Il vincitore del Festival di Sanremo 2026 Sal Da Vinci oggi, 22 marzo, è stato
ospite nel salotto di “Verissimo“. Durante l’intervista con Silvia Toffanin, il
cantante ha ricordato il padre Mario, morto nel 2015 a 75 anni. “Ha lasciato un
vuoto enorme, – ha detto l’artista – questo vuoto è stato colmato naturalmente
dall’amore della famiglia, però sono stati tre anni difficili io per tre anni
non non riuscivo proprio a ‘mentalizzare’ la sua non presenza”.
Da Vinci ha anche ricordato il giorno in cui è venuto a mancare il padre:
“Quella sera praticamente avevo finito un tour teatrale, era il 10 maggio del
2015, e quindi festeggiavo con la compagnia l’ultima replica, andando a mangiare
la pizza tutti insieme.
A un certo punto, mi chiamano e scopro che papà era in
ospedale, lascio tutto e lo raggiungiamo. Ma non mi ero preoccupato più di
tanto. Entrai nel bagno perché mi volevo lavare le mani, prima di andare via.
Quando sono uscito fuori, ho visto negli occhi degli altri una cosa che non mi
piaceva. Non pensavo che lui fosse già andato via. Tra me e me pensavo che forse
probabilmente stava proprio male e che l’avevano portato in terapia intensiva.
Era il massimo che mi mi potevo augurare in quel momento”.
Poi la dura realtà: “
E invece, quando sono arrivato lì, era già tutto finito. È
un momento che non mi piace neanche tanto ricordare. Voglio ricordare, invece,
mio padre con la voglia, la forza, la carica di uno che si è fatto da solo, ha
combattuto da solo ogni momento della sua vita. È cresciuto senza un padre ma la
famiglia per lui era tutto”.
Sal Da Vinci ha ricordato un aneddoto curioso avvenuto dietro le quinte del
Festival: “Quest’anno Sanremo è stato dedicato a Pippo Baudo. Sono andati in
onda alcuni contributo, dove presentava il Festival di Sanremo.
E in quel
contributo c’era mio padre. A un certo punto, ho visto papà, il brano prima che
io uscissi sul palco per cantare alla finale. Lui c’era. Si è trasformato in
altro, non c’è più fisicamente, ma noi siamo comunque energia e quindi lui mi
gira intorno sempre io lo sento l’avverto”.
L'articolo “Mio padre ha lasciato un vuoto enorme. Quando è morto ero in
pizzeria con i colleghi. Ho visto il suo volto alla Finale di Sanremo 2026, era
con me”: Sal Da Vinci commosso proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Zitto zitto nayt ha portato a casa il sesto posto al Festival di Sanremo 2026
grazie alla sua performance e le parole di “Prima che”. Ora l’artista romano,
che ha una delle penne più interessanti del mondo rap, è tornato con il nuovo
album “io Individuo”, il decimo della carriera che contiene 13 brani inediti.
Nessuno sconto, parole come lame sulla collettività, l’industria discografica e
gli individui, come recita il titolo del progetto discografico.
Tra le chicche contenute: “Ci nasci, ci muori” con la citazione di “In Italia”
di Fabri Fibra, mentre “Briciole” di Noemi è in “Astronauta” e poi “Stupido
pensiero” feat. Elisa. La cover dell’album è un quadro acrilico su tela
120x120cm dipinto a mano dall’artista Ozy e ispirato dalla fotografia “De
Schimmel” (1992), scattata dall’iconico fotografo tedesco Hannes Wallrafen. A
novembre 2026 nayt sarà protagonista di Noi Individui Tour, il nuovo tour che lo
vedrà protagonista nei palasport delle principali città italiane.
Perché “in Italia è difficile restare, ma in Italia è difficile anche
andarsene”?
Perché l’Italia ha delle cose bellissime, perché a casa, per noi, è difficile
andarsene. È difficile restare per tutte le difficoltà che però comporta restare
a casa oggi, dove le cose non vanno bene sotto determinati punti di vista.
Insomma è un Paese incredibile allo stesso tempo che diventa sempre più ostile
per certi versi difficile. Diventa sempre più un lusso per i ragazzi di oggi
restare in Italia e riuscire a vivere decentemente e dignitosamente. In un altro
pezzo parlo del fatto che gli stipendi in Italia non crescono da non si sa
quanti anni, che la statistica per uscire fuori dalla povertà è di cinque
generazioni. Quindi ci sono dei contrasti importanti.
Come mai “nessuna azienda investe nella cultura, nessuno Stato, né un partito,
nessun padre”?
Non è effettivamente proprio così, ma sembra che ci sia molto questa tendenza,
soprattutto dove non dovrebbe esserci, o dove non dovrebbe ma potrebbe non
esserci. Allora sembra che la cultura sia in mano agli artisti, ma soprattutto
che è anche una roba fisiologica, nel senso anche normale che lo sia, ma sembra
che non ci sia nessuna struttura e che quindi poi gli artisti vengano eletti ed
‘eletti’ a ‘salvatori’ o educatori nella nostra società, cosa che mi sembra un
po’ assurda.
Chi sono i protagonisti dei tuoi interludi nel disco?
Nel primo interludio c’è mia madre, nel secondo interludio c’è una persona per
me molto importante che è un mentore col quale ho tanti scambi di questo tipo
anche dove parliamo di tante cose e in quell’interludio in particolare si parla
di devozione, si parla di contraddizioni, si parla del culto dell’idolo.
Sottolineo un po’ delle contraddizioni che fanno parte di noi come individui,
della nostra società, della nostra collettività. e anche di me in quanto artista
e personaggio pubblico esposto.
Com’è nata la collaborazione con Elisa?
Ho proposto il pezzo e ci siamo visti in studio una mattina presto, siamo
rimasti fino alle tre di notte, lavorando a questo pezzo completamente da zero
ed è uscito quello che è uscito. È stata un’esperienza incredibile, sono molto
felice. Per me Elisa è una maestra di vita, di musica.
Il disco è generazionale, quale messaggio vorresti che arrivasse?
La mia generazione, la mia in particolare che ho 31 anni, ha una grande
potenzialità per fare da ponte tra queste nuovissime generazioni che ci sono,
che nascono con il telefono in mano, e i nostri genitori e chi prima di loro,
che invece si sono ritrovati ad un certo punto in questo mondo del digitale. Ma
a prescindere dai social e dalla tecnologia, parlo proprio di linguaggio, dei
tempi, degli spazi, dei ritmi diversi. E noi siamo un po’ in questa metà.
Che bambino sei stato?
A dieci anni passavo i pomeriggi in camera di mia madre con il suo stereo, i cd
che aveva…C’era proprio un procedimento diverso di fruizione della musica, c’era
una complessità diversa. Ora questo è sulla musica, ma potremmo traslarlo in
tantissimi altri contesti. Quindi credo che abbiamo questa possibilità di fare
da ponte tra queste macro generazioni, però ovviamente siamo anche in questa
confusione…
Di cosa si tratta?
Come fai a scegliere come fai a capire chi sei? È veramente difficile.
L'articolo “È un lusso per i ragazzi restare in Italia e riuscire a vivere
decentemente. Gli stipendi sono fermi e per uscire dalla povertà ci vogliono 5
generazioni”: così nayt proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo 41 Festival come direttore di palco, Pippo Balistreri lascia Sanremo. A 74
anni una delle colonne della kermesse, almeno dietro le quinte, saluta la città
dei fiori. Lo conferma in una lunga intervista concessa a Fanpage: “Questa volta
per me è arrivato il momento di lasciare. Anche perché, come è giusto, bisogna
aprire la strada ad altra gente che, nel frattempo, mi ha seguito e ha imparato
il mestiere. Dal prossimo anno avanti i giovani“.
PERCHÉ BALISTRERI LASCIA IL FESTIVAL DI SANREMO
Quello che faceva lui, dal prossimo anno “lo faranno tre o quattro persone”
dice, “Si divideranno i vari compiti e riusciranno a lavorare bene”. La sua
sembra una decisione da cui non si torna più indietro. Diversi i fattori che lo
hanno portato qui. “Per esempio che io non sono un dipendente Rai, ma un
esterno. E dentro la tv pubblica, tra sindacati, dirigenti e altri funzionari,
c’è un sacco di gente che, se non fai parte dell’azienda, ti guarda sempre come
fossi diverso. Insomma, non fai parte della loro famiglia e mi chiamavano solo
perché avevano bisogno. Sono tutti elementi che mi hanno portato a stufarmi e ad
abbandonare tutto. Non c’è stato nessuno che mi ha detto di lasciare, ma è tempo
di dare spazio ad altri”.
UN TESTIMONE PREZIOSO
Balistreri è stato testimone di tanti episodi accaduti sul palco sanremese: I
Queen in playback per protesta, i numerosi disguidi tecnici che possono capitare
in una manifestazione così complessa come Sanremo, la lite Bugo-Morgan, la
rivolta dell’orchestra nel 2010 quando Malika Ayane fu esclusa dalla finale
mentre tra i finalisti c’era il trio Pupo, Emanuele Filiberto di Savoia e Luca
Canonici (“All’inizio non ho gradito quella protesta. In seguito, però, ho
capito che l’orchestra aveva ragione”) e Blanco che devasta la scenografia
floreale (“Mi è sembrato tutto programmato per compiere l’azione che poi ha
fatto sul palco durante la diretta. Un modo per farsi pubblicità” commenta
Balistreri).
IL CONSIGLIO A STEFANO DE MARTINO
Il prossimo anno il Festival sarà condotto da Stefano De Martino. Lo storico
direttore di palco ha un consiglio per lui: “Prima di iniziare, dovrebbe andare
sul palco, chiamare tutti i tecnici e le maestranze e dire: ‘Io sono il
direttore artistico, però datemi una mano perché per me è la prima volta e ho
bisogno del vostro aiuto‘. È importante la collaborazione di tutti”. E conclude:
“Il Festival non si organizza dall’oggi al domani: è una macchina molto
difficile da far funzionare”.
L'articolo “Lascio Sanremo, sono stufo, largo ai giovani. E a Stefano De Martino
dico…”: Pippo Balistreri, storico direttore di palco, dà l’addio al Festival
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo il Festival di Sanremo, dove ha presentato il brano “Stupida sfortuna”
conquistando il Premio della Critica “Mia Martini” e il Premio Assomusica
Sanremo 2026 per la “Migliore Esibizione Live di un artista rivelazione”,
Fulminacci pubblica il suo nuovo bell’album “Calcinacci”, venerdì 13 marzo. Una
tracklist che fa godere canzone dopo canzone, da ascoltare all’aria aperta con
l’arrivo della primavera perché comunica speranza, voglia di ricostruire e di
rinnovarsi.
Per l’occasione il cantautore sarà anche protagonista sul grande schermo con
l’omonimo cortometraggio proiettato in tre date speciali questa settimana nei
cinema di Roma (12 marzo), Napoli (13 marzo) e Milano (14 marzo). “Nel corto
sono una persona vittima degli eventi a cui succedono una serie di cose che, –
ha raccontato l’artista a FqMagazine – senza rendersene conto, mette mattoncino
dopo mattoncino insieme i calcinacci delle altre persone, cioè risolvo dei
problemi degli altri”. Dal 9 aprile da Roma parte Palazzacci Tour 2026.
Perché in “Mitomani” hai citato “Quello che le donne non dicono”?
Perché ‘Mitomani’ è una canzone dissacrante, quindi ho preso un verso di una
canzone estremamente emotiva e l’ho trasformata… Racconto del grido d’aiuto di
questi cuori infranti, di questi mitomani che vivono di storie assurde. Mi
faceva ridere l’idea delle persone che gravitano attorno al jet-set che
confessato ‘ma gli diremo ancora un altro Si’ all’artista e idolo di turno. È un
tipo di disperazione di queste persone che stanno alle dipendenze di questi
cantanti, attori, personaggi dello spettacolo che rompono i coglioni
costantemente e che vanno accontentati.
Ti metti dentro alla categoria di questi artisti “rompi…i?”?
Certo! (ride, ndr) Mi sono reso conto, ad esempio, che tutti i cantanti che
conosco sono esperti di ristoranti. C’è questa cosa che si va a cena, perché c’è
la possibilità, ma anche il tempo di fare delle cose, perché noi abbiamo vite in
cui per mesi magari non abbiamo niente da fare e per altri mesi siamo le persone
più impegnate della terra. E quindi questo è un po’ una caratteristica di chi fa
questo lavoro e questo li rende esperti di ristoranti.
Cosa pensano di te i tuoi amici?
Mi tutti ridiamo di questa cosa e comunque un po’ ne facciamo parte. Ed è una
canzone che a me fa molto ridere per questo, perché racconta proprio dinamiche
reali di questo mestiere. Non so quanto la gente ci si possa riconoscere,
infatti questa è un po’ la scommessa…
Qual è il tuo occhio critico nei confronti di questo ambiente dello spettacolo?
Mi fa molto ridere raccontare questo lato del mondo dello spettacolo per farlo
pure un po’ scendere dal piedistallo per dire comunque siamo persone con le
nostre debolezze che fanno cose come riempire il nostro tempo. In alcuni momenti
facciamo serate in giorni della settimana in cui la gente lavora. Volevo fosse
un’autodenuncia, in realtà.
Hai una visione quasi infantile in questo disco. È voluto?
Secondo me ho un po’ la sindrome di Peter Pan o qualcosa di simile, ma non
diagnosticato.
In che senso?
Mi va di rimanere bambino in modo patologico un po’ la sento questa cosa e alla
soglia dei 30 anni comunque lo sento particolarmente cioè mi rendo conto che io
voglio giocare il più possibile. A parte quando si tratta di andare alle poste,
pagare le multe, le tasse, per tutto il resto del tempo io voglio giocare. E
quindi questo è il mio obiettivo nella vita in realtà. Però è chiaro che questa
cosa si porta dietro un po’ di frustrazione perché comunque ho i primi capelli
bianchi e mi rendo conto che comunque sono un adulto, ma io mi sento esattamente
identico a quando ho fatto la maturità. Quindi non so se è una cosa positiva o
no.
“Maledetta timidezza. Maledetta educazione”, dici di te stesso. Perché ritieni
ti abbiano “frenato”?
Semplicemente perché più volte nella vita mi sono trovato ad essere quello che
in inglese si definisce un ‘people pleaser’, quindi con il bisogno di fare bella
figura, piacere agli altri, risultare educatissimo. Non rischiare niente però
questo non rischiare niente poi ti porta a non dire spesso e a limitarti a
ringraziare e chiedere scusa più volte. Ho fatto questo errore.
Cosa hai imparato da questi errori?
Che è importante parlarsi dei fatti veri, invece, di dirci le cose educate,
edulcorate che poi alla fine sono vuote. Però ciò non vuol dire che bisogna
insultarsi chiaramente però bisogna dire la verità. Ultimamente mi sono un po’
di più. Ho accettato il fatto che non si deve per forza piacere, perché il fatto
di dover piacere a tutti quanti poi fa di te un personaggio inesistente, perché
se l’obiettivo è piacere ci riusciamo tutti, basta dire a volte delle cose che
non sono vere del tutto, invece no. Ma poi pure ho imparato una cosa che quando
ero più piccolo mi mettevo in difficoltà, non essere d’accordo con il mio
interlocutore per me equivaleva a litigarci.
Hai cambiato atteggiamento negli anni?
Sì perché persone più adulte di me mi hanno spiegato ‘guarda tu puoi dire che
non sei d’accordo e puoi continuare a farti volere bene da una persona’. Perché
per me era ‘se io adesso ti dico che non siamo d’accordo, tu non mi vuoi più
bene’. Era un binomio proprio sbagliato, una distorsione della realtà. Ho capito
che si può dire ‘a me è piaciuta questa canzone, a te no. Perfetto, adesso
andiamo a bere una birra insieme, lo stesso, non è che ti odio per questo’.
E concretamente tutto questo, come lo hai applicato?
Ho fatto tutto il Festival di Sanremo sbandierando il fatto che avrei vinto cioè
onestamente mi divertiva l’idea di vincere e quindi ho detto che ti aspetti a
questo festival? La vittoria perché l’ho affrontata con come un bambino. Ero
sicuro della mia canzone. Questo stato d’animo mi ha portato a comunque a vivere
come una vittoria perché ho vinto il Premio della critica che è una vittoria
gigante però poi sono arrivato settimo nella gara.
Bilancio positivo?
Sento di aver vinto per come l’ho affrontata proprio per come ho vissuto anche
per questo fatto di dire che ‘vincerò io’ ho tolto completamente la scaramanzia
e ne ho fatto anche una forma di comunicazione legata alla mia canzone. Ho
combattuto la scaramanzia tutto il tempo proprio per non farla vincere contro di
me perché poi nel mio caso non ha mai funzionato, mi ha sempre alimentato la
paura.
In “Nulla di stupefacente” si parla di richieste d’aiuto. Hai avuto difficoltà a
chiedere aiuto?
La canzone fa parte della colonna sonora del film ‘Strike – Figli di un’era
sbagliata’ (in uscita il 26 marzo, ndr), ambientato in un cento di recupero con
al centro ragazzi che si aiutano. Più volte mi è successo di non chiedere aiuto
o di vedere un mio amico che aveva bisogno di aiuto e non lo chiedeva ed è anche
difficile se tu vuoi dare aiuto a chi non lo chiede e ne ha bisogno. Succede
quando si è piccoli, a 18 anni, al liceo, quando vedi persone in difficoltà e
non capisci che cosa gli devi dire, perché comunque sono persone ancora non
formate, che non ti chiedono nulla, ma che in realtà stanno gridando dentro.
Oggi come vanno le cose?
Pago dei professionisti per farmi aiutare. Vivo meglio la vita sicuramente con
meno paura, così come vivo molto meglio la dimensione live della performance,
come è accaduto in questo Sanremo perché non mi sono fatto frenare dall’ansia,
dalla prestazione, dalla paura che sono cose terribili che fanno solo male. Ora
io mi concentro solo sul collezionare dei ricordi, anche perché faccio un lavoro
che è una benedizione e quindi non collezionare ricordi positivi è bruttissimo.
Nelle canzoni si parla di macerie, di essere single con nell’ombra una storia
importante conclusa.
Hai sofferto molto?
Sì c’è stata una rottura importante della mia vita dopo sette anni e quindi mi
sono ritrovato da solo a ricostruirmi, questo disco è pure il frutto di questo
percorso. Ho conosciuto persone, ho nuove amicizie, ho capito cosa vuol dire
essere ‘scomodo’.
E cosa vuol dire?
Ho capito che stare scomodo è la chiave per avere soddisfazioni nuove perché io
sono sempre stato molto fedele alla mia routine. Mi ha sempre molto messo in
crisi il viaggio, la scoperta, il cambiare persone, il cambiare luoghi. Però poi
ho capito che, a un certo punto, tutto questo era una trappola, perché è come
chi si droga, cioè si ritorna sempre lì, perché c’è un porto sicuro, una
stampella, però che poi non ti fa vivere. Ed è un po’ la mia droga, la mia
dipendenza era un po’ questa: l’abitudinarietà.
Cosa hai fatto?
Ho riempito il disco di tante collaborazioni, ho fatto cose diverse, sono andato
al concerto di Paul McCartney a Manchester che era il mio più grande sogno e ce
l’ho fatta. Ho fatto tante cose in quest’anno e quindi sono stato molto più
‘scomodo’. Ho fatto colazione a casa mia, meno volte di quanto sperassi però
proprio per questo è successo qualcosa. Ne è nato un disco che a me piace e che
non vedo l’ora di suonare live ma soprattutto per capire cos’è che piace di più
o non piace agli altri.
L'articolo “Gli artisti? Sono un po’ rompic**oni e grandi esperti di ristoranti.
La mia droga è l’abitudinarietà, ma provo a sconfiggerla uscendo fuori dal mio
guscio. Volevo vincere Sanremo, anche se…”: così Fulminacci proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Sayf è una delle rivelazioni dell’ultimo Festival di Sanremo 2026. Il cantante
con “Tu mi piaci tanto” si è classificato al secondo posto ad un soffio dalla
vittoria che poi è andata a Sal Da Vinci. L’artista è protagonista di “Giorno di
Prova” con Gabriele Vagnato che lo ha seguito durante i 7 giorni del Festival.
In molti hanno notato che Sayf si è fatto accompagnare, oltre che dal suo team,
anche dalla mamma Samia, alla quale è molto affezionato. Samia ha ricordato il
momento in cui il figlio si è licenziato nel 2023 dal suo lavoro come corriere
all’ingrosso perché voleva dedicarsi completamente alla musica: “Adam, per fare
musica a tempo pieno ci vogliono i soldi. E lui mi ha detto, mamma! Ma tu non
capisci! È come un investimento, il risultato arriverà dopo. E aveva ragione
lui”. Sayf ha una promessa da mantenere verso chi ha sempre creduto in lui: “Se
svolto davvero con la musica devo comprare almeno due case, una per la mamma e
una per il papà… Fai tre, una per uno, e una per me”.
Poi il racconto si è fatto più intimo con la mamma del cantante: “Dopo la
separazione con il papà di Adam ho avuto un cancro al seno, lui mi ha chiesto:
mamma, morirai? Io gli ho detto ‘moriamo tutti, però hai una famiglia che ti
vuole bene, sia giù in Tunisia che qui in Italia (evocando le origini
italo-tunisine del protagonista, ndr), e io se dovessi morire ti guarderò
dall’alto, dal cielo’. Sono molto orgogliosa di lui”.
Sayf ha confermato di aver vissuto momenti difficili: “Avevo 13 anni quando mia
mamma ha avuto il tumore al seno. Avrei voluto esserle più vicino, invece ero
spaventato. Evadevo. Quello mi dispiace”.
Infine una curiosità sulla serata delle cover con Sayf sul palco con Alex Britti
e Mario Biondi mentre canta “Hit the Road Jack” di Ray Charles. La prima scelta
però era Fiorello, ma poi qualcosa è cambiato.
L'articolo “Dopo la separazione con il papà di Sayf ho avuto un cancro al seno.
Lui mi ha chiesto: mamma, morirai? Io gli ho detto moriamo tutti, ma hai una
famiglia”: lo rivela Samia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Matteo Renzi nelle dichiarazioni di voto sulle comunicazioni della presidente
del Consiglio in vista del Consiglio europeo, ha replicato a Giorgia Meloni
citando le canzoni di Sanremo 2026. “Capisco che in questa fase ha bisogno di
fare campagna. Ma questo continuo riferimento, dove tutto quello che accade è
sempre responsabilità dei giudici, suona un po’ stridente. Perché non vorrei che
continuando a sperare che il 22 e il 23 marzo sia ‘Per sempre sì’, ho letto che
in qualche modo state cercando di coinvolgere Sal Da Vinci, non vorrei però che
in attesa di Sal Da Vinci non vi arrivi quella ‘stupida, stupida, stupida
sfortuna e quella gelida, gelida, gelida paura‘ di vivere i prossimi dieci
giorni di campagna referendaria e i giorni successivi cercando di andare allo
scontro e non cercando di fare l’unica cosa che serve, e cioè l’interesse degli
italiani sui problemi seri, e non una campagna propagandistica come quella che
avete messo in campo fino a questo momento”. Il leader di Italia Viva nel suo
affondo sul referendum oppone alla canzone sanremese di Sal Da Vinci quella di
Fulminacci sottolineando la “paura” nelle file dell’esecutivo.
L'articolo Referendum, Renzi replica a Meloni citando Sanremo: “Non vorrei che
sperando che sia ‘per sempre sì’ vi arrivi una ‘gelida paura’” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Una canzone napoletana che diventa improvvisamente la sigla perfetta di un
anime. È quello che sta succedendo online con “Per sempre sì” di Sal Da Vinci,
il brano vincitore di Sanremo 2026, tornato virale sui social in una versione
del tutto inaspettata. In rete, infatti, sta circolando una reinterpretazione in
giapponese realizzata con l’intelligenza artificiale: tra il cambio di lingua e
un arrangiamento leggermente diverso, la canzone cambia completamente atmosfera
e sembra uscita direttamente dalla sigla di una serie animata.
Il video si è diffuso rapidamente su Instagram, Threads e TikTok, dove gli
appassionati di anime e cultura giapponese hanno iniziato a condividerlo con
entusiasmo. Nei commenti molti utenti hanno subito trovato somiglianze con le
sigle di alcune serie amatissime: c’è chi parla dell’energia tipica di JoJo’s
Bizarre Adventure, chi invece richiama le atmosfere più intense di Neon Genesis
Evangelion, mentre altri citano Dragon Ball, Soul Eater o Kaguya-sama: Love Is
War. La fantasia del pubblico ha fatto il resto. Qualcuno ha immaginato
addirittura scene epiche da anime sulle note della canzone, come Tanjiro che
combatte utilizzando il respiro del fuoco mentre parte la sigla. Un crossover
immaginario che ha alimentato ancora di più la viralità del video. Tra i
commenti più ironici c’è chi scrive: “Sembra la sigla di un anime su uno
studente tormentato di Tokyo con poteri telepatici”, mentre un altro utente
scherza: “Troppo tardi per essere l’opening di Vento Aureo, troppo presto per la
prossima sigla di Evangelion”.
“PER SEMPRE SÌ” IN GIAPPONESE È VIRALE: PERCHÉ ORA MOLTI LA TROVANO MIGLIORE
Il dettaglio più curioso, però, è un altro. Molti utenti che in passato avevano
criticato la canzone originale stanno ammettendo che la versione giapponese
funziona addirittura meglio. “Così è nettamente superiore”, scrive qualcuno
senza mezzi termini, mentre altri confessano di aver cambiato idea: “Prima non
mi piaceva, ora devo ricredermi”. Persino alcuni detrattori si arrendono con
commenti del tipo: “In giapponese questa canzone ci sta eccome”. C’è anche chi
prova a spiegare il fenomeno in modo più razionale: eliminando la ‘declinazione’
neomelodica data da Da Vinci, l’orecchio si concentra maggiormente sulla
struttura musicale del pezzo, che è costruita come un vero tormentone, con una
melodia immediata, ritmica e facilmente memorizzabile, caratteristiche che
funzionano praticamente in qualsiasi lingua.
Questo piccolo caso virale ha aperto anche una riflessione più ampia. Alcuni
utenti hanno tirato fuori perfino il tema Eurovision, scherzando sul fatto che
se il pubblico internazionale non capisce il testo, forse il brano potrebbe
funzionare molto meglio di quanto si pensi. Una battuta, certo, ma che racconta
qualcosa del rapporto spesso complicato tra la musica italiana e il pubblico
globale. Nel frattempo, tra meme, commenti e condivisioni, sotto il video
continua a comparire sempre la stessa richiesta: tutti vogliono ascoltare la
versione completa della canzone.
L'articolo Volete ascoltare ‘Per sempre sì’ di Sal Da Vinci in giapponese?
Eccola (e attenzione, potrebbe piacervi) proviene da Il Fatto Quotidiano.
Una telefonata a sorpresa di Giorgia Meloni a Sal Da Vinci. La vittoria a
“Sanremo 2026” con il tormentone “Per sempre sì” ha portato al centro della
scena mediatica il cantante napoletano: virale sui social, alle prese con le
critiche del vicedirettore del Corriere della Sera Aldo Cazzullo e anche con
tentativi di truffa. Venerdì scorso Salvatore Michael Sorrentino, vero nome
dell’artista partenopeo, era a Napoli per esibirsi con la canzone vincitrice del
Festival allo stadio Maradona prima di Napoli-Torino quando ha ricevuto una
telefonata della Premier.
A svelare il contatto telefonico è il quotidiano Repubblica (“una telefonata
confermata da due fonti”), con i complimenti di Giorgia Meloni per la
performance festivaliera e con una battuta: “La tua ‘Per sempre sì’ è pure un
regalo per il referendum”. Una battuta che rischia di diventare una linea
politica, il quotidiano diretto da Mario Orfeo fa sapere che all’interno di
Fratelli d’Italia c’è chi vorrebbe usare il brano tormentone come colonna sonora
dei comizi: “Forse già giovedì, quando la premier è attesa a Milano, al Teatro
Parenti, per il primo raduno della sua campagna referendaria. Il ministro
Francesco Lollobrigida ha già piazzato la strofa sotto a un post di Instagram.
Improbabile che Meloni faccia sul palco il gesto della mano con l’anello. Ma non
è escluso che le casse del Parenti sparino il motivetto. La Campania è una delle
regioni del Sud dove il No è in testa. E tutto può servire, anche l’aiuto
canoro”, spiega Repubblica.
Al momento l’artista non ha fornito commenti. Nei giorni scorsi sui social era
diventato virale un meme che riportava l’intenzione di voto di Sal Da Vinci, in
questo caso con un “no” al referendum sulla giustizia. “Non ho mai dichiarato
nulla su questo argomento, perché credo che ognuno fino all’ultimo momento può
decidere di fare e dire quello che vuole. Non mi sono mai esposto da questo
punto di vista e quindi è una fake news“, queste le parole pronunciate dal
cantante in conferenza stampa lo scorso 1 marzo.
L'articolo “La tua ‘Per sempre sì’ è un regalo per il referendum”: la telefonata
a sorpresa di Giorgia Meloni a Sal Da Vinci proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tra gli autori di “Per sempre sì'”, il brano con cui Sal Da Vinci ha vinto il
Festival di Sanremo 2026 c’è anche il figlio Francesco, che racconta la storia
della propria famiglia a “La volta buona”, nella puntata in onda lunedì 9 marzo.
Nei giorni della kermesse erano rispuntate alcune dichiarazioni che Sal aveva
fatto qualche mese prima a Repubblica, cui aveva rivelato che quando Francesco
si era ammalato di meningite e lottava tra la vita e la morte all’età di un anno
e mezzo, lui era pronto a fare un voto: “Pregavo la Madonnina del reparto,
all’ospedale Santobono: se lo salvi smetto di cantare. Stavo per giurare e mi
hanno chiamato per firmare, dovevano fargli la puntura lombare. E Dio lo ha
salvato”. “L’ho scoperto in seguito perché ero molto piccino quindi
fortunatamente non ho questo brutto ricordo” dice Francesco ospite di Caterina
Balivo a proposito della malattia.
L’INFANZIA DI FRANCESCO DA VINCI
L’infanzia e l’adolescenza non sono state facili per lui e la sorella: “Dura, da
un certo punto di vista ma devo ammettere che [i nostri genitori, ndr] non ci
hanno fatto mai mancare nulla, anche un’attenzione in più per noi era
tantissimo. Dall’esterno si può pensare che siamo cresciuti sotto una campana di
vetro ma non è affatto così”. Alla conduttrice che chiede come fossero le
vacanze di famiglia, Francesco replica: “Non c’erano, era strappare qualche
giornata al mare ai nonni, papà in quel periodo cercava di trovare lavoro ma non
ha mai abbandonato la strada della musica”.
GLI INSEGNAMENTI PATERNI
Il giovane Da Vinci sui dice grato per quel che ha vissuto, “un’adolescenza con
persone che avevano pure meno di me, quindi ho imparato a stare sia con chi
aveva meno che di più. Apprezzavo tanto i ragazzi del quartiere che nutrivano
sempre un sogno. Con loro ho vissuto gran parte della mia vita”. Per il padre
non può che spendere parole d’amore, e dalla sua vicenda professionale spesso in
salita ha imparato molto: “Mi ha insegnato che la gavetta era la cosa più
importante e che non tutto arriva subito, ma attraverso sacrifici, dedizione e
costanza si può raggiungere quello che oggi è arrivato, che non è il premio di
Sanremo, ma il coronamento di una carriera fatta di tanti sacrifici“, conclude.
L'articolo “Non c’erano vacanze, si strappava qualche giornata al mare ai nonni.
Della mia malattia ho saputo dopo perché ero troppo piccolo”: così Francesco, il
figlio di Sal Da Vinci proviene da Il Fatto Quotidiano.
La partecipazione alla serata dei duetti del Festival di Sanremo ha portato a
Tony Pitony una platea ben più ampia di quella che lo conosceca da che si
esibiva nel circuito indie. Da quando è comparso all’Ariston per duettare con
Ditonellapiaga, l’interesse attorno al suo personaggio è cresciuto rapidamente
e, come spesso accade con gli artisti diventati improvvisamente virali, anche il
mercato del collezionismo ha iniziato a muoversi.
Negli ultimi mesi, infatti, sono comparsi diversi annunci di vendita legati
all’artista. Alcuni dei suoi vecchi vinili stanno circolando su piattaforme come
eBay a cifre decisamente più alte rispetto ai prezzi originali. Copie di dischi
usciti agli inizi della sua carriera arrivano a sfiorare anche i 200 euro, segno
di una domanda crescente da parte dei fan e dei collezionisti. Da artista di
culto della scena indie, Tony Pitony è diventato rapidamente un nome molto
discusso nella musica italiana, e i suoi oggetti legati alla carriera stanno
iniziando a entrare in un vero e proprio circuito di rivendita online.
DALLA MASCHERA INTROVABILE AI VINILI RIVENDUTI ONLINE: QUANTO VALGONO OGGI GLI
OGGETTI DI TONY PITONY
Con l’aumento dell’interesse attorno al cantante, anche i suoi oggetti più
iconici stanno diventando merce ricercata. La maschera, che teoricamente
potrebbe essere acquistata online da chiunque, è ormai difficilmente reperibile
nei principali store e spesso risulta esaurita. E quando compare in vendita, il
prezzo sale rapidamente. Secondo quanto riportato da Fanpage, su eBay è comparso
un annuncio di un utente che propone tre maschere simili a quella indossata da
Pitony insieme al vinile Vinilony in un bundle da circa 240 euro. Poco sotto,
tra gli articoli più costosi legati all’artista, c’è una copia autografata
dell’album “Peccato per i testi”, proposta a circa 200 euro.
Non sono però gli unici oggetti che stanno circolando nel mercato secondario:
cercando il nome di Tony Pitony sulle piattaforme di vendita compaiono anche
diversi vinili della sua discografia iniziale. Proprio Vinilony, che raccoglie
alcuni dei suoi primi brani, è uno dei più ricercati. Sul sito ufficiale partiva
da circa 30 euro, ma oggi è difficile trovarlo a meno di 60 euro, mentre alcune
inserzioni arrivano anche a 130 euro. Anche su Amazon la maschera associata al
personaggio risulta ormai quasi introvabile. Segnali che raccontano bene quanto
il fenomeno Tony Pitony si stia muovendo oltre la musica.
PERCHÉ TONY PITONY INDOSSA LA MASCHERA: LA STORIA DIETRO IL VOLTO ISPIRATO A
ELVIS
Se oggi c’è un oggetto che identifica Tony Pitony più di qualsiasi altro, è
proprio la maschera ispirata a Elvis Presley. Non è una riproduzione realistica
del volto del Re del rock: al contrario, è volutamente caricaturale, quasi
grottesca, con grandi occhiali scuri e una forma che ricorda Elvis in modo
ironico. L’artista la utilizza fin dalle prime apparizioni pubbliche, compreso
il provino a X Factor, dove si presentò già con il volto coperto. In
quell’occasione solo Mika votò a suo favore, mentre gli altri giudici lo
eliminarono. Quel momento, però, è diventato negli anni uno dei primi tasselli
della costruzione del suo personaggio.
In realtà la scelta della maschera non nasce come tributo a Elvis. L’artista
siracusano ha raccontato di averne provate diverse prima di decidere quale usare
sul palco: tra le opzioni c’erano anche una maschera del Fantasma dell’Opera e
una maschera veneziana che lui stesso ha definito “terribile”. Alla fine ha
scelto quella che oggi lo rappresenta. Come ha spiegato durante una puntata del
podcast BSMT condotto da Gianluca Gazzoli, il motivo è soprattutto pratico: la
maschera gli permette di separare la persona dal personaggio e di proteggere la
propria privacy, mantenendo un certo anonimato anche mentre cresce la sua
popolarità.
L'articolo La maschera di Tony Pitony? Si può acquistare online ma il prezzo è
folle: ecco a quanto è venduta su eBay proviene da Il Fatto Quotidiano.