Quello che per molti newyorkesi era iniziato come un semplice annuncio di
insediamento si è trasformato in una vera e propria sfida culturale ai costumi
americani. Il giorno del suo trasferimento a Gracie Mansion, la residenza
ufficiale del sindaco nell’Upper East Side, Zohran Mamdani ha dichiarato di
voler raggiungere un obiettivo preciso: installare i bidet nei bagni della
struttura. Una scelta che punta a colmare quello che storicamente rappresenta un
punto interrogativo per l’igiene personale negli Stati Uniti, portando a New
York un dispositivo comune in diversi Stati, inclusa l’Italia e l’India, terra
d’origine dei genitori del sindaco.
Ogni inquilino della secolare residenza sull’East River ha lasciato un segno
tangibile del proprio passaggio: Mike Bloomberg diede il via libera a una
ristrutturazione completa degli interni, pur preferendo continuare a vivere
nella sua abitazione privata; Ed Koch, in passato, scelse di far installare un
barbecue da interno. Tuttavia, nessuno prima di Mamdani aveva mai sollevato la
questione del bidet. La proposta conferma una crescente apertura degli
statunitensi verso nuovi standard di cura personale: secondo un sondaggio della
National Kitchen and Bath Association condotto su settecento designer, il 76%
dei proprietari di casa cerca oggi water con funzioni integrate, mentre il 48%
dei progettisti prevede che i bidet diventeranno popolari negli Stati Uniti
entro i prossimi tre anni.
I dati confermano che il cambiamento è già in atto. Tushy, azienda con sede a
Brooklyn fondata nel 2015, ha già immesso sul mercato americano due milioni di
pezzi. Justin Allen, ceo della società, ha spiegato al New York Times
l’evoluzione della percezione pubblica: “Quando abbiamo cominciato, i bidet
negli Stati Uniti erano visti come un lusso inaccessibile e, va detto, come
qualcosa di strano. Ma una volta che ne usi uno è difficile dimenticare quanto
ci si senta più puliti”. L’iniziativa del sindaco ha raccolto consensi
inaspettati, tra cui quello di Caroline Rose Giuliani. La figlia dell’ex sindaco
Rudolph Giuliani ha reagito con entusiasmo alla proposta: “Avrei fatto la stessa
cosa se avessi conosciuto i bidet quando vivevo lì”.
Oltre all’aspetto igienico, la rivoluzione di Mamdani poggia su solide basi
ecologiche. L’utilizzo del bidet riduce drasticamente il consumo di carta
igienica e, soprattutto, l’impiego delle salviettine umidificate, responsabili
di gravi ostruzioni nei sistemi fognari urbani. Non a caso, il Dipartimento per
la Protezione Ambientale di New York ha rilanciato l’annuncio del sindaco sui
social con un video esplicativo e una didascalia sintetica: “Più bidet = meno
salviettine umidificate”.
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L'articolo “Una volta che ne usi uno è difficile dimenticare quanto ci si senta
più puliti”: la “rivoluzione” del bidet del sindaco di New York Mamdani proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Zohran Mamdani
Donald Trump si è preso il Venezuela, vuole prendersi la Groenlandia e, sul
fronte interno, ha trasformato l’Ice, l’agenzia di contrasto dell’immigrazione
illegale, in una sorta di milizia personale. Ma negli Stati Uniti c’è qualcuno
che resiste. Non solo Zohran Mamdani, il sindaco socialista di New York. A
fronte della svolta autoritaria incarnata da Trump, monta una “onda rossa”.
Quella che ha portato un’altra socialista, Katie Wilson, alla guida di Seattle.
Quella che ha riversato nelle piazze il movimento antitrumpiano No King. Quella
che ha indotto Shawn Fain, nuovo leader del sindacato metalmeccanico Uaw, a
lanciare l’idea di uno sciopero generale, pratica finora inesistente negli Stati
Uniti. E sono solo pochi esempi.
“Bandiera rossa alla Casa bianca” è il titolo del nuovo numero di MillenniuM, il
mensile diretto da Peter Gomez, disponibile da venerdì 23 gennaio in librerie
selezionate (trova qui la più comoda per te) e nei principali store online
(Amazon, Ibs, Feltrinelli, Mondadori, Libreria Universitaria, Hoepli, Unilibro).
Un numero prevalentemente fotografico, dove spicca il reportage sugli abusi
dell’Ice dentro i tribunali dell’immigrazione di New York, firmato da Nicolò
Filippo Rosso. Mentre la “onda rossa” è raccontata, nome per nome, da Salvatore
Cannavò, che oltre a essere un giornalista del Fatto è editor per l’Italia di
Jacobin, la rivista di riferimento del nuovo socialismo americano.
I consensi per Mamdani e gli altri crescono sull’onda delle disuguaglianze,
illustrate da un reportage sulla povertà negli Usa firmato da Matt Black,
fotografo di Magnum. Un’ampia infografica elenca i primi 69 miliardari Usa –
guidati naturalmente da Elon Musk, dall’alto del suo patrimonio di 428 miliardi
di dollari – che insieme godono di una ricchezza complessiva pari alla metà meno
ricca (o più povera) della popolazione statunitense, cioè circa 171 milioni di
persone.
Ma l’onda rossa viene da lontano. Nella seconda parte, MillenniuM racconta come
partiti e sindacati di sinistra si diano da fare negli States sin dagli anni
Venti, con conseguenti reazioni al “terrore rosso”, anche prima del maccartismo,
come ricostruisce Roberto Festa. Del resto il Paese simbolo del capitalismo
culla proteste globali anche nel terzo millennio, come mostra una gallery che
abbraccia Seattle, Occupy Wall Street, Black Lives Matters…
Il mensile propone poi le consuete incursioni pop, a partire dal rapporto di
odio-amore degli italiani verso gli americani, da Alberto Sordi a Vasco Rossi
passando per Benigni e Troisi che, nel film Non ci resta che piangere, cercano
di bloccare Cristoforo Colombo prima che salpi alla scoperta dell’America… Il
fotografo Edo Bertoglio, invece, rievoca i suoi anni ruggenti e tossici nella
New York di Basquiat e Keith Haring, intervistato da Gabriele Micciché.
Infine, due chicche. La prima: lo stralunato on the road di due artisti amici di
MillenniuM, Max Papeschi e Arianna Bonucci, che hanno attraversato gli States
con la loro provocatoria mostra “Eau de eau”, tra cibo spazzatura, offerte di
crack e tante sorprese. La seconda: il verbale dell’interrogatorio di Bertolt
Brecht davanti alla Commissione per le attività antiamericane, nel 1947. Fra
reticenze, svicolamenti e velate ironie, l’inquisizione si fa involontario
teatro.
L'articolo Quelli che resistono a Trump: su Millennium la “onda rossa” oltre
Mamdani proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Ci ha promesso un viaggio sui mezzi gratis, ma tutto quello che abbiamo
ottenuto è stata una tariffa più alta”. “Da oggi, le tariffe di autobus e
metropolitana a New York saliranno a 3 dollari. Il bravo sindaco ha promesso che
sarebbero stati gratuiti. Ingannati!”. I commenti delusi appartengono a quei
cittadini di New York che si ritengono traditi dalle promesse del neo sindaco
Zohran Mamdani. Lui stesso ha basato la sua campagna elettorale durante la corsa
alla carica di primo cittadino della Grande Mela su due temi molto sentiti:
mezzi di trasporto gratuiti e affitti calmierati.
Mamdani è in carica solo da qualche giorno e l’aumento dei biglietti di bus e
metro non è stata una sua decisione, ma della precedente amministrazione del
sindaco Eric Adams. Tuttavia, dal 5 gennaio, quando sono entrate in vigore le
nuove tariffe, la delusione è palpabile, anche se ci sono coloro che ricordano
come la scelta non sia stata di Mamdani: “Lui è in carica da tre giorni, e
l’aumento è stato deciso a settembre”, scrive un sostenitore.
Il primo cittadino cerca di tenere il punto e per tutta risposta ha pubblicato
un post sul suo profilo su X dove raccontava: “Ho trascorso la serata sull’unico
autobus gratuito della città, il Q70, per scoprire cosa ha significato per i
newyorkesi viaggiare gratis”. Ed ancora: “Ciò che è apparso subito chiaro è il
sollievo che questa linea di autobus offre alla classe operaia newyorkese.
Immaginate se ogni autobus trasmettesse questa sensazione”. Fatto è che
l’aumento è a tappeto: oltre alla tariffa base dell’autobus, anche quella
ridotta è salita da 1,45 a 1,50 dollari; il bus espresso adesso propone un
biglietto passato da 7 a 7,25 dollari e quella ridotta da 3,50 a 3,60 dollari.
Sono aumenti di pochi centesimi, ma per diversi utenti rappresentano il simbolo
di una promessa non mantenuta.
Il bilancio 2025 della MTA, approvato dal Consiglio di amministrazione nel
dicembre 2024, prevedeva un aumento delle tariffe a marzo 2025, che è stato poi
posticipato a gennaio 2026, come scritto sul sito dell’azienda dei trasporti
“per allinearlo al lancio del sistema tap-and-go completo su metropolitane e
autobus”. L’ultimo aumento delle tariffe risaliva al 2023, quando la tariffa
base era passata da 2,75 a 2,90 dollari.
Cosa significa tutto ciò nella vita quotidiana di un newyorkese lo ha calcolato
la Cbs: prendere la metropolitana andata e ritorno cinque giorni alla settimana
costa 5 dollari in più rispetto al 2015, per un totale di circa 260 dollari in
più all’anno. L’aumento è di carattere generale anche negli abbonamenti mensili
della Metro North e della Lirr: quest’ultimi costeranno dai 7 ai 21 dollari in
più.
Tornando agli aumenti della MTA, l’amministratore delegato dell’azienda, Janno
Lieber, difende la scelta e alla Cbs dice: “Bisogna ricordare cosa sta realmente
causando problemi di accessibilità economica a New York, e non sono i trasporti
pubblici” ed ha ricordato come le tariffe siano fondamentali per garantire un
servizio sicuro e affidabile. I newyorkesi – almeno buona parte di loro – non
concorda. Dal canto suo, Mamdani non demorde e assicura che il suo prossimo
passo sarà quello di trovare fonti di entrate alternative per finanziare MTA.
Quali saranno questi fonti, non lo ha però precisato: per ora, gli abitanti
della Grande Mela devono fare i conti con quella che ritengono una promessa
mancata.
L'articolo Trasporti gratis a New York? No, bus e metro aumentano e i pendolari
gridano al “tradimento” di Mamdani proviene da Il Fatto Quotidiano.
Zohran Mamdani ha fatto la storia prestando giuramento come primo sindaco
musulmano di New York City poco dopo la mezzanotte, utilizzando il Corano del
nonno e un altro appartenuto ad Arturo Schomburg, celebre scrittore e storico
afroamericano che ha contribuito all’Harlem Renaissance. La scelta dei testi,
resa nota dall’ufficio di Mamdani, sottolinea la ricchezza di fedi, razze ed
etnie che caratterizza la Grande Mela e che ha portato alla storica vittoria
Mamdani.
Il primo giuramento si è svolto in forma privata presso l’ex stazione della
metropolitana City Hall a Manhattan, uno dei simboli storici del sistema di
trasporto sotterraneo della città, noto per i suoi archi piastrellati e i
soffitti a volta. La procuratrice generale Letitia James, alleata politica di
Mamdani e nota avversaria dell’ex presidente Donald Trump, ha amministrato il
giuramento. Secondo il sindaco eletto, la scelta della stazione riflette il suo
impegno verso i lavoratori che ogni giorno mantengono in funzione la città.
È prevista, venerdì 2 gennaio, una seconda cerimonia pubblica sui gradini del
municipio, con la partecipazione del senatore Bernie Sanders, uno dei modelli
politici di Mamdani. La deputata Alexandria Ocasio-Cortez terrà il discorso
inaugurale, e lungo un tratto di Broadway che conduce al municipio si terrà una
festa di quartiere con musica, spettacoli e momenti interreligiosi. L’ufficio
del sindaco eletto prevede la presenza di migliaia di persone, in quella che
sarà la celebrazione ufficiale del passaggio di consegne. Per questa seconda
cerimonia, Mamdani utilizzerà nuovamente il Corano del nonno e un altro
appartenuto alla nonna.
A poche ore dall’insediamento, Mamdani ha anche nominato come consulente legale
principale Ramzi Kassem, avvocato e attivista con lunga esperienza in difesa dei
diritti civili e dell’immigrazione. Kassem, già coinvolto nella difesa legale di
studenti palestinesi e attivo in organizzazioni no-profit come Creating Law
Enforcement Accountability and Responsibility (Clear), porterà la sua esperienza
nell’ambito legale e delle politiche di giustizia sociale al nuovo governo
municipale.
L'articolo Mamdani presta giuramento come sindaco di New York sul Corano del
nonno e su quello di Schomburg proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dalla zona di Astoria, nel Queens, all’Upper East Side: il neo sindaco Mamdani
annuncia che si trasferirà con la moglie nella residenza ufficiale del sindaco
di New York, la Gracie Mansion, lungo l’East River. Uno dei cavalli di battaglia
di Zohran Mamdani durante la campagna elettorale che lo ha poi eletto primo
cittadino è stata la promessa di bloccare il caro affitti. Un tema delicato
nella Grande Mela, dove si può pagare 5/6.000 dollari per un monolocale a
Brooklyn.
Lui, Mamdani, mentre prometteva di mettere un freno alla speculazione, abitava
ad Astoria, nonostante il suo status economico soddisfacente, in una casa ad
affitto calmierato da 2.400 dollari al mese. Gli avversari lo avevano attaccato
su questo punto. Per loro, un rappresentante con uno stipendio soddisfacente
abitava nel Queens solo per questioni di immagine: quella di un politico che a
tutti i costi si vuol mostrare dalla parte del ceto medio-basso che vive lontano
da Manhattan.
L’ex governatore Andrew Cuomo, che si era candidato come indipendente, aveva
accusato Mamdani di aver abusato del sistema di regolamentazione degli affitti;
facendo parte di una famiglia benestante, e con uno stipendio da 142.000 dollari
in qualità di deputato dello Stato di New York in rappresentanza di Astoria,
Mamdani avrebbe dovuto lasciare quella casa ad una persona meno abbiente.
Ora, il primo sindaco musulmano nella storia di New York, dalle idee socialiste
che hanno fatto rizzare i capelli in testa al presidente Trump, ammette che dal
1° gennaio 2026 con la moglie Rama Duwaji si trasferirà nella Gracie Mansion. La
decisione è stata annunciata sui social: “La settimana scorsa siamo andati alla
mostra dei treni del Giardino Botanico di New York e abbiamo visto la nostra
nuova casa! Io e mia moglie Rama abbiamo deciso di trasferirci a Gracie Mansion
a gennaio”. Il cambio di residenza, ha sostenuto il sindaco neo eletto, è da
attribuire a questioni di sicurezza: “Questa decisione è stata presa per
tutelare la sicurezza della nostra famiglia e per l’importanza di dedicare tutta
la mia attenzione all’attuazione del programma di accessibilità economica per il
quale i newyorkesi hanno votato”.
Di certo per la famiglia Mamdani è un cambiamento non da poco: dal monolocale di
Astoria con una stanza da letto a Gracie Mansion, residenza in legno che vanta
226 anni e si estende su quasi 1.000 metri quadrati: ha cinque camere da letto,
una sala da ballo e una vista panoramica sull’East River. Il sindaco gioca la
carta del sentimentalismo: “Ci mancherà molto la nostra casa ad Astoria.
Preparare la cena fianco a fianco nella nostra cucina, condividere un sonnolento
viaggio in ascensore con i nostri vicini la sera, sentire musica e risate
vibrare attraverso le pareti dell’appartamento. Ad Astoria: grazie per averci
mostrato il meglio di New York City”. I suoi sostenitori gli credono: i
detrattori invece ricordano maliziosamente che non è un obbligo per il neo
sindaco andare a vivere nella Gracie Mansion, anche se l’unico a rifiutarsi fu
il sindaco Michael Bloomberg, in carica dal 2002 al 2013.
L'articolo New York, Mamdami lascerà il monolocale per la villa da mille metri
quadrati che è la residenza del sindaco proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’ospite in piedi, come di consueto, lui seduto, a mo’ di professore in
cattedra. È lo schema che si è ripetuto alla Casa Bianca, con Donald Trump, che
ha ospitato il neo sindaco di New York, Zohran Mamdani. Il presidente ha
definito Mamdani una figura che “sorprenderà alcuni conservatori”, lasciando
intendere un possibile rapporto collaborativo. Durante la conferenza stampa
congiunta, un giornalista ha chiesto a Mamdani se confermasse di aver definito
Trump un “fascista” in passato. Il sindaco eletto ha tentato una risposta
prudente: “Ho parlato di…”. Ma Trump lo ha interrotto con tono ironico: “Va
bene. Può semplicemente dire di sì. È più facile che spiegarlo. Non mi
dispiace”. Mamdani, sorridendo, ha replicato: “Va bene”.
L'articolo “Secondo lei Trump è fascista?”, alla domanda a Mamdani risponde il
presidente Usa: “Dica di sì, è più facile” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo avere trascorso gli ultimi mesi a scambiarsi accuse reciproche, Donald
Trump e il neosindaco socialista di New York, il musulmano Zohran Mamdani, si
sono incontrati alla Casa Bianca nel pomeriggio del 21 novembre (le 15 negli
Usa, le 21 in Italia), per suggellare la tregua deponendo l’ascia di guerra. Sul
tavolo c’erano le minacce di militarizzare la città lanciate dal presidente, ma
già alla vigilia dell’incontro il tono si è ribaltato, con il Tycoon disponibile
alla collaborazione verso il primo cittadino della Grande mela. Le dichiarazione
successive hanno siglato la tregua tra i leader ai lati opposti dello
schieramento politico.
LA SINTONIA TRA IL SINDACO E IL PRESIDENTE
Il presidente ha assicurato all’ex rivale “un grande aiuto” a realizzare il suo
programma. “Sarà un grande sindaco”, ha proseguito un’entusiasta Donald Trump,
“lo aiuterò a realizzare i suoi sogni per New York”. Al suo fianco durante la
conferenza stampa, Zohran Mamdani sorrideva più che compiaciuto. Anche lui ha
abbandonato le ostilità verso il presidente definendo l’incontro “molto
produttivo”. Il sindaco ha indicato gli obiettivi comuni con la Casa Bianca, in
primis la lotta al carovita nella Grande Mela e l’esigenza di case a buon
mercato: i due cavalli di battaglia della sua campagna. Toni lontani anni luce
dalle frecciate reciproche dei mesi scorsi. Sparito dal vocabolario del
presidente l’appellativo “comunista”. Anzi, Trump ha ammesso che “alcune delle
idee” del socialista sono “come le sue”, e che ora che lo ha incontrato “è
sicuro che si troverebbe bene nella New York di Mamdani”.
TRUMP: “COLLABOREREMO SUI MIGRANTI”
Eppure poco prima dell’incontro la Camera aveva approvato una risoluzione per
denunciare gli “orrori del socialismo“. In conferenza stampa invece è esplosa la
sintonia, tra i due. Quando un reporter ha chiesto a Mamdani se pensasse ancora
che Trump fosse un “fascista“, il presidente scherzando lo ha invitato a
rispondere così: “sì, è più facile che spiegare”. Trump ha dribblato la domanda
sulla risoluzione contro il socialismo. Al quesito se condividesse l’opinione
della repubblicana Stefanik che il primo cittadino è un “jihadista“, lui ha
risposto: “Ho incontrato una persona molto razionale”.
Trump si è detto ottimista su uno dei temi più divisivi: gli interventi
dell’Ice, l’agenzia federale sull’immigrazione e la sicurezza delle frontiere:
“Penso che troveremo una soluzione”, ha detto il tycoon, favorevole ad una
stretta schierando i reparti anche a Chicago e Charlotte. Da quando Trump ha
assunto il controllo federale delle forze di polizia di Washington e ha
mobilitato le truppe della Guardia Nazionale, ha lanciato l’idea che New York
fosse la prossima destinazione. Mamdani invece è stato critico dell’Ice. Trump
ha affermato che durante l’incontro Mamdani ha parlato di come “vuole una New
York sicura”. “Quindi lavoreremo insieme. Faremo in modo che se ci sono persone
orribili lì, vogliamo farle uscire – ha aggiunto Trump -. Penso che lui voglia
farle uscire forse più di me”.
LA NUOVA GUARDIA DEM
Per prepararsi all’incontro Mamdani ha avuto lunghe conversazioni con i big del
Partito democratico, dalla governatrice di New York, Kathy Hochul, al leader
della minoranza alla Camera, Hakeem Jeffries, al veterano del Senato Chuck
Schumer. Ma al suo fianco nello Studio Ovale c’era la nuova generazioni dei dem:
Elle Bisgaard-Church e Morris Katz (due consiglieri chiave) e la portavoce Dora
Pekec; l’età media è sotto i 30 anni, come tutta la cerchia ristretta di Mamdani
. Quando gli è stato chiesto se si senta già il leader del partito democratico,
il primo cittadino ha minimizzato: “Sono il sindaco di New York, la mia
attenzione è tutta su quello”.
L'articolo Mamdani incontra Trump alla Casa Bianca. Il presidente: “Lo aiuterò a
realizzare i suoi sogni per New York” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nella sala Berlinguer di Montecitorio, davanti ai deputati del Pd, alla
segretaria Elly Schlein e al leader della Cgil Maurizio Landini, Massimo D’Alema
torna alla Camera nelle vesti di direttore editoriale di Italianieuropei.
L’occasione è la presentazione dell’ultimo numero della rivista, dedicato al
lavoro e alle trasformazioni economiche, con la partecipazione anche di Cecilia
Guerra, responsabile Lavoro della segreteria nazionale del Pd, e dell’ex
commissario europeo Nicolas Schmit.
Ma più che un intervento accademico, quello di D’Alema si trasforma in un monito
politico: serve un’opposizione compatta, un “campo largo” capace di ritrovare un
linguaggio comune e una prospettiva credibile di governo.
Il cuore della sua analisi è la questione del lavoro, che per l’ex premier non
riguarda solo una parte della società, ma “ha a che vedere col destino del
nostro Paese” e con la capacità competitiva del sistema produttivo. Per D’Alema,
la destra al governo incarna un modello “destinato inesorabilmente al declino”,
incapace di reggere le sfide globali, tecnologiche e soprattutto demografiche.
“La politica dei confini chiusi significa per l’Italia di qui a 50 anni avere 40
milioni di abitanti con età media 62 anni – avverte – e cioè la fine di tutto:
sistema economico, welfare, pensioni. Un Paese che respinge, invece di attrarre,
lavoratori giovani finirà per perdere anche i propri”.
Da qui la necessità di rimettere al centro dignità, diritti e retribuzioni: non
per ideologia, ma perché l’Italia potrà competere soltanto investendo nella
qualità del lavoro, nell’innovazione e nella capacità di far crescere i consumi
interni in un mondo attraversato da conflitti e rallentamenti del commercio
globale. “Riconoscere dignità del lavoro è centrale per l’avvenire del Paese”,
insiste l’ex leader dei Ds.
Ma l’analisi economica si intreccia con un allarme democratico: l’astensione
dilaga, soprattutto nelle fasce sociali più fragili, dove si sfiora il 70%. È un
sistema “censitario”, dove votano quasi solo i ceti più forti.
D’Alema vede un’indicazione preziosa nell’esempio americano: la recente vittoria
di Zohran Mamdani, neo-sindaco socialdemocratico di New York City, eletto il 4
novembre 2025 grazie alla capacità di mobilitare “la parte più marginale della
popolazione”. “Hanno votato per lui sapendo che avrebbe affrontato il caro
affitti e il caro vita“, sottolinea, aggiungendo come l’impegno su condizioni
concrete di vita abbia convinto gli esclusi a tornare alle urne.
Da qui l’appello ai leader del centrosinistra, e in particolare al Pd:
ricostruire un dialogo stabile e più forte con sindacati e mondo culturale. “C’è
una parte importante della cultura che vuole dare un contributo… Bisognerebbe
chiamarla in modo più esplicito”, ammonisce, ricordando che questa
responsabilità non è di un solo partito, ma dell’intera coalizione. Perché,
avverte, “si vince o si perde tutti insieme” e “le egemonie di partito dentro
una coalizione hanno un valore relativo”.
D’Alema richiama anche un passaggio del libro Manifesto per un’altra economia e
un’altra politica dell’economista e storico Emanuele Felice, che lui stesso ha
recensito per la rivista: la storia dell’indice di Gini, misura statistica della
disuguaglianza economica in una popolazione, che è cresciuta senza sosta dagli
anni Sessanta, ma si è invertita in due soli momenti. Ovvero, alla fine dei
Settanta grazie alle riforme sociali della sinistra, e nel 1998 con le politiche
dell’Ulivo. “È la dimostrazione che si può conciliare rigore finanziario e
riduzione delle diseguaglianze“, sostiene, rivendicando investimenti dell’epoca
in sanità con la riforma Bindi, scuola e Mezzogiorno.
E conclude: “Lo dico perché questo fa parte del vostro patrimonio storico, noi
siamo vecchi oramai, ed è qualcosa che appartiene all’ordine delle possibilità e
alla storia della sinistra in questo paese”.
L'articolo D’Alema striglia il campo largo: “Si vince o si perde tutti insieme.
Bisogna parlare agli esclusi e coinvolgere la cultura” proviene da Il Fatto
Quotidiano.