di Michele Agagliate
L’Europa pesa oggi poco più del 7% della popolazione mondiale. L’Africa supera
il miliardo e mezzo di abitanti e registra ogni anno un saldo naturale superiore
ai 35 milioni di persone. È uno squilibrio strutturale tra un continente giovane
e uno che invecchia rapidamente.
In Italia l’età media continua ad aumentare, le nascite diminuiscono e sempre
più comparti produttivi lamentano una cronica mancanza di lavoratori. È in
questo scenario che si inserisce il dibattito sull’immigrazione: un confronto
che da anni rimbalza tra allarmismi continui e slogan rassicuranti, ma che
raramente entra davvero nel merito della questione economica.
Non si tratta di fingere che i flussi non esistano, né di agitarli come un
pericolo permanente. La questione vera è un’altra: capire quale modello
economico li renda non un’eccezione, ma un ingranaggio strutturale del sistema
produttivo.
L’Africa non è un continente “povero” in senso naturale. È ricchissima di
risorse strategiche. Eppure, nel corso degli ultimi decenni, ogni tentativo di
costruire modelli di sviluppo realmente autonomi si è scontrato con equilibri
internazionali complessi. Figure come Thomas Sankara o, in altro contesto,
Muammar Gheddafi hanno rappresentato — con tutte le differenze del caso —
tentativi di affrancamento politico ed economico che si sono conclusi in colpi
di Stato o conflitti armati maturati dentro scenari geopolitici dove gli
interessi esterni hanno avuto un peso rilevante.
Il risultato storico è sotto gli occhi di tutti: esportazione di materie prime,
dipendenza finanziaria, trasformazione limitata delle risorse sul territorio. In
questo quadro le migrazioni sono solo una diretta conseguenza.
Tornando all’Italia, il paradosso è evidente. Il nostro è un sistema che in
molti comparti compete comprimendo il costo del lavoro: agricoltura intensiva,
logistica, edilizia, servizi a bassa qualificazione. In queste filiere la
presenza di manodopera straniera, spesso in condizioni contrattuali fragili o
irregolari, è un fattore di equilibrio del sistema.
Un governo che si definisce sovranista e promette difesa dei confini continua ad
approvare quote di ingresso significative e opera dentro un impianto economico
liberista che non mette realmente in discussione il dumping salariale. La
retorica è identitaria; la struttura resta di mercato.
L’immigrazione irregolare non riguarda soltanto la sicurezza e l’ordine
pubblico, ma è anche il risultato di un sistema economico che trova conveniente
una forza lavoro ricattabile e fragile. Finché il nostro modello produttivo
continuerà a reggersi su salari compressi e flessibilità spinta, la richiesta di
manodopera a basso costo non svanirà con una legge.
La demografia fotografa dinamiche di lungo periodo, l’economia invece orienta
gli incentivi nel presente. Se non si mette mano a quest’ultima, la prima
continuerà a essere evocata come giustificazione retorica, buona per il
dibattito ma inutile per cambiare davvero le cose.
Un sovranismo che non mette in discussione il liberismo resta una posizione di
facciata. Se non si interviene sulle logiche di mercato e sulla struttura dei
salari, le dinamiche economiche continueranno a produrre gli stessi effetti, al
di là delle dichiarazioni politiche.
L'articolo L’immigrazione è strutturale per la nostra economia: paradosso
evidente con un governo sovranista proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Invecchiamento della Popolazione
Il titolo della campagna recita “Ricordati di stare bene”, e verrebbe quasi
voglia di rispondere “Sì, mo’ me lo segno”, o forse così piacerebbe agli autori
e promotori. Purtroppo non è così automatico. La faccenda è parecchio più
complicata. Il target sarebbe costituito dalle persone over 65 e fragili,
l’obiettivo è di ridurre i rischi della frequentissima scarsa osservanza delle
prescrizioni mediche per cui le terapie possono essere vanificate.
Il problema non è da poco, visto che l’impatto economico della mancata aderenza
alle prescrizioni mediche in Italia è stimato in circa due miliardi di euro.
Tanto per fare un esempio, il Rapporto OsMed 2023 dell’AIFA, avverte che
soltanto il 50% dei pazienti con malattie cardiovascolari segue correttamente le
cure, e questo ha ricadute pesanti in termini di costi per il sistema sanitario,
oltre a generare gravi conseguenze sulla qualità della vita dei pazienti e delle
loro famiglie.
La campagna è stata lanciata da HappyAgeing – Alleanza Italiana per
l’Invecchiamento Attivo del Gruppo Servier, e Federsanità – Confederazione delle
Federsanità, e ANCI Regionali, a cui si sono via via aggregate realtà
associative e professionali come ASSOFARM, Federfarma, Rete Città Sane – OMS,
FAP ACLI, FNP CISL, SPI CGIL e UILP UIL. Insomma una bella ammucchiata di sigle
per tentare di risolvere, tutti insieme, un problema cui il Ministero della
Salute fin qui non è stato in grado di rispondere.
Qualcuno deve anche aver capito che non basta la pubblicità a “educare” il
pubblico, e quindi la campagna prosegue con un coinvolgimento attivo dei comuni
italiani in una “competizione” a chi escogiterà e metterà in atto le migliori
pratiche per l’educazione dei cittadini. Con questo, si vorrebbe collegare in un
unico circuito virtuoso Comuni, ASL, farmacie, medici di base, operatori
sanitari, famiglie e caregiver affinché la consapevolezza diventi prassi
quotidiana. Speriamo bene.
Per carità, non è il momento di criticare le poche iniziative sane messe in atto
dal basso per colmare il vuoto in materia lasciato dal Ministero della Salute,
vuoto soprattutto di idee. Ma qualche osservazione su come è stata eseguita la
comunicazione vale la pena di farla. Uno legge distrattamente solo il titolo e
gli viene di pensare al peggio e a chiedersi “Ma perché mi dici ciò?”. Poi
cominciano i retropensieri maligni di andreottiana memoria, per cui è fortissima
la tentazione di spiegarsi quel “Ricordati di stare bene” facendolo continuare
mentalmente con un sottotesto tipo “… perché abbiamo distrutto il Sistema
Sanitario Nazionale e non siamo più in grado di fornirti assistenza (e nemmeno
ne abbiamo più voglia). Auguri”.
A quel punto, non è affatto scontato che chi sta leggendo faccia caso anche al
visual lì vicino che, a sua volta, non basta a far capire il titolo: c’è una
grossa pasticca che esce di scatto da un orologio a cucù, come per dire “È ora
di prendere le medicine”. Più probabilmente il lettore lo scanserà perché per
decodificare e ricomporre il significato complessivo della campagna gli viene
chiesto di ragionarci sopra. Troppa fatica. Fortuna che c’è una baseline che
chiarisce tutto: “Segui la terapia. Proteggi la tua salute. Ogni giorno“. Ma i
“pezzi”, messi così, appaiono scollegati fra loro. Meglio sarebbe stato perfino
invertire il copy mettendo in alto come titolo la baseline, e in basso la
headline, così tra l’altro l’attuale titolo suonerebbe più empatico e meno
minaccioso.
Perché anche un messaggio, quando è rivolto a tutti, proprio tutti, ha bisogno
di cura.
L'articolo “Ricordati di stare bene”, pure la campagna HappyAgeing per la salute
va curata proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Non sono mai stata autorizzata. Neanche la sera in cui stava per morire.
Cacciata come una criminale. Cacciata come una bandita per una settimana. E
perfino in punto di morte”. Monica Raucci è molto amareggiata. Sua nonna Maria è
morta all’età di 100 anni nella notte tra il 15 e il 16 dicembre scorso in una
stanza dell’Aurelia Hospital, struttura ospedaliera romana privata accreditata
con il Servizio sanitario regionale. La signora si era rotta il femore ed era
ricoverata presso la clinica romana dall’8 dicembre. La nipote, in quanto
caregiver della nonna che era al 100% non autosufficiente ai sensi della legge
104 del 1992, denuncia di aver chiesto più volte alla struttura di poter
assistere la nonna anche al di fuori degli orari di visita, appellandosi al dpcm
del 2 marzo 2021 che prevedeva il libero accesso anche nelle zone di degenza
degli accompagnatori dei pazienti “in possesso del riconoscimento di disabilità
con connotazione di gravità ai sensi dell’art. 3, comma 3, della legge 5
febbraio 1992, n. 104”, seppure “nel rispetto delle indicazioni del direttore
sanitario della struttura”. Concetto per altro ribadito all’articolo 2 della
successiva legge 87 dello stesso anno, secondo il quale ai caregiver dei
disabili certificati “è sempre consentito prestare assistenza, anche nel reparto
di degenza, nel rispetto delle indicazioni del direttore sanitario della
struttura”.
Raucci dice di aver fatto più volte la debita richiesta, senza successo, al
personale del reparto di ortopedia in cui era ricoverata la nonna, che le ha
risposto negandole il permesso in quanto non autorizzata dalla direzione
sanitaria. E così il giorno 11 di dicembre ha chiamato la direzione sanitaria al
telefono. “Spiego, mi dicono che parlano con il direttore e mi richiamano,
nulla. La stessa mattina vado di persona, stessa storia”, racconta esibendo il
registro delle chiamate del suo cellulare. La domenica 14 dicembre, poi, scrive
una pec alla direzione dell’ospedale. “Ho chiesto due volte a voi sia
telefonicamente che recandomi in presenza di autorizzarmi ad avere accesso al
reparto fuori dall’orario delle visite, con tempistica e modalità concordate con
voi (come previsto dal DPCM del 2 marzo 2021), per assistere fisicamente ed
emotivamente mia nonna, molto provata, trattandosi di una paziente fragile e
chiaramente a detta dei medici stessi critica – si legge nella lettera -.Nessuno
di voi mi ha mai dato una risposta, ma dal reparto mi è arrivato il diniego.
Vorrei sapere la motivazione”, chiede, non aspettandosi una risposta prima
dell’indomani.
Il giorno dopo, però, gli eventi precipitano. “Quel pomeriggio ci hanno chiamato
verso le 17 perché aveva avuto una crisi respiratoria improvvisa (“abbiamo
dovuto chiamare il rianimatore“) alle 17.30 eravamo lì, stava in condizioni
pietose, maschera ossigeno (mai avuta prima), l’orario di visita normale era
18-18.45 e alle 18.45 ci hanno mandato via. Ho supplicato caposala e medico di
turno di poter restare vista la gravità, ma nulla. Risposta: domani chiedete una
singola”. Ma per la signora Maria non c’è stato un domani: risulta deceduta alle
6.15 del mattino dopo.
“Io sono stata trattata da criminale e mia nonna senza dignità – commenta Raucci
– Mi auguro non accada più a nessuno, lì o in qualsiasi altro ospedale, mi
interessa solo questo…Pazienti così gravi, che stanno per morire senza neanche
la possibilità di una carezza”. In effetti generalmente negli ospedali la prassi
è che, in questi casi, venga fatta una domanda formale alla direzione sanitaria
e vengano fornite le indicazioni e/o le spiegazioni del caso. Ovviamente in
forma scritta e secondo parametri uguali per tutti. Senza spazio per le
ambiguità e nel rispetto della normativa.
Aurelia Hospital, interpellata in merito, mette le mani avanti e si dice
innanzitutto “fortemente amareggiata per essere accusata di comportamenti contra
legem, che non trovano alcun riscontro nei fatti”. Poi cita la norma: “È proprio
la disposizione di legge menzionata a richiamare esplicitamente ‘il rispetto
delle indicazioni sanitarie della struttura nel definire modalità di accesso
agli accompagnatori di persone disabili e non autosufficienti’, che deve essere
necessariamente limitato e regolamentato nell’interesse di tutti i pazienti
ricoverati nel medesimo reparto”, sostiene la direzione della struttura che fa
capo al gruppo quotato Garofalo Health Care, replicando alle richieste di
chiarimento. La norma, tuttavia, parla di indicazioni della direzione sanitaria
da seguire a proposito delle modalità con cui prestare assistenza, cosa che di
suo sembra invece essere sempre permessa ai caregiver di persone non
autosufficienti.
Per Aurelia la questione non sta in questi termini: “Facendo riferimento al caso
specifico indicato, sottolineiamo che nella stessa stanza della Sig.ra Maria,
era ricoverata all’epoca dei fatti un’altra paziente coetanea, anche lei
estremamente fragile e non autosufficiente. E che, nel medesimo periodo erano
presenti in reparto altri 7 pazienti con la stessa limitata autonomia e di età
avanzata, oltre che un paziente in isolamento da contatto per infezione. Tutto
ciò riteniamo sia sufficiente a descrivere la delicatezza del contesto e la
necessità di tutelare tutti i pazienti in egual misura”. Ma è solo una premessa.
Perché poi la struttura esibisce una mail inviata alla signora Raucci a
mezzogiorno del 15 dicembre in risposta alla pec ricevuta il giorno prima.
“Sottolineiamo, affinché la notizia venga data correttamente, nell’interesse di
entrambe le parti, che non corrisponde assolutamente al vero, che la nipote
della Signora non abbia mai avuto risposta alla pec inviata alla direzione
sanitaria, che, infatti, ha risposto con email (qui di seguito riportata),
confermando alla Sig.ra Raucci (dichiaratasi nipote e caregiver della Sig.ra)
l’autorizzazione, che le era già stata data dalla caposala e non le è stata mai
negata, a rimanere in reparto oltre l’orario ordinario di visita, seppure con le
necessarie limitazioni che le sono state indicate”, scrivono.
La mail ordinaria però non può aver raggiunto la casella Pec della signora
Raucci per motivi tecnici e anzi dovrebbe essere tornata indietro al mittente.
Ma nessuno se n’è accorto. Il fatto poi che alla nipote della signora Maria il
giorno dello scambio epistolare mancato non sia stato permesso di trattenersi
oltre l’orario di visita, sembra confermato anche dalle dichiarazioni della
stessa struttura: “Per quanto riguarda il decesso della signora, la nipote era
stata opportunamente allertata dalla struttura sul peggioramento dello stato di
salute della nonna nel primo pomeriggio del 15 dicembre, ma non potendo
prevederne il decesso, che difatti è avvenuto alle 6.15 del mattino del 16
dicembre, sarebbe stato impossibile consentire una permanenza notturna, peraltro
in una stanza condivisa”, concludono. Considerati i normali orari di un
ospedale, tra il termine della visita alle 18.45 e la notte c’è ben poco spazio
per trattenersi oltre.
“Nella speranza di aver fatto chiarezza e porgendo nuovamente ai familiari della
Sig.ra le condoglianze da parte della struttura, desideriamo ribadire la
professionalità e l’impegno costante di tutto il personale medico ed
infermieristico di Aurelia Hospital”, è la formula finale. A richiesta di
ulteriori chiarimenti alla luce delle incongruenze rilevate, la direzione della
struttura ha poi ribadito “che ai familiari della Sig.ra è stata accordata, dal
primario e responsabili di reparto, la possibilità di trattenersi anche oltre il
normale orario di visita – come suo diritto, ma nel rispetto delle necessarie
limitazioni che le sono state indicate – e di tale possibilità ha, in modo
dimostrabile, effettivamente usufruito”. Ma non è stato possibile avere alcun
chiarimento sulla tipologia delle “necessarie limitazioni” e delle indicazioni
che la struttura sostiene di aver dato alla signora per poter assistere la nonna
anche dopo l’orario di visita, nonché delle possibilità di visita cui la signora
Raucci avrebbe usufruito “in modo dimostrabile”.
Hai avuto un parente disabile grave ricoverato in ospedale e non hai potuto
assisterlo? Scrivi la tua testimonianza a redazioneweb@ilfattoquotidiano.it
L'articolo La denuncia: “Io caregiver di mia nonna centenaria cacciata
dall’ospedale come una criminale e lei è morta sola senza dignità” proviene da
Il Fatto Quotidiano.
I cento milioni di euro l’anno per l’Alzheimer stanziati in Finanziaria non
bastano per le Rsa lombarde. E così le strutture tornano alla carica sulla
questione delle rette degli anziani non autosufficienti gravissimi. A sostenerle
il Patto per la non autosufficienza, già promotore della discussa riforma
sull’assistenza agli anziani. Insieme hanno bussato alla porta della Conferenza
delle regioni con una nuova proposta emendativa della normativa di settore,
puntando a fermare le azioni giudiziarie dei malati che rientrano nella
casistica eccezionale di chi avrebbe diritto a una copertura totale della spesa
da parte del Servizio sanitario regionale. Così le strutture cercano la sponda
di chi dovrebbe pagare il conto, che è anche il soggetto che vigila sulla tutela
del malato, rilascia gli accreditamenti, stabilisce le tariffe e chiude pure un
occhio davanti alla ben più ampia casistica ordinaria dei pazienti che vedono
sistematicamente calpestato il proprio diritto di pagare solo metà retta della
Rsa. Il tutto in nome della tenuta di un sistema che dovrebbe essere al servizio
delle famiglie.
La rete dei gestori di Rsa è fatta di molti enti no profit, ma anche di grossi
gruppi del profit tra i quali il campione italiano Anni Azzurri che i figli di
Carlo De Benedetti hanno ribattezzato Kos, come l’isola greca del padre della
medicina. La questione è sempre più spinosa e l’aria, soprattutto in Lombardia,
è molto tesa sull’argomento. Non a caso è stato proprio l’ente governato da
Attilio Fontana, con Guido Bertolaso al Welfare, ad aver appoggiato, nei giorni
scorsi, l’approdo della proposta del Patto sul tavolo della Commissione Salute
della Conferenza delle Regioni.
IL CASO ESPLOSIVO DELLE RETTE ALZHEIMER – Ma di cosa parliamo esattamente? Del
caso delle cosiddette “rette Alzheimer” delle Rsa, che tiene banco da mesi,
seminando caos e luoghi comuni. Ma anche tentativi quasi pirateschi di attività
legislativa infilata alla chetichella in disegni di legge che riguardano altro.
La spinosa questione riguarda i più gravi di tutti gli over 65enni malati
cronici lungodegenti che sono ricoverati nelle residenze sanitarie
assistenziali. Quelli per i quali, indipendentemente dalla patologia, le cure
sanitarie sono strettamente connesse a quelle socio-assistenziali, tanto da
essere indistinguibili. Parliamo di servizi come la nutrizione del paziente con
il sondino, la mobilizzazione di malati neurologicamente compromessi o l’igiene
di persone allettate con piaghe. In questi casi come si fa a capire dove finisce
il sanitario e inizia il socio-assistenziale? Il costo del ricovero dipende
dalla risposta, visto che il sanitario è in capo alle Regioni e il sociale alle
famiglie e ai Comuni. Così i livelli essenziali di assistenza nella non
autosufficienza prevedono delle spartizioni forfettarie dei costi, non una
separazione tra socio e sanitario voce per voce. E per tutti gli anziani
lungodegenti non autosufficienti la retta viene per legge divisa a metà tra il
Servizio sanitario e il paziente (o il Comune, quando il malato non ce la fa).
In alcuni casi specifici, nei quali la gravità è tale che tutte le prestazioni
svolte sono nella sostanza sanitarie, la quota a carico del paziente si azzera.
Succede però che in molte Regioni, a partire dalla Lombardia, non venga
rispettata neanche la soglia di compartecipazione al 50% e le famiglie si
trovino a pagare più della metà della retta che sarebbe dovuta o addirittura la
retta intera. Figuriamoci quello che succede nei casi in cui non sarebbe dovuto
niente.
IN TRIBUNALE ANCHE REGIONI CONTRO COMUNI E NON SOLO ALZHEIMER – È da questa
situazione, resa ancora più complicata dagli anni del Covid, dai blocchi delle
tariffe operati dalle Regioni e dall’inflazione galoppante che ha messo ko le
famiglie, che sono nati i contenziosi più disparati: Rsa contro i pazienti, ma
anche Ats contro Asl e Asl e Ats contro i Comuni. Botte da orbi, insomma, con
attori che fanno parte del sistema che si sono trovati schierati uno contro
l’altro e verdetti che sono spesso andati a favore dei pazienti e delle loro
famiglie. Molti i casi di Alzheimer, malattia che in alcune situazioni molto
specifiche secondo i giudici della Cassazione dà titolo alla copertura totale
delle spese della struttura di lungodegenza da parte dello Stato. Ma nelle
numerose sentenze, che ilfattoquotidiano.it ha potuto consultare, ci sono anche
diversi casi di disabili psichiatrici e altre tipologie di malati, tra i quali
perfino pazienti in coma. La cosa ha creato grande allarme tra i gestori delle
Rsa, soprattutto quelli lombardi che operano per conto della Regione con piena
delega e, anche qualora volessero farlo, faticano a rivalersi sull’ente
pubblico. Per dare un’idea delle grandezze in campo, secondo una recente
indagine a campione di Uneba Lombardia e dell’Osservatorio settoriale sulle Rsa
della Business school della Libera università di Castellanza, che è comunque
sostenuto dai gestori e dalle loro associazioni, in Lombardia una struttura su
tre ha a che fare con famiglie che sospendono i pagamenti o chiedono il rimborso
delle quote. In termini di posti letto si tratta di un 1% circa del campione di
utenza. Dal punto di vista economico le cause passate in giudicato negli ultimi
due anni hanno valori che vanno dalle poche migliaia di euro l’una a punte di
quasi centomila euro ciascuna. Nel solo 2024 Kos Care, la società del gruppo Kos
che contiene anche, ma non solo, la divisione Rsa e Rsd dei De Bendetti, ha
svalutato a bilancio 4,688 milioni di euro di crediti verso clienti, cioè soldi
che non verranno incassati. Di questi, non si sa quanti si riferiscano a rette
non pagate dalle famiglie: la società, che sempre a fine 2024 aveva in pancia
circa 7 milioni di crediti verso la clientela privata, interpellata in merito
non ha ritenuto opportuno chiarire il dato .
LA NUOVA PROPOSTA DI MODIFICA DELLA LEGGE – In questo contesto in Senato, la
scorsa primavera, per mano della leghista lombarda Maria Cristina Cantù, era
partita un’iniziativa per rendere separabili le spese per le prestazioni
sanitarie da quelle socio-assistenziali anche quando sono inscindibili. A
fermarla è stata la commissione Bilancio, ma le imprese del settore non hanno
gettato la spugna e sono tornate a fare pressione sulle Regioni perché
promuovano un’iniziativa legislativa che cambi le cose. Da qui la proposta del
Patto, lo stesso che è stato promotore della discussa riforma dell’assistenza
agli anziani e che riunisce praticamente tutte le associazioni di gestori di Rsa
e ospedali oltre a quelle dei datori di lavoro ospedaliero e assistenziale,
professionisti del settore, i sindacati dei pensionati, il forum tra le
compagnie assicurative e i consumatori e alcune associazioni intitolate alle
grandi patologie degli anziani. Secondo quanto si apprende il documento di 11
pagine datato 24 novembre 2025 e intitolato Le rette in strutture residenziali
per anziani. Cancellare le ingiustizie di oggi – Costruire un sistema equo per
domani, è stato visionato in Commissione nei giorni scorsi e in futuro ne sarà
approfondita la percorribilità da un punto di vista legislativo. Tra gli autori
c’è anche Antonio Monteleone, storico consulente per le relazioni istituzionali
del gruppo Kos e, in quanto tale, rappresentante lombardo di Agespi e di
Confcommercio Sanità e Salute, associazioni di gestori entrambe aderenti al
Patto.
Il documento, che parla di rette delle Rsa da 1.500-2.000 euro al mese, quando
la spesa a prezzo pieno si aggira sui 3.000-4.000 euro al mese oltre agli extra,
punta il dito contro le sentenze della Cassazione e, in particolare, contro
quelle che hanno avallato la gratuità per alcuni pazienti Alzheimer. A furia di
dare ragione ai pazienti, è il ragionamento che suona quasi minaccioso, molte
strutture potrebbero smettere di assistere i malati di Alzheimer. E poi,
prosegue il testo, se si azzerano le rette per gli Alzheimer si crea una
discriminazione con gli altri malati. Gli autori, tuttavia, trascurano il fatto
che la legge applicata per i pazienti Alzheimer riguarda il quadro sanitario e
la tipologia di prestazioni che servono al malato per “assicurare
all’interessato la doverosa tutela del diritto alla salute, in uno con la tutela
della sua dignità personale“, come si legge in diverse sentenze che
ilfattoquotidiano.it ha potuto consultare. E il criterio che viene applicato a
tutte le patologie. Ma il documento del Patto ha una risposta per tutto. Se
infatti si azzerassero le rette per tutti (sottinteso quelli che ne hanno
diritto), secondo il testo si creerebbe un’ingiustizia non tra malattie, bensì
tra ricchi e poveri. “Significherebbe impiegare risorse pubbliche per finanziare
la gratuità ai benestanti”, si legge nel documento che dimentica il diritto
universale alla salute. La proposta è quindi di intervenire “con urgenza” sulle
norme di legge modificando il decreto del 2017 sui Livelli essenziali di
assistenza, per stabilire che i pazienti con demenza hanno diritto a non più del
50% di rimborso della retta della Rsa da parte del Ssn. Questo emendamento viene
ritenuto “in grado di risolvere definitivamente il problema” delle strutture e
delle Asl alle prese con le rivendicazioni dei malati e delle loro famiglie. Ma
c’è di più, il Patto intende presentare anche “una proposta complessiva di
revisione della normativa sulla compartecipazione alla spesa nei servizi
residenziali, semi-residenziali e domiciliari rivolti agli anziani non
autosufficienti”, con il dichiarato obiettivo di “affrontare la decisiva
questione di come suddividere i costi della non autosufficienza tra attore
pubblico, individui e famiglie”. E così si propone un emendamento alla riforma
sull’assistenza agli anziani, la legge 33 del 2023 che viaggia da tempo su un
binario morto, perché il governo affronti il tema per decreto entro giugno 2026.
“ISTITUIRE UN’ASSICURAZIONE OBBLIGATORIA” – Monteleone ha parlato della proposta
in un recente convegno dell’Osservatorio sulle Rsa della Libera Università di
Castellanza, un centro di ricerca che associa diverse Rsa a partire da Kos e il
cui direttivo conta rappresentanti dell’ATS Insubria, dell’ATS Milano Città
Metropolitana, dell’ATS Brianza e dell’ATS Pavia. Nel suo intervento, il dottore
ha ammesso che secondo il sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, “la
copertura integrale della retta da parte del Ssn scatta solo quando le
prestazioni sociali sono in ‘nesso di strumentalità necessaria’ con quelle
sanitarie, ovvero sono inscindibili. ‘Tuttavia’, ha precisato il
sottosegretario, ‘la giurisprudenza ha chiarito che va esclusa la sussistenza di
qualsivoglia automatismo’. La valutazione, quindi, deve essere fatta caso per
caso”. Non solo. Secondo Monteleone “non solo la demenza, ma l’intero problema
della non autosufficienza va affrontato con un approccio di sanità pubblica.
Sono, infatti, gli anziani cronici e polipatologici a costituire la principale
utenza del sistema per la salute: quest’affermazione non è solo una percezione,
ma è un fenomeno strutturale e misurabile, che definisce ormai l’identità stessa
del Servizio Sanitario Nazionale”. Fin qui la teoria, secondo la quale, inoltre,
tentare un’azione legale collettiva di recupero crediti verso le famiglie e il
pubblico presenta “limitate probabilità di successo, in quanto le situazioni
concrete risultano spesso differenziate e difficilmente riconducibili a
fattispecie omogenee tali da giustificare un’azione comune”.
Poi però c’è la pratica. Tra le proposte operative nell’intervento del dottore
si parla di una assicurazione obbligatoria per la copertura base della Long Term
Care. “Non è solo una scelta di politica sociale lungimirante, ma un imperativo
morale ed economico per l’intera collettività. L’assistenza a lungo termine è un
costo ingente che, nella maggior parte dei casi, ricade interamente sulla
famiglia, diventando una delle principali cause di impoverimento e disgregazione
sociale. L’obbligatorietà di una copertura di base realizzerebbe i principi di
equità e solidarietà”, sostiene Monteleone. Il quale dimentica che, al netto
della valutazione poco universalistica della proposta, una polizza come quella
che suggerisce funziona come un piano di accumulo e non sarebbe conveniente per
chi ha compiuto più di 50 anni, dato che difficilmente ne potrebbe trarre
beneficio in tempo utile.
LE ASSOCIAZIONI: “DEFORMAZIONE DELLA REALTÀ. INIZIAMO A RISPETTARE I DIRITTI DEI
MALATI” – Lapidario, poi, il giudizio sulla proposta del Patto che arriva dalle
associazioni che tutelano i diritti dei malati riunite nel Csa- Coordinamento
sanità e assistenza tra associazioni che difendono i malati cronici non
autosufficienti. “Dopo il clamoroso flop della “sua” legge sulla non
autosufficienza (la 33 del 2023), scritta per “staccare” i malati cronici non
autosufficienti dalle tutele del Servizio sanitario, il Patto per un nuovo
welfare per la non autosufficienza racconta una realtà deformata sulle
cosiddette rette Alzheimer, coperte al 100% dal SSN”, commenta a
ilfattoquotidiano.it Andrea Ciattaglia. “A fronte di sentenze passate in
giudicato, fondate sui Livelli essenziali e su normative in vigore da più di 25
anni, il Patto parla di ‘vuoto normativo’ e di necessità di chiarire la
legislazione vigente. Non è così: le prestazioni ‘sociosanitarie ad elevata
integrazione sanitaria’, come sono definite dalle norme, non riguardano solo i
malati di Alzheimer e prevedono che il SSN copra per intero le spese di cura”.
Secondo Ciattaglia, poi, “gli allarmi per la ‘tenuta del sistema’ a fronte
dell’aumento della spesa non tengono conto che per i gestori dei servizi non
cambierebbe nulla: la retta sarebbe pagata dalla Sanità e non dall’utente, a
saldi invariati per il gestore. Poiché sono inseriti nei Lea, i ricoveri coperti
al 100% dalla sanità sono spese prioritarie del Servizio pubblico, come a più
riprese confermato dalla Corte costituzionale”. Non solo. “I coordinatori del
Patto ignorano, invece, il vero allarme del settore socio-sanitario che è la
mancata copertura da parte dell’SSN (Asl, Ats, Ulss…) delle quote sanitarie a
copertura del 50% della retta Rsa. In Lombardia crescono i ricoveri ‘in
solvenza’, pagati interamente dai malati e dalle loro famiglie. In alcuni
territori siamo alla vera e propria emergenza di sistema: SDA Bocconi ha
certificato che in Piemonte il 60% dei ricoverati nei 33mila posti Rsa pagano
per intero la retta, senza riconoscimento della quota sanitaria che hanno
chiesto e che è un loro diritto esigibile: sono a tutti gli effetti ‘clienti’ e
non ‘utenti’”.
L'articolo “Rette Alzheimer”, le Rsa tornano alla carica: in Conferenza delle
Regioni proposta di legge contro il diritto dei malati gravissimi a non pagare
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Da gennaio il governo cinese alzerà al 13% l’iva su preservativi e altri
contraccettivi e perseguirà l’obiettivo di ridurre a zero la spesa diretta per
il parto a carico delle cittadine e dei cittadini. Lo scopo di queste misure è
contrastare il calo delle nascite: il tasso di fertilità si aggira infatti
intorno all’1%, contro il 2,1% di soglia minima per il ricambio generazionale.
Nel 2022, le morti hanno superato le nascite, segnando l’inizio di un forte
invecchiamento demografico.
Lo scorso fine settimana si è tenuta una conferenza nazionale per presentare il
programma nazionale di assicurazione sanitaria, che verrà ampliato grazie al
nuovo piano. Per quanto riguarda la natalità, la Cina ha dichiarato di voler
migliorare la copertura per i controlli prenatali e favorire il sollievo dal
dolore del parto. Il problema, però, è che il calo di vendite dei profilattici
comporterà sicuramente un aumento delle gravidanze indesiderate e delle malattie
sessualmente trasmissibili.
Una notizia che colpisce se si guarda al passato recente. Nel 1979, infatti, la
Cina di Deng Xiaoping varò la famigerata politica che imponeva alle famiglie di
avere un solo figlio, punendo con sanzioni e discriminazioni chi violava questa
regola. Il divieto è stato abolito nel 2016, ma adesso la Cina di Xi Jinping
deve scontare le conseguenze di un controllo demografico così aggressivo,
trovandosi a pagare un costo altissimo per la crescita economica del Paese.
L'articolo Parti gratuiti e preservativi tassati: il piano della Cina contro il
calo delle nascite proviene da Il Fatto Quotidiano.
Chi l’avrebbe mai detto: il segreto per rallentare il tempo potrebbe nascondersi
nel cioccolato fondente. Non stiamo parlando della magia di Willy Wonka, ma di
una sostanza reale e scientificamente studiata, la teobromina, ora indicata come
una vera e propria arma nella battaglia contro l’invecchiamento.
La scoperta arriva dal King’s College di Londra e si deve a una ricerca
pubblicata sulla rivista Aging. Lo studio ha confrontato i livelli di teobromina
nel sangue con marcatori dell’età biologica ossia quei segnali che ci dicono
quanto il nostro organismo appare giovane o maturo rispetto agli anni vissuti.
Il risultato? Livelli più alti di teobromina corrispondono a un’età biologica
inferiore a quella anagrafica. In altre parole, il cioccolato fondente potrebbe
aiutare a mantenersi “giovani dentro”, almeno a livello cellulare.
La ricerca ha coinvolto due gruppi di europei, rispettivamente di 509 e 1.160
persone, e ha evidenziato un legame significativo tra questo componente del
cioccolato e la possibilità di rallentare il tempo. Jordana Bell, docente di
Epigenomica al King’s College e autrice senior dello studio, mette le mani
avanti: “Non stiamo dicendo che le persone dovrebbero mangiare più cioccolato
fondente. Questa ricerca serve soprattutto a capire come alimenti di uso
quotidiano possano contenere indizi preziosi per una vita più sana e lunga”.
Ma come si è arrivati a questa conclusione? I ricercatori hanno analizzato sia i
cambiamenti chimici nel Dna sia la lunghezza dei telomeri, le strutture
protettive alle estremità dei cromosomi che si accorciano naturalmente con il
tempo. L’associazione con la teobromina è emersa chiara: più teobromina in
circolo, più telomeri lunghi e più giovane l’età biologica.
Curiosamente, la teobromina era già nota per ridurre il rischio di malattie
cardiache, ma il suo ruolo nell’invecchiamento è una novità entusiasmante. “È
una scoperta che ci emoziona – afferma il genetista Ramy Saad, sempre del King’s
College – e potrebbe aprire la strada a importanti sviluppi nella comprensione
del processo di invecchiamento”.
Piccolo avvertimento ai golosi: non basta abbuffarsi di tavolette di cioccolato
fondente per ottenere benefici. Lo zucchero e i grassi presenti nel cioccolato
potrebbero annullare gli effetti positivi della teobromina. Tuttavia, la ricerca
sottolinea un concetto più generale e affascinante: anche gli alimenti che
consumiamo ogni giorno potrebbero nascondere molecole capaci di influenzare la
nostra salute e, forse, il nostro tempo biologico.
Lo studio
L'articolo Il cioccolato fondente aiuta a mantenersi giovani. Lo studio del
King’s College sulla teobromina proviene da Il Fatto Quotidiano.
Fare uscire gli anziani malati cronici dal Servizio sanitario nazionale? In
Veneto non siamo molto lontani a sentire i dati snocciolati dalla consigliera
regionale Anna Maria Bigon (Pd), che è anche vicepresidente della Commissione
Sanità. Le case di riposo venete, spiega, sono ormai “dei piccoli ospedali”,
solo che non sono attrezzate per esserlo e non hanno il personale adatto. E a
differenza degli ospedali, le rette sono a carico delle famiglie.
“I posti nelle case di riposo sono sempre più insufficienti: a fronte di una
lista d’attesa di 10mila persone, ci sono 32.983 posti letto, l’84% dei quali è
parzialmente coperto da un’impegnativa regionale che versa 52 euro al giorno a
persona (57 per chi soffre di malattie neurodegenerative)”. Quindi più di 5mila
famiglie pagano la retta intera, mentre quasi 28mila ne pagano circa la metà e
altri 10.000 sono fuori dalla porta in coda. “Basterebbero 46 milioni di euro
per arrivare a coprire il 90% almeno delle impegnative e circa 60-70 milioni per
arrivare a totale copertura”, calcola Bigon che è in corsa per le regionali
venete che sono alle porte.
Ma il punto che solleva non è tanto, o soltanto, questo. Il punto è che nel 2019
il Veneto ha stabilito di chiudere i reparti ospedalieri di lungodegenza.
Avrebbe dovuto rimpiazzarli con 70 ospedali di comunità, ma a oggi non ne ha
realizzati più di 35. E nel frattempo i pazienti delle lungodegenze sono passati
alle case di riposo, occupando quasi tutti i posti disponibili. “Adesso le
schede di valutazione multidisciplinari che vengono fatte per l’accesso alle
case di riposo, le svama, hanno punteggi sempre più alti… in pratica per entrare
devi essere gravissimo, qualche anno fa si entrava con una valutazione più
bassa. Quindi entrano quelli più gravi, ma non è che gli altri che stanno fuori
hanno meno urgenza – spiega – Fino al 2019 avevamo i reparti sanitari di
lungodegenza dove venivano accolte le persone con tante patologie come accade
adesso nelle case di riposo”.
Ovviamente essendo un ospedale, non c’era una retta da pagare. Così come non ci
sarebbe stata se fosse andata a buon fine la sostituzione con gli ospedali di
comunità. Anche se in questo caso c’è una questione di sostanza: le lungodegenze
ospedaliere sono reparti che accolgono malati acuti, gli ospedali di comunità
invece sono strutture che nascono sul territorio per i malati di media
intensità, sono strutture a metà strada tra l’ospedale per acuti e la casa. E
comunque non ne sono stati realizzati abbastanza. “Così le famiglie non hanno
più avuto pari servizio e si sono rivolte alle case riposo”, sintetizza Bigon.
Possiamo dire che la sanità veneta ha risparmiato sulla spesa per gli anziani
malati cronici, spostandoli di fatto e al di là delle intenzioni, dai reparti
sanitari di lungodegenza alle case di riposo che invece sono strutture
socioassistenziali? “Sì, in buona parte sì. Non sono tutti anziani, parliamo di
non autosufficienza, ma la maggior parte è anziana. Non necessariamente perché
lo voglio, ma è il provvedimento stesso che di fatto rende necessario
l’inserimento del malato in casa di riposo nel momento in cui chiudo i reparti
di lungodegenza, che sono un costo completamente a carico del fondo sanitario”.
I reparti ospedalieri di lungodegenza sono quelli nei quali vengono ricoverati i
malati che hanno bisogno di più tempo di cura, si può arrivare anche a due o tre
mesi, una novantina di giorni. I pazienti più ricorrenti sono gli anziani con
diverse patologie, gli stessi che nelle case di riposo del Veneto hanno una
degenza media di 217 giorni.
L'articolo “Le Rsa venete sono piccoli ospedali a pagamento”. Dopo il taglio dei
reparti ospedalieri per i ricoveri lunghi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Secondo le stime di un’analisi condotta da Facile.it, che ha esaminato un
campione di oltre 5 milioni di preventivi RC auto, sarebbero quasi un milione
gli automobilisti italiani con più di 80 anni ancora al volante.
Nonostante l’enorme esperienza accumulata alla guida, per la fascia di
automobilisti over 80 (come ad esempio quello nella foto di apertura, di Jelena
Stanojkovic) l’anagrafe pesa in modo significativo sulle tariffe assicurative,
visto che le compagnie tendono a tenere in considerazione il naturale
indebolimento di alcune capacità fisiche essenziali che si manifesta con
l’avanzare dell’età, come vista, udito e riflessi.
Per misurare l’impatto dell’età sul premio, Facile.it ha analizzato un campione
uniforme di preventivi raccolti nel 2025 in Lombardia, considerando solo
automobilisti in prima classe di merito, con veicoli di cilindrata 1.200 – 1.400
cc e con la clausola di “guida esperta”.
I risultati mostrano un aumento del premio medio allo scoccare degli
ottant’anni: a parità di condizioni assicurative, il premio medio RC auto per un
automobilista con età compresa tra gli 80 e gli 89 anni è pari a 356 euro.
Questo valore è il 10% in più rispetto a chi ha un’età compresa tra i 50 e i 59
anni e addirittura il 15% in più se confrontato con assicurati di età compresa
tra i 60 e i 69 anni.
“La possibilità di causare un sinistro è uno degli elementi principali che le
compagnie tengono in considerazione per calibrare le loro tariffe assicurative”,
spiegano gli esperti di Facile.it: “L’esperienza dell’automobilista è
importante, soprattutto nelle fasce più giovani e nei neopatentati, ma superata
una certa anzianità di guida questo aspetto tende a pesare meno. Ciò potrebbe
spiegare come mai, a parità di condizioni, le tariffe proposte dalle compagnie
agli over 80 siano così elevate”.
Le norme del Codice della Strada prevedono che la patente B venga rinnovata con
una periodicità che varia a seconda dell’età dell’automobilista. Nello
specifico, fino a 50 anni di età, il rinnovo deve avvenire ogni 10 anni; la
frequenza passa a 5 anni per gli automobilisti con età compresa tra i 51 e i 70
anni e scende a 3 anni per quelli con età compresa tra i 71 e gli 80. Per gli
over 80, invece, è necessario rinnovare la patente ogni 2 anni e formalmente non
esiste un limite massimo oltre il quale non è più possibile rifare il documento
di guida.
Il rinnovo della patente è subordinato al superamento di una visita medica,
effettuata da un medico singolo o, quando previsto, da una commissione. La
visita è pensata per valutare che l’automobilista soddisfi criteri di idoneità
alla guida tramite test di vista, udito, riflessi e abilità motoria. In caso di
condizioni cliniche specifiche, come ad esempio diabete, disturbi cardiaci o
patologie neurologiche, l’automobilista può essere sottoposto a valutazioni o
limitazioni aggiuntive al fine di garantire la sicurezza stradale.
L'articolo Quasi un milione di over 80 ancora al volante. E l’età fa impennare
l’RC auto proviene da Il Fatto Quotidiano.