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Le auto cinesi entrano negli Stati Uniti di Trump? Il problema è il quando, non il se
di Carblogger Le auto cinesi entrano negli Stati Uniti di Trump? Il problema è il quando, non il se, come insegna la storia. I tempi potrebbero essere lunghi come inaspettatamente brevi, perché oggi molto, non tutto, dipende da un presidente degli Stati Uniti che ha sostituito i valori di democrazia e diritto con quelli di soldi e uso della forza. Scrivo molto e non tutto pour cause: dare semaforo verde alla vendita di auto cinesi significherebbe per i Repubblicani al potere scontrarsi nell’anno del Midterm con l’elettorato di alcuni stati chiave come il Michigan, quartier generale delle tre big di Detroit. Ma vale il rischio la montagna di investimenti che i cinesi sarebbero pronti a fare, quasi a qualsiasi prezzo, per entrare su questo mercato, considerando i loro problemi di sovraproduzione e crescita insieme agli obiettivi imperiali del Partito? I segnali per l’auto cinese negli Usa sono almeno un paio. Il primo è il tipo di accordo raggiunto dalla Casa Bianca per tenere in attività il social cinese TikTok, che tanto ha aiutato la campagna elettorale vincente di Trump. C’è stato un trasloco a una nuova società, la TikTok USDS, necessario dopo il bando della piattaforma – con l’accusa di spionaggio – voluto dall’amministrazione Biden. Bando ora eluso da Trump, d’intesa con Pechino: nella joint venture, il proprietario cinese ByteDance scende al 20% (anzi al 19,9% per rispettare la legge federale) passando il controllo a un consorzio di investitori statunitensi e internazionali, con Oracle e MGX (fondo di Abu Dhabi) al 15% e il resto in altre mani “sicure”. Non sembra cruciale che il ceo di TikTok sieda nel nuovo cda, né che il ceo della nuova società abbia gestito funzioni vitali nella precedente gestione. Dirimente è la separazione operativa sancita nell’intesa: i dati degli utenti americani di TikTok USDS finiranno in un cloud di Oracle, l’algoritmo sarà rifatto in casa e non più controllato dalla casa madre cinese del social, che rimane comunque proprietaria della tecnologia. L’accordo su TikTok – per non sapere né leggere né scrivere – potrebbe diventare il cavallo di Troia dell’auto cinese per entrare nel mercato statunitense. Dopo essere stata bandita – almeno ufficialmente – per gli stessi motivi della piattaforma social: i dati raccolti sulle strade americane da software e hardware delle auto connesse made in China metterebbero a rischio la sicurezza del Paese. La separazione tecnologica applicata a TikTok, con la conservazione dei dati su server nazionali e non più leggibili altrove, potrebbe spianare la strada al bando automobilistico. Un primo passo. Il secondo l’ha fatto a sorpresa Trump parlando poche settimane fa a Detroit: “Lasciate che i cinesi entrino in gioco”, ha detto il presidente, invitando questi costruttori ad aprire fabbriche negli Stati Uniti e ad assumere lavoratori americani quali condizioni ineludibili. S’intende, con i vincoli tecnologici di cui sopra e a caro prezzo, stabilito dal solo Trump. Anche perché già irato contro il Canada di Mark Carney, uno che gli risponde per le rime geopoliticamente parlando, pronto a importare auto cinesi. L’offerta a Pechino di Trump non sarà piaciuta alle big di Detroit, che hanno già chinato la testa ai suoi dazi rimettendoci miliardi di dollari tra prezzi in aumento e revisioni di piani industriali e gamma prodotti. Ma è piaciuta a Pechino e dintorni, leggendo quanto ha dichiarato al Ces di Las Vegas un dirigente di Geely parlando con il sito di Autoline: “La grande domanda per noi è quando e dove andremo negli Stati Uniti. Credo che faremo un annuncio in merito nei prossimi 24-36 mesi”. @carblogger_it L'articolo Le auto cinesi entrano negli Stati Uniti di Trump? Il problema è il quando, non il se proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Perché nel 2026 il full hybrid potrebbe diventare il tipo di motorizzazione preferito sul mercato europeo
di Carblogger Ibrido o full hybrid? Non è la stessa cosa, come da spiegazione continua agli amici per i quali ibrido significa – tutto al più – che non è un’auto elettrica. Il full hybrid è di meno o di più dell’ibrido. Ma se sbircio dentro la palla di vetro, giusto per partecipare al gioco di fine anno, vedo che nel 2026 potrebbe diventare il tipo di motorizzazione preferito sul mercato europeo. La carica è partita, per qualcuno sarà il momento di ridefinire un po’ l’identità (vendo di tutto, ma mi si nota di più se mi caratterizzo sul full o no?). E aiuterà non poco la fine annunciata del bando dei motori termici dal 2035. Smetto quando voglio. Ibrido o full hybrid? Ibrido è mild, invenzione di chi ha voluto risparmiare sui costi di produzione facendo affari sul mercato. Ibrido è full, invenzione di chi ha voluto perdere per anni un sacco di soldi con un investimento sul futuro, ripagati con la conquista della leadership mondiale e con l’emulazione dei rivali. Ibrido è plug-in, invenzione di chi ha voluto attraversare la transizione all’elettrico con la speranza di ridurre i tempi e soprattutto le multe da sforamento per CO2. Ibrido oggi è anche Super, invenzione di chi ha voluto allungare l’autonomia potendo permettersi di aggiungere, meglio di altri, a costi molto bassi. Il full hybrid è un sistema ormai maturo che permette di andare in modalità elettrica in città per molto più di tre quarti del tempo (al contrario del mild), dopo averci insegnato a guidare con piede felpato per evitare di fare entrare troppo presto il motore termico. In più, ricarica automaticamente la piccola batteria elettrica (al contrario del plug-in), senza bisogno di fermarsi. Toyota (con Lexus) vende quasi tutto full hybrid (e ne vedremo delle belle con l’ultima arrivata, la Aygo Cross, unica full di segmento A, city car alla Pandina per intenderci). Renault segue con circa la metà delle sue vendite, MG, marchio non più inglese ma cinese pur mantenendone l’aura nella conoscenza delle persone, ha dichiarato di essere arrivato al 50%, e poi chi più chi meno fra Honda, Hyundai, Kia, Nissan, Dacia, Ford e Suzuki. Ibrido o full hybrid? I cinesi, per i quali il mild non esiste, nemmeno se la fanno la domanda. I dazi europei aggiuntivi sulle elettriche made in China li hanno portati a studiare la storia, scoprendo che da noi c’è sempre una Maginot da aggirare. Omoda e Jaecoo, marchi del gruppo Chery, corrono sul full hybrid dopo essere partiti, come gli altri conterranei, con plug-in ed elettriche (più qualche termica). Dongfeng ha già un modello e se il colosso Byd sembra stranamente indeciso sui tempi di un suo full, Leapmotor, Changan, Great Wall, Geely si stanno preparando. Marchi da piccoli numeri per adesso, ma chi avrebbe creduto, fino a poco tempo fa, all’ascesa verticale di MG con le sue 300mila unità complessive vendute in Europa nel 2025? Ibrido o full hybrid? Il punto interrogativo resta solo per Stellantis e Volkswagen. Il primo gruppo ha da poco un full hybrid sulla nuova Jeep Cherokee, lasciata però al solo mercato nordamericano. A domanda, non risponde sul quando disporrà di full in Europa. Il secondo gruppo farà esordire il full (se non sbaglio, suo in collaborazione con il socio storico cinese Saic, cioè MG) sulla nuova T-Roc e poi sulla Golf, due modelli simbolo, però nell’ultimo trimestre del 2026. Non a valanga come gli orientali, ma è un segno che i due grandi gruppi con base in Europa stiano cambiando passo. Insomma, chi il full hybrid non ce l’ha ancora, lo farà arrivare a breve, chi ce l’ha lo venderà ancora più alla grande. Anche se non so più se il sistema aiuterà le persone al passaggio all’elettrico puro, come una sorta di educazione sentimentale, o se sarà adesso come a sette e mezzo, prendo e sto. La bizzarria del fenomeno è che il full hybrid esiste da tanto tempo. Era il 1° febbraio 1994 quando in Toyota si riunì per la prima volta la squadra G21 di dieci persone guidate da Takeshi Uchiyamada, con missione da samurai: o lo fate rapidamente o venite cacciati subito. E Prius fu (14 ottobre 1997). Aveva ragione Charles Baudelaire, quando scriveva che per reggere il fardello del tempo, bisogna essere pieni di alcol, o di poesia, o di virtù. Della terza ne è piena l’antica idea motoristica di Uchiyamada. Buon 2026 a tutti voi, lettrici e lettori (ma sì, con o senza Hev). @carblogger_it L'articolo Perché nel 2026 il full hybrid potrebbe diventare il tipo di motorizzazione preferito sul mercato europeo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Mamdani presta giuramento come sindaco di New York sul Corano del nonno e su quello di Schomburg
Zohran Mamdani ha fatto la storia prestando giuramento come primo sindaco musulmano di New York City poco dopo la mezzanotte, utilizzando il Corano del nonno e un altro appartenuto ad Arturo Schomburg, celebre scrittore e storico afroamericano che ha contribuito all’Harlem Renaissance. La scelta dei testi, resa nota dall’ufficio di Mamdani, sottolinea la ricchezza di fedi, razze ed etnie che caratterizza la Grande Mela e che ha portato alla storica vittoria Mamdani. Il primo giuramento si è svolto in forma privata presso l’ex stazione della metropolitana City Hall a Manhattan, uno dei simboli storici del sistema di trasporto sotterraneo della città, noto per i suoi archi piastrellati e i soffitti a volta. La procuratrice generale Letitia James, alleata politica di Mamdani e nota avversaria dell’ex presidente Donald Trump, ha amministrato il giuramento. Secondo il sindaco eletto, la scelta della stazione riflette il suo impegno verso i lavoratori che ogni giorno mantengono in funzione la città. È prevista, venerdì 2 gennaio, una seconda cerimonia pubblica sui gradini del municipio, con la partecipazione del senatore Bernie Sanders, uno dei modelli politici di Mamdani. La deputata Alexandria Ocasio-Cortez terrà il discorso inaugurale, e lungo un tratto di Broadway che conduce al municipio si terrà una festa di quartiere con musica, spettacoli e momenti interreligiosi. L’ufficio del sindaco eletto prevede la presenza di migliaia di persone, in quella che sarà la celebrazione ufficiale del passaggio di consegne. Per questa seconda cerimonia, Mamdani utilizzerà nuovamente il Corano del nonno e un altro appartenuto alla nonna. A poche ore dall’insediamento, Mamdani ha anche nominato come consulente legale principale Ramzi Kassem, avvocato e attivista con lunga esperienza in difesa dei diritti civili e dell’immigrazione. Kassem, già coinvolto nella difesa legale di studenti palestinesi e attivo in organizzazioni no-profit come Creating Law Enforcement Accountability and Responsibility (Clear), porterà la sua esperienza nell’ambito legale e delle politiche di giustizia sociale al nuovo governo municipale. L'articolo Mamdani presta giuramento come sindaco di New York sul Corano del nonno e su quello di Schomburg proviene da Il Fatto Quotidiano.
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