“Non si può continuare a rischiare la vita ogni giorno, sette giorni su sette e
niente riposi, per due euro e cinquanta a consegna. Vogliamo un contratto vero“.
Alla Camera dei deputati arriva la protesta dei rider, da giorni in
mobilitazione insieme al sindacato Usb, per rivendicare l’assunzione di tutti i
lavoratori, il riconoscimento della subordinazione e l’applicazione del
contratto Ccnl Logistica, trasporto merci e spedizioni. Ovvero, “lo stesso
inquadramento dei driver di Amazon, Gls, Brt, perché a uguale lavoro devono
corrispondere stesse tutele, diritti e salario”, spiega Elena Lott, di Slang
Usb.
Così, nel corso della conferenza “Emergenza rider, lavoro vero contratto vero!”,
organizzata su iniziativa della deputata M5S Valentina Barzotti e moderata da
Roberto Rotunno, giornalista del Fatto Quotidiano, a raccontare le proprie
storie sono stati diversi lavoratori, come i rider Josè Antonio Gamboa Roca e
Ilenia Berra. “Non chiediamo favori, ma dignità del lavoro“, spiegano, di fronte
a salari da fame, scarsa sicurezza e diritti negati.
“I rider consegnano ogni giorno nel traffico delle grandi città, in condizioni
climatiche avverse ed estreme, giorno e notte, con mezzi interamente a loro
carico e senza adeguati dispositivi di protezione individuale. La bicicletta, lo
scooter o la macchina usati per le consegne non sono un dettaglio: sono il primo
strumento di protezione. Se il mezzo è precario, se la paga è bassa, se la
manutenzione grava sul lavoratore, se la corsa contro il tempo per ottenere la
consegna successiva diventa la regola, allora il rischio viene strutturalmente
scaricato su chi lavora, mettendo a repentaglio la loro vita”, denuncia Usb.
E la conferma arriva dalle storie dei lavoratori: “Siamo in 40mila, molti rider
sono immigrati. La competitività è alta non tanto tra noi lavoratori, ma con
l’algoritmo. Perché dobbiamo stare al passo delle richieste. Questo sforzo porta
a un facile esaurimento delle risorse psichiche e fisiche. Pedalando ogni giorno
per sei ore sulla bici muscolare, sette giorni su sette, io ho rischiato un
ictus. Ho avuto un’aritmia, ho dovuto chiedere soccorso e venire sottoposta a
due procedure chirurgiche d’urgenza. Questo non è lavoro, è un sistema
infernale“, denuncia Berra.
Tutto mentre la Procura di Milano con le sue inchieste ha scoperchiato un
sistema evidente di sfruttamento: “I commissariamenti per caporalato non sono
episodi marginali: sono la fotografia di un modello fondato su sfruttamento,
precarietà e negazione sistematica di diritti. I rider hanno lavorato per anni
come finte partite Iva, ricevendo compensi insufficienti, senza tutele piene,
con il costo del mezzo e della sicurezza scaricato sulle loro spalle. La
retorica dell’autonomia e del “lavoretto” occasionale è servita a lungo ad
abbattere il costo del lavoro, ma oggi è ormai caduta”, ricorda Usb.
“A seguito dei gravissimi episodi di cronaca che sono emersi e che hanno
riguardato le società Glovo e Deliveroo – ha spiegato la parlamentare M5s e
componente della Commissione Lavoro, Barzotti – abbiamo scelto di mettere i
riflettori su questa situazione e cercare di sensibilizzare il governo
nell’ottica di recepire la direttiva comunitaria, in modo da garantire la
subordinazione di questi lavoratori. È evidente che nell’attività dei
ciclofattorini del food delivery non c’è nessuna libertà, nessuna autonomia di
questi lavoratori che lavorano in situazioni di assoluta precarietà, a rischio
salute e sicurezza sul lavoro. Ma su questo la ministra del Lavoro Elvira
Calderone non sta proferendo una parola”.
“Queste società sono disinteressate alle leggi, arrivano e sfruttano”, ha
spiegato l’avvocata giuslavorista Giulia Druetta, da anni impegnata in diverse
cause che hanno visto come protagonisti i rider. “Bisogna far rispettare le
leggi. E dopo che per tanti anni la politica si è fatta scavalcare dalla
magistratura che è stata l’unica a intervenire per garantire tutele e diritti,
adesso sono il governo e la politica a dover intervenire: la direttiva va
recepita e non in senso peggiorativo: insieme ai rider ci batteremo per
l’applicazione del contratto della logistica e affinché vengano dotati di un
mezzo di lavoro sicuro”, conclude l’avvocata.
L'articolo “Con 2,50 a consegna dobbiamo pagare tasse e affitto: così rischiamo
la vita ogni giorno”, alla Camera le voci dei rider. Usb e M5s: “Subito
contratto” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Rider
I supermercati del marchio Gs-Carrefour stanno per sospendere il servizio di
consegna a domicilio con Glovo e Deliveroo. Entrambe le piattaforme di delivery,
infatti, sono state commissariate dalla Procura di Milano, con l’accusa di
sfruttamento e caporalato ai danni dei rider. Ecco perché la catena di grande
distribuzione organizzata ha adottato una misura che definisce “di
responsabilità”. A partire da giovedì 5 marzo non si potrà ordinare la spesa con
Glovo e Deliveroo. Prima di quella data non era possibile fermare il servizio
per questioni tecniche e burocratiche, fa sapere al Fattoquotidiano.it Angelo
Mastrolia, presidente di NewPrinces Group, titolare del marchio Gs-Carrefour
(nei prossimi tempi tutti i punti vendita torneranno sotto il marchio Gs).
“Nonostante sia un’attività molto apprezzata dai consumatori – spiega
l’imprenditore – e noi siamo tra i clienti più importanti, insieme con altri,
riteniamo che la tutela dei lavoratori vada messa al primo posto. Abbiamo
scritto alle due società, Deliveroo ci ha risposto ma non è sufficiente, perché
aspettiamo anche la conferma del commissario nominato dalla Procura. Ci hanno
assicurato che stanno facendo di tutto per regolarizzarsi”. La catena
Gs-Carrefour è una delle aziende che, la scorsa settimana, hanno ricevuto una
richiesta di atti da parte della stessa Procura di Milano.
Le altre sono Mc Donald’s Italia srl, Burger King Restaurant Italia Spa, Kfc,
Poke House spa, Crai Secom spa, Esselunga. Si tratta in pratica dei colossi del
fast food o dei supermercati, che di fatto sono i maggiori committenti dei
servizi di food delivery. Queste società – va specificato – non sono indagate
nell’inchiesta ma, essendo in rapporti commerciali con Glovo o Deliveroo, sono
state coinvolte dai magistrati. “Abbiamo informato l’autorità della scelta di
sospendere il servizio – ha aggiunto Mastrolia – e ci risulta che il pm abbia
apprezzato, ha ritenuto fosse un atteggiamento di responsabilità. L’auspicio è
che le società facciano il necessario per tutelare il lavoro; l’interesse è
tutelare i lavoratori ma trovare una soluzione per non lasciarli senza reddito”.
L’impressione, quindi, è che la mossa del pubblico ministero Paolo Storari di
sentire i grandi committenti di Glovo e Deliveroo abbia avuto l’effetto di
responsabilizzare questi grandi gruppi. Pare infatti che la scelta di
Gs-Carrefour potrà essere seguita nelle prossime ore da altre imprese
concorrenti. È la prima volta che i grandi marchi di ristorazione e grande
distribuzione organizzata vengono in qualche modo chiamati in causa nella
vicenda dei fattorini. Proprio qualche giorno prima del commissariamento di
Deliveroo, i tre sindacati Cgil che seguono i rider – Nidil, Filcams e Filt –
hanno presentato una causa “pilota” per comportamento antisindacale nei
confronti di Burger King, chiedendo che venga accertata la responsabilità “in
solido” del committente.
I rider, va ricordato, lavorano per le piattaforme con contratti di
collaborazione occasionale, molti di loro con partita Iva, e vengono pagati in
base al numero di consegne. Non hanno quindi un contratto collettivo, niente
salari orari né tutele della subordinazione. Un sistema che è stato imposto
negli anni dalle app alle quali poi l’Ugl ha prestato il fianco, accettando di
firmare un accordo che consacrasse questo modello. Si tratta però di un accordo
sconfessato dal ministero del Lavoro nel 2020 e da diversi Tribunali. La procura
di Milano accusa le due società di sfruttamento perché i rider, oltre che male
inquadrati, hanno retribuzioni inferiori fino al 90% (nel caso di Deliveroo)
rispetto alla soglia di povertà, secondo le ricostruzioni del pm. Il magistrato
ha quindi nominato due commissari per le società, i quali avranno il compito di
regolarizzare le condizioni di lavoro dei rider.
L'articolo Carrefour dal 5 marzo sospende la spesa a domicilio con Glovo e
Deliveroo, commissariate per sfruttamento dei rider proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Elly Schlein e Maurizio Landini tornano sullo stesso palco per parlare di
lavoro. Un tema che passa anche dal votare No al referendum, secondo i due
segretari ospiti della Cgil di Torino. “Non è davvero una riforma della
giustizia, ha un altro scopo, ce lo dice il governo – spiega Schlein – il vero
scopo è indebolire l’autonomia della magistratura che non tutela i magistrati ma
i diritti di tutti i cittadini”. Un esempio: “Solo magistrati indipendenti
assicurano che la legge valga per tutti e dunque che un magistrato non abbia
timore di rilevare una violazione della legge quando la fa un ricco o un potente
come ad esempio una multinazionale che sfrutta i rider”. Un tema sul quale anche
il segretario della Cgil concorda: “Il principio di autonomia e indipendenza
vuol dire avere magistrati che non hanno paura a scontrarsi anche con le
multinazionali ma che difendono la legge per tutti, a prescindere da chi si ha
di fronte”.
L'articolo Referendum, Schlein e Landini insieme per il No: “Solo magistrati
indipendenti difendono la legge anche di fronte alle multinazionali che
sfruttano i rider” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Rider, sfruttamento, precarietà e caporalato. Dopo il commissariamento di Glovo
e Deliveroo, il sindacato Usb, da sempre molto presente e attivo nell’assistenza
e nella difesa dei lavoratori del food delivery, promuove un momento pubblico di
confronto e discussione a Milano, con l’incontro Rider: sicurezza è salario,
diritti tutele. “Real job, real contract non è solo uno slogan. È la condizione
perché la sicurezza smetta di essere infima propaganda e diventi salario,
diritti e tutele reali”. Previsti gli interventi di delegati dei rider,
sindacalisti, giornalisti, ricercatori e avvocati del lavoro. L’evento è al Cfup
di viale Monza e sarà trasmesso in diretta su questa pagina e sui canali social
del sindacato.
L'articolo “Rider: sicurezza è salario, diritti e tutele”: segui la diretta
dell’incontro organizzato dal sindacato Usb proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Rischiamo la vita per due euro a consegna. Vogliamo un contratto”. Lo gridano i
rider che sabato sera sono scesi in piazza per le strade di Milano per chiedere
un contratto e per continuare a denunciare le condizioni di lavoro alle quali
sono sottoposti. Fino a dodici ore in strada per poter guadagnare poco meno di
trenta euro. Sette giorni su sette. Con il rischio di farsi male senza avere la
malattia o le ferie. “Queste società sono disinteressate alle leggi, arrivano e
sfruttano – spiega l’avvocata giuslavorista Giulia Druetta che in questi anni ha
seguito diverse cause che hanno visto come protagonisti i rider – eppure le
leggi ci sono, basterebbe farle rispettare, la Procura ha agito, adesso la palla
va in mano alle istituzioni di questo paese che devono regolarizzarli”. Negli
ultimi dieci anni, la politica è rimasta a guardare. “Ha fatto troppo poco,
quasi nulla – spiega Elena Lott, Slang Usb – perché la stragrande dei lavoratori
è ancora una falsa partita iva, siamo ancora fermi a dieci anni fa, è ora che le
cose cambino”.
L'articolo “Due euro a consegna e 12 ore in strada tutti i giorni, che vita è?”:
a Milano rider in corteo. Usb: “Politica è rimasta a guardare, ora contratti”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un “vero e proprio sfruttamento lavorativo” ai danni di “numerosissimi” rider,
in stato di bisogno, costretti a lavorare con remunerazioni “sproporzionate
rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato”. Insomma: “Una situazione
di illegalità che è indispensabile far cessare al più presto, considerando anche
che coinvolge un numero rilevante di lavoratori che vivono con retribuzioni
sotto la soglia di povertà”. E ancora: i pagamenti venivano effettuati in
“palese difformità da quanto stabilito dalla contrattazione collettiva”. Così la
procura di Milano, dopo essere intervenuta su Glovo, ha disposto in via
d’urgenza il controllo giudiziario di Deliveroo Italy in un’inchiesta nella
quale la stessa azienda, controllata dalla britannica Roofoods Ltd, e il suo
amministratore Andrea Zocchi risultano indagati per caporalato aggravato.
Al centro degli accertamenti del pubblico ministero Paolo Storari – da anni
impegnato in inchieste sullo sfruttamento delle app di delivery e nella filiera
della moda – ci sono le giornate lavorative di oltre 50 rider, quasi tutti
costretti a vivere sotto la soglia di povertà stando ai redditi ricostruiti
nell’indagine. Incassi che la procura ha potuto calcolare al centesimo grazie
alla app di Deliveroo alla quale i ciclofattorini dovevano connettersi per
lavorare. Una sorta di Grande Fratello che era in grado in “termini strettamente
tecnico-informatici”, stando alla consulenza disposta dalla magistratura, di
effettuare un “monitoraggio di tipo continuo” sui lavoratori. Una volta
effettuato il log-in, infatti, la app era in grado di identificare l’identità
del rider, il suo mezzo, gli ordini accettati e rifiutati, lo storico dei
pagamenti e la posizione tramite Gps. Finito? Macché: i consulenti del pubblico
ministero hanno accertato che era possibile anche tracciare “velocità” e
“livello di batteria del dispositivo”, una “ricostruzione puntuale delle
traiettorie”, la “verifica di coerenza tra stato dichiarato e condotta
effettiva” e “l’individuazione di soste prolungate o deviazioni”.
Insomma, un “monitoraggio periodico” delle prestazioni e quindi della
“produttività” di chi consegnava per Deliveroo che nel 2024 ha avuto tra i suoi
“principali clienti nazionali” Mcdonald’s, Burger King, Roadhouse e Poke House.
“Anche senza vedere ranking o sanzioni, il fatto oggettivo – si legge nel
decreto che ha disposto il controllo giudiziario – è che la piattaforma
raccoglie e conserva dati comportamentali, associandoli all’account individuale.
Questo è tipico di un modello che può modulare assegnazioni o priorità sulla
base di metriche”. I metodi di lavoro, dunque, non avevano nulla a che fare con
un modello di lavoratore a partita Iva, come lo erano i 20mila rider che
consegnano per Deliveroo, tremila dei quali solo a Milano. Stesso discorso del
compenso che viene definito come “predeterminato” dalla piattaforma e “modulato
da distanza e fasce”. I compensi medi si aggiravano “tra 3 e 4 euro lordi” a
consegna e, secondo Storari, c’erano “assenza di indennità automatiche per
attesa o spese” e una “opacità diffusa” sulla “composizione del compenso e sui
criteri algoritmici di pricing”. Il quadro “sostanzialmente omogeneo” è emerso
dalle testimonianze di una cinquantina di rider che nei loro racconti
all’autorità giudiziaria hanno spiegato, in sostanza, la “costante compressione
dei margini economici per l’incidenza dei costi e dei tempi non remunerati”, di
un “rischio di interruzione improvvisa della fonte di reddito per blocchi
account”, di una “vulnerabilità economica e assenza di tutele tipiche del lavoro
subordinato”.
La loro attività – sintetizza il pm Storari – “non si presenta come una libera
organizzazione di servizi di trasporto, bensì come l’esecuzione di singole
consegne interamente incardinate nella piattaforma digitale” di Deliveroo. I
ciclofattorini hanno anche spiegato che in caso di ritardi ricevevano chiamate e
di percorrere in media anche 50-60 chilometri al giorno. Il tutto per una cifra
mensile che, al lordo delle tasse, non superava quasi mai i 1.100 euro al mese.
Senza tredicesima, quattordicesima né Tfr. E, ovviamente, in caso di assenza non
ricevevano alcuna retribuzione. Molti di loro hanno dichiarato di “non potersi
permettere di rifiutare consegne” per “mantenere” moglie, figli e parenti nei
Paesi di origine, spesso Afghanistan e Pakistan.
Dagli accertamenti, spiega la procura di Milano motivando il controllo
giudiziario, “emerge una sostanziale prevalenza di rider che percepiscono –
nonostante affermino di lavorare un numero di ore significativamente superiore
al normale orario settimanale – un reddito netto annuo sottosoglia di povertà”.
Analizzando gli introiti di 40 rider nel 2025 sono stati ben 30 quelli che non
lo hanno raggiunto la soglia minima per sfuggire a quella condizione: l’81,1%.
“Se il raffronto viene svolto con i livelli retributivi previsti dal Contratto
collettivo nazionale di riferimento”, cioè quello della Logistica e Trasporto,
“lo scostamento tra quanto effettivamente percepito e i redditi netti minimi
determinati dal Ccnl risulta ulteriormente più marcato”. Rispetto al livello L –
che ha un netto annuo di 20.298 euro – risultano inferiori al parametro 35
ciclofattorini su 37. Praticamente tutti.
L'articolo Il Grande Fratello di Deliveroo con i rider: “Sfruttati e monitorati,
l’app poteva vedere anche velocità e traiettorie” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Facciamo sempre più chilometri, ma prendiamo sempre meno soldi”. Lo dicono i
rider della province di Torino, Novara, Vco e Varese che martedì mattina si sono
dati appuntamento sotto la sede milanese di Deliveroo insieme ai rappresentanti
locali della Nidil Cgil. “Siamo arrivati a fare anche venti chilometri per
consegnare un panino” racconta Roberto, uno dei rider di Verbania che nello
scorso dicembre avevano denunciato al Fatto Quotidiano le condizioni di lavoro
alle quali erano sottoposti. “Ieri in tre ore ho fatto 80 chilometri portando a
casa sedici euro” racconta Enrico, un rider di Torino. E c’è chi lavora tredici
ore al giorno, sette giorni su sette per guadagnare 1600 euro. Ma la questione
non riguarda solo le paghe e i chilometri. “Specialmente nelle aree montane,
l’aumento dei chilometri – spiega al Fattoquotidiano.it Danilo Bonucci,
segretario generale Nidil Cgil Torino – specialmente nelle ore notturne,
comporta un aumento dei rischi per la sicurezza i rider”. Durante il presidio,
una rappresentanza dei rider ha incontrato i vertici dell’azienda per
confrontarsi con loro sulle questioni aperte. Un incontro che Bonucci definisce
“positivo perché abbiamo riscontrato una disponibilità dell’azienda a trattare
non solo la parte dei chilometraggi, ma anche quella economica. Alcune misure
sono state messe già in pratica, ma vigileremo sul futuro”.
L'articolo “Facciamo anche 20 km per consegnare un panino. Aumentano le tratte,
diminuiscono i soldi”. Presidio dei rider sotto la sede di Deliveroo proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Ora per la società di delivery di Glovo il vero grande scoglio sta tutto nelle
conclusioni con cui la Procura di Milano ha disposto per la Foodinho srl il
controllo giudiziario. Il ragionamento del pm Paolo Storari è molto chiaro: “Gli
accertamenti compiuti danno atto di una situazione di vero e proprio
sfruttamento lavorativo, perpetrato da anni ai danni di numerosissimi
lavoratori, che percepiscono retribuzioni sproporzionate rispetto alla quantità
e qualità del lavoro prestato e in palese difformità da quanto stabilito dalla
contrattazione collettiva”. Una “situazione di illegalità che è indispensabile
far cessare al più presto, considerando anche che coinvolge un numero rilevante
di lavoratori che vivono con retribuzioni sotto la soglia di povertà”. Decreto,
peraltro, fatto in urgenza visto che “la situazione di sfruttamento dello stato
di bisogno è in atto”.
I DUBBI SUL RICORSO AL TRIBUNALE DEL RIESAME
E se pur la scelta della Procura è stata quella di disporre la più lieve delle
misure, Glovo dovrà a breve fare alcune scelte cruciali. Ad oggi
l’amministratore giudiziario è già stato nominato ed è attualmente già in
carica, con il compito di affiancare i dirigenti attuali. La durata di questa
situazione allo stato non è calcolabile. Potrebbe andare oltre i primi sei mesi
o anche interrompersi prima, se la società indagata con il suo stesso
amministratore scegliesse di cambiare la propria struttura organizzativa e
lavorativa. Una strada percorribile di certo, ma non subito. E difatti è proprio
la scelta della società che traccerà il percorso dei prossimi mesi. Dal canto la
sua Procura non ha alcuna fretta e soprattutto nessuna preclusione. Da quando
Storari ha iniziato a lavorare sul caporalato e cioè sei anni fa, pressoché
tutte le aziende coinvolte – che fossero della logistica, della grande
distribuzione o della moda – hanno sempre trovato un accordo, chi sanando le
situazioni lavorative e i controlli in azienda, chi versando quanto di evasione
fiscale è stato contabilizzato dalla Procura. E quasi nessuno, proprio per
questa apertura da parte della Procura e delle indagini blindate, ha mai scelto
la via dello scontro facendo ricorso al Tribunale del Riesame. Un vero rischio
che viene tenuto in conto anche per quanto riguarda la Foodinho srl e Glovo.
Fare ricorso al tribunale del Riesame significa, se respinto, rischiare di
portare a casa un primo giudicato che peserebbe come un macigno.
PER IL PM IL CAPORALATO È NELL’ALGORITMO
E’ anche vero che la situazione di Glovo è molto diversa ad esempio dal
caporalato contestato sempre da Storari per i marchi del lusso e della moda. In
quella situazione i rimedi sono più semplici e immediati, basta tagliare la
filiera del subappalto o tenerla monitorata. Nell’ultima inchiesta che coinvolge
la società di delivery di Glovo, il caporalato e il regime di semi-schiavitù
ricostruito dalla Procura non è accidentale, ma quasi sostanziale all’esistenza
del sistema di delivery. E il motivo è legato all’ormai noto algoritmo
riconducibile al database dell’applicazione. E’ dunque proprio nel cuore del
modello organizzativo che secondo la Procura si annida l’ipotesi di caporalato.
Infatti, scrive il pm, “alla luce della sola struttura dei database analizzati,
l’applicazione risulta, come testualmente indicato nell’annotazione,
‘tecnicamente progettata per supportare un sistema di monitoraggio continuativo
dell’attività del rider‘, fondato sulla combinazione di collocazione geografica,
tracciamento temporale degli stati operativi, misurazione della disponibilità e
integrazione con i sistemi di compenso economico”. E dunque “la conclusione
complessiva è che l’architettura informatica dell’app rider risulta idonea a
supportare un monitoraggio continuativo e strutturato dell’attività lavorativa.
Tali risultanze risultano coerenti con le dichiarazioni dei lavoratori e
delineano un quadro nel quale la piattaforma organizza ab externo la prestazione
attraverso strumenti algoritmici e parametri di performance, configurando una
etero-organizzazione digitale della collaborazione”. A fronte della posizione
della Procura, ad alimentare i dubbi è il fatto che, a quanto risulta, la stessa
società Foodinho a partire dal 2020, cioè dalla prima indagine su Uber Italy,
avrebbe sempre rispettato tutti i protocolli e le direttive pubblicate sulla
tutela del lavoro. Per questo la scelta di una strategia non è facile, anche
perché il ricorso al Tribunale del Riesame va presentato entro i prossimi dieci
giorni.
L'articolo Glovo e l’inchiesta per caporalato, la società valuta il ricorso al
Riesame. Ma può essere un boomerang proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Enza Plotino
Questi sono i nostri figli. Ragazzi e ragazze che in questo odierno deserto di
opportunità, lavoro dignitoso e ascensore sociale funzionante, diventano i nuovi
schiavi, circuìti dalla politica tossica del governo che spaccia la precarietà
per modernità e lo sfruttamento per libertà digitale, spesso attraverso spot
discutibili. Un meccanismo ignobile in cui sono finiti, i nostri figli, ma anche
quegli immigrati che si vogliono delinquenti e disonesti ma che, al contrario,
con il loro lavoro di schiavi, con paghe “sotto la soglia di povertà”
contribuiscono alla consegna a domicilio di cibo e bevande ordinate per il
tramite di piattaforme ed applicazioni web.
A scoperchiare e fare luce su questo far west, la Procura di Milano ha posto
sotto controllo giudiziario Foodinho, società del gruppo Glovo –
nientepopodimeno che – per caporalato. Nella avveniristica Milano, quella delle
Olimpiadi per intenderci – ma purtroppo abbiamo sentore che succeda in tutta
Italia – secondo alcuni accertamenti ai rider, che in Italia sono circa 40mila,
sarebbero state corrisposte paghe “sotto la soglia di povertà” e dunque ci
sarebbe uno sfruttamento del lavoro. Il 75% dei ciclofattorini esaminati
risulterebbe sotto la soglia di povertà, con uno scostamento medio di circa
5.000 euro lordi all’anno.
Ma non è finita qui, perché facendo riferimento ai contratti collettivi
nazionali di lavoro, l’87,5% dei campioni sarebbe risultato sottopagato, con
scostamenti massimi sino a 12.000 euro l’anno. Calpestati vergognosamente i
diritti delle persone che, in tanta parte dei casi, sono anche nostri figli. La
punta di un iceberg sotto il quale cova la cenere tossica di un sistema di
retribuzioni inferiori dell’81% rispetto ai minimi contrattuali e in cui i rider
sono costretti a operare ben al di sotto della soglia di povertà. Si chiama
“caporalato algoritmico”: un mercato del lavoro affidato ad un sorvegliante
immateriale capace di imporre ritmi e sanzioni ai rider che non sono trattati da
lavoratori, ma da appendici organiche della logistica urbana. Una aberrazione in
linea con la deregolamentazione e della politica pro-business preminente del
governo e della Meloni la quale, quindi, non ha speso parola alcuna di condanna
per questa condizione di schiavitù lavorativa deflagrata a Milano.
E’ troppo difficile la situazione degli schiavi della Glovo per una premier che
passa le giornate a disquisire sui comici di Sanremo (non la città ma un
festival di canzoni), per non affrontare i problemi veri, drammatici, di cui i
rider sono la punta dell’iceberg. Il problema delle tutele non riguarda solo
chi, come i rider, sfreccia nelle città pagando il rischio d’impresa con la
propria incolumità fisica, ma coinvolge un sistema molto ampio e differenziato
che comprende il lavoro di cura, l’accudimento domestico, le nuove forme di
lavoro digitale, come il tagging di dati o le trascrizioni. Senza contare le
filiere della logistica. Parliamo di un ecosistema pervasivo abitato spesso da
lavoratori e lavoratrici straniere. Per loro il ricatto della cittadinanza si
salda tragicamente a quello dell’algoritmo.
Senza una riforma che leghi i diritti del lavoro a quelli della persona, ogni
protezione resterà parziale. Uscire da questa zona grigia, che sempre più
coinvolge anche i nostri figli, significa superare definitivamente il vulnus tra
lavoro autonomo e subordinato sul quale specula il capitalismo delle
piattaforme. Dobbiamo essere in grado di dare ai nostri giovani protezione
universale, salario minimo, infortuni, malattia, ferie, vincolando le
multinazionali al rispetto della dignità umana a prescindere dalla
qualificazione contrattuale. Un passo avanti indispensabile per continuare a
dirci Paese civile.
In questa prospettiva, il controllo giudiziario della Procura di Milano potrebbe
diventare il primo passo per sottrarre la vita dei lavoratori alla tirannia di
un codice proprietario. Ma Meloni questa zona grigia del Paese la ignora anzi,
la benedice… e si diletta in comici e canzonette.
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L'articolo Caporalato algoritmico, paghe sotto la soglia di povertà per i rider
ma Meloni pensa a Sanremo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sulla carta sono lavoratori autonomi, a partita Iva o in regime di ritenuta
d’acconto. Nei fatti passano tra le 10 e le 12 ore al giorno collegati all’app
della piattaforma per cui lavorano in attesa della chiamata per una consegna. Di
consegne, con la bici comprata a loro spese, ne fanno a volte fino a trenta, con
un compenso base di 2,50 euro. Il tutto per sei o sette giorni a settimana,
percorrendo anche 60 km su e giù per la città. A fine mese il guadagno netto si
ferma in media a meno di 900 euro al mese, calcola la procura di Milano nel
decreto con cui il pm Paolo Storari ha messo sotto controllo giudiziario
Foodinho, società di delivery del colosso spagnolo Glovo, con l’accusa di
caporalato. Il 75% dei ciclofattorini sentiti dai carabinieri del Nucleo
Ispettorato del Lavoro è ben sotto la soglia di povertà. Qualcuno di oltre il
70%. E dalle loro testimonianze emerge come siano stati costretti ad accettare
quelle condizioni perché non hanno alternative: uno stato di bisogno su cui,
secondo la Procura, l’azienda ha fatto leva per sfruttarli. Numerosissimi
lavoratori, conclude il pm Paolo Storari, “percepiscono retribuzioni
“sproporzionate rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato perpetrato”
e in palese difformità da quanto stabilito dalla contrattazione collettiva”. Una
“situazione di illegalità che è indispensabile far cessare al più presto”
attraverso il controllo giudiziario affidato al commercialista Andrea Adriano
Romanò, incaricato di regolarizzare i lavoratori e controllare il rispetto delle
norme.
“Ho bisogno di questo lavoro”, “non c’è altro”, “nessun altro mi ha chiamato”,
“non riesco a trovare altre opportunità”, “non avevo alternative”, è il refrain
di tutti i racconti raccolti a gennaio dagli investigatori. Ogni storia è lo
spaccato di vite in cui non c’è scelta. “Io e la mia compagna viviamo in una
stanza per cui pago 450 euro mensili in contanti: tolto l’affitto, rimaniamo con
circa 400 euro per vivere. Lei è stata operata al cuore e non riesce a svolgere
attività lavorativa”, racconta Stefan (riporteremo solo i nomi di battesimo,
ndr), uno dei pochi a utilizzare una bici non elettrica, che guadagna 800-900
euro al mese e quando possibile aiuta la madre rimasta in Bulgaria. Faruk lavora
12-13 ore consecutive al giorno: altrimenti non arriverebbe ai 1.500 euro al
mese che gli consentono di mantenere moglie e figlia di 6 mesi e mandare
qualcosa alla madre in Ghana. “Ho provato a cambiare ma non ci sono mai
riuscito, sono costretto a fare questo per sopravvivere e mandare soldi in
Pakistan”, dice invece Rashif, che lavora sette giorni su sette “pur di
guadagnare il giusto”. “Abbiamo anche scioperato“, ricorda, “ma non c’è stato
alcun miglioramento“.
Qualcuno, come Ihsan, è costretto a lavorare anche per Deliveroo: altrimenti non
guadagnerebbe abbastanza per sopravvivere e, nel suo caso, pagare 200 euro di
affitto per una casa condivisa con altri tre rider e inviare 300 euro al mese
alla madre in Pakistan. Doppio lavoro anche per Muhammad, attivo dalle 10 alle
22 tutti i giorni pur di riuscire a mettere da parte 800 euro che vanno alla
moglie e ai quattro figli rimasti in patria. Vorrebbe fare altro, ma non ci
riesce perché ha 44 anni e “le aziende preferiscono assumere i giovani”, spiega.
Non sta meglio Zaheer, che dichiara di portare a casa circa 1.500 euro lordi ma
paga 250 euro al mese per un posto letto in un appartamento con altri otto
connazionali e manda 1.000 euro al mese alla moglie, rimasta in Pakistan con due
bambini. Anche Anees ha moglie e figlia di un anno in Pakistan e non chiede
altro che una paga più alta visto che “quotidianamente siamo esposti al freddo,
alla pioggia” – d’estate al caldo soffocante – “e questo rende molto faticoso il
lavoro”. Da molti racconti emerge poi la mancanza di alternative percepita da
chi è in attesa di rinnovo del permesso di soggiorno e dunque non può far altro
che accettare condizioni durissime. Seye vive a Castellanza, 35 km da Milano,
per cui spende 200 euro al mese di treno. Altri 300 se ne vanno in affitto e
altrettanto lo spedisce alla famiglia in Nigeria. Per mangiare e qualsiasi altra
necessità gli restano “circa 100 euro al mese”. Come tutti gli altri, non riesce
a metter via nulla: nonostante le tante ore di lavoro, la stanchezza e lo
stress, i soldi bastano a malapena a sopravvivere fino a fine mese.
Abdul in poche parole fa cadere il velo sul cosiddetto “free login“, il nuovo
sistema lanciato a maggio da Glovo che elimina la prenotazione dei turni: molti
hanno notato come sembrasse un tentativo di bypassare le sentenze e continuare a
inquadrare i fattorini come lavoratori autonomi. In agosto il tribunale di
Milano ha visto il bluff: i rider devono comunque scaricare un programma,
ricevono istruzioni dal sistema e vengono geolocalizzati, “nel contesto di
criteri di gestione della consegna e conduzione delle varie fasi dell’attività
declinati dalla società committente”. Ergo, a loro va comunque applicata la
disciplina del lavoro subordinato come previsto dal decreto legislativo 81/2015,
uno dei decreti attuativi del Jobs Act, come modificato nel 2019 dal governo
Conte. Chi ha vissuto sulla sua pelle il prima e il dopo spiega però le
conseguenze pratiche: “Le condizioni lavorative sono peggiorate“, dice Abdul, e
“la nuova versione non permette di vedere lo storico delle consegne effettuate,
non sono neanche scritte in fattura. La retribuzione, quindi, va a fiducia, non
potendola confrontare col lavoro svolto”. Anche Dabore ha visto i guadagni
calare e per qualche mese ha cercato di compensare lavorando per una società di
logistica. Ma, scaduto il contratto, l’hanno lasciato a casa.
Sempre a conferma della subordinazione di fatto, Chowdhury testimonia di essere
“sempre geolocalizzato da Glovo”: “se faccio ritardo chiama al telefono per
chiedermi di accelerare la consegna”. Lo stesso raccontano agli investigatori
Ahmed, Muhammad e Anjam. Tutte ricostruzioni che evidenziano un lavoro
“integralmente governato dall’app“, con organizzazione “unilaterale” e
“controllo continuo sulle prestazioni”. Il pm Storari parla di un “monitoraggio
continuo e una gestione algoritmica della prestazione”. Peccato che, come
ricorda Obijiaku sottolineando di sentirsi “un numero” per la piattaforma,
eventuali spese impreviste come il furto della bicicletta siano interamente a
carico del lavoratore, che non ha alcuna tutela. A Emmanuel hanno rubato la
batteria della bici: ha dovuto ricomprarsela, pagando 800 euro. “Non mi piace
come veniamo trattati”, commenta. “Non siamo pagati se siamo malati e il nostro
lavoro non viene in alcun modo valutato”. Poi ripete lo stesso concetto di
Obijiaku: “Per loro siamo numeri”. Chi si infortuna, come Zaheer che ha avuto un
incidente durante una consegna, continua a lavorare nonostante i dolori.
“Gli accertamenti compiuti danno atto di una situazione di vero e proprio
sfruttamento lavorativo, perpetrato da anni ai danni di numerosissimi
lavoratori”, scrive Storari, disponendo il controllo giudiziario. Premessa del
provvedimento è che “spesso le situazione di illiceità che maturano all’interno
delle imprese non sono il frutto di iniziative di carattere individuale, né
possono comprendersi facendo riferimento in via esclusiva a “personalità
perverse di singole persone””: non si può quindi “pensare che il problema possa
essere risolto solo rimuovendo le figure apicali della società, senza nulla
mutare del sistema organizzativo”. Di qui la scelta del commissariamento
“finalizzata ad affrancare l’impresa da relazioni patologiche che la stessa si è
trovata ad instaurare”.
Nel maggio 2020, un’indagine dello stesso Storari aveva portato al
commissariamento per caporalato della filiale italiana di Uber, che all’epoca
effettuava anche servizi di food delivery. Un’ex manager ha patteggiato nel
febbraio 2025.
L'articolo Le vite “senza alternativa” dei rider di Glovo: “In media 900 euro al
mese per 12 ore al giorno di consegne. Ma dobbiamo sopravvivere e mandare soldi
a casa” proviene da Il Fatto Quotidiano.