Quello dei trapianti di organo è un settore della medicina che spesso è
protagonista di operazioni di frontiera. Ed è un intervento straordinario ha
permesso a una bambina di sette anni di ricevere un rene e una porzione di
fegato dal papà, il primo cittadino serbo di 37 anni in Italia a donare
simultaneamente due organi in vita. La piccola, che soffriva di una rara
malattia genetica che colpisce fegato e reni, aveva bisogno di un trapianto
urgente a causa della dialisi quotidiana a cui era costretta da quando aveva
solo 4 anni. Oggi, grazie all’intervento riuscito, la piccola paziente sta bene
e potrà finalmente condurre una vita normale, senza più i disagi della dialisi e
con la possibilità di iniziare la scuola come ogni bambino della sua età.
Il trapianto combinato è stato effettuato all’ospedale Papa Giovanni XXIII di
Bergamo dal team di Chirurgia 3, specializzato in trapianti addominali, sotto la
direzione del dottor Domenico Pinelli. La decisione di donare gli organi era
stata presa dai genitori della bimba più di due anni fa, quando i medici avevano
confermato che la bambina avrebbe dovuto iniziare la dialisi. Dopo una lunga
preparazione e una valutazione approfondita dei rischi e benefici
dell’intervento, la famiglia si è rivolta all’ospedale di Bergamo, che ha già
trattato pazienti anche dall’estero. L’Italia del resto è tra i paesi al mondo
con più trapianti di organi e donatori.
L’intervento è iniziato alle 9:30 del 18 dicembre 2025 e si è concluso 18 ore
dopo, alle 3:37 del giorno successivo, con la partecipazione di sei chirurghi,
sette anestesisti e venti infermieri. La complessità dell’operazione ha
richiesto l’uso di due sale chirurgiche contigue per eseguire i trapianti in
simultanea e con successo. “È una gioia vedere nostra figlia così, finalmente
come tutti gli altri bambini: vivace, giocosa e senza i cateteri per la
dialisi,” ha dichiarato il papà. “Prima si stancava facilmente, ora può correre,
giocare e iniziare la scuola spensierata come i suoi coetanei.”
La piccola, che inizialmente arrivò a Bergamo con la sua famiglia su richiesta
del ministero della Salute serbo, è ora monitorata e seguirà controlli regolari
nei prossimi mesi. La scelta del padre, che ha rischiato per la vita della
figlia, ha portato un cambiamento radicale per la bambina e per la sua famiglia.
“Abbiamo pregato Dio e chiesto aiuto – ha detto l’uomo – ma è grazie ai medici
che siamo riusciti a ottenere questo miracolo. Abbiamo fatto solo ciò che
qualsiasi genitore farebbe per il proprio figlio.” A Padova proprio negli stessi
giorni in cui a Bergamo si preparava l’intervento alla piccola, un donatore
samaritano ha dato uno dei suoi reni a uno sconosciuto.
L'articolo Primo trapianto combinato di rene e fegato da vivente, il padre ha
donato per la figlia di 7 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il processo a carico di Moussa Sangare, accusato di aver ucciso Sharon Verzeni
la notte tra il 29 e il 30 luglio 2024 a Terno d’Isola, è stato rinviato al 25
febbraio 2024. La decisione è stata presa in seguito alla nomina di una nuova
avvocata per l’imputato, Tiziana Bacicca, che ha preso in mano la difesa meno di
una settimana fa dopo la revoca del mandato all’ex legale Giacomo Maj. Per
l’imputato l’accusa ha chiesto l’ergastolo per un omicidio maturato, secondo
l’accusa, per “noia”.
Durante l’udienza del 12 gennaio, l’imputato, che ha già confessato l’omicidio
in fase di arresto e durante l’udienza di convalida, aveva ribadito la sua
innocenza, ritrattando la confessione e sostenendo di essere stato vittima di
incomprensioni, ma il Dna della vittima era stato rilevato sulla sua bicicletta.
“Io mi sono giudicato innocente”, aveva dichiarato in aula, chiedendo di essere
riportato in carcere per non ascoltare le accuse contro di lui. A causa del
tempo ristretto a disposizione, l’avvocata Bacicca ha chiesto il rinvio per
approfondire la documentazione e preparare una difesa adeguata. La Corte
d’Assise di Bergamo, presieduta dalla giudice Patrizia Ingrascì, ha accolto la
richiesta e fissato la nuova udienza per fine febbraio. La legale ha anche
annunciato che, se ci saranno repliche da parte del pubblico ministero Emanuele
Marchisio, presenterà una controreplica e non esclude di depositare una memoria
difensiva.
Bacicca ha spiegato che, durante i colloqui con il suo assistito, lo ha trovato
“molto dimesso, molto giù di morale” e ha aggiunto che “probabilmente ha preso
contezza della richiesta del pm” e della gravità della sua posizione. “Mi ha
chiesto se fossi disponibile a tenere la sua stessa linea difensiva”, ha
continuato la legale, sottolineando che “lui si proclama innocente” e che aveva
bisogno di essere assistito anche in questa fase delicata del processo. Per
l’avvocata “ci sono dei punti che non tornano, e sono a suo favore”.
L’avvocato Luigi Scudieri, che rappresenta la famiglia e il compagno della
vittima, ha commentato la scelta di Sangare di cambiare avvocato, dicendo che
“la nomina di un nuovo avvocato non cambia la sostanza dei fatti“. “Moussa
Sangare è e resta l’assassino di Sharon Verzeni”, ha aggiunto Scudieri,
ribadendo la premeditazione e i motivi futili dell’omicidio. “L’imputato ha
esercitato una sua facoltà, così come ha esercitato le altre facoltà di
rispondere all’esame e di rendere dichiarazioni spontanee”, ha aggiunto il
legale, sottolineando che il rinvio della sentenza al 25 febbraio non cambia il
dolore per la perdita di Sharon, che la famiglia e il compagno vivono ogni
giorno. “Un rinvio di un mese non cambia assolutamente nulla”, ha concluso
Scudieri, precisando che i familiari sono ormai rassegnati a una lunga attesa
della giustizia.
La 33enne fu uccisa a coltellate nella notte tra il 29 e il 30 luglio 2024, e
dopo le indagini dei carabinieri – partite da un fotogramma di un uomo in
bicicletta – il 31enne fu arrestato che assalì la donna, che passeggiava
indossando le cuffiette e “guardando le stelle”.
L'articolo “Ci sono dei punti che non tornano, e sono a suo favore”, il cambio
di avvocato di Sangare fa slittare la sentenza sull’omicidio di Verzeni proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Uccisa per un “capriccio”, per “noia”. Anche per questo il pm di Bergamo,
Emanuele Marchisio, ha chiesto l’ergastolo per Moussa Sangare, 30 anni che
pugnalò Sharon Verzeni, 33 anni, la notte tra il 29 e il 30 luglio 2024 mentre
camminava a Terno D’Isola. Nella sua requisitoria, il titolare dell’accusa ha
tracciato un atto d’accusa durissimo, sollecitando la Corte a riconoscere tutte
le aggravanti contestate — minorata difesa, premeditazione e futili motivi — e a
non concedere le attenuanti generiche. “In questo processo non mancano le prove,
ma le parole” ha affermato il pm, sottolineando la difficoltà di descrivere “un
delitto assurdo: una vita spezzata per un capriccio”. Una ragazza uccisa mentre
con le cuffiette alle orecchie guardava le stelle.
“UN OMICIDIO MATURATO NELLA NOIA”
Secondo la ricostruzione della Procura, l’omicidio de donna è “maturato nella
noia” dell’imputato, che in passato era stato violento anche con la sorella e la
madre. Il pm ha parlato di un gesto privo di qualsiasi movente comprensibile,
sostenendo che Sangare “provò piacere a uccidere una ragazza che stava
camminando per strada”, una giovane donna che “con il suo compagno si stava
costruendo la sua vita”. Per l’accusa, quella notte l’imputato avrebbe “fiutato
il terreno”, scegliendo consapevolmente “la persona più indifesa che aveva
trovato“, dopo aver intimorito due ragazzini. Sharon Verzeni non conosceva il
suo aggressore ed è stata colpita all’improvviso, mentre camminava, in una
condizione che, secondo la Procura, integra pienamente l’aggravante della
minorata difesa.
CONFESSIONE, RITRATTAZIONE E PERIZIA PSICHIATRICA
Nel corso delle indagini, Sangare aveva inizialmente confessato il delitto,
sostenendo di aver ucciso “senza motivo”, per poi ritrattare successivamente.
Sottoposto a perizia psichiatrica, è stato ritenuto capace di intendere e di
volere, elemento che per l’accusa conferma la piena imputabilità dell’imputato.
Durante la requisitoria, Sangare ha tentato di intervenire, ma è stato fermato
dal pm con parole nette: “Stia zitto, ora parlo io”, a sottolineare la
centralità del momento accusatorio e la gravità delle conclusioni cui la Procura
è giunta. Uno dei passaggi più severi dell’intervento del pubblico ministero ha
riguardato l’atteggiamento dell’imputato dopo il delitto. Marchisio ha chiesto
esplicitamente alla Corte di non concedere le attenuanti generiche, evidenziando
come Sangare “non abbia mai avuto un momento di rincrescimento” nei confronti di
Sharon Verzeni.
“VIGLIACCHERIA” SEMPRE CONTRO “LE DONNE”
Il pm ha inoltre sottolineato quella che ha definito la “vigliaccheria”
dell’imputato, ricordando come Sangare sia già stato condannato per
maltrattamenti ai danni della madre e della sorella. “Sempre donne”, ha
rimarcato Marchisio, collegando questi precedenti a un quadro complessivo di
violenza che, secondo l’accusa, aggrava ulteriormente la sua responsabilità. I
Nell’aula della Corte d’assise di Bergamo, anche in questa udienza, erano
presenti i familiari di Sharon Verzeni: il padre Bruno, la madre Maria Teresa, i
fratelli Melody e Christian e l’allora compagno della vittima, Sergio Ruocco. Il
fidanzato fu sentito più volte prima che le indagini si indirizzassero verso
l’uomo in bicicletta immortalato da una telecamera negli stessi minuti in cui la
33enne chiamava il 112 per essere soccorsa. La sentenza potrebbe essere emessa
il 12 gennaio.
L'articolo “Sharon Verzeni uccisa per un capriccio. Il suo omicidio maturato
nella noia”, il pm chiede l’ergastolo per Moussa Sangare proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Un ragazzo di 19 anni è morto nella notte cadendo dal tetto di uno stabilimento
abbandonato ad Alzano Lombardo, in provincia di Bergamo. Un suo coetaneo che era
con lui è stato invece soccorso e portato in ospedale in codice verde.
L’episodio intorno all’una della notte scorsa in una struttura dismessa di via
Acerbis, un tempo sede dell’Italcementi. Sul posto sono giunti i mezzi del 118,
ma per il diciannovenne non c’è stato nulla da fare. Per ricostruire le
circostanze dell’accaduto sono intervenuti i carabinieri.
L'articolo Alzano Lombardo, precipita dal tetto di uno stabilimento abbandonato:
muore 19enne proviene da Il Fatto Quotidiano.
Momenti di terrore giovedì sera per la famiglia di un imprenditore, sorpresa
nella propria villa di Treviglio da una banda di rapinatori. Erano pochi minuti
alle 20 quando, mentre si preparavano a cena, la madre e i due figli trentenni,
sono stati sorpresi da cinque malviventi, alcuni dei quali armati e coperti da
passamontagna.
Secondo quanto ricostruito, la rapina è stata pianificata nei minimi dettagli.
Mentre uno dei complici rimaneva di guardia in auto, gli altri quattro hanno
scavalcato il muro di cinta e, dopo aver forzato una finestra al primo piano,
sono entrati in casa. I rapinatori hanno immobilizzato i due figli, colpendoli,
e hanno minacciato la madre per farsi consegnare contanti e preziosi. Armati di
un piede di porco e di grossi cacciavite, hanno bloccato i due giovani uomini
sulle sedie legando loro le mani. Poi con un accento dell’Est Europa hanno
subito intimato a madre e figli di consegnare preziosi e contanti che avevano in
casa. Per dar forza alle loro minacce e scoraggiare ogni tentativo di
resistenza, i tre non hanno esitato a tirare pugni ai due figli. Per aumentare
la pressione psicologica, poi, il rapinatore armato di piede di porco ha
iniziato a usarlo come una spranga spaccando un paio di mobili.
Il saccheggio è stato rapido e metodico: due malviventi riempivano sacchi con la
refurtiva, mentre il terzo utilizzava alcol per cancellare eventuali tracce. Un
rilevatore di gas ha rischiato di complicare la situazione, ma fortunatamente
nessuno è rimasto ferito gravemente. Dopo circa un’ora e mezza, i rapinatori
sono fuggiti. Sul posto sono intervenuti i carabinieri di Treviglio e
un’ambulanza per accertare le condizioni dei figli, che non hanno riportato
lesioni gravi. Il bottino, ancora in fase di quantificazione, sarebbe ingente.
Le indagini sono in corso per identificare i responsabili, che agirebbero con
modalità da professionisti, conoscendo bene le abitudini della famiglia.
L'articolo Rapina da incubo a Treviglio (Bergamo), famiglia sotto la minaccia:
picchiati i figli proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si stava occupando della manutenzione di un nastro trasportatore quando questo
si è azionato trascinandolo dentro il macchinario. È morto così, nel pomeriggio
di mercoledì, un operaio 27enne dipendente di una ditta esterna che stava
svolgendo il proprio lavoro all’interno della Montello Spa di Montello, nel
Bergamasco, azienda specializzata nel recupero e riciclo di materiali plastici e
organici. Sul posto è intervenuto il personale sanitario del 118, ma per il
giovane non c’è stato nulla da fare, nonostante i lunghi tentativi di
rianimarlo. Successivamente sono arrivati anche i Carabinieri di Bergamo e i
tecnici di Ats.
Il ragazzo era di origine marocchina e si trovava in Italia da otto anni. Viveva
a Pian Camuno, in provincia di Brescia, e da un anno si era sposato, con la
moglie che lo aveva raggiunto appena due settimane fa. “Siamo profondamente
colpiti e sgomenti per quanto accaduto al lavoratore e siamo vicini alla sua
famiglia – si legge in una nota della direzione della Montello – Stiamo
collaborando con le autorità per svolgere le più opportune verifiche ai fini di
determinare cause e circostanze del tragico accaduto che ha coinvolto il
dipendente di una società che da anni svolge attività di manutenzione
all’interno del nostro stabilimento. Costernati, rinnoviamo la vicinanza alle
persone colpite da questo lutto”.
L'articolo Bergamo, operaio 27enne muore trascinato dentro un macchinario: stava
facendo manutenzione al nastro trasportatore proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cento di Bergamo, via San Lazzaro. Attorno alle 16 di sabato 29 novembre, una
23enne è stata soccorsa da una passante e subito dopo dal fidanzato mentre il
27enne Amran Md, 27 anni, bengalese e connazionale della vittima, la picchiava
brutalmente. Sconosciuto alla giovane, l’uomo era stato processato due ore prima
per il furto di alcolici, due giubbotti e tre zaini in un supermercato Lidl, con
obbligo di firma disposto dal giudice, come riporta l’edizione locale del
Corriere della Sera.
La ricostruzione delle Volanti parte dall’autobus della linea 5 proveniente da
Lallio, sul quale Md aveva rivolto avances alla ragazza. Rifiutato, era passato
agli insulti. Scesi in via Zambonate, la giovane gli aveva scattato delle foto
temendo che la seguisse. L’uomo avrebbe reagito estraendo una bottiglia di vetro
e minacciandola, continuando poi a seguirla per poi trascinarla in un portone di
via San Lazzaro e picchiarla.
Per fortuna una passante di 25 anni ha sentito le richieste di aiuto, ha aperto
il portone e ha allertato il 112. Il fidanzato, già avvisato e guidato dal Gps
inviato dalla ragazza, ha raggiunto la zona e ha bloccato Md mentre si
allontanava. La 23enne ha riportato un lieve trauma cranico, graffi ed
ecchimosi.
La polizia ha arrestato l’uomo, che nega le accuse. A suo carico risultano
precedenti per rapina a Desenzano del Garda e per rapina e resistenza a Venezia.
Dichiarava di vivere insieme ad altri connazionali, ma risulta assente dai
registri e privo del permesso di soggiorno per lavoro. Il giudice Alberto
Longobardi ha disposto il carcere per violenza privata e lesioni aggravate,
valutando gravi i fatti e non credibile la versione dell’uomo. L’udienza è
fissata per il 14 gennaio.
L'articolo Bergamo: molestata, seguita e picchiata dentro un portone. Arrestato
27enne processato ore prima per furto proviene da Il Fatto Quotidiano.
Una pizzeria è stata sanzionata per aver inserito nel menù un ingrediente
misterioso. Si tratta del Grana non Padano ma Vegano. Più precisamente si chiama
“Grattosino”, che, ai due ristoratori di Bergamo, è costato carissimo. Ben 4.000
euro di multa, batosta che però i fratelli Gentile hanno preso con autoironia.
“L’idea del video è stata dell’agenzia di marketing che ci segue – confessa
Devis Gentile, titolare insieme al fratello Steve della pizzeria d’asporto
Kindness a Bergamo –. Con questa storia della multa, pensavano ci potesse essere
un grande ritorno”. La previsione si è confermata esatta, viste le centinaia di
commenti ricevuti.
“4mila euro per avere inserito il Grana nel nostro menù. Non stiamo scherzando,
è andata proprio così. E secondo me è stato qualche hater a mettere la pulce
nell’orecchio“. I due spiegano che nel menù figurano tre pizze vegane, preparate
con “buonissimi – assicurano loro – formaggini vegani”. Steve precisa subito:
“Non sono formaggi veri, ma sono delle ottime alternative per chi segue una
dieta vegana”.
Successivamente, Devis ha mostrato il prodotto che ha generato la contestazione:
“Questo sarebbe il Grana Padano, ma vegano. E per farvelo capire l’abbiamo
chiamato “Grana Vegano”. Steve ha ricordato però un punto essenziale: “Noi ci
siamo ‘pippati’ questo verbale per aver sbagliato a scrivere un ingrediente sul
menù. O meglio, nessuno ci ha insegnato che in Italia non si può usare la parola
“Grana” invano”. La soluzione adottata è immediata: «Abbiamo pagato e adesso il
formaggio si chiama “Grattosino” anche sul menù».
Intervistato successivamente, Devis chiarisce: “È la prima multa in sette anni
di attività, ma quando ho visto la cifra ho avuto un mancamento. Non volevamo
ingannare nessuno. Abbiamo sbagliato: il messaggio che vorremmo far passare è
diretto a tutti i ristoratori: state attenti, quattromila euro non sono proprio
noccioline”.
Secondo quanto riportato nel verbale, durante un controllo di metà agosto i
Carabinieri per la Tutela Agroalimentare hanno accertato l’uso della dicitura
“Grana Vegano”, considerata un’usurpazione della Dop “Grana Padano”, con
sanzioni previste da 2.000 a 13.000 euro. Una vicenda che, come osservano gli
stessi titolari, rappresenta “una bella grana, in tutti i sensi“.
L'articolo Usano il “Grana Vegano” sulla pizza e vengono multati: 4.000 euro a
due pizzaioli di Bergamo proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è una città, in Italia, dove per tre mesi la gente esce da casa, lascia
Internet, i social, il cane, la partita di pallone, l’ultima serie di Neflix,
per stare insieme, per incontrarsi con uno scrittore, un prete, un attore, un
economista, una cantante. Siamo a Bergamo, la “capitale dei muratori”, una di
quei luoghi dove l’immaginario collettivo, un po’ stereotipato, fa pensare alla
fatica, alle levatacce per andare a lavorare, all’identità collettiva, a
Vittorio Feltri e alla Lega ma anche (per i palati più fini) a Giacomo Manzù,
Lorenzo Lotto e Ivo Lizzola.
E’ qui che un gruppo di giovani delle Acli che hanno preso in mano il testimone
lasciato dall’ex presidente Daniele Rocchetti, anche quest’anno sono riusciti a
portare nelle chiese, nei cinema, nei teatri, all’Università e persino al
cimitero persone come Paola Caridi, Vito Mancuso, Vittorio Lingiardi, Lella
Costa, Ascanio Celestini, Carlo Cottarelli e tanti altri.
Basta leggere la prima pagina del programma (chiaro e agile) della rassegna
“Molte fedi” che nel 2025 ha avuto come titolo “Crash! Un pianeta su cui
ricominciare” per rendersi conto della portata di questo evento: “Aperta.
Accessibile, inclusiva: anche quest’anno cerchiamo di porre sempre più
attenzione agli spazi e al linguaggio che utilizziamo. Segnalaci le tue
esigenze. Aiutaci anche tu a rendere la nostra iniziativa un luogo in cui ogni
persona possa sentirsi accolta”.
Appuntamenti, mai scontati: è questo il segreto di questa manifestazione. E’
stato il caso dell’incontro con padre Jihad Youssef nella chiesa di Longuelo:
quell’uomo è arrivato nel bergamasco dal monastero di Mar Musa, in Siria.
Una serata dedicata (evviva che si parli ancora di lui) a padre Paolo Dall’Oglio
che ha fondato quell’oasi spirituale nel deserto riuscendo a dar vita a un
dialogo interreligioso vero. Una serata per riflettere sul libro “Dialogo sempre
con tutti” realizzato dal Centro Ambrosiano. Inedito anche al cimitero di
Bergamo con il paesologo ed ex maestro Franco Arminio che in occasione del
triduo dei morti ha fatto un rito laico collettivo grazie alle sue poesie
“Cartoline dei morti”.
Un reading all’interno del progetto “Contemporary Locus 17” dedicato agli
assenti e all’ultima soglia da attraversare per tutti noi. Non resta che
ricordare Sandro Pertini: “Cultura significa anzitutto creare una coscienza
civile, fare in modo che chi studia sia consapevole della dignità. L’uomo di
cultura deve reagire a tutto ciò che è offesa alla sua dignità, alla sua
coscienza. Altrimenti la cultura non serve a nulla”.
Foto di Chiara Mammana, tratta dalla pagina fb di Molte fedi
L'articolo Le “Molte fedi” di Bergamo, una città che sa ancora far incontrare le
persone proviene da Il Fatto Quotidiano.
Monia Bortolotti è stata assolta dall’accusa di aver ucciso i suoi due bambini
neonati, Alice e Mattia, di 4 e 2 mesi. Nel caso della bimba la Corte d’Assise
di Bergamo ha ritenuto che “il fatto non sussiste” in quanto l’omicidio non è
stato provato, mentre per Mattia la donna è stata riconosciuta come “non
punibile” per lo “stato di totale incapacità di intendere e volere al momento
del fatto”. Sempre sulla base valutazioni degli psichiatri, però, per la donna
29enne è stata disposta la “misura di sicurezza di 10 anni in una Rems“, una
residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza, in quanto ritenuta
socialmente pericolosa. “Non si aspettava nulla di diverso” da una assoluzione,
ha commentato il legale di Bortolotti, Luca Bosisio. La procura, che prima aveva
sostenuto la necessità di una nuova perizia psichiatrica, aveva chiesto per la
donna l’ergastolo.
Bortolotti – di origini indiane e residente fin da bambina a Pedrengo, in
provincia di Bergamo – era stata arrestata nel novembre del 2023 per l’accusa di
duplice infanticidio in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in
carcere. La donna era accusata di aver ucciso soffocandoli, a distanza di un
anno, entrambi i suoi figli: Alice di quattro mesi, morta il 15 novembre 2021, e
Mattia di due mesi, nato dopo il decesso della primogenita e morto a sua volta
il 25 ottobre 2022. La prima morte era stata ricondotta dal medico intervenuto a
un soffocamento da rigurgito, causato da problemi di deglutizione. Le indagini,
affidate ai carabinieri, erano state aperte dopo il secondo decesso. A
insospettire gli inquirenti il fatto che in entrambe le occasioni fosse stata la
madre, sola in casa con i figli, a chiamare i soccorsi. Gli accertamenti non
hanno potuto dare una spiegazione alternativa al decesso di Alice, per via del
cattivo stato di conservazione della salma riesumata. Nel caso di Mattia,
invece, l’autopsia non ha lasciato dubbi, confermando la morte per asfissia
meccanica da compressione del torace.
L'articolo Monia Bortolotti assolta dall’accusa di aver ucciso i suoi due
bambini di 4 e 2 mesi proviene da Il Fatto Quotidiano.