“Voglio uccidermi ma non ho il coraggio“. Lo continua a ripetere Claudio
Carlomagno, reo confesso del femminicidio della moglie Federica Torzullo, nella
cella del carcere di Civitavecchia dove è sorvegliato a vista dopo il suicidio
dei genitori, trovati impiccati in casa sabato sera. Da quando ha saputo la
notizia, Carlomagno è stato sottoposto al protocollo per i detenuti ad alto
rischio autolesionismo: si trova in una cella priva di mobili, con addosso slip
di carta e solo una coperta per il freddo. L’uomo, 44 anni, ha raccontato di
aver ucciso da solo la vittima, massacrata da 23 coltellate la mattina del 9
gennaio ad Anguillara Sabazia, in provincia di Roma. Secondo gli inquirenti,
però, la sua versione non è del tutto credibile: si indaga sull’ipotesi di un
complice che potrebbe averlo aiutato a pulire la scena del crimine e far sparire
l’arma del delitto.
Prima di uccidersi, i genitori del reo confesso, Pasquale Carlomagno e Maria
Messenio – assessora alla Sicurezza ad Anguillara fino a pochi giorni fa – hanno
lasciato una lettera all’altro figlio, Davide, in cui denunciano, tra le altre
cose, la gogna subita sui social. Nei giorni scorsi, infatti, il profilo
Facebook di Maria Messenio era stato subissato di commenti violenti, in
particolare dopo che era trapelata sui media l’ipotesi di un ruolo del padre
(mai indagato) come complice del femminicidio. A quanto riferisce il Corriere
della sera, la Procura di Civitavecchia ha aperto un fascicolo per istigazione
al suicidio: un atto dovuto per eseguire le autopsie, ma anche per poter
svolgere una serie di accertamenti sulle pressioni che potrebbero aver spunto la
coppia a togliersi la vita.
L'articolo Femminicidio Torzullo, Carlomagno in cella: “Voglio uccidermi ma non
ho il coraggio”. Faro sul suicidio dei genitori proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ora che viene alla luce l’incredibile vicenda della messa a riserva delle
centrali a carbone di Civitavecchia e Brindisi dopo lo spregio di decenni verso
due popolazioni martoriate nella salute e nell’habitat naturale, forse si
guarderà con più sospetto anche all’azione di tre anni di governo Meloni nei
confronti del progetto di eolico offshore al posto del metano validato nel
territorio civitavecchiese da un forte movimento che ha coinvolto la società
civile e le istituzioni locali per sostituire un futuro turbogas – già in
progetto per Enel – con una credibilissima proposta tutta rinnovabile.
Ho seguito fin dall’inizio un’esperienza di risalto nazionale che ha creato le
condizioni per abbandonare un progetto di combustione di metano in un turbogas
da 1800 MW a favore di un impianto sostitutivo al largo delle coste con una
potenza di 720 MW adeguata alla sostituzione di fossile con il vento. La
sostituzione, di potenza comparabile ma significativamente ridotta, si avvaleva
di abbinare all’impianto di produzione anche accumuli e interconnessioni di
rete, in modo da rispondere a problemi di stabilità e sicurezza della rete.
Insomma, un progetto realisticamente suppletivo, che non si limitava ad un
cambio qualitativo di fonti energetiche, ma richiedeva che l’intera area di
Civitavecchia si convertisse ad ulteriori destinazioni delle aree dismesse verso
solare e idrogeno verde. Ma non solo: la discussione pubblica ha fatto
progettare una comunità energetica, ha dato il via alla solarizzazione delle
banchine del porto e ad una riduzione consapevole e incentivata dei consumi in
termini di solidarietà anche con i cittadini più esposti al caro bollette.
Tutti argomenti che. a parole, stanno anche nelle intenzioni del Governo, ma non
nei fatti conseguenti. Eppure, una simile proposta è stata maturata con il
consenso di lavoratori, studenti, associazioni ambientaliste, comitati,
federazioni e cooperative di produttori e consumatori, la Cgil e la Uil locali.
Un consenso che ha avuto riflessi anche nel passaggio dell’amministrazione
comunale ad una nuova prospettiva rispetto a quelle più legate alla storia
fossile del territorio e bene interpretata oggi da un sindaco realista,
combattivo e molto rappresentativo della svolta.
Forse è proprio questa svolta dal basso che non piace al Mase e al Governo, che
– tutti presi dal “nuovo nucleare” di Pichetto Fratin e dal gas delle metaniere
d’oltreoceano concordato con Trump – non trovano di meglio che dilazionare
all’infinito i tempi per l’impianto in mare già finanziato e in fase di
prefattibilità accertata anche per la Joint Venture già costituita per la sua
realizzazione dal fondo danese Copenhagen Infrastructure Partners, Cassa
Depositi e Prestiti ed Eni Plenitude.
Ora, nello stillicidio di rimandi e di incertezze per la realizzazione
dell’eolico a Civitavecchia, non si trova di meglio che ipotizzare la
procrastinazione al 2038 della destinazione dell’area della centrale a carbone e
del carbonile messi “a riserva”, ma senza alcun piano confrontato col
territorio. Si tengono così in sospeso sia gli occupati in centrale da mettere
in mobilità che gli addetti dell’attuale indotto da riconvertire anche
professionalmente, oltre ad una manodopera anche giovanile da formare,
imprenditorialità da mobilitare, progetti per il porto come nuovo hub
mediterraneo per le rinnovabili.
Si guarda al passato e non al futuro, forse per una specie di lezione da dare a
chi non siede nei Consigli di amministrazione delle lobby e guarda prima alla
biosfera che alla geopolitica, o, comunque, non si è adattato a pensare al
futuro se non partecipando a costruirlo fuori dai fossili e dalle guerre. In
fondo, trovo che ci sia molta politica in questa vicenda e davvero punti di
vista che andrebbero valorizzati tra quanti credono nell’autonomia dei
territori, nella partecipazione come presidio della democrazia, nella
possibilità di combattere concretamente il cambiamento climatico anche dai
territori in cui si vive.
Mi aspetto che anche la politica nazionale si occupi non solo della vicenda
incredibile della messa a riserva del carbone (quando sono le rinnovabili che
comandano la svolta energetica nel mondo, non Trump!), ma anche del ritardo
imposto incresciosamente alla svolta di Civitavecchia. Un esempio di
mobilitazione e lungimiranza che mi piacerebbe venisse assunto a riferimento
anche per quella deriva dei media che ormai guardano più in alto che ai
movimenti dal basso della società civile. Parliamone, allora! In fondo, anche
qui, dal territorio che si continua a mobilitare, viene una risposta
all’arroganza di Trump: la fuoriuscita dai fossili, sconfitta alla Cop30 e
osteggiata dal tycoon, marcia ancora nelle rappresentanze dei cittadini, nelle
istituzioni democratiche e nei movimenti che hanno capito che anche dal modello
energetico viene un contributo alla pace. E ogni governo democratico ne dovrebbe
rispondere, indipendentemente dalle amicizie che vanta sull’altra sponda
dell’Atlantico.
Questa vicenda, tuttavia, non è un caso isolato né una questione puramente
locale; è lo specchio di uno schema nazionale più ampio e preoccupante. La
resistenza incontrata a Civitavecchia rappresenta plasticamente la crisi di
visione del Paese sulla transizione energetica. Da una parte abbiamo territori
pronti a farsi hub tecnologici e laboratori di partecipazione, capaci di
attrarre grandi investimenti internazionali, dall’altra un sistema decisionale
centrale che sembra utilizzare la burocrazia e la “messa a riserva” dei fossili
come scudo per non affrontare il cambiamento.
Se l’eolico offshore di Civitavecchia resta al palo, non perde solo il litorale
laziale, ma perde l’intera strategia energetica italiana, che rischia di restare
ancorata a un modello vecchio, centralizzato e dipendente dalle fluttuazioni
della geopolitica del gas. La “partita di Civitavecchia” è la partita di ogni
area industriale da riconvertire: è il test per capire se l’Italia vuole davvero
essere protagonista della rivoluzione verde o se preferisce restare la
retroguardia d’Europa, aggrappata a ciminiere che appartengono al secolo scorso.
La transizione non è un decreto calato dall’alto, ma un processo sociale che, se
ignorato, finisce per tradire non solo l’ambiente, ma il lavoro e la democrazia
stessa.
L'articolo La transizione energetica a Civitavecchia rallenta: così ci perde
l’intera strategia italiana proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tracce di sangue in casa e sui mezzi del marito. La Procura di Civitavecchia,
che procede per omicidio nella vicenda della scomparsa di Federica Torzullo, 41
anni, sparita dalla sera dell’8 gennaio dalla sua abitazione di Anguillara
Sabazia, in provincia di Roma, in una nota fa sapere che sono attesi gli esiti
del Dna. Nel registro degli indagati è stato iscritto, subito la sparizione nel
nulla, il marito da cui la donna si stava separando. Gli accertamenti disposti
dall’autorità giudiziaria hanno portato a una “copiosa repertazione di tracce
ematiche” rinvenute in più luoghi riconducibili al marito della donna, Claudio
Agostino Carlomagno.
Il procuratore di Civitavecchia Alberto Liguori, in una lunga, nota ricostruisce
le tappe dell’indagine e spiega come i primi elementi raccolti abbiano “varcato
la soglia della gravità indiziaria” nei confronti del coniuge, pur ribadendo che
la sua responsabilità resta da accertare e che vale la presunzione di innocenza
fino a sentenza definitiva.
LA DENUNCIA E LE ULTIME ORE DI FEDERICA
La scomparsa viene denunciata venerdì 9 gennaio, nel primo pomeriggio. È il
marito a rivolgersi ai carabinieri dopo essere stato contattato dai colleghi
della moglie, impiegata presso l’ufficio di smistamento delle Poste
all’aeroporto di Fiumicino, che non l’avevano vista presentarsi al lavoro.
L’uomo riferisce di aver visto Federica per l’ultima volta intorno alle 23 di
giovedì 8 gennaio, dopo una cena consumata in casa insieme al figlio. Il
bambino, secondo quanto dichiarato, era stato poi accompagnato dai nonni
materni. Carlomagno racconta anche che la moglie aveva preparato una valigia
perché il giorno successivo avrebbe dovuto partire con il figlio e i genitori
verso la Basilicata, per partecipare a un evento religioso, viaggio al quale lui
non avrebbe preso parte. Nella denuncia parla inoltre di “normali problemi di
coppia” e riferisce che quella notte i due coniugi non avevano dormito insieme.
LE IMMAGINI E LE INCONGRUENZE
Dalle verifiche effettuate sui sistemi di videosorveglianza che presidiano anche
la villetta della coppia era emerso che Federica Torzullo non risultava uscire
di casa dalle 19.30 dell’8 gennaio, né vi erano segnali che il suo telefono
cellulare si fosse mosso al di fuori dell’abitazione. La sua auto era ancora
parcheggiata nei pressi di casa e all’interno dell’abitazione non risultava
mancare nulla, ad eccezione della borsa e del cellulare. Diversa la situazione
del marito, che la mattina di venerdì 9 gennaio era uscito di casa intorno alle
7.30 per andare al lavoro. Proprio sulla ricostruzione dei suoi spostamenti e
sui rapporti con la moglie, secondo la Procura, emergono “divergenze allo stato
insanabili” tra la versione fornita dall’uomo e quanto accertato dagli
investigatori e dalle persone informate sui fatti. Contraddizioni giudicate tali
da rendere necessaria la sua iscrizione nel registro degli indagati.
I SEQUESTRI E LE TRACCE DI SANGUE
Le indagini, condotte dai carabinieri di Anguillara Sabazia e dal Nucleo
investigativo di Ostia, con il supporto del RIS di Roma, hanno portato al
sequestro dell’abitazione, delle autovetture di entrambi i coniugi e
dell’azienda di movimento terra riconducibile a Carlomagno. Secondo quanto
comunicato dalla Procura, sono state repertate tracce di sangue: all’interno
della casa dei coniugi; sugli abiti da lavoro dell’indagato; all’interno della
sua auto; in una cava; su un mezzo meccanico utilizzato nell’azienda familiare.
Sugli oggetti e sui materiali sequestrati sono in corso accertamenti tecnici
irripetibili finalizzati all’individuazione del DNA. Gli esiti, fa sapere la
Procura, dovrebbero essere disponibili a breve e rappresentano un passaggio
decisivo per chiarire quanto accaduto.
UN’INCHIESTA ANCORA APERTA
Federica Torzullo, al momento, non è stata ritrovata. L’ultimo messaggio
apparentemente riconducibile a lei risale alla mattina di venerdì 9 gennaio ed è
uno scambio di sms con la madre. Da allora, nessuna traccia. “Le indagini
proseguono – sottolinea il procuratore Liguori – per riscontrare le
dichiarazioni rese, ricostruire integralmente la vicenda, individuare il movente
ed eventuali responsabilità di altre persone”.
L'articolo “Tracce di sangue in casa, su abiti e auto del marito. Atteso esito
Dna”. La nota dei pm sulla scomparsa di Federica Torzullo proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La procura di Civitavecchia ha aperto un’inchiesta sulla scomparsa di Federica
Torzullo, la donna di 41 anni della quale non si hanno notizie dall’8 gennaio
scorso. Il marito ne aveva denunciato la scomparsa il 9 gennaio, ed erano
scattate immediatamente ricerche a tappeto in tutta la zona da parte di
carabinieri e vigili del fuoco. Lunedì i carabinieri sono entrati nella casa
della donna ad Anguillara Sabazia (Roma) per i rilievi e l’abitazione è stata
successivamente sequestrata.
Al momento gli inquirenti indagano per chiarire se si tratti di un
allontanamento volontario o altro, senza escludere nessuna ipotesi. Sul caso si
è attivata anche la prefettura. Il marito di Federica Torzullo, in contatto con
l’associazione Penelope Lazio, è in apprensione. “Non era mai successo prima
d’ora che si allontanasse”, avrebbe detto l’uomo. L’auto della donna è rimasta a
casa e finora non è apparsa alcuna attività di Federica sui social.
L’associazione con un post sui social ha invitato gli utenti a collaborare:
“Abbiamo bisogno del vostro aiuto per ritrovare Federica, scomparsa da
Anguillara Sabazia, in provincia di Roma”
L'articolo Federica Torzullo scomparsa, aperta un’inchiesta dai pm di
Civitavecchia proviene da Il Fatto Quotidiano.