzione del vizio.
Intanto immagini e video delle gesta dei quattro giovani amici sono diventate
virali sui social media. In alcuni filmati fumano oltre ad atteggiarsi in pose
da gangster e ad aggirarsi nelle vie della cittadina di Jebrael fra i passanti
increduli. Sono noti online come “Jebrael Shelbys”, dal cognome del protagonista
della serie. Da quando i talebani hanno ripreso il potere nell’agosto del 2021
hanno imposto una serie di restrizioni alla vita quotidiana in conformità con la
loro interpretazione radicale della Sharia islamica. “Anche i jeans sarebbero
stati accettabili, ma i valori della serie Peaky Blinders sono contrari alla
cultura afghana”, ha dichiarato alla Bbc Saiful Islam Khyber, portavoce del
dipartimento provinciale del Vizio e della virtù del governo talebano a Herat.
In un video diffuso dal ministero dopo essere stati interrogati, si possono
vedere gli uomini ringraziare i funzionari per i loro consigli e affermare di
non essere consapevoli di aver violato alcuna legge, anche se non è chiaro in
quali circostanze l’intervista sia stata registrata. “Stavano promuovendo la
cultura straniera e imitando gli attori cinematografici di Herat”, ha scritto
Khyber sui social media, aggiungendo che hanno seguito un “programma di
riabilitazione”
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Peaky Blinders: “Violano valori islamici” proviene da Il Fatto Quotidiano.