Quando ero studente, nei primi anni settanta, il prof. Michele Sarà, un’autorità
in biologia marina, partecipò ad uno studio sull’impatto ambientale del ponte
sullo Stretto di Messina. Dopo una decina d’anni ne fece un altro. Assieme a lui
lavorarono molti altri professori universitari, man mano che i progetti venivano
aggiornati. Dopo un po’ i progetti invecchiavano e se ne facevano di nuovi, con
altri studi di impatto. Già allora pensavo: ma se avessero realizzato il primo
progetto, ovviamente sarebbe stato inadeguato, visto che continuano a farne di
nuovi.
Il Ponte sullo Stretto è l’emblema di come in Italia si possano consumare
risorse enormi senza avere nulla di concreto: pur non essendo mai stato
costruito, tra studi di fattibilità, progettazioni, penali e gestioni societarie
sono già stati spesi oltre 1,1 miliardi di euro di soldi pubblici. Intanto
l’opera resta sulla carta, mentre il costo totale previsto per realizzarla
supera oggi i 13,5 miliardi di euro. Il ponte non è l’unico esempio. Il Mose,
progettato decenni fa con contributi tecnici di esperti come il prof. Enrico
Marchi, stimato idraulico che lavorò alle prime fasi del progetto, è un altro
emblema dell’inefficienza italiana. Con costi reali superiori ai 6,5 miliardi di
euro, la difesa di Venezia dall’acqua alta si è trasformata in una lunga odissea
di sprechi, ritardi e critiche sulla gestione dei fondi pubblici, certo non per
colpa di Marchi, che ho avuto l’onore di conoscere.
Una volta diventato anche io professore universitario, mi sono tenuto alla larga
da queste consulenze, guardandole “da lontano”. Non c’è una percentuale standard
destinata a progettazione ma, in media, i costi si aggirano sul dieci-quindici
per cento dell’importo totale. La progettazione infinita è una gallina dalle
uova d’oro. Sembra la storia del figlio dell’avvocato, anche lui avvocato, che
eredita una causa dal padre e che, in men che non si dica, la risolve. Il padre
lo riempie di improperi: con quella causa ci abbiamo campato per anni, e tu la
risolvi?
Non è vero che per Niscemi non ci siano stati cospicui finanziamenti. Ci sono
stati eccome ma, guarda un po’, sono stati spesi quasi solo per progetti, e i
cantieri sono stati realizzati in minima parte. Appare chiaro, in quest’ottica,
che “convenga” predisporre lavori che richiedano importi enormi. Si guadagna con
la progettazione, e non si rischia che l’opera crolli o riveli gravi difetti,
visto che non viene realizzata o, come nel caso delle cattedrali nel deserto,
venga lasciata a metà o resti inutilizzata. Poi c’è la pratica del due per uno,
o, meglio, dell’”uno al prezzo di due”, di cui Berlusconi fu il massimo
artefice. Per un solo G8 realizzò due sedi, una a La Maddalena (attualmente in
totale abbandono) e una a L’Aquila (attualmente utilizzata come caserma della
Guardia di Finanza).
L’elenco delle opere pubbliche incompiute conferma sprechi e inefficienze: a
fine 2024 risultano 246 cantieri non ultimati, e ci vorrebbero circa 1,1
miliardi di euro per completarli. Di questi, 157 (il 63,8 % del totale) sono al
Sud e nelle Isole, lasciando a metà progetti strategici per quelle aree, mentre
al Centro ne restano 44, e al Nord sono 40 i cantieri aperti e non chiusi.
Questi numeri mostrano come un uso inefficiente delle risorse pubbliche si
traduca in infrastrutture “a metà” che restano incompiute o inutilizzate. In
Sicilia la casistica è proverbiale. Il viadotto Scorciavacche, tra Palermo e
Agrigento, venne aperto dopo lunghi lavori ma, pochi giorni dopo, parte della
struttura cedette, e il tratto fu immediatamente chiuso. Vogliamo parlare della
della Salerno-Reggio Calabria, oggi ribattezzata Autostrada del Mediterraneo?
Dopo decenni di infiniti lavori sono stati costruiti nuovi viadotti e gallerie
accanto o in sostituzione progressiva di quelli vecchi lungo tutto il percorso:
decenni di costruzione frammentata e risorse pubbliche spese per mantenere
contemporaneamente infrastrutture vecchie e nuove hanno prodotto sezioni dove
due viabilità parallele convivono, simbolo di sprechi, ritardi e cattiva
gestione delle risorse pubbliche.
Oltre ai problemi strutturali e di spesa delle grandi opere, la storia recente
italiana è segnata da casi di corruzione comprovata legati proprio a queste
iniziative pubbliche: tornando al Mose di Venezia, 35 persone tra imprenditori,
dirigenti e politici finirono sotto inchiesta e Giancarlo Galan patteggiò una
condanna a 2 anni e 10 mesi per corruzione derivante da tangenti sugli appalti;
casi analoghi di malaffare colpiscono anche altri settori, come la sanità
lombarda, per la quale Roberto Formigoni fu condannato in via definitiva per
corruzione nei casi San Raffaele e Maugeri, con anni di carcere e sequestro di
beni. L’eccezione che conferma la regola è il Ponte di Genova, realizzato in
tempi record e senza rubare.
Il ministro responsabile dell’opera fu il povero Danilo Toninelli. “Povero” non
perché sia morto, ma perché è il politico più deriso e bistrattato della storia
della repubblica. Da una parte fu ingenuo e affidò l’opera a un politico di
altra sponda, dall’altra però vigilò con maniacale attenzione. Un fanatico
dell’onestah. Nell’attesa che vengano votati politici onesti, la Magistratura è
l’unico argine contro il malaffare, sarà per questo che i politici che si
ispirano a Berlusconi (e al suo sodale Craxi), entrambi condannati in via
definitiva, ce l’hanno tanto con lei?
L'articolo Il Ponte sullo Stretto è l’emblema dello spreco di risorse enormi
senza avere nulla di concreto proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Ponte sullo Stretto
“Il Ponte serve ai siciliani, anzi con il Ponte, in caso di eventi disastrosi,
anche i soccorritori riuscirebbero a intervenire più velocemente, quindi non si
capisce perché i siciliani dovrebbero avere i problemi e non avere neanche il
Ponte“. Lo ha detto Matteo Salvini ai cronisti a margine dell’evento alla Camera
in ricordo di Roberto Maroni. “Noi abbiamo quasi 30 miliardi di cantieri aperti
in Sicilia – ha aggiunto il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti -cosa
facciamo: li blocchiamo? Troveremo i fondi che servono per Sicilia Calabria e
Sardegna ma senza bloccare le scuole, gli ospedali, i ponti, le gallerie, la
Tav, il tunnel del Brennero”.
L'articolo Salvini: “Il Ponte serve ai siciliani, in caso di disastri i
soccorritori riuscirebbero ad arrivare più velocemente” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Ministro Salvini, noi ce lo vediamo già il suo obiettivo di farsi una foto con
un caschetto da capo cantiere e una felpa con scritto ‘ponte’. Ma lei fa parte
di un governo dove il ministro dell’Economia ha appena annunciato uno
scostamento di bilancio per comprare altre armi. È all’interno di un governo che
pianifica di spendere 23 miliardi in armi e questi sarebbero motivi ben più
nobili per far cascare un governo, certamente più di un mojto al Papete”. Lo ha
detto Riccardo Ricciardi del Movimento 5 stelle durante il Question Time al
vicepresidente del Consiglio, Matteo Salvini, in merito alla costruzione del
Ponte sullo Stretto di Messina. In particolare, il M5s ha chiesto conto al
ministro dei Trasporti delle divergenze tra il suo ministero e quello della
Difesa, guidato da Guido Crosetto, sul valore strategico – per fini militari –
del viadotto. Salvini, infatti, ha dichiarato nei giorni scorsi che avrebbe un
valore importante, mentre per la Difesa sarebbe la prima infrastruttura a
saltare in caso di conflitto bellico.
L'articolo Ponte sullo Stretto, il M5s attacca Salvini in Aula: “Vuole solo
farsi il selfie col caschetto”. La replica: “Ce lo chiede l’Ue” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Questo ponte non s’ha da fare. Era dicembre 2022 quando, poco dopo la vittoria
con la coalizione di centrodestra alle elezioni, Matteo Salvini poneva i primi
obiettivi per il Ponte sullo Stretto di Messina, pallino che il vicepresidente
non ha mai abbandonato. “L’obiettivo è entro due anni partire con i lavori”,
diceva all’epoca. Da allora, però, di anni ne sono passati tre ma di cantieri
nemmeno l’ombra.
Il leader della Lega in questi anni non si è perso d’animo e, in una sequela di
dichiarazioni, mese dopo mese, ha continuato a promettere un imminente avvio dei
lavori.
In principio la prospettiva è quella, appunto, di partire “entro due anni”, per
poi finire nel 2032. Poi le date diventano mano a mano più specifiche.
“L’obiettivo è posare la prima pietra entro il 2024”, dice Salvini in un
incontro del 23 febbraio 2023. Data diventata ancora più specifica pochi mesi
dopo, a fine maggio 2023, quando l’apertura dei cantieri è prevista “per
l’estate 2024”: “Dopo tante chiacchiere, tante promesse, ci siamo”, rivendica
orgoglioso. Più ottimista ancora il 10 giugno 2023 quando all’evento “Forum in
masseria”, Salvini lancia spavaldo la sfida di mettere la prima pietra entro
“fine primavera 2024″. Un impegno portato poi avanti per mesi, con una data
ripetuta quasi come un mantra in diverse occasioni fino a maggio 2024:
“L’obiettivo è arrivare all’avvio dei lavori entro l’estate 2024”.
Siciliani e calabresi però assicurano di non aver visto cantieri nel 2024. Tanto
che la prospettiva del leader leghista slitta e, a fine 2024, ai giornalisti
dichiara: “La cantierizzazione è prevista a inizio 2025, prima bisogna approvare
il progetto definitivo…”. A maggio 2025, la data cambia ancora: avvio lavori
entro “l’estate 2025“. Obiettivo che Salvini ribadisce in più occasioni per
tutta la scorsa estate. Interrogato di nuovo il 27 ottobre 2025, il ministro dei
Trasporti dimostra ancora un barlume di ottimismo. “Il mio obiettivo è di
partire coi cantieri a novembre“, esclama temerario. Per chi ci sperava, però,
l’amara notizia: neanche il 2025 è l’anno giusto. “Mi sarebbe piaciuto aprire i
cantieri in questo mese di dicembre 2025 – dice mesto in un ultimo evento del 18
dicembre scorso – Evidentemente dovremo lavorare per qualche mese in più.
L’obiettivo da inverno 2025 trasla a primavera 2026“.
Per lui un’amara consolazione natalizia: il modellino del ponte regalato dalla
figlia e mostrato fiero sui social “in attesa che tu costruisca quello vero”.
Che il 2026 sia l’anno giusto?
L'articolo “Dopo tante chiacchiere ci siamo”: tutte le volte che Salvini ha
annunciato il via dei lavori per il Ponte sullo Stretto. Mai cominciati –
Videoblob proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il Governo taglia i fondi per il trasporto pubblico e insiste sul Ponte sullo
Stretto di Messina, nonostante la clamorosa bocciatura della Corte dei Conti.
Nel 2026 il Fondo Nazionale Trasporti varrà, infatti, il 38% in meno rispetto al
2009 con l’inflazione, mentre la legge di Bilancio 2026 toglie risorse decisive
a Metro C di Roma, M4 Milano e collegamento Afragola-Napoli. Nel frattempo, è
vero che diminuisce l’età media dei treni, ma circolano meno convogli: nel 2024
hanno viaggiato 185 treni regionali in meno rispetto al 2023. Succede a causa
delle dismissioni dei rotabili più vecchi, non compensate da acquisti
sufficienti di nuovi convogli.
IL REPORT PENDOLARIA DI LEGAMBIENTE
Sono i dati principali del nuovo rapporto Pendolaria di Legambiente, presentato
alla Stazione Termini di Roma, luogo simbolo del pendolarismo,. Nel dossier,
l’associazione sottolinea come il Ponte sullo Stretto assorba 15 miliardi di
euro per poco più di tre chilometri, mentre con un terzo di quella cifra (5,4
miliardi) si stanno realizzando 250 chilometri di tranvie in 11 città. Le linee
peggiori? Sono confermate Circumvesuviana, Salerno-Avellino, Roma-Lido e Roma
Nord-Viterbo, in quest’ultimo caso con record di 8.038 corse soppresse nei primi
dieci mesi 2025.
“COSTI DELLA MOBILITÀ SCARICATI SUI CITTADINI”
Mentre le grandi opere stradali monopolizzano il dibattito pubblico, il servizio
ferroviario quotidiano si deteriora: crescono gli impatti degli eventi meteo
estremi sui trasporti (26 solo nel 2025) e aumenta il numero di persone che non
può permettersi di muoversi. “Investire nel ferro nelle città è una scelta
necessaria sul piano ambientale, economico e sociale. Metropolitane, tranvie e
ferrovie urbane – sottolinea Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente
– migliorano la qualità della vita, riducono traffico, inquinamento e costi
sanitari e garantiscono un accesso più equo alla mobilità. Continuare a rinviare
o definanziare questi interventi, significa scaricare i costi della mobilità
sulle persone, non solo quelli economici ma anche ambientali e sanitari”.
LE RISORSE PER IL TRASPORTO PUBBLICO DIMINUISCONO
Di fatto, le risorse destinate al trasporto pubblico su ferro e gomma
diminuiscono: si è passati da 6,2 miliardi di euro nel 2009 a 4,9 miliardi nel
2020, con un lieve recupero a 5,18 miliardi nel 2024. Ma se si considera
l’inflazione, il Fondo vale oggi il 35% in meno rispetto al 2009 e, senza
interventi correttivi, nel 2026 la perdita salirà al 38%. Per tornare ai livelli
reali di spesa di oltre quindici anni fa sarebbero necessari almeno tre miliardi
in più di quanto oggi previsto. D’altro canto, la legge di Bilancio 2026 non
rafforza il Fondo e, al contrario, definanzia tre interventi cruciali per le
aree urbane a più alta domanda di mobilità: 425 milioni di euro sottratti alla
metro C di Roma (tratta Piazzale Clodio–Farnesina), lo stop al prolungamento
della M4 di Milano fino a Segrate e al collegamento ferroviario Afragola–Napoli.
SI COSTRUISCONO IN MEDIA MENO DI 3 KM DI NUOVE METRO
Negli ultimi anni, la politica infrastrutturale ha inoltre continuato a
privilegiare grandi opere stradali e autostradali, tra cui soprattutto il Ponte
sullo Stretto di Messina, ma anche la Pedemontana Veneta, la Bre.Be.Mi., la
Pedemontana Lombarda. “Questa impostazione – si racconta nel dossier – ha
drenato risorse dalle aree urbane e metropolitane, dove si concentra la domanda
di mobilità quotidiana, contribuendo a rendere marginale il tema del
finanziamento del trasporto pubblico locale. In Italia, si costruiscono in media
solo 2,85 chilometri all’anno di nuove metropolitane e 1,28 chilometri di
tranvie. Le reti metropolitane italiane si fermano complessivamente a 271,7
chilometri, contro i 680 del Regno Unito, i 657 della Germania e i 620 della
Spagna. Il confronto con il Ponte sullo Stretto è emblematico: “Con 5,4 miliardi
di euro – l’investimento complessivo previsto per realizzazione e prolungamento
di 29 linee tranviarie in 11 città italiane, pari a circa 250 chilometri di rete
– sarebbe possibile costruire un sistema di mobilità urbana efficiente,
accessibile e coerente con gli obiettivi climatici. Una cifra pari a circa un
terzo del costo del Ponte (15 miliardi di euro per soli tre chilometri), ma con
un impatto sulla vita quotidiana di milioni di persone incomparabilmente
superiore”.
IL CASO DELL’EX CIRCUMVESUVIANA
Anche quest’anno, Legambiente fa il punto sulle linee peggiori d’Italia. In
Campania, l’ex Circumvesuviana conferma il primato negativo: 13 milioni di
passeggeri persi in dieci anni, convogli senza climatizzazione, stazioni
impresenziate e un orario ancora “provvisorio”. Sempre in Campania, sulla
Salerno-Avellino-Benevento la riapertura della stazione di Avellino è rimandata
a giugno 2027. Nel Lazio, la Roma Nord-Viterbo ha registrato 8.038 corse
soppresse nei primi dieci mesi del 2025, il dato peggiore degli ultimi tre anni,
mentre la Roma-Lido continua a essere segnata da guasti frequenti. Al Nord, la
Milano-Mortara-Alessandria, utilizzata ogni giorno da circa 19mila viaggiatori,
accumula ritardi per il mancato raddoppio della linea. A questa si aggiungono le
criticità del sistema ferroviario regionale e metropolitano del Piemonte, della
Vicenza-Schio nel Nord-Est e delle Ferrovie del Sud Est. New entry del 2025 è la
Sassari-Alghero, con quattro coppie di treni soppresse e un servizio quotidiano
ancora inadeguato. “In Sicilia, infine, restano aperte ferite storiche come la
Catania-Caltagirone-Gela, interrotta dal 2011 – si legge nel dossier – e la
Palermo-Trapani via Milo, chiusa dal 2013: collegamenti ferroviari fondamentali
fermi da oltre un decennio”.
SPESA PER LA MOBILITÀ OLTRE IL 10% DEL BUDGET MENSILE
Dal 2010 al 2025 Legambiente, attraverso l’Osservatorio Città Clima, ha censito
229 eventi meteo estremi (26 di questi solo nel 2025) che hanno causato
interruzioni del servizio ferroviario: allagamenti, frane, cedimenti dei
rilevati e ondate di calore. Roma è la città più colpita, seguita da Milano e
Napoli. Il Ministero stima che entro il 2050 i danni su infrastrutture e
mobilità raggiungeranno 5 miliardi di euro l’anno, tra lo 0,33% e lo 0,55% del
Pin italiano. Senza misure di adattamento, il conto continuerà a salire. “La
carenza di trasporto pubblico sta diventando un drammatico fattore di esclusione
sociale. Quando il servizio ferroviario e urbano non è adeguatamente finanziato,
con frequenze basse e infrastrutture incomplete – spiega Roberto Scacchi,
responsabile Nazionale Mobilità di Legambiente – muoversi diventa più costoso o
addirittura impossibile per una parte crescente della popolazione”. È in questo
contesto che si afferma la mobility poverty: “Famiglie che spendono una quota
sempre più alta del reddito per spostarsi, lavoratori e studenti che rinunciano
a opportunità di lavoro, studio o cura perché il servizio non è affidabile o
accessibile. Rafforzare il trasporto pubblico su ferro è dunque una scelta di
equità e coesione sociale da accompagnare necessariamente a politiche per la
mobilità attiva e condivisa”. Secondo un report della Commissione europea, se il
peso della spesa per i trasporti supera il 6% del bilancio familiare, c’è una
situazione di vulnerabilità. In Italia la spesa media arriva al 10,8% del budget
mensile delle famiglie, ben oltre la soglia europea.
L'articolo Meloni taglia fondi al trasporto pubblico, ma il Ponte sullo Stretto
(bocciato dalla Corte dei Conti) assorbe 15 miliardi proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il decreto del ministero dei Trasporti che ha aggiornato la convenzione con la
società Stretto di Messina per la realizzazione del Ponte è incompatibile con le
regole europee sulla modifica dei contratti in corso di validità. Lo si legge
nelle motivazioni, depositate martedì, della sentenza con cui lo scorso 17
novembre la Corte dei conti aveva bocciato il provvedimento. Per poter “evitare
lo svolgimento di una nuova gara e far rivivere un contratto risalente a diversi
anni prima”, nello specifico al 2005, il ministero guidato da Matteo Salvini
avrebbe dovuto fornire “prova certa e rigorosa del contenimento dell’aumento di
prezzo entro il limite del 50% del valore del contratto iniziale”: invece,
scrivono i giudici contabili, la valutazione dei costi aggiuntivi in misura pari
a 787.300.000 euro è “frutto di un’attività di mera stima” e “rende possibile il
rischio di ulteriori variazioni incrementali, incidenti sul superamento della
soglia”. Peraltro, poiché le parti “già oggi conoscono quali sono le modifiche
progettuali necessarie, il rimandare il relativo computo ad un momento futuro
(…) appare un comportamento non conforme” alla norma europea, “perché ne
comporterebbe l’aggiramento“, sottolinea la sentenza.
Lo stop alla convenzione è la diretta conseguenza di quello, arrivato poche
settimane prima, alla delibera con cui il Cipess (Comitato interministeriale per
la programmazione economica e lo sviluppo) aveva approvato il progetto
definitivo dell’opera. “Non può non tenersi conto, in questa sede,
dell’inefficacia del Piano economico e finanziario in ragione della sua mancata
registrazione e delle ricadute che ciò comporta sulla validità dell’atto
aggiuntivo che ne assorbe i contenuti, modificando in coerenza la convenzione
originaria”, si legge nel provvedimento. “Poiché il decreto in esame assentisce
un accordo i cui contenuti sono conformati a un Piano che, sebbene approvato, è
inefficace non avendo superato il preventivo vaglio di legittimità di questa
Sezione, deve concludersi per la non conformità a legge anche del decreto
medesimo e disporsene la non ammissione al visto e alla conseguente
registrazione”, argomentano i giudici.
A “modificare sostanzialmente la natura del contratto”, si legge ancora, è anche
il fatto che l’opera al momento “sia completamente finanziata con fondi
pubblici“: infatti, “la possibilità riconosciuta alla concessionaria
dall’ordinamento (…) di reperire ulteriori finanziamenti sia sul mercato interno
che sui mercati internazionali, appare allo stato assolutamente ipotetica. La
raccolta sul mercato di ulteriori risorse che, essendo l’opera interamente
finanziata, non risulterebbero necessarie alla realizzazione della medesima,
appare oggi una mera ipotesi priva non solo di necessità ma, altresì, di
qualsiasi legittimazione”.
L'articolo Ponte sullo Stretto, la Corte dei Conti: “Il nuovo contratto viola le
norme Ue, rischio di aumento dei costi oltre il 50%” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Dalle misure sulla previdenza complementare all’iperammortamento alla Zes,
passando per la rimodulazione dei finanziamenti per il Ponte sullo Stretto di
Messina. Il governo ha depositato in Senato l’emendamento che aumenta di 3,5
miliardi i fondi per le imprese, come annunciato lunedì dal ministro
dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Il maxiemendamento, bollinato e accompagnato
dalla relazione tecnica, contiene diverse misure, comprese disposizioni in
materia di rimodulazione del Pnrr.
Dopo lo stop della Corte dei Conti, che allunga i tempi per l’avvio dei lavori
del Ponte sullo Stretto di Messina, gli stanziamenti per la grande opera cara a
Matteo Salvini vengono rimodulati spostando 780 milioni al 2033 “alla luce
dell’aggiornamento dell’iter amministrativo e del non perfezionamento degli
impegni relativi alle somme iscritte in bilancio nell’anno 2025 in conto residui
rinvenienti dall’anno 2024”, spiega la Relazione tecnica. L’incremento delle
risorse per il 2033 lascia “inalterato il valore complessivo delle somme
autorizzate”.
Arriva poi un contributo di 1,3 miliardi dalle assicurazioni con l’introduzione
di un meccanismo di versamento, entro il 16 novembre di ogni anno, di un acconto
pari all’85% del contributo sul premio delle assicurazioni dei veicoli e dei
natanti dovuto per l’anno precedente. “L’acconto versato in un determinato anno
può essere scomputato, a partire dal successivo mese di febbraio, dai versamenti
da eseguire nell’annualità successiva”, si legge nell’emendamento. “Rispetto al
vigente meccanismo di versamento, la previsione genera un maggior gettito
positivo derivante dalla quota del predetto contributo di spettanza erariale di
circa 1,3 miliardi di euro per il solo 2026, atteso che su tale anno si
concentreranno i versamenti previsti a legislazione vigente, oltre all’acconto
previsto dalla norma in esame”, si spiega. Dal 2027, il nuovo meccanismo
“andrebbe a regime senza generare un maggior gettito”.
Passando alle misure caldeggiate da Confindustria, l’iperammortamento previsto
dalla manovra per le imprese che investono in beni strumentali diventa triennale
come preannunciato dal viceministro all’Economia Maurizio Leo ma viene eliminata
la maggiorazione ulteriore del costo di acquisizione per gli investimenti
“green“. Sul primo fronte vengono prorogate fino al 30 settembre 2028 le
agevolazioni riguardanti gli investimenti in beni strumentali nuovi materiali e
immateriali funzionali alla trasformazione tecnologica o digitale in chiave
Transizione 4.0 e 5.0 destinati a strutture produttive in Italia, a condizione
che gli investimenti abbiano ad oggetto beni Made in Eu. Come si legge nella
relazione tecnica, gli investimenti Made in Eu effettuati nel 2026 e fino al 30
settembre 2028 sono deducibili con maggiorazioni pari al 180% del costo
d’acquisto per investimenti fino a 2,5 milioni di euro, 100% per investimenti
compresi tra 2,5 e 10 milioni di euro e 50% per investimenti compresi tra 10 e
20 milioni di euro. Per gli investimenti eccedenti i 20 milioni di euro non è
prevista alcuna maggiorazione della deducibilità delle quote di ammortamento.
L'articolo Manovra, l’emendamento del governo: 780 milioni per il Ponte slittano
al 2033. Per le imprese arriva la misura chiesta da Confindustria proviene da Il
Fatto Quotidiano.
“Il Ponte sullo Stretto ce lo chiede l’Europa”. È questa l’ultima versione
fornita dal Ministro delle infrastrutture e trasporti del governo Meloni, Matteo
Salvini. Durante il Question Time a Montecitorio siaAvs, sia il Movimento 5
Stelle hanno interrogato il ministro sull’opera che non ha avuto il via libera
dalla Corte dei Conti. “Il Ponte si farà milioni di italiani lo vogliono, lo
aspettano, lo meritano” afferma Salvini. “Io farò di tutto affinché l’Italia ce
l’abbia”. Bonelli ha contestato i costi. “Silvio Berlusconi aveva più a cuore i
conti pubblici dello Stato che lei perché Berlusconi prevedeva costi per il 60%
di privati e 40% per lo Stato. Poi è arrivato lei che ha previsto 100% per lo
Stato, tanto paga pantalone, che ci frega, pagano gli italiani? – e l’esponente
di Avs ha concluso – lei dice che andrà avanti e lo faremo anche noi, avendo
segnalato il tutto, compreso il suo operato alla Corte dei Conti Europea”.
Salvini, in risposta ai questi pentastellati afferma che “il Ponte va avanti ma”
parallelamente “vanno avanti tutte le altre opere che Sicilia, Calabria ed
Italia attendono da anni”. A Salvini, per il Movimento 5 Stelle, replica Sergio
Costa. Che elenca dieci irregolarità che riguardano il progetto del Ponte sulle
Stretto. “Ma come diamine avete fatto a fare tanti errori in un unico
provvedimento? Forse, lei e lo staff da lei nominato, quando siete stati presi
al Ministro siete stati presi con la ‘teoria Nordio’ sul sorteggio o siete stati
presi su Temu – e il vicepresidente della camera dei Deputati conclude – lei ha
firmato un contratto d’insolvenza che può portare al pagamento da parte dello
Stato” di una penale “fino a circa 1,5 miliardi di euro a favore del consorzio
che ha avuto l’appalto. Ma chi li pagherà questi soldi? I cittadini come già
accaduto per i 49 milioni che ancora devono essere restituiti?”
L'articolo Salvini: “Il Ponte ce lo chiede l’Europa”. Bonelli (Avs):
“Sciocchezza”. Costa (M5s): “Lei è un ministro preso su Temu” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
“Quando sento la parola ‘ponte’ mi fermo, guardo se c’è qualcuno della Corte dei
Conti in zona e penso di come proseguire il mio cammino”, Lo ha detto Matteo
Salvini intervenendo all’evento del Mit “Infrastruttura ventisei. L’ultimo
miglio del Pnrr” al museo Maxxi di Roma. “Io cerco di mandare avanti gli altri
visto che c’è un pregiudizio su di me. Lessi un’intervista all’ex ad di Tim che
diceva ‘il ponte si deve fare nonostante il ministro sia Salvini’.”.
L'articolo Il ministro Salvini: “Ponte sullo Stretto? Se lo sento nominare
guardo se c’è qualcuno della Corte dei Conti in giro” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Nonostante la pioggia battente la manifestazione contro il ponte sullo Stretto,
a Messina, ha avuto una grande partecipazione. “Siamo in 15.000, un record”
dicono gli organizzatori del corteo. Presente anche Elly Schlein insieme a
Angelo Bonelli. “Da Messina al corteo contro il Ponte diciamo al governo di
fermarsi su un progetto che il Pd ritiene sbagliato e dannoso sia dal punto di
vista economico, che ambientale che sociale”, ha detto Schlein spiegando anche
il parere della Corte dei Conti che ha parlato di “violazione” delle direttive
europee. “Tutte cose che devono portare il governo Meloni a fermarsi”, ha
rimarcato la segretaria dem.
L'articolo Corteo no Ponte a Messina, gli organizzatori: “Siamo 15mila”. Anche
Schlein in piazza: “Progetto sbagliato e dannoso” proviene da Il Fatto
Quotidiano.