La Corte d’Appello di Milano condanna la società di handling di Malpensa Alha
Airport: dovrà risarcire ai lavoratori il lavaggio degli indumenti da lavoro;
circa 12 euro per ogni settimana effettiva di servizio. La pulizia delle divise
doveva essere a carico dell’azienda, invece hanno dovuto provvedervi gli
addetti, per questo hanno diritto a un rimborso. Ma subito dopo la pubblicazione
del provvedimento, il sindacato di base Cub ha attaccato le sigle dei trasporti
di Cgil, Cisl, Uil e Ugl, accusandole di aver sottoscritto accordi al ribasso
rispetto a quanto stabilito dai giudici: “Firmano accordi con importi
assolutamente irrisori e incongrui”, dicono.
LO SCONTRO SULLE CIFRE DELL’INTESA SINDACALE
L’intesa con i confederali, infatti, prevede un risarcimento che si ferma a 0,56
euro al giorno, quindi meno di tre euro alla settimana. Una cifra ben più bassa,
accettata perché così sarà riconosciuta a tutti, non solo a quelli che hanno
vinto il ricorso, evitando lunghe trafile giudiziarie. Circostanza che, secondo
il Cub, non è sufficiente a giustificare un importo così tanto distante da
quello venuto fuori dalle sentenze.
“LE DIVISE SONO DISPOSITIVI DI PROTEZIONE”
Ricapitolando: la Alha è una società che svolge a Malpensa le attività di terra,
prima dei decolli e dopo gli atterraggi. In questo caso parliamo di addetti al
carico e scarico merci. I lavoratori indossano divise che devono avere
determinate caratteristiche per garantire la loro sicurezza: i tessuti devono
proteggerli dal caldo in estate e dal freddo in inverno, i colori devono
renderli visibili in pista per evitare incidenti. Per questa ragione, sul piano
tecnico sono considerati dispositivi di protezione individuale (dpi), non
semplici divise di riconoscimento.
I GIUDICI DICONO SÌ: 6MILA EURO A CHI HA FATTO RICORSO
Il datore di lavoro, per legge, ha l’obbligo di fornire questi dispositivi,
quindi anche il lavaggio e la conservazione dovrebbero essere a carico
dell’impresa. Per anni, però, i dipendenti Alha hanno dovuto farlo
autonomamente. Ecco perché hanno presentato ricorso presso il Tribunale di Busto
Arsizio, che ha dato loro ragione a febbraio 2025. I risarcimenti sono
quantificati in un’ora di straordinario per ogni settimana effettiva di lavoro.
Parliamo di poco più di 12 euro, che moltiplicato per tutti gli anni di servizio
hanno permesso al gruppo di lavoratori ricorrenti di ottenere cifre superiori ai
6mila euro ciascuno.
L’ACCORDO DELLA DISCORDIA DOPO IL PRIMO GRADO
Qualche mese più tardi, Alha ha raggiunto un accordo con i sindacati dei
trasporti di Cgil, Cisl, Uil e Ugl: 56 centesimi di euro per ogni giorno
effettivo di lavoro. Una cifra decisamente più bassa di quella ottenuta con la
sentenza. Due giorni dopo la firma di questo documento, Alha ha presentato il
ricorso in Corte d’Appello di Milano contro la sentenza del Tribunale di Busto
Arsizio. Nel difendersi, l’azienda ha anche ricordato di aver pattuito
attraverso gli accordi collettivi una cifra per risarcire il lavaggio degli
indumenti dei suoi dipendenti. I giudici di Milano Benedetta Pattumelli, Giulia
Dossi e Corrado Gioacchini, però, hanno dato nuovamente torto all’impresa e
ragione ai lavoratori difesi dalla Cub con gli avvocati Massimiliano Canavesi,
Giovanni Sertori e Alberto Medina.
I MAGISTRATI: “FUNZIONE DI SICUREZZA”
I magistrati ribadiscono prima di tutto quanto detto dal Tribunale di Busto
Arsizio: le divise hanno una funzione di sicurezza, perché proteggono dai rischi
legati alle temperature, alle condizioni meteo e ai possibili incidenti in
pista. Quindi sono dispositivi di protezione e il lavaggio è a carico
dell’impresa. Inoltre, la Corte ha detto di no anche alla richiesta dell’azienda
di rivedere la quantificazione. I giudici hanno citato “plurimi precedenti nei
quali questa stessa Corte ha ritenuto – in casi del tutto analoghi –
adeguatamente dedotto e quantificato un impegno pari ad un’ora settimanale,
certamente congruo rispetto alla pluralità di capi oggetto del presente
giudizio”.
L’INTESA? NON VINCOLA I MAGISTRATI
A proposito degli accordi sindacali che hanno stabilito cifre minori, i
magistrati hanno detto che “altrettanto irrilevanti risultano gli importi
pattuiti in sede collettiva, non vincolanti in sede giurisdizionale per il
particolare contesto della loro determinazione, compiuta nell’ambito di logiche
negoziali non omogenee ai criteri di accertamento giudiziale”. Insomma, le
intese tra sindacati e azienda non vincolano i magistrati, che tra l’altro hanno
applicato parametri già sperimentati per quantificare l’onere dovuto al mancato
lavaggio degli indumenti protettivi. Da un lato c’è la natura conflittuale dei
sindacati di base, dall’altro quella negoziale dei confederali. In questo caso,
la battaglia giudiziaria ha portato a un vantaggio decisamente maggiore per i
lavoratori che hanno voluto intraprenderla.
L'articolo Malpensa, Alha Airport dovrà risarcire i dipendenti per la pulizia
degli indumenti da lavoro. Ma è scontro tra i sindacati proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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Fabrizio Corona oggi, 22 gennaio, si è presentato al Palazzo di Giustizia di
Milano con il suo avvocato Chiesa, dopo il ricorso presentato dai legali di
Alfonso Signorini, avvocati Daniela Missaglia e Domenico Aiello, per bloccare la
nuova puntata di “Falsissimo”, attesa per il 26 gennaio e “rimuovere i contenuti
già diffusi”. Il giudice “mi ha invitato a uscire dall’aula e ho fatto un
sorrisetto tra me e me”, ha confidato ai giornalisti uscendo dal Tribunale. “Io
ho imparato a comportarmi. – ha affermato – Il sorrisetto l’ho fatto perché
l’avvocato Aiello, lo vedo che difende ‘Tir’ – truffa imbrogli e raggiri – e
Venditti. Quando lo vedo in televisione mi fa ridere, vedrò dal vivo, mi ha
fatto un pò ridere, appena ha dichiarato due robe, secondo me in legalese e
sbagliate”.
“Esiste la libertà di stampa e andrò avanti come ho sempre fatto – ha dichiarato
l’ex re dei paparazzi – quale è il problema di guadagnare? È una vendetta
mirata? No. Ho un motivo per cui sono andato contro Signorini? No. Ho detto
qualcosa di sbagliato? No, io ho fatto un’indagine. Dei processi non ho paura,
tutti i processi di diffamazione li vinco”.
E ancora: “Non abbiamo paura se dovessero darci qualche interdizione o
l’arresto, sono vent’anni che combattiamo e la legge la conosciamo. Se ci sarà
da difenderci à la guerre comme à la guerre, come facciamo da vent’anni”.
Nell’atto della difesa si dice “che all’interno della puntata, io ho diffamato
gravemente Signorini senza alcun elemento probatorio. Come puoi scriverlo? Ci
sono delle chat clamorose, degli audio clamorosi, delle fotografie clamorose,
delle dichiarazioni e una denuncia…E non c’è un quadro probatorio?” aggiunge,
ribadendo che contro il direttore editoriale della rivista “Chi” ci sarebbe una
nuova denuncia di un uomo di Erba (Como). “Per me ci sono persone che sono state
sentite e hanno smesso di parlare” dice ancora.
Lunedì 26 gennaio, intanto, ci sarà l’ultima puntata su Signorini. “Basta,
chiudo l’inchiesta, chiudo la mia parte” ma pronostica che “sarò costretto a
ritornarci perché io sono sicuro che questa roba qua non finisce più. Non che
posso portare 50 puntate su Signorini, non ho bisogno di lui per fare milioni di
visualizzazioni”. Quanto agli altri nomi famosi annunciati, “Ci sto lavorando,
ma devono essere legati a delle inchieste perché il mio programma è un programma
d’inchiesta, io non mi siedo lì a sparare caz… sulle persone”.
Corona ha rilanciato contro la famiglia Berlusconi che lo ha denunciato: “Con la
storia che hai chiami la Dda per farmi chiudere i social perché sono pericoloso?
Te sei pazzo, Te sei pazzo, perché io ti rovino, io li rovino”. Al suo fianco,
come sempre, l’avvocato Ivano Chiesa. “Se passa il principio per cui puoi
impedire a uno di pubblicare qualcosa il giorno dopo voi avete finito di
lavorare. La Dda per una diffamazione mi mancava” conclude il difensore.
L’AVVOCATO CHIESA: “RICHIESTA QUERELANTE NON HA FONDAMENTO GIURIDICO”
“Una richiesta che non ha fondamento giuridico, perché il danno vecchio è già
accaduto e quindi il provvedimento d’urgenza riguarda solo i danni attuali,
immediati, che non si possono evitare in un altro modo”. Lo ha detto l’avvocato
Ivano Chiesa dopo il ricorso presentato dai legali di Alfonso Signorini, Daniela
Missaglia e Domenico Aiello, per bloccare la nuova puntata di “Falsissimo” e
“rimuovere i contenuti già diffusi”. “Per quanto riguarda il danno da evitare in
un altro modo – ha proseguito – questo danno non esiste sia perché c’è una
indagine in corso sia per l’esercizio di un diritto. Non c’è in Italia la
possibilità di inibire a nessuno di noi la possibilità di dire quello che vuoi”.
Si può intervenire “dopo, e se io ti ho offeso, tu mi quereli, però non è che,
siccome pensi che domani ti offenderò ancora, mi impedisci di parlare, perché
non siamo in Russia, siamo in Italia”.
GLI AVVOCATI DI SIGNORINI: “CORONA SI MUOVE COME L’INQUISIZIONE E DIFFAMA”
“È incredibile che si possa assistere ad un tribunale dell’Inquisizione, dove un
personaggio che non è iscritto all’Ordine dei giornalisti può diffamare e dire
qualunque cosa rispetto a delle cose, poi, che non sono state minimamente
verificate”. Lo ha spiegato ai cronisti l’avvocata Daniela Missaglia che, con il
collega Domenico Aiello, assiste Alfonso Signorini, dopo l’udienza civile a
Milano in cui si è discusso il ricorso dei legali del conduttore contro il
format “Falsissimo” di Fabrizio Corona e, in particolare, per chiedere una
“inibitoria” dal mettere in onda la prossima puntata.
L'articolo “Io li rovino e farò altri nomi. Il giudice mi ha invitato a uscire
dall’aula e ho sorriso”: Fabrizio Corona al Palazzo di giustizia di Milano. Gli
avvocati di Signorini: “Diffama e si muove come l’Inquisizione” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Condanna decisa prima della sentenza. È ciò che pensano gli avvocati difensivi
di un imputato a Milano in un processo per violenza sessuale a Milano. I legali,
prima che iniziasse l’udienza, hanno visto dei fogli sul banco del giudice.
Composti da “una dozzina di pagine appoggiate sul fascicolo processuale” dove
“c’era già scritta la sentenza di condanna, veniva dichiarata la penale
responsabilità dell’imputato e si dava conto dell’attendibilità della persona
offesa”.
Questo è quanto ha raccontato l’avvocato Paolo Cassamagnaghi, che con la collega
Roberta Ligotti, ha presentato immediatamente un’istanza di ricusazione nei
confronti dei tre magistrati del collegio, un atto che prevede la sostituzione
di un giudice considerato imparziale.
La richiesta – come riporta l’Ansa – è avvenuta dopo una breve e informale
interlocuzione con i giudici della VI sezione penale. L’avvocato ha aggiunto:
“sentenza di condanna, già scritta, motivata. Non era indicata soltanto la pena,
era stato lasciato uno spazio vuoto“.
Stamattina alle ore 10.30 doveva essere ascoltata una consulente tecnica della
difesa come teste per riferire sull’attendibilità della persona offesa.
L’udienza si è invece aperta con la difesa che ha fatto presente di aver
inoltrato alla V sezione penale della Corte d’Appello la richiesta di
ricusazione. A quel punto i giudici hanno dichiarato l’astensione al
procedimento di giudizio.
Negata la richiesta di lettura in aula dei fogli incriminati. Sulla richiesta di
astensione del collegio e sul caso dovrà ora pronunciarsi il presidente del
Tribunale di Milano Fabio Roia. Informato del fatto dai due difensori anche il
segretario della Camera penale di Milano.
L'articolo “Sentenza già scritta prima del processo”, la denuncia degli avvocati
dell’imputato. Presentata istanza di ricusazione proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Un magistrato esperto con un curriculum denso di processi importantissimi
giuridicamente, ma anche mediaticamente. Il nome del giudice Ilio Mannucci
Pacini – che ha emesso la sentenza per Chiara Ferragni – è ormai legato a quella
alla cronaca giudiziaria che negli ultimi decenni ha visto alternarsi scandali
finanziari, processi di grande impatto sociale e vicende giudiziarie che hanno
acceso il dibattito pubblico. Magistrato noto per la scrupolosità, la fermezza e
una chiarezza espositiva che raramente lascia spazio a equivoci, Mannucci Pacini
ha gestito casi complessi che hanno segnato la storia recente della città e
della giustizia italiana.
Nel corso della sua carriera, ha seguito processi che spaziano dall’attualità
civile e politica a scandali finanziari di ampia risonanza. Tra i casi più
significativi si ricordano, ad esempio, il processo Sy Ousseynou, l’autista che
nel marzo del 2019 dirottò e incendiò un autobus con a bordo una scolaresca, o
il procedimento contro Marco Cappato. Mannucci era presidente della Corte
d’Assise che assolse la richiesta della procura, assolvendo il tesoriere
dell’Associazione Coscioni dall’accusa di aiuto al suicidio perché il fatto non
sussiste.
Mannucci Pacini è stato presidente dell’Assise che ha giudicato Rocco Schirripa,
accusato dell’omicidio del procuratore di Torino Bruno Caccia, assassinato dalla
‘ndrangheta nel 1983 a Torino. L’imputato fu condannato all’ergastolo, poi
confermato dalla Cassazione. C’è poi il processo ad Alessia Pifferi, la donna
accusata di aver abbandonato la figlia di 18 mesi per fare un lungo fine
settimana con il compagno. Diana morì di stenti e per questo in primo grado era
stata condannata all’ergastolo dalla corte presieduta da Mannucci. Pena poi
ridotta in appello a 24 anni. Il magistrato è stato anche giudice del processo
per bancarotta fraudolenta, che ha visto condannato Emilio Fede a 3 anni e mezzo
per il crac della società Mora.
Riconosciuto per l’equilibrio tra fermezza e attenzione alle garanzie
procedurali, Mannucci Pacini ha costruito una reputazione che coniuga rigore
tecnico, rispetto delle parti e capacità di gestire mediazioni complesse tra
esigenze investigative e diritto alla difesa. La sua firma compare su sentenze
che, negli anni, hanno contribuito a plasmare il panorama giudiziario milanese e
nazionale, facendo di lui un punto di riferimento per chi segue i processi più
delicati e di grande rilevanza pubblica. Oltre alla notorietà acquisita sui
banchi del tribunale, il giudice è apprezzato per la capacità di spiegare in
maniera chiara i passaggi delle sentenze, senza cadere in tecnicismi
incomprensibili, e per la ferma volontà di mantenere la dignità della
magistratura anche nelle situazioni più mediatiche e controverse.
L'articolo Dal processo a Marco Cappato a quello ad Alessia Pifferi, chi è il
giudice Ilio Mannucci Pacini che ha assolto Chiara Ferragni proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Oggi Chiara Ferragni conoscerà il verdetto che chiude uno dei capitoli più
controversi della sua carriera pubblica e imprenditoriale. Il giudice della III
sezione penale di Milano, Ilio Mannucci Pacini, pronuncerà la sentenza nel
processo abbreviato che vede l’influencer imputata per truffa aggravata nei casi
del pandoro “Pink Christmas” Balocco e delle uova di Pasqua “Dolci Preziosi”. Un
processo che non arriva nel vuoto, ma al termine di un anno in cui l’immagine
dell’ex regina dei social si è progressivamente sgretolata, sotto il peso delle
indagini giudiziarie, delle sanzioni amministrative e di una crisi profonda
anche sul piano societario.
L’ACCUSA
Per la Procura di Milano la 38enne, da anni venerata imprenditrice dell’era
digitale, non è stata una semplice testimonial, ma l’elemento centrale di una
strategia commerciale costruita sfruttando il rapporto fiduciario con oltre 30
milioni di follower. L’aggiunto Eugenio Fusco e il pm Cristian Barilli hanno
parlato di un “ruolo preminente” svolto dall’influencer e dal suo collaboratore
dell’epoca Fabio Damato, con una capacità di diffusione “enorme” e un messaggio
ritenuto ingannevole. Secondo l’accusa, alle società riconducibili a Ferragni
spettava “l’ultima parola” negli accordi con Balocco e Cerealitalia, comprese le
modalità di comunicazione ai consumatori. Un potere che, per gli inquirenti, si
sarebbe tradotto anche nella gestione delle risposte – o delle mancate risposte
– alle domande di chi chiedeva quanta parte del prezzo maggiorato dei prodotti
fosse effettivamente destinata alla beneficenza.
Le mail acquisite agli atti raccontano, secondo la Procura, una comunicazione
ambigua: quando i clienti chiedevano chiarimenti, le risposte erano evasive o
non arrivavano. Il caso è deflagrato quando quelle domande sono diventate
pubbliche. Tra il 2021 e il 2022, sostengono i magistrati, follower e
consumatori sarebbero stati “indotti in errore”, generando un “ingiusto profitto
di circa 2,2 milioni di euro”, accompagnato da un ritorno di immagine legato
alla narrazione benefica. Quella che vedeva Ferragni e anche l’ormai ex marito
Fedez impegnati in prima linea, come avvenuto durante la pandemia di Covid.
A rendere più grave la contestazione è l’aggravante della “minorata difesa”: per
la Procura, gli utenti online sarebbero stati particolarmente vulnerabili
proprio perché raggiunti attraverso i social e poi indirizzati all’acquisto
nella grande distribuzione, facendo leva sulla fiducia riposta nell’influencer
che si rivolgeva direttamente ai suoi fan. Per Ferragni i pm hanno chiesto un
anno e 8 mesi, senza sospensione della pena, né attenuanti generiche. Nonostante
l’influencer abbia già chiuso il fronte amministrativo (multa Antitrust,ndr) ed
effettuato donazioni per 3,4 milioni di euro.
I REATI
Ferragni, quindi, è imputata per truffa aggravata per aver fatto credere,
secondo l’accusa, che l’acquisto di prodotti venduti a un prezzo superiore alla
media contribuisse direttamente a iniziative solidali. Nel caso del pandoro
“Pink Christmas”, venduto a oltre 9 euro rispetto ai circa 3 euro della versione
tradizionale, l’accusa contesta la falsa correlazione tra l’acquisto e il
sostegno all’ospedale Regina Margherita di Torino. In realtà, secondo gli
inquirenti, la donazione sarebbe stata fissa e sganciata dalle vendite.
L’influencer, poco dopo l’esplosione dello scandalo non ancora diventato
un’inchiesta penale, aveva poi sborsato di tasca sua il denaro “promesso”
attraverso la pubblicità versandolo alla struttura ospedaliera.
Uno schema analogo viene contestato per le uova di Pasqua “Dolci Preziosi”,
promosse con riferimenti ai Bambini delle Fate. A sollevare il caso era stato Il
Fatto Quotidiano nel dicembre del 2023 con un articolo di Selvaggia Lucarelli.
Anche in questo caso, secondo chi ha indagato, sarebbe stato omesso di chiarire
che i versamenti all’associazione beneficiaria non erano proporzionali alle
vendite. Profitti e compensi, sommati al beneficio reputazionale, avrebbero
garantito all’influencer guadagni complessivi superiori ai due milioni di euro.
Nel processo sono imputati anche l’ex collaboratore Fabio Damato e Francesco
Cannillo, presidente di Cerealitalia-ID. Per questi due imputati la richiesta di
pena è stata rispettivamente di un anno e 8 mesi e di un anno. Era imputata
anche Alessandra Balocco, amministratrice delegata dell’azienda dolciaria
piemontese, deceduta lo scorso agosto.
LA DIFESA E LA QUESTIONE DELLA QUERELA
Per la difesa, quella contestata alla Ferragni è “una vicenda priva di rilievo
penale”. Gli avvocati Giuseppe Iannaccone e Marcello Bana parlano di pubblicità
ingannevole, già definita sul piano amministrativo, senza dolo e senza raggiro
penalmente rilevante. “Tutto quello che abbiamo fatto, lo abbiamo fatto in buona
fede, nessuno di noi ha lucrato” aveva dichiarato l’imprenditrice in aula
durante le dichiarazioni spontanee.
Secondo i legali, punirla ora violerebbe anche il principio del ne bis in idem,
perché non si può essere sanzionati due volte per la stessa condotta. Un nodo
decisivo resta l’aggravante della “minorata difesa”: se dovesse cadere, verrebbe
meno la procedibilità per difetto di querela. Per il reato di truffa, infatti,
la riforma Cartabia ha introdotto l’obbligo di querela della parte offesa.
L’imprenditrice ha raggiunto un accordo con il Codacons per il ritiro della
denuncia e risarcito i consumatori che si sono sentiti presi in giro. Da qui la
richiesta della difesa di assoluzione con formula piena, avanzata anche per gli
altri imputati.
GLI SCENARI
Tre quindi gli scenari possibili: condanna, assoluzione o non luogo a procedere.
Se il giudice dovesse accogliere le accuse di truffa aggravata, significherebbe
che per Chiara Ferragni la condanna potrebbe arrivare fino a un anno e otto
mesi. In questo scenario, le conseguenze non si limiterebbero alla sanzione
penale: la reputazione dell’influencer ne uscirebbe fortemente compromessa, e il
processo confermerebbe sul piano giudiziario le criticità già emerse durante
l’anno di inchieste e crisi aziendali, nonostante le donazioni già effettuate a
titolo risarcitorio.
Nel caso in cui il giudice ritenesse che le accuse non abbiano fondamento
penale, si arriverebbe all’assoluzione. Significherebbe che quanto contestato a
Ferragni rientrerebbe nella sfera della pubblicità ingannevole già sanzionata
sul piano amministrativo, senza dolo né raggiro penalmente rilevante. In questa
ipotesi, le accuse cadrebbero completamente, compresa l’aggravante della
minorata difesa, e il processo si chiuderebbe senza conseguenze penali
ulteriori, limitando al minimo l’impatto sulla reputazione e sull’immagine
pubblica della Ferragni.
Infine, esiste lo scenario in cui il processo si potrebbe chiudere per motivi
procedurali, con una sentenza di non luogo a procedere. Ciò potrebbe accadere se
venisse esclusa l’aggravante della minorata difesa o se si ritenesse che la
vicenda sia già stata giudicata sul piano amministrativo. In questo caso non ci
sarebbe alcuna condanna, ma nemmeno un’assoluzione piena sul piano sostanziale:
il procedimento si interromperebbe perché mancherebbero i presupposti legali per
continuare.
“UN ANNO DEVASTANTE”
Il processo arriva al termine di un periodo che Chiara Ferragni ha definito lei
stessa “devastante”. Alla vicenda giudiziaria si è sommata una crisi personale e
imprenditoriale senza precedenti, culminata nel crollo di credibilità del suo
brand e in uno scontro sempre più evidente all’interno delle sue società.
A poche settimane dalla sentenza, a riaccendere i riflettori è stato anche
l’intervento pubblico di Pasquale Morgese, imprenditore pugliese ed ex socio di
Ferragni, per anni azionista di riferimento di Fenice Srl con il 27,5% delle
quote. In un’intervista televisiva, Morgese ha raccontato una progressiva
trasformazione del progetto imprenditoriale: da brand da far crescere a
“macchina per generare ricavi”, con decisioni sempre più orientate – a suo dire
– al profitto immediato.
L’ex socio ha ripercorso la rottura dei rapporti, le tensioni nel consiglio di
amministrazione, l’arrivo di Fabio Damato e, infine, lo shock del Pandoro-gate,
che avrebbe segnato il punto di non ritorno: crollo del fatturato, crisi di
immagine e l’ingresso di manager esterni per tentare una ristrutturazione.
Morgese ha anche ricordato la scelta di impugnare il bilancio 2023 e di non
sottoscrivere l’aumento di capitale deliberato dalla società, spiegando che, a
suo avviso, “chi sbaglia paga”.
Parole che non sono entrate nel processo, ma che contribuiscono a delineare il
contesto di un anno in cui, tra aule di tribunale, crisi societarie e tempeste
mediatiche, il sistema Ferragni ha iniziato a mostrare crepe profonde. Ora,
però, il tempo delle narrazioni si ferma davanti al tribunale: sarà un giudice a
dire se lo scandalo resterà una ferita reputazionale o diventerà una condanna.
L'articolo In arrivo il verdetto su Chiara Ferragni: sarà condannata per truffa
aggravata o assolta? Scenari, accusa e difesa proviene da Il Fatto Quotidiano.