Casa Italia alle Olimpiadi Invernali 2026 di Milano Cortina è un progetto
culturale e artistico che supera i confini della semplice ospitalità
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SAN VITO DI CADORE
Il grande tabellone rizzato sulla riva del laghetto di Mosigo, ai piedi
dell’abitato di San Vito di Cadore, è il tazebao di un mondo che non c’è più. Lo
chalet dove hanno girato le riprese della serie televisiva “Un passo dal cielo
6. I guardiani” è intatto. Il pelo d’acqua è ghiacciato, ricoperto dalla neve.
Sorridono nella loro giovanile bellezza gli attori di Rai Fiction mentre vanno a
cavallo sulle Dolomiti, passeggiano, amoreggiano. Ma basta girare lo sguardo per
capire come il territorio sia stato sconvolto.
In alto, incombente, la variante di San Vito che è in costruzione da anni,
diventata uno dei simboli delle incompiute olimpiche, perché avrebbe dovuto
essere finita per i Mondiali di sci del 2021 ed è invece ancora un cantiere. Ha
lacerato il paese, ha fatto sorgere un comitato che non è disposto ad
arrendersi, sta lasciando ferite indelebili nel territorio. Più in basso il
boschetto è stato sventrato e i mozziconi di abeti che sono rimasti mascherano
appena una discarica di inerti, aperta e autorizzata per depositare il materiale
di risulta proveniente da Cortina d’Ampezzo. Distanziate di un paio di
chilometri ci sono le aree create sbancando i prati e i pendii per fare posto ai
parcheggi provvisori degli spettatori che raggiungeranno le sedi di gara a
Cortina, per lo sci alpino femminile, il curling e la nuova pista da bob. La
rotonda nord della “variante” di San Vito è ormai finita, ma manca tutto il
resto, delimitato da staccionate e ingombro di cumuli di detriti.
L’Altra Olimpiade è anche questo terrificante scempio che racconta una storia
molto italiana, ma poco edificante. Si annuncia un’opera per il 2021. Il tempo
passa invano, intanto cominciano le lamentele dei cittadini e le legittime
azioni giudiziarie dei comitati che non riescono però a fermare l’esecuzione di
un intervento che avrà forse il merito di tenere le auto fuori dal centro
abitato di San Vito, ma si divora ettari di territorio con una limacciosa
striscia di fango, cemento e sassi (solo alla fine arriverà l’asfalto). La
vicenda, che ilfattoquotidiano.it ha raccontato più volte, si completa con
consiglieri comunali dichiarati ineleggibili solo perché il Comune aveva fatto
causa contro di loro per un eccesso di ricorsi, salvo poi essere sconfitto in
tribunale con una lapidaria sentenza. Utilizzare l’arma del ricorso è una forma
di democrazia, non di sovversione.
La “variante” di San Vito è diventato così un monumento all’inefficienza e
all’incapacità di programmazione. Siccome la consegna era prevista a metà
novembre 2025, siamo quasi a tre mesi di ritardo. In base a un documento che
ilfattoquotidiano.it ha potuto visionare, scatta una penale pari a un millesimo
al giorno sul valore dell’appalto, ovvero 40mila euro al dì. Ai piedi
dell’Antelao osservano: “La Corte dei Conti ha certificato lo scorso ottobre che
siamo al 45 per cento dello stato di avanzamento dell’opera. Quando verrà
richiesta la penale che è scattata da tempo? La sua mancata applicazione diventa
una questione di rilevanza per la magistratura contabile”.
Il ragionamento è ineccepibile e coinvolge l’Anas, che è la committente, ma
anche il Comune di San Vito di Cadore, parte in causa e possibile danneggiato
dai ritardi assieme a tutti i suoi cittadini. Questi ultimi hanno inviato un
primo esposto alla Corte dei Conti nel marzo 2023, denunciando la mancata
copertura legislativa dell’opera, in quanto scaduta nel dicembre 2022.
Nell’aprile 2023 Anas ha stipulato il contratto di appalto con l’impresa Angelo
Antonio D’Agostino con sede a Montefalcione, in provincia di Avellino.
L’articolo 8, che riguarda le penali, è chiarissimo: “Per ogni giorno di ritardo
rispetto al Termine di Ultimazione verrà applicata una penale giornaliera pari
all’uno per mille dell’importo del contratto”. C’è poi una postilla: “L’importo
complessivo delle penali non potrà comunque superare il 10 per cento
dell’importo del contratto”. Non viene neppure esclusa la possibilità di un
“risarcimento del maggior danno subito, indipendentemente dal suo ammontare e in
misura anche superiore all’importo delle penali stesse”.
A San Vito i conti li sanno fare. La durata prevista per i lavori era di 900
giorni, compresi 100 giorni per andamento stagionale sfavorevole. In ogni caso
“il limite temporale entro cui l’intervento dovrà essere fruibile all’esercizio
è costituito dall’apertura delle Olimpiadi Invernali del 2026, prevista nel mese
di febbraio di tale anno”. Il contratto è stato firmato da Anas e D’Agostino il
20 aprile 2023, la consegna del cantiere è avvenuta nel mese di maggio
successivo, quindi la scadenza dei lavori risale a metà novembre 2025. La penale
di un millesimo al giorno equivale a 41,782 euro, con una cifra complessiva che
sfiora già i 3 milioni di euro. Il 10 per cento dell’appalto da 41 milioni 782
mila euro, come tetto massimo delle penali, è quindi di circa 4 milioni di euro.
Sui destini della variante di San Vito incombono anche le frane che stanno
martoriando il Cadore, segnalate in un’interrogazione alla Commissione
dall’eurodeputata verde Cristina Guarda. Gli esperti, come il professor Carlo
Gregoretti, che nel 2020 ha effettuato uno studio sul bacino del Ru Secco, hanno
lanciato diversi allarmi. Alla luce di queste voci preoccupate, i cittadini
Stefano De Lotto e Antonio Menegus hanno chiesto al consiglio comunale di
partecipare all’aggiornamento del Piano di protezione civile relativo al rischio
Debris Flow del Ru Secco. Perché non si ripetano i nefasti effetti
dell’esondazione del Ru Secco (che la variante deve attraversare) avvenuta
nell’agosto 2014. Allora ci furono tre vittime, ma gli smottamenti da Croda
Marcora e dall’Antelao non si sono mai interrotti.
L'articolo Cantiere eterno e ora discarica per le Olimpiadi, storia della
variante simbolo delle incompiute: doveva essere pronta per i Mondiali di sci
2021 proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un’indagine ad ampio spettro, che vada oltre il solo legame tra la morte e le
condizioni lavorative di quella notte. Il decesso del vigilante Pietro Zantonini
in un cantiere delle Olimpiadi invernali a Cortina d’Ampezzo non è appesa ai
soli risultati definitivi dell’autopsia, che in via preliminare tenderebbero a
escludere una correlazione tra la morte nella notte dell’8 gennaio e le
temperature estreme alle quali il 55enne era costretto a lavorare nel gabbiotto
dello Stadio del Ghiaccio nel comune veneto, dove tra 22 giorni inizieranno i
Giochi.
RISPETTATE NORMATIVE SUL LAVORO, FORMAZIONE E SICUREZZA?
La procura di Belluno, a quanto apprende Ilfattoquotidiano.it, è intenzionata ad
approfondire l’humus lavorativo nel quale è maturato il decesso del vigilante,
assunto con un contratto a termine di un mese poi prorogato fino a febbraio
dall’azienda milanese Ss Security&Bodyguard, il cui legale rappresentante è
stato iscritto nel registro degli indagati. La delega che il pubblico ministero
Claudio Fabris avrebbe dato ai carabinieri è ampia e mira a verificare anche il
rispetto di normative sul lavoro, formazione, sicurezza, logistica, compresi i
sistemi di riscaldamento della guardiola, che è stata ispezionata dallo Spisal.
L’ANNUNCIO ANCORA PRESENTE SU FACEBOOK
Insomma, a chiarire ogni aspetto del rapporto di lavoro che intercorreva tra il
vigilante, originario di Brindisi, e la Security&Bodyguard, che si occupa della
guardiania dell’impianto per conto di Fondazione Milano Cortina 2026. Sulla
pagina Facebook dell’azienda è ancora visibile l’annuncio che aveva portato a
contrattualizzare Zantonini. Il 10 settembre scorso la Security&Bodyguard era
alla ricerca di una posizione per “addetto alla sorveglianza e guardiania,
lavoro su turni fascia oraria diurna/notturna”. La retribuzione veniva
definitiva “competitiva” – il Ccnl della vigilanza privata è tra i peggiori,
prevendo 1.218,44 euro di minimo contrattuale – e si richiedeva di “scrivere in
privato” se interessati, offrendo anche “vitto e alloggio inclusi”.
“TURNI DALLE 19 ALLE 7 E ZERO RIPOSI”
Zantonini, in effetti, viveva temporaneamente a San Vito di Cadore, a una decina
di chilometri da Cortina, insieme ad alcuni colleghi. La notte dell’8 gennaio ha
accusato un malore mentre era di turno nel gabbiotto dello Stadio del Ghiaccio,
da dove sorvegliava l’impianto facendo una ronda ogni due ore. Da due settimane,
secondo quanto riferito dalla moglie nella denuncia presentata attraverso
l’avvocato Francesco Dragone, non aveva avuto un turno di riposo. Prendeva
servizio dalle 19 alle 7 del giorno dopo, svolgendo quindi uno straordinario
“fisso”. Con i familiari si sarebbe lamentato delle condizioni di lavoro, motivo
per il quale sono al vaglio degli inquirenti anche i messaggi Whatsapp, nonché i
turni che sono disponibili su una bacheca “online”.
L’AUTOPSIA ALLONTANA UN NESSO CAUSALE
L’autopsia svolta dal medico legale Andrea Porzionato ha stabilito in via
preliminare che la morte di Zantonini è sopraggiunta per “evento cardiaco
acuto”, ritenendo che l’infarto sia “difficilmente riconducibile” all’ipotermia
dovuta alle bassissime temperature di quella notte, quando il termometro aveva
toccato anche i -16°. Ma non si esclude che possano essere necessari ulteriori
accertamenti per escludere in maniera certa la correlazione tra il freddo e il
decesso. Anche qualora dovesse arrivare la conferma definitiva di un evento
slegato dalle condizioni di quella notte, tuttavia, la procura guidata da
Massimo De Bortoli sembra tuttavia intenzionata a chiarire quale fosse la
qualità lavorativa nel cantiere olimpico.
L'articolo Vigilante morto nel cantiere olimpico: si indaga ad ampio spettro
sulle condizioni lavorative proviene da Il Fatto Quotidiano.
I cantieri di Cortina d’Ampezzo? “Aperti con ogni condizione meteo”. Con la
precarietà a “fare da sfondo”. Mentre anche la politica si muove chiedendo che
“si rafforzino le tutele per i tanti lavoratori invisibili”, la morte di Pietro
Zantonini, il vigilante morto di freddo nella notte dell’8 gennaio mentre faceva
la guardiania in un cantiere nella sede delle Olimpiadi, mobilita i sindacati.
“Ci sono morti sul lavoro che sono la tragica conseguenza della morte dei
diritti di lavoratrici e lavoratori. È la precarietà che fa da sfondo alla
drammatica vicenda”, attacca la Filcams-Cgil. Il vigilante, 55 anni, era
originario di Brindisi e si trovava a Cortina da settembre: aveva un contratto a
termine, già prorogato, con un’azienda del settore di Milano. Era “ancora
costretto a rinegoziare di volta in volta il lavoro, la sussistenza della sua
famiglia”, aggiunge il sindacato.
“Alla precarietà – dice ancora la Filcams – si sommano poi le condizioni in cui
il lavoro viene svolto, all’insegna del mancato rispetto delle più elementari
norme per la tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro”. Il
posto di lavoro del vigilante era il palazzo del ghiaccio del complesso in
allestimento per ospitare i Giochi olimpici invernali: quando il termometro ha
iniziato a scendere sotto lo zero, fino ai -16 gradi di questi giorni, Zantonini
ha continuato a trascorrere le notti in un gabbiotto e a compiere i giri di
sorveglianza previsti dal contratto, all’addiaccio. Si era lamentato delle
difficoltà che affrontava ormai ogni notte, a quanto pare senza riposi da due
settimane e con turni da dodici ore.
“Non è concepibile che nel 2026, in un Paese civile, una persona debba morire di
freddo sul posto di lavoro – ha commentato il segretario generale Fabrizio Russo
– la logica del profitto ad ogni costo ha ridotto i rapporti di lavoro alla più
completa disumanità: licenziamenti indiscriminati, nessun interesse per le
condizioni di lavoro e nessuna tutela della la salute e della sicurezza di
lavoratrici e lavoratori. Chiediamo giustizia per Pietro, esigiamo che quanto è
successo a lui non debba più accadere”. Nei prossimi giorni, dopo la denuncia
della moglie ai carabinieri, verrà eseguita l’autopsia sul suo corpo. Al vaglio
degli investigatori anche le chat con la moglie e la “bacheca online” dei turni.
“Questo è il Paese reale, con cui dobbiamo fare i conti”, ha commentato il
presidente del M5s Giuseppe Conte su X. “Faremo di tutto – ha aggiunto – per
pretendere che sull’accaduto sia fatta subito chiarezza. Bisogna aumentare
l’impegno e gli sforzi affinché si rafforzino le tutele per i tanti lavoratori
invisibili che in Italia lavorano in condizioni difficili, spesso sottopagati e
in un mare di precarietà, a tutte le età”.
L'articolo Vigilante morto di freddo nel cantiere olimpico, i sindacati: “Lavoro
ridotto alla disumanità, chiederemo giustizia” proviene da Il Fatto Quotidiano.
A 2.732 metri di altitudine, quando l’aria si assottiglia e la luce diventa più
netta, l’arte cambia postura. Non si offre come superficie da osservare, ma come
esperienza da attraversare. “Cortina di Stelle”, la mostra di Fulvio Morella
ospitata al Lagazuoi EXPO Dolomiti dal 3 gennaio al 5 aprile 2026, nasce
esattamente qui: in un punto di sospensione tra terra e cielo, dove lo sguardo è
costretto a rallentare e il corpo a prendere coscienza dei propri limiti. È il
capitolo conclusivo del progetto “I limiti non esistono”, sviluppato
dall’artista in dialogo con il mondo paralimpico e con i luoghi simbolo di
Milano Cortina 2026. Non una celebrazione retorica dell’inclusione, ma una
riflessione rigorosa su che cosa significhi oggi superare un limite: non
negarlo, ma attraversarlo insieme.
La scelta di Cortina d’Ampezzo e della funivia del Lagazuoi non è scenografica.
Come scrive il curatore Sabino Maria Frassà, “la funivia che sale dal Falzarego
fino alla terrazza del Lagazuoi è una linea concreta tra terra e cielo, un
invito a toccare il cielo con un dito prima ancora che una metafora”. Qui la
montagna non accompagna l’opera: la interroga. Salire di quota significa
esporsi, accettare il rischio, misurare il passo con il vuoto e con il clima. È
una grammatica fisica che trova un parallelismo diretto nello sport paralimpico,
dove l’impresa non è mai individuale ma condivisa. Nello sci per ipovedenti, ad
esempio, atleta e guida formano una coppia indivisibile: condividono ritmo,
decisioni, pericolo e risultato. “Si vince insieme, si perde insieme, si vive
insieme. Non siamo isole”, sottolinea Frassà. È da questo principio che prende
forma l’intera mostra. Il titolo racchiude un’ambivalenza semantica precisa. In
italiano “cortina” è velo o tenda, qualcosa che separa e protegge, ma anche muro
di difesa. La sua radice latina, curtis, indica uno spazio comunitario, non una
prigione ma una soglia. Anche Cortina d’Ampezzo è una conca abitata, una “corte”
alpina circondata da cime aperte sul cielo. “Cortina di Stelle” sceglie di
abitare questa soglia: sollevare il velo, aprire il recinto, accompagnare lo
sguardo fino a sfiorare l’infinito. Non per cancellare il limite, ma per
renderlo attraversabile.
LE OPERE PARALIMPICHE: L’EROE NON È SOLO
Al centro del percorso espositivo ci sono le opere del ciclo “Paralimpico”, nate
dal dialogo con il Comitato Italiano Paralimpico e sviluppate anche per il
Premio CIP–USSI. Fulvio Morella non costruisce un’iconografia dell’eroe
solitario, ma pone una domanda radicale: che cosa significa essere eroi oggi? La
risposta prende forma in due lavori emblematici: Ulisse e Penelope, entrambi
realizzati in Braille Stellato. In Ulisse, parole dell’Odissea vengono tradotte
in punti braille trasformati in costellazioni. Il cielo che ne risulta non è
pieno: presenta un vuoto deliberato. È la mancanza come segno del “nostos”, il
ritorno. “Niente è più dolce della famiglia per chi è in terra straniera”,
recita il testo omerico, che qui afferma come il coraggio non sia solo partire,
ma saper tornare, sottraendosi all’autocelebrazione. Penelope è l’altra metà del
racconto. Le stelle si dispongono in un ovale che richiama un volto, un gesto di
riconoscimento. Il braille diventa intimità, memoria condivisa, accoglienza del
cambiamento. L’eroismo, in questa lettura, non appartiene solo a chi compie
l’impresa, ma a chi la rende possibile: guide, allenatori, comunità.
“I LIMITI NON ESISTONO”: L’OPERA-SOGLIA
Cuore concettuale dell’intero progetto è l’opera I limiti non esistono,
presentata a Cortina in una forma inedita. È una pupilla di stelle: un grande
ricamo in bronzo su tessuto, dove i punti del braille diventano corpi celesti.
La scelta della pupilla non è casuale. Morella parte da una constatazione: oggi
il cielo non è più solo ciò che vediamo a occhio nudo. Come in astrofisica, la
conoscenza passa da grandezze invisibili. “L’arte”, ricordava Paul Klee, “non
riproduce il visibile, ma rende visibile”. Sfiorando il tessuto, siamo invitati
a “toccare le stelle con un dito”. Il gesto è semplice, ma il significato
profondo: i limiti non sono muri assoluti, ma costruzioni mentali. “Noi siamo
infinito”, ripete spesso l’artista. Non come affermazione individualistica, ma
come presa di coscienza collettiva. Nessuno è infinito da solo. Lo diventiamo
solo facendo squadra. Per questo Morella sceglie il bronzo, abbandonando oro e
argento, simboli del podio. L’opera è dedicata a tutti gli atleti paralimpici,
non solo a chi vince una medaglia. Perché, come sottolinea l’artista, “a fare la
storia non sono solo i primi classificati, ma tutti coloro che arrivano ai
Giochi”.
DAL BRAILLE ALLA LUCE: BLIND WOOD, BRAILLE STELLATO, BRAILLIGHT
“Cortina di Stelle” intreccia i principali cicli di ricerca di Morella. In Blind
Wood, legno e metallo compongono mappe architettoniche viste dall’alto: Delfi,
il Pantheon, l’Arena di Verona. Il braille inciso guida la lettura e rivela la
parzialità di ogni sguardo. L’opera chiede di essere attraversata insieme. Con
Braille Stellato, il testo diventa cielo: i punti braille si trasformano in
costellazioni tattili, leggibili solo attraverso una traduzione condivisa tra
vista e tatto. In Braillight, presentato per la prima volta come ciclo completo,
la luce diventa materia. Sculture in legno d’amaranto e acciaio emettono un
alfabeto luminoso che non abbaglia, ma orienta. Come la stella Polare. Come la
voce della guida accanto all’atleta ipovedente. In alta quota, la luce radente
amplifica questa funzione: non decorazione, ma strumento.
OLIMPIADI, MEMORIA E FUTURO
Il legame con Milano Cortina 2026 è strutturale. La mostra rientra nel programma
ufficiale dell’Olimpiade Culturale e dialoga con la memoria dei Giochi
attraverso oggetti provenienti dal Museo dello Sport e dell’Olimpismo di San
Marino: tra questi, la torcia di Roma 1960 e quella di Torino 2006. In vetta,
queste reliquie non celebrano il passato, ma lo proiettano in avanti. Accanto
alle opere, la presenza e il racconto di atleti paralimpici come René De
Silvestro e Moreno Pesce rendono evidente il patto tra arte e sport. Non figure
simboliche, ma incarnazioni di una stessa idea di eccellenza fondata su rigore,
fiducia e coralità. Come sintetizza il curatore Sabino Maria Frassà: “Qui il
gesto inclusivo non semplifica, non chiede indulgenza. Alza l’asticella del
linguaggio e della qualità. L’inclusione diventa precisione sensibile, lusso
inteso come attenzione estrema”.
OLTRE LA CORTINA
A 2.700 metri, “Cortina di Stelle” non chiede solo di essere vista. Chiede di
essere letta, toccata, condivisa. L’infinito fuori — il cielo, le cime, la luce
— coincide con l’infinito dentro solo quando la comunità accetta di diventare
strumento reciproco: l’arte smette di essere immagine e diventa lingua comune;
lo sport smette di essere performance individuale e torna impresa corale. E,
davvero, i limiti non scompaiono: si sollevano, come una cortina.
La mostra è promossa da CRAMUM insieme a Lagazuoi Expo Dolomiti, in
collaborazione con FISIP e il Comitato Olimpico Sammarinese, con il patrocinio
di INJA Louis Braille e del Comitato Italiano Paralimpico, nell’ambito
dell’Olimpiade Culturale Milano Cortina 2026.
L'articolo A duemila metri la mostra “Cortina di Stelle” di Fulvio Morella:
l’infinito condiviso tra arte, sport e Olimpiadi proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“La montagna non si misura con il righello”. Da Cesio, comune dell’entroterra di
Imperia, Fabio Natta, sindaco e componente della consulta nazionale piccoli
comuni dell’Anci, guarda alla nuova perimetrazione dei comuni montani prevista
dalla legge 131/2025 e dal decreto attuativo. Il punto, dice, è evitare che un
criterio esclusivamente altimetrico trasformi la tutela delle aree montane in
una lotteria. “L’abbandono del territorio vorrebbe dire dissesto idrogeologico
irreparabile – spiega il sindaco ligure – tagliare comuni montani come questi
della Valle Impero e tanti altri in Appennino costituirebbe una ferita profonda,
non solo alla montagna, ma all’intero Paese”.
I comuni montani che rischiano di rimanere esclusi sono in rivolta. Il problema
della legge Calderoli, secondo Natta, nasce quando la norma prova a ridefinire
chi, in Italia, può stare nel recinto “montano” che dà accesso a strumenti e
risorse. Uscire dall’elenco può voler dire perdere finanziamenti e agevolazioni
“per le imprese”, per il “mantenimento di scuole” e per le “bollette della luce
o del gas”. La tutela della montagna, ricorda, “è garantita dalla Costituzione”
e serve a ridurre diseguaglianze strutturali: dove restare a vivere è più
complesso, lo Stato interviene per non lasciare i territori soli. Nei materiali
tecnici e nel racconto pubblico del provvedimento, la riduzione è netta. La
nuova classificazione “qualifica come montani 2.844 comuni”, pari al 36 per
cento dei comuni italiani, su una superficie di 121.715 km e con 7,8 milioni di
residenti, il 13,2 per cento della popolazione nazionale (dati attribuiti alle
elaborazioni su base Istat e al modello Dtm Nasadem). La precedente
classificazione contava 4.201 comuni: la differenza è di 1.357 amministrazioni
in meno, una potatura che cambia la geografia politica dei fondi. La ratio,
nelle carte governative, è esplicita: “La riduzione del numero di comuni montani
consentirà di concentrare le risorse disponibili per le zone autenticamente
montane”. Parole che, lette da un municipio piccolo, suonano come un test di
autenticità fatto col metro.
La bozza di decreto lavora su tre criteri, tutti centrati su altimetria e
pendenza. Il primo è il più pesante: comune montano se almeno il 25 per cento
del territorio sta sopra i 600 metri sul livello del mare e almeno il 30 per
cento della superficie ha una pendenza oltre il 20 per cento. Il secondo allarga
la maglia con un valore medio: entra chi ha un’altimetria media sopra i 500
metri. Il terzo recupera i casi “interclusi”: comuni circondati da comuni già
classificati montani, a patto di avere un’altitudine media di 300 metri. Roberto
Calderoli, ministro per gli Affari regionali e le autonomie, ha indicato la
disponibilità del governo a includere “ulteriori peculiari situazioni di
interclusione”, per arrivare a “quasi 2.900” comuni montani. È il segnale che la
trattativa con regioni ed enti locali è ancora aperta. Il cuore dell’obiezione
di Natta, che fa riferimento al Pd ma non ne vuole fare una questione di
appartenenza politica, non è una difesa dell’elenco storico in quanto tale, ma
la richiesta di evitare paradossi: discriminare tra paesi montani usando i metri
sul livello del mare come scorciatoia per stabilire chi merita tutela.
“Occorrerebbe privilegiare quelli che si trovano in uno stato di disagio
economico e sociale maggiore“, dice. “Il criterio deve essere chi sta peggio,
non chi è più alto”.
La nuova legge prevede che i beneficiari delle misure (sanità, istruzione,
incentivi a investimenti e imprese, lavoro agile, acquisto e ristrutturazione di
immobili) siano individuati con successivi parametri socio-economici, ma
“esclusivamente” dentro l’elenco dei comuni montani definito dal decreto. La
lista, quindi, non è un dettaglio: è il cancello. Chi resta dentro potrebbe
ricevere di più; chi esce rischia lo zero. La critica non arriva solo dai
sindaci dei piccoli comuni che rischiano di restare fuori. Diverse associazioni
di geografia italiane hanno accusato la nuova classificazione di “banalizza[re]
la complessità e la diversità dei territori montani”, perché fondata sui soli
criteri di altimetria e pendenza, e di rischiare di “perpetuare i divari
territoriali”, favorendo alcune aree a scapito di altre. Elena Dell’Agnese,
presidente dell’Associazione italiana geografi e geografe, ha offerto una sponda
tecnica: “I geografi italiani mettono a disposizione le proprie competenze
scientifiche per una definizione di ‘montanità’ operativa e soddisfacente”. È la
stessa linea invocata dalla consulta dei piccoli comuni dell’Anci: riconoscere
la montagna come “condizione”, non (solo) come quota.
L'articolo Comuni di montagna in rivolta contro la legge Calderoli: “Esclusi
quasi 1400 centri. Così si abbandonano i territori” – Videoracconto proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Una grana edilizia si abbatte su El Camineto, il rifugio che si trova di fronte
alle piste delle gare di sci alpino femminile delle Olimpiadi e della Coppa del
Mondo. Si tratta del locale che da oltre un cinquantennio è un punto di
riferimento dei vip, rilevato un paio d’anni fa da Flavio Briatore e da Dimitri
Kunz, il compagno della ministra del Turismo, Daniela Santanchè. Briatore ha poi
ceduto le proprie quote allo stesso Kunz e all’oligarca kazaco Andrey Toporov,
proprietario di altri alberghi e ristoranti a Cortina.
El Camineto è finito nelle polemiche pre-olimpiche perché rimarrà aperto durante
le gare, a differenza di altri rifugi della zona, diventando anzi un punto
privilegiato per cene e feste del comitato organizzatore costituito da
Fondazione Milano Cortina 2026. Adesso il Comune interviene con il pugno di
ferro e ordina al legale rappresentante della società “la demolizione della
terrazza di nuova costruzione, posizionata a sbalzo rispetto al prato in
pendenza sottostante e delle due strutture in legno riportanti dei camini in
metallo sul tetto”. Mancherebbero, infatti, i permessi e le autorizzazioni. In
questo modo entro 60 giorni dovrà essere ripristinato lo stato dei luoghi, anche
se gli imprenditori della ristorazione potranno presentare un “accertamento di
compatibilità paesaggistica per le opere che risultano sanabili”.
La decisione è firmata dal geometra Roland Garramone, responsabile del servizio
di edilizia privata, ed è nata da una segnalazione del nucleo dei carabinieri
forestali di Cortina, datata 18 dicembre 2025. La violazione
urbanistico-edilizia e paesaggistica viene così descritta: “Si tratta di una
ulteriore struttura rispetto alla terrazza esterna originaria, di fronte a
questa, collegata con una scala metallica. La struttura di nuova costruzione,
posizionata a sbalzo rispetto al prato in pendenza sottostante, chiusa ai lati
da paratie trasparenti, risulta essere arredata da diversi tavoli e stufe aeree
per esterno a fungo”. Inoltre “è stato accertato che la terrazza esterna
originaria è stata chiusa nella parte superiore mediante tende parasole”, mentre
“sul lato nord-est della struttura, sono state riscontrate due strutture in
legno riportanti dei camini in metallo sul tetto”.
Banalmente, El Camineto si è allargato. Ha presentato una richiesta di
autorizzazione paesaggistica per l’“occupazione temporanea di suolo privato
mediante l’installazione di un terrazzo semplicemente ancorato al suolo per un
periodo superiore a 120 giorni e non superiore a 180 giorni”. L’istanza, secondo
i tecnici comunali, non risulta inoltrata allo Sportello unico per le attività
produttive del Comune, inoltre il superamento dei quattro mesi di occupazione
rende necessaria l’autorizzazione paesaggistica che risulta invece mancante. Se
il Comune attesta che l’installazione di tende parasole a copertura della
terrazza del rifugio è eseguibile “in regime di edilizia libera e senza
necessità dell’autorizzazione paesaggistica”, sanziona invece le altre parti
dell’intervento, perché “risultano sprovviste di autorizzazione”.
El Camineto si trova a Rumerlo, in una posizione che consente di vedere l’arrivo
delle gare che si svolgono sulla storica pista Olimpia, ai piedi delle Tofane.
Proprio in vista dell’appuntamento di febbraio-marzo è stato realizzato un nuovo
spazio all’aperto, che ha attirato l’attenzione dei carabinieri, con conseguente
segnalazione al Comune. È la terza grana edilizia che si abbatte su locali
cortinesi. A ridosso del ponte dell’Immacolata il Comune aveva bloccato
l’inaugurazione del nuovissimo Chalet Franz Kraler – Club Moritzino, per
supposta incompletezza dei lavori. Negata l’agibilità e l’attività di
ristorazione. I proprietari avevano però ottenuto che l’operatività
dell’ordinanza comunale fosse sospesa – grazie a un ricorso ante causam – in
attesa di una decisione del Tar del Veneto. In questo modo lo chalet aveva
tenuto l’inaugurazione, anche se con una festa privata. Qualche giorno fa il
Comune è intervenuto su una terrazza panoramica realizzata al rifugio
Scoiattoli, che si trova nel paradiso naturale delle Cinque Torri. Anche in quel
caso, ritenendo l’opera abusiva, ha ordinato la demolizione.
L'articolo Cortina, grana edilizia per mister Santanchè: la terrazza “vista
Olimpiadi” del suo rifugio e abusiva e va demolita proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’ultimo monitoraggio civico di Open Olympics, la rete che vigila sulle spese e
gli appalti di Milano Cortina 2026, emette un verdetto molto negativo sulla fase
di avvicinamento alla kermesse sportiva che sarà inaugurata tra meno di due
mesi. Sul fronte infrastrutturale le opere per oltre quattro miliardi di euro
sono in ritardo, i costi crescono continuamente, mentre i cronoprogrammi
subiscono un progressivo slittamento man mano che ci si avvicina all’accensione
del braciere, prevista per il 6 febbraio nello stadio di San Siro. Sul versante
di Fondazione Milano Cortina 2026, il comitato organizzatore del grande evento,
permane inoltre l’opacità sulla natura e quantità delle spese, che sono
destinate a raggiungere i due miliardi di euro, con un generoso contributo di
finanziamenti pubblici.
Il documento è stato redatto da “Libera – Associazioni nomi e numeri contro le
mafie”, fondata da don Luigi Ciotti, ma ha alle spalle il lavoro delle
principali associazioni ambientaliste italiane. Riguarda 98 opere indicate nel
sito di Società infrastrutture Simico, con un investimento di tre miliardi e
mezzo, di cui 31 (solo il 13%) dedicate a impianti sportivi per i Giochi e 67
(l’87%) destinate alla cosiddetta legacy, “soprattutto interventi stradali o
ferroviari” (45 su 67), che vengono pagate con i soldi dei contribuenti. “Per
ogni euro destinato alle opere indispensabili ai Giochi, se ne spendono 6,6 per
opere di legacy. La spesa si concentra principalmente in due territori: Veneto e
Lombardia sfiorano ciascuno 1,5 miliardi di euro” scrive Open Olympics.
A fine ottobre risultavano concluse 16 opere, mentre 51 erano in esecuzione, 3
in gara e addirittura 28 ancora in progettazione. Solo 42 opere finiranno prima
dell’evento, mentre il 57% sarà completato dopo i Giochi, con l’ultimo cantiere
nel 2033. Inoltre, 16 interventi (inclusa la controversa pista da bob di
Cortina) presentano una consegna solo parziale. L’analisi evidenzia come durante
il 2025 la data di fine lavori sia stata posticipata per il 73% delle opere,
“con slittamenti che in alcuni casi superano i tre anni”. Nei primi dieci mesi
del 2025 il valore del Piano è cresciuto di ulteriori 157 milioni di euro.
Molti dati non sono disponibili. Si va dall’entità dei subappalti, all’impatto
ambientale delle singole opere, dal valore dei piani redatti dalle Regioni, come
la Lombardia e il Veneto, all’effettiva copertura delle spese. È quella che gli
analisti definiscono una “asimmetria informativa sistemica”: “Il portale Open
Milano Cortina 2026 ha permesso di illuminare una parte rilevante, ma non
esaustiva, della macchina olimpica. Per questo il nostro lavoro non finirà allo
spegnersi delle luci dei Giochi, continueremo il monitoraggio fino alla chiusura
dell’ultimo cantiere, per capire la sorte del 57% dei cantieri che resteranno
aperti”.
Open Olympics sintetizza in tre “domande civiche” i nodi problematici
dell’imponente cantiere olimpico. La prima: “Quante opere esistono davvero e
quanto costano?”. Le 98 opere ufficiali non esauriscono tutto il quadro di
impegno pubblico, visto che “la sola Regione Lombardia pubblica sulla
piattaforma “Oltre i Giochi 2026” un numero di 78 interventi per 5,1 miliardi,
dove rientrano 44 opere (per un valore di 3,82 miliardi) che non sono presenti
nel portale governativo”. Seconda domanda: “Quanto costa davvero realizzare i
Giochi e garantire salute e sicurezza durante l’evento? Il budget dichiarato da
Fondazione nel 2025 ammonta a 1,7 miliardi, ma il documento non è pubblico”. Il
terzo quesito riguarda il ruolo e la trasparenza del Commissario straordinario
per le Paralimpiadi nominato solo la scorsa estate dal governo Meloni. “Il
Decreto Sport ha assegnato al Commissario 328 milioni da spendere da settembre a
dicembre 2025. La stima iniziale del costo per le Paralimpiadi era di 71,5
milioni: si è verificato un aumento del 359%, ma i ruoli del Commissario sono
enormi e dai contorni molto poco definiti”. Spenderà quei soldi in un arco di
tempo limitato soprattutto per sanare i debiti di Fondazione, le cui spese sono
passate da un miliardo e mezzo a due miliardi di euro.
L'articolo Milano-Cortina, il report: a fine ottobre concluse solo 16 opere su
98. E il 57% sarà consegnato dopo i Giochi proviene da Il Fatto Quotidiano.
La maledizione di Socrepes sembra perseguitare cantieri e strutture in alta
quota a Cortina. Dopo la frana causata da troppi lavori in corso, dopo il
contestato cantiere di Simico per realizzare la cabinovia che servirà a
trasportare gli spettatori delle gare di sci alpino, è arrivata un’autentica
doccia fredda per l’inaugurazione del locale dei vip. Nel bel mezzo del “ponte
dell’Immacolata”, che avrebbe dovuto marcare l’avvio della stagione olimpica,
con le piste innevate artificialmente e il primo afflusso di massa della
stagione, il Comune ha fermato l’entrata in funzione dello Chalet Franz Kraler
Club Moritzino a Ria de Saco. Si tratta di una struttura nuovissima, ricavata
con una ardita ristrutturazione di un edificio preesistente con la realizzazione
di due piani interrati e un terzo in superficie, che ha l’ambizione di diventare
luogo di ritrovo per l’après-ski di chi ha un po’ di soldi da spendere o per chi
vuole trovare in montagna un ambiente raffinato e gastronomia d’eccellenza. Non
a caso è una copia dell’idea che ha portato a realizzare il Club Moritzino a La
Villa, in Alta Badia.
Era tutto pronto per accogliere i primi turisti, quando dal municipio di Cortina
sono state notificate due ordinanze, che finiranno anche alla Procura della
Repubblica e alla Provincia di Belluno. Sono entrambe firmate dal geometra
Roland Garramone, responsabile del servizio di Edilizia Privata. Il giorno prima
dell’apertura, prevista per sabato 6 dicembre, è stato effettuato un sopralluogo
da parte dei tecnici comunali. Dovevano verificare l’avvenuta fine dei lavori,
dopo un lungo iter avviato con una “segnalazione certificata di avvio
dell’attività” (Scia). Tutto in regola? Non sembra, visto che l’ordinanza n. 256
attesta che “la situazione rappresentata nella comunicazione e nella SCIA non
corrisponde al reale stato dei luoghi”.
Un professionista che si è occupato dei lavori ha dichiarato l’esistenza delle
“condizioni di sicurezza, igiene, salubrità, risparmio energetico degli edifici
e degli impianti negli stessi installati”. Un’altra dichiarazione attestava “la
conformità dell’impianto alla regola dell’arte”. Invece il Comune ha verificato
che “i lavori relativi agli impianti elettrici e alle finiture dell’edificio
sono tuttora in corso di esecuzione e che pertanto le sopra citate attestazioni
e asseverazioni non risultano veritiere”. Accertata “la non conformità”, è stata
negata “l’agibilità dei locali” dello chalet. Ne è seguita una seconda ordinanza
(numero 257) che ha disposto “il divieto di prosecuzione dell’attività di
bar/ristorante”. Il Comune ha anche specificato che “sarà possibile presentare
nuova SCIA per l’attività di bar/ristorante all’esito dell’ottenimento
dell’agibilità dei locali”.
I Kraler hanno presentato un ricorso d’urgenza ante causam al Tar del Veneto che
ha accolto la sospensione temporanea delle due ordinanze in vista di un’udienza
di merito, consentendo di effettuare due feste in forma privata. Daniela Kraler
ha annunciato al Corriere delle Alpi che l’inaugurazione c’è stata, senza però
apertura pubblica: “Ieri sera (sabato, ndr) è andato tutto benissimo. Abbiamo
fatto questa cena privata ed abbiamo battezzato lo chalet. Ora speriamo che le
persone siano felici per una struttura come questa”. Erano presenti 80 persone.
La cena privata si è ripetuta nella serata di domenica.
Lo chalet è il frutto di una collaborazione tra due famiglie altoatesine. I
Kraler di Dobbiaco sono leader nel settore del luxury e titolari di boutique,
con altre attività a Cortina, mentre la famiglia Craffonara ha già creato il
Moritzino in Val Badia e gestisce altre attività turistiche. La presentazione
del rifugio dei vip è enfatica: “Un progetto ‘visionario’, che andrà oltre la
semplice ristorazione. Un’esperienza ‘totale’, con attenzione all’architettura,
al design, alla gastronomia ed alla natura circostante. Un dialogo armonioso. Lo
chalet ridefinirà i confini dell’ospitalità esclusiva, con l’obiettivo di
diventare un nuovo polo per eventi, con lo sguardo rivolto ai Giochi olimpici e
paralimpici 2026”. Per il momento, a due mesi esatti dai Giochi Invernali resta
chiusa e nel calendario per le prenotazioni, in coincidenza con domenica 7 e
lunedì 8 dicembre sono comparse due caselle nere: “Data non prenotabile”.
Martedì 9 dicembre è, invece, indicato come giorno di chiusura. La struttura è
composta di tre aree. All’esterno l’Alpenglow Pavillon che si affaccia sulle
piste olimpiche della Tofana. All’interno si trovano l’Alpine Bar & Dining e il
Club Lounge per “incontri riservati ed eventi esclusivi”. Per il 7 dicembre era
previsto l’appuntamento con i suoni di Raffa Guido, accompagnato dai Dj Thomas
Rotunno e Andrew. Idem per il pomeriggio dell’8 dicembre, con la prevista
partecipazione di David Morales e dei Dj Thomas Dorsi e Bert.
L'articolo Cortina, la “maledizione” di Socrepes: il Comune vuole fermare il
locale dei vip a due mesi dalle Olimpiadi proviene da Il Fatto Quotidiano.
La pista per il bob, lo skeleton e lo slittino di Igls, nei pressi di Innsbruck,
ha superato solo parzialmente la fase di avvio agonistico dopo un pesante
intervento di ristrutturazione. Così si disputeranno solo le gare di coppa del
mondo del bob, mentre sono state annullate quelle di skeleton e slittino. Si
tratta della pista che era stata indicata come possibile alternativa alla
“Eugenio Monti” di Cortina, la cui costruzione (costo 124 milioni di euro) ha
costituito uno dei tanti scandali delle Olimpiadi invernali italiane che si
terranno a febbraio 2026. Rendere agibile l’impianto austriaco per le gare,
infatti, avrebbe richiesto un intervento di una trentina di milioni di euro, un
quarto della somma di denaro pubblico speso in Italia. A cose fatte Igls ha però
dimostrato di non aver superato tutte le criticità a conclusione di lavori
durati una ventina di mesi, anche a causa della mancanza di tempo. Se non fosse
stato concluso positivamente il cantiere di Cortina, Fondazione Milano Cortina
2026 aveva valutato l’ipotesi di disputare le gare dei Giochi all’estero, non
tanto a Innsbruck, quanto a Lake Placid, negli Stati Uniti, il vero “piano B”
alternativo alla “Eugenio Monti”.
A dire di no alle gare di coppa del mondo sono stati per primi gli slittinisti,
il che ha comportato il trasferimento delle gare a Winterberg, in Germania. La
Federazione Internazionale di Slittino (Fil) ha bloccato le gare a causa di
un’insufficiente aderenza ai requisiti tecnici, in particolare all’altezza della
curva 14. Saranno ora necessari interventi per sistemare la struttura.
Situazione analoga, ma con motivazioni legate anche allo scarso tempo per la
sistemazione dell’impianto e per le prove, è venuta dallo skeleton. La seconda
tappa di Coppa del mondo è stata cancellata dal comitato esecutivo della
Federazione internazionale (Ibsf) dopo una votazione degli atleti. Trenta di
loro si sono detti contrari a gareggiare, mentre 21 erano disposti a farlo.
Secondo la dichiarazione ufficiale, la decisione è stata presa “a causa del
ridotto tempo a disposizione degli atleti per testare e conoscere il tracciato”,
dopo un confronto con la loro rappresentante Elisabeth Vathje e le giurie di
gara. La prossima tappa della Coppa di skeleton, che si svolge in concomitanza
con quella di bob, è in programma dal 12 dicembre a Lillehammer in Norvegia.
Restano invece confermate a Igls le gare di bob, per le quali i requisiti
tecnici e di sicurezza hanno superato l’esame. Igls è un impianto storico per
gli sport di scivolamento che ha ospitato due edizioni dei Giochi invernali, nel
1964 e nel 1976.
CORTINA CHIEDE SOLDI ALLA REGIONE VENETO. Intanto a Cortina si è disputata la
prima tappa della Coppa del mondo di bob e skeleton sul nuovo impianto olimpico.
Praticamente non c’era pubblico, visto che l’area mantiene l’aspetto di un
cantiere. Gli atleti hanno però portato a compimento le loro gare a distanza di
18 anni dalle ultime che vennero disputate nel 2007. Adesso l’appuntamento si
sposta alla fase olimpica. Il Comune di Cortina deve però pensare ai problemi
economici di gestione della pista. La Regione Veneto si è già impegnata con 4,5
milioni di euro (a sostegno anche di altre opere nell’Ampezzano), ma non
basteranno.
Durante il consiglio comunale il sindaco Gianluca Lorenzi ha ammesso: “E’ un
tema che affronteremo con il nuovo presidente Alberto Stefani, perché si tratta
di una situazione che non può essere sottovalutata”. Il primo cittadino ha anche
ammesso che, contrariamente a quanto previsto dal dossier di candidatura
olimpica, “le province autonome di Trento e Bolzano non hanno firmato la
convenzione per la gestione della pista dopo le Olimpiadi”. L’ex sindaco
Giampietro Ghedina, che fu in prima linea durante la candidatura, ha ricordato
che l’impegno era di un sostegno economico per un periodo di 15 anni. Alla prova
dei fatti sia il Trentino che l’Alto Adige hanno lasciato Cortina da sola, anche
perché si sono resi inutilizzabili i Fondi di confine, che non possono essere
impiegati in spese di gestione, ma solo nel finanziamento di progetti.
L'articolo Criticità sulla pista da bob di Innsbruck dopo la ristrutturazione:
annullate le gare di slittino e skeleton proviene da Il Fatto Quotidiano.