La Regione Lombardia nel progetto di legge di riforma del TPL, approvato la
settimana scorsa dalla maggioranza di centrodestra, continua a raccontare che il
servizio ferroviario sarebbe l’asse portante del trasporto pubblico lombardo.
Questa narrazione non regge alla prova dei fatti. Ogni giorno sui treni lombardi
— quelli con la peggiore puntualità d’Italia — viaggiano meno di 700 mila
persone. Nello stesso tempo oltre 4 milioni di cittadini si muovono con
metropolitane, tram e autobus urbani ed extraurbani. Altro che asse portante: il
cuore del TPL lombardo è il trasporto su gomma, che però viene sistematicamente
penalizzato.
Trenord, l’azienda “federalista” nata dal fallimentare matrimonio tra le FNM e
le FS che di fatto è stata solo una concentrazione monopolista di tutti i binari
lombardi è in una crisi permanente, ma nel frattempo i servizi urbani e
extraurbani su autobus sono gestiti senza innovazioni organizzative e colpiti
dal non adeguamento dei fondi trasferiti al tasso d’inflazione crescente. Nelle
città diminuiscono le frequenze — lo vediamo ogni giorno anche a Milano — mentre
nei territori extraurbani, nelle periferie, nelle valli, nella pianura e nei
servizi scolastici, le corse sono state ridotte.
Il risultato è semplice e drammatico: chi vorrebbe usare il trasporto pubblico
spesso non può più farlo ed è costretto a prendere l’auto.
Se oggi le strade che portano ai capoluoghi non sono completamente bloccate è
solo grazie allo smart working, non certo per merito delle politiche regionali
sulla mobilità sostenibile.
L’annuncio della competizione nel settore è rimasta uno slogan. Trenord gode di
un sicuro affidamento diretto decennale mentre il settore automobilistico gode
di proroghe di vecchie concessioni da 15 anni. Con queste garanzie le gestioni
aziendali continuano ad essere deresponsabilizzate. L’integrazione tariffaria,
promessa da tempo, esiste solo nei documenti ufficiali: ogni ente e ogni azienda
continua a fare per sé, senza una regia vera. Così il TPL lombardo resta
lontanissimo dalle migliori esperienze europee: Baviera, Catalogna, Canton
Zurigo.
E qui arriviamo al nodo politico vero.
A tredici anni dal fallimento della precedente riforma del TPL, la Regione
ripropone lo stesso modello, con un’aggravante: un sistema che è ricco dal punto
di vista dello “spoils system”, ma poverissimo in termini di risultati per
cittadini, studenti e pendolari. La Regione è contemporaneamente programmatore,
finanziatore e proprietaria di Trenord: un conflitto di interessi evidente che
rende impossibile qualsiasi controllo serio sulle performance del servizio.
Le cinque agenzie di bacino, che dovevano tutelare gli utenti e sanzionare i
disservizi delle aziende, hanno abdicato al loro ruolo. Non difendono i
cittadini: si limitano a fare da passacarte per il trasferimento dei fondi
regionali alle aziende, giustificando anziché perseguire i disservizi causati
dalle aziende di trasporto che colpiscono ogni giorno lavoratori e studenti.
Questa non è una riforma. È la riproposizione del modello formigoniano che ha
già fallito, mascherata da modernizzazione dove, nella nuova legge, la sicurezza
di viaggiatori ed autisti e digitalizzazione sono solo titoli.
Se il presidente della Lombardia, Attilio Fontana, davvero vuole un trasporto
pubblico efficiente, equo e competitivo, bisogna avere il coraggio di cambiare
governance, separare ruoli e rimettere al centro gli utenti, non le convenienze
politiche e neppure gli interessi di fornitori di beni e servizi.
La Regione si tiene ben salda in mano la competenza ferroviaria: Ferrovie Nord
la Holding che controlla anche l’autostrada Milano Serravalle e la Pedemontana
(il clone della Brebemi) resta la “miniera d’oro” con contributi d’investimento
e d’esercizio garantiti dal Mef, dal Mit e dalla stessa regione Lombardia. tanto
da poter spendere anche 400 milioni di euro inutilmente per i treni ad idrogeno
da Brescia alla valle Camonica (la valle è già servita da nuovi treni diesel).
L'articolo Il mito del treno ‘asse portante’ non regge: perché il trasporto
pubblico lombardo sta fallendo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Trasporti Pubblici
Il Governo taglia i fondi per il trasporto pubblico e insiste sul Ponte sullo
Stretto di Messina, nonostante la clamorosa bocciatura della Corte dei Conti.
Nel 2026 il Fondo Nazionale Trasporti varrà, infatti, il 38% in meno rispetto al
2009 con l’inflazione, mentre la legge di Bilancio 2026 toglie risorse decisive
a Metro C di Roma, M4 Milano e collegamento Afragola-Napoli. Nel frattempo, è
vero che diminuisce l’età media dei treni, ma circolano meno convogli: nel 2024
hanno viaggiato 185 treni regionali in meno rispetto al 2023. Succede a causa
delle dismissioni dei rotabili più vecchi, non compensate da acquisti
sufficienti di nuovi convogli.
IL REPORT PENDOLARIA DI LEGAMBIENTE
Sono i dati principali del nuovo rapporto Pendolaria di Legambiente, presentato
alla Stazione Termini di Roma, luogo simbolo del pendolarismo,. Nel dossier,
l’associazione sottolinea come il Ponte sullo Stretto assorba 15 miliardi di
euro per poco più di tre chilometri, mentre con un terzo di quella cifra (5,4
miliardi) si stanno realizzando 250 chilometri di tranvie in 11 città. Le linee
peggiori? Sono confermate Circumvesuviana, Salerno-Avellino, Roma-Lido e Roma
Nord-Viterbo, in quest’ultimo caso con record di 8.038 corse soppresse nei primi
dieci mesi 2025.
“COSTI DELLA MOBILITÀ SCARICATI SUI CITTADINI”
Mentre le grandi opere stradali monopolizzano il dibattito pubblico, il servizio
ferroviario quotidiano si deteriora: crescono gli impatti degli eventi meteo
estremi sui trasporti (26 solo nel 2025) e aumenta il numero di persone che non
può permettersi di muoversi. “Investire nel ferro nelle città è una scelta
necessaria sul piano ambientale, economico e sociale. Metropolitane, tranvie e
ferrovie urbane – sottolinea Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente
– migliorano la qualità della vita, riducono traffico, inquinamento e costi
sanitari e garantiscono un accesso più equo alla mobilità. Continuare a rinviare
o definanziare questi interventi, significa scaricare i costi della mobilità
sulle persone, non solo quelli economici ma anche ambientali e sanitari”.
LE RISORSE PER IL TRASPORTO PUBBLICO DIMINUISCONO
Di fatto, le risorse destinate al trasporto pubblico su ferro e gomma
diminuiscono: si è passati da 6,2 miliardi di euro nel 2009 a 4,9 miliardi nel
2020, con un lieve recupero a 5,18 miliardi nel 2024. Ma se si considera
l’inflazione, il Fondo vale oggi il 35% in meno rispetto al 2009 e, senza
interventi correttivi, nel 2026 la perdita salirà al 38%. Per tornare ai livelli
reali di spesa di oltre quindici anni fa sarebbero necessari almeno tre miliardi
in più di quanto oggi previsto. D’altro canto, la legge di Bilancio 2026 non
rafforza il Fondo e, al contrario, definanzia tre interventi cruciali per le
aree urbane a più alta domanda di mobilità: 425 milioni di euro sottratti alla
metro C di Roma (tratta Piazzale Clodio–Farnesina), lo stop al prolungamento
della M4 di Milano fino a Segrate e al collegamento ferroviario Afragola–Napoli.
SI COSTRUISCONO IN MEDIA MENO DI 3 KM DI NUOVE METRO
Negli ultimi anni, la politica infrastrutturale ha inoltre continuato a
privilegiare grandi opere stradali e autostradali, tra cui soprattutto il Ponte
sullo Stretto di Messina, ma anche la Pedemontana Veneta, la Bre.Be.Mi., la
Pedemontana Lombarda. “Questa impostazione – si racconta nel dossier – ha
drenato risorse dalle aree urbane e metropolitane, dove si concentra la domanda
di mobilità quotidiana, contribuendo a rendere marginale il tema del
finanziamento del trasporto pubblico locale. In Italia, si costruiscono in media
solo 2,85 chilometri all’anno di nuove metropolitane e 1,28 chilometri di
tranvie. Le reti metropolitane italiane si fermano complessivamente a 271,7
chilometri, contro i 680 del Regno Unito, i 657 della Germania e i 620 della
Spagna. Il confronto con il Ponte sullo Stretto è emblematico: “Con 5,4 miliardi
di euro – l’investimento complessivo previsto per realizzazione e prolungamento
di 29 linee tranviarie in 11 città italiane, pari a circa 250 chilometri di rete
– sarebbe possibile costruire un sistema di mobilità urbana efficiente,
accessibile e coerente con gli obiettivi climatici. Una cifra pari a circa un
terzo del costo del Ponte (15 miliardi di euro per soli tre chilometri), ma con
un impatto sulla vita quotidiana di milioni di persone incomparabilmente
superiore”.
IL CASO DELL’EX CIRCUMVESUVIANA
Anche quest’anno, Legambiente fa il punto sulle linee peggiori d’Italia. In
Campania, l’ex Circumvesuviana conferma il primato negativo: 13 milioni di
passeggeri persi in dieci anni, convogli senza climatizzazione, stazioni
impresenziate e un orario ancora “provvisorio”. Sempre in Campania, sulla
Salerno-Avellino-Benevento la riapertura della stazione di Avellino è rimandata
a giugno 2027. Nel Lazio, la Roma Nord-Viterbo ha registrato 8.038 corse
soppresse nei primi dieci mesi del 2025, il dato peggiore degli ultimi tre anni,
mentre la Roma-Lido continua a essere segnata da guasti frequenti. Al Nord, la
Milano-Mortara-Alessandria, utilizzata ogni giorno da circa 19mila viaggiatori,
accumula ritardi per il mancato raddoppio della linea. A questa si aggiungono le
criticità del sistema ferroviario regionale e metropolitano del Piemonte, della
Vicenza-Schio nel Nord-Est e delle Ferrovie del Sud Est. New entry del 2025 è la
Sassari-Alghero, con quattro coppie di treni soppresse e un servizio quotidiano
ancora inadeguato. “In Sicilia, infine, restano aperte ferite storiche come la
Catania-Caltagirone-Gela, interrotta dal 2011 – si legge nel dossier – e la
Palermo-Trapani via Milo, chiusa dal 2013: collegamenti ferroviari fondamentali
fermi da oltre un decennio”.
SPESA PER LA MOBILITÀ OLTRE IL 10% DEL BUDGET MENSILE
Dal 2010 al 2025 Legambiente, attraverso l’Osservatorio Città Clima, ha censito
229 eventi meteo estremi (26 di questi solo nel 2025) che hanno causato
interruzioni del servizio ferroviario: allagamenti, frane, cedimenti dei
rilevati e ondate di calore. Roma è la città più colpita, seguita da Milano e
Napoli. Il Ministero stima che entro il 2050 i danni su infrastrutture e
mobilità raggiungeranno 5 miliardi di euro l’anno, tra lo 0,33% e lo 0,55% del
Pin italiano. Senza misure di adattamento, il conto continuerà a salire. “La
carenza di trasporto pubblico sta diventando un drammatico fattore di esclusione
sociale. Quando il servizio ferroviario e urbano non è adeguatamente finanziato,
con frequenze basse e infrastrutture incomplete – spiega Roberto Scacchi,
responsabile Nazionale Mobilità di Legambiente – muoversi diventa più costoso o
addirittura impossibile per una parte crescente della popolazione”. È in questo
contesto che si afferma la mobility poverty: “Famiglie che spendono una quota
sempre più alta del reddito per spostarsi, lavoratori e studenti che rinunciano
a opportunità di lavoro, studio o cura perché il servizio non è affidabile o
accessibile. Rafforzare il trasporto pubblico su ferro è dunque una scelta di
equità e coesione sociale da accompagnare necessariamente a politiche per la
mobilità attiva e condivisa”. Secondo un report della Commissione europea, se il
peso della spesa per i trasporti supera il 6% del bilancio familiare, c’è una
situazione di vulnerabilità. In Italia la spesa media arriva al 10,8% del budget
mensile delle famiglie, ben oltre la soglia europea.
L'articolo Meloni taglia fondi al trasporto pubblico, ma il Ponte sullo Stretto
(bocciato dalla Corte dei Conti) assorbe 15 miliardi proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La nuova instant survey “La mobilità dell’altra Italia”, realizzata da Areté,
mette in luce con chiarezza una realtà spesso trascurata: nelle città italiane
di medie dimensioni l’auto resta il mezzo dominante, più per necessità che per
scelta. L’indagine, condotta su un campione rappresentativo di dieci province
sotto i 250.000 abitanti, evidenzia infatti un forte squilibrio tra trasporto
privato e offerta pubblica.
Il 67% degli intervistati utilizza abitualmente l’auto per i propri spostamenti
quotidiani, mentre solo il 12% ricorre ai mezzi pubblici e altrettanti riescono
a muoversi principalmente a piedi. La micro-mobilità, tra monopattini e
biciclette tradizionali o elettriche, si ferma complessivamente all’8%. A
determinare la scelta dell’auto è soprattutto la ricerca di rapidità (54% delle
risposte) e la percezione diffusa di un trasporto pubblico inadeguato: solo un
cittadino su tre si dichiara soddisfatto del servizio.
Interessante il dato sulle restrizioni ambientali: il 60% degli intervistati si
dice favorevole al bando dei veicoli diesel Euro 5 nei centri cittadini. A
motivare il sì sono soprattutto il miglioramento della qualità dell’aria,
l’esigenza di rispettare i parametri europei e la speranza di un traffico più
fluido nelle aree centrali. Chi è contrario teme invece costi elevati per le
famiglie e dubita dell’efficacia reale del provvedimento.
Sul fronte del futuro, emerge una cauta evoluzione: il 50% ritiene che l’auto
resterà comunque il mezzo principale, ma aumenta la fiducia nei trasporti
pubblici, indicati dal 24% come opzione preferita negli anni a venire. Segnali
di crescita arrivano anche dalla mobilità dolce: l’uso combinato di bici ed
e-bike, oggi al 5%, potrebbe quasi raddoppiare.
Secondo Massimo Ghenzer, presidente di Areté, il quadro delineato racconta
un’Italia diversa dalle grandi metropoli, dove l’auto rimane centrale per
mancanza di alternative davvero efficienti. Servizi come car sharing e car
pooling restano marginali, ma la domanda di un trasporto pubblico più affidabile
è forte: una condizione necessaria per ridurre realmente la dipendenza
dall’automobile e aprire la strada a una mobilità più equilibrata.
L'articolo Trasporto pubblico inadeguato e micro-mobilità al palo, l’auto resta
regina della provincia italiana proviene da Il Fatto Quotidiano.