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Il Dobermann Pinscher Penny trionfa al Westminster Kennel Club Dog Show 2026: le immagini della premiazione
Penny è la regina del Westminster Kennel Club Dog Show 2026. Il Dobermann Pinscher ha vinto il titolo “Best in Show” nella 150esima edizione della competizione che consacra l’animale come cane più bello del mondo. La vittoria di Penny alla manifestazione di New York segna il quinto successo per la razza Dobermann. A guidare la vincitrice c’era Andy Linton, veterano delle esposizioni canine. Con il successo del 2026, l’uomo è tornato a vincere dopo 36 anni. L’ultimo trofeo alzato, infatti, risaliva al 1989. Ai giornalisti lì presenti Linton ha dichiarato: “Penny è uno dei migliori esemplari che abbia mai visto”. L’uomo ha accompagnato il cane nonostante alcuni problemi di salute. Al secondoo posto si è classificata Cota, un Chesapeake Bay retriever. Il proprietario di Penny ha raccontato ai media presenti alla competizione che la cagnolina è un esemplare “intelligente, esigente e desiderosa di compiacere”. Ma che cos’è il Westminster Kennel Club Dog Show? Si tratta del più antico e prestigioso concorso cinofilo del mondo. La kermesse, a cui partecipano esclusivamente cani di razza già campioni, va in scena ogni anno al Madison Squadre Garden di New York. La prima edizione risale al 1877, quando un gruppo di appassionati fondò il Club per promuovere l’allevamento selettivo. Negli anni, la manifestazione è diventata un’istituzione cinofila. Nella competizione non viene giudicato l’addestramento ma la perfezione estetica del cane. L'articolo Il Dobermann Pinscher Penny trionfa al Westminster Kennel Club Dog Show 2026: le immagini della premiazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“All’inizio sembra inquietante, ma è come riciclare”: prendere il grasso corporeo dai cadaveri per rifarsi i glutei e le curve, l’ultima follia della medicina estetica post Ozempic
Niente paura: è tutto stramaledettamente in linea con le leggi sulla donazione degli organi e sui codici etici. Ma ciononostante fa arricciare la pelle. Nel cuore di Manhattan si sta superando infatti l’ennesima frontiera della medicicna estetica: l’uso del grasso corporeo da donatore cadavere. Il grasso come un qualsiasi altro tessuto o organo,viene infatti donato da pdonatori deceduti per rinforzare liposuzioni andate a male o fianchi e curve non pù prominenti. Ma attenzione, il grasso in questione deve essere sterilizzato, privato del DNA, certificato come “eticamente sourced”. E sempre più richiesto. A New York il prodotto più noto si chiama AlloClae, ed è diventato un oggetto di culto tra donne magre, ex pazienti di Ozempic e celebrity minori in cerca di volumi “naturali”. Naturali nel risultato, non certo nell’origine.Quelli del New York Post hanno raccolto la storia di Stacey, 34 anni, professionista della finanza, che racconta di aver speso quasi 45 mila dollari per ridisegnare fianchi e glutei con grasso proveniente da un corpo donato alla scienza. “All’inizio sembra inquietante”, ammette, “ma questo tipo di tessuto viene usato in medicina da decenni. È regolamentato. È come riciclare”. Il linguaggio è quello dell’economia circolare applicata al corpo umano. Il grasso diventa una risorsa, un materiale biologico “off the shelf”, pronto all’uso per chi non ne produce abbastanza o non vuole subire nuove liposuzioni. Secondo i chirurghi che lo utilizzano, AlloClae funziona come un innesto strutturale: non solo riempie, ma sostiene. È diverso dal grasso autologo, spiegano, perché conserva una sorta di “impalcatura” tridimensionale che garantisce forma e stabilità. Il boom del grasso da donatore non è casuale. Arriva dopo l’esplosione dei farmaci dimagranti, che hanno svuotato corpi e conti correnti. Dimagrire velocemente significa spesso perdere volume dove non si vorrebbe: seno, glutei, viso. E non tutte hanno abbastanza tessuto da “riciclare” da sole. “È una soluzione per corpi impoveriti”, spiegano i medici. Anche per correggere vecchi interventi estetici falliti, lasciando meno cicatrici e tempi di recupero quasi nulli. Il prezzo, però, resta elitario: tra i 30 e i 50 mila dollari. Un lusso biologico che alcune pazienti paragonano a una borsa Hermès: non necessario, ma altamente simbolico. Il punto più controverso resta l’origine del materiale. Non basta essere donatori di organi: il grasso proviene da donazioni complete del corpo, con criteri stringenti. Niente autopsie, niente patologie trasmissibili, consenso esplicito. Le aziende parlano poco dei dettagli. I chirurghi rassicurano. Le pazienti preferiscono non pensarci troppo. Dopo anni di filler sintetici, siliconi e lifting estremi, la chirurgia estetica sembra ossessionata dall’idea di naturalezza. Ma è una naturalezza costruita, filtrata, selezionata. Persino “presa in prestito”. Il grasso dei morti, trasformato in promessa di autostima, è il simbolo perfetto di questa fase: sostenibile a parole, costosa nei fatti, rassicurante nel marketing, inquietante se ci si ferma a riflettere. L'articolo “All’inizio sembra inquietante, ma è come riciclare”: prendere il grasso corporeo dai cadaveri per rifarsi i glutei e le curve, l’ultima follia della medicina estetica post Ozempic proviene da Il Fatto Quotidiano.
New York
Beauty e Benessere
Luigi Mangione rischia il carcere a vita, ma non la pena di morte per l’omicidio del Ceo di United HealthCare Brian Thompson
Rischia la pena massima del carcere a vita senza possibilità di libertà su parola in caso di condanna. Quindi, nessuna pena di morte per Luigi Mangione, il 27enne imputato per l’assassinio del Ceo di United HealthCare Brian Thompson, ucciso il 4 dicembre 2024 a Manhattan di fronte ad un albergo, dove doveva partecipare ad una riunione del gruppo. Il giudice a cui fa capo il suo processo ha infatti respinto l’accusa mossa contro Mangione che, potenzialmente, lo avrebbe esposto alla possibilità di essere condannato alla pena capitale nel caso di condanna. La giudice Margaret M. Garnett ha respinto due delle quattro accuse contro Mangione. Per i suoi legali la decisione è una vittoria importante perché sono riusciti a far valere la tesi che lo stalking “non si configura come crimine violento” e non può essere quindi il presupposto per la pena di capitale. Gli avvocati del 27enne hanno anche sostenuto davanti al giudice che la decisione di chiedere la pena di morte fosse di natura politica. La giudice ha deciso anche di ammettere al processo come prove quanto rinvenuto nello zaino di Mangione quando è stato fermato per la morte di Thompson. I legali di Mangione avevano invece chiesto che le prove raccolte dalla zaino fossero escluse dal processo perché la perquisizione effettuata allora era stata eseguita in modo illegale perché le autorità non avevano alcun mandato per agire. Il giovane italoamericano, attualmente ancora sotto processo, vanta diversi ammiratori e sostenitori tra i numerosi critici del sistema sanitario statunitense. Tanto che poche ore prima della decisione del giudice un uomo, Mark Anderson, 35enne del Minnesota, si è finto un agente dell’FBI per liberarlo. Armato con un tagliapizza e una forchetta da barbecue, si è presentato in un carcere federale di Brooklyn affermando di avere un’ordinanza del tribunale per il rilascio di Mangione. L’uomo è però stato arrestato, come riferisce il New York Times. Stando alla denuncia, Anderson è arrivato al carcere intorno alle 18:50 di mercoledì e ha detto agli agenti penitenziari di essere un agente dell’Fbi con documenti “firmati da un giudice” che autorizzavano il rilascio di un detenuto. Gli sono stati chiesti i documenti di identità e ha mostrato una patente di guida del Minnesota. Poi, ha detto di essere armato e ha iniziato a lanciare documenti contro gli agenti penitenziari, documenti che, secondo la denuncia, riguardavano una causa contro il Dipartimento di Giustizia Usa. Gli è stato trovato addosso un tagliapizza e una forchetta da barbecue. Anderson, secondo una delle persone informate sui fatti, lavorava in una pizzeria a New York. Dopo il suo arresto per l’omicidio di Brian Thompson, Mangione ha ricevuto un’ondata di sostegno. Molte persone hanno contribuito al suo fondo per la difesa legale e gli hanno inviato lettere, libri e fotografie personali al carcere federale, il Metropolitan Detention Center di Brooklyn. Il suo fondo per la difesa ha raccolto circa 1,4 milioni di dollari finora. L'articolo Luigi Mangione rischia il carcere a vita, ma non la pena di morte per l’omicidio del Ceo di United HealthCare Brian Thompson proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Suona la chitarra in mutande durante la tempesta di neve a New York: il gelo non ferma il “cowboy” – Video
Il gelo di New York non ferma il “Naked cowboy”, celebre artista di strada di New York, che ha continuato il suo lavoro a Times Square, suonando la chitarra in mutande, nonostante la tempesta di neve che si è abbattuta sulla Grande Mela. L'articolo Suona la chitarra in mutande durante la tempesta di neve a New York: il gelo non ferma il “cowboy” – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Una volta che ne usi uno è difficile dimenticare quanto ci si senta più puliti”: la “rivoluzione” del bidet del sindaco di New York Mamdani
Quello che per molti newyorkesi era iniziato come un semplice annuncio di insediamento si è trasformato in una vera e propria sfida culturale ai costumi americani. Il giorno del suo trasferimento a Gracie Mansion, la residenza ufficiale del sindaco nell’Upper East Side, Zohran Mamdani ha dichiarato di voler raggiungere un obiettivo preciso: installare i bidet nei bagni della struttura. Una scelta che punta a colmare quello che storicamente rappresenta un punto interrogativo per l’igiene personale negli Stati Uniti, portando a New York un dispositivo comune in diversi Stati, inclusa l’Italia e l’India, terra d’origine dei genitori del sindaco. Ogni inquilino della secolare residenza sull’East River ha lasciato un segno tangibile del proprio passaggio: Mike Bloomberg diede il via libera a una ristrutturazione completa degli interni, pur preferendo continuare a vivere nella sua abitazione privata; Ed Koch, in passato, scelse di far installare un barbecue da interno. Tuttavia, nessuno prima di Mamdani aveva mai sollevato la questione del bidet. La proposta conferma una crescente apertura degli statunitensi verso nuovi standard di cura personale: secondo un sondaggio della National Kitchen and Bath Association condotto su settecento designer, il 76% dei proprietari di casa cerca oggi water con funzioni integrate, mentre il 48% dei progettisti prevede che i bidet diventeranno popolari negli Stati Uniti entro i prossimi tre anni. I dati confermano che il cambiamento è già in atto. Tushy, azienda con sede a Brooklyn fondata nel 2015, ha già immesso sul mercato americano due milioni di pezzi. Justin Allen, ceo della società, ha spiegato al New York Times l’evoluzione della percezione pubblica: “Quando abbiamo cominciato, i bidet negli Stati Uniti erano visti come un lusso inaccessibile e, va detto, come qualcosa di strano. Ma una volta che ne usi uno è difficile dimenticare quanto ci si senta più puliti”. L’iniziativa del sindaco ha raccolto consensi inaspettati, tra cui quello di Caroline Rose Giuliani. La figlia dell’ex sindaco Rudolph Giuliani ha reagito con entusiasmo alla proposta: “Avrei fatto la stessa cosa se avessi conosciuto i bidet quando vivevo lì”. Oltre all’aspetto igienico, la rivoluzione di Mamdani poggia su solide basi ecologiche. L’utilizzo del bidet riduce drasticamente il consumo di carta igienica e, soprattutto, l’impiego delle salviettine umidificate, responsabili di gravi ostruzioni nei sistemi fognari urbani. Non a caso, il Dipartimento per la Protezione Ambientale di New York ha rilanciato l’annuncio del sindaco sui social con un video esplicativo e una didascalia sintetica: “Più bidet = meno salviettine umidificate”. > View this post on Instagram > > > > > A post shared by NYC Water (@nycwater) L'articolo “Una volta che ne usi uno è difficile dimenticare quanto ci si senta più puliti”: la “rivoluzione” del bidet del sindaco di New York Mamdani proviene da Il Fatto Quotidiano.
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E’ morta a 33 anni Kianna Underwood, star di Nickelodeon: “Investita mentre attraversava la strada, è stata trascinata per quasi due isolati da un’auto pirata”
Kianna Underwood, ex attrice bambina diventata nota nei primi anni Duemila per le sue apparizioni nelle serie Nickelodeon All That e Little Bill, è morta a 33 anni dopo essere stata investita da un’auto pirata a Brooklyn. L’incidente è avvenuto nelle prime ore di venerdì 16 gennaio. La notizia è stata confermata dalla famiglia attraverso i social media. Secondo quanto riferito dalla polizia di New York, l’investimento è avvenuto intorno alle 6:50 del mattino all’incrocio tra Pitkin Avenue e Mother Gaston Boulevard. Underwood stava attraversando la strada quando un veicolo grigio, che procedeva in direzione ovest, l’ha travolta con violenza. L’auto, spiegano le autorità, ha trascinato la donna per quasi due isolati prima di allontanarsi senza fermarsi a prestare soccorso. Gli agenti intervenuti sul posto hanno riferito che la vittima ha riportato gravi traumi alla testa e al torace. I soccorsi sono stati allertati da una chiamata al 911, ma all’arrivo dei sanitari Underwood era già deceduta. La morte è stata constatata sul luogo dell’incidente. Al momento non risultano persone arrestate. L’indagine è stata affidata alla Highway District Collision Investigation Squad della polizia newyorchese, che sta lavorando per ricostruire la dinamica dell’accaduto e identificare il conducente responsabile. Le autorità stanno analizzando le immagini delle telecamere di sorveglianza presenti nella zona e raccogliendo eventuali testimonianze. Kianna Underwood aveva partecipato alla decima stagione di All That tra il 2004 e il 2005, uno degli show comici per ragazzi più popolari di Nickelodeon, che ha lanciato volti diventati poi celebri come Amanda Bynes e Kenan Thompson. Aveva inoltre lavorato come doppiatrice nella serie animata Little Bill, creata da Bill Cosby, e preso parte a diverse produzioni televisive e cinematografiche, tra cui The 24 Hour Woman e il film tv Santa, Baby!. Nel corso della sua carriera aveva anche fatto parte del tour nazionale originale del musical Hairspray, esperienza che aveva segnato una tappa importante del suo percorso artistico dopo gli esordi da giovanissima in televisione. La notizia della sua morte ha suscitato numerosi messaggi di cordoglio da parte di colleghi e fan, in particolare tra chi è cresciuto con i programmi Nickelodeon dei primi anni Duemila. L'articolo E’ morta a 33 anni Kianna Underwood, star di Nickelodeon: “Investita mentre attraversava la strada, è stata trascinata per quasi due isolati da un’auto pirata” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Siamo ripiombati nella guerra, è tutto in crisi. Sopraffatto dalle notizie, ero intossicato. Così ho deciso di far musica a New York”: parla Jovanotti in “JovaYork”
“Ora è tutto in crisi. Siamo ripiombati nella guerra che è la cosa più anacronistica tra quelle che ci sono. Non mi rimane che fare musica e sono venuto a New York proprio per quello perché ero sopraffatto dalle notizie e questa cosa mi stava intossicando, non potevo fare nulla”. È un Lorenzo Jovanotti sincero al 100% quello che traspare dal documentario “JovaYork – la musica dell’anima”, in prima visione su Sky Uno e Sky Documentaries il 12 gennaio alle 21.15, su Sky Arte il 14 gennaio alle 20.15, in streaming solo su Now e disponibile On Demand. Abbiamo visto il documentario “JovaYork – la musica dell’anima” (scritto da Lorenzo Cherubini con Federico Taddia e diretto da Fabrizio Conte. La produzione esecutiva è di Borotalco tv) che svela non solo il “making of” del suo ultimo album “Niuiorcherubini”, nato in sei giorni. Un’ora di racconti, spensieratezza e il cantautore credibilissimo come guida per la città. “NON VOGLIO GENTE CHE MI DIA DELLE RISPOSTE PERCHÉ NON CI SONO” “Avevo la timeline inarrestabile di tragedie e sentivo di non poter avere nessun potere di intervento. Allora mi sono reso conto che l’unica cosa che posso fare è la musica, dove riesco a mettere le emozioni e non essere ideologico, dove posso descrivere solamente emozioni. Non voglio gente che mi dia delle risposte perché non ci sono. Mi sono concentrato sulla capacità di essere emotivi, amare, di sperare e progettare il futuro e credere che le situazioni che ci attraversano poi finiscono, come le malattie. E proprio come quando ci ritroviamo immersi nelle malattie l’atteggiamento più costruttivo è quello di attraversarla per poi uscirne. La vita stessa è un attraversamento continuo. Dove si va dopo? Non lo so (ride, ndr)”. “QUANDO QUALCOSA MI CHIAMA E VIBRA MI CI BUTTO A CAPOFITTO” “Volevo realizzare un album in sei giorni nella New York scintillante, promettente, pericolosa, promettente. L’unica città di mare che non guarda l’orizzonte perché è essa stessa l’orizzonte. Ho chiamato Federico Nardelli (Produttore discografico e compositore italiano, ndr) e gli ho proposto di prendere uno studio per farci venire delle idee e suonare. Così abbiamo chiamato qualche musicista di Brooklyn e New York, perché per me rimane la città più musicale di sempre. Sono in una fase della mia vita in cui mi piace non avere un progetto o un obbiettivo in testa, ma di avere qualcosa tra le mani… Quando qualcosa mi chiama e vibra mi ci butto a capofitto”. “SONO FINITO IN CLASSIFICA BILLBOARD COME GINO LATINO” “Nel 1988-89 feci un pezzo intitolato ‘Welcome’ con uno pseudonimo Gino Latino ed è balzato al numero 1 nella classifica dance Billboard, vendemmo tantissimo, centinaia di migliaia di dischi. Ho provato ad avere uno spazio live in America e sono riuscito. Non ho mai pensato che una mia canzone potesse conquistare questo mercato, sono felice di essere anti-eroe di un mondo, del mio mondo “. “LA LIBERTÀ È UN DISPOSITIVO DEGLI ESSERI UMANI” “Ellis Island con la Statua della Libertà è un posto che assolutamente merita una visita. È uno dei posti più toccanti della città. Senti la carica di storia, di energia, di sogno, di sofferenza, di utopia, di libertà. È stata la prima cosa che vedevano quando gli immigrati arrivavano in America. Parliamo di persone dall’est Europa o dalla Calabria, dalla Sicilia, o da paesi poveri, che venendo qui si sentivano pervasi da una grande forza di libertà, la più grande forza che ispira gli esseri umani… La libertà è la libertà dalla fame, la libertà dal bisogno, la libertà delle sopraffazioni, la libertà è il valore laico più sacro che c’è. Comune a tutti, a chi crede, a chi non crede, cioè la libertà è proprio un dispositivo degli esseri umani”. L'articolo “Siamo ripiombati nella guerra, è tutto in crisi. Sopraffatto dalle notizie, ero intossicato. Così ho deciso di far musica a New York”: parla Jovanotti in “JovaYork” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Trasporti gratis a New York? No, bus e metro aumentano e i pendolari gridano al “tradimento” di Mamdani
“Ci ha promesso un viaggio sui mezzi gratis, ma tutto quello che abbiamo ottenuto è stata una tariffa più alta”. “Da oggi, le tariffe di autobus e metropolitana a New York saliranno a 3 dollari. Il bravo sindaco ha promesso che sarebbero stati gratuiti. Ingannati!”. I commenti delusi appartengono a quei cittadini di New York che si ritengono traditi dalle promesse del neo sindaco Zohran Mamdani. Lui stesso ha basato la sua campagna elettorale durante la corsa alla carica di primo cittadino della Grande Mela su due temi molto sentiti: mezzi di trasporto gratuiti e affitti calmierati. Mamdani è in carica solo da qualche giorno e l’aumento dei biglietti di bus e metro non è stata una sua decisione, ma della precedente amministrazione del sindaco Eric Adams. Tuttavia, dal 5 gennaio, quando sono entrate in vigore le nuove tariffe, la delusione è palpabile, anche se ci sono coloro che ricordano come la scelta non sia stata di Mamdani: “Lui è in carica da tre giorni, e l’aumento è stato deciso a settembre”, scrive un sostenitore. Il primo cittadino cerca di tenere il punto e per tutta risposta ha pubblicato un post sul suo profilo su X dove raccontava: “Ho trascorso la serata sull’unico autobus gratuito della città, il Q70, per scoprire cosa ha significato per i newyorkesi viaggiare gratis”. Ed ancora: “Ciò che è apparso subito chiaro è il sollievo che questa linea di autobus offre alla classe operaia newyorkese. Immaginate se ogni autobus trasmettesse questa sensazione”. Fatto è che l’aumento è a tappeto: oltre alla tariffa base dell’autobus, anche quella ridotta è salita da 1,45 a 1,50 dollari; il bus espresso adesso propone un biglietto passato da 7 a 7,25 dollari e quella ridotta da 3,50 a 3,60 dollari. Sono aumenti di pochi centesimi, ma per diversi utenti rappresentano il simbolo di una promessa non mantenuta. Il bilancio 2025 della MTA, approvato dal Consiglio di amministrazione nel dicembre 2024, prevedeva un aumento delle tariffe a marzo 2025, che è stato poi posticipato a gennaio 2026, come scritto sul sito dell’azienda dei trasporti “per allinearlo al lancio del sistema tap-and-go completo su metropolitane e autobus”. L’ultimo aumento delle tariffe risaliva al 2023, quando la tariffa base era passata da 2,75 a 2,90 dollari. Cosa significa tutto ciò nella vita quotidiana di un newyorkese lo ha calcolato la Cbs: prendere la metropolitana andata e ritorno cinque giorni alla settimana costa 5 dollari in più rispetto al 2015, per un totale di circa 260 dollari in più all’anno. L’aumento è di carattere generale anche negli abbonamenti mensili della Metro North e della Lirr: quest’ultimi costeranno dai 7 ai 21 dollari in più. Tornando agli aumenti della MTA, l’amministratore delegato dell’azienda, Janno Lieber, difende la scelta e alla Cbs dice: “Bisogna ricordare cosa sta realmente causando problemi di accessibilità economica a New York, e non sono i trasporti pubblici” ed ha ricordato come le tariffe siano fondamentali per garantire un servizio sicuro e affidabile. I newyorkesi – almeno buona parte di loro – non concorda. Dal canto suo, Mamdani non demorde e assicura che il suo prossimo passo sarà quello di trovare fonti di entrate alternative per finanziare MTA. Quali saranno questi fonti, non lo ha però precisato: per ora, gli abitanti della Grande Mela devono fare i conti con quella che ritengono una promessa mancata. L'articolo Trasporti gratis a New York? No, bus e metro aumentano e i pendolari gridano al “tradimento” di Mamdani proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Maduro a capo di un cartello della droga? Gli Usa fanno marcia indietro: la nuova accusa parla di “sistema di corruzione”
Clamorosa marcia indietro del Dipartimento di Giustizia Usa su una delle accuse rivolte all’ormai ex presidente del Venezuela Nicolás Maduro: quella di essere a capo di un cartello di narcotrafficanti chiamato “Cartel de los Soles”. Secondo il New York Times, i procuratori americani continuano a contestare a Maduro – catturato il 3 gennaio con un blitz militare a Caracas – di aver partecipato a una cospirazione legata al narcotraffico, ma hanno abbandonato la definizione di “cartello“, parlando invece, negli ultimi atti, di un “sistema di patronato” e di una “cultura della corruzione” alimentata dai proventi della droga. Il super-testimone su cui si basava l’accusa, d’altra parte, era tutt’altro che attendibile: si tratta di Hugo “El Pollo” Carvajal, ex capo dell’intelligence militare venezuelana detenuto negli Usa per narcotraffico, che in una lettera inviata a Donald Trump ha affermato di aver assistito alla trasformazione del governo chavista in “un’organizzazione criminale” guidata da Maduro e altri alti funzionari, con l’obiettivo di “usare la droga come arma contro gli Stati Uniti”. “El Pollo” ha però diffuso più volte in passato rivelazioni-bufala smentite in sede giudiziaria, come l’accusa al Movimento 5 stelle di aver ricevuto attraverso Gianroberto Casaleggio finanziamenti dal Venezuela per 3,5 milioni di euro. La definizione di “cartello” risale a un atto d’accusa emesso da un gran giurì nel 2020 contro Maduro, redatto dal Dipartimento di Giustizia. Nel luglio 2025, riprendendone il linguaggio, il Dipartimento del Tesoro ha designato il “Cartel de los Soles” come organizzazione terroristica. A novembre, Marco Rubio, segretario di Stato e consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, ha ordinato al Dipartimento di Stato di fare lo stesso. Ma esperti di criminalità e narcotraffico in America Latina – ricostruisce il Nyt – avevano denunciato che si tratta in realtà di un termine gergale, inventato dai media venezuelani negli anni Novanta, per indicare funzionari corrotti dal denaro della droga. Così sabato, dopo che l’amministrazione ha catturato Maduro, il Dipartimento di Giustizia ha reso pubblico un atto d’accusa riscritto che sembra riconoscere tacitamente questo punto. Infatti, mentre la vecchia incriminazione fa riferimento 32 volte al “Cartel de los Soles” descrivendo Maduro come il suo leader, quello nuovo menziona solo due volte la presunta organizzazione, e afferma che il presidente deposto, come il suo predecessore Hugo Chávez, ha partecipato a questo sistema di patronato, lo ha perpetuato e protetto. I profitti del traffico di droga, si legge ancora, “affluiscono a funzionari civili, militari e dei servizi di intelligence corrotti ai livelli inferiori, che operano all’interno di un sistema di patronato gestito da coloro che stanno al vertice, indicato come Cartel de los Soles o Cartello dei Soli, un riferimento all’insegna del sole applicata sulle uniformi degli alti ufficiali militari venezuelani”, afferma il nuovo atto. Questo passo indietro, sottolinea il Nyt, mette ulteriormente in discussione la legittimità della designazione del Cartel de los Soles come organizzazione terroristica straniera da parte dell’amministrazione Trump lo scorso anno. L'articolo Maduro a capo di un cartello della droga? Gli Usa fanno marcia indietro: la nuova accusa parla di “sistema di corruzione” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Mamdani presta giuramento come sindaco di New York sul Corano del nonno e su quello di Schomburg
Zohran Mamdani ha fatto la storia prestando giuramento come primo sindaco musulmano di New York City poco dopo la mezzanotte, utilizzando il Corano del nonno e un altro appartenuto ad Arturo Schomburg, celebre scrittore e storico afroamericano che ha contribuito all’Harlem Renaissance. La scelta dei testi, resa nota dall’ufficio di Mamdani, sottolinea la ricchezza di fedi, razze ed etnie che caratterizza la Grande Mela e che ha portato alla storica vittoria Mamdani. Il primo giuramento si è svolto in forma privata presso l’ex stazione della metropolitana City Hall a Manhattan, uno dei simboli storici del sistema di trasporto sotterraneo della città, noto per i suoi archi piastrellati e i soffitti a volta. La procuratrice generale Letitia James, alleata politica di Mamdani e nota avversaria dell’ex presidente Donald Trump, ha amministrato il giuramento. Secondo il sindaco eletto, la scelta della stazione riflette il suo impegno verso i lavoratori che ogni giorno mantengono in funzione la città. È prevista, venerdì 2 gennaio, una seconda cerimonia pubblica sui gradini del municipio, con la partecipazione del senatore Bernie Sanders, uno dei modelli politici di Mamdani. La deputata Alexandria Ocasio-Cortez terrà il discorso inaugurale, e lungo un tratto di Broadway che conduce al municipio si terrà una festa di quartiere con musica, spettacoli e momenti interreligiosi. L’ufficio del sindaco eletto prevede la presenza di migliaia di persone, in quella che sarà la celebrazione ufficiale del passaggio di consegne. Per questa seconda cerimonia, Mamdani utilizzerà nuovamente il Corano del nonno e un altro appartenuto alla nonna. A poche ore dall’insediamento, Mamdani ha anche nominato come consulente legale principale Ramzi Kassem, avvocato e attivista con lunga esperienza in difesa dei diritti civili e dell’immigrazione. Kassem, già coinvolto nella difesa legale di studenti palestinesi e attivo in organizzazioni no-profit come Creating Law Enforcement Accountability and Responsibility (Clear), porterà la sua esperienza nell’ambito legale e delle politiche di giustizia sociale al nuovo governo municipale. L'articolo Mamdani presta giuramento come sindaco di New York sul Corano del nonno e su quello di Schomburg proviene da Il Fatto Quotidiano.
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