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“Una volta che ne usi uno è difficile dimenticare quanto ci si senta più puliti”: la “rivoluzione” del bidet del sindaco di New York Mamdani
Quello che per molti newyorkesi era iniziato come un semplice annuncio di insediamento si è trasformato in una vera e propria sfida culturale ai costumi americani. Il giorno del suo trasferimento a Gracie Mansion, la residenza ufficiale del sindaco nell’Upper East Side, Zohran Mamdani ha dichiarato di voler raggiungere un obiettivo preciso: installare i bidet nei bagni della struttura. Una scelta che punta a colmare quello che storicamente rappresenta un punto interrogativo per l’igiene personale negli Stati Uniti, portando a New York un dispositivo comune in diversi Stati, inclusa l’Italia e l’India, terra d’origine dei genitori del sindaco. Ogni inquilino della secolare residenza sull’East River ha lasciato un segno tangibile del proprio passaggio: Mike Bloomberg diede il via libera a una ristrutturazione completa degli interni, pur preferendo continuare a vivere nella sua abitazione privata; Ed Koch, in passato, scelse di far installare un barbecue da interno. Tuttavia, nessuno prima di Mamdani aveva mai sollevato la questione del bidet. La proposta conferma una crescente apertura degli statunitensi verso nuovi standard di cura personale: secondo un sondaggio della National Kitchen and Bath Association condotto su settecento designer, il 76% dei proprietari di casa cerca oggi water con funzioni integrate, mentre il 48% dei progettisti prevede che i bidet diventeranno popolari negli Stati Uniti entro i prossimi tre anni. I dati confermano che il cambiamento è già in atto. Tushy, azienda con sede a Brooklyn fondata nel 2015, ha già immesso sul mercato americano due milioni di pezzi. Justin Allen, ceo della società, ha spiegato al New York Times l’evoluzione della percezione pubblica: “Quando abbiamo cominciato, i bidet negli Stati Uniti erano visti come un lusso inaccessibile e, va detto, come qualcosa di strano. Ma una volta che ne usi uno è difficile dimenticare quanto ci si senta più puliti”. L’iniziativa del sindaco ha raccolto consensi inaspettati, tra cui quello di Caroline Rose Giuliani. La figlia dell’ex sindaco Rudolph Giuliani ha reagito con entusiasmo alla proposta: “Avrei fatto la stessa cosa se avessi conosciuto i bidet quando vivevo lì”. Oltre all’aspetto igienico, la rivoluzione di Mamdani poggia su solide basi ecologiche. L’utilizzo del bidet riduce drasticamente il consumo di carta igienica e, soprattutto, l’impiego delle salviettine umidificate, responsabili di gravi ostruzioni nei sistemi fognari urbani. Non a caso, il Dipartimento per la Protezione Ambientale di New York ha rilanciato l’annuncio del sindaco sui social con un video esplicativo e una didascalia sintetica: “Più bidet = meno salviettine umidificate”. > View this post on Instagram > > > > > A post shared by NYC Water (@nycwater) L'articolo “Una volta che ne usi uno è difficile dimenticare quanto ci si senta più puliti”: la “rivoluzione” del bidet del sindaco di New York Mamdani proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Quelli che resistono a Trump: su Millennium la “onda rossa” oltre Mamdani
Donald Trump si è preso il Venezuela, vuole prendersi la Groenlandia e, sul fronte interno, ha trasformato l’Ice, l’agenzia di contrasto dell’immigrazione illegale, in una sorta di milizia personale. Ma negli Stati Uniti c’è qualcuno che resiste. Non solo Zohran Mamdani, il sindaco socialista di New York. A fronte della svolta autoritaria incarnata da Trump, monta una “onda rossa”. Quella che ha portato un’altra socialista, Katie Wilson, alla guida di Seattle. Quella che ha riversato nelle piazze il movimento antitrumpiano No King. Quella che ha indotto Shawn Fain, nuovo leader del sindacato metalmeccanico Uaw, a lanciare l’idea di uno sciopero generale, pratica finora inesistente negli Stati Uniti. E sono solo pochi esempi. “Bandiera rossa alla Casa bianca” è il titolo del nuovo numero di MillenniuM, il mensile diretto da Peter Gomez, disponibile da venerdì 23 gennaio in librerie selezionate (trova qui la più comoda per te) e nei principali store online (Amazon, Ibs, Feltrinelli, Mondadori, Libreria Universitaria, Hoepli, Unilibro). Un numero prevalentemente fotografico, dove spicca il reportage sugli abusi dell’Ice dentro i tribunali dell’immigrazione di New York, firmato da Nicolò Filippo Rosso. Mentre la “onda rossa” è raccontata, nome per nome, da Salvatore Cannavò, che oltre a essere un giornalista del Fatto è editor per l’Italia di Jacobin, la rivista di riferimento del nuovo socialismo americano. I consensi per Mamdani e gli altri crescono sull’onda delle disuguaglianze, illustrate da un reportage sulla povertà negli Usa firmato da Matt Black, fotografo di Magnum. Un’ampia infografica elenca i primi 69 miliardari Usa – guidati naturalmente da Elon Musk, dall’alto del suo patrimonio di 428 miliardi di dollari – che insieme godono di una ricchezza complessiva pari alla metà meno ricca (o più povera) della popolazione statunitense, cioè circa 171 milioni di persone. Ma l’onda rossa viene da lontano. Nella seconda parte, MillenniuM racconta come partiti e sindacati di sinistra si diano da fare negli States sin dagli anni Venti, con conseguenti reazioni al “terrore rosso”, anche prima del maccartismo, come ricostruisce Roberto Festa. Del resto il Paese simbolo del capitalismo culla proteste globali anche nel terzo millennio, come mostra una gallery che abbraccia Seattle, Occupy Wall Street, Black Lives Matters… Il mensile propone poi le consuete incursioni pop, a partire dal rapporto di odio-amore degli italiani verso gli americani, da Alberto Sordi a Vasco Rossi passando per Benigni e Troisi che, nel film Non ci resta che piangere, cercano di bloccare Cristoforo Colombo prima che salpi alla scoperta dell’America… Il fotografo Edo Bertoglio, invece, rievoca i suoi anni ruggenti e tossici nella New York di Basquiat e Keith Haring, intervistato da Gabriele Micciché. Infine, due chicche. La prima: lo stralunato on the road di due artisti amici di MillenniuM, Max Papeschi e Arianna Bonucci, che hanno attraversato gli States con la loro provocatoria mostra “Eau de eau”, tra cibo spazzatura, offerte di crack e tante sorprese. La seconda: il verbale dell’interrogatorio di Bertolt Brecht davanti alla Commissione per le attività antiamericane, nel 1947. Fra reticenze, svicolamenti e velate ironie, l’inquisizione si fa involontario teatro. L'articolo Quelli che resistono a Trump: su Millennium la “onda rossa” oltre Mamdani proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Trasporti gratis a New York? No, bus e metro aumentano e i pendolari gridano al “tradimento” di Mamdani
“Ci ha promesso un viaggio sui mezzi gratis, ma tutto quello che abbiamo ottenuto è stata una tariffa più alta”. “Da oggi, le tariffe di autobus e metropolitana a New York saliranno a 3 dollari. Il bravo sindaco ha promesso che sarebbero stati gratuiti. Ingannati!”. I commenti delusi appartengono a quei cittadini di New York che si ritengono traditi dalle promesse del neo sindaco Zohran Mamdani. Lui stesso ha basato la sua campagna elettorale durante la corsa alla carica di primo cittadino della Grande Mela su due temi molto sentiti: mezzi di trasporto gratuiti e affitti calmierati. Mamdani è in carica solo da qualche giorno e l’aumento dei biglietti di bus e metro non è stata una sua decisione, ma della precedente amministrazione del sindaco Eric Adams. Tuttavia, dal 5 gennaio, quando sono entrate in vigore le nuove tariffe, la delusione è palpabile, anche se ci sono coloro che ricordano come la scelta non sia stata di Mamdani: “Lui è in carica da tre giorni, e l’aumento è stato deciso a settembre”, scrive un sostenitore. Il primo cittadino cerca di tenere il punto e per tutta risposta ha pubblicato un post sul suo profilo su X dove raccontava: “Ho trascorso la serata sull’unico autobus gratuito della città, il Q70, per scoprire cosa ha significato per i newyorkesi viaggiare gratis”. Ed ancora: “Ciò che è apparso subito chiaro è il sollievo che questa linea di autobus offre alla classe operaia newyorkese. Immaginate se ogni autobus trasmettesse questa sensazione”. Fatto è che l’aumento è a tappeto: oltre alla tariffa base dell’autobus, anche quella ridotta è salita da 1,45 a 1,50 dollari; il bus espresso adesso propone un biglietto passato da 7 a 7,25 dollari e quella ridotta da 3,50 a 3,60 dollari. Sono aumenti di pochi centesimi, ma per diversi utenti rappresentano il simbolo di una promessa non mantenuta. Il bilancio 2025 della MTA, approvato dal Consiglio di amministrazione nel dicembre 2024, prevedeva un aumento delle tariffe a marzo 2025, che è stato poi posticipato a gennaio 2026, come scritto sul sito dell’azienda dei trasporti “per allinearlo al lancio del sistema tap-and-go completo su metropolitane e autobus”. L’ultimo aumento delle tariffe risaliva al 2023, quando la tariffa base era passata da 2,75 a 2,90 dollari. Cosa significa tutto ciò nella vita quotidiana di un newyorkese lo ha calcolato la Cbs: prendere la metropolitana andata e ritorno cinque giorni alla settimana costa 5 dollari in più rispetto al 2015, per un totale di circa 260 dollari in più all’anno. L’aumento è di carattere generale anche negli abbonamenti mensili della Metro North e della Lirr: quest’ultimi costeranno dai 7 ai 21 dollari in più. Tornando agli aumenti della MTA, l’amministratore delegato dell’azienda, Janno Lieber, difende la scelta e alla Cbs dice: “Bisogna ricordare cosa sta realmente causando problemi di accessibilità economica a New York, e non sono i trasporti pubblici” ed ha ricordato come le tariffe siano fondamentali per garantire un servizio sicuro e affidabile. I newyorkesi – almeno buona parte di loro – non concorda. Dal canto suo, Mamdani non demorde e assicura che il suo prossimo passo sarà quello di trovare fonti di entrate alternative per finanziare MTA. Quali saranno questi fonti, non lo ha però precisato: per ora, gli abitanti della Grande Mela devono fare i conti con quella che ritengono una promessa mancata. L'articolo Trasporti gratis a New York? No, bus e metro aumentano e i pendolari gridano al “tradimento” di Mamdani proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Mamdani presta giuramento come sindaco di New York sul Corano del nonno e su quello di Schomburg
Zohran Mamdani ha fatto la storia prestando giuramento come primo sindaco musulmano di New York City poco dopo la mezzanotte, utilizzando il Corano del nonno e un altro appartenuto ad Arturo Schomburg, celebre scrittore e storico afroamericano che ha contribuito all’Harlem Renaissance. La scelta dei testi, resa nota dall’ufficio di Mamdani, sottolinea la ricchezza di fedi, razze ed etnie che caratterizza la Grande Mela e che ha portato alla storica vittoria Mamdani. Il primo giuramento si è svolto in forma privata presso l’ex stazione della metropolitana City Hall a Manhattan, uno dei simboli storici del sistema di trasporto sotterraneo della città, noto per i suoi archi piastrellati e i soffitti a volta. La procuratrice generale Letitia James, alleata politica di Mamdani e nota avversaria dell’ex presidente Donald Trump, ha amministrato il giuramento. Secondo il sindaco eletto, la scelta della stazione riflette il suo impegno verso i lavoratori che ogni giorno mantengono in funzione la città. È prevista, venerdì 2 gennaio, una seconda cerimonia pubblica sui gradini del municipio, con la partecipazione del senatore Bernie Sanders, uno dei modelli politici di Mamdani. La deputata Alexandria Ocasio-Cortez terrà il discorso inaugurale, e lungo un tratto di Broadway che conduce al municipio si terrà una festa di quartiere con musica, spettacoli e momenti interreligiosi. L’ufficio del sindaco eletto prevede la presenza di migliaia di persone, in quella che sarà la celebrazione ufficiale del passaggio di consegne. Per questa seconda cerimonia, Mamdani utilizzerà nuovamente il Corano del nonno e un altro appartenuto alla nonna. A poche ore dall’insediamento, Mamdani ha anche nominato come consulente legale principale Ramzi Kassem, avvocato e attivista con lunga esperienza in difesa dei diritti civili e dell’immigrazione. Kassem, già coinvolto nella difesa legale di studenti palestinesi e attivo in organizzazioni no-profit come Creating Law Enforcement Accountability and Responsibility (Clear), porterà la sua esperienza nell’ambito legale e delle politiche di giustizia sociale al nuovo governo municipale. L'articolo Mamdani presta giuramento come sindaco di New York sul Corano del nonno e su quello di Schomburg proviene da Il Fatto Quotidiano.
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New York, Mamdami lascerà il monolocale per la villa da mille metri quadrati che è la residenza del sindaco
Dalla zona di Astoria, nel Queens, all’Upper East Side: il neo sindaco Mamdani annuncia che si trasferirà con la moglie nella residenza ufficiale del sindaco di New York, la Gracie Mansion, lungo l’East River. Uno dei cavalli di battaglia di Zohran Mamdani durante la campagna elettorale che lo ha poi eletto primo cittadino è stata la promessa di bloccare il caro affitti. Un tema delicato nella Grande Mela, dove si può pagare 5/6.000 dollari per un monolocale a Brooklyn. Lui, Mamdani, mentre prometteva di mettere un freno alla speculazione, abitava ad Astoria, nonostante il suo status economico soddisfacente, in una casa ad affitto calmierato da 2.400 dollari al mese. Gli avversari lo avevano attaccato su questo punto. Per loro, un rappresentante con uno stipendio soddisfacente abitava nel Queens solo per questioni di immagine: quella di un politico che a tutti i costi si vuol mostrare dalla parte del ceto medio-basso che vive lontano da Manhattan. L’ex governatore Andrew Cuomo, che si era candidato come indipendente, aveva accusato Mamdani di aver abusato del sistema di regolamentazione degli affitti; facendo parte di una famiglia benestante, e con uno stipendio da 142.000 dollari in qualità di deputato dello Stato di New York in rappresentanza di Astoria, Mamdani avrebbe dovuto lasciare quella casa ad una persona meno abbiente. Ora, il primo sindaco musulmano nella storia di New York, dalle idee socialiste che hanno fatto rizzare i capelli in testa al presidente Trump, ammette che dal 1° gennaio 2026 con la moglie Rama Duwaji si trasferirà nella Gracie Mansion. La decisione è stata annunciata sui social: “La settimana scorsa siamo andati alla mostra dei treni del Giardino Botanico di New York e abbiamo visto la nostra nuova casa! Io e mia moglie Rama abbiamo deciso di trasferirci a Gracie Mansion a gennaio”. Il cambio di residenza, ha sostenuto il sindaco neo eletto, è da attribuire a questioni di sicurezza: “Questa decisione è stata presa per tutelare la sicurezza della nostra famiglia e per l’importanza di dedicare tutta la mia attenzione all’attuazione del programma di accessibilità economica per il quale i newyorkesi hanno votato”. Di certo per la famiglia Mamdani è un cambiamento non da poco: dal monolocale di Astoria con una stanza da letto a Gracie Mansion, residenza in legno che vanta 226 anni e si estende su quasi 1.000 metri quadrati: ha cinque camere da letto, una sala da ballo e una vista panoramica sull’East River. Il sindaco gioca la carta del sentimentalismo: “Ci mancherà molto la nostra casa ad Astoria. Preparare la cena fianco a fianco nella nostra cucina, condividere un sonnolento viaggio in ascensore con i nostri vicini la sera, sentire musica e risate vibrare attraverso le pareti dell’appartamento. Ad Astoria: grazie per averci mostrato il meglio di New York City”. I suoi sostenitori gli credono: i detrattori invece ricordano maliziosamente che non è un obbligo per il neo sindaco andare a vivere nella Gracie Mansion, anche se l’unico a rifiutarsi fu il sindaco Michael Bloomberg, in carica dal 2002 al 2013. L'articolo New York, Mamdami lascerà il monolocale per la villa da mille metri quadrati che è la residenza del sindaco proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Secondo lei Trump è fascista?”, alla domanda a Mamdani risponde il presidente Usa: “Dica di sì, è più facile”
L’ospite in piedi, come di consueto, lui seduto, a mo’ di professore in cattedra. È lo schema che si è ripetuto alla Casa Bianca, con Donald Trump, che ha ospitato il neo sindaco di New York, Zohran Mamdani. Il presidente ha definito Mamdani una figura che “sorprenderà alcuni conservatori”, lasciando intendere un possibile rapporto collaborativo. Durante la conferenza stampa congiunta, un giornalista ha chiesto a Mamdani se confermasse di aver definito Trump un “fascista” in passato. Il sindaco eletto ha tentato una risposta prudente: “Ho parlato di…”. Ma Trump lo ha interrotto con tono ironico: “Va bene. Può semplicemente dire di sì. È più facile che spiegarlo. Non mi dispiace”. Mamdani, sorridendo, ha replicato: “Va bene”. L'articolo “Secondo lei Trump è fascista?”, alla domanda a Mamdani risponde il presidente Usa: “Dica di sì, è più facile” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Mamdani incontra Trump alla Casa Bianca. Il presidente: “Lo aiuterò a realizzare i suoi sogni per New York”
Dopo avere trascorso gli ultimi mesi a scambiarsi accuse reciproche, Donald Trump e il neosindaco socialista di New York, il musulmano Zohran Mamdani, si sono incontrati alla Casa Bianca nel pomeriggio del 21 novembre (le 15 negli Usa, le 21 in Italia), per suggellare la tregua deponendo l’ascia di guerra. Sul tavolo c’erano le minacce di militarizzare la città lanciate dal presidente, ma già alla vigilia dell’incontro il tono si è ribaltato, con il Tycoon disponibile alla collaborazione verso il primo cittadino della Grande mela. Le dichiarazione successive hanno siglato la tregua tra i leader ai lati opposti dello schieramento politico. LA SINTONIA TRA IL SINDACO E IL PRESIDENTE Il presidente ha assicurato all’ex rivale “un grande aiuto” a realizzare il suo programma. “Sarà un grande sindaco”, ha proseguito un’entusiasta Donald Trump, “lo aiuterò a realizzare i suoi sogni per New York”. Al suo fianco durante la conferenza stampa, Zohran Mamdani sorrideva più che compiaciuto. Anche lui ha abbandonato le ostilità verso il presidente definendo l’incontro “molto produttivo”. Il sindaco ha indicato gli obiettivi comuni con la Casa Bianca, in primis la lotta al carovita nella Grande Mela e l’esigenza di case a buon mercato: i due cavalli di battaglia della sua campagna. Toni lontani anni luce dalle frecciate reciproche dei mesi scorsi. Sparito dal vocabolario del presidente l’appellativo “comunista”. Anzi, Trump ha ammesso che “alcune delle idee” del socialista sono “come le sue”, e che ora che lo ha incontrato “è sicuro che si troverebbe bene nella New York di Mamdani”. TRUMP: “COLLABOREREMO SUI MIGRANTI” Eppure poco prima dell’incontro la Camera aveva approvato una risoluzione per denunciare gli “orrori del socialismo“. In conferenza stampa invece è esplosa la sintonia, tra i due. Quando un reporter ha chiesto a Mamdani se pensasse ancora che Trump fosse un “fascista“, il presidente scherzando lo ha invitato a rispondere così: “sì, è più facile che spiegare”. Trump ha dribblato la domanda sulla risoluzione contro il socialismo. Al quesito se condividesse l’opinione della repubblicana Stefanik che il primo cittadino è un “jihadista“, lui ha risposto: “Ho incontrato una persona molto razionale”. Trump si è detto ottimista su uno dei temi più divisivi: gli interventi dell’Ice, l’agenzia federale sull’immigrazione e la sicurezza delle frontiere: “Penso che troveremo una soluzione”, ha detto il tycoon, favorevole ad una stretta schierando i reparti anche a Chicago e Charlotte. Da quando Trump ha assunto il controllo federale delle forze di polizia di Washington e ha mobilitato le truppe della Guardia Nazionale, ha lanciato l’idea che New York fosse la prossima destinazione. Mamdani invece è stato critico dell’Ice. Trump ha affermato che durante l’incontro Mamdani ha parlato di come “vuole una New York sicura”. “Quindi lavoreremo insieme. Faremo in modo che se ci sono persone orribili lì, vogliamo farle uscire – ha aggiunto Trump -. Penso che lui voglia farle uscire forse più di me”. LA NUOVA GUARDIA DEM Per prepararsi all’incontro Mamdani ha avuto lunghe conversazioni con i big del Partito democratico, dalla governatrice di New York, Kathy Hochul, al leader della minoranza alla Camera, Hakeem Jeffries, al veterano del Senato Chuck Schumer. Ma al suo fianco nello Studio Ovale c’era la nuova generazioni dei dem: Elle Bisgaard-Church e Morris Katz (due consiglieri chiave) e la portavoce Dora Pekec; l’età media è sotto i 30 anni, come tutta la cerchia ristretta di Mamdani . Quando gli è stato chiesto se si senta già il leader del partito democratico, il primo cittadino ha minimizzato: “Sono il sindaco di New York, la mia attenzione è tutta su quello”. L'articolo Mamdani incontra Trump alla Casa Bianca. Il presidente: “Lo aiuterò a realizzare i suoi sogni per New York” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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D’Alema striglia il campo largo: “Si vince o si perde tutti insieme. Bisogna parlare agli esclusi e coinvolgere la cultura”
Nella sala Berlinguer di Montecitorio, davanti ai deputati del Pd, alla segretaria Elly Schlein e al leader della Cgil Maurizio Landini, Massimo D’Alema torna alla Camera nelle vesti di direttore editoriale di Italianieuropei. L’occasione è la presentazione dell’ultimo numero della rivista, dedicato al lavoro e alle trasformazioni economiche, con la partecipazione anche di Cecilia Guerra, responsabile Lavoro della segreteria nazionale del Pd, e dell’ex commissario europeo Nicolas Schmit. Ma più che un intervento accademico, quello di D’Alema si trasforma in un monito politico: serve un’opposizione compatta, un “campo largo” capace di ritrovare un linguaggio comune e una prospettiva credibile di governo. Il cuore della sua analisi è la questione del lavoro, che per l’ex premier non riguarda solo una parte della società, ma “ha a che vedere col destino del nostro Paese” e con la capacità competitiva del sistema produttivo. Per D’Alema, la destra al governo incarna un modello “destinato inesorabilmente al declino”, incapace di reggere le sfide globali, tecnologiche e soprattutto demografiche. “La politica dei confini chiusi significa per l’Italia di qui a 50 anni avere 40 milioni di abitanti con età media 62 anni – avverte – e cioè la fine di tutto: sistema economico, welfare, pensioni. Un Paese che respinge, invece di attrarre, lavoratori giovani finirà per perdere anche i propri”. Da qui la necessità di rimettere al centro dignità, diritti e retribuzioni: non per ideologia, ma perché l’Italia potrà competere soltanto investendo nella qualità del lavoro, nell’innovazione e nella capacità di far crescere i consumi interni in un mondo attraversato da conflitti e rallentamenti del commercio globale. “Riconoscere dignità del lavoro è centrale per l’avvenire del Paese”, insiste l’ex leader dei Ds. Ma l’analisi economica si intreccia con un allarme democratico: l’astensione dilaga, soprattutto nelle fasce sociali più fragili, dove si sfiora il 70%. È un sistema “censitario”, dove votano quasi solo i ceti più forti. D’Alema vede un’indicazione preziosa nell’esempio americano: la recente vittoria di Zohran Mamdani, neo-sindaco socialdemocratico di New York City, eletto il 4 novembre 2025 grazie alla capacità di mobilitare “la parte più marginale della popolazione”. “Hanno votato per lui sapendo che avrebbe affrontato il caro affitti e il caro vita“, sottolinea, aggiungendo come l’impegno su condizioni concrete di vita abbia convinto gli esclusi a tornare alle urne. Da qui l’appello ai leader del centrosinistra, e in particolare al Pd: ricostruire un dialogo stabile e più forte con sindacati e mondo culturale. “C’è una parte importante della cultura che vuole dare un contributo… Bisognerebbe chiamarla in modo più esplicito”, ammonisce, ricordando che questa responsabilità non è di un solo partito, ma dell’intera coalizione. Perché, avverte, “si vince o si perde tutti insieme” e “le egemonie di partito dentro una coalizione hanno un valore relativo”. D’Alema richiama anche un passaggio del libro Manifesto per un’altra economia e un’altra politica dell’economista e storico Emanuele Felice, che lui stesso ha recensito per la rivista: la storia dell’indice di Gini, misura statistica della disuguaglianza economica in una popolazione, che è cresciuta senza sosta dagli anni Sessanta, ma si è invertita in due soli momenti. Ovvero, alla fine dei Settanta grazie alle riforme sociali della sinistra, e nel 1998 con le politiche dell’Ulivo. “È la dimostrazione che si può conciliare rigore finanziario e riduzione delle diseguaglianze“, sostiene, rivendicando investimenti dell’epoca in sanità con la riforma Bindi, scuola e Mezzogiorno. E conclude: “Lo dico perché questo fa parte del vostro patrimonio storico, noi siamo vecchi oramai, ed è qualcosa che appartiene all’ordine delle possibilità e alla storia della sinistra in questo paese”. L'articolo D’Alema striglia il campo largo: “Si vince o si perde tutti insieme. Bisogna parlare agli esclusi e coinvolgere la cultura” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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