Nuova replica di Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Napoli, al
leader di Azione Carlo Calenda, stavolta negli studi della trasmissione In altre
parole, su La7. Ancora una volta, dopo le precisazioni rese da Gratteri a
Piazzapulita, Calenda accusa il magistrato di aver dato dei ‘massoni’ a coloro
che voteranno Sì al referendum sulla giustizia, in programma il 22 e il 23
marzo.
Gratteri non ci sta: “Mi dispiace, ma l’ospite di prima forse non guarda la
televisione o non legge i giornali o non ha avuto la curiosità di ascoltare la
mia intervista di un’ora e mezza, quando dico che in Calabria i mafiosi e i
massoni deviati voteranno Sì. Non ho detto che chi vota Sì è mafioso. Quindi,
lui è in malafede: o non vedi i tg o non leggi i giornali. Non si scappa da
qui”.
E ricorda il precedente a Piazzapulita: “Sono stato da Formigli per replicare in
modo ancora più dettagliato a quello che ha sostenuto Calenda. E continua ancora
con questa farsa“.
Poi aggiunge: “Tra l’altro, il ministro Salvini ha detto che mi avrebbe
querelato e io sto ancora aspettando la querela; il componente laico del Csm in
quota Forza Italia (Enrico Aimi, ndr) ha affermato che intende aprire un
procedimento disciplinare contro di me e lo sto aspettando; il ministro della
Giustizia è andato in prima serata sulla tv di Stato dicendo che bisogna fare i
test psicoattitudinali ai magistrati vicini alla pensione e che io sono pazzo.
Sto quindi aspettando che mandi gli ispettori per aprire una istruttoria e che
poi nomini una visita collegiale per stabilire che io sia pazzo o meno. Li sto
ancora aspettando”.
Gratteri smentisce infine l’ex pm Antonio Di Pietro, sostenitore del Sì: “Lui
dice che con la riforma Nordio i pm saranno più forti e autonomi? Il pm non deve
fare il sollevatore di pesi in una palestra. Io voglio un pm sereno e
tranquillo, un pm che ragioni da giudice anche nella fase delle indagini
preliminari. I promotori del Sì vi vengono anche a raccontare la storiella della
partita di calcio, dicendo che il giudice è l’arbitro tra due squadre, cioè il
pm e l’avvocato. Ma non è vero – spiega – perché il pm ha l’obbligo
costituzionale di cercare le prove a favore dell’indagato, non solo contro.
L’avvocato quell’obbligo non ce l’ha. Quindi, non è una partita di calcio in cui
le due squadre giocano con le stesse regole. Queste storielle possono essere
suggestive per i non addetti ai lavori, ma vanno spiegare alla gente”.
L'articolo Referendum, Gratteri replica di nuovo alle accuse di Calenda: “È in
malafede, continua la solita farsa”. Su La7 proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Antonio Di Pietro
Durissimo confronto a Omnibus (La7) tra Antonio Di Pietro, ex pm e sostenitore
del Sì al referendum costituzionale sulla giustizia, e Armando Spataro, ex
procuratore della Repubblica di Torino, già procuratore aggiunto a Milano e
supporter del No. Il botta e risposta, durato quasi mezz’ora, verte sui nodi
focali della riforma Nordio.
La polemica esplode quando Spataro ricorda questa è la peggiore riforma della
giustizia mai avuta negli ultimi decenni, citando le parole della presidente del
Consiglio Giorgia Meloni quando il 29 ottobre 2025 la Corte dei Conti bocciò la
delibera del Cipess relativa al progetto definitivo del Ponte sullo Stretto di
Messina (“È l’ennesimo atto di invasione della giurisdizione sulle scelte del
governo e del Parlamento. La riforma costituzionale della giustizia e la riforma
della Corte dei Conti rappresentano la risposta più adeguata a una intollerabile
invadenza, che non fermerà l’azione di governo, sostenuta dal Parlamento”).
L’ex procuratore di Torino sottolinea: “In tutta Europa, dove c’è la separazione
delle carriere, non c’è il pm indipendente, tranne che in Portogallo, dove ci
sono altri problemi”.
“Da noi sì – insorge urlando Di Pietro – Non raccontare bugie”.
“Stai zitto e calmo, non fare il nevrastenico – replica ironicamente Spataro,
che poi si rivolge alla conduttrice Alessandra Sardoni – Dica a questo signore
di smetterla di gesticolare e mi faccia finire”.
E continua: “Se c’è il super-poliziotto, questo dipende dal governo che dà le
indicazioni. È quello che si vuole qui in Italia. Pensate che il ministro Nordio
ha citato come suo ideale il pm d’Inghilterra. Ma in Inghilterra il pm non
esiste“.
Di Pietro interrompe nuovamente: “Ma bisogna cambiare la Costituzione”.
“Devi stare zitto – sbotta Spataro – Ma che modi! Mi auguro che, quando facevi
il pm, tu fossi più attento e corretto“.
E aggiunge: “Nessuno, incluso Di Pietro, cita quella che è forse la norma più
pericolosa di questa ‘controriforma’”.
L’ex magistrato cita l’articolo 8 della riforma costituzionale, che delega tutto
il concreto alle leggi ordinarie da approvare entro un anno: “La norma dice: il
Parlamento, entro un anno dalla data di entrata in vigore delle modifiche
costituzionali, dovrà intervenire con leggi ordinarie attuative rimodulando la
disciplina del Csm, nonché quelle in materia di ordinamento giudiziario, in
materia disciplinare. Cioè – spiega – approvata questa controriforma, poi si
passa alla maggioranza di turno che con legge ordinaria (quindi, con mozione di
sfiducia e rifiuto di qualsiasi dialettica), approverà tutto quel cavolo che
vuole“.
L’ex leader dell’Italia dei Valori dissente: “Armando, non puoi fare questo, hai
una storia personale da difendere”.
“Gli dica di stare zitto”, ribatte Spataro rivolgendosi alla conduttrice. E
ribadisce: “Io spero davvero che tu non facessi così il pm”.
Nel finale, Spataro mostra la Costituzione ed esprime il suo appello per il No,
parole che fanno definitivamente infuriare Di Pietro: “Come ha detto il capo
dell’Fbi James Comey, sotto processo da Trump, noi non ci dobbiamo
inginocchiare. Ed è questo che chiedo ai cittadini: non ci inginocchiamo, per
noi conta la Costituzione“.
“Perché pensi che io mi voglio inginocchiare? – urla Di Pietro – Io voglio
difendere voi magistrati, voglio un magistrato più indipendente anche delle
proprie correnti. Perché non l’avete risolto?”.
“Ancora con queste correnti? Ma smettila”, chiosa scherzosamente Spataro.
L'articolo Referendum, lite Spataro-Di Pietro: “Non ci inginocchiamo davanti al
potere”. “Pensi che io lo faccia?”. Su La7 proviene da Il Fatto Quotidiano.
Vittorio Feltri si è raccontato a Il Corriere della Sera, rivelando aspetti
inediti del suo passato. Il giornalista ha parlato anche del brefotrofio e delle
sue figlie: “La mia prima moglie era morta di parto. Sono diventato vedovo lo
stesso giorno in cui sono diventato padre. Mi portarono questo fagottino con due
neonate. ‘Che belle queste bambine, quale delle due è la mia?’ chiesi. ‘Tutte e
due’ risposero. Mi sentii svenire, dovettero rianimarmi con un’iniezione”.
“Al brefotrofio di Bergamo, dove io avevo portato le mie prime figlie, Laura e
Saba. – ha raccontato – ho conosciuto mia moglie Enoe. Lei faceva la maestra.
Insieme abbiamo avuto altri due figli, Mattia e Adele, come mia madre; anche se
la chiamiamo con il suo secondo nome, Fiorenza. E abbiamo adottato Paolo, che mi
è legatissimo, viene sempre a trovarmi. Enoe lavorava a Rete4, ma nessuno
sapeva che fosse mia moglie, fino a quando Berlusconi non chiese: ‘Chi di voi è
la moglie di Feltri?’. Si faceva chiamare con il nome da ragazza, Bonfanti”.
Il primo lavoro è stato a tredici anni: “Fattorino di una cristalleria:
consegnavo bicchieri, piatti, ceramiche, con la Lambretta. Ventimila lire al
mese, che allora non era così male. Poi andai a lavorare in un negozio di
abbigliamento, prima come commesso, poi come vetrinista. Ora sono presidente
europeo dei vetrinisti, e ne vado molto orgoglioso”.
“Diedi la maturità classica da privatista, grazie a don Angelo. – ha continuato
– Non parlava italiano; parlava solo latino e bergamasco. Il latino lo
padroneggio ancora adesso. Alla vigilia della prova, mi diede da tradurre un
passo di Tito Livio. All’esame diedero clamorosamente lo stesso passo di Tito
Livio“.
Poi gli incontri fortunati: “Tutti prendevano in giro Di Pietro, lo
consideravano un terruncello. Io me lo portavo a cena, e lui mi dava le notizie.
Fu così anche per Mani Pulite (…) Giorgia Meloni è mia amica, anzi di più. Ho
con lei un rapporto quasi paterno. Del resto, l’età ce l’ho. Ci scriviamo
spesso. Vedremo se riuscirà a cambiare qualcosa (…) Papa Francesco mi disse ‘La
conosco, la vedo in tv, e sono d’accordo con lei su molte cose’. ‘Di sicuro
sulla troppa frociaggine’ gli ho risposto. Il Santo Padre scoppiò a ridere come
un ragazzino”.
Forse non tutti lo sanno ma Feltri è appassionato di cavalli: “Al mio cavallo
malato il veterinario preparò un’iniezione per non farlo patire. Quando fu
estratta la siringa, ha allungato la zampa anteriore e me l’ha porta. Mi ha dato
la mano. Mi commuovo ancora”.
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un’iniezione. Giorgia Meloni è mia amica, anzi di più. Di Pietro lo portavo a
cena e lui mi dava le notizie su Mani Pulite”: così Vittorio Feltri proviene da
Il Fatto Quotidiano.
È morto a Milano all’età di 87 anni Giuliano Spazzali, avvocato penalista tra i
più noti del panorama giudiziario italiano, protagonista di alcuni dei processi
più emblematici della storia recente del Paese. Nato a Trieste nel 1939, il
legale si è spento oggi dopo una lunga malattia.
Il suo nome è legato in particolare alla difesa di Soccorso Rosso,
l’organizzazione che negli anni Settanta forniva assistenza legale e materiale
ai militanti della sinistra extraparlamentare, e a quella di Pietro Valpreda,
l’anarchico accusato ingiustamente della strage di piazza Fontana del 1969. In
uno dei capitoli più dolorosi della storia repubblicana, Spazzali fu tra coloro
che si batterono per smontare un impianto accusatorio rivelatosi infondato,
contribuendo a una lunga battaglia giudiziaria e civile per la verità.
Negli anni Novanta l’avvocato tornò al centro della scena mediatica come
difensore di Sergio Cusani nel processo Enimont, uno dei procedimenti simbolo
dell’inchiesta Mani pulite. In quell’aula di tribunale Spazzali rappresentò il
contraltare dell’allora pubblico ministero Antonio Di Pietro, dando vita a uno
dei confronti più seguiti e discussi della stagione giudiziaria che segnò la
fine della Prima Repubblica. Avvocato colto e combattivo, Spazzali ha
attraversato decenni di storia italiana portando in tribunale casi che
intrecciavano giustizia, politica e diritti civili.
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Sergio Cusani: aveva 87 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.