A leggere i titoli del giornali di questi giorni sembra di essere ripiombati
negli anni Settanta. In un momento, cioè, di crisi energetica e di aumento dei
prezzi del petrolio. Senza, però, nessuno scenario alternativo, come se le
rinnovabili non esistessero, come se la transizione energetica attraverso la
decarbonizzazione non fosse l’unica e sola strada per salvarci non solo la
salute ma anche consentirci di arrivare a fine mese.
E invece. Anche la segretaria del Partito democratico Elly Schlein sembra
sottolineare soprattutto l’urgenza del taglio delle accise, mentre il governo in
completo affanno, e nella consueta totale ignoranza scientifica che lo
contraddistingue, di cui tutti paghiamo le conseguenze, balbetta di tagli alle
accise tassando gli extraprofitti. Cosa già detta in passato (la tassazione
sugli extraprofitti), sbandierandola come misura di una presunta e inesistente
destra sociale ed evidentemente mai attuata. Nel bellissimo libro Clima ingiusto
(Donzelli) Giovanni Carrosio e Vittorio Cogliati Dezza sottolineano come, mentre
misure energeticamente giuste possono avere effetti regressivi – vedi
riqualificazione energetica e pannelli spesso accessibili a chi ha soldi da
parte e macchine elettriche troppo care – al tempo stesso esistono misure magari
socialmente giuste, come appunto il taglio delle accise, ma che finiscono per
avere conseguenza ambientali negative e aggravare così le diseguaglianze.
In ogni caso, il taglio delle accise non servirà a nulla. Non servirà non solo
perché la benzina continuerà a costare tantissimo, con la guerra in corso, ma
non servirà perché non cambia in nessun modo il nostro rapporto con l’energia.
Che è ancora, appunto, da scenario quasi anni Settanta.
Grazie a governi nel migliore dei casi miopi, nel peggiori legati alle lobby dei
fossili, il nostro rapporto con le rinnovabili non è ancora forte, incontestato
e risolutivo. Si va avanti male e con continui stop, vedi i vari decreti che
vietano i pannelli nei terreni agricoli, mentre chi ci governa continua a
legarci mani e piedi al gas, balbettando nel frattempo di una presunta svolta
nucleare a cui non crede neanche chi la sostiene (e di fatti, non è
realizzabile, come dozzine di esperti hanno spiegato).
Nella situazione attuale ci hanno messo molti governi, ma voglio ricordare
anzitutto Draghi e il governo Cingolani, che allo scoppio della guerra in Russia
hanno deciso che il gas russo non andava bene, e ci hanno resi dipendenti da
paesi allora non coinvolti nel conflitto. Non avevano calcolato (!) che il mondo
è un sistema instabile, che ci sarebbero state altre guerre e che questo ci
avrebbe fatto precipitare di nuovo nel caos energetico. E ci avrebbe resi,
sorpresa, dipendenti di nuovo dal gas (liquefatto) di un paese aggressore,
ovvero gli Usa. Una amara barzelletta.
Tutto questo non viene spiegato agli italiani, che restano ancora ignari del
fatto di essere vittime della più grande truffa del secolo: e cioè il fatto che
l’Italia non stia puntando esclusivamente e con totale convinzione sulle fonti
rinnovabili, le quali possono: 1) garantire energia pulita e decarbonizzare il
sistema energetico, con conseguenze positive in termini di salute; 2) abbassare
drasticamente le bollette; 3) fornirci, grazie anche ai sistemi di accumulo, una
stabilità che nessuna fonte fossile, nel caso globale, può garantirci; 4) darci
quella sovranità energetica a cui il governo sovranista dovrebbe ambire. Invece
niente, Meloni crede di risolvere un problema strutturale con l’emergenza
accise, per le quali tra l’altro non ci sono soldi. Oppure, chiedendo a gran
voce di rivedere il sistema degli Ets, richiesta sciagurata, che può venire solo
da chi non sa nulla di clima, ambiente, decarbonizzazione, autonomia energetica,
in breve del nostro futuro.
Ecco, siamo nelle mani di gente che agisce in maniera antiscientifica e senza
alcuna vera conoscenza del problema. Le lobby del fossile ne sono ben contente,
nessuno le ostacola, comunque vada cadono in piedi, anche in una fase di guerra,
anzi a maggior ragione vengono viste come quelle che possono salvarci da un
possibile black out. Ma qui il black out è soprattutto politico, culturale,
scientifico. Bisognerebbe scendere in piazza per chiedere energia pulita ed
energia a basso costo, non la diminuzione delle accise. Ma purtroppo le persone
non sono abbastanza informate. Anche grazie a un governo a reti unificate che
accusa le rinnovabili di essere intermittenti, gridando alla necessità del
nucleare per compensare questa intermittenza. Come se poi i reattori si
potessero spegnere e accendere a seconda del bisogno.
In questo scenario c’è solo da piangere. E sperare che forse, l’ennesima crisi
geopolitica renda almeno chiaro a tutti che legarsi alle fossili significa
suicidarsi. Mentre fare le rinnovabili equivale a non dover rendere conto a
nessuno. Oltre che a spendere meno e ad avere un clima meno stravolto. Un
“win-win-win” che ci viene incredibilmente nascosto. Per ignoranza, viltà,
scarso coraggio, zero visione.
L'articolo Ancora con le accise? Gli italiani sono vittime della più grande
truffa del secolo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Energie Rinnovabili
L’Unione europea continua a fare passi avanti sulle rinnovabili, eppure il
conflitto in Medio Oriente ha mostrato tutta la vulnerabilità dell’Europa
rispetto agli shock dei prezzi sui mercati internazionali. Una fragilità
direttamente proporzionale alla dipendenza dai combustibili fossili che l’Europa
importa per il 58% del fabbisogno energetico totale (con una dipendenza del 95%
per il petrolio e del 90% per il gas). Il costo dell’energia prodotta da gas
nell’Ue è aumentato di oltre il 50% nei primi dieci giorni del conflitto, a
partire dal 28 febbraio. Secondo un’analisi del think tank Ember, con il balzo
dei prezzi, nello stesso periodo, l’Ue ha pagato 2,5 miliardi di euro aggiuntivi
per le importazioni di combustibili fossili. Ma l’impatto si sente molto di più
nei Paesi più dipendenti dal gas, come l’Italia. Qualcosa del Green deal, piano
strategico per raggiungere la decarbonizzazione, è arrivato a destinazione, ma è
lontano “lo sbarco sulla luna” annunciato dalla presidente della Commissione Ue.
“L’Unione europea era partita bene nel primo mandato Ursula von der Leyen, ma la
reazione alla crisi in Ucraina ha portato a un eccesso di investimenti in
infrastrutture di gas, in particolare di gas naturale liquefatto, che hanno
accelerato la nostra dipendenza dagli Stati Uniti” spiega a ilfattoquotidiano.it
Michele Governatori, docente di economia applicata ed esperto senior energia del
think tank indipendente sulla transizione energetica Ecco. Per ridurre la
dipendenza dal gas russo, l’Ue è entrata in un’altra trappola, quella del gas
acquistato a caro prezzo dagli Usa che, senza colpo ferire, hanno appena dato il
via libera agli acquisti di petrolio dalla Russia, a cui l’Ue continua ad
applicare le sanzioni e un price cap. “Se con la crisi in Ucraina in parte era
inevitabile importare il gas da altri Paesi, almeno nel primo periodo – aggiunge
– dall’altro lato, sono stati costruiti troppi terminali Gnl, che poi peseranno
sul costo dell’energia, mentre si poteva puntare di più sulle rinnovabili,
soprattutto in Paesi come l’Italia”.
IL RUOLO DELLE RINNOVABILI NELLA RIDUZIONE DELLA DIPENDENZA DALLE FONTI FOSSILI
L’Europa, d’altronde, è quella dove per la prima volta, nel 2025, eolico e
solare hanno generato più elettricità delle fossili (il 30%, contro il 29%). Ma
quello sulle rinnovabili è un quadro in chiaroscuro. Lo scorso anno le energie
pulite hanno fornito quasi il 48% dell’energia elettrica e, dal 2021 al 2024, la
capacità installata è cresciuta del 37% (190 gigawatt). Allo stesso tempo, se il
target vincolante per la quota rinnovabile nel consumo finale lordo di energia è
di almeno il 42,5% entro il 2030 (con l’ambizione di raggiungere il 45%), nel
2024 quella quota si è fermata al 25%. Nel frattempo, però, sempre dal 2021 al
2024, la domanda europea di gas calata del 19%. “In questi anni le rinnovabili
hanno avuto un ruolo fondamentale nel calo della dipendenza dalle fonti fossili,
ma soprattutto quella dal carbone in alcuni Paesi, tra cui la Germania.
Immaginiamo come staremmo ora in Europa, se avessimo la stessa dipendenza dalle
fossili di dieci anni fa” spiega Michele Governatori. “La domanda europea di gas
è calata circa di un quinto nel 2022 e nel 2023 – aggiunge – e questo
rappresenta qualcosa che, solo poco tempo prima, sarebbe stato difficile
immaginare, ma il calo è stato soprattutto una risposta ai prezzi alti del gas
dopo l’invasione dell’Ucraina e, solo secondariamente, per le politiche”.
IL MERCATO DEL GAS A MISURA DI STATI UNITI
Oggi, dunque, si consuma meno gas rispetto agli anni che hanno preceduto la
guerra in Ucraina, ma nel frattempo il mercato è molto cambiato e adesso è un
mercato globale, sostanzialmente con un unico prezzo. “Prima c’erano dei prezzi
regionali, perché i tubi collegavano alcune aree del mondo in modo privilegiato
rispetto ad altre – aggiunge – ora che una parte maggiore di gas viaggia via
mare, le navi vanno dove le porta il prezzo. E così gli Stati Uniti, principali
esportatori mondiali di petrolio e gas, sono diventati la determinante del
prezzo del gas”. Un mese fa, a Bruxelles, una portavoce della Commissione Ue ha
smentito gli allarmi sul rischio della dipendenza dell’Europa dal gas importato
a caro prezzo dagli Stati Uniti. A manifestare i timori anche la vice di Ursula
von der Leyen, Teresa Ribera e il commissario europeo all’Energia, Dan
Jorgensen. “Dal punto di vista geopolitica per l’Europa è preoccupante e
pericoloso” commenta Michele Governatori, ricordando le recenti dichiarazioni,
con cui Trump ha replicato alle preoccupazioni negli Usa per l’aumento del
prezzo della benzina. “Gli Stati Uniti sono il più grande produttore di petrolio
al mondo, quindi quando il prezzo del petrolio sale, noi facciamo un sacco di
soldi” ha scritto in un post sui social. “Trump parla del petrolio, ma vale lo
stesso discorso per il gas” aggiunge l’esperto.
LE PRESSIONI USA E LA NUOVA TRAPPOLA DEL GNL
Che cosa avrebbe dovuto fare l’Europa in più per essere oggi meno esposta?
“L’Unione europea in questi anni ha fatto diversi passi importanti e, nel
complesso, su rinnovabili e decarbonizzazione è molto avanti rispetto
all’Italia, ma ha anche commesso degli errori. Avrebbe dovuto – e dovrebbe,
perché siamo ancora in tempo – fare l’Europa. Essere coerente – spiega
Governatori – con le politiche che hanno caratterizzato soprattutto il primo
mandato della Commissione von der Leyen, durante il quale fu approvata la prima
legge sul clima”. Nel secondo mandato, però, è iniziata la retorica della
competitività. E questo ha prodotto diversi effetti, come il dietrofront sullo
stop ai motori termini nel 2035. A dicembre 2024, però, Trump ‘avvisò’ Bruxelles
che le esportazioni sarebbero state colpite dai dazi statunitensi se gli stati
membri non avessero aumentato gli acquisti di petrolio e gas americani. Che, a
dire il vero, erano già saliti parecchio dopo l’inizio della guerra in Ucraina.
Detto, fatto. Con l’accordo commerciale firmato con gli Usa a luglio 2025,
l’Unione europea si è impegnata ad acquistare energia statunitense per un valore
di 750 miliardi di dollari entro il 2028 (250 miliardi l’anno). Nel 2025,
Italia, Germania, Paesi Bassi, Francia e Spagna hanno importato il 75% Gnl Usa
in Unione Europea. E se queste sono quadruplicate dal 2021 al 2025 (passando da
21 miliardi a circa 80 miliardi di metri cubi) portando i paesi dell’Unione ad
acquistare complessivamente il 57% del loro Gnl dagli Stati Uniti, secondo una
recente analisi dell’Institute for Energy Economics and Financial Analysis,
organizzazione indipendente statunitense, nei prossimi anni potrebbe arrivare
dagli Stati Uniti fino al 75–80% del Gnl importato dall’Ue, arrivando a coprire
circa il 40% delle importazioni totali di gas.
L’EUROPA AL BIVIO
A chi è convenuto l’accordo con gli Usa? L’Unione europea ha firmato solo perché
sotto minaccia? “È stato un errore accettare l’accordo con gli Stati Uniti sul
gas in risposta alle minacce tariffarie di Trump, anche se credo si tratti di un
impegno scritto sulla sabbia. Se l’Europa, che ha anche la forza economica per
non stare all’agenda di Trump, non fosse scesa a compromessi, sarebbero stati
gli Usa a violare le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio. Credo
che il presidente degli Stati Uniti, come accaduto altre volte, avrebbe fatto
marcia indietro”. Il risultato è che nel rapporto annuale sullo stato
dell’Unione dell’energia, è la stessa Commissione Ue a dire che “il
raggiungimento degli obiettivi energetici dell’Ue per il 2030 richiederà una
diffusione molto più rapida delle energie rinnovabili” e miglioramenti
dell’efficienza energetica nei prossimi anni. “L’Europa può farlo, se non si
mette a proteggere i comparti meno efficienti dell’ industria dal punto di vista
climatico. Ci sono settori in cui l’Italia ha ancora da dire: dalle turbine
eoliche che ancora si producono qui, alle pompe di calore. Anche le reti
elettriche sappiamo farle in Europa” spiega Governatori. E nel continente c’è
chi ha messo a frutto le sue potenzialità. Dall’analisi di Ember emergono le
differenze particolarmente marcate tra la Spagna, che ha aggiunto 40 GW di
capacità da energie rinnovabili dal 2019 e l’Italia, che rimane fortemente
dipendente dal gas per la produzione di energia elettrica. E in Spagna il gas ha
influenzato il prezzo dell’elettricità solo nel 15% delle ore dall’inizio del
2026, rispetto all’89% in Italia.
L'articolo L’Europa delle rinnovabili paga il conto (salato) delle energie
fossili. E della trappola del gas liquido di Trump proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il conflitto in Medio Oriente è un nuovo banco di prova, per tutti. Dalla Cina
all’Europa, passando per l’Italia che, ancora una volta, si fa trovare
impreparata. Perché nelle guerre che fanno schizzare i prezzi delle materie
prime, a iniziare da quelli di gas e petrolio, resistono meglio i Paesi che
diversificano fonti energetiche e fornitori. E l’Italia è vittima della
strategia industriale del Governo Meloni che, con la guerra in Ucraina appena
iniziata, per risolvere il problema della dipendenza del gas russo, invece di
accelerare sulle rinnovabili, ha preferito rincorrere l’idea di trasformare il
Paese in un “hub del gas”. Idea diventata uno dei pilastri della strategia non
solo energetica, ma anche di politica estera di Giorgia Meloni. Con tanto di
spot sul Piano Mattei per l’Africa, su cui a due anni di distanza dalla partenza
si sa davvero poco. “Possiamo essere un hub del gas europeo” dichiarava nel 2022
il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto
Fratin. Poi, nelle dichiarazioni ufficiali degli esponenti del governo si è
parlato sempre più spesso di un più generico “hub energetico”, ma la sostanza
non è cambiata. E l’Italia non è diventata né carne, né pesce. Nel mix
energetico primario del Paese, la dipendenza dalle fonti fossili resta ancora
molto alta e rappresenta una fetta del 69%, mentre le rinnovabili sono al 23%.
Non è un caso se, secondo un’analisi del Financial Times, basata su uno studio
che ha esaminato quindici economie realizzato dalla Oxford Economics, tra i
Paesi europei con le economie più avanzate, l’Italia è la più esposta rispetto
all’impennata dei costi energetici che colpirà le nazioni di tutto il mondo.
Proprio perché troppo dipendente da gas e petrolio e, quindi, dalle
importazioni. Una situazione che avrebbe dovuto spingerla verso lo sviluppo
delle rinnovabili, ma così non è stato. A correre – paradossalmente – è stata la
Cina, che è ancora più dipendente dalle fonti fossili. Lo ha fatto, anche se il
carbone rappresenta il 54% dei suoi consumi energetici finali e, quindi, è uno
scudo dagli shock internazionali.
QUINDICI ANNI DI RALLENTISMO
Ma com’è possibile, invece, che la situazione italiana sia questa a più di 15
anni da quello che sembrava l’inizio di quella che sarebbe stata una
rivoluzione? E che nel 2025 la crescita delle rinnovabili abbia persino
rallentato il passo? È dovuto a un’opposizione politica che ha alimentato quella
ideologica, spesso basate su convinzioni errate. Si ricordano le esternazioni di
Matteo Salvini, vicepremier “favorevole a rinnovabili e all’energia dell’atomo”,
ma molto più entusiasta all’idea “di una centrale nucleare a Milano entro il
2032” che per i “mostri eolici che su terra o mare danneggiano i paesaggi”. C’è
stato un tempo, non troppo lontano in cui persino il ministro (l’ex) della
Transizione ecologica, Roberto Cingolani, parlava di “lobby dei rinnovabilisti”.
Alla faccia della transizione. Il resto lo hanno fatto burocrazia, ritardi
nell’attuazione delle direttive, decreti che spesso e volentieri hanno
ingarbugliato l’iter invece di semplificarlo.
LA DIPENDENZA ITALIANA (ED EUROPEA) DALLE IMPORTAZIONI ENERGETICHE
Nel suo complesso, tutta l’Unione europea continua a essere fortemente
dipendente dalle importazioni energetiche con una percentuale del 56,9% sul
totale dei consumi energetici. E l’Italia è abbondantemente sopra la media
europea (74%). La Cina, per intenderci, è al 24 per cento. Rispetto alle fonti
energetiche, il parametro utilizzato per stimare la dipendenza di un Paese è
quello del mix energetico primario. Perché considera – prima della loro
trasformazione – l’insieme delle fonti grezze (gas, petrolio, carbone,
rinnovabili, nucleare), utilizzate per soddisfare la domanda totale di energia
di un paese, non solo quella elettrica, ma anche quella legata a riscaldamenti e
trasporto. E l’Italia non è messa bene, con circa il 70 per cento affidato al
fossile. Un altro parametro molto importante è il consumo finale lordo, che
rappresenta l’energia effettivamente consegnata all’utente, dalle industrie alle
famiglie, dal settore dei trasporti all’agricoltura. Come previsto dal Piano
nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec), entro il 2030 – quindi fra
quattro anni – l’Italia deve portare al 39,4% la quota di rinnovabili sul
consumo finale lordo. Oggi è al 19,4%. E dovrà raggiungere anche una capacità
totale installata di 131 GW di potenza rinnovabile. Ma quella installata, dato
aggiornato a dicembre 2025, è di 83,5 gigawatt. D’altronde, se nel 2025 in
Unione europea per la prima volta eolico e solare hanno generato più elettricità
delle fossili (Leggi l’approfondimento), l’Italia non è tra i 14 Paesi in cui è
avvenuto il sorpasso.
COSA HA FATTO L’ITALIA E COSA MANCA PER RAGGIUNGERE I TARGET
Il problema è che dopo l’inizio sfavillante, le rinnovabili hanno vissuto anni
di buio totale. Dal 2015 al 2022 l’Italia ha installato una media di 800
megawatt (0,8 gigawatt) all’anno. Come raccontato da ilfattoquotidiano.it, per
ottenere il via libera per un impianto eolico ci volevano in media 5 anni contro
i 6 mesi previsti dalla normativa. Nel 2022 sono stati aggiunti 3 GW di nuova
potenza. Si calcolava che l’Italia avrebbe dovuto aggiungere ogni anno almeno 8
GW necessari per aggiungere 70 gigawatt di nuova potenza entro il 2030.
Condizione necessaria non solo per abbassare il costo delle bollette e
sganciarsi dagli idrocarburi russi, ma anche per ridurre le emissioni del 55%
entro la fine del decennio rispetto ai livelli del 1990. Mancando anno dopo anno
l’obiettivo degli 8 GW (5,6 gigawatt nel 2023 e 7,4 nel 2024) e con il 2030
sempre più vicino, l’Italia deve ora recuperare in pochissimo tempo ciò che non
è stato fatto. Oggi l’asticella è fissa sugli 80 gigawatt di nuova potenza
rinnovabile aggiuntiva rispetto ai livelli del 2020-2021, per arrivare a un
totale installato di almeno 131 gigawatt. Gli 8 gigawatt all’anno, a cui
l’Italia non è mai arrivata, non bastano più. Servirebbe una media di circa
10-12 GW di nuova capacità rinnovabile all’anno. Tra l’altro, anche se nel 2025
circa il 48% di tutta l’elettricità prodotta proviene da fonti rinnovabili, lo
scorso anno i nuovi impianti hanno subito una battuta d’arresto: 7,2 GW contro i
7,5 del 2024. Morale: se negli ultimi cinque anni sono stati installati 25
gigawatt, nel prossimo lustro si dovranno installare almeno altri 55 GW, più del
doppio di quanto fatto fino a oggi.
LA CINA E LA SUA CORSA SULLE RINNOVABILI
L’Italia e parte dell’Europa sono rimaste a guardare, mentre la Cina diventava
leader mondiale delle energie pulite. Ed è il Paese che oggi inquina di più al
mondo, anche per il numero della popolazione. Non è infatti né il primo se
calcoliamo le emissioni pro-capite, né il primo tenendo conto delle emissioni
storiche. Inquina perché è legato a doppio filo al carbone, che pesa per il 54%
sui consumi finali di energia, mentre le rinnovabili sono al 13%. Però i
cambiamenti, rispetto a pochi anni fa, sono tangibili. I dati presentati a
inizio 2026 dalla National Energy Administration dicono che ad oggi il 60% del
suo mix elettrico è verde, con una produzione elettrica da fonti rinnovabili che
ha raggiunto circa 4mila TWh. “Un valore superiore all’intero fabbisogno
elettrico dei 27 Stati membri dell’Unione europea (stimato in circa 3.800 TWh)”
ha commentato Xing Yiteng, vicedirettore del Dipartimento di Pianificazione
dello sviluppo. E non si tratta solo degli impianti. Rispetto al 2024, la nuova
capacità di accumulo è aumentata dell’84%.
PECHINO E LA STRATEGIA DELLA DIVERSIFICAZIONE
Di fatto, sulla carta, la Cina è tra i Paesi che avrebbero più da perdere nel
conflitto in Medio Oriente. Basti pensare che è il più grande importatore di
greggio al mondo e acquista a prezzo basso l’80% del petrolio iraniano. Ma
Pechino ha attuato una serie di ‘diversificazioni strategiche’ rispetto a fonti
energetiche e fornitori che, tra le altre cose, le hanno consentito di ridurre
la sua dipendenza dallo Stretto di Hormuz, da cui passa solo il 40-50% delle
importazioni petrolifere via mare del Paese. Secondo Ting Lu, capo economista
per la Cina di Nomura, le spedizioni di petrolio attraverso lo stretto
rappresentano il 6,6% del consumo energetico complessivo cinese. E comunque, la
dipendenza di Pechino dalle importazioni di petrolio, incide solo per il 14% del
consumo totale di greggio, oltre al fatto che il Paese può contare su una delle
più grandi riserve al mondo. A gennaio 2026, le scorte onshore di greggio cinese
erano stimate in circa 1,2 miliardi di barili, sufficienti a coprire tra i 3 e i
4 mesi di fabbisogno.
L’OPPOSIZIONE IDEOLOGICA (E POLITICA) ALLE RINNOVABILI E LA MIOPIA ITALIANA
L’Italia, invece, non può contare su una serie di ‘vantaggi’ strategici. Eppure,
invece, di mettersi a correre, ha sempre avuto il freno a mano tirato con le
rinnovabili, non cogliendone la potenza strategica. Anche a causa
dell’opposizione prima di tutto politica, che ha alimentato timori nelle
comunità interessate dai progetti. Come raccontato da ilfattoquotidiano.it,
neppure il decreto sulle aree idonee pubblicato nel 2024 è riuscito a smorzare
la sindrome Nimby (Not in my backyard, ossia ‘Non nel mio cortile’), placando le
proteste delle comunità locali, pronte a scendere in piazza contro pale eoliche
e pannelli solari a due passi da casa. A volte sulla base di preoccupazioni
legittime, dovute a impatti ambientali, incertezza delle norme e alla poca
partecipazione ai processi decisionali, in altri casi per una resistenza
alimentata da informazioni non sempre corrette e strumentalizzazioni. Un
meccanismo che, a sua volta, genera la cosiddetta sindrome Nimto (Not in my
terms of office, cioè ‘Non durante il mio mandato elettorale’). Più e più volte,
in questi anni, aziende del settore e associazioni di categoria (o
ambientaliste) hanno segnalato disinformazione e falsi miti.
LE BUFALE SULLE RINNOVABILI. ANCHE DOPO IL BLACK OUT IN SPAGNA
Uno di queste è che “le rinnovabili non sono affidabili” perché dipendono da
fattori variabili come il sole e il vento. Quando c’è stato il black out in
Spagna, Salvini non ha perso tempo. “La decisione spagnola di tornare indietro
rispetto al dossier del nucleare è stata sicuramente una concausa del buio delle
24 ore” ha detto. Anche il deputato e responsabile del Dipartimento energia di
Forza Italia, Luca Squeri, ha messo il carico: “La Spagna è stata portata come
esempio per il suo privilegiare fotovoltaico ed eolico che però, essendo per
loro natura intermittenti, con la loro instabilità tendono a destabilizzare la
rete”. A parte la spiegazione sulle cause rinnegata dai fatti, c’è da
sottolineare che oggi l’intermittenza delle rinnovabile può essere superata con
tecnologie di accumulo avanzate, reti intelligenti e sistemi di gestione
energetica. La risposta del premier spagnolo Pedro Sanchez? “Chi collega questo
incidente alla mancanza di energia nucleare, francamente, sta mentendo o
dimostrando la propria ignoranza”. Altro falso mito: i pannelli fotovoltaici
inquinano di più di quanto producono. In realtà, oggi è al massimo di due anni
il ‘tempo di ritorno energetico’ di un pannello solare, ossia il tempo
necessario a compensare l’energia usata per costruirlo, mentre gli impianti
durano oltre i 25 anni. Non solo: attualmente è riciclabile circa il 95-98% dei
materiali di un pannello fotovoltaico. Un altro cavallo di battaglia dei
detrattori delle rinnovabili: rubano il suolo agricolo. La realtà è che per
raggiungere i target al 2030 si stima un’occupazione al massimo di 80mila
ettari, ossia lo 0,5% della superficie agricola totale italiana (16 milioni di
ettari). Una superficie più o meno simile a quella che viene abbandonata ogni
anno.
IL BLOCCO PERSISTE. LE STORIE AL LIMITE DEL PARADOSSO
Nel frattempo, le rinnovabili devono fare i conti con vecchi e nuovi problemi,
come i ritardi nell’attuazione delle direttive europee, mentre mancano il
decreto Fer X, che dovrebbe definire le regole per le procedure di Asta dal 2026
al 2030 e il Fer2 per le aste delle rinnovabili non ancora tecnologicamente
mature. Neppure il nuovo Decreto Aree Idonee mette d’accordo. Tutto questo
alimenta i paradossi. Nell’ultimo report di Legambiente ‘Scacco alle
rinnovabili’ si racconta, per esempio, la storia di un progetto eolico da 23
megawatt di Ariano Irpino (Avellino), presentato in una ex cava e discarica
degli anni ’90, oggi riconosciuta come disastro ambientale. È stato bloccato
perché, a conferenza di servizi inoltrata, è riemerso un vincolo archeologico
imposto nel 1995 per impedire la discarica. Un vincolo ignorato dal Commissario
per l’emergenza rifiuti, che aveva consentito l’attivazione della discarica
rimasta operativa fino a pochi anni fa. Oggi quell’area è una discarica tombata,
piena di rifiuti che dovrebbero essere bonificati. “Ciò che è stato possibile
per i rifiuti – denuncia Legambiente – diventa improvvisamente impossibile per
le rinnovabili”. In Umbria, invece, alcuni cittadini di Terni si sono visti
negare il fotovoltaico sui tetti perché “non esteticamente gradevole” e
addirittura “visibile da un drone o da satellite”. Non sia mai.
L'articolo L’Italia paga l’opposizione alle rinnovabili, mentre la Cina (con
carbone e petrolio) vola sulle energie pulite proviene da Il Fatto Quotidiano.
“La destra non è imbattibile, l’abbiamo già battuta, e lo rifaremo alle elezioni
ma dovremo portarla sul terreno della giustizia sociale e dei bisogni concreti
delle persone. Bisogni che la destra ignora dietro litri di propaganda”. Così la
segretaria del Pd, Elly Schlein, in occasione della chiusura del percorso di
ascolto L’Italia che sentiamo, all’Acquario Romano.
Tra i tanti argomenti toccati dalla segretaria dem, anche quello delle bollette,
a maggior ragione con la guerra in Medio Oriente in corso. E qui la critica di
Schlein al governo: “La Spagna ha raggiunto il 60% di rinnovabili, per questo le
bollette costano il 40% in meno. Perché Meloni fa la guerra all’energia
pulita?”.
L'articolo Schlein: “In Spagna bollette meno care del 40% grazie alle
rinnovabili, perché Meloni fa loro la guerra?” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Parlare di energia significa parlare di un universo ancora al maschile. Se ci si
concentra, però, sul mondo delle rinnovabili, la situazione migliora
leggermente, almeno rispetto alla percezione dell’inclusività rispetto alle
donne dell’ambiente aziendale: lo valutano positivamente il 96% degli
intervistati della ricerca Donne nel settore energetico. Numeri, ruoli e
dinamiche di lavoro, condotta da Excellera Intelligence per Italia Solare e
Key-The Energy Transition Expo e realizzata in vista dell’8 marzo. L’indagine,
effettuata su circa 600 aziende del settore delle rinnovabili, in particolare
del fotovoltaico (245 le interviste a figure di responsabilità di indirizzo e
gestione e 536 quelle a persone impiegate nel comparto energetico rinnovabile)
si pone un doppio obiettivo: indagare la presenza delle donne nel panorama
energetico e rilevare la presenza di eventuali episodi di discriminazione di
genere.
I risultati, però, mostrano un quadro in chiaroscuro e con molte ombre e
criticità. Tornando al dato positivo della percezione dell’inclusività, ad
esempio, se il 96% degli uomini pensa che ci sia un clima inclusivo, la
percentuale si abbassa all’84% delle donne. “Pienamente inclusivo” è una
definizione condivisa dal 70% degli uomini contro il 48% delle donne, mentre
quella di “poco inclusivo” è condivisa dal 4% degli uomini a fronte del 13%
delle donne.
UN’AZIENDA SU 3 SENZA DONNE IN POSIZIONI APICALI
Ma gli aspetti critici sono espressi soprattutto da altri numeri. Anzitutto, la
presenza femminile in queste aziende, limitata ancora al 35% degli occupati.
Solo il 28% poi delle donne lavora all’interno dell’area tecnica, mentre il 72%
è impiegato in altre funzioni (amministrativa, commerciale, marketing e
comunicazione, risorse umane).
L’altra questione spinosa riguarda la leadership. Un’azienda su tre (33%) non ha
neanche una donna in posizione apicale. Più in dettaglio, ha solo una donna in
posizione apicale il 56% delle aziende, mentre il 22% ha solo 2 donne e oltre
due donne l’11%. Inoltre, solo un’azienda su 10 (11%) esprime una donna nella
posizione di amministratrice delegata, mentre solo il 17% ha una donna membro
del cda e solo il 4% una donna presidente o vicepresidente.
Venendo invece al clima aziendale, quasi una donna su due (48%) afferma di aver
assistito a episodi riconducibili a disparità di genere (contro il 25% degli
uomini), relativi a delegittimazione tecnica e professionale, utilizzo di
linguaggio non inclusivo, differenze nell’attribuzione di responsabilità e nei
trattamenti economici.
Nello specifico, segnalano battute o ironie di genere il 23% degli uomini contro
il 42% delle donne; comportamenti considerati aggressivi il 5% degli uomini
contro il 31% delle donne; idee ignorate e attribuite ad altri l’8% degli uomini
contro il 20% delle donne; esclusione da riunioni decisionali informali il 10%
degli uomini contro il 17% delle donne; valutazioni più severe e meno
riconoscimento l’8% degli uomini contro il 14% delle donne.
RETRIBUZIONI EQUILIBRATE? SOLO PER IL 28% DELLE DONNE (MA PER IL 65% DEGLI
UOMINI)
L’indagine evidenzia inoltre una significativa differenza di percezione rispetto
alle opportunità professionali nel settore. Tra gli uomini intervistati, circa
due terzi (67%) ritengono che esistano pari opportunità di carriera tra i
generi, mentre questa convinzione è condivisa solo dal 41% delle donne. Il
divario percettivo risulta ancora più marcato sul tema della parità retributiva:
il 65% degli uomini considera equilibrate le retribuzioni tra uomini e donne, a
fronte del 28% delle lavoratrici. Più in dettaglio: l’esistenza di opportunità
di carriera è concreta per il 67% degli uomini contro il 41%; il sostegno dopo
la maternità è presente per il 66% degli uomini contro il 43% delle donne;
esiste prevenzione contro la discriminazione di genere per il 49% degli uomini
contro il 35% delle donne. Ancora, valutazioni eque e trasparenti sono presenti
per il 68% degli uomini e 44% delle donne. Donne ascoltate? Sì per il 71% degli
uomini contro il 49% delle donne.
Quali sono, in conclusione, gli strumenti e le politiche aziendali per
contrastare la disparità di genere? Anzitutto, la loro presenza è percepita
diversamente: sono presenti per il 96% degli uomini contro il 79% delle donne.
Meno di 2 aziende su 10 (18%) hanno adottato progetti specifici a supporto delle
donne sui temi della diversità. Rispetto alla presenza di misure di flessibilità
e conciliazione vita-lavoro: se il 78% degli intervistati dichiara che nella
propria azienda sono attive, una donna su cinque (21%) ritiene che l’utilizzo di
questi strumenti possa paradossalmente comportare ripercussioni sul percorso
professionale.
“Il comparto energetico, incluso il mondo delle rinnovabili e del fotovoltaico,
è storicamente rappresentato da una forte presenza maschile. Negli anni abbiamo
visto cambiare il trend, ma la strada da percorrere è ancora lunga”, commenta
Paolo Rocco Viscontini, presidente di Italia Solare. Per Aldo Cristadoro, ceo di
Excellera Intelligence, “se le donne restano poco presenti nei ruoli tecnici e
di leadership, il rischio è di indebolire la competitività di un settore
strategico per il Paese. Servono quindi sia un cambiamento culturale sia
strategie per rendere questo ambito più attrattivo per le donne”. Infine Cecilia
Bergamasco di Italia Solare, che ha seguito l’intero progetto, afferma: “Occorre
lavorare su due fronti: sull’incremento della partecipazione delle ragazze alle
facoltà Stem, ma anche sul decremento della sensazione di inferiorità rispetto
agli uomini. Il punto di vista delle donne è fondamentale su molti fronti,
tecnici e meno tecnici, penso ad esempio al tema dell’accettabilità sociale
degli impianti. Come Italia Solare”, conclude, “continueremo a monitorare la
presenza femminile nelle aziende delle rinnovabili. L’idea è quella di un
osservatorio permanente, vista l’importanza del tema”.
L'articolo L’indagine sulle quote rosa e l’industria delle rinnovabili:
“Ambiente inclusivo, ma la presenza femminile è bassa” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“L’attacco all’Iran è totalmente illegale sul piano del diritto internazionale.
Ma dimostra come il nucleare sia un Giano bifronte, ovvero come sia impossibile
scindere la parte civile da quella militare. Questo vale per gli Stati Uniti,
per la Francia, la Russia e anche per la Cina, che ha un armamento minore: lo
sviluppo dell’industria civile nucleare è necessario per costruire gli arsenali
atomici”. Ci tiene anzitutto a chiarire il legame tra nucleare a scopi civili e
militari Giuseppe Onufrio, già direttore di Greenpeace Italia, autore, con
Gianni Silvestrini, del libro (in uscita il 4 marzo), “L’illusione del nucleare
e la rivoluzione delle rinnovabili” (Edizioni Ambiente). Entrambi gli autori
sottolineano con forza, inoltre, come il nucleare sia una tecnologia obsoleta,
costosissima e parzialmente insicura: “Vale per qualunque tecnologia”, prosegue
Onufrio. “Se non si riescono a sostituire gli impianti, ebbene, quella è la
fotografia di un sistema che muore. E se non sta declinando definitivamente,
nonostante sia una tecnologia fuori mercato, è solo perché, come dicevo, la si
vuole tenere in vita anche per scopi militari”.
Si parla oggi tuttavia, moltissimo, di piccoli impianti modulari.
Onufrio. È un nonsense. Se gli impianti grandi producono elettricità fuori
mercato, a maggior ragione saranno fuori mercato quelli piccoli. Questi progetti
raccolgono soldi sulla carta, si aprono start up, ma al momento non esiste uno
solo di questi SMR in nessun Paese occidentale e nemmeno come prototipo.
Veniamo alle rinnovabili. In che senso sono una rivoluzione?
Silvestrini. Anno dopo anno, aumentano la loro quota e, cosa importante,
riusciranno a ridurre le bollette a fronte di una loro forte crescita perché il
prezzo marginale non verrebbe più calcolato sul gas. Le rinnovabili crescono
ovunque, in Ungheria come in Vietnam e Pakistan perché il fotovoltaico è così
economico da riuscire a spiazzare i fossili. È una tendenza che neanche Trump
riesce a rallentare. Secondo la U.S. Energy Information Administration nel 2026
solo il 7% della nuova potenza deriverà dai fossili, a fronte di una forte
avanzata di rinnovabili e batterie.
Danimarca, Germania, California e Australia meridionale sono Paesi che possono
concretamente raggiungere gli obiettivi di neutralità climatica. Ma perché ciò
accada abbiamo bisogno anche dell’idrogeno?
Silvestrini. Questo è un punto importante. Per arrivare al 60% o all’80% di
elettricità rinnovabile servono certamente i metodi tradizionali di stoccaggio
(con migliaia di batterie piccole o con impianti di batterie di grande scala).
Ma se parliamo di livelli elevati, l’intermittenza del sole e del vento si
affronterà con l’idrogeno, che oggi cresce molto lentamente. Ma, nel 2035-2050
sarà invece centrale per arrivare al 100% di elettricità rinnovabile.
Con l’elettrificazione dei trasporti e del riscaldamento aumenta la richiesta di
elettricità. Riusciremo a coprirla?
Onufrio. Aumenterà sicuramente, addirittura negli scenari fatti dal governo
italiano è previsto un raddoppio al 2050, tra auto elettriche e pompe di calore.
Ma bisogna spiegare chiaramente che mentre aumentano i consumi elettrici
diminuiscono i consumi energetici totali. Basti pensare che l’auto elettrica
consuma un terzo circa dell’energia di un’auto normale.
Parliamo di stabilità delle reti e di stoccaggio.
Silvestrini. La sfida dei prossimi anni sarà certamente sia sul fronte dei
sistemi di accumulo e sul potenziamento delle reti, che serviranno per gestire
la transizione fino all’idrogeno. Ma abbiamo ancora almeno quindici anni di
fronte e i prezzi stanno scendendo rapidamente.
Qual è, ad oggi, lo scenario italiano?
Silvestrini. Purtroppo è uno scenario di retroguardia sia sul fronte della
mobilità elettrica – siamo al 6% delle vendite contro il 15-25% dei Paesi del
centro-nord – che sulle rinnovabili. È inutile fare un decreto bollette se non
si aumentano le rinnovabili, perché è solo facendole crescere che si può ridurre
il costo, come ha fatto al Spagna. Le poche cose che fa questo governo le fa
solo perché obbligato dall’Europa, ma al tempo stesso cerca di mettere in
discussione anche gli obiettivi europei, come la legislazione ETS o lo stop
all’auto endotermica. La miopia non è solo del governo ma anche di aziende come
Stellantis, che non comprendono che la direzione delle rinnovabili e della
mobilità elettrica è un fiume che nessuno può fermare. Presto saremo invasi di
auto elettriche cinesi a basso costo.
L’Italia sta seguendo gli Stati Uniti?
Onufrio. In realtà non è neanche così. Nel libro analizziamo il caso della
California e del Texas. I due Stati – a guida politica opposta – stanno
gareggiando rispetto al tema della transizione. Inoltre, anche se Trump, alfiere
del vecchio, sta cercando di bloccare eolico e solare, non ci riesce, almeno non
del tutto, perché per fortuna negli Stati Uniti le politiche energetiche le
fanno gli Stati e ci sono giudici che bloccano i decreti anti-rinnovabili. Da
noi invece tutti i governi – chi più chi meno – si sono allineati sugli
interessi di chi ci vende gas e petrolio, a partire da Eni. Oggi in Italia noi
abbiamo il 45% dell’elettricità fatto con il fossile: potremmo rapidamente farlo
scendere al 10% con le tecnologie esistenti. Che non lo si faccia è grave e
incomprensibile.
È chiaro, comunque, che nucleare e rinnovabili non possono essere complementari,
come il governo invece sostiene.
Onufrio. No, e lo si vede già in alcuni casi riportati nel libro. Gli impianti
nucleari non possono variare rapidamente la potenza, anche per una questione di
sicurezza. Lo sviluppo delle batterie industriali eliminerà il problema di
integrare fonti come eolico e solare.
Qual è il messaggio conclusivo del libro?
Silvestrini. Vorremmo chiarire come il nucleare sia una opzione assolutamente
inconsistente. E spiegare che perseguirla significa perdere occasioni importanti
per lo sviluppo industriale ed economico del Paese. È una mancanza di visione,
che risente, ovviamente, anche delle pressioni delle lobby.
L'articolo Nucleare, gli esperti: “Quella italiana? Opzione inconsistente.
Perdiamo occasioni per lo sviluppo industriale ed economico” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Abbiamo già rilevato in precedenti post come il disegno di legge sul cosiddetto
“nucleare sostenibile” pretendesse di considerare il ritorno dell’atomo come
complementare e necessario all’affermarsi delle rinnovabili. Anche il “Decreto
Bollette” approvato il 18 febbraio 2026 dal Consiglio dei Ministri viene ora
presentato come uno strumento per ridurre i costi per i cittadini e favorire la
transizione energetica verso sole, vento ed acqua. Un’analisi del suo impianto,
però, mostra un indirizzo ben diverso: il provvedimento incentiva l’uso del gas
nel mix elettrico minando l’espansione delle FER e, nel complesso, il quadro
normativo tende a rafforzare le tecnologie fossili nella fase di prezzo, con
effetti negativi su bollette, investimenti per energie pulite e
decarbonizzazione.
Il cuore del tema del decreto è l’articolo 6 che, dal 1° gennaio 2027, introduce
rimborsi ai produttori termoelettrici per gli oneri di trasporto del metano
verso gli impianti di combustione e prevede per le centrali turbogas la
compensazione degli oneri ETS, previa autorizzazione europea in materia di aiuti
di Stato. Poiché il prezzo all’ingrosso dell’elettricità è spesso determinato
dagli impianti a gas nelle ore in cui fissano il prezzo marginale, la
sterilizzazione parziale di costi variabili come trasporto e crediti di
emissione di CO2 riduce il loro costo di offerta e abbassa i prezzi in quelle
fasce orarie. Ne deriva un beneficio immediato per il prezzo spot, ma anche una
maggiore competitività del gas a scapito delle rinnovabili e della flessibilità
di sistema senza effetti complessivi, ma solo una redistribuzione – come vedremo
avanti – dei costi dell’energia che finiscono sugli utenti finali in bolletta.
L’effetto è duplice. Nel breve periodo, il gas aumenta il proprio ruolo nel
dispacciamento, prolungando l’operatività della filiera
GNL–rigassificatori–turbogas e comprimendo le rendite inframarginali delle
tecnologie non emissive e dello storage, che vivono di differenziali di prezzo
tra ore. Al contempo, il segnale economico della penalizzazione sulla CO2
emessa, che a livello Ue resta invariato, verrebbe attenuato per gli operatori
italiani del settore del gas, riducendo l’incentivo a sostituire o
decarbonizzare tali impianti. Il rischio è un “sequestro” tecnologico: il gas
permane come riferimento per più anni, rallentando la velocità di penetrazione
delle FER.
Il costo della misura non scompare: viene redistribuito. I rimborsi ai
termoelettrici sarebbero coperti tramite nuove componenti in bolletta sui
prelievi elettrici, con maggiori oneri per famiglie e PMI. In assenza di
interventi strutturali, si ottiene quindi una riduzione selettiva e temporanea
dei prezzi in alcune ore, controbilanciata da un aumento di voci tariffarie in
capo ai consumatori finali. Si scambiano sconti immediati con oneri differiti,
senza incidere sul costo complessivo del sistema.
La tesi di fondo del decreto è chiara: non si riduce il costo dell’energia, lo
si ripartisce in modo diverso tra categorie, vettori e tempi. Le scelte davvero
risolutive restano rinviate: riforma degli oneri generali, razionalizzazione
delle rendite, potenziamento del bonus sociale in chiave mirata, investimenti su
reti e interconnessioni, accelerazione efficace delle FER e dell’efficienza
energetica. Solo queste leve possono abbassare in modo duraturo la bolletta
media, insieme a segnali di prezzo coerenti per lo storage e la gestione della
domanda.
Sul piano degli investimenti, il nuovo assetto rischia davvero di scoraggiare
iniziative in rinnovabili e flessibilità, spingendo gli operatori verso regimi
più regolati e garantiti, con potenziale aumento del costo sociale. L’esito
effettivo per quanto riguarda la compensazione degli oneri ETS dipenderà però da
due variabili decisive: le decisioni europee sugli aiuti di Stato – tutt’altro
che scontate – e i dettagli attuativi di ARERA (l’Autorità di Regolazione per
Energia Reti e Ambiente), inclusi definizioni, monitoraggio delle offerte, tetti
e obbiettivi dei rimborsi.
In conclusione, il decreto privilegia un pragmatismo di breve periodo che evita
nuovo debito e potenziali contenziosi, ma scambia tempo con trasparenza e sposta
costi nel tempo e tra soggetti. Senza una cura strutturale il sistema non
diventa meno costoso: cambia solo chi paga, quando e come. Finché non si taglia
la spesa parafiscale in bolletta e non si raddrizzano gli incentivi di mercato e
di rete, la bolletta media pagherà redistribuzioni complesse più che una vera
riduzione del costo dell’energia. Se il gas resta il vero protagonista su cui
fondare le proprie scelte, il governo sembra alimentare una logica che
ostinatamente ritarda la rivoluzione delle rinnovabili. Del resto, le richieste
di un incremento degli acquisti di gas americano, che Donald Trump aveva
strappato a Meloni nell’incontro di Washington dell’aprile 2025.
L'articolo Sulle bollette il governo non risolve ma redistribuisce. Un altro
incentivo al gas proviene da Il Fatto Quotidiano.
Come è riuscita la Cina a diventare leader dell’industria tecnologica,
sorpassando anche gli Stati Uniti in alcuni settori chiave, per non parlare
della nostra Europa? E come sta giocando le sue carte da nuova superpotenza
sullo scenario del nuovo ordine mondiale? Lo racconta, con inchieste e
approfondimenti, il nuovo numero del mensile MillenniuM, diretto da Peter Gomez,
da venerdì 13 febbraio in libreria (trova qui la più comoda per te) e sugli
store online (Amazon, Ibs, Feltrinelli, Mondadori, Libreria Universitaria,
Hoepli, Unilibro).
La saggista Loretta Napoleoni, autrice del libro Maonomics, l’amara medicina
cinese, firma un reportage dallo Xinjiang, la provincia della minoranza
perseguitata degli uiguri, che è diventata una sorta di paese delle meraviglie
tecnologiche in fatto di energie rinnovabili: pareti e tetti coperti di moduli
solari; “girasoli” fotovoltaici; la spettacolare Centrale solare termodinamica a
Torre a Sale nel deserto del Gobi, una “foresta di specchi” con oltre 10 mila
pannelli pentagonali rotanti, che distribuisce energia anche di notte. Chi
decide momento per momento da dove prendere l’energia da immettere in rete è,
manco a dirlo, l’intelligenza artificiale.
Traguardi raggiunti in una manciata di anni, mentre l’Europa prende tempo e gli
Stati Uniti di Trump arretrano. Risultati ottenuti grazie a un potente esercito,
sì, ma di ingegneri, spiega l’analista Alessandro Aresu, autore di La Cina ha
vinto. Il Partito comunista cinese ha investito parte dei massicci introiti
della “fabbrica del mondo” nella formazione di persone specializzate nelle
tecnologie più promettenti. Del resto Charlie Munger, braccio destro del
miliardario Warren Buffett, quando il gruppo decise un investimento massiccio
nella cinese Byd, dichiarò: “Non voglio scommettere contro 17mila ingegneri
cinesi”. Oggi Byd è il primo produttore di veicoli elettrici al mondo.
Il potere economico-tecnologico si traduce in potere globale, come racconta la
giornalista e sinologa Alessandra Colarizi, con un paradosso: per gli standard
internazionali la Cina è ancora di un Paese in via di sviluppo, per esempio
considerando il pil pro capite, ma la sua massa d’urto è tale da sfidare gli
Stati Uniti. A proposito, questi risultati sono il frutto di un’attenta
pianificazione centrale: tutto da leggere il ritratto di Wang Huning, il
tecno-ideologo del Partito che è stato il principale consigliere degli ultimi
tre presidenti cinesi, firmato da Gabriele Battaglia. Il giovane Wang viene
inviato negli Usa negli anni Ottanta, ne ammira il benessere e il progresso, ma
individua diverse “correnti sotterranee di crisi”: le famiglie sfasciate,
l’ignoranza diffusa, la droga, la criminalità, le disuguaglianze e, soprattutto,
l’individualismo esasperato. Quello che in Cina non c’è, o meglio non è
consentito.
Nicola Borzi si addentra nei rapporti economici tentennanti fra l’Italia e il
gigante asiatico: il ritiro dalla Via della Seta voluta da Conte, la volontà del
governo Meloni di tenere saldi i legami con gli Usa, il drammatico sbilancio
commerciale, soprattutto sul fronte delle auto elettriche. Oltre al potere
economico-tecnologico-militare, la Cina si fa strada anche con il soft power,
dal fenomeno Labubu al mecenatismo nell’arte contemporanea, descritto in un
articolo di Roberto Casalini.
Fuori dal tema di copertina, la rubrica Strangers do it better, di Eleonora
Bianchini e Francesco Lo Torto, confronta le politiche abitative per i giovani
in nove Paesi (e no, l’Italia non ne esce bene), mentre Elena Basso racconta,
con le foto di Adriana Thomasa, la strage dei sub che lavorano negli allevamenti
di salmone in Cile, dove si sono registrate 83 morti sul lavoro dal 2013 al
2025.
Da questo numero, MillenniuM arruola un’altra firma: Daniele Luttazzi, con la
sua nuova rubrica “Stop the Scroll” fra satira e giornalismo.
FRA GLI AUTORI DI QUESTO NUMERO: Alessandro Aresu, Gabriele Battaglia, Nicola
Borzi, Alessandra Colarizi, Danilo De Marco, Peter Gomez, Daniele Luttazzi,
Loretta Napoleoni, Antonio Padellaro, Carlo Petrini, Paolo Soraci, Marco
Travaglio
L'articolo MillenniuM: la rivoluzione (tecnologica) cinese, dall’Ia alle
rinnovabili. Perché l’Europa non può fare a meno di Pechino proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Nel ddl 2669 del governo sul nucleare “sostenibile” in discussione alla Camera
dei Deputati in questi giorni, una delle ragioni a sostegno del ritorno
dell’atomo in Italia dopo due referendum abrogativi viene individuata nella
presunta necessità di fornire il supporto di centrali nucleari come carico di
base (baseload) a sistemi avanzati di fonti rinnovabili variabili (VRE), dove
per VRE si intendono le reti solari ed eoliche su larga scala integrate negli
anni a venire con batterie e pompaggi.
L’uso combinato delle due tecnologie – rinnovabili e nucleare – sarebbe cioè
finalizzato a creare sistemi elettrici decarbonizzati e a basso costo, fornendo
una generazione stabile (quella nucleare) per bilanciare l’intermittenza di sole
e vento. In sostanza, il ddl 2669 propone un nucleare “complementare” alle
rinnovabili per garantire – così viene dichiarato – stabilità e sicurezza alla
fornitura e contenimento dei costi.
Una prospettiva, quella dell’impiego di reattori a fissione in funzione di
baseload, che non potrebbe essere tradotta in realtà prima di 15-20 anni
effettivi e che dovrebbe favorire un nucleare – cosiddetto “sostenibile” –
inserito in una rete europea già fortemente interconnessa, con grande
penetrazione di solare, eolico e batterie, come nello scenario al 2045 delineato
da Esys (Energy Systems of the Future), uno studio commissionato dalle accademie
tedesche a cui faccio riferimento. Ma proprio questo studio documentatissimo
boccia irreparabilmente la complementarietà tra nucleare e rinnovabili.
Lo studio Esys ha infatti analizzato il ruolo delle centrali a baseload
(intendendo con questo termine impianti progettati per operare in modo continuo
e stabile 24 ore su 24, coprendo il fabbisogno minimo di energia elettrica
richiesto dalla rete) in un sistema energetico europeo completamente
decarbonizzato entro il 2045. I risultati indicano che un sistema basato
principalmente su VRE, supportato da flessibilità della domanda,
interconnessioni di rete e tecnologie di accumulo, è tecnicamente robusto ed
economicamente sostenibile senza la necessità di nuove capacità baseload, né
atomiche né a gas a sequestro di CO2.
Infatti, le centrali di baseload, come quelle nucleari, potrebbero anche essere
integrate nei sistemi energetici futuri, ma il loro impatto sui costi
complessivi del sistema risulterebbe marginale. Inoltre, la loro competitività
economica dipenderebbe da una significativa riduzione dei costi operativi e di
investimento, che al momento appare improbabile.
Nello specifico è stato evidenziato come le centrali a baseload potrebbero
essere competitive solo se i loro costi di capitale (Capex) e i costi livellati
dell’energia (Lcoe) raggiungessero livelli molto bassi, oggi impossibili. Per il
Capex, se il costo di costruzione supera i 15.000 €/kW, nessuna nuova capacità
baseload sarebbe conveniente economicamente da integrare nel sistema. Anche un
Capex di 10.000 €/kW risulta non competitivo se associato a costi operativi
variabili elevati come nel caso del normale nucleare da fissione.
Per il Costo Livellato dell’Energia (Lcoe) la soglia massima di competitività
per le centrali a baseload sarebbe di circa 80 €/MWh e, per ottenere
un’espansione significativa, i costi dovrebbero scendere a livelli di circa 40
€/MWh, un valore considerato irrealistico in base alle attuali strutture di
costo del nucleare.
Nel caso del nucleare da fissione i progetti più recenti hanno infatti
registrato costi di costruzione elevati (10.000-15.000 €/kW) e ritardi
significativi. A livelli di Lcoe più elevati (ad esempio, 80 €/MWh), la capacità
di baseload diventa non competitiva rispetto alla VRE e nel caso del nucleare
dove Lcoe sale oltre i 110€/MWh non se ne parla proprio.
Anche le promesse dei reattori modulari (Smr) rimangono teoriche, senza
prototipi commerciali e, comunque, anche nelle previsioni dello studio qui preso
in considerazione, ancor più fuori gioco dei reattori a grande dimensione.
Da ultimo, va detto che la redditività di un eventuale baseload dipende da un
ampio ricorso all’elettrolisi per l’idrogeno, necessaria a garantire un alto
utilizzo dei reattori nei tempi in cui l’elettricità da loro prodotta non sia
richiesta dalla rete cui fanno da baseload. Ma sia i costi futuri che i fattori
di capacità per l’elettrolisi sono tuttora molto incerti.
Anzi, l’idrogeno appare più efficiente come accumulo — anche stagionale — per
assorbire gli eccessi delle rinnovabili, piuttosto che come stampella per alti
utilizzi di impianti nucleari, di per sé poco flessibili e costretti a
funzionare per il pieno di ore all’anno per contenere l’Lcoe al variare del
tempo di funzionamento.
In conclusione: mentre le fonti rinnovabili, supportate da flessibilità e
accumulo, rimangono la soluzione più economica e scalabile, le centrali a
baseload non sono essenziali per un sistema energetico decarbonizzato e sicuro.
La loro competitività economica è limitata, come esposto, da costi elevati e da
incertezze tecnologiche, che potrebbero limitare seriamente e irrecuperabilmente
la capacità di adattarsi alle nuove tecnologie rinnovabili in espansione.
L'articolo Il governo punta a un nucleare complementare alle rinnovabili.
Peccato sia già stato bocciato proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ora che viene alla luce l’incredibile vicenda della messa a riserva delle
centrali a carbone di Civitavecchia e Brindisi dopo lo spregio di decenni verso
due popolazioni martoriate nella salute e nell’habitat naturale, forse si
guarderà con più sospetto anche all’azione di tre anni di governo Meloni nei
confronti del progetto di eolico offshore al posto del metano validato nel
territorio civitavecchiese da un forte movimento che ha coinvolto la società
civile e le istituzioni locali per sostituire un futuro turbogas – già in
progetto per Enel – con una credibilissima proposta tutta rinnovabile.
Ho seguito fin dall’inizio un’esperienza di risalto nazionale che ha creato le
condizioni per abbandonare un progetto di combustione di metano in un turbogas
da 1800 MW a favore di un impianto sostitutivo al largo delle coste con una
potenza di 720 MW adeguata alla sostituzione di fossile con il vento. La
sostituzione, di potenza comparabile ma significativamente ridotta, si avvaleva
di abbinare all’impianto di produzione anche accumuli e interconnessioni di
rete, in modo da rispondere a problemi di stabilità e sicurezza della rete.
Insomma, un progetto realisticamente suppletivo, che non si limitava ad un
cambio qualitativo di fonti energetiche, ma richiedeva che l’intera area di
Civitavecchia si convertisse ad ulteriori destinazioni delle aree dismesse verso
solare e idrogeno verde. Ma non solo: la discussione pubblica ha fatto
progettare una comunità energetica, ha dato il via alla solarizzazione delle
banchine del porto e ad una riduzione consapevole e incentivata dei consumi in
termini di solidarietà anche con i cittadini più esposti al caro bollette.
Tutti argomenti che. a parole, stanno anche nelle intenzioni del Governo, ma non
nei fatti conseguenti. Eppure, una simile proposta è stata maturata con il
consenso di lavoratori, studenti, associazioni ambientaliste, comitati,
federazioni e cooperative di produttori e consumatori, la Cgil e la Uil locali.
Un consenso che ha avuto riflessi anche nel passaggio dell’amministrazione
comunale ad una nuova prospettiva rispetto a quelle più legate alla storia
fossile del territorio e bene interpretata oggi da un sindaco realista,
combattivo e molto rappresentativo della svolta.
Forse è proprio questa svolta dal basso che non piace al Mase e al Governo, che
– tutti presi dal “nuovo nucleare” di Pichetto Fratin e dal gas delle metaniere
d’oltreoceano concordato con Trump – non trovano di meglio che dilazionare
all’infinito i tempi per l’impianto in mare già finanziato e in fase di
prefattibilità accertata anche per la Joint Venture già costituita per la sua
realizzazione dal fondo danese Copenhagen Infrastructure Partners, Cassa
Depositi e Prestiti ed Eni Plenitude.
Ora, nello stillicidio di rimandi e di incertezze per la realizzazione
dell’eolico a Civitavecchia, non si trova di meglio che ipotizzare la
procrastinazione al 2038 della destinazione dell’area della centrale a carbone e
del carbonile messi “a riserva”, ma senza alcun piano confrontato col
territorio. Si tengono così in sospeso sia gli occupati in centrale da mettere
in mobilità che gli addetti dell’attuale indotto da riconvertire anche
professionalmente, oltre ad una manodopera anche giovanile da formare,
imprenditorialità da mobilitare, progetti per il porto come nuovo hub
mediterraneo per le rinnovabili.
Si guarda al passato e non al futuro, forse per una specie di lezione da dare a
chi non siede nei Consigli di amministrazione delle lobby e guarda prima alla
biosfera che alla geopolitica, o, comunque, non si è adattato a pensare al
futuro se non partecipando a costruirlo fuori dai fossili e dalle guerre. In
fondo, trovo che ci sia molta politica in questa vicenda e davvero punti di
vista che andrebbero valorizzati tra quanti credono nell’autonomia dei
territori, nella partecipazione come presidio della democrazia, nella
possibilità di combattere concretamente il cambiamento climatico anche dai
territori in cui si vive.
Mi aspetto che anche la politica nazionale si occupi non solo della vicenda
incredibile della messa a riserva del carbone (quando sono le rinnovabili che
comandano la svolta energetica nel mondo, non Trump!), ma anche del ritardo
imposto incresciosamente alla svolta di Civitavecchia. Un esempio di
mobilitazione e lungimiranza che mi piacerebbe venisse assunto a riferimento
anche per quella deriva dei media che ormai guardano più in alto che ai
movimenti dal basso della società civile. Parliamone, allora! In fondo, anche
qui, dal territorio che si continua a mobilitare, viene una risposta
all’arroganza di Trump: la fuoriuscita dai fossili, sconfitta alla Cop30 e
osteggiata dal tycoon, marcia ancora nelle rappresentanze dei cittadini, nelle
istituzioni democratiche e nei movimenti che hanno capito che anche dal modello
energetico viene un contributo alla pace. E ogni governo democratico ne dovrebbe
rispondere, indipendentemente dalle amicizie che vanta sull’altra sponda
dell’Atlantico.
Questa vicenda, tuttavia, non è un caso isolato né una questione puramente
locale; è lo specchio di uno schema nazionale più ampio e preoccupante. La
resistenza incontrata a Civitavecchia rappresenta plasticamente la crisi di
visione del Paese sulla transizione energetica. Da una parte abbiamo territori
pronti a farsi hub tecnologici e laboratori di partecipazione, capaci di
attrarre grandi investimenti internazionali, dall’altra un sistema decisionale
centrale che sembra utilizzare la burocrazia e la “messa a riserva” dei fossili
come scudo per non affrontare il cambiamento.
Se l’eolico offshore di Civitavecchia resta al palo, non perde solo il litorale
laziale, ma perde l’intera strategia energetica italiana, che rischia di restare
ancorata a un modello vecchio, centralizzato e dipendente dalle fluttuazioni
della geopolitica del gas. La “partita di Civitavecchia” è la partita di ogni
area industriale da riconvertire: è il test per capire se l’Italia vuole davvero
essere protagonista della rivoluzione verde o se preferisce restare la
retroguardia d’Europa, aggrappata a ciminiere che appartengono al secolo scorso.
La transizione non è un decreto calato dall’alto, ma un processo sociale che, se
ignorato, finisce per tradire non solo l’ambiente, ma il lavoro e la democrazia
stessa.
L'articolo La transizione energetica a Civitavecchia rallenta: così ci perde
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