La Corte d’Appello di Milano condanna la società di handling di Malpensa Alha
Airport: dovrà risarcire ai lavoratori il lavaggio degli indumenti da lavoro;
circa 12 euro per ogni settimana effettiva di servizio. La pulizia delle divise
doveva essere a carico dell’azienda, invece hanno dovuto provvedervi gli
addetti, per questo hanno diritto a un rimborso. Ma subito dopo la pubblicazione
del provvedimento, il sindacato di base Cub ha attaccato le sigle dei trasporti
di Cgil, Cisl, Uil e Ugl, accusandole di aver sottoscritto accordi al ribasso
rispetto a quanto stabilito dai giudici: “Firmano accordi con importi
assolutamente irrisori e incongrui”, dicono.
LO SCONTRO SULLE CIFRE DELL’INTESA SINDACALE
L’intesa con i confederali, infatti, prevede un risarcimento che si ferma a 0,56
euro al giorno, quindi meno di tre euro alla settimana. Una cifra ben più bassa,
accettata perché così sarà riconosciuta a tutti, non solo a quelli che hanno
vinto il ricorso, evitando lunghe trafile giudiziarie. Circostanza che, secondo
il Cub, non è sufficiente a giustificare un importo così tanto distante da
quello venuto fuori dalle sentenze.
“LE DIVISE SONO DISPOSITIVI DI PROTEZIONE”
Ricapitolando: la Alha è una società che svolge a Malpensa le attività di terra,
prima dei decolli e dopo gli atterraggi. In questo caso parliamo di addetti al
carico e scarico merci. I lavoratori indossano divise che devono avere
determinate caratteristiche per garantire la loro sicurezza: i tessuti devono
proteggerli dal caldo in estate e dal freddo in inverno, i colori devono
renderli visibili in pista per evitare incidenti. Per questa ragione, sul piano
tecnico sono considerati dispositivi di protezione individuale (dpi), non
semplici divise di riconoscimento.
I GIUDICI DICONO SÌ: 6MILA EURO A CHI HA FATTO RICORSO
Il datore di lavoro, per legge, ha l’obbligo di fornire questi dispositivi,
quindi anche il lavaggio e la conservazione dovrebbero essere a carico
dell’impresa. Per anni, però, i dipendenti Alha hanno dovuto farlo
autonomamente. Ecco perché hanno presentato ricorso presso il Tribunale di Busto
Arsizio, che ha dato loro ragione a febbraio 2025. I risarcimenti sono
quantificati in un’ora di straordinario per ogni settimana effettiva di lavoro.
Parliamo di poco più di 12 euro, che moltiplicato per tutti gli anni di servizio
hanno permesso al gruppo di lavoratori ricorrenti di ottenere cifre superiori ai
6mila euro ciascuno.
L’ACCORDO DELLA DISCORDIA DOPO IL PRIMO GRADO
Qualche mese più tardi, Alha ha raggiunto un accordo con i sindacati dei
trasporti di Cgil, Cisl, Uil e Ugl: 56 centesimi di euro per ogni giorno
effettivo di lavoro. Una cifra decisamente più bassa di quella ottenuta con la
sentenza. Due giorni dopo la firma di questo documento, Alha ha presentato il
ricorso in Corte d’Appello di Milano contro la sentenza del Tribunale di Busto
Arsizio. Nel difendersi, l’azienda ha anche ricordato di aver pattuito
attraverso gli accordi collettivi una cifra per risarcire il lavaggio degli
indumenti dei suoi dipendenti. I giudici di Milano Benedetta Pattumelli, Giulia
Dossi e Corrado Gioacchini, però, hanno dato nuovamente torto all’impresa e
ragione ai lavoratori difesi dalla Cub con gli avvocati Massimiliano Canavesi,
Giovanni Sertori e Alberto Medina.
I MAGISTRATI: “FUNZIONE DI SICUREZZA”
I magistrati ribadiscono prima di tutto quanto detto dal Tribunale di Busto
Arsizio: le divise hanno una funzione di sicurezza, perché proteggono dai rischi
legati alle temperature, alle condizioni meteo e ai possibili incidenti in
pista. Quindi sono dispositivi di protezione e il lavaggio è a carico
dell’impresa. Inoltre, la Corte ha detto di no anche alla richiesta dell’azienda
di rivedere la quantificazione. I giudici hanno citato “plurimi precedenti nei
quali questa stessa Corte ha ritenuto – in casi del tutto analoghi –
adeguatamente dedotto e quantificato un impegno pari ad un’ora settimanale,
certamente congruo rispetto alla pluralità di capi oggetto del presente
giudizio”.
L’INTESA? NON VINCOLA I MAGISTRATI
A proposito degli accordi sindacali che hanno stabilito cifre minori, i
magistrati hanno detto che “altrettanto irrilevanti risultano gli importi
pattuiti in sede collettiva, non vincolanti in sede giurisdizionale per il
particolare contesto della loro determinazione, compiuta nell’ambito di logiche
negoziali non omogenee ai criteri di accertamento giudiziale”. Insomma, le
intese tra sindacati e azienda non vincolano i magistrati, che tra l’altro hanno
applicato parametri già sperimentati per quantificare l’onere dovuto al mancato
lavaggio degli indumenti protettivi. Da un lato c’è la natura conflittuale dei
sindacati di base, dall’altro quella negoziale dei confederali. In questo caso,
la battaglia giudiziaria ha portato a un vantaggio decisamente maggiore per i
lavoratori che hanno voluto intraprenderla.
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degli indumenti da lavoro. Ma è scontro tra i sindacati proviene da Il Fatto
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