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Lavori su piattaforma: dai rider del cibo ai tasker per i mobili, come vivono i 690mila ostaggi dell’algoritmo
“Lavori tutto il giorno per strada e vedi gente che cade come un soffio di vento, la notte vedi di tutto di più”. Chi parla è un rider che ha raccontato la sua esperienza a due ricercatori dell’Inapp, Massimo De Minicis e Francesca della Ratta-Rinaldi, nell’ambito di un’indagine sul lavoro su piattaforma. Il risultato del report parla di un modello che continua a sacrificare i diritti dei lavoratori attraverso i sistemi automatizzati, gli algoritmi, che disumanizzano i rapporti, minano la cooperazione e incentivano la competizione orizzontale. In Italia sono 690mila le persone che guadagnano tramite piattaforme; non solo fattorini del food delivery, ma anche collaboratori domestici, montatori di mobili Ikea (i cosiddetti “tasker”), traduttori, informatici. Sempre più numerosi i mestieri coinvolti e sempre maggiore il numero di persone che con queste attività ci vive. Il report dei due studiosi, presentato stamattina dall’Istituto per l’analisi delle politiche pubbliche, contiene dati e storie. Da queste emerge come soprattutto i rider continuino a essere esposti alla logica dell’algoritmo, un capo-reparto che non è una persona umana, ma un sistema automatizzato che ordina e valuta. “Per controllare l’algoritmo – ha detto un rider freelance e studente – l’unico modo è che accetti qualsiasi corsa che arriva, se lo fai ti arriva una corsa appresso all’altra e non hai nemmeno il tempo di andare al bagno”. La necessità di aumentare il numero di corse ti spinge a correre di più: “Più sei veloce più consegne fai, perché te le assegnano, sono pagato a ore e il numero di consegne è relativo, l’azienda per farti fare più consegne mette il bonus e dice che se arrivi tra i primi 100 prendi 100 euro in più e ti mette il sale e ti fa correre; da una parte è buono e dall’altra no perché sei in mezzo al traffico”. Queste dinamiche creano un “senso di isolamento nei rider, privati di quella dimensione di scambio e connessione umana”, dicono i ricercatori. “I meccanismi di valutazione adottati dalle piattaforme – spiega il report – sembrano favorire competizione e individualismo, ostacolando la creazione di un senso di comunità e di solidarietà, e inibendo l’attenzione ai diritti dei lavoratori”. Connesso al tema della rapidità, c’è quello della sicurezza: “Per i rider – sottolineano i ricercatori – sono importanti soprattutto la velocità e il numero di consegne completate, che massimizzano i profitti e che però si traducono in una costante ricerca di efficienza, che potrebbe andare anche a discapito della sicurezza, considerati il traffico e i contesti urbani in cui operano, come ha dimostrato da ultimo anche la recente discussione sugli incentivi ai rider nell’afoso luglio 2025”. Come ha aggiunto un altro rider, “la strada non è un velodromo” Tornando ai numeri, 274mila persone dicono che quella su piattaforma è l’attività principale. I rider che portano pasti sono il 36% dei lavoratori su piattaforma; un altro 34,9% svolge “compiti a casa” come traduzioni o sviluppo di programmi informatici. Un 14% consegna pacchi e un 9,2% svolge pulizie domestiche o riparazioni. Il 41,8% dei fattorini definisce essenziale il reddito tramite app. Nel lavoro su piattaforma non esiste problema di incrocio tra domanda e offerta, non ci sono aziende che lamentano carenza di manodopera. Questo incontro è spesso molto semplice, a volte basta iscriversi alla piattaforma; chi ha bisogno di lavorare si avvicina a questo mondo per l’accessibilità, pur sapendo che è caratterizzato da precarietà e incertezza. La flessibilità è un concetto relativo, perché gli algoritmi premiano i più disponibili. Non tutti ne sono influenzati allo stesso modo: i tasker (che montano mobili Ikea) e i traduttori freelance trovano l’algoritmo poco invasivo perché “interviene principalmente nella fase di acquisizione clienti, influenzando soltanto la visibilità e il posizionamento nei motori di ricerca”. Per rider e autisti Uber, invece, si fa sentire “il peso dell’algoritmo nella gestione del ritmo e della velocità del lavoro, in un modo, fra l’altro, percepito come poco trasparente”. A proposito di trasparenza, l’altro ieri il Tribunale di Palermo – decidendo su una causa avviata dalla Filcams Cgil – ha ribadito che Glovo è tenuta a comunicare ai lavoratori i fattori di valutazione, dichiarando antisindacale il rifiuto. Il report ribadisce l’importanza di introdurre nuove regole nel lavoro su piattaforma, riconoscendo diritti come la retribuzione trasparente, la condivisione del tempi necessari a svolgere ogni singolo compito, il diritto alle ferie, la maternità e la malattia. Tutti strumenti negati da un sistema che tende a inquadrare gli addetti come finti lavori autonomi, pagati a chiamata. “Questo report – ha spiegato il presidente Inapp Natale Forlani – non si limita a fotografare il fenomeno e la diffusione delle piattaforme nel mercato del lavoro ma invita i decisori politici a sviluppare nuovi strumenti”. Entro dicembre gli Stati Ue dovranno recepire la direttiva, che però non porta obblighi particolarmente stringenti. Il governo Meloni, a differenza del Conte Due, non ha mai affrontato il tema del lavoro su piattaforma. Un fenomeno che, pur in ascesa, è sparito dai radar del dibattito politico. L'articolo Lavori su piattaforma: dai rider del cibo ai tasker per i mobili, come vivono i 690mila ostaggi dell’algoritmo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Vigilante morto di freddo nel cantiere olimpico, i sindacati: “Lavoro ridotto alla disumanità, chiederemo giustizia”
I cantieri di Cortina d’Ampezzo? “Aperti con ogni condizione meteo”. Con la precarietà a “fare da sfondo”. Mentre anche la politica si muove chiedendo che “si rafforzino le tutele per i tanti lavoratori invisibili”, la morte di Pietro Zantonini, il vigilante morto di freddo nella notte dell’8 gennaio mentre faceva la guardiania in un cantiere nella sede delle Olimpiadi, mobilita i sindacati. “Ci sono morti sul lavoro che sono la tragica conseguenza della morte dei diritti di lavoratrici e lavoratori. È la precarietà che fa da sfondo alla drammatica vicenda”, attacca la Filcams-Cgil. Il vigilante, 55 anni, era originario di Brindisi e si trovava a Cortina da settembre: aveva un contratto a termine, già prorogato, con un’azienda del settore di Milano. Era “ancora costretto a rinegoziare di volta in volta il lavoro, la sussistenza della sua famiglia”, aggiunge il sindacato. “Alla precarietà – dice ancora la Filcams – si sommano poi le condizioni in cui il lavoro viene svolto, all’insegna del mancato rispetto delle più elementari norme per la tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro”. Il posto di lavoro del vigilante era il palazzo del ghiaccio del complesso in allestimento per ospitare i Giochi olimpici invernali: quando il termometro ha iniziato a scendere sotto lo zero, fino ai -16 gradi di questi giorni, Zantonini ha continuato a trascorrere le notti in un gabbiotto e a compiere i giri di sorveglianza previsti dal contratto, all’addiaccio. Si era lamentato delle difficoltà che affrontava ormai ogni notte, a quanto pare senza riposi da due settimane e con turni da dodici ore. “Non è concepibile che nel 2026, in un Paese civile, una persona debba morire di freddo sul posto di lavoro – ha commentato il segretario generale Fabrizio Russo – la logica del profitto ad ogni costo ha ridotto i rapporti di lavoro alla più completa disumanità: licenziamenti indiscriminati, nessun interesse per le condizioni di lavoro e nessuna tutela della la salute e della sicurezza di lavoratrici e lavoratori. Chiediamo giustizia per Pietro, esigiamo che quanto è successo a lui non debba più accadere”. Nei prossimi giorni, dopo la denuncia della moglie ai carabinieri, verrà eseguita l’autopsia sul suo corpo. Al vaglio degli investigatori anche le chat con la moglie e la “bacheca online” dei turni. “Questo è il Paese reale, con cui dobbiamo fare i conti”, ha commentato il presidente del M5s Giuseppe Conte su X. “Faremo di tutto – ha aggiunto – per pretendere che sull’accaduto sia fatta subito chiarezza. Bisogna aumentare l’impegno e gli sforzi affinché si rafforzino le tutele per i tanti lavoratori invisibili che in Italia lavorano in condizioni difficili, spesso sottopagati e in un mare di precarietà, a tutte le età”. L'articolo Vigilante morto di freddo nel cantiere olimpico, i sindacati: “Lavoro ridotto alla disumanità, chiederemo giustizia” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Dsquared2, 29 dipendenti a rischio licenziamento a Milano: sindacati sul piede di guerra
Rischiano il posto in 29 su circa 115 dipendenti della divisione. E l’azienda non sembra avere alcuna intenzione di ammorbidire gli esuberi ricorrendo a soluzioni alternative, come agli ammortizzatori sociali. Per questo, i sindacati hanno dichiarato lo stato di agitazione in Dsquared2, l’azienda di moda fondata dai gemelli Caten. La possibilità dei licenziamenti tiene banco da diversi mesi. Inizialmente ne erano previsti una trentina, poi il numero è stato fissato a 29. Tutti a Milano. Si tratta solo ed esclusivamente di figure di ufficio, non sono in ballo tagli nella rete retail per la quale – apprende Ilfattoquotidiano.it – è prevista la fusione in un’unica società, mentre attualmente i negozi appartengono a una controllata. “Le misure che hanno proposto per riassorbire gli esuberi non sono state molte né idonee. In alcuni casi hanno detto di voler concedere forme contrattuali diverse, tipo partita iva. Parliamo di sforzi limitati”, dice Stefania Ricci della Filcams Cgil Milano. Da parte di Dsquared2, aggiunge, “c’è stata chiusura totale sugli ammortizzatori sociali, come sempre nel settore della moda di lusso, probabilmente per ragioni di immagine”. Zero possibilità anche di ricorrere a scivoli e prepensionamenti, poiché sono coinvolti quasi esclusivamente under 50. Il tempo stringe. La procedura sindacale dovrebbe chiudersi il 15 gennaio, ma verrà probabilmente prorogata e dopo si aprirà la fase amministrativa con la convocazione da parte della Regione Lombardia. Filcams, Fisascat Cisl e Uiltucs hanno firmato una nota congiunta con la quale dichiarato lo stato di agitazione e continuano a chiedere, oltre all’azzeramento dei licenziamenti, il “sostegno concreto al reddito” dei lavoratori, un “piano industriale rispettoso” e “vere soluzioni interne di ricollocazione”. Avvisa Ricci: “I dipendenti sono compatti e arrabbiati. Si stanno valutando in maniera determinata iniziative di lotta”. L'articolo Dsquared2, 29 dipendenti a rischio licenziamento a Milano: sindacati sul piede di guerra proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Lavoratori Ikea in sciopero il 5 dicembre contro il premio aziendale: “Un bluff”
Autunno caldo anche per Ikea. Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs hanno proclamato uno sciopero per il 5 dicembre nei grandi magazzini del colosso svedese. Al centro della protesta il premio di partecipazione, che i sindacati definiscono una “inutile presa in giro” visto che “oltre il 50% dei negozi non percepirà alcun premio e la restante parte riceverà importi del tutto irrisori”. Non è il primo sciopero di quest’anno, segno di una tensione crescente tra le parti dell’azienda. Il premio, correlato al raggiungimento di specifici obiettivi prefissati precedentemente, coinvolgerà meno della metà dei dipendenti. I sindacati ritengono offensive le giustificazioni aziendali – si parla del “mancato conseguimento di obiettivi” – anche alla luce di “notizie di premi economici erogati alle figure apicali”. Le motivazioni dell’azienda sono “la distanza dei punti vendita dai centri urbani, il ridotto afflusso di clienti o la concorrenza più agguerrita”. Proprio due anni fa, infatti, la multinazionale aveva deciso di aprire i “Plan and order point” per ridurre la distanza tra il territorio e le sedi. Scelta che ora la Filcams chiede di giustificare, alla luce dei risultati ottenuti, per capire se il il calo della clientela dipende dal marketing, dai prezzi o dai rifornimenti. Durante l’incontro del 6 novembre la richiesta delle organizzazioni sindacali di rivedere il premio è stata respinta: Ikea ha risposto che ogni modifica potrà avvenire solo modificando il Contratto integrativo aziendale. Il tavolo per questo rinnovo è però saltato ed i sindacati hanno ricordato che “in passato il sistema è stato modificato anche al di fuori del rinnovo contrattuale”. Infine – concludono i sindacati di categoria – di fronte alla proposta di riconoscere almeno un importo simbolico a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori, “l’azienda ha risposto con un secco ‘no: non abbiamo risorse accantonate’. È un atteggiamento che offende chi ogni giorno contribuisce al successo del marchio”. Per tutte queste ragioni, e in considerazione anche della rottura del tavolo di rinnovo del Contratto integrativo, è confermato lo stato di agitazione e proclamato uno sciopero nazionale. L’azienda dal canto suo ribadisce che “la propria strategia di business rimane saldamente allineata all’obiettivo di rendere il marchio accessibile alla maggioranza delle persone”. Sempre secondo il colosso svedese un accordo sul contratto integrativo “avrebbe consentito” di “fruire un premio di gran lunga migliorativo rispetto all’attuale sistema premiante” e si dice “disponibile” a sottoscriverlo “in qualsiasi momento sulla base della proposta aziendale”. L'articolo Lavoratori Ikea in sciopero il 5 dicembre contro il premio aziendale: “Un bluff” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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