Suscita un certo straniamento vedere l’ex-magistrato simbolo di “Mani pulite”
mentre riceve una standing ovation in una manifestazione per il Sì al referendum
sulla legge costituzionale Nordio-Meloni. Antonio Di Pietro avrà certo le sue
motivazioni, ideali o pragmatiche, per arruolarsi in uno schieramento affollato
dai suoi storici arcinemici, acclamato dai pochi sopravvissuti e dai tanti eredi
di quella classe politica che – se avesse avuto a proprio servizio
quell’obbrobrio giuridico che è l’Alta Corte Disciplinare, come previsto dalla
riforma – l’avrebbe fatto mettere alla sbarra per chissà quali infrazioni e
severamente punito, coì da non interferire col saccheggio sistematico dei
bilanci pubblici che i loro partiti avevano organizzato. Ci provarono anche
allora, tra un tentativo abortito di “colpo di spugna” parlamentare e l’altro,
ad avviare provvedimenti disciplinari contro i magistrati di punta del pool, tra
cui lo stesso Di Pietro. Furono però archiviati o si risolsero in un nulla di
fatto.
Precisamente a questo serve un Consiglio Superiore della Magistratura autonomo e
indipendente da interferenze politiche, specie quando opera nella sua funzione
sanzionatoria. E non a caso proprio quest’organo è il principale bersaglio della
controriforma Nordio-Meloni, che lo “spacchetta” in tre sotto-entità
frammentandone le funzioni, delegittimandone la composizione, svilendone il
ruolo istituzionale.
Le ragioni “tecniche” che avvalorano un convinto rifiuto di una riforma contro i
giudici, più che per la giustizia, sono state discusse con un profluvio di
argomentazioni giuridiche. Sono però rimaste in ombra altre possibili
motivazioni, di natura storico-politica, che vale la pena di richiamare. Le
radici della legge costituzionale Nordio-Meloni affondano proprio nelle
lacerazioni generate dalle inchieste giudiziarie di “Mani pulite”. Un’indagine
nata per caso il 17 marzo 1992, con una micro-tangente pagata da una ditta di
pulizie all’oscuro presidente di un ospizio pubblico milanese, Mario Chiesa.
Emerse uno scenario di corruzione capillare che lo stesso Di Pietro avrebbe
battezzato di dazione ambientale, descrivendola come “una situazione oggettiva
in cui chi deve dare il denaro non aspetta più nemmeno che gli venga richiesto;
egli sa che in quel determinato ambiente si usa dare la mazzetta o il pizzo e
quindi si adegua”. Quelle mazzette ubique e silenziose in una quota
predeterminata avrebbero poi risalito le gerarchie organizzative di quegli
stessi partiti fino a Roma, alle segreterie nazionali. Era il prezzo per la
garanzia che i vertici di quei partiti assicuravano di un’adesione generalizzata
ai patti sottobanco e alle leggi non scritte della corruzione sistemica, quelle
che disciplinavano il saccheggio scientifico dei bilanci pubblici. Provarono a
liquidarle come “prezzo della democrazia”, quelle tangenti. Piuttosto, erano le
tossine che la stavano avvelenando.
Sappiamo tutto sui meccanismi che regolavano le pratiche imperanti di
corruzione, descritti con precisione dai suoi protagonisti, e sulle difficoltà
incontrate dai magistrati nel perseguirle. Sono ancora evidenti le macerie del
suo impatto sulla legittimazione delle istituzioni pubbliche e della classe
politica. La discesa in campo di Berlusconi ne rappresentò il punto di svolta.
Il Cavaliere era parte integrante di quei meccanismi corruttivi e sodale dei
suoi principale artefici. Eppure, paradossalmente fu anche il maggiore
beneficiario di quelle inchieste che, annichilendo gli storici partiti di
governo, spalancarono praterie di consenso “moderato” alla sua neonata e subito
trionfante creatura politica, Forza Italia. Si posero così le premesse per la
successiva ostilità, che poi si farà scontro aperto, tra i magistrati che ancora
perseveravano nel perseguire gli affari sporchi della politica e una quota
cospicua della “nuova” classe politica.
Per questo di “Mani pulite” si è fatta memoria collettiva schizofrenica. Si è
trattato di un tentativo di palingenesi civica contro una classe politica
corrotta guidato da eroici magistrati? Oppure di un “golpe giudiziario”
orchestrato da “toghe rosse”, che ha distrutto partiti che erano presidio di
democrazia, per poi accanirsi contro il loro erede “unto dal Signore”? Chiavi
interpretative contrapposte, nessuna delle quali rappresenta realisticamente una
vicenda giudiziaria e politica molto più complessa e sfaccettata. Ma proprio la
seconda tesi, tanto brutalmente ideologica quanto storicamente inconsistente,
risulta sottesa agli odierni apologeti della riforma Nordio-Meloni. Al punto che
– nell’ora gloriosa della sua approvazione – proprio a Berlusconi alcuni
commossi interventi parlamentari l’hanno dedicata, a lui che “dall’alto dei
Cieli sorride e si compiace del lavoro dei suoi allievi”. Contravvenendo alle
astuzie della campagna elettorale, nelle parole dello stesso Nordio e di altri
propagandisti del si è affiorata, come voce dal sen fuggita, quella stessa
pervicace volontà politica di regolare finalmente i conti con i giudici
ficcanaso, di rimetterli in riga.
Occorreva un’acrobazia retorica per rovesciare la rappresentazione del ruolo dei
giudici nel dibattito sulle motivazioni della riforma. Anche in questo l’eredità
di Berlusconi, il primo grande leader populista e accattivante comunicatore
apparso sulla scena politica italiana, ha tracciato una linea fedelmente seguita
dai suoi “allievi”. L’essenza del populismo consiste nell’individuazione di
un’entità astratta e omogenea chiamata “popolo”, al quale si lega simbolicamente
la figura carismatica che ne legge “empaticamente” i valori e ne difende gli
interessi contro i tanti nemici, responsabili del suo malcontento. Certo, i
nemici esterni, spesso facili da identificare cromaticamente, in quanto alieni
all’identità nazionale. Ma anche quelli interni, tipicamente rappresentati dalle
“élite corrotte”, che con le loro trame sotterranee attentano al benessere e
alla serena operosità del “popolo”.
Per questo, più che sui suoi noiosi profili tecnici, l’essenza della campagna
elettorale si è giocata nella narrazione del ruolo dei giudici nella società
italiana. Sono tramontati i tempi in cui i magistrati erano raffigurati come
figure eroiche nel loro impegno contro mafie e corruzione. Nella campagna
referendaria si è cercato di dissociarli persino dal loro ruolo istituzionale di
arbitri (umani, dunque imperfetti e fallibili) che nel vigilare sul rispetto
delle leggi proteggono anche da ingiustizie, soprusi, soverchierie.
E’ grazie alla magistratura che ancora oggi si riescono di tanto in tanto a
svelare e perseguire gli abusi di potere, non troppo diversi da quelli di “Mani
pulite”, solo più sofisticati. Per inciso, ciò accade sempre più raramente,
visto il depotenziamento governativo degli strumenti di indagine e la
depenalizzazione, di fatto o di diritto, dei crimini dei potenti. Nella visione
proposta dalla grancassa mediatica e social al servizio dell’esecutivo i
magistrati sono etichettati come parte integrante di un’élite ostile al
buonsenso e ai semplici bisogni della massa popolare, arroccati nel privilegio
dei loro giochi correntizi, pervicaci nel voler separare dalla mamma e dal papà
bambinelli altrimenti felici nei boschi, a liberare feroci picchiatori di inermi
poliziotti, a rimettere in circolazione immigrati stupratori.
La riforma Nordio va inquadrata in uno scenario più ampio per coglierne la
pericolosità. E’ il tassello fondamentale di un disegno avvolgente che
dall’avvento del governo Meloni punta alla disarticolazione di tutti i
contrappesi istituzionali e sociali contro l’accentramento in salsa
neo-autoritaria del potere politico, sul modello orbán-trumpiano.
Le altre tessere sono note, alcune già collocate al loro posto, altre in lista
d’attesa: dal depotenziamento dei controlli della Corte dei conti al progetto di
“premierato”, dai decreti-legge di criminalizzazione del dissenso pacifico
all’occupazione manu militari di televisione pubblica e istituzioni culturali,
dal premio iper-maggioritario del disegno di legge elettorale all’abrogazione
dell’abuso d’ufficio – e si potrebbe andare avanti a lungo.
Quello del referendum sulla contro-riforma Nordio-Meloni è però un passaggio
cruciale. Se cede il baluardo dell’indipendenza e dell’autonomia dalla politica
del potere giudiziario, se una maggioranza di elettori dovesse ratificare nel
referendum l’ingannatoria narrazione populista sulla casta dei giudici “da
rimettere al loro posto”, è facile prevedere una trionfante accelerazione nella
realizzazione del progetto neo-autoritario. Questo non è soltanto un referendum
sulla giustizia, o meglio contro i giudici. E’ un referendum per la tenuta e la
“resistenza” delle nostre istituzioni liberal-democratiche.
L'articolo Le radici storiche della riforma Nordio-Meloni affondano in Mani
Pulite: il populismo anti-giudici nasce lì proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Questo referendum modifica l’impianto complessivo della Costituzione che è un
sistema con un punto di partenza: la possibilità che i diritti siano tutelati.
Perché i diritti siano tutelati, la Costituzione ha disegnato il Consiglio
Superiore della Magistratura così com’è”, lo ha detto Gherardo Colombo, ospite
insieme a Piercamillo Davigo del Forum “Perché No – speciale Referendum”
organizzato da il Fatto Quotidiano e ilfattoquotidiano.it.
“La magistratura costituisce un ordine indipendente ed autonomo da tutti gli
altri poteri, qualsiasi potere, non soltanto l’esecutivo e il legislativo.
Questa riforma, a mio parere mette in crisi l’autonomia e l’indipendenza della
magistratura nei confronti soprattutto del potere esecutivo”, ha detto Colombo,
che è stato collega di Davigo alla procura di Milano. I due fecero parte del
pool che indagò su “Mani pulite”. “In Italia da molto tempo c’è un trend che ha
sostanzialmente reso omogenei il potere legislativo e il potere esecutivo e
questo ha ridotto l’autonomia del Parlamento rispetto all’esecutivo”, ha detto
invece Davigo. “La Costituzione prevede per la modifica costituzionale una
doppia lettura da parte di ciascuna Camera – ha aggiunto – In questa legge
costituzionale che è sottoposta a referendumnon c’è stato praticamente dibattito
e quindi si va a referendum”. E ancora: ” Queste innovazioni vengono presentate
in modo non corrispondente alla realtà. Per cominciare si dice che è un
referendum sulla separazione delle carriere. La separazione delle carriere si
può fare senza cambiare la Costituzione. In secondo luogo, di fatto c’è già,
quindi evidentemente in gioco c’è qualcos’altro. In secondo luogo, vengono
introdotti una serie di meccanismi intrinsecamente pericolosi e infine, il
pericolo viene da un’altra cosa: dal rischio di minare l’autonomia e
l’indipendenza” , ha concluso l’ex membro togato del Consiglio Superiore della
Magistratura.
L'articolo Referendum, Colombo e Davigo: “La riforma modifica l’impianto della
Carta che garantisce pari dignità a tutti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Con questa riforma di fatto non credo ci sarebbe stata l’inchiesta su Mani
pulite”. Lo ha detto l’ex magistrato Gherardo Colombo, ospite insieme a
Piercamillo Davigo del Forum “Perché No – speciale Referendum” organizzato da il
Fatto Quotidiano e ilfattoquotidiano.it.
“Fino al 1994 io sono stato un bravo ragazzo, poi ho avuto cinque procedimenti
disciplinari ma sono stato sempre assolto. Perché i magistrati che stavano nella
sezione disciplinare del Csm non erano sosteggiati. Adesso invece lo sarebbero.
Mentre invece i componenti laici, cioè i politici, sarebbero prima nominati e
poi sorteggiati. Tra l’altro si sposta l’equilibrio all’interno dell’alta corte.
Peraltro io non sono sicuro che sia costituzionalmente legittimo che si passi da
una rappresentanza due terzi magistrati e un terzo politici ‘laici’. Questo cosa
vuol dire? Che l’influenza all’interno del dibattito sarà molto più forte per i
politici rispetto a quel che era allora riguardo ai magistrati. Questo lo dico
perché i nominati dalla politica che requisiti debbono avere? Io penso fedeltà e
competenza ”, ha proseguito l’ex pm del pool di “Mani pulite”.
Davigo, invece, ha sostenuto: “Mani Pulite è finita male, molti l’hanno fatta
più o meno franca. Oggi si dice che la magistratura ha esagerato e tutte quelle
scemenze che si sentono ripetere ininterrottamente da oltre trent’anni. Ma ci si
dimentica che un ex presidente del Consiglio dei ministri ha confessato alla
Camera e ha detto: quello che ho fatto io qui l’ha fatto tutti. Ed è stato il
giorno peggiore per me, come cittadino di questa Repubblica, rimanere attonito
di fronte al fatto che nessuno si sia alzato a dire: ma come ti permetti? Io non
ho rubato”, ha concluso l’ex membro togato del Consiglio Superiore della
Magistratura, riferendosi al discorso di Bettino Craxi alla Camera nel luglio
del 1992.
L'articolo Referendum, Colombo e Davigo: “Con la separazione delle carriere
magistrati processati da consiglieri fedeli alla politica” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
È morto a Milano all’età di 87 anni Giuliano Spazzali, avvocato penalista tra i
più noti del panorama giudiziario italiano, protagonista di alcuni dei processi
più emblematici della storia recente del Paese. Nato a Trieste nel 1939, il
legale si è spento oggi dopo una lunga malattia.
Il suo nome è legato in particolare alla difesa di Soccorso Rosso,
l’organizzazione che negli anni Settanta forniva assistenza legale e materiale
ai militanti della sinistra extraparlamentare, e a quella di Pietro Valpreda,
l’anarchico accusato ingiustamente della strage di piazza Fontana del 1969. In
uno dei capitoli più dolorosi della storia repubblicana, Spazzali fu tra coloro
che si batterono per smontare un impianto accusatorio rivelatosi infondato,
contribuendo a una lunga battaglia giudiziaria e civile per la verità.
Negli anni Novanta l’avvocato tornò al centro della scena mediatica come
difensore di Sergio Cusani nel processo Enimont, uno dei procedimenti simbolo
dell’inchiesta Mani pulite. In quell’aula di tribunale Spazzali rappresentò il
contraltare dell’allora pubblico ministero Antonio Di Pietro, dando vita a uno
dei confronti più seguiti e discussi della stagione giudiziaria che segnò la
fine della Prima Repubblica. Avvocato colto e combattivo, Spazzali ha
attraversato decenni di storia italiana portando in tribunale casi che
intrecciavano giustizia, politica e diritti civili.
L'articolo Morto l’avvocato Giuliano Spazzali, fu legale di Pietro Valpreda e
Sergio Cusani: aveva 87 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.