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Fleet management e sostenibilità: la strategia di SafeFleet per ridurre le emissioni delle flotte
Il panorama della mobilità aziendale attraversa una fase di profonda mutazione, mossa dalla necessità di coniugare l’efficienza dei trasporti con la tutela dell’ambiente. Le direttive europee e gli accordi internazionali sul clima impongono alle organizzazioni una revisione dei modelli di gestione. La contrazione delle emissioni di gas serra non appare più come un’opzione facoltativa, ma agisce come un imperativo per le imprese che mirano alla resilienza. In un contesto dove il settore della logistica incide sulla carbon footprint globale, l’adozione di sistemi evoluti per il controllo e l’ottimizzazione diventa la base della responsabilità d’impresa. L’integrazione di tecnologie digitali favorisce la transizione verso un modello economico a basse emissioni, dove ogni chilometro percorso riceve una valutazione oggettiva in termini di impatto ecologico. LA TRANSIZIONE ECOLOGICA NELLA LOGISTICA MODERNA Il percorso verso una logistica a ridotto impatto richiede un approccio analitico e basato sulla precisione dei dati. Le organizzazioni affrontano sfide complesse, quali l’incremento dei costi energetici e la pressione normativa riguardante le zone urbane a traffico limitato. L’efficienza energetica dei parchi veicoli si pone come il principale obiettivo per ogni fleet manager. L’inserimento di pratiche ecologiche nei processi aziendali non si esaurisce con l’acquisto di mezzi elettrici o ibridi, ma coinvolge l’intero ciclo di vita degli asset e le modalità di impiego quotidiano dei medesimi. Il monitoraggio costante dei parametri di consumo è il punto di partenza per l’identificazione degli sprechi. Una pianificazione poco accurata dei tragitti o una manutenzione tardiva provocano un innalzamento dei livelli di inquinamento atmosferico. La consapevolezza circa l’impatto di ogni singolo viaggio spinge le direzioni aziendali verso l’impiego di strumenti capaci di tradurre la complessità operativa in informazioni fruibili. La trasparenza dei dati agevola la creazione di report di sostenibilità accurati, richiesti con frequenza da investitori e portatori di interesse. La gestione razionale dei flussi, mediata da software dedicati, promuove una cultura del risparmio che abbraccia ogni livello dell’organizzazione. La citata strategia analitica elimina le congetture e pone le basi per una governance climatica solida. L’IMPATTO DELLA TELEMATICA SULL’EFFICIENZA ENERGETICA L’impiego di sistemi di localizzazione satellitare e sensori IoT ha rivoluzionato la movimentazione delle merci e del personale. La capacità di rilevare in tempo reale la posizione e lo stato di ogni veicolo favorisce una pianificazione dinamica dei carichi e dei tragitti. Attraverso l’elaborazione di grandi volumi di informazioni, i sistemi individuano le inefficienze strutturali che portano a chilometraggi superflui. Il controllo satellitare agisce su più fronti: da un lato, ottimizza la distribuzione dei compiti tra i conducenti, con la conseguente diminuzione dei tempi di percorrenza a vuoto. Dall’altro, facilita il controllo dei tempi di sosta a motore acceso, pratica nota come idling, che incide in modo negativo sul bilancio ecologico della flotta. L’abbattimento di pochi minuti di sosta inutile per ogni mezzo produce, su base annuale, una forte riduzione delle tonnellate di CO2 rilasciate nell’atmosfera. L’impiego della telematica avanzata favorisce un utilizzo consapevole delle risorse, abbassa i costi fissi e migliora il profilo green della società. L’analisi predittiva dei flussi di traffico aiuta a evitare le congestioni stradali, con un ulteriore beneficio per il fabbisogno di carburante e per lo stress meccanico dei veicoli. L’automazione della raccolta dati solleva i gestori da compiti manuali e aumenta l’affidabilità delle misurazioni. SAFEFLEET: TECNOLOGIA E INNOVAZIONE AL SERVIZIO DELLA SOSTENIBILITÀ Il panorama delle soluzioni digitali trova un punto di riferimento nell’approccio metodologico di attori specializzati. Grazie alle soluzioni di SafeFleet, le aziende possono monitorare e ridurre l’impatto ambientale dei propri parchi veicoli attraverso l’analisi granulare delle prestazioni. L’integrazione di hardware sofisticati e piattaforme intuitive facilita il controllo di ogni parametro operativo, dalla velocità media ai regimi di rotazione del motore. La piattaforma citata agisce come un catalizzatore per il cambiamento, trasforma la gestione della flotta in un processo trasparente e orientato alla minimizzazione degli sprechi. L’adozione di suddetti strumenti tecnologici agevola il raggiungimento dei target fissati dai protocolli di sostenibilità aziendale. L’analisi predittiva e la reportistica dettagliata facilitano la comprensione dei flussi energetici, in modo che i responsabili possano intervenire con precisione laddove si riscontrino anomalie. L’efficacia della strategia di SafeFleet risiede nella capacità di coniugare le esigenze di profitto con la salvaguardia dell’ecosistema, a dimostrazione del fatto che l’innovazione digitale è il motore della transizione ecologica nel comparto dei trasporti. A ciò si aggiunge il fatto che l’impiego del medesimo sistema favorisce il rispetto delle normative vigenti e agevola la rendicontazione dei parametri ESG richiesti dalle autorità di controllo. ANALISI DEI DATI DI GUIDA E COMPORTAMENTO DEL CONDUCENTE Un fattore spesso sottostimato nella gestione delle emissioni riguarda lo stile di guida degli operatori. Il comportamento al volante ha un riflesso diretto e incide fino al 25% del consumo complessivo di carburante. Accelerazioni repentine, frenate brusche e velocità non uniformi causano un incremento del fabbisogno energetico del mezzo. I sistemi di ecodriving integrati nelle moderne piattaforme di gestione profilano la condotta di guida in modo oggettivo. Attraverso la lettura dei dati provenienti dalla centralina del veicolo, i gestori ottengono un quadro fedele delle abitudini dei conducenti. L’introduzione di programmi di formazione basati su detti rilievi favorisce l’acquisizione di tecniche di guida fluida e sicura. La sensibilizzazione del personale verso una conduzione più attenta produce benefici immediati per la riduzione dei gas di scarico e per il contenimento dell’usura di pneumatici e freni. La cultura della sostenibilità permea l’identità dell’impresa, con il coinvolgimento di ogni collaboratore nel processo di decarbonizzazione. L’adozione di sistemi di incentivazione legati ai risultati di risparmio energetico promuove un miglioramento continuo delle performance ambientali del personale viaggiante. La formazione continua e il feedback costante trasformano l’operatore in un alleato della strategia ecologica aziendale. OTTIMIZZAZIONE DEI PERCORSI E MANUTENZIONE PREVENTIVA La pianificazione intelligente degli itinerari è una leva strategica per la contrazione delle emissioni inquinanti. L’impiego di algoritmi evoluti considera variabili quali il traffico, le condizioni meteo e le caratteristiche della rete stradale per definire la rotta più efficiente. Evitare percorsi tortuosi riduce lo stress meccanico del mezzo e il tempo trascorso sulla strada, con una limitazione della produzione di particolato. La dinamicità della pianificazione agevola la risposta rapida a imprevisti stradali e mantiene l’efficienza complessiva del servizio logistico aziendale. Allo stesso tempo, la manutenzione preventiva agisce sulla salute del parco veicoli. Un mezzo in condizioni non ottimali, con filtri intasati o pressione degli pneumatici errata, consuma una quantità superiore di energia. I sistemi telematici segnalano con tempestività la necessità di interventi tecnici, con la conseguenza che si evita l’insorgere di guasti i quali comporterebbero riparazioni costose e un peggioramento delle prestazioni ambientali. La regolarità degli interventi manutentivi aiuta il mantenimento dell’efficienza termodinamica del motore e porta la flotta a operare sempre nei parametri di omologazione più ecologici. Al contempo la longevità degli asset, favorita da una cura costante, riduce la necessità di frequenti sostituzioni dei veicoli, con un impatto positivo sull’intero ciclo di vita dei prodotti. IL RUOLO DEI CRITERI ESG NELLA REPUTAZIONE AZIENDALE Le aziende guardano con attenzione ai criteri ESG (Environmental, Social, and Governance) come bussola per le decisioni d’investimento. La sostenibilità della flotta contribuisce al punteggio ambientale di un’organizzazione e ha un effetto sulla percezione del brand da parte di clienti e partner. La progressiva introduzione di veicoli a trazione elettrica richiede una gestione ancor più accurata dei dati, a favore dell’ottimizzazione delle sessioni di ricarica e dell’autonomia delle batterie. La rendicontazione non finanziaria diventa un documento essenziale per attestare l’impegno concreto verso la neutralità climatica. L’evoluzione tecnologica abilita l’integrazione di sistemi intelligenti, capaci di dialogare con le infrastrutture cittadine per una mobilità fluida. L’obiettivo risiede nella creazione di un sistema di trasporti circolare, dove ogni risorsa trova il massimo impiego con il minimo scarto. La digitalizzazione della logistica non è un semplice miglioramento tecnico, ma la precondizione per la sopravvivenza economica in un’epoca di scarsità di risorse. La scelta di strumenti all’avanguardia definisce la visione di un’impresa pronta ad affrontare le complessità future con responsabilità. La trasparenza nei confronti dei consumatori finali rafforza il legame di fiducia e consolida la posizione di mercato della società nel lungo periodo. L’impegno per l’ambiente si traduce in un valore patrimoniale tangibile e duraturo. VERSO L’ELETTRIFICAZIONE E LA MOBILITÀ MULTIMODALE Il futuro della gestione delle flotte punta verso l’abbandono dei combustibili fossili in favore di soluzioni a zero emissioni. La transizione ai veicoli elettrici richiede, però, una pianificazione complessa delle infrastrutture di ricarica e un’analisi dei cicli di lavoro. La telematica supporta la valutazione della fattibilità di detto passaggio, attraverso il monitoraggio dei chilometraggi medi giornalieri e l’individuazione dei tempi di sosta utili per il rifornimento energetico. La scelta del mezzo elettrico risulta efficace solo se inserita in una cornice di logistica ottimizzata e controllata. La mobilità multimodale è un’ulteriore frontiera per la riduzione dell’impatto ambientale complessivo. L’integrazione di diverse forme di trasporto, dalla ferrovia alla logistica dell’ultimo miglio con mezzi leggeri, delinea un sistema di movimentazione agile. L’evoluzione dei servizi di gestione flotta accompagna le imprese in questo percorso di innovazione e pone la tecnologia al servizio della collettività. La capacità di adattamento alle nuove tecnologie determina il successo della strategia green aziendale. La flessibilità operativa diventa necessaria per gestire l’incertezza dei mercati energetici globali. ANALISI PREDITTIVA E INTELLIGENZA ARTIFICIALE PER IL CLIMA L’applicazione di algoritmi di intelligenza artificiale ai dati di flotta apre scenari di efficienza inediti per il settore. L’analisi predittiva riconosce i pattern di traffico e le condizioni ambientali che influenzano in maniera negativa i consumi energetici. La suddetta ottimizzazione dei percorsi in tempo reale limita l’esposizione dei veicoli a situazioni di marcia inefficiente. La capacità di elaborare milioni di informazioni al secondo favorisce una gestione dinamica e flessibile della logistica urbana moderna. L’adozione di soluzioni intelligenti dà modo di anticipare le necessità del mercato senza un incremento della pressione sull’ecosistema. L’equilibrio tra domanda di trasporto e offerta di servizi avviene in modo armonico e riduce gli attriti operativi. La tecnologia digitale si afferma come lo strumento valido per superare le sfide poste dai cambiamenti climatici. L’impresa moderna investe in software e competenze per favorire un progresso che non comprometta le risorse delle generazioni future. La scelta di partner competenti nella gestione dei dati diventa il fattore determinante per il successo di ogni iniziativa di sostenibilità. La trasformazione ecologica poggia sulla solidità di algoritmi capaci di guidare l’azione umana verso l’efficienza assoluta. L'articolo Fleet management e sostenibilità: la strategia di SafeFleet per ridurre le emissioni delle flotte proviene da Il Fatto Quotidiano.
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A febbraio ancora segno positivo per il mercato delle due ruote. Soffre l’elettrico – i dati Ancma
A febbraio il mercato delle due ruote prosegue la tendenza positiva, già registrata a inizio anno. Segno più per tutti i segmenti: moto, scooter e ciclomotori, secondo i dati Ancma, Associazione nazionale Ciclo Motociclo Accessori. Tuttavia l’Ancma mostra cautela sulla ripresa: “Lo scorso anno era stato infatti caratterizzato da un calo delle vendite legato agli effetti del fine serie Euro 5 che aveva condizionato in modo significativo le immatricolazioni” e aggiunge che dal punto di vista statistico, “gennaio e febbraio rappresentano insieme appena il 13% del mercato complessivo annuo, una quota ancora limitata per delineare tendenze consolidate”. Moto e scooter risultano sempre più centrali nella mobilità urbana, secondo i dati del Focus2R, pubblicati il mese scorso, “che evidenziano una lenta ma costante crescita dell’attenzione dei Comuni verso le due ruote”. Febbraio chiude con un parziale di +10,20% e 24.768 unità vendute. L’Ancma aggiunge che “le moto crescono dell’11,58% e targano 10.593 mezzi; gli scooter registrano un incremento dell’8,79% e mettono sul mercato 13.322 veicoli; infine, i ciclomotori, che guadagnano 15,90 punti percentuali e fanno registrare 853 unità”. Nei primi due mesi del 2026, il mercato cresce dell’8,5% con un totale di 44.064 unità. Sono le moto a registrare il maggior incremento con un +13,59% e 18.694 veicoli immatricolati. Secondo posto sul podio per gli scooter, che guadagnano 4,03 punti percentuali e targano 23.723 mezzi. La medaglia di bronzo, invece, viene conquistata dai “cinquantini” che registrano un +24,68% e immettono sul mercato 1.647 unità. Il mercato dell’elettrico, invece, soffre e resta “in attesa della riapertura del portale per la registrazione degli incentivi Ecobonus previsti per l’anno 2026”. Il mercato perde 50,87 punti percentuali a febbraio (281 unità registrate) e 27,99 punti percentuali nel primo bimestre (615 unità). Negativo anche il mercato dei quadricicli che registra un -14,75% e 2.266 unità registrate, “ma con andamenti di segno opposto per i termici (+216,04% e 1.005 unità) e gli elettrici (-46,11% e 1.261 unità)”. L'articolo A febbraio ancora segno positivo per il mercato delle due ruote. Soffre l’elettrico – i dati Ancma proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Stellantis crolla in Borsa: il pesce grosso mangia il piccolo. Di nuovo
Vi ricordate di quando in Italia c’erano tante case automobilistiche indipendenti? Autobianchi, Abarth, Alfa Romeo, eccetera. Piano, piano, sono state tutte assorbite dal gruppo Fiat. Come si dice, “il pesce grosso mangia il piccolo” e non era solo una tendenza italiana; succedeva ovunque in Europa e nel mondo. Ma, alla fine, anche i pesci grossi dell’industria automobilistica si sono accorti che da soli non potevano sopravvivere. A furia di fusioni, anche la Fiat è scomparsa come società indipendente nel 2021, incorporata nel gruppo Stellantis. Ma le cose continuano ad evolversi e il crollo in borsa di Stellantis di questi giorni ha fatto molto rumore. E non è solo un’oscillazione momentanea: da quando è stata creata, Stellantis è calata dall’8,1% della produzione globale al 6.1% in 2025. È tuttora al quarto posto fra i produttori mondiali, ma se continua così rischia di sparire o essere fagocitata a sua volta. Cosa sta succedendo? Le interpretazioni si sprecano: colpa dei Verdi, dei Comunisti cinesi, di Greta Thunberg, di Klaus Schwab, degli Gnomi di Zurigo, o di quelli che mettevano il grafene nei vaccini per ammazzarci tutti. Al momento, l’ipotesi più gettonata sembra essere che è colpa delle macchine elettriche. Si dice che c’è stato troppo entusiasmo verso i veicoli elettrici, e ora invece si è scoperto che non le compra nessuno. Quindi, i proponenti sono rimasti, come si suol dire, con la batteria in mano. Non so come la vedete voi, ma io non ci credo molto. Non mi risulta che l’industria europea fosse così tanto entusiastica nei riguardi delle auto elettriche. Vi ricordate cosa ne diceva Marchionne, l’amministratore delegato della Fiat? Non ne voleva sapere, e non era il solo nell’industria. Per non parlare del fatto che improvvisamente si sarebbero accorti che le auto elettriche “la gente non le vuole.” Ma cosa si aspettavano dopo due anni di propaganda negativa massiccia su tutti i media? Avete visto per caso un annuncio di Stellantis che diceva “Le nostre auto elettriche non prendono fuoco. È una balla!”? Se erano tanto fogati per le auto elettriche, avrebbero dovuto fare qualcosa del genere. Mi sa, invece, che stiamo vedendo la continuazione di cose che stanno accadendo da tempo: il pesce grosso mangia il piccolo. Oggi, l’industria cinese è il pesce grosso mentre quella europea è quello piccolo. Ma come mai l’Europa si ritrova a fare da sardina di fronte alla balenottera cinese? Ne ho già parlato un po’ in un post precedente dove raccontavo perché mi sono comprato un’auto elettrica cinese. Qui, vediamo di entrare più nei dettagli. Il problema principale dell’industria automobilistica europea (e non solo) è che l’Europa non ha più risorse energetiche fossili proprie e nemmeno grandi risorse minerali. La conseguenza è che se vogliamo produrre automobili, o qualunque altra cosa, dobbiamo importare sia l’energia che le materie prime. Questo è uno svantaggio nella competizione con chi usa risorse proprie. I cinesi, invece, sono già indipendenti per molte risorse minerali (per esempio, le famose terre rare). Allo stesso tempo stanno installando energia rinnovabile a un ritmo forsennato. È una scelta strategica e commerciale intelligente: usando veicoli elettrici la Cina non sarà più ricattabile da un embargo petrolifero e sarà anche al riparo dalle oscillazioni dei prezzi. Per non parlare dei fattori di scala e del capitale umano: la Cina genera ogni anno un numero di laureati in materie scientifiche più di tre volte superiore a quello dell’Europa. Oggi, la Cina produce oggi quasi il 40% dei veicoli passeggeri nel mondo. Di questi, oltre il 50% sono veicoli elettrici, principalmente elettrici puri, in parte ibridi plug-in. La Cina domina il mercato mondiale dell’auto, e non solo quello. E lo dominerà sempre di più imponendo la trazione elettrica a livello globale. E ora? Beh, molta gente qui da noi sembra aver capito le cose al contrario, sostenendo seriamente che per sopravvivere dovremmo tornare indietro ai veicoli termici. Sarebbe un po’ come voler resuscitare l’Autobianchi, fagocitata dalla Fiat nel 1968. Vi ricordate la “bianchina” di Fantozzi? Che nostalgia quella 500 con le pinne posteriori! Forse non è ancora completamente chiaro che l’industria europea non può più competere con quella cinese, ma di sicuro non lo potrà fare rifugiandosi in tecnologie obsolete. Più ragionevolmente, dovremmo tener conto di quello che diceva il filosofo cinese Laozi (quello del “Tao Te Ching”): “Chi si adatta vince, chi rimane rigido, perde”. Ci dobbiamo adattare. Ci adatteremo. L'articolo Stellantis crolla in Borsa: il pesce grosso mangia il piccolo. Di nuovo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Le auto cinesi entrano negli Stati Uniti di Trump? Il problema è il quando, non il se
di Carblogger Le auto cinesi entrano negli Stati Uniti di Trump? Il problema è il quando, non il se, come insegna la storia. I tempi potrebbero essere lunghi come inaspettatamente brevi, perché oggi molto, non tutto, dipende da un presidente degli Stati Uniti che ha sostituito i valori di democrazia e diritto con quelli di soldi e uso della forza. Scrivo molto e non tutto pour cause: dare semaforo verde alla vendita di auto cinesi significherebbe per i Repubblicani al potere scontrarsi nell’anno del Midterm con l’elettorato di alcuni stati chiave come il Michigan, quartier generale delle tre big di Detroit. Ma vale il rischio la montagna di investimenti che i cinesi sarebbero pronti a fare, quasi a qualsiasi prezzo, per entrare su questo mercato, considerando i loro problemi di sovraproduzione e crescita insieme agli obiettivi imperiali del Partito? I segnali per l’auto cinese negli Usa sono almeno un paio. Il primo è il tipo di accordo raggiunto dalla Casa Bianca per tenere in attività il social cinese TikTok, che tanto ha aiutato la campagna elettorale vincente di Trump. C’è stato un trasloco a una nuova società, la TikTok USDS, necessario dopo il bando della piattaforma – con l’accusa di spionaggio – voluto dall’amministrazione Biden. Bando ora eluso da Trump, d’intesa con Pechino: nella joint venture, il proprietario cinese ByteDance scende al 20% (anzi al 19,9% per rispettare la legge federale) passando il controllo a un consorzio di investitori statunitensi e internazionali, con Oracle e MGX (fondo di Abu Dhabi) al 15% e il resto in altre mani “sicure”. Non sembra cruciale che il ceo di TikTok sieda nel nuovo cda, né che il ceo della nuova società abbia gestito funzioni vitali nella precedente gestione. Dirimente è la separazione operativa sancita nell’intesa: i dati degli utenti americani di TikTok USDS finiranno in un cloud di Oracle, l’algoritmo sarà rifatto in casa e non più controllato dalla casa madre cinese del social, che rimane comunque proprietaria della tecnologia. L’accordo su TikTok – per non sapere né leggere né scrivere – potrebbe diventare il cavallo di Troia dell’auto cinese per entrare nel mercato statunitense. Dopo essere stata bandita – almeno ufficialmente – per gli stessi motivi della piattaforma social: i dati raccolti sulle strade americane da software e hardware delle auto connesse made in China metterebbero a rischio la sicurezza del Paese. La separazione tecnologica applicata a TikTok, con la conservazione dei dati su server nazionali e non più leggibili altrove, potrebbe spianare la strada al bando automobilistico. Un primo passo. Il secondo l’ha fatto a sorpresa Trump parlando poche settimane fa a Detroit: “Lasciate che i cinesi entrino in gioco”, ha detto il presidente, invitando questi costruttori ad aprire fabbriche negli Stati Uniti e ad assumere lavoratori americani quali condizioni ineludibili. S’intende, con i vincoli tecnologici di cui sopra e a caro prezzo, stabilito dal solo Trump. Anche perché già irato contro il Canada di Mark Carney, uno che gli risponde per le rime geopoliticamente parlando, pronto a importare auto cinesi. L’offerta a Pechino di Trump non sarà piaciuta alle big di Detroit, che hanno già chinato la testa ai suoi dazi rimettendoci miliardi di dollari tra prezzi in aumento e revisioni di piani industriali e gamma prodotti. Ma è piaciuta a Pechino e dintorni, leggendo quanto ha dichiarato al Ces di Las Vegas un dirigente di Geely parlando con il sito di Autoline: “La grande domanda per noi è quando e dove andremo negli Stati Uniti. Credo che faremo un annuncio in merito nei prossimi 24-36 mesi”. @carblogger_it L'articolo Le auto cinesi entrano negli Stati Uniti di Trump? Il problema è il quando, non il se proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Perché nel 2026 il full hybrid potrebbe diventare il tipo di motorizzazione preferito sul mercato europeo
di Carblogger Ibrido o full hybrid? Non è la stessa cosa, come da spiegazione continua agli amici per i quali ibrido significa – tutto al più – che non è un’auto elettrica. Il full hybrid è di meno o di più dell’ibrido. Ma se sbircio dentro la palla di vetro, giusto per partecipare al gioco di fine anno, vedo che nel 2026 potrebbe diventare il tipo di motorizzazione preferito sul mercato europeo. La carica è partita, per qualcuno sarà il momento di ridefinire un po’ l’identità (vendo di tutto, ma mi si nota di più se mi caratterizzo sul full o no?). E aiuterà non poco la fine annunciata del bando dei motori termici dal 2035. Smetto quando voglio. Ibrido o full hybrid? Ibrido è mild, invenzione di chi ha voluto risparmiare sui costi di produzione facendo affari sul mercato. Ibrido è full, invenzione di chi ha voluto perdere per anni un sacco di soldi con un investimento sul futuro, ripagati con la conquista della leadership mondiale e con l’emulazione dei rivali. Ibrido è plug-in, invenzione di chi ha voluto attraversare la transizione all’elettrico con la speranza di ridurre i tempi e soprattutto le multe da sforamento per CO2. Ibrido oggi è anche Super, invenzione di chi ha voluto allungare l’autonomia potendo permettersi di aggiungere, meglio di altri, a costi molto bassi. Il full hybrid è un sistema ormai maturo che permette di andare in modalità elettrica in città per molto più di tre quarti del tempo (al contrario del mild), dopo averci insegnato a guidare con piede felpato per evitare di fare entrare troppo presto il motore termico. In più, ricarica automaticamente la piccola batteria elettrica (al contrario del plug-in), senza bisogno di fermarsi. Toyota (con Lexus) vende quasi tutto full hybrid (e ne vedremo delle belle con l’ultima arrivata, la Aygo Cross, unica full di segmento A, city car alla Pandina per intenderci). Renault segue con circa la metà delle sue vendite, MG, marchio non più inglese ma cinese pur mantenendone l’aura nella conoscenza delle persone, ha dichiarato di essere arrivato al 50%, e poi chi più chi meno fra Honda, Hyundai, Kia, Nissan, Dacia, Ford e Suzuki. Ibrido o full hybrid? I cinesi, per i quali il mild non esiste, nemmeno se la fanno la domanda. I dazi europei aggiuntivi sulle elettriche made in China li hanno portati a studiare la storia, scoprendo che da noi c’è sempre una Maginot da aggirare. Omoda e Jaecoo, marchi del gruppo Chery, corrono sul full hybrid dopo essere partiti, come gli altri conterranei, con plug-in ed elettriche (più qualche termica). Dongfeng ha già un modello e se il colosso Byd sembra stranamente indeciso sui tempi di un suo full, Leapmotor, Changan, Great Wall, Geely si stanno preparando. Marchi da piccoli numeri per adesso, ma chi avrebbe creduto, fino a poco tempo fa, all’ascesa verticale di MG con le sue 300mila unità complessive vendute in Europa nel 2025? Ibrido o full hybrid? Il punto interrogativo resta solo per Stellantis e Volkswagen. Il primo gruppo ha da poco un full hybrid sulla nuova Jeep Cherokee, lasciata però al solo mercato nordamericano. A domanda, non risponde sul quando disporrà di full in Europa. Il secondo gruppo farà esordire il full (se non sbaglio, suo in collaborazione con il socio storico cinese Saic, cioè MG) sulla nuova T-Roc e poi sulla Golf, due modelli simbolo, però nell’ultimo trimestre del 2026. Non a valanga come gli orientali, ma è un segno che i due grandi gruppi con base in Europa stiano cambiando passo. Insomma, chi il full hybrid non ce l’ha ancora, lo farà arrivare a breve, chi ce l’ha lo venderà ancora più alla grande. Anche se non so più se il sistema aiuterà le persone al passaggio all’elettrico puro, come una sorta di educazione sentimentale, o se sarà adesso come a sette e mezzo, prendo e sto. La bizzarria del fenomeno è che il full hybrid esiste da tanto tempo. Era il 1° febbraio 1994 quando in Toyota si riunì per la prima volta la squadra G21 di dieci persone guidate da Takeshi Uchiyamada, con missione da samurai: o lo fate rapidamente o venite cacciati subito. E Prius fu (14 ottobre 1997). Aveva ragione Charles Baudelaire, quando scriveva che per reggere il fardello del tempo, bisogna essere pieni di alcol, o di poesia, o di virtù. Della terza ne è piena l’antica idea motoristica di Uchiyamada. Buon 2026 a tutti voi, lettrici e lettori (ma sì, con o senza Hev). @carblogger_it L'articolo Perché nel 2026 il full hybrid potrebbe diventare il tipo di motorizzazione preferito sul mercato europeo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Mamdani presta giuramento come sindaco di New York sul Corano del nonno e su quello di Schomburg
Zohran Mamdani ha fatto la storia prestando giuramento come primo sindaco musulmano di New York City poco dopo la mezzanotte, utilizzando il Corano del nonno e un altro appartenuto ad Arturo Schomburg, celebre scrittore e storico afroamericano che ha contribuito all’Harlem Renaissance. La scelta dei testi, resa nota dall’ufficio di Mamdani, sottolinea la ricchezza di fedi, razze ed etnie che caratterizza la Grande Mela e che ha portato alla storica vittoria Mamdani. Il primo giuramento si è svolto in forma privata presso l’ex stazione della metropolitana City Hall a Manhattan, uno dei simboli storici del sistema di trasporto sotterraneo della città, noto per i suoi archi piastrellati e i soffitti a volta. La procuratrice generale Letitia James, alleata politica di Mamdani e nota avversaria dell’ex presidente Donald Trump, ha amministrato il giuramento. Secondo il sindaco eletto, la scelta della stazione riflette il suo impegno verso i lavoratori che ogni giorno mantengono in funzione la città. È prevista, venerdì 2 gennaio, una seconda cerimonia pubblica sui gradini del municipio, con la partecipazione del senatore Bernie Sanders, uno dei modelli politici di Mamdani. La deputata Alexandria Ocasio-Cortez terrà il discorso inaugurale, e lungo un tratto di Broadway che conduce al municipio si terrà una festa di quartiere con musica, spettacoli e momenti interreligiosi. L’ufficio del sindaco eletto prevede la presenza di migliaia di persone, in quella che sarà la celebrazione ufficiale del passaggio di consegne. Per questa seconda cerimonia, Mamdani utilizzerà nuovamente il Corano del nonno e un altro appartenuto alla nonna. A poche ore dall’insediamento, Mamdani ha anche nominato come consulente legale principale Ramzi Kassem, avvocato e attivista con lunga esperienza in difesa dei diritti civili e dell’immigrazione. Kassem, già coinvolto nella difesa legale di studenti palestinesi e attivo in organizzazioni no-profit come Creating Law Enforcement Accountability and Responsibility (Clear), porterà la sua esperienza nell’ambito legale e delle politiche di giustizia sociale al nuovo governo municipale. L'articolo Mamdani presta giuramento come sindaco di New York sul Corano del nonno e su quello di Schomburg proviene da Il Fatto Quotidiano.
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