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Né fenomeni, né salmonari: lo Sporting Lisbona ha spiegato anche all’Inter come affrontare il Bodo Glimt
I fenomeni sono tornati salmonari. Un pomeriggio di pioggia a Lisbona ha restituito alla realtà il Bodo Glimt, passato dal 3-0 ottenuto in Norvegia contro lo Sporting nell’andata degli ottavi di Champions allo 0-5 incassato nei tempi supplementari allo stadio Alvalade. È importante citare in questa storia anche gli impianti di gioco: quello del Bodo è in sintetico e si è rivelato in questi anni di vetrina europea un sicuro alleato della squadra guidata dal cinquantasettenne Kjetil Knutsen. Uno che, alla faccia dell’aplomb scandinavo, è sempre agitato in panchina e quando le cose non gli garbano, protesta in modo anche plateale. Lo Sporting ha svelato che il Bodo è una buona squadra, ma non è sicuramente l’Ajax dei bei tempi ai quali è stato accostato. Ha anche spiegato all’Inter come va affrontato un gruppo nel quale la forza è il collettivo e che in trasferta sceglie in modo scientifico di chiudersi e di ripartire in contropiede. Lo Sporting ha avuto pazienza. Ha trovato il primo gol (Gonçalo Inacio) al 34’, ha raddoppiato al 61’ con Gonçalves, ha pareggiato i conti dell’andata con il 3-0 su rigore di Suarez al 78’ e ha timbrato la qualificazione ai quarti con il poker di Maxi Araujo all’inizio dei supplementari, per poi chiudere la pratica in bellezza con Rafa Nel al 121’. Una rimonta epica, che ha riportato lo Sporting all’impresa compiuta 62 anni fa, quando ribaltò il Manchester United nei quarti di Coppa delle Coppe: 1-4 all’Old Trafford, 5-0 al ritorno. Lo Sporting avrebbe poi vinto il trofeo, nella finale replay dopo il 3-3 con il MTK Budapest il 15 maggio 1964. Due giorni dopo, nella ripetizione ad Anversa, 1-0 definitivo dei portoghesi. Ora lo Sporting dovrà vedersela nei quarti con l’Arsenal, dominatore in Premier – nove punti di vantaggio sul Manchester City – e finalista domenica in Coppa di Lega contro l’eterno nemico Guardiola, schiantato a sua volta dal Real Madrid di Vinicius. Comunque vada, per la banda di Rui Borges ritrovarsi tra le prime otto d’Europa è già un risultato da applausi. L’estate scorsa lo Sporting ha venduto il suo bomber, lo svedese Gyokeres, proprio all’Arsenal per 65 milioni di euro, più bonus. Un affare dal punto di vista economico, ma una rinuncia sportiva non facile considerato che in 102 partite il ragazzone di Stoccolma aveva firmato 97 gol. L’inserimento nella nuova realtà e in un campionato come la Premier non è stato semplice per Gyokeres, ma dopo le difficoltà iniziali, si è sbloccato ed è a quota 16 reti in 41 presenze. La stampa portoghese, naturalmente, celebra lo Sporting. “Brutale”, il titolo di Record, che riporta in prima pagina anche lo sfogo dell’allenatore Rui Borges: “Esigo rispetto”. A Bola parla invece di “serata perfetta” e dà voce alla rivincita personale di Borges: “Continuano a dire che l’allenatore è debole e non ha la capacità di guidare lo Sporting”. Il rovescio della serata è il crollo di un Bodo, che dopo aver guadagnato consensi in tutta Europa con un sorprendente cammino in Champions, è stato ridimensionato dalla batosta dell’Alvalade. Sono tornati d’attualità due questioni sulle quali si era dibattuto in occasione degli exploit della squadra norvegese, compreso quello contro l’Inter: il vantaggio del fondo in sintetico dello stadio di casa. Troppa differenza tra il Bodo versione interna e quello che gioca all’estero. Anche in Norvegia, Verdens Gang, uno dei quotidiani più letti, definisce “brutale” l’eliminazione. Il Dagbladet mette invece in evidenza la delusione di Knutsen: “Pazzesco, mi sanguina il cuore”. In Norvegia, al netto del contratto prolungato fino al 2029, c’è il timore che l’allenatore possa considerare il crollo dell’Alvalade la chiusura di un ciclo e accettare eventuali offerte straniere, su tutte quelle della Premier, in grado di decuplicare lo stipendio percepito dal Bodo. La fine dell’avventura in Champions mette i “salmonari” di fronte a un bivio: rilanciare la sfida o nuovo progetto? Il campionato, l’Eliteserien, è appena iniziato, il 14 marzo. Il Bodo deve ancora giocare la prima partita. Il futuro è già oggi, con la certezza che la batosta di Lisbona è destinata a lasciare il segno: nel bene e nel male. Né fenomeni, né salmonari: forse è questa la verità sul Bodo. L'articolo Né fenomeni, né salmonari: lo Sporting Lisbona ha spiegato anche all’Inter come affrontare il Bodo Glimt proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Così 60 anni fa nasceva il Quinto Beatle: “La mia vita esplose dopo Lisbona. Tutti sembravano impazzire”
Una foto, una partita leggendaria ed esattamente 60 anni fa, il 10 marzo 1966, nasce il Quinto Beatle. La sera prima, all’Estadio da Luz di Lisbona, il Manchester United ha umiliato 5-1 il Benfica di sua maestà Eusebio. Il re della notte è stato George Best, il fuoriclasse nordirlandese che avrà una carriera breve e morirà nel 2005, devastato dall’alcol. George ha firmato una doppietta, ha servito un assist e ha fatto impazzire la difesa portoghese. Best deve ancora compiere vent’anni, ma è già un’icona, non solo del popolo del calcio, ma anche della cultura giovanile che sta sconvolgendo la Gran Bretagna: la Beat Generation. La vita fuori gli schemi, i capelli lunghi, la passione per la moda, il suo spirito libero: George è figlio dei suoi tempi. E’ il giornale portoghese A Bola ad avere l’illuminazione, subito rilanciata dai tabloid inglesi. Il titolo del servizio dedicato alla partita è “Un Beatle chiamato Best ha distrutto il Benfica”. Nell’articolo, George viene celebrato con profonda ammirazione: “Il giovane nazionale nordirlandese ha superato ogni aspettativa. Il suo dribbling, lo spettacolare controllo di palla, la facilità e la spontaneità hanno travolto non solo la difesa del Benfica, ma l’intera squadra portoghese. I suoi primi due gol hanno inferto un duro colpo al Benfica, da cui non si è più ripreso”. Un giornalista di Record, altro quotidiano sportivo portoghese, è riuscito a entrare nello spogliatoio dello United: “C’è odore di sigarette, bottiglie di birra e di brandy sparse sul pavimento. Una Babilonia. Best è naturalmente il più ricercato”. Il giorno dopo, Best indossa un sombrero, acquistato all’aeroporto di Lisbona. Le foto che gli vengono scattate, all’imbarco e quando rientra in Inghilterra, aprono una nuova era: Best diventa una star mondiale. L’accostamento con il gruppo che ha segnato la storia della musica è la carta vincente. George sarà il quinto Beatle per sempre. Anche lui entrerà nella parte, pur essendo più vicino, spiritualmente, ai grandi rivali dei Fab Four: i Rolling Stones. Nella storia musicale dei Beatles, c’è stato davvero un Best, definito il Quinto Beatle: il batterista Pete, componente del nucleo originario, espulso dalla band nel 1962 e sostituito da Ringo Star. George gradisce l’incoronazione. Ama la musica, si riconosce nella beat generation e ha immediatamente capito la portata di un soprannome capace non solo di entrare nell’immaginario collettivo, ma anche di sostenere i suoi affari. George sta infatti per inaugurare un negozio di moda a Manchester, una settimana dopo la partita di Lisbona. Cinquecento ragazze si accalcheranno di fronte alle vetrine due ore prima dell’apertura del locale e l’isterismo collettivo costringerà la polizia a intervenire. I Beatles prendono nota dell’investitura di Best, ma non commentano. La cosa li lascia abbastanza indifferenti, per una serie di ragioni. La prima è che almeno due componenti del gruppo (John Lennon e George Harrison) non sono interessati al calcio. Harrison ha la passione per la Formula 1 e quando una volta gli chiedono per quale club di calcio tifi, risponde: “A Liverpool, ci sono i Reds e l’Everton. Io tengo per l’altra squadra”. Paul McCartney è un tiepido fan dell’Everton, soprattutto per eredità di famiglia, ma ha sempre mostrato rispetto nei confronti del Liverpool. Ringo Star, sostenitore dell’Arsenal, è forse il più calciofilo dei Fab Four. L’altra ragione è che Best non è l’unico a essere accostato ai Beatles. Nel corso della storia ci saranno altri candidati, ma l’unico al quale sopravvivrà il soprannome sarà proprio Best. La vita tormentata di George naturalmente non passa inosservata tra i Beatles, ma non ci sono rapporti tra il calciatore e i Fab Four. Circola una leggenda e riguarda un episodio avvenuto in un locale di Londra, dove, casualmente, Paul Mc Cartney e la moglie Linda incrociano George. Secondo questa storia, la serata trascorre senza contatti diretti, ma quando Best si sta dirigendo verso l’uscita, Linda sussurra: “George, noi siamo con te”. Nella sua autobiografia, Best racconta: “Fuori dai campi di gioco il mondo sembrava impazzito. La beatlemania era al suo apice e per la prima volta, i giovani avevano come star musicisti più o meno della loro età. Dopo gli anni Cinquanta bacchettoni, i costumi si stavano rilassando. I ragazzi volevano esprimere le loro emozioni e quando la stampa inglese modificò il mio soprannome in Quinto Beatle, divenni immediatamente una figura di riferimento per i giovani, un’icona (per quanto sia difficile pensare a se stessi in questi termini). La mia vita esplose dopo Lisbona. Tutti sembravano impazzire. La gente voleva sapere tutto su di me. Non solo quello che pensavo sul calcio, ma anche quali vestiti portavo, quale musica mi piaceva, quali locali frequentavo. All’improvviso, tutto quello che facevo era diventato in”. Semplicemente, era apparso il Quinto Beatle. L'articolo Così 60 anni fa nasceva il Quinto Beatle: “La mia vita esplose dopo Lisbona. Tutti sembravano impazzire” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“A Lisbona libri gratis e molte gite per i miei figli a scuola. Ma anche qui, come in Italia, il sistema regge a fatica”
Scegliere di sentirsi a casa in un luogo lontano ti costringe a confrontarti con un sentimento che spesso si vorrebbe evitare: la solitudine. Francesca Moja, che a Milano insegnava italiano agli stranieri, lo sa bene. Sa quanto sia importante conoscere una lingua per diventare cittadini, sa quanto sia spaventoso non avere nessuno a cui chiedere una mano. Per questo, quando ha deciso di lasciare Milano e si è trasferita a Lisbona, una delle prime cose che ha fatto è stata creare una rete di donne espatriate di ogni nazionalità, grazie a un semplice gruppo whatsapp. “Di giorno in giorno diventavamo sempre di più. Ora ci sono più di trecento iscritte. Organizziamo cene, ci aiutiamo a vicenda, e nel tempo si sono aggiunte anche tante donne di qui”, racconta. Mentre parla spesso ride, dopo 9 anni non ha perso l’entusiasmo: “Grazie al passaparola tante persone che non avevano nessuno ora non si sentono più sole”. A Lisbona Francesca è arrivata a trentatré anni, con due bambine piccole, Teresa e Marta, e il marito Andrea, ingegnere informatico. In Italia insegnava anche inglese nelle scuole medie e superiori, sempre con contratti annuali. Ogni giugno salutava una classe e ricominciava da capo, tra graduatorie, supplenze e Naspi estive. Quando dal Portogallo è arrivata una proposta di lavoro, non hanno avuto dubbi, nonostante non conoscessero la città. I primi mesi sono stati un corpo a corpo con la lingua. Il portoghese le sembrava familiare, poi si è rivelato difficile. Francesca ha imparato lavorando come guida turistica per italiani, passando le giornate immersa in una lingua che non padroneggiava. Dopo quattro anni si è candidata per un posto nel municipio di Belém, uno dei quartieri con la più alta concentrazione di ambasciate. Prima come volontaria, poi come dipendente. Oggi lavora tra cultura e azione sociale: “A marzo stiamo organizzando la Festa della Primavera, in un parco qui vicino. Arriveranno sessanta bambini di una scuola di musica rumena, canteranno con i vestiti tradizionali. Ci saranno i laboratori, le musiche tipiche. Un modo per far incontrare le diverse comunità”. Nel municipio è una delle poche straniere. Il lunedì e il martedì mattina tiene corsi gratuiti di italiano per gli abitanti del quartiere. Pensionati, adulti, appassionati che vogliono studiare la letteratura e la storia dell’Italia. “Qui ci adorano”, racconta. “La immaginano romantica, luminosa. Conoscono città che io stessa non ho mai visto”. È un contesto diverso da quello in cui operava come insegnante di italiano ai rifugiati, quando la lingua serve per chiedere un documento o un farmaco, ma che unisce i diversi lati della sua formazione. Dal percorso universitario in Lingue e letterature straniere, dalla laurea e dalla specializzazione a Milano, dagli anni da pendolare tra Gallarate e l’università, dall’Erasmus a Malta che l’ha portata a studiare anche il maltese e a dedicarci la tesi, Francesca porta con sé l’idea che la lingua sia uno strumento politico prima ancora che culturale. Quando si trasferiscono, Teresa e Marta hanno due e quattro anni: crescere altrove significa scoprirsi contemporaneamente figli e alunni di due Paesi diversi. La scuola portoghese, secondo Francesca, conserva tratti che in Italia sembrano lontani: l’insegnante unico, docenti anziani, un’idea di autorità che raramente viene messa in discussione. I libri sono gratuiti, ogni studente riceve un computer, le gite scolastiche sono frequenti. Le bambine studiano una storia diversa, fatta di navigatori e imperi marittimi. Garibaldi e Dante cedono il posto a Vasco Da Gama e Afonso Henriques. Ma a casa Francesca, con libri e racconti serali, condivide con le bambine anche la cultura italiana. Lisbona le ha insegnato la lentezza. Una lentezza che a volte la affascina, a volte la indispettisce. Gli uffici aprono tardi, le pause spezzano la giornata. Una calma disturbata da alcune contraddizioni: stipendi bassi, affitti altissimi, un centro storico svuotato e consegnato agli affitti brevi. Negli ultimi anni la città ha attirato nomadi digitali, pensionati stranieri, lavoratori da remoto: “Molti vivono qui senza entrare davvero in relazione con il contesto. Così la città rischia di perdere la sua storia. Le famiglie portoghesi vengono spinte fuori”. Anche la sanità vive gli stessi problemi. Le università formano medici apprezzati in tutta Europa, che poi partono per cercare stipendi più alti. Chi può stipula un’assicurazione privata, per evitare ore di attesa al pronto soccorso: “È un sistema che regge a fatica, come in Italia”. Eppure non pensa al ritorno. “Qui ci mettono molto a darti confidenza, ma poi ti prendono a cuore per sempre. Ho una vicina anziana che quando non mi vede in giro per un po’ viene a suonare a casa per sapere se va tutto bene. Sono piccoli gesti che in una grande città fanno la differenza”. Oggi Francesca continua a organizzare eventi e occasioni di incontro. Donne che arrivano sole e trovano un gruppo, pensionati che cercano compagnia, quartieri che si raccontano attraverso le culture che li abitano. Il suo trasferimento è stata una traduzione: portare con sé ciò che si è stati, imparare a dirlo in un’altra lingua. Una passeggiata sul fiume, la torre di Belém che appare all’improvviso, il sole sull’acqua: ricorda con precisione il momento in cui ha capito di aver fatto la scelta giusta. Pensare: “Ce l’ho fatta, vivo qui”. E realizzare di averlo fatto in portoghese. L'articolo “A Lisbona libri gratis e molte gite per i miei figli a scuola. Ma anche qui, come in Italia, il sistema regge a fatica” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cervelli in fuga
Cervelli in Fuga Portogallo
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Portogallo sfiancato dalla tempesta Kristin, la ministra degli Interni costretta a dimettersi. E il decreto sugli aiuti è fermo
“Sabato non piove!” titola il giornale O Pùblico nella pagina dei commenti. È la grande notizia che aspettavano i portoghesi, sfiancati da quaranta giorni di acqua e da una serie di tempeste. Nelle zone più colpite, gommoni e chiatte sono i mezzi circolanti per le vie di paesi e cittadine. La furia si è abbattuta prima a Leiria, poi ha allargato il suo raggio di devastazione. La rottura della diga del fiume Mondego ha spaccato in due il paese: all’altezza di Coimbra, celebre città universitaria, la piena fuori controllo ha fatto crollare l’autostrada A1, paragonabile all’Autosole italiana. È la via maestra Nord-Sud. Lo squarcio che ha devastato la corsia esterna è impressionante: serviranno mesi per i lavori di ripristino. Chi viaggia da Porto a Lisbona o viceversa dovrà fare alcune varianti. Allarme rosso anche a Montemor-o-Velho, dove però finora non ci sono state evacuazioni. Cronache di un paese allo stremo: sedici vittime, una ministra – Maria Lùcia Amaral era la responsabile degli Interni – costretta a dimettersi, danni pesantissimi, centinaia di persone ancora senza elettricità quindici giorni dopo il passaggio della tempesta Kristin, il 28 gennaio, la più devastante. È stato un susseguirsi di cicloni, una staffetta malefica. I tornado sono sempre battezzati con nomi persino nobili, vedi il penultimo, Leonardo, ma lasciano, al loro passaggio vittime, distruzione e disperazione. La politica, ancora una volta, si è mostrata impreparata di fronte ai cataclismi. In queste ore, il premier socialdemocratico Luìs Montenegro e il presidente della Repubblica uscente Marcelo Rebelo de Sousa sono al fronte, insieme, ma quando a gennaio il maltempo iniziò a sferzare il Portogallo, i rappresentanti del governo latitarono. Visite lampo e ritorno a Lisbona. È stato Marcelo, come chiamano tutti il presidente in uscita, a dare il segnale. Gli sfollati, i cittadini al buio e i disperati si sono sentiti a lungo isolati, confortati solo dalla protezione civile, dai pompieri – anche in Portogallo un’istituzione esemplare – dai militari e dai volontari, eterni angeli del fango. Le televisioni da settimane producono dirette no stop dalle zone più tartassate. La zona rossa è in questo momento quella che accompagna il fiume Mondego fino all’Atlantico. È il corso d’acqua più lungo a nascere in Portogallo. Sorge nella Serra da Estrela, percorre il paese da Nord-Est a Sud, attraversa Coimbra e sfocia a Figueira da Foz, uno dei corridoi dell’Oceano Atlantico. L’ultima depressione in corso è quella ribattezzata Nils, come Liedholm, il grande svedese del calcio italiano. A Coimbra, è stata ordinata l’immediata evacuazione di tremila persone. Sono state chiuse le scuole e sgombrate tre case di riposo. Il presidente dell’Agenzia portoghese dell’ambiente, Pimenta Machado, ha definito “brutali” le precipitazioni che flagelleranno l’area fino a sabato. Secondo le stime, in 48 ore potrebbe cadere il 20% della pioggia che si registra in un intero anno. Prima di Coimbra, era stata Leiria a essere travolta dall’acqua: allagamenti, evacuazioni, lo stadio di calcio con il tetto spazzato via dal vento che ha raggiunto, in questa staffetta di tornadi, la forza di 172 kmh. Le tempeste hanno investito anche la politica: la ministra degli Interni, Amaral, è stata costretta a dimettersi di fronte ai ritardi dei soccorsi. La Amaral è stata una figura di spicco del Portogallo durante gli anni pesanti della “troika”. È un’eccellente giurista, ma non aveva il profilo giusto per ricoprire un ruolo come quello del dicastero degli interni. Nella gestione di questa emergenza, ha commesso errori e alla fine ha pagato il conto per tutti, ma ha sbagliato anche chi, come il premier Montenegro, l’aveva imposta nella lista dei ministri. Il Portogallo è oggi un paese nudo, costretto a confrontarsi con le sue problematiche, alcune delle quali di lungo corso – la cura e la prevenzione del territorio, mezzi di intervento limitati -, ma altre, invece, figlie dei tempi moderni. Manca il personale sanitario negli ospedali e manca manodopera per gli interventi di primo livello. Gli immigrati potrebbero essere una fonte di aiuto, ma il vento della politica, sostenuto dal partito populista di estrema destra Chega, frena in questa direzione. Come in tutti i drammi, anche in questa vicenda c’è un paradosso. All’origine di queste tempeste che si passano il testimone e hanno devastato il centro del Portogallo, c’è infatti la posizione del mitico anticiclone delle Azzorre, celebre regolatore del tempo in buona parte d’Europa. Per una ragione misteriosa, all’inizio del 2026 si è posizionato più a Sud. Nella sua collocazione abituale, è uno scudo che protegge il Portogallo e indirizza il maltempo verso l’Inghilterra e le coste occidentali della Francia settentrionale. Ora che si è sistemato più in basso, ha lasciato terreno libero ai tornadi di raggiungere la penisola iberica. Il Portogallo, rispetto alla Spagna, ha pagato il prezzo più pesante. Il governo di Lisbona ha chiesto aiuto all’Europa, intervenendo sul PNRR. Bruxelles ha negato il prolungamento delle scadenze – il prossimo settembre – e la strada a questo punto più percorribile è quella di una revisione del piano portoghese. Il premier Montenegro ha assunto a interim la gestione degli Interni. Il nuovo presidente della Repubblica, Antònio Seguro – entrerà nelle sue funzioni il 9 marzo – si è impegnato a non lasciare soli i cittadini colpiti da questa serie di calamità. La politica, però, come sempre è prigioniera della sua lentezza: il decreto legge che mette a disposizione fondi straordinari è ancora fermo. Montenegro annuncia che “tutto il dispositivo dello Stato è in campo”, ma migliaia di persone continuano a essere senza luce, senza telefono e senza internet. Una fetta di Portogallo al buio e con l’incognita di una ricostruzione da affrontare con fondi, per ora, limitati. L'articolo Portogallo sfiancato dalla tempesta Kristin, la ministra degli Interni costretta a dimettersi. E il decreto sugli aiuti è fermo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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