Parlare di pubblica amministrazione significa parlare della tenuta democratica
del Paese. Dietro ogni servizio erogato, ogni diritto esercitato e ogni
decisione pubblica c’è una persona che la rende possibile. Tecnici,
amministrativi, esperti della gestione: sono loro a garantire che lo Stato
funzioni ogni giorno. E il concorso pubblico resta lo strumento attraverso cui
si sceglie chi farà parte di questa comunità professionale. Per questo il
reclutamento non è un atto burocratico, ma un momento istituzionale e civile.
Negli ultimi anni sono stati compiuti passi avanti. Il Decreto-Legge 80/2021, il
Pnrr e linee guida più recenti hanno introdotto innovazioni importanti:
procedure semplificate, maggiore attenzione alle competenze, nuovi profili
legati al digitale e una più chiara indicazione verso selezioni continuative. È
un percorso avviato, che ha posto basi nuove.
A questo orizzonte si aggiunge un tassello rilevante: il dl PA 25/2025, che
rafforza il ruolo della Commissione Ripam, ponendola al centro
dell’organizzazione dei concorsi delle amministrazioni centrali. Si tratta di
una novità non solo organizzativa, ma culturale. L’idea di fondo è superare
l’attuale mosaico di procedure autonome per arrivare a un modello di selezioni
più coerente, programmabile e di qualità uniforme. La centralizzazione operata
dal decreto non elimina il ruolo delle singole amministrazioni, ma introduce una
regia nazionale stabile, capace di definire criteri comuni, piattaforme omogenee
e calendari più prevedibili. In prospettiva, si riduce la frammentazione che
talvolta costringe candidati e uffici a muoversi dentro meccanismi disomogenei,
e si favorisce un sistema capace di rispondere con maggiore efficacia alle
esigenze emergenti, dalle professionalità giuridico-amministrative alle figure
tecniche e digitali. È un passaggio che, se ben attuato, può diventare un volano
per l’innalzamento della qualità del reclutamento pubblico.
Tuttavia, alcune difficoltà restano. Il sistema dei concorsi continua a
presentare differenze significative soprattutto nei livelli territoriali e tra
settori diversi dell’amministrazione. Per i candidati questo significa
affrontare selezioni con regole non sempre collegate; per le amministrazioni,
gestire fabbisogni urgenti con strumenti non pienamente interoperabili. Serve
quindi rafforzare la standardizzazione, integrando progressivamente autonomie e
cornici nazionali.
A questa disomogeneità si aggiunge una sfida meno visibile ma decisiva:
programmare per tempo il fabbisogno. La transizione demografica e i
pensionamenti rendono necessario un approccio strutturale, non episodico. Una PA
moderna pianifica con continuità, sfrutta strumenti come le banche dati di
idonei e evita finestre di assunzione legate a emergenze.
Anche i tempi contano. Una procedura che si allunga può indebolire gli uffici,
sovraccaricare chi è già in servizio e rallentare servizi e progetti. Rapidità e
affidabilità non sono dettagli tecnici: sono componenti essenziali della
capacità amministrativa.
Vi è poi la questione delle competenze. Le amministrazioni cercano profili
qualificati, ma le prove valorizzano ancora in modo prevalente la
memorizzazione. Conoscenze giuridiche e normative restano fondamentali, ma
devono accompagnarsi a ragionamento critico, analisi, comunicazione, utilizzo
dei dati, problem solving. Il concorso pubblico non deve selezionare solo chi
“sa”, ma chi sa trasformare le conoscenze in servizio, come richiama l’articolo
97 della Costituzione.
Per questo il reclutamento non può essere un atto isolato. Deve collegarsi a
formazione continua, mobilità volontaria, professionalizzazione contrattuale e
percorsi di crescita che sostengano le persone lungo tutto il ciclo lavorativo.
Una PA attrattiva non solo seleziona i migliori, ma li fa crescere. Guardare ad
altri Paesi aiuta: Francia e Spagna prevedono percorsi post-concorso con
rotazioni, pratica sul campo e accompagnamento. Il messaggio è chiaro: superare
la prova è l’inizio, non la fine.
Ma per rendere davvero efficace questa riforma, il dl PA 25/2025 deve diventare
il punto di partenza, non di arrivo. Occorre programmare i fabbisogni di
personale con anticipo, prevedendo assunzioni continuative e collegate a
progetti strategici come il Pnrr, la transizione digitale e la riorganizzazione
dei servizi. Dopo il concorso, la formazione strutturata e percorsi di crescita
professionale guidati assicurano che le nuove leve possano entrare in servizio
pronte e accompagnate nella crescita. La digitalizzazione dei processi,
l’integrazione tra amministrazioni centrali e locali e la valorizzazione di
profili specialistici, insieme a mobilità interna e sistemi di valutazione
trasparenti, rendono la PA più efficiente, attrattiva e inclusiva. Solo un
approccio complessivo come questo garantisce che ogni selezione non sia un
semplice adempimento, ma un investimento reale sulle persone e, attraverso di
loro, sulla qualità della democrazia.
Intanto, molte amministrazioni attendono nuove energie: Comuni impegnati
nell’attuazione del Pnrr, aziende sanitarie che necessitano di organici
adeguati, uffici coinvolti nella transizione digitale e ambientale. Ogni
assunzione ben programmata rafforza la capacità dello Stato di rispondere ai
cittadini. Un concorso pubblico non seleziona solo persone: seleziona futuro.
Perché la qualità della democrazia dipende dalla qualità dello Stato che la
sostiene, ogni giorno.
L'articolo Un concorso pubblico non seleziona solo persone: seleziona futuro.
Anche nella pubblica amministrazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Pubblica Amministrazione
Inammissibile. Il tentativo di Forza Italia per allentare le porte girevoli
nella Pubblica amministrazione, riducendo da 3 a un anno il periodo di divieto,
è stato cassato: l’emendamento al decreto Milleproroghe a prima firma Gloria
Saccani Jotti è inammissibile. Un primo tentativo era già stato fatto con la
Manovra ma la norma era stata stralciata dal maxi-emendamento per l’Aula del
Senato.
Nel dettaglio, la modifica proponeva di ridurre da tre a un anno il periodo di
divieto per coloro che abbiano svolto poteri autoritativi o negoziali per conto
delle pubbliche amministrazioni a svolgere attività lavorativa o professionale
con aziende private con le quali avevano avuto a che fare nel corso del loro
mandato.
Il fallito tentativo forzista era stato anticipato dal Fatto Quotidiano
nell’edizione odierna dando conto sia della riduzione del cuscinetto che delle
motivazioni sottostanti: le nomine in arrivo, soprattutto nel settore Difesa. La
norma, tra l’altro, prevedeva anche un accorciamento dei tempi in caso di
passaggio dal privato al pubblico.
Il principio, spiegano fonti parlamentari, sarebbe quello di evitare di rendere
troppo “punitivo” il fatto di lavorare nella Pubblica amministrazione creando
svantaggio rispetto al privato. Dall’altra parte però, la norma era stata
pensata nel 2001 proprio per evitare conflitti di interessi o di favorire
privati con cui si hanno già accordi non scritti per andare a lavorare una volta
finito il mandato. Non solo: viene considerata come uno dei cardini
dell’impalcatura normativa anticorruzione nella Pubblica amministrazione.
L'articolo Milleproroghe, inammissibile l’emendamento di Forza Italia che
riduceva i tempi delle porte girevoli proviene da Il Fatto Quotidiano.
La contrattazione pubblica è uno degli strumenti centrali attraverso cui la
Pubblica Amministrazione governa i rapporti di lavoro e l’organizzazione
interna. Nella sua impostazione, dovrebbe consentire di adattare le regole
generali alle esigenze concrete degli enti, valorizzando competenze e obiettivi.
Nella pratica, però, la contrattazione fatica spesso a svolgere questa funzione,
rimanendo compressa tra rigidità procedurali e un diffuso immobilismo negoziale.
Il sistema è articolato su due livelli. La contrattazione collettiva nazionale,
affidata all’Aran, definisce il quadro di riferimento comune. La contrattazione
integrativa, svolta nelle singole amministrazioni, è chiamata a declinare tali
principi in relazione ai contesti organizzativi. È su questo secondo livello che
si concentra il maggiore potenziale di innovazione, ma anche il maggior numero
di criticità.
In molti enti, la contrattazione integrativa si riduce a un esercizio
prevalentemente formale. Il confronto si concentra quasi esclusivamente sulla
distribuzione delle risorse accessorie, mentre restano marginali i temi legati
all’organizzazione del lavoro, alla performance e ai fabbisogni professionali.
Ne deriva una contrattazione ripetitiva, poco connessa alla programmazione e con
un impatto limitato sulla qualità del funzionamento dell’amministrazione.
Le cause sono in parte strutturali. Il peso dei controlli, le verifiche di
legittimità e il timore della responsabilità amministrativa spingono le
amministrazioni verso soluzioni prudenti. In questo contesto, l’innovazione
negoziale viene percepita come un rischio più che come un’opportunità. La
burocrazia finisce così per orientare il confronto verso la conservazione degli
assetti esistenti.
Incide anche la frammentazione delle relazioni sindacali. La pluralità degli
attori rende il negoziato complesso e spesso difensivo. In assenza di una chiara
cornice di obiettivi condivisi, il tavolo contrattuale tende a concentrarsi
sulla tutela dell’esistente, piuttosto che sulla costruzione di soluzioni
organizzative nuove.
Nel mio contributo su LentePubblica dedicato alla contrattazione integrativa
nella Pa, ho evidenziato come questo strumento possa essere realmente efficace
solo se inserito in modo coerente nel ciclo di programmazione
dell’amministrazione. La contrattazione dovrebbe dialogare con il piano della
performance, con la programmazione dei fabbisogni e con le strategie di sviluppo
del personale. Senza questo raccordo, resta un passaggio isolato.
I dati più recenti mostrano un aumento del numero di accordi integrativi
stipulati. La contrattazione, dunque, è formalmente attiva. Il problema riguarda
la qualità dei contenuti e la capacità degli accordi di incidere
sull’organizzazione. D’altronde, più quantità non significa necessariamente più
efficacia.
Superare l’immobilismo non richiede scorciatoie normative, ma un cambio di
approccio. Serve rafforzare le competenze della parte pubblica nella fase
preparatoria del negoziato, migliorare la trasparenza delle informazioni e
promuovere una logica di corresponsabilità sui risultati. La contrattazione non
può essere ridotta a una leva redistributiva, ma deve diventare uno strumento di
governo delle risorse umane.
In definitiva, la contrattazione pubblica non è un rito burocratico né un
terreno esclusivamente difensivo. Se utilizzata in modo consapevole, può
contribuire alla modernizzazione delle amministrazioni e al miglioramento dei
servizi. La vera sfida è spostare il baricentro dalla gestione dell’esistente
alla capacità di orientare il cambiamento, restituendo alla contrattazione un
ruolo pienamente istituzionale e strategico.
L'articolo La contrattazione integrativa nella Pa si riduce spesso a un
esercizio formale: serve un cambio di approccio proviene da Il Fatto Quotidiano.
Quella che doveva essere l’icona di una riforma, il luogo deputato a unificare e
potenziare l’attività ispettiva contro lo sfruttamento e per la tutela dei
lavoratori e della sicurezza sul lavoro, si sta rivelando, a dieci anni dalla
sua istituzione, un fallimento, la cui amara conferma è la scarsa attrattività e
la fuga in massa dei suoi funzionari verso altri enti.
L’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL) è nato nel 2015 con l’ambizione di
accentrare le funzioni ispettive, comprese quelle previdenziali e assicurative
prima in capo all’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (INPS) e
all’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro
(INAIL). Il progetto, tuttavia, non è mai decollato e rischia oggi la
“consunzione”, come denunciato da più parti.
I numeri della crisi: organici decimati e concorsi a vuoto
I dati che emergono sono allarmanti e disegnano il quadro di un ente in profonda
sofferenza. La carenza di personale è drammatica, soprattutto nelle regioni del
Centro-Nord, dove in alcune sedi l’organico manca fino a due terzi del personale
necessario. A Milano, ad esempio, a fronte di un organico previsto di 370
persone, ne sono presenti appena 130.
I tentativi di reclutamento si sono rivelati inefficaci. Due anni fa, l’INL ha
bandito un concorso per 1149 posti da ispettore tecnico: ne sono entrati 850, ma
ne sono rimasti in servizio solo 600, meno della metà di quelli necessari. I
neoassunti, infatti, hanno preferito migrare verso altre amministrazioni
pubbliche, come l’Agenzia delle Entrate, o verso il settore privato, attratti da
migliori stipendi e prospettive di carriera.
L’ultima tornata concorsuale ha confermato la tendenza: per soli 34 posti in
Friuli Venezia Giulia si sono presentati in dieci, con appena 6 idonei. In
Liguria, per 6 posti, i candidati erano 17 e gli idonei 11. In Lombardia, su 190
posti, i candidati sono stati 89 e i vincitori appena 55. E non è affatto
scontato che questi ultimi firmino il contratto, vista l’esperienza passata.
La fuga verso INPS e INAIL
Il sintomo più evidente delle criticità in cui versa l’INL è la reazione dei
funzionari stessi. Decine e decine di colleghi, come mi è stato confermato, si
stanno candidando in massa al nuovo concorso congiunto bandito da INPS e INAIL,
che prevede l’assunzione di 448 ispettori di vigilanza (di cui 355 per l’INPS e
93 per l’INAIL).
I funzionari dell’INL lamentano da tempo uno scarto inaccettabile tra la
retribuzione e l’enorme responsabilità di firmare verbali che devono reggere in
tribunale. In queste condizioni, è naturale che un ispettore preferisca un altro
ente con migliori condizioni economiche e di carriera.
L’attività ispettiva: più controlli, ma a che prezzo?
Nonostante la crisi di personale, l’attività ispettiva complessiva ha registrato
un aumento. Nel 2024, gli accessi ispettivi totali (INL, INPS, INAIL) sono stati
158.069, con un aumento del 42% rispetto all’anno precedente. L’INL, in
particolare, ha visto un incremento del 59% degli accessi rispetto al 2023.
Tuttavia, questo aumento quantitativo non deve ingannare. L’attenzione alla
lotta al sommerso, spinta anche dagli obiettivi del Piano Nazionale di Ripresa e
Resilienza (PNRR), rischia di incentivare interventi veloci a scapito di
indagini più approfondite su appalti, subappalti e orari di lavoro, che
richiedono tempo e risorse.
I risultati del 2024 mostrano che su 90.831 ispezioni definite, ben 65.096 sono
risultate irregolari, con un tasso di irregolarità del 71,7%. Sono stati
accertati illeciti che riguardano 120.442 lavoratori, un aumento del 15%
rispetto all’anno precedente. Tra i dati più significativi: 19.008 lavoratori in
nero e 13.458 casi di interposizione fittizia di manodopera. Le violazioni in
materia di salute e sicurezza sono schizzate a 83.330, un incremento del 127%
rispetto al 2023.
Questi numeri, pur evidenziando l’efficacia dell’azione di intelligence nel
trovare le irregolarità, non possono nascondere la fragilità strutturale
dell’ente. Se l’attività ispettiva è costretta a operare con organici ridotti e
personale demotivato, il rischio è che la tutela dei diritti e della sicurezza
sul lavoro diventi una chimera.
La politica deve ascoltare il grido d’allarme che arriva dal campo. Non basta
promettere qualche centinaio di posti in più se poi, alla prima occasione, se ne
perdono altrettanti. È necessario un intervento strutturale che valorizzi il
personale, garantisca retribuzioni adeguate alle responsabilità e assicuri
all’Ispettorato l’autonomia e la terzietà necessarie per svolgere la sua
fondamentale missione. Altrimenti, il rischio è che la crisi si risolva per
consunzione, lasciando i lavoratori più esposti e lo Stato più debole.
L'articolo La prevedibile fuga degli ispettori del lavoro è l’amara conferma di
un fallimento proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Maurizio Albani
Partendo dal presupposto che per poter lavorare bene ai dettagli è importante
avere delle fondamenta solide su cui costruire, se guardiamo lo stato attale del
sistema sociale in cui viviamo credo che tutti possiamo concordare sul fatto che
sarà sempre molto difficile poter raggiungere una soddisfazione popolare nei
riguardi del lavoro svolto dalla pubblica amministrazione e i risultati che essa
può produrre, visto il grande divario che esiste tra chi ne è autore e chi ne è
spettatore.
Politica, soldi e leggi di mercato non hanno fatto altro che accrescere e
consolidare il potere di chi, per posizioni politiche o valori commerciali,
riesce a raggiungere una posizione di forza tale da impedire e condizionare
totalmente chi come noi cittadini vive in un paese come semplice consumatore
senza alcuna possibilità di intervento o partecipazione.
La tendenza di chi vive in posizioni di potere politico ed economico è spesso
quella di dividere le persone per mantenerle in una condizione di debolezza e
impotenza, facili da gestire e governare. Se aggiungiamo anche che viviamo
un’epoca storica protagonista di un grande sviluppo tecnologico accompagnato da
un sistema gestito da ideologie medievali, è un po’ come avere una gamba più
lunga e una più corta ed insistere a camminare zoppicando senza voler ammettere
che la gamba meno evoluta bisognerebbe almeno farla crescere ed aggiornarla al
pari dell’altra se non si vuole inciampare.
Una semplice domanda: come può un paese considerarsi democratico se diritti
umani ed opinione pubblica non hanno più alcun valore? Un problema pesante e
diffuso, a quanto pare non solo in Italia.
E’ chiaro che gli elementi di discussione da affrontare sarebbero molti e
complessi, e ci sarebbe anche molto da approfondire in ogni settore, cose che
spetta sicuramente a chi ha competenze ed esperienza dove è necessario, ma direi
che è altrettanto indiscutibile il fatto che se non si presuppone di
ripristinare l’equilibrio sociale che abbiamo smarrito, o forse mai avuto, sarà
difficile poter immaginare di mettere in pratica un concreto cambiamento che
porti beneficio e riporti i valori umani e la dignità delle persone come
principi fondamentali per la costruzione di una società sana.
Credo sia un diritto irrinunciabile delle persone quello di avere la possibilità
di decidere, contribuire e partecipare a ciò che è la vita sociale di un paese
per avere la possibilità di costruirne il futuro, cosa difficile da immaginare
senza il raggiungimento di una parità sociale che metta sulla stessa scala di
valori ogni singolo cittadino che risiede in un paese. Semplicemente abbiamo
tutti lo stesso valore e semplicemente abbiamo tutti lo stesso diritto,
semplicemente nella realtà in cui viviamo c’è troppo divario ed è una cosa che
tutti dovremmo imparare e capire, anche chi non ne ha voglia. Bisognerebbe
rendersi conto che è fondamentalmente un grave problema di educazione civica e
culturale, di tolleranza e rispetto, abbiamo gravi lacune che risiedono nella
capacità di convivere e accettare le persone che vivono intorno a noi e la
politica ed il denaro non fanno altro che aumentare le distanze.
Finché non si ammette che politica e soldi dividono e la soluzione sta nella
collaborazione, fra persone ma anche fra paesi, faremo sempre ciecamente a
pugni. Giustizia? Certo, ma credo ci farebbe bene anche coltivare un po’ di
intelligenza emotiva ed empatia.
Una società sana è una società in equilibrio e, in parole umili e povere che
sono sempre le più efficaci, senza equilibrio ci sarà sempre chi sta sopra e chi
sta sotto e tutto il resto è conseguenza. Vuoi una casa solida? Costruisci buone
fondamenta e tutto quello che ci metterai sopra starà bene in piedi. Amen.
IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI
CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA
SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST
INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ
INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL
VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA
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RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA”
POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ –
MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM
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L'articolo Come può un paese considerarsi democratico se diritti umani e
opinione pubblica non hanno più valore? proviene da Il Fatto Quotidiano.
Per generazioni, il suono secco del timbro ha accompagnato la vita
amministrativa degli italiani. Era il simbolo di un potere che certificava,
autorizzava, concedeva. L’atto fisico del recarsi allo sportello, attendere il
proprio turno e sperare di aver compilato il modulo corretto rappresentava un
rituale collettivo, quasi inevitabile.
Oggi quel rumore sta lasciando spazio al touch, un gesto leggero che promette
immediatezza, autonomia, velocità. Ma questa trasformazione non riguarda
soltanto la tecnologia: è il segnale di un rapporto nuovo e più maturo tra Stato
e individuo.
Il digitale ha imposto alla pubblica amministrazione un confronto con un
concetto che nel settore privato è diventato una regola: l’esperienza
dell’utente. Quando ordiniamo un pacco, gestiamo un pagamento o prenotiamo una
visita, ci aspettiamo processi snelli, tracciabili e intuitivi. Inevitabilmente,
il cittadino porta queste aspettative dentro i servizi pubblici. Non per moda,
ma perché vive ogni giorno un mondo in cui tutto è immediato, misurabile,
confrontabile. Così nasce l’idea, discussa ma ormai ineludibile, del “cittadino
cliente”. Non un consumatore nel senso commerciale del termine, ma un soggetto
che pretende qualità, tempi certi e risposte comprensibili.
Per troppo tempo, invece, la digitalizzazione della PA è stata interpretata come
una semplice trasposizione di moduli cartacei su schermo. Non è innovazione: è
arroccamento. Cambia il supporto, non la logica. Se un procedimento resta
incomprensibile, se una piattaforma costringe a una serie di passaggi che
scoraggiano anche l’utente più motivato, se per ottenere un servizio serve
ricorrere a un esperto, allora non abbiamo sostituito il timbro con il touch:
abbiamo solo digitalizzato la complessità.
La vera promessa del digitale pubblico non è la fascinazione per l’innovazione,
ma la possibilità di ridurre le distanze. Servizi come Spid, Cie, PagoPa e Anpr
hanno dimostrato che semplificare è possibile, ma hanno anche evidenziato una
verità spesso taciuta: la tecnologia funziona solo se dietro c’è una cultura
amministrativa pronta a rinnovarsi. Perché non basta introdurre una piattaforma;
occorre un’amministrazione che sappia leggere i dati, ascoltare i feedback,
correggere rapidamente i disservizi e mettere l’utente al centro, non come
slogan ma come principio operativo.
Questo cambio di prospettiva riguarda anche i lavoratori pubblici, troppo spesso
descritti solo in relazione a inefficienze o resistenze. La digitalizzazione non
deve essere percepita come una minaccia, ma come un’opportunità per liberare
competenze. Meno burocrazia ripetitiva, più capacità di analisi; meno
adempimenti formali, più attenzione alle persone; meno carta, più qualità. Una
PA moderna non è una PA “digitale” per definizione, ma una PA capace di essere
utile e concreta.
C’è, inoltre, un elemento democratico: quando un cittadino trova chiuso uno
sportello digitale o incontra un modulo incomprensibile, non perde solo tempo.
Perde fiducia. E la fiducia, una volta incrinata, non la ripara un aggiornamento
software. È un capitale sociale che va preservato e alimentato.
La transizione dal timbro al touch non è quindi soltanto una modernizzazione
tecnologica: è un impegno pubblico, una promessa che le istituzioni devono saper
mantenere. Perché un Paese competitivo e socialmente coeso si fonda su servizi
capaci di garantire diritti in modo semplice, uniforme e accessibile.
Oggi più che mai, alla pubblica amministrazione è richiesto di assumere un ruolo
guida: orientare il cambiamento, investire nelle competenze, promuovere standard
comuni e assicurare che l’innovazione sia realmente al servizio dei cittadini.
Il futuro della relazione tra Stato e individui dipenderà dalla capacità di
trasformare la digitalizzazione in un asset strutturale e non in un adempimento
formale. È una responsabilità condivisa, che coinvolge amministratori,
dirigenti, personale pubblico e decisori politici.
Solo così il passaggio al touch potrà diventare non un gesto moderno, ma un
segno concreto di fiducia, qualità e maturità istituzionale. Una scelta che
rende più forte la nostra democrazia e più vicino lo Stato a chi ogni giorno ne
esercita i diritti.
L'articolo Addio al timbro, è tempo del touch: con la digitalizzazione, la Pa si
rinnova davvero proviene da Il Fatto Quotidiano.