Un possibile “super ceppo” di meningococco B è al centro delle indagini
sull’epidemia di meningite che ha colpito la contea del Kent, nel Regno Unito,
definita dagli esperti un evento “senza precedenti” per dimensioni e rapidità di
diffusione. Secondo quanto riportato da The British Medical Journal (Bmj),
l’ipotesi allo studio è che il batterio responsabile possa aver sviluppato una
maggiore capacità di trasmissione. “È un’ipotesi, ma stiamo indagando”, ha
spiegato Emma Wall, professoressa di Malattie infettive alla Queen Mary
University di Londra. In alternativa, la diffusione così rapida potrebbe essere
legata a fattori contingenti, come la trasmissione iniziale tra persone
sconosciute all’interno di una discoteca di Canterbury e le difficoltà nel
tracciamento dei contatti.
Il punto che più colpisce gli esperti è proprio la velocità del contagio che ha
provocato due morti. Le epidemie di meningite di tipo A, ad esempio, possono
coinvolgere migliaia di casi soprattutto nell’area del Sahel, ma la meningite
batterica di tipo B (MenB) non aveva mai provocato un’ondata di questa portata
in tempi così brevi. In passato, come ricorda lo studio citato dal BMJ, focolai
di MenB nel Regno Unito si erano verificati, ma con numeri limitati o
distribuiti su periodi molto più lunghi. A sottolineare l’anomalia è anche Robin
May, responsabile scientifico dell’Agenzia britannica per la sicurezza sanitaria
(Ukhsa), secondo cui ciò che rende il caso “particolarmente notevole e
inaspettato” è l’elevato numero di infezioni riconducibili a quello che appare
come un singolo evento iniziale. Le possibili spiegazioni, ha osservato, sono
due: comportamenti individuali che hanno favorito il contagio oppure
un’evoluzione del batterio che lo rende più efficiente nella trasmissione.
Sulla stessa linea Andrew Preston, professore all’Università di Bath, che
evidenzia come un cambiamento improvviso nel quadro epidemiologico possa
indicare una modifica nel microrganismo. Un precedente, ricorda, si è già
verificato proprio nel Kent durante la pandemia di Covid-19, quando un picco di
contagi fu attribuito alla comparsa della variante Alfa del virus Sars-CoV-2. Al
momento, tuttavia, non ci sono conferme definitive. Le analisi preliminari
dell’Ukhsa indicano che il ceppo responsabile dell’epidemia è simile a quelli
circolanti nel Regno Unito negli ultimi cinque anni, ma saranno necessari
approfondimenti per chiarire se si tratti di una variante più trasmissibile o se
la diffusione sia dovuta esclusivamente a dinamiche sociali e ambientali.
L’indagine resta quindi aperta, con gli esperti impegnati a capire se si sia di
fronte a un’evoluzione del batterio o a una combinazione di fattori che ha reso
possibile un’epidemia finora mai osservata per la meningite di tipo B.
Lo studio su Bmj
L'articolo L’ipotesi del “super ceppo” per la meningite B in Gran Breatgna:
epidemia senza precedenti sotto la lente degli scienziati proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Gran Bretagna
“Un focolaio senza precedenti, difficile da prevedere e ancora non del tutto
sotto controllo”. È con queste parole che le autorità sanitarie britanniche
descrivono l’ondata di meningite che ha colpito il sud dell’Regno Unito,
concentrata nella contea del Kent. I casi sono saliti a 27, rispetto ai 20
inizialmente registrati, e coinvolgono due università e quattro scuole
superiori. Il focolaio è riconducibile al meningococco B, un batterio che si
trasmette attraverso il contatto ravvicinato, e che può provocare forme gravi di
infezione. A perdere la vita sono stati due giovani studenti, uno di 21 anni e
una ragazza di 18.
L’origine dei contagi è stata individuata nella città di Canterbury, dove
diversi ragazzi avrebbero contratto l’infezione dopo aver frequentato il Club
Chemistry, indicato come uno dei principali luoghi di diffusione. Da lì, il
contagio si è esteso rapidamente tra ambienti scolastici e universitari, fino a
far scattare l’allerta sanitaria nazionale.
Le autorità hanno attivato misure straordinarie: tutti i medici del servizio
sanitario NHS sono ora tenuti a segnalare immediatamente eventuali sintomi
sospetti. Una procedura non ordinaria, già utilizzata in passato per altri
focolai infettivi, che punta a individuare tempestivamente nuovi casi.
Il ministro della Sanità Wes Streeting si è recato personalmente a Canterbury
per rassicurare la popolazione, invitando chiunque abbia frequentato il locale o
sia stato esposto al rischio a sottoporsi a terapia antibiotica preventiva e
alla vaccinazione. La campagna vaccinale è stata estesa agli studenti delle
università coinvolte — la Kent University e la Canterbury Christ Church
University — e agli ultimi anni delle scuole superiori interessate.
Nonostante la risposta rapida del sistema sanitario, resta l’incertezza
sull’evoluzione del focolaio. “È molto difficile sapere quale direzione
prenderanno i contagi”, ha spiegato il responsabile scientifico dell’agenzia
sanitaria britannica, sottolineando come si tratti di un evento “insolito” per
dimensioni e diffusione. Tra le possibili cause, anche una minore esposizione ai
batteri durante gli anni della pandemia, che potrebbe aver ridotto la naturale
immunità tra i più giovani.
Intanto nei campus del Kent sono tornate le mascherine e si registrano lunghe
file per i vaccini, mentre il sistema sanitario viene osservato con attenzione
per testarne la capacità di risposta. Una sfida che riporta alla memoria le
difficoltà vissute durante l’emergenza Covid, ma che oggi si gioca soprattutto
sulla prevenzione e sulla rapidità di intervento.
L'articolo “Un focolaio senza precedenti, difficile da prevedere e ancora non
del tutto sotto controllo”, cresce l’allarme in Gran Bretagna per la meningite B
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Winston Churchill la chiamava la “special relationship” e se gli inglesi ci
hanno sempre creduto, la maggior parte degli americani pare non abbia la minima
idea di cosa significhi. Il rapporto “speciale” tra Stati Uniti e Regno Unito,
però, non ha mai raggiunto un punto così basso come quello attuale. Almeno da
quando, 250 anni fa, furono deposte le armi e la Guerra di Indipendenza sancì la
liberazione del Mondo Nuovo dall’ingerenza della corona britannica.
Da settimane, ormai, il primo ministro Keir Starmer sta raccogliendo appellativi
sempre meno lusinghieri dal presidente Donald Trump, che l’anno scorso gli
regalava l’accordo sui dazi più vantaggioso di tutti, mentre oggi glielo
rinfaccia, pentito. Ma la postura dei britannici sul conflitto iraniano ha
eretto un muro tra i due Paesi che sono separati dall’Oceano Atlantico e da una
visione geopolitica sempre più antitetica. Il Regno Unito continua a rimanere
fermo sul sostegno all’Ucraina, dove gli americani paiono “distratti” e di fatto
ha bollato come “illegale” la guerra all’Iran con Israele e alla quale gli
inglesi non vogliono partecipare, almeno in maniera diretta. “La storia ci ha
insegnato che quando prendiamo decisioni di questo tipo – ha detto Starmer – è
importante accertarci che l’operato del Regno Unito abbia una base giuridica”.
La relazione speciale tra i due Paesi è sempre stata saldata dalla lingua
comune, dagli interessi condivisi come quelli militari, l’intelligence e quelli
commerciali; assi rafforzati e liberati dall’uscita del Regno Unito dall’Unione
europea con la Brexit. Eppure, a Downing Street, le conseguenze del sostegno che
il governo Blair assicurò agli amici americani nella guerra all’Iraq del 2003
sono ancora un monito da non sottovalutare. Starmer è sempre stato considerato
il delfino del leader del New Labour, Tony Blair, ma l’ala sinistra del suo
partito sommata al suo approccio più pragmatico che ideologico, e ai sondaggi
che lo vedono in caduta libera, hanno avuto l’inevitabile effetto di allontanare
Londra da Washington. Qui, oggi, nessuno ha intenzione di partire lancia in
resta verso quel conflitto che, tra l’altro, rischia di allentare l’attenzione
sull’Ucraina. Starmer, tra i promotori della Coalizione dei Volenterosi, ha
ricevuto Volodymyr Zelensky, alla presenza del segretario generale della Nato,
Mark Rutte, per assicurare un nuovo impegno economico e militare nei confronti
del Paese. “Credo sia davvero importante chiarire che l’attenzione deve rimanere
concentrata sull’Ucraina”, la rassicurazione riservata al presidente ucraino. E
ancora: “Putin non può essere colui che trae vantaggio da un conflitto in Iran,
che si tratti dei prezzi del petrolio o della revoca delle sanzioni”.
Resta chiaro chi sono gli amici e i nemici e che Trump, questa volta, non potrà
contare sul suo alleato storico che gli ha voltato le spalle. “Io qui non vedo
alcun Churchill”, era già sbottato la prima volta che Starmer, il 3 marzo
scorso, chiarì la sua posizione negandogli l’uso delle basi britanniche Diego
Garcia, alle Chagos Islands, nell’Oceano Indiano. L’unica richiesta accolta
dagli inglesi fu quella di permettere agli Stati Uniti di utilizzare le basi
militari britanniche per attacchi “difensivi” contro siti missilistici iraniani.
Keir Starmer è rimasto fermo sul punto che il Regno Unito “non crede nel cambio
di regime imposto dall’alto” e che le lezioni della guerra in Iraq sono ancora
chiare e non vanno trascurate.
Eppure, qualcosa si muove: Il Regno Unito sta comunque inviando nel Mediterraneo
orientale il cacciatorpediniere HMS Dragon insieme ad elicotteri Wildcat,
specializzati nell’abbattimento dei droni, mossa partita a seguito degli
attacchi subiti dalla base della RAF di Akrotiri a Cipro. La HMS Dragon è
equipaggiata con missili Sea Viper in grado di abbattere i droni, con un costo
di circa 1 milione di sterline a colpo.
Ma la narrativa di Trump continua ad infierire sull’ormai ex amico speciale. In
piedi nello Studio Ovale, martedì il presidente americano ha indicato il busto
del primo ministro ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, rimarcando ancora una
volta che “Sir Keir non è Churchill” e per condire la critica ha aggiunto
considerazioni polemiche sulle politiche del governo laburista in materia di
immigrazione, giudicate fallimentari, e di energia green, in particolare contro
l’eolico che, con le sue turbine, “uccide gli uccelli”. Su Truth ha poi scritto
a caratteri cubitali: “Non abbiamo bisogno di nessuno”. E mentre incontrava la
stampa, riferendosi ancora a Starmer, ha detto: “Non è stato di aiuto e credo
che sia un grosso errore”. Perchè gli inglesi, in fondo, sono una cosa diversa.
Sir Keir ha sempre dimostrato di saper dialogare con Trump. Un anno fa, in piena
tempesta sui dazi, ha usato la sua arma segreta tirando fuori dal taschino
l’invito del re per la seconda (eccezionale) visita di Stato a Windsor che ha
portato Trump a sciogliersi davanti alla famiglia reale, lo scorso settembre. Ma
anche re Carlo III, alla fine, è una spina nel fianco. Come già accaduto in
passato, martedì ha accolto Zelensky a corte perché è un alleato da sostenere.
Le foto di rito e la stretta di mano sono le stesse del 2025, quando lo invitò
per un tè a Sandringham, dopo l’aggressione perpetrata da Trump e andata in
mondovisione dallo Studio Ovale, a Washington. Il prossimo aprile, Carlo e
Camilla hanno in programma una visita di Stato a New York e Washington, in
occasione dei 250 anni dall’indipendenza americana. Date le circostanze e le
tensioni diplomatiche tra i due Paesi, sono in molti a ritenere che il viaggio
dovrebbe essere rimandato.
Tra l’altro, portare il fratello di Andrea Mountbatten-Windsor negli Stati Uniti
in piena tempesta Epstein Files potrebbe generare tensioni e incidenti
diplomatici a un sovrano che, da tempo, viene accolto da proteste e cartelli che
chiedono verità su ciò che la corona sapeva sulla relazione tra l’ex principe e
il predatore sessuale americano. Due ottime ragioni, quindi, per non fare
partire il re. Ma la monarchia e il suo fascino hanno sempre rappresentato
l’arma segreta degli inglesi, anche quando le cose andavano male. Elisabetta II
incontrò Ronald Reagan quando Margaret Thatcher inviò la sua task force navale
alle isole Falkland per respingere l’invasione argentina, scontrandosi contro il
parere dell’alleato americano. Il soft power della monarchia è rimasto l’ultimo
colpo in canna per riavvicinare Trump?
L'articolo Scontro Starmer-Trump, i rapporti tra Usa e Gran Bretagna sono ai
minimi storici: la ‘carta re Carlo’ per ricucire (o peggiorare) lo strappo)
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Due giovani morti, diversi ricoveri e un’intera comunità accademica sotto
osservazione. Il focolaio di meningite acuta che ha colpito il Kent, nel sud
dell’Inghilterra, è stato definito “senza precedenti” dal ministro della Sanità
britannico Wes Streeting. Ma, al netto della gravità dei casi, gli esperti
invitano a leggere i dati con attenzione e senza allarmismi. Ad oggi si contano
15 casi nell’area di Canterbury, di cui quattro confermati di meningite B
(MenB), con diversi giovani ricoverati in ospedale. Le vittime sono una
studentessa di 13 anni della Queen Elizabeth’s Grammar School di Faversham e uno
studente dell’Università del Kent. Le autorità sanitarie hanno attivato un
tracciamento su larga scala, contattando circa 30mila persone tra studenti,
personale scolastico e familiari. L’università ha sospeso esami ed eventi,
mentre nel campus sono state distribuite terapie preventive — antibiotici — e
dispositivi di protezione.
COS’È LA MENINGITE B
La meningite B è una forma grave di infezione causata dal batterio Neisseria
meningitidis. Colpisce le meningi, le membrane che rivestono cervello e midollo
spinale, e può evolvere rapidamente in sepsi. È una malattia rara ma
potenzialmente fulminante: in alcuni casi può portare a gravi complicazioni o
alla morte nel giro di poche ore, soprattutto nei soggetti più vulnerabili come
neonati e adolescenti. Secondo gli esperti, tra cui il microbiologo Andrew
Preston dell’Università di Bath, ciò che rende il caso britannico “insolito” è
la concentrazione di più casi in un’area ristretta e in un breve arco temporale,
in particolare tra giovani che condividono ambienti come scuole e università. La
trasmissione avviene per via respiratoria, attraverso contatti ravvicinati e
prolungati — ad esempio in dormitori, aule o contesti sociali affollati. Non si
tratta però di un virus altamente contagioso come quelli influenzali o il Covid:
serve una prossimità significativa.
LA PROTEZIONE DEL VACCINO
Il Regno Unito ha introdotto la vaccinazione di routine contro la meningite B
nel 2015. Questo significa che molti degli attuali studenti universitari – più
grandi – non sono coperti dalla vaccinazione. Per questo il governo ha deciso di
offrire dosi mirate agli studenti dell’Università del Kent e sta valutando un
ampliamento dei criteri di accesso. Il vaccino, già disponibile anche
privatamente, è considerato lo strumento più efficace di prevenzione. Sul caso è
intervenuto anche l’infettivologo Matteo Bassetti, che ha sottolineato la
necessità di rafforzare la prevenzione: “Bisogna fare di più dal punto di vista
della prevenzione, anche in Italia”.
Nel nostro Paese la vaccinazione contro il meningococco B è già prevista per i
nuovi nati, mentre per adolescenti e adulti la copertura può essere meno
uniforme, a seconda delle regioni. Nonostante i numeri e il forte impatto
mediatico, gli esperti ribadiscono che non si è di fronte a una pandemia né a
una diffusione incontrollata. I sistemi sanitari sono attrezzati per gestire
questi focolai attraverso tracciamento, profilassi antibiotica e vaccinazioni
mirate.
L'articolo Meningite B, focolaio nel Regno Unito: due giovani morti e 15 casi
confermati. Scattano vaccini e profilassi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si chiama Bruin, all’anagrafe Sh Ch Vanitonia Soloist, ed è un Clumber Spaniel
di quattro anni: è sttao lui il protagonista assoluto del Crufts 2026, la più
prestigiosa esposizione canina del Regno Unito. Guidato dal suo padrone Lee Cox,
Bruin ha conquistato il pubblico dell’arena gremita di Birmingham con il suo
portamento elegante, il suo temperamento impeccabile ma, sopratutto, il suo
“sguardo un po’ così”. Per la razza Clumber Spaniel si tratta di un successo
storico: l’ultima vittoria al Crufts risaliva infatti al 1991, dato che rende
questo trionfo ancora più significativo.
Insieme al celebre show di New York, il Westminster Kennel Club Dog Show, questo
evento rappresenta uno degli appuntamenti più importanti al mondo per gli
appassionati di cinofilia. Non a caso si svolge proprio in Gran Bretagna, una
delle culle storiche dell’allevamento e della selezione delle razze canine. Lo
scorso anno, a brillare sul ring del Crufts, era stato il levriero Miuccia, una
vittoria che ha portato in alto il prestigio della cinofilia italiana.
CRUFTS, DOVE NASCE IL “RE DEI CANI”
Il Crufts non è una semplice esposizione canina: è considerata da molti la più
grande e prestigiosa manifestazione dedicata ai cani al mondo. Organizzata dal
Kennel Club, l’evento si svolge ogni anno al National Exhibition Centre (NEC) di
Birmingham e richiama allevatori e appassionati di tutto il mondo. La storia del
Crufts inizia nel 1891, quando l’imprenditore britannico Charles Cruft decise di
creare una grande esposizione dedicata ai cani di razza. Da allora la
manifestazione è cresciuta fino a diventare un appuntamento simbolo della
cinofilia internazionale, capace di attirare decine di migliaia di visitatori e
migliaia di partecipanti ogni anno.
Per quattro giorni, il NEC di Birmingham si trasforma in una vera e propria
capitale mondiale dei cani. Oltre ai tradizionali giudizi di razza, il programma
include competizioni spettacolari come agility, prove di obbedienza, flyball e
performance coreografate tra cani e proprietari. L’edizione 2026 non ha fatto
eccezione per quanto riguarda lo spettacolo: oltre 18.600 cani provenienti dal
Regno Unito e da numerosi altri Paesi si sono sfidati nelle diverse categorie.
Ma alla fine, solo uno può conquistare il titolo più ambito: Best in Show, il
riconoscimento che incorona il miglior cane dell’intera manifestazione.
CLUMBER SPANIEL: LA RIVINCITA DI UNA RAZZA RARA
Oltre alla sua prestazione individuale, la vittoria di Bruin attira anche
l’attenzione sulla sua razza. Il Clumber Spaniel è considerato una razza
britannica vulnerabile dal Kennel Club, con meno di 300 cuccioli registrati ogni
anno. Oggi è una razza fortemente diffusa in Gran Bretagna. Nato in Francia e
introdotto nel Regno Unito dal Duca di Newcastle, il Clumber Spaniel si
distingue per il suo carattere equilibrato, il fiuto eccezionale e quel celebre
“sguardo un po’ così” che, insieme alla struttura proporzionata e alla buona
ossatura, ne evidenzia forza e dignità. Dopo oltre trent’anni dall’ultima
vittoria di un esemplare di questa razza al Crufts, Bruin ha riportato sotto i
riflettori un cane poco comune, segno che eleganza e fierezza possono
conquistare anche il palcoscenico più prestigioso della cinofilia mondiale.
L'articolo Il cane Bruin conquista il Crufts 2026: chi è il Clumber Spaniel
dallo “sguardo un po’ così” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Jose Alejandro Zamora Yrala è stato condannato a 4 anni e 8 mesi di carcere per
frode. I fatti risalgono a un periodo che va dal 2019 al 2023, durante il quale
l’ex dj vendeva alle compagnie aeree pezzi contraffatti, tra cui alcune parti
dei motori. Secondo quanto riportato da Sky News, il valore della truffa ammonta
a quasi 7 milioni di sterline. Yrala, proprietario dell’azienda Aog Technics,
avrebbe assemblato parti meccaniche degli aerei nel garage di casa sua, nella
regione inglese del Surrey, rivendendole alle compagnie con certificati di
sicurezza falsi. La frode ha costretto moltissime compagnie a bloccare i propri
aerei sulle piste d’atterraggio, provocando ritardi e disagi ai viaggiatori. I
danni causati alle compagnie ammontano a circa 39 milioni di dollari. Sempre
secondo Sky News, tra le aziende colpite dalla frode di Yrala ci sarebbero
Ethiopian Airlines e American Airlines, anche se quest’ultima ha dichiarato di
non aver acquistato pezzi direttamente da Aog Technics. L’azienda dell’ex dj ha
fatturato 6.9 milioni di sterline grazie alla vendita di circa 60 mila
componenti per motori.
IL METODO DI YRALA
Zamora Yrala avrebbe utilizzato un metodo fai da te, creando certificati falsi
tramite il suo pc. L’uomo falsificava le note di spedizione per far credere che
la società avesse acquistato gli articoli direttamente dai produttori. La
maggior parte delle componenti meccaniche era destinata ai motori Cfm56, in
dotazione agli aerei commerciali e uno dei più diffusi nel settore.
Ironia della sorte, la grande frode è emersa grazie a un piccolo dettaglio: un
bullone. L’oggetto fornito dalla Aog alla compagnia aerea portoghese Tap si è
rivelato non adatto al motore. Il produttore delle apparecchiature aereonautiche
ha sottoposto a verifica il certificato spedito insieme al prodotto da Yrala,
scoprendo la truffa e avvisando le autorità.
INDAGINI ANCORA APERTE
A dicembre 2025, Yrala si è dichiarato colpevole di frode e ha ammesso di aver
truffato centinaia di clienti, oltre ad aver falsificato i documenti allegati ai
motori venduti. Le indagini, però, non sono concluse. Nel libro paga della Aog
risultavano solo l’ex dj, la moglie, il fratello e la tata della famiglia. I
clienti hanno sottoposto all’attenzione delle autorità diverse email inviate da
mittenti i cui nomi differiscono da quelli inseriti nel libro paga. Le firme,
infatti, recitano “Michael Smith” e “Johnny Rico”, due figure non appartenenti
alla Aog Technics. Yrala è stato citato in giudizio con la sua società nel 2023
da Cfm International, Ge Aerospace e Sarfan. Secondo la sentenza dei giudici,
l’uomo ha messo in pericolo la vita di migliaia di viaggiatori in tutto il
mondo.
> ✈️???????? UK AVIATION FRAUD UPDATE:
>
> Jose Alejandro Zamora Yrala, director of UK-based aircraft parts trader AOG
> Technics, has been sentenced to 4 years and 8 months in prison for a £39.3
> million global aircraft engine parts fraud, in which over 60,000 mostly CFM56
> engine parts were… pic.twitter.com/biGJNbO94u
>
> — Crown Intelligence Group (@crownintelgroup) February 23, 2026
L'articolo “Ha messo in pericolo la vita di migliaia di viaggiatori vendendo
alle compagnie aeree pezzi dei motori contraffatti”: ex dj condannato a 4 anni e
8 mesi proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Svuotato ed esaurito”. Le condizioni di re Carlo III stanno destando molta
preoccupazione a Palazzo e purtroppo la luce in fondo al tunnel sembra ancora
lontana. L’arresto di Andrea Mountbatten-Windsor e le ipotesi di reato mosse nei
suoi confronti oggi sono anche al centro del dibattito del parlamento britannico
che mai prima d’ora aveva osato esprimere commenti pubblici sui reali, ma che
oggi valuta la pubblicazione dei documenti legati alla nomina di Andrea a
inviato per il commercio e gli investimenti per conto del governo, tra il 2001 e
il 2011.
Il sovrano da tempo cerca di fare buon viso a cattivo gioco, mostrandosi
sorridente e disponibile a mantenere tutti gli impegni presi prima che la tegola
degli Epstein Files si scaraventasse sulla sua famiglia mettendo a rischio il
suo stesso regno.
William e Kate sarebbero “molto preoccupati” per lo stato di salute del sovrano
che, a differenza della nuora, non si è mai detto guarito dal tumore che lo ha
colpito due anni fa. L’unica buona notizia legata al suo stato di salute è stata
quella diramata lo scorso dicembre ed in base alla quale i trattamenti a cui
viene sottoposto dal 2024 sarebbero stati ridotti. Era stato il re in prima
persona a diffondere l’aggiornamento attraverso un video registrato in occasione
della giornata dedicata alla campagna Stand Up To Cancer e trasmesso in tv su
Channel 4.
Nessuno da allora ha mai parlato di “remissione” del tumore, ma sicuramente di
miglioramenti legati agli effetti positivi delle cure, sì.
Fatte queste premesse, le condizioni di salute di Carlo III adesso preoccupano
anche sul piano dell’equilibrio mentale e dell’affaticamento di dover affrontare
questo pessimo momento per la corona che, insieme al suo male, creano un mix
molto pericoloso.
Alcune fonti anonime contattate dai tabloid avrebbero parlato chiaramente delle
paure dei principi del Galles: “È una situazione terribile e sono molto
preoccupati per la salute del re e per l’impatto che questo avrà su di lui. È
esausto e la cosa lo sta logorando.”
A margine della serata di gala per i Bafta Awards a Londra, William ha dato voce
al suo stato d’animo spiegando di non aver visto il film Hamnet perchè “Devo
essere in uno stato d’animo tranquillo, e in questo momento non lo sono”. Una
ammissione rara per una famiglia abituata al silenzio, all’insegna del motto
“Never complain, never explain”, mai lamentarsi mai dare spiegazioni.
Ma la posta in gioco oggi è troppo alta per fingere che tutto sia sotto
controllo e andare avanti come se niente fosse.
“WILLIAM È FRUSTRATO”
Il castello dei Windsor è “in fiamme” e il futuro della monarchia è messo in
discussione come mai prima d’ora. “Ovviamente William non è tranquillo e avrebbe
parlato a nome di entrambi”, ha spiegato la fonte sentita dal Daily Mail
riferendosi al fronte comune attuato da tempo da padre e figlio, dal re e dal
suo erede.
“William è frustrato perché probabilmente questo problema continuerà a pesare
sulle sue spalle anche quando diventerà re – ha anche aggiunto – Sono sicuro che
il principe e la principessa del Galles non vedono l’ora di dire qualcosa
pubblicamente per prendere le distanze, ma devono essere cauti a causa delle
indagini della polizia”.
William e Catherine sarebbero anche ben consci del fatto che questo scandalo
“non scomparirà in fretta”. “È un pasticcio lasciato da Andrew e dalla defunta
regina e, sebbene Sua Maestà abbia il pieno controllo della situazione, William
è frustrato”.
Non sarebbero state casuali, dunque le parole del principe del Galles durante la
sua prima uscita ufficiale dopo l’arresto dello zio. Niente oggi può essere
lasciato al caso e tutto deve essere fatto con l’obiettivo di salvare la corona
ed il futuro dei Windsor.
L'articolo “Re Carlo è svuotato ed esaurito, William e Kate sono molto
preoccupati per le sue condizioni di salute. Lo scandalo di Andrea è una
situazione terribile, lo sta logorando”: i retroscena proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il terremoto provocato dallo scandalo degli Epstein files continua a scuotere il
Regno Unito. Gli agenti di Scotland Yard hanno arrestato Peter Mandelson, ex
eminenza grigia del New Labour di Tony Blair, ex ministro e ambasciatore
britannico negli Stati Uniti. Le manette sono scattate nell’ambito dell’indagine
penale sulle informazioni e i documenti governativi riservati condivisi, quando
era ministro, col defunto faccendiere pedofilo americano Jeffrey Epstein.
L’accusa è di “cattiva condotta nell’esercizio della sua funzione pubblica”.
Il suo arresto arriva quattro giorni dopo quello dell’ex principe Andrea, per
sospetti del tutti analoghi. In una nota citata da Sky News, la polizia ha
riferito che un uomo di 72 anni è stato fermato a un indirizzo nel quartiere
londinese di Camden e condotto in una stazione di polizia per essere
interrogato. L’arresto segue l’esecuzione di mandati di perquisizione in due
proprietà nelle aree di Wiltshire e Camden. Mandelson, in precedenza, ha sempre
respinto ogni accusa di illecito.
Mandelson, mentre ricopriva la carica di ambasciatore britannico negli Stati
Uniti, era stato licenziato a settembre per i suoi presunti legami con Jeffrey
Epstein, accusato nel 2019 di sfruttamento sessuale di decine di minorenni e
morto poi suicida in carcere alcune settimane dopo. Il politico britannico è
stato per anni uno dei volti simbolo del partito laburista, oltre ad aver
ricoperto le cariche di ministro e commissario europeo. Le mail incriminanti
risalirebbero al periodo in cui Mandelson ricopriva le cariche di ministro delle
Imprese e di vice primo ministro di fatto nel governo di Gordon Brown. Dopo le
pressioni di Downing Street l’ex ministro e ambasciatore si è dimesso pochi
giorni fa dalla Camera dei Lord.
Mandelson è stato rimosso dal suo incarico diplomatico a settembre dopo la
pubblicazione di e-mail che mostravano come avesse mantenuto un rapporto di
amicizia con Epstein anche dopo la condanna del finanziere nel 2008 per reati
sessuali che coinvolgevano una minorenne. Quando ulteriori dettagli sono emersi
in documenti resi pubblici dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti il
mese scorso, la polizia ha aperto un’indagine penale.
L'articolo Scandalo Epstein, arrestato l’ex ministro britannico Peter Mandelson:
“Condivise documenti governativi riservati” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il principe William e re Carlo hanno avuto un’accesa discussione. A rivelarlo è
stato Russel Myers, Royal Editor del Mirror, nella sua nuova biografia “William
and Catherine: The intimate inside story”. Il libro, che sarà pubblicato il
prossimo 26 febbraio, ripercorre dettagli inediti sul rapporto tra il principe e
la principessa del Galles. Ma non solo. Tra gli eventi finora rimasti segreti
c’è anche un’accesa discussione avvenuta nel 2019 tra papà Carlo (all’epoca non
ancora re) e il figlio William.
Quest’ultimo chiese al padre di bandire il principe Andrea a seguito
dell’intervista rilasciata a Bbc Newsnight in cui parlò della stretta relazione
con Jeffrey Epstein. In quell’occasione lo zio non si scusò per il legame con
Epstein né riconobbe che le ragazze furono vittime di abusi sessuali. William
definì l’allora duca di York come “una macchia per la famiglia” e, per questo
motivo, chiese di estrometterlo dalla famiglia. All’epoca, come raccontato da
Myers, Carlo “ha rimesso al suo posto” William. A ottobre 2025, a distanza di 6
anni dallo scontro tra padre e figlio, re Carlo ha deciso di privare Andrea dei
titoli e delle onorificenze reali.
Nel libro, il Royal Editor del Mirror ha ripercorso l’intervista di Andrea alla
Bbc scrivendo: “L’intervista fu un disastro non solo per l’allora duca, la cui
reputazione era a pezzi, ma per la monarchia in generale. Improvvisamente il
palazzo si ritrovò coinvolto in una vera e propria sparatoria, con interrogativi
sempre più profondi sulla sua rilevanza nel mondo moderno, persino sulla sua
sopravvivenza. In seguito, William parlò con suo padre per implorare lui e la
regina di agire immediatamente, temendo non solo la reazione negativa
dell’opinione pubblica, ma anche per il suo stesso futuro”.
LA LITE TRA CARLO E WILLIAM
Le parole di Andrea toccarono profondamente William, che chiese al padre e alla
nonna-regina Elisabetta II di esiliare lo zio. A riguardo, Myers ha scritto: “La
decisione di Carlo di riportare il fratello in seno alla famiglia era una
questione con cui William era fondamentalmente in disaccordo, a tal punto da
sfidare direttamente il padre”.
Nel libro si legge un ulteriore dettaglio sull’atteggiamento del principe di
Galles: “Una fonte di palazzo vicina a William ha dichiarato: ‘Il principe di
Galles era irremovibile sul fatto che l’intera vicenda non sarebbe mai finita e,
nonostante ciò che altri potrebbero aver pensato, non c’era assolutamente alcun
vantaggio nel fatto che Andrea fosse protetto’. La sua opinione era chiarissima:
lo zio non avrebbe dovuto avvicinarsi alla famiglia in nessuna circostanza, né
per associazione, né alle cerimonie familiari, né in nessun luogo. Ogni volta
che c’era una nuova rivelazione, di cui nessuno sapeva quando sarebbe arrivata o
quale sarebbe stata la successiva, era una macchia per tutta la famiglia”.
L'articolo “Re Carlo e William ai ferri corti. Il principe del Galles ha chiesto
al padre e alla regina Elisabetta di esiliare lo zio Andrea per Epstein”: la
rivelazione del Mirror proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo avere creato problemi a Buckingham Palace e messo in serie difficoltà il
premier Keir Starmer – attaccato ai Comuni per aver promosso “persone legate a
pedofili” – lo scandalo Jeffrey Epstein fa adesso tremare l’intero establishment
britannico. Mentre la ministra della Giustizia americana Pam Bondi viene mesa
sotto torchio in Congresso (dove i democratici l’accusano di aver insabbiato i
documenti di Epstein per proteggere Donald Trump e l’amministrazione) in Gran
Bretagna prende piede il sospetto di un fantomatico rapporto sessuale a tre che
avrebbe coinvolto Epstein, la sua complice Ghislaine Maxwell e un ex (o futuro)
primo ministro britannico di cui non si fa il nome.
L’indiscrezione esplosiva sarebbe contenuta nei documenti sul pedofilo non
ancora resi pubblici o pienamente svelati e accreditata da Andrew Lownie, già
autore di una biografia non autorizzata sull’ex principe Andrea. Sull’identità
del presunto ex primo ministro coinvolto regna per ora il buio. “Non è Winston
Churchill“, ha detto sarcasticamente l’autore. Nelle carte su Epstein sono
citati a più riprese, seppure senza evidenze note di illeciti, vari ex capi di
governo del Regno come il laburista Tony Blair o il conservatore David Cameron.
È poi risaputo che Ghislaine Maxwell frequentò l’università di Oxford negli anni
in cui vi studiavano sia Cameron sia Boris Johnson.
Sui nomi contenuti nelle carte non si placa la polemica neanche in Francia e
negli Stati Uniti. Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot si è
dichiarato infatti “sconvolto” e “personalmente indignato” per le rivelazioni in
merito al coinvolgimento del diplomatico francese Fabrice Aidan. Negli States,
la ministra Bondi in Congresso ha difeso a spada tratta il suo operato e Trump.
Ma le sue parole sono cadute nel vuoto, limitando solo a causare scintille con i
democratici della commissione giustizia della Camera davanti alle vittime del
pedofilo, indignate per come il Dipartimento di Giustizia ha gestito la
pubblicazione dei file, ovvero – hanno più volte denunciato – “proteggendo i
potenti e esponendo i loro nomi”.
“Sono profondamente dispiaciuta per quello che le vittime, tutte le vittime,
hanno dovuto affrontare a causa del mostro” di Epstein, ha detto Bondi
rifiutandosi però di guardare negli occhi le vittime e scusarsi con loro per
come i file sono stati gestiti. Sotto un fuoco di fila incrociato di accuse, la
ministra della Giustizia ha cercato di difendersi con parole che sono apparse,
secondo gli osservatori, più rivolte alla Casa Bianca che alle vittime. Trump e
il suo staff sono infatti irritati da come il Dipartimento di Giustizia e Bondi
hanno affrontato il caso Epstein, esponendo la ministra a critiche e mettendo in
bilico il suo posto. Consapevole dei rischi di essere silurata, Bondi si è
presentata alla Camera con un piglio combattivo. Trump “è il presidente più
trasparente della storia. Non ci sono prove che abbia commesso alcun crimine”,
ha ribadito a più riprese respingendo gli attacchi della deputata democratica
Pramila Jayapal.
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rapporto a tre) proviene da Il Fatto Quotidiano.