“Aldo Cazzullo su Sal Da Vinci e i matrimoni della camorra? Ha fatto una battuta
sbagliata”. Così Maurizio De Giovanni a La Confessione di Peter Gomez, in onda
sabato 14 marzo alle 20.20 su Rai 3, sulla canzone che ha vinto a Sanremo, ‘Per
sempre sì’ e la polemica scatenata dal commento di Aldo Cazzullo sul Corriere
della Sera. “Cazzullo è un meraviglioso intellettuale – ha premsso lo scrittori
di tanti bestseller, dal Commissario Ricciardi ai Bastardi di Pizzofalcone – Noi
forse siamo ipersensibili, ma parlare di camorra a Napoli è una cosa seria, non
è uno scherzo, non è folklore. – ha proseguito l’autore napoletano – E’ una
battuta uscita male, come se io facessi una battuta sul Covid a Bergamo. E’ un
richiamare un dolore, è richiamare una ferita”.
L'articolo De Giovanni a La Confessione di Gomez (Rai3): “Cazzullo su Sal Da
Vinci e la camorra? Ha sbagliato, è come se io scherzassi sul Covid a Bergamo”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Aldo Cazzullo
Sal Da Vinci è ancora al centro del dibattito musicale dopo le parole di Aldo
Cazzullo in merito alla sua vittoria al Festival di Sanremo con “Per sempre sì”
(“canzone da matrimonio della camorra”). Stavolta è intervenuto l’avvocato
Angelo Pisani, founder del progetto antiviolenza 1523.it. “Associare una canzone
alla ‘colonna sonora di un matrimonio della camorra0 non è critica musicale – ha
affermato Pisani – ma un grave stereotipo offensivo e discriminatorio verso
Napoli e la cultura meridionale. La libertà di stampa è un valore fondamentale,
ma non può diventare libertà di insulto o di discriminazione territoriale”.
Quindi è stata annunciato la presentazione di un esposto alle autorità
competenti dopo le dichiarazioni del giornalista.
Pisani, che esprime solidarietà nei confronti dell’artista napoletano Sal Da
Vinci, “vittima di una violenza mediatica e di stereotipi offensivi verso Napoli
e la cultura meridionale”, invita inoltre l’Ordine dei Giornalisti ad
intervenire immediatamente per verificare il rispetto delle regole deontologiche
della professione. “Un giornalista ha una grande responsabilità sociale: la sua
penna può informare, ma può anche alimentare pregiudizi. Per questo l’Ordine
deve valutare se siano stati violati i principi di correttezza, rispetto e
responsabilità dell’informazione”.
L’esposto, spiega l’avvocato, sarà presentato nell’interesse dei cittadini
napoletani e dei fan dell’artista “affinché vengano valutati eventuali profili
di violenza mediatica e discriminazione territoriale. Napoli merita rispetto. La
critica è libera, ma la discriminazione non è tollerabile”.
Intanto, come riporta Il Mattino, è intervenuto anche l’avvocato di Sal Da
Vinci, Carlo Claps: “L’artista capisce e accetta con maturità il fatto che la
sua canzone possa non piacere al pubblico, tuttavia una cosa è la critica
musicale, anche aspra; altra cosa è l’insulto, la denigrazione personale, la
discriminazione culturale. Quella non si può tollerare. Ho letto frasi che
equiparano la canzone napoletana a qualcosa di dannoso, persino pestilenziale.
Questo non è giudizio critico: è discriminazione”. Dunque l’avvocato non esclude
di agire per vie legali “se le dichiarazioni offensive e diffamatorie dovessero
continuare” o “se dovessimo riscontrare i presupposti”.
Nei giorni scorsi durante i festeggiamenti a Napoli Sal Da Vinci davanti a
migliaia di fan ha detto: “Sono arrivate un sacco di provocazioni, magari a
volte la mente genera delle cose un pò strane. Io ho semplicemente portato una
canzone che parla d’amore, se poi l’amore è una cosa violenta forse
probabilmente siamo nel mondo sbagliato. Vi prego, ognuno di voi, ve lo chiedo
con umiltà, non rispondete alle provocazioni che ci vengono fatte, non servono a
niente, qualcuno avrà quale like in più… Pensiamo alla musica e a tutta la bella
gente di questa terra, e basta”
L'articolo “Una cosa è la critica musicale, altra cosa è l’insulto. Agire per
vie legali? Non è escluso”, parla l’avvocato di Sal Da Vinci. Cazzullo risponde:
“Libero di esprimere opinioni” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Da anni mi occupo delle ‘immagini’ del Mediterraneo e dei suoi popoli, e ne ho
teorizzato il doppio movimento – da un lato, la stigmatizzazione ‘orientalista’
dell’arretratezza, dall’altro la rivendicazione rovesciata di certi stereotipi
come elementi identitari positivi (la ‘lentezza’ meridiana del Mare nostrum
contro la ‘velocità’ del capitalismo globale oceanico) – mettendo in luce
l’insufficienza di entrambi i paradigmi, e dunque non mi è aliena ogni
discussione che evochi queste tematiche. Soprattutto quando, per la cultura
italiana, si parla di Napoli, considerato il luogo onfalico del Meridione; e
anche quando queste discussioni riguardano la cultura popolare.
Ispirato, tra le altre cose, dal New Historicism di un grande studioso della
letteratura come Stephen Greenblatt, ritengo che tra le ‘fonti’ dell’indagine
teorica occorra annoverare anche quelle non ortodosse, non accademiche, perfino
pop, e tra esse certo la musica, ma anche il giornalismo.
Per questo, mi interessa la ricezione del brano di Sal Da Vinci, fresco
vincitore di Sanremo, e perfino la critica che ne ha fatto Aldo Cazzullo. E mi
interessa, quest’ultimo, non tanto per il giudizio estetico sulla canzone, che
sarebbe ‘brutta’, ma per ciò che l’accompagna: una canzone che potrebbe essere
la “colonna sonora di un matrimonio della camorra”.
Siccome si sa, i napoletani sono suscettibili (giustamente), non l’hanno presa
bene. E in effetti non si capisce come mai, a chi voglia dire che una canzone di
un autore napoletano è brutta, debba venire in mente automaticamente
l’associazione con la camorra. Si tratta, come molti hanno sottolineato, del
riaffiorare di un pregiudizio, sedimentato nella cultura popolare, come quando –
per raccontare di una minaccia subita – scatta subito l’imitazione del dialetto
siciliano. Un passo falso di Cazzullo, che per rimediare ha messo una toppa
forse perfino peggiore del buco, affermando che gli piace Napoli, una certa
Napoli, ma non quella caciarona e popolaresca di Sal Da Vinci. Si tratta di un
refrain noto: esisterebbero due Napoli, una più ‘nobile’, culta, autentica, in
cui il popolare è alto; e poi ci sarebbe una Napoli sguaiata, rumorosa,
‘strappacore’, kitsch e trash.
E allora proviamo a mettere in fila qualche ragionamento, sorvolando sul casus
belli dell’associazione alla camorra, su cui davvero c’è poco da dire, e
soffermandoci invece su questo schema dicotomico Napoli alta-Napoli bassa.
Infatti, quel che pare evidente è che si tratta di una opposizione di fantasia,
che ignora che Napoli è – come la realtà – contemporaneamente alta e bassa,
aulica e popolaresca, raffinata e volgare.
Ma qui non si vuole ripetere il luogo comune sull’eccezionalismo napoletano,
sulla città-mondo che contiene in sé tutto e il contrario di tutto. Si vuole
solo ricordare che distinguere tra una Napoli ‘buona’ (che ci piace) e una
Napoli ‘cattiva’ (che disprezziamo) significa dimenticare il miscuglio di
autentico e inautentico, di ‘verace’ e artefatto, che caratterizza ogni
manufatto culturale.
Sal Da Vinci ha giocato con la napoletanità, ha strizzato l’occhio al
neomelodico, ma lo ha fatto con la sapienza di chi sa dominare i meccanismi
complessi e veloci dello showbiz. Non è un caso che la canzone non emerga solo
dal contesto napoletano, ma che sia il risultato di un team di autori,
compositori, produttori, dj, che vengono da Roma, da Milano, da tutt’Italia (lo
ha ricordato su Facebook un napoletano sanguigno come l’attore Gianfranco
Gallo), e che hanno lavorato su un brano per riprodurre in vitro una
napoletanità ‘artificiale’ che però funziona.
Sal Da Vinci ha messo in scena esattamente questo: la creazione dell’‘autentico’
come momento dell’‘inautentico’, scardinando nel modo più credibile
l’opposizione tra ‘vero’ e ‘falso’. Quello di Sal è un motivetto orecchiabile
prodotto per il consumo culturale, fatto apposta per funzionare, che usa con
sapienza commerciale la sonorità napoletana, e in questo incarna al massimo
grado ciò che Napoli, in quanto metropoli globale, è: vero e falso allo stesso
tempo. Ovvero: ci vuole dell’inautentico per sembrare autentico; ci vuole
dell’alto per sembrare basso.
L'articolo Sal Da Vinci mette in scena alto e basso, vero e falso. Il massimo
grado di napoletanità proviene da Il Fatto Quotidiano.
Rispondendo a un lettore che gli chiedeva perché avesse definito la canzone
vincitrice di “Sanremo 2026” la più brutta della storia del Festival, Aldo
Cazzullo sul “Corriere della sera” aveva replicato così: “‘Per sempre sì‘
potrebbe essere la colonna sonora di un matrimonio della camorra, o a essere
generosi una canzone di Checco Zalone; che però le scrive per burla, per fare il
verso a un certo Sud più melenso che melodico. (…) Nulla contro il cantante, che
è pure una persona simpatica – aveva proseguito Cazzullo -. Resta l’impressione
che l’Italia dei primi anni 2000 sia un Paese in cui chiunque possa fare
qualsiasi cosa. Chiunque può allenare la Nazionale, chiunque può fare il
presidente del Consiglio, chiunque può fare il capo dell’opposizione, al
prossimo giro chiunque potrà fare il presidente della Repubblica; e Sal Da Vinci
può vincere il festival di Sanremo“.
Le parole del vicedirettore del “Corriere della sera” hanno generato polemiche
social e anche la reazione di Caterina Balivo, conduttrice de “La Volta Buona“,
che si è schierata contro le dichiarazioni del giornalista. Cazzullo per questa
ragione è intervenuto in diretta nel programma di Rai1 precisando che “amici
napoletani mi riferiscono che Caterina Balivo dice che ce l’ho con Napoli,
consentimi di intervenire“.
La conduttrice di Aversa, città in provincia di Caserta, lo ha interrotto: “Puoi
dire ai tuoi amici che non ho detto questo. Abbiamo letto quello che hai scritto
sul Corriere della Sera e abbiamo spostato il discorso anche sulle canzoni
napoletane. Abbiamo solo letto le tue parole e abbiamo commentato. La puntata è
su RaiPlay”. “Tu hai provato a dire che io non sono contento che abbia vinto un
napoletano”, ha spiegato Cazzullo provando a contestualizzare la sua posizione:
“Io amo Napoli, adoro la grande tradizione napoletana. Adoro Pino Daniele,
Tullio De Piscopo, Tony Esposito. Sal Da Vinci non mi piace, rappresenta senza
rendersene conto quella Napoli enfatica, come la vorrebbero i nordisti che non
amano Napoli.”
“Direttore, dire che è una canzone cantata ai matrimoni della camorra è una cosa
bella da leggere?”, ha chiesto la padrona di casa. Cazzullo ha provato a
sgonfiare il caso: “Era una battuta. Come era una battuta quella dopo su Checco
Zalone”. “Checco Zalone ha vinto un David di Donatello battendo Laura Pausini,
non è la stessa cosa rispetto alla camorra”, ha insistito Balivo. Cazzullo ha
concluso: “Volevo solo dire che amo la canzone napoletana e che Sal Da Vinci
rappresenta una musica di persone che non amano Napoli”.
Sul “Corriere della Sera” il vicedirettore è tornato oggi sull’argomento
ribadendo le sue posizioni. Riportiamo integralmente le sue parole: “Io amo
Napoli e i napoletani. Sal Da Vinci è la Napoli che pensano e che vorrebbero
coloro che la detestano. Siccome io la amo, non mi piace Sal Da Vinci. Adoro
invece la grande tradizione della canzone napoletana, portata in tutto il mondo
dall’Orchestra italiana di Renzo Arbore, ma prima ancora elevata ai massimi
livelli da Caruso e da altre tra le più belle voci che non solo l’Italia ma
l’umanità abbia mai avuto. Amo Tullio De Piscopo, Tony Esposito, la Nuova
Compagnia di Canto Popolare di Eugenio Bennato, suo fratello Edoardo, James
Senese. Amavo soprattutto il più grande di tutti, Pino Daniele (avevo 14 anni
quando sentii cantare da un ragazzo con la chitarra «Quanno chiove» in un
campeggio di Praia a Mare, e mi dissi che nella vita avrei voluto ascoltare
musica così). Allo stesso modo amo il cinema di Totò e il teatro di Eduardo.
Artisti che affondano profondamente le loro radici nella Napoli popolare, ma che
hanno saputo parlare a tutti, in ogni tempo e in ogni luogo. Cinquant’anni fa,
il napoletano Alan Sorrenti aveva grande successo con canzoni che sono rimaste.
Ho qualche dubbio che rimarrà ‘Per sempre sì’. Geolier oggi, come Nino D’Angelo
ieri, possono piacere o meno, ma sono voci originali, interessanti. La Napoli di
Sal Da Vinci oggi, come la Napoli di Mario Merola ieri, rappresenta uno
stereotipo che con la cultura napoletana non ha molto a che fare. È
un’attitudine strappacore, enfatica, consolatoria: l’amore per sempre, ti
prometto davanti a Dio… Mi sembra un passo indietro non solo rispetto a ‘Quanno
chiove‘, ma anche rispetto a ‘Nel blu dipinto di blu‘. Modugno era pugliese,
anche se passava per siciliano, ma era comunque un artista del Sud; e la canzone
con cui vinse Sanremo nel 1958 era molto popolare e molto moderna. Purtroppo non
possiamo dire lo stesso di Sal Da Vinci“.
Il cantante non ha fornito al momento alcuna risposta, ieri è stato ospite al
Tg1 delle 20, proponendo in diretta tv un tutorial con il balletto della sua
canzone diventato virale sui social: “Ci sono gesti di psicosi collettiva, le
parodie me le aspettavo ma sono belle tutte. Essere qui è un motivo di orgoglio,
è un privilegio. Sto vivendo questo momento come una finale”, ha concluso Da
Vinci.
> Sal Da Vinci al Tg1: il vincitore del Festival di #Sanremo ospite negli studi
> del nostro Tg. Dalla gavetta al successo fino al trionfo all’Ariston. L’atteso
> ritorno nella sua #Napoli e i social impazziti tra balletti e parodie:
> fenomenologia di “Per sempre sì”.#Tg1 pic.twitter.com/o3KiwYAuzn
>
> — Tg1 (@Tg1Rai) March 4, 2026
L'articolo “Dire che è una canzone cantata ai matrimoni della camorra è una cosa
bella da leggere?” “Sal Da Vinci rappresenta una musica per chi non ama Napoli”:
Caterina Balivo fronteggia Aldo Cazzullo proviene da Il Fatto Quotidiano.