Penny è la regina del Westminster Kennel Club Dog Show 2026. Il Dobermann
Pinscher ha vinto il titolo “Best in Show” nella 150esima edizione della
competizione che consacra l’animale come cane più bello del mondo. La vittoria
di Penny alla manifestazione di New York segna il quinto successo per la razza
Dobermann.
A guidare la vincitrice c’era Andy Linton, veterano delle esposizioni canine.
Con il successo del 2026, l’uomo è tornato a vincere dopo 36 anni. L’ultimo
trofeo alzato, infatti, risaliva al 1989. Ai giornalisti lì presenti Linton ha
dichiarato: “Penny è uno dei migliori esemplari che abbia mai visto”. L’uomo ha
accompagnato il cane nonostante alcuni problemi di salute. Al secondoo posto si
è classificata Cota, un Chesapeake Bay retriever. Il proprietario di Penny ha
raccontato ai media presenti alla competizione che la cagnolina è un esemplare
“intelligente, esigente e desiderosa di compiacere”.
Ma che cos’è il Westminster Kennel Club Dog Show? Si tratta del più antico e
prestigioso concorso cinofilo del mondo. La kermesse, a cui partecipano
esclusivamente cani di razza già campioni, va in scena ogni anno al Madison
Squadre Garden di New York.
La prima edizione risale al 1877, quando un gruppo di appassionati fondò il Club
per promuovere l’allevamento selettivo. Negli anni, la manifestazione è
diventata un’istituzione cinofila. Nella competizione non viene giudicato
l’addestramento ma la perfezione estetica del cane.
L'articolo Il Dobermann Pinscher Penny trionfa al Westminster Kennel Club Dog
Show 2026: le immagini della premiazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Niente paura: è tutto stramaledettamente in linea con le leggi sulla donazione
degli organi e sui codici etici. Ma ciononostante fa arricciare la pelle. Nel
cuore di Manhattan si sta superando infatti l’ennesima frontiera della medicicna
estetica: l’uso del grasso corporeo da donatore cadavere. Il grasso come un
qualsiasi altro tessuto o organo,viene infatti donato da pdonatori deceduti per
rinforzare liposuzioni andate a male o fianchi e curve non pù prominenti. Ma
attenzione, il grasso in questione deve essere sterilizzato, privato del DNA,
certificato come “eticamente sourced”. E sempre più richiesto. A New York il
prodotto più noto si chiama AlloClae, ed è diventato un oggetto di culto tra
donne magre, ex pazienti di Ozempic e celebrity minori in cerca di volumi
“naturali”. Naturali nel risultato, non certo nell’origine.Quelli del New York
Post hanno raccolto la storia di Stacey, 34 anni, professionista della finanza,
che racconta di aver speso quasi 45 mila dollari per ridisegnare fianchi e
glutei con grasso proveniente da un corpo donato alla scienza. “All’inizio
sembra inquietante”, ammette, “ma questo tipo di tessuto viene usato in medicina
da decenni. È regolamentato. È come riciclare”.
Il linguaggio è quello dell’economia circolare applicata al corpo umano. Il
grasso diventa una risorsa, un materiale biologico “off the shelf”, pronto
all’uso per chi non ne produce abbastanza o non vuole subire nuove liposuzioni.
Secondo i chirurghi che lo utilizzano, AlloClae funziona come un innesto
strutturale: non solo riempie, ma sostiene. È diverso dal grasso autologo,
spiegano, perché conserva una sorta di “impalcatura” tridimensionale che
garantisce forma e stabilità.
Il boom del grasso da donatore non è casuale. Arriva dopo l’esplosione dei
farmaci dimagranti, che hanno svuotato corpi e conti correnti. Dimagrire
velocemente significa spesso perdere volume dove non si vorrebbe: seno, glutei,
viso. E non tutte hanno abbastanza tessuto da “riciclare” da sole. “È una
soluzione per corpi impoveriti”, spiegano i medici. Anche per correggere vecchi
interventi estetici falliti, lasciando meno cicatrici e tempi di recupero quasi
nulli. Il prezzo, però, resta elitario: tra i 30 e i 50 mila dollari. Un lusso
biologico che alcune pazienti paragonano a una borsa Hermès: non necessario, ma
altamente simbolico.
Il punto più controverso resta l’origine del materiale. Non basta essere
donatori di organi: il grasso proviene da donazioni complete del corpo, con
criteri stringenti. Niente autopsie, niente patologie trasmissibili, consenso
esplicito. Le aziende parlano poco dei dettagli. I chirurghi rassicurano. Le
pazienti preferiscono non pensarci troppo. Dopo anni di filler sintetici,
siliconi e lifting estremi, la chirurgia estetica sembra ossessionata dall’idea
di naturalezza. Ma è una naturalezza costruita, filtrata, selezionata. Persino
“presa in prestito”. Il grasso dei morti, trasformato in promessa di autostima,
è il simbolo perfetto di questa fase: sostenibile a parole, costosa nei fatti,
rassicurante nel marketing, inquietante se ci si ferma a riflettere.
L'articolo “All’inizio sembra inquietante, ma è come riciclare”: prendere il
grasso corporeo dai cadaveri per rifarsi i glutei e le curve, l’ultima follia
della medicina estetica post Ozempic proviene da Il Fatto Quotidiano.
Rischia la pena massima del carcere a vita senza possibilità di libertà su
parola in caso di condanna. Quindi, nessuna pena di morte per Luigi Mangione, il
27enne imputato per l’assassinio del Ceo di United HealthCare Brian Thompson,
ucciso il 4 dicembre 2024 a Manhattan di fronte ad un albergo, dove doveva
partecipare ad una riunione del gruppo. Il giudice a cui fa capo il suo processo
ha infatti respinto l’accusa mossa contro Mangione che, potenzialmente, lo
avrebbe esposto alla possibilità di essere condannato alla pena capitale nel
caso di condanna. La giudice Margaret M. Garnett ha respinto due delle quattro
accuse contro Mangione. Per i suoi legali la decisione è una vittoria importante
perché sono riusciti a far valere la tesi che lo stalking “non si configura come
crimine violento” e non può essere quindi il presupposto per la pena di
capitale. Gli avvocati del 27enne hanno anche sostenuto davanti al giudice che
la decisione di chiedere la pena di morte fosse di natura politica.
La giudice ha deciso anche di ammettere al processo come prove quanto rinvenuto
nello zaino di Mangione quando è stato fermato per la morte di Thompson. I
legali di Mangione avevano invece chiesto che le prove raccolte dalla zaino
fossero escluse dal processo perché la perquisizione effettuata allora era stata
eseguita in modo illegale perché le autorità non avevano alcun mandato per
agire.
Il giovane italoamericano, attualmente ancora sotto processo, vanta diversi
ammiratori e sostenitori tra i numerosi critici del sistema sanitario
statunitense. Tanto che poche ore prima della decisione del giudice un uomo,
Mark Anderson, 35enne del Minnesota, si è finto un agente dell’FBI per
liberarlo. Armato con un tagliapizza e una forchetta da barbecue, si è
presentato in un carcere federale di Brooklyn affermando di avere un’ordinanza
del tribunale per il rilascio di Mangione. L’uomo è però stato arrestato, come
riferisce il New York Times.
Stando alla denuncia, Anderson è arrivato al carcere intorno alle 18:50 di
mercoledì e ha detto agli agenti penitenziari di essere un agente dell’Fbi con
documenti “firmati da un giudice” che autorizzavano il rilascio di un detenuto.
Gli sono stati chiesti i documenti di identità e ha mostrato una patente di
guida del Minnesota. Poi, ha detto di essere armato e ha iniziato a lanciare
documenti contro gli agenti penitenziari, documenti che, secondo la denuncia,
riguardavano una causa contro il Dipartimento di Giustizia Usa. Gli è stato
trovato addosso un tagliapizza e una forchetta da barbecue. Anderson, secondo
una delle persone informate sui fatti, lavorava in una pizzeria a New York.
Dopo il suo arresto per l’omicidio di Brian Thompson, Mangione ha ricevuto
un’ondata di sostegno. Molte persone hanno contribuito al suo fondo per la
difesa legale e gli hanno inviato lettere, libri e fotografie personali al
carcere federale, il Metropolitan Detention Center di Brooklyn. Il suo fondo per
la difesa ha raccolto circa 1,4 milioni di dollari finora.
L'articolo Luigi Mangione rischia il carcere a vita, ma non la pena di morte per
l’omicidio del Ceo di United HealthCare Brian Thompson proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il gelo di New York non ferma il “Naked cowboy”, celebre artista di strada di
New York, che ha continuato il suo lavoro a Times Square, suonando la chitarra
in mutande, nonostante la tempesta di neve che si è abbattuta sulla Grande Mela.
L'articolo Suona la chitarra in mutande durante la tempesta di neve a New York:
il gelo non ferma il “cowboy” – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
Quello che per molti newyorkesi era iniziato come un semplice annuncio di
insediamento si è trasformato in una vera e propria sfida culturale ai costumi
americani. Il giorno del suo trasferimento a Gracie Mansion, la residenza
ufficiale del sindaco nell’Upper East Side, Zohran Mamdani ha dichiarato di
voler raggiungere un obiettivo preciso: installare i bidet nei bagni della
struttura. Una scelta che punta a colmare quello che storicamente rappresenta un
punto interrogativo per l’igiene personale negli Stati Uniti, portando a New
York un dispositivo comune in diversi Stati, inclusa l’Italia e l’India, terra
d’origine dei genitori del sindaco.
Ogni inquilino della secolare residenza sull’East River ha lasciato un segno
tangibile del proprio passaggio: Mike Bloomberg diede il via libera a una
ristrutturazione completa degli interni, pur preferendo continuare a vivere
nella sua abitazione privata; Ed Koch, in passato, scelse di far installare un
barbecue da interno. Tuttavia, nessuno prima di Mamdani aveva mai sollevato la
questione del bidet. La proposta conferma una crescente apertura degli
statunitensi verso nuovi standard di cura personale: secondo un sondaggio della
National Kitchen and Bath Association condotto su settecento designer, il 76%
dei proprietari di casa cerca oggi water con funzioni integrate, mentre il 48%
dei progettisti prevede che i bidet diventeranno popolari negli Stati Uniti
entro i prossimi tre anni.
I dati confermano che il cambiamento è già in atto. Tushy, azienda con sede a
Brooklyn fondata nel 2015, ha già immesso sul mercato americano due milioni di
pezzi. Justin Allen, ceo della società, ha spiegato al New York Times
l’evoluzione della percezione pubblica: “Quando abbiamo cominciato, i bidet
negli Stati Uniti erano visti come un lusso inaccessibile e, va detto, come
qualcosa di strano. Ma una volta che ne usi uno è difficile dimenticare quanto
ci si senta più puliti”. L’iniziativa del sindaco ha raccolto consensi
inaspettati, tra cui quello di Caroline Rose Giuliani. La figlia dell’ex sindaco
Rudolph Giuliani ha reagito con entusiasmo alla proposta: “Avrei fatto la stessa
cosa se avessi conosciuto i bidet quando vivevo lì”.
Oltre all’aspetto igienico, la rivoluzione di Mamdani poggia su solide basi
ecologiche. L’utilizzo del bidet riduce drasticamente il consumo di carta
igienica e, soprattutto, l’impiego delle salviettine umidificate, responsabili
di gravi ostruzioni nei sistemi fognari urbani. Non a caso, il Dipartimento per
la Protezione Ambientale di New York ha rilanciato l’annuncio del sindaco sui
social con un video esplicativo e una didascalia sintetica: “Più bidet = meno
salviettine umidificate”.
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L'articolo “Una volta che ne usi uno è difficile dimenticare quanto ci si senta
più puliti”: la “rivoluzione” del bidet del sindaco di New York Mamdani proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Kianna Underwood, ex attrice bambina diventata nota nei primi anni Duemila per
le sue apparizioni nelle serie Nickelodeon All That e Little Bill, è morta a 33
anni dopo essere stata investita da un’auto pirata a Brooklyn. L’incidente è
avvenuto nelle prime ore di venerdì 16 gennaio. La notizia è stata confermata
dalla famiglia attraverso i social media. Secondo quanto riferito dalla polizia
di New York, l’investimento è avvenuto intorno alle 6:50 del mattino
all’incrocio tra Pitkin Avenue e Mother Gaston Boulevard. Underwood stava
attraversando la strada quando un veicolo grigio, che procedeva in direzione
ovest, l’ha travolta con violenza. L’auto, spiegano le autorità, ha trascinato
la donna per quasi due isolati prima di allontanarsi senza fermarsi a prestare
soccorso.
Gli agenti intervenuti sul posto hanno riferito che la vittima ha riportato
gravi traumi alla testa e al torace. I soccorsi sono stati allertati da una
chiamata al 911, ma all’arrivo dei sanitari Underwood era già deceduta. La morte
è stata constatata sul luogo dell’incidente. Al momento non risultano persone
arrestate. L’indagine è stata affidata alla Highway District Collision
Investigation Squad della polizia newyorchese, che sta lavorando per ricostruire
la dinamica dell’accaduto e identificare il conducente responsabile. Le autorità
stanno analizzando le immagini delle telecamere di sorveglianza presenti nella
zona e raccogliendo eventuali testimonianze.
Kianna Underwood aveva partecipato alla decima stagione di All That tra il 2004
e il 2005, uno degli show comici per ragazzi più popolari di Nickelodeon, che ha
lanciato volti diventati poi celebri come Amanda Bynes e Kenan Thompson. Aveva
inoltre lavorato come doppiatrice nella serie animata Little Bill, creata da
Bill Cosby, e preso parte a diverse produzioni televisive e cinematografiche,
tra cui The 24 Hour Woman e il film tv Santa, Baby!. Nel corso della sua
carriera aveva anche fatto parte del tour nazionale originale del musical
Hairspray, esperienza che aveva segnato una tappa importante del suo percorso
artistico dopo gli esordi da giovanissima in televisione. La notizia della sua
morte ha suscitato numerosi messaggi di cordoglio da parte di colleghi e fan, in
particolare tra chi è cresciuto con i programmi Nickelodeon dei primi anni
Duemila.
L'articolo E’ morta a 33 anni Kianna Underwood, star di Nickelodeon: “Investita
mentre attraversava la strada, è stata trascinata per quasi due isolati da
un’auto pirata” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Ora è tutto in crisi. Siamo ripiombati nella guerra che è la cosa più
anacronistica tra quelle che ci sono. Non mi rimane che fare musica e sono
venuto a New York proprio per quello perché ero sopraffatto dalle notizie e
questa cosa mi stava intossicando, non potevo fare nulla”. È un Lorenzo
Jovanotti sincero al 100% quello che traspare dal documentario “JovaYork – la
musica dell’anima”, in prima visione su Sky Uno e Sky Documentaries il 12
gennaio alle 21.15, su Sky Arte il 14 gennaio alle 20.15, in streaming solo su
Now e disponibile On Demand.
Abbiamo visto il documentario “JovaYork – la musica dell’anima” (scritto da
Lorenzo Cherubini con Federico Taddia e diretto da Fabrizio Conte. La produzione
esecutiva è di Borotalco tv) che svela non solo il “making of” del suo ultimo
album “Niuiorcherubini”, nato in sei giorni. Un’ora di racconti, spensieratezza
e il cantautore credibilissimo come guida per la città.
“NON VOGLIO GENTE CHE MI DIA DELLE RISPOSTE PERCHÉ NON CI SONO”
“Avevo la timeline inarrestabile di tragedie e sentivo di non poter avere nessun
potere di intervento. Allora mi sono reso conto che l’unica cosa che posso fare
è la musica, dove riesco a mettere le emozioni e non essere ideologico, dove
posso descrivere solamente emozioni. Non voglio gente che mi dia delle risposte
perché non ci sono. Mi sono concentrato sulla capacità di essere emotivi, amare,
di sperare e progettare il futuro e credere che le situazioni che ci
attraversano poi finiscono, come le malattie. E proprio come quando ci
ritroviamo immersi nelle malattie l’atteggiamento più costruttivo è quello di
attraversarla per poi uscirne. La vita stessa è un attraversamento continuo.
Dove si va dopo? Non lo so (ride, ndr)”.
“QUANDO QUALCOSA MI CHIAMA E VIBRA MI CI BUTTO A CAPOFITTO”
“Volevo realizzare un album in sei giorni nella New York scintillante,
promettente, pericolosa, promettente. L’unica città di mare che non guarda
l’orizzonte perché è essa stessa l’orizzonte. Ho chiamato Federico Nardelli
(Produttore discografico e compositore italiano, ndr) e gli ho proposto di
prendere uno studio per farci venire delle idee e suonare. Così abbiamo chiamato
qualche musicista di Brooklyn e New York, perché per me rimane la città più
musicale di sempre. Sono in una fase della mia vita in cui mi piace non avere un
progetto o un obbiettivo in testa, ma di avere qualcosa tra le mani… Quando
qualcosa mi chiama e vibra mi ci butto a capofitto”.
“SONO FINITO IN CLASSIFICA BILLBOARD COME GINO LATINO”
“Nel 1988-89 feci un pezzo intitolato ‘Welcome’ con uno pseudonimo Gino Latino
ed è balzato al numero 1 nella classifica dance Billboard, vendemmo tantissimo,
centinaia di migliaia di dischi. Ho provato ad avere uno spazio live in America
e sono riuscito. Non ho mai pensato che una mia canzone potesse conquistare
questo mercato, sono felice di essere anti-eroe di un mondo, del mio mondo “.
“LA LIBERTÀ È UN DISPOSITIVO DEGLI ESSERI UMANI”
“Ellis Island con la Statua della Libertà è un posto che assolutamente merita
una visita. È uno dei posti più toccanti della città. Senti la carica di storia,
di energia, di sogno, di sofferenza, di utopia, di libertà. È stata la prima
cosa che vedevano quando gli immigrati arrivavano in America. Parliamo di
persone dall’est Europa o dalla Calabria, dalla Sicilia, o da paesi poveri, che
venendo qui si sentivano pervasi da una grande forza di libertà, la più grande
forza che ispira gli esseri umani… La libertà è la libertà dalla fame, la
libertà dal bisogno, la libertà delle sopraffazioni, la libertà è il valore
laico più sacro che c’è. Comune a tutti, a chi crede, a chi non crede, cioè la
libertà è proprio un dispositivo degli esseri umani”.
L'articolo “Siamo ripiombati nella guerra, è tutto in crisi. Sopraffatto dalle
notizie, ero intossicato. Così ho deciso di far musica a New York”: parla
Jovanotti in “JovaYork” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Ci ha promesso un viaggio sui mezzi gratis, ma tutto quello che abbiamo
ottenuto è stata una tariffa più alta”. “Da oggi, le tariffe di autobus e
metropolitana a New York saliranno a 3 dollari. Il bravo sindaco ha promesso che
sarebbero stati gratuiti. Ingannati!”. I commenti delusi appartengono a quei
cittadini di New York che si ritengono traditi dalle promesse del neo sindaco
Zohran Mamdani. Lui stesso ha basato la sua campagna elettorale durante la corsa
alla carica di primo cittadino della Grande Mela su due temi molto sentiti:
mezzi di trasporto gratuiti e affitti calmierati.
Mamdani è in carica solo da qualche giorno e l’aumento dei biglietti di bus e
metro non è stata una sua decisione, ma della precedente amministrazione del
sindaco Eric Adams. Tuttavia, dal 5 gennaio, quando sono entrate in vigore le
nuove tariffe, la delusione è palpabile, anche se ci sono coloro che ricordano
come la scelta non sia stata di Mamdani: “Lui è in carica da tre giorni, e
l’aumento è stato deciso a settembre”, scrive un sostenitore.
Il primo cittadino cerca di tenere il punto e per tutta risposta ha pubblicato
un post sul suo profilo su X dove raccontava: “Ho trascorso la serata sull’unico
autobus gratuito della città, il Q70, per scoprire cosa ha significato per i
newyorkesi viaggiare gratis”. Ed ancora: “Ciò che è apparso subito chiaro è il
sollievo che questa linea di autobus offre alla classe operaia newyorkese.
Immaginate se ogni autobus trasmettesse questa sensazione”. Fatto è che
l’aumento è a tappeto: oltre alla tariffa base dell’autobus, anche quella
ridotta è salita da 1,45 a 1,50 dollari; il bus espresso adesso propone un
biglietto passato da 7 a 7,25 dollari e quella ridotta da 3,50 a 3,60 dollari.
Sono aumenti di pochi centesimi, ma per diversi utenti rappresentano il simbolo
di una promessa non mantenuta.
Il bilancio 2025 della MTA, approvato dal Consiglio di amministrazione nel
dicembre 2024, prevedeva un aumento delle tariffe a marzo 2025, che è stato poi
posticipato a gennaio 2026, come scritto sul sito dell’azienda dei trasporti
“per allinearlo al lancio del sistema tap-and-go completo su metropolitane e
autobus”. L’ultimo aumento delle tariffe risaliva al 2023, quando la tariffa
base era passata da 2,75 a 2,90 dollari.
Cosa significa tutto ciò nella vita quotidiana di un newyorkese lo ha calcolato
la Cbs: prendere la metropolitana andata e ritorno cinque giorni alla settimana
costa 5 dollari in più rispetto al 2015, per un totale di circa 260 dollari in
più all’anno. L’aumento è di carattere generale anche negli abbonamenti mensili
della Metro North e della Lirr: quest’ultimi costeranno dai 7 ai 21 dollari in
più.
Tornando agli aumenti della MTA, l’amministratore delegato dell’azienda, Janno
Lieber, difende la scelta e alla Cbs dice: “Bisogna ricordare cosa sta realmente
causando problemi di accessibilità economica a New York, e non sono i trasporti
pubblici” ed ha ricordato come le tariffe siano fondamentali per garantire un
servizio sicuro e affidabile. I newyorkesi – almeno buona parte di loro – non
concorda. Dal canto suo, Mamdani non demorde e assicura che il suo prossimo
passo sarà quello di trovare fonti di entrate alternative per finanziare MTA.
Quali saranno questi fonti, non lo ha però precisato: per ora, gli abitanti
della Grande Mela devono fare i conti con quella che ritengono una promessa
mancata.
L'articolo Trasporti gratis a New York? No, bus e metro aumentano e i pendolari
gridano al “tradimento” di Mamdani proviene da Il Fatto Quotidiano.
Clamorosa marcia indietro del Dipartimento di Giustizia Usa su una delle accuse
rivolte all’ormai ex presidente del Venezuela Nicolás Maduro: quella di essere a
capo di un cartello di narcotrafficanti chiamato “Cartel de los Soles”. Secondo
il New York Times, i procuratori americani continuano a contestare a Maduro –
catturato il 3 gennaio con un blitz militare a Caracas – di aver partecipato a
una cospirazione legata al narcotraffico, ma hanno abbandonato la definizione di
“cartello“, parlando invece, negli ultimi atti, di un “sistema di patronato” e
di una “cultura della corruzione” alimentata dai proventi della droga. Il
super-testimone su cui si basava l’accusa, d’altra parte, era tutt’altro che
attendibile: si tratta di Hugo “El Pollo” Carvajal, ex capo dell’intelligence
militare venezuelana detenuto negli Usa per narcotraffico, che in una lettera
inviata a Donald Trump ha affermato di aver assistito alla trasformazione del
governo chavista in “un’organizzazione criminale” guidata da Maduro e altri alti
funzionari, con l’obiettivo di “usare la droga come arma contro gli Stati
Uniti”. “El Pollo” ha però diffuso più volte in passato rivelazioni-bufala
smentite in sede giudiziaria, come l’accusa al Movimento 5 stelle di aver
ricevuto attraverso Gianroberto Casaleggio finanziamenti dal Venezuela per 3,5
milioni di euro.
La definizione di “cartello” risale a un atto d’accusa emesso da un gran giurì
nel 2020 contro Maduro, redatto dal Dipartimento di Giustizia. Nel luglio 2025,
riprendendone il linguaggio, il Dipartimento del Tesoro ha designato il “Cartel
de los Soles” come organizzazione terroristica. A novembre, Marco Rubio,
segretario di Stato e consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, ha
ordinato al Dipartimento di Stato di fare lo stesso. Ma esperti di criminalità e
narcotraffico in America Latina – ricostruisce il Nyt – avevano denunciato che
si tratta in realtà di un termine gergale, inventato dai media venezuelani negli
anni Novanta, per indicare funzionari corrotti dal denaro della droga.
Così sabato, dopo che l’amministrazione ha catturato Maduro, il Dipartimento di
Giustizia ha reso pubblico un atto d’accusa riscritto che sembra riconoscere
tacitamente questo punto. Infatti, mentre la vecchia incriminazione fa
riferimento 32 volte al “Cartel de los Soles” descrivendo Maduro come il suo
leader, quello nuovo menziona solo due volte la presunta organizzazione, e
afferma che il presidente deposto, come il suo predecessore Hugo Chávez, ha
partecipato a questo sistema di patronato, lo ha perpetuato e protetto. I
profitti del traffico di droga, si legge ancora, “affluiscono a funzionari
civili, militari e dei servizi di intelligence corrotti ai livelli inferiori,
che operano all’interno di un sistema di patronato gestito da coloro che stanno
al vertice, indicato come Cartel de los Soles o Cartello dei Soli, un
riferimento all’insegna del sole applicata sulle uniformi degli alti ufficiali
militari venezuelani”, afferma il nuovo atto.
Questo passo indietro, sottolinea il Nyt, mette ulteriormente in discussione la
legittimità della designazione del Cartel de los Soles come organizzazione
terroristica straniera da parte dell’amministrazione Trump lo scorso anno.
L'articolo Maduro a capo di un cartello della droga? Gli Usa fanno marcia
indietro: la nuova accusa parla di “sistema di corruzione” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Zohran Mamdani ha fatto la storia prestando giuramento come primo sindaco
musulmano di New York City poco dopo la mezzanotte, utilizzando il Corano del
nonno e un altro appartenuto ad Arturo Schomburg, celebre scrittore e storico
afroamericano che ha contribuito all’Harlem Renaissance. La scelta dei testi,
resa nota dall’ufficio di Mamdani, sottolinea la ricchezza di fedi, razze ed
etnie che caratterizza la Grande Mela e che ha portato alla storica vittoria
Mamdani.
Il primo giuramento si è svolto in forma privata presso l’ex stazione della
metropolitana City Hall a Manhattan, uno dei simboli storici del sistema di
trasporto sotterraneo della città, noto per i suoi archi piastrellati e i
soffitti a volta. La procuratrice generale Letitia James, alleata politica di
Mamdani e nota avversaria dell’ex presidente Donald Trump, ha amministrato il
giuramento. Secondo il sindaco eletto, la scelta della stazione riflette il suo
impegno verso i lavoratori che ogni giorno mantengono in funzione la città.
È prevista, venerdì 2 gennaio, una seconda cerimonia pubblica sui gradini del
municipio, con la partecipazione del senatore Bernie Sanders, uno dei modelli
politici di Mamdani. La deputata Alexandria Ocasio-Cortez terrà il discorso
inaugurale, e lungo un tratto di Broadway che conduce al municipio si terrà una
festa di quartiere con musica, spettacoli e momenti interreligiosi. L’ufficio
del sindaco eletto prevede la presenza di migliaia di persone, in quella che
sarà la celebrazione ufficiale del passaggio di consegne. Per questa seconda
cerimonia, Mamdani utilizzerà nuovamente il Corano del nonno e un altro
appartenuto alla nonna.
A poche ore dall’insediamento, Mamdani ha anche nominato come consulente legale
principale Ramzi Kassem, avvocato e attivista con lunga esperienza in difesa dei
diritti civili e dell’immigrazione. Kassem, già coinvolto nella difesa legale di
studenti palestinesi e attivo in organizzazioni no-profit come Creating Law
Enforcement Accountability and Responsibility (Clear), porterà la sua esperienza
nell’ambito legale e delle politiche di giustizia sociale al nuovo governo
municipale.
L'articolo Mamdani presta giuramento come sindaco di New York sul Corano del
nonno e su quello di Schomburg proviene da Il Fatto Quotidiano.