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“Rette Alzheimer”, le Rsa tornano alla carica: in Conferenza delle Regioni proposta di legge contro il diritto dei malati gravissimi a non pagare
I cento milioni di euro l’anno per l’Alzheimer stanziati in Finanziaria non bastano per le Rsa lombarde. E così le strutture tornano alla carica sulla questione delle rette degli anziani non autosufficienti gravissimi. A sostenerle il Patto per la non autosufficienza, già promotore della discussa riforma sull’assistenza agli anziani. Insieme hanno bussato alla porta della Conferenza delle regioni con una nuova proposta emendativa della normativa di settore, puntando a fermare le azioni giudiziarie dei malati che rientrano nella casistica eccezionale di chi avrebbe diritto a una copertura totale della spesa da parte del Servizio sanitario regionale. Così le strutture cercano la sponda di chi dovrebbe pagare il conto, che è anche il soggetto che vigila sulla tutela del malato, rilascia gli accreditamenti, stabilisce le tariffe e chiude pure un occhio davanti alla ben più ampia casistica ordinaria dei pazienti che vedono sistematicamente calpestato il proprio diritto di pagare solo metà retta della Rsa. Il tutto in nome della tenuta di un sistema che dovrebbe essere al servizio delle famiglie. La rete dei gestori di Rsa è fatta di molti enti no profit, ma anche di grossi gruppi del profit tra i quali il campione italiano Anni Azzurri che i figli di Carlo De Benedetti hanno ribattezzato Kos, come l’isola greca del padre della medicina. La questione è sempre più spinosa e l’aria, soprattutto in Lombardia, è molto tesa sull’argomento. Non a caso è stato proprio l’ente governato da Attilio Fontana, con Guido Bertolaso al Welfare, ad aver appoggiato, nei giorni scorsi, l’approdo della proposta del Patto sul tavolo della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni. IL CASO ESPLOSIVO DELLE RETTE ALZHEIMER – Ma di cosa parliamo esattamente? Del caso delle cosiddette “rette Alzheimer” delle Rsa, che tiene banco da mesi, seminando caos e luoghi comuni. Ma anche tentativi quasi pirateschi di attività legislativa infilata alla chetichella in disegni di legge che riguardano altro. La spinosa questione riguarda i più gravi di tutti gli over 65enni malati cronici lungodegenti che sono ricoverati nelle residenze sanitarie assistenziali. Quelli per i quali, indipendentemente dalla patologia, le cure sanitarie sono strettamente connesse a quelle socio-assistenziali, tanto da essere indistinguibili. Parliamo di servizi come la nutrizione del paziente con il sondino, la mobilizzazione di malati neurologicamente compromessi o l’igiene di persone allettate con piaghe. In questi casi come si fa a capire dove finisce il sanitario e inizia il socio-assistenziale? Il costo del ricovero dipende dalla risposta, visto che il sanitario è in capo alle Regioni e il sociale alle famiglie e ai Comuni. Così i livelli essenziali di assistenza nella non autosufficienza prevedono delle spartizioni forfettarie dei costi, non una separazione tra socio e sanitario voce per voce. E per tutti gli anziani lungodegenti non autosufficienti la retta viene per legge divisa a metà tra il Servizio sanitario e il paziente (o il Comune, quando il malato non ce la fa). In alcuni casi specifici, nei quali la gravità è tale che tutte le prestazioni svolte sono nella sostanza sanitarie, la quota a carico del paziente si azzera. Succede però che in molte Regioni, a partire dalla Lombardia, non venga rispettata neanche la soglia di compartecipazione al 50% e le famiglie si trovino a pagare più della metà della retta che sarebbe dovuta o addirittura la retta intera. Figuriamoci quello che succede nei casi in cui non sarebbe dovuto niente. IN TRIBUNALE ANCHE REGIONI CONTRO COMUNI E NON SOLO ALZHEIMER – È da questa situazione, resa ancora più complicata dagli anni del Covid, dai blocchi delle tariffe operati dalle Regioni e dall’inflazione galoppante che ha messo ko le famiglie, che sono nati i contenziosi più disparati: Rsa contro i pazienti, ma anche Ats contro Asl e Asl e Ats contro i Comuni. Botte da orbi, insomma, con attori che fanno parte del sistema che si sono trovati schierati uno contro l’altro e verdetti che sono spesso andati a favore dei pazienti e delle loro famiglie. Molti i casi di Alzheimer, malattia che in alcune situazioni molto specifiche secondo i giudici della Cassazione dà titolo alla copertura totale delle spese della struttura di lungodegenza da parte dello Stato. Ma nelle numerose sentenze, che ilfattoquotidiano.it ha potuto consultare, ci sono anche diversi casi di disabili psichiatrici e altre tipologie di malati, tra i quali perfino pazienti in coma. La cosa ha creato grande allarme tra i gestori delle Rsa, soprattutto quelli lombardi che operano per conto della Regione con piena delega e, anche qualora volessero farlo, faticano a rivalersi sull’ente pubblico. Per dare un’idea delle grandezze in campo, secondo una recente indagine a campione di Uneba Lombardia e dell’Osservatorio settoriale sulle Rsa della Business school della Libera università di Castellanza, che è comunque sostenuto dai gestori e dalle loro associazioni, in Lombardia una struttura su tre ha a che fare con famiglie che sospendono i pagamenti o chiedono il rimborso delle quote. In termini di posti letto si tratta di un 1% circa del campione di utenza. Dal punto di vista economico le cause passate in giudicato negli ultimi due anni hanno valori che vanno dalle poche migliaia di euro l’una a punte di quasi centomila euro ciascuna. Nel solo 2024 Kos Care, la società del gruppo Kos che contiene anche, ma non solo, la divisione Rsa e Rsd dei De Bendetti, ha svalutato a bilancio 4,688 milioni di euro di crediti verso clienti, cioè soldi che non verranno incassati. Di questi, non si sa quanti si riferiscano a rette non pagate dalle famiglie: la società, che sempre a fine 2024 aveva in pancia circa 7 milioni di crediti verso la clientela privata, interpellata in merito non ha ritenuto opportuno chiarire il dato . LA NUOVA PROPOSTA DI MODIFICA DELLA LEGGE – In questo contesto in Senato, la scorsa primavera, per mano della leghista lombarda Maria Cristina Cantù, era partita un’iniziativa per rendere separabili le spese per le prestazioni sanitarie da quelle socio-assistenziali anche quando sono inscindibili. A fermarla è stata la commissione Bilancio, ma le imprese del settore non hanno gettato la spugna e sono tornate a fare pressione sulle Regioni perché promuovano un’iniziativa legislativa che cambi le cose. Da qui la proposta del Patto, lo stesso che è stato promotore della discussa riforma dell’assistenza agli anziani e che riunisce praticamente tutte le associazioni di gestori di Rsa e ospedali oltre a quelle dei datori di lavoro ospedaliero e assistenziale, professionisti del settore, i sindacati dei pensionati, il forum tra le compagnie assicurative e i consumatori e alcune associazioni intitolate alle grandi patologie degli anziani. Secondo quanto si apprende il documento di 11 pagine datato 24 novembre 2025 e intitolato Le rette in strutture residenziali per anziani. Cancellare le ingiustizie di oggi – Costruire un sistema equo per domani, è stato visionato in Commissione nei giorni scorsi e in futuro ne sarà approfondita la percorribilità da un punto di vista legislativo. Tra gli autori c’è anche Antonio Monteleone, storico consulente per le relazioni istituzionali del gruppo Kos e, in quanto tale, rappresentante lombardo di Agespi e di Confcommercio Sanità e Salute, associazioni di gestori entrambe aderenti al Patto. Il documento, che parla di rette delle Rsa da 1.500-2.000 euro al mese, quando la spesa a prezzo pieno si aggira sui 3.000-4.000 euro al mese oltre agli extra, punta il dito contro le sentenze della Cassazione e, in particolare, contro quelle che hanno avallato la gratuità per alcuni pazienti Alzheimer. A furia di dare ragione ai pazienti, è il ragionamento che suona quasi minaccioso, molte strutture potrebbero smettere di assistere i malati di Alzheimer. E poi, prosegue il testo, se si azzerano le rette per gli Alzheimer si crea una discriminazione con gli altri malati. Gli autori, tuttavia, trascurano il fatto che la legge applicata per i pazienti Alzheimer riguarda il quadro sanitario e la tipologia di prestazioni che servono al malato per “assicurare all’interessato la doverosa tutela del diritto alla salute, in uno con la tutela della sua dignità personale“, come si legge in diverse sentenze che ilfattoquotidiano.it ha potuto consultare. E il criterio che viene applicato a tutte le patologie. Ma il documento del Patto ha una risposta per tutto. Se infatti si azzerassero le rette per tutti (sottinteso quelli che ne hanno diritto), secondo il testo si creerebbe un’ingiustizia non tra malattie, bensì tra ricchi e poveri. “Significherebbe impiegare risorse pubbliche per finanziare la gratuità ai benestanti”, si legge nel documento che dimentica il diritto universale alla salute. La proposta è quindi di intervenire “con urgenza” sulle norme di legge modificando il decreto del 2017 sui Livelli essenziali di assistenza, per stabilire che i pazienti con demenza hanno diritto a non più del 50% di rimborso della retta della Rsa da parte del Ssn. Questo emendamento viene ritenuto “in grado di risolvere definitivamente il problema” delle strutture e delle Asl alle prese con le rivendicazioni dei malati e delle loro famiglie. Ma c’è di più, il Patto intende presentare anche “una proposta complessiva di revisione della normativa sulla compartecipazione alla spesa nei servizi residenziali, semi-residenziali e domiciliari rivolti agli anziani non autosufficienti”, con il dichiarato obiettivo di “affrontare la decisiva questione di come suddividere i costi della non autosufficienza tra attore pubblico, individui e famiglie”. E così si propone un emendamento alla riforma sull’assistenza agli anziani, la legge 33 del 2023 che viaggia da tempo su un binario morto, perché il governo affronti il tema per decreto entro giugno 2026. “ISTITUIRE UN’ASSICURAZIONE OBBLIGATORIA” – Monteleone ha parlato della proposta in un recente convegno dell’Osservatorio sulle Rsa della Libera Università di Castellanza, un centro di ricerca che associa diverse Rsa a partire da Kos e il cui direttivo conta rappresentanti dell’ATS Insubria, dell’ATS Milano Città Metropolitana, dell’ATS Brianza e dell’ATS Pavia. Nel suo intervento, il dottore ha ammesso che secondo il sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, “la copertura integrale della retta da parte del Ssn scatta solo quando le prestazioni sociali sono in ‘nesso di strumentalità necessaria’ con quelle sanitarie, ovvero sono inscindibili. ‘Tuttavia’, ha precisato il sottosegretario, ‘la giurisprudenza ha chiarito che va esclusa la sussistenza di qualsivoglia automatismo’. La valutazione, quindi, deve essere fatta caso per caso”. Non solo. Secondo Monteleone “non solo la demenza, ma l’intero problema della non autosufficienza va affrontato con un approccio di sanità pubblica. Sono, infatti, gli anziani cronici e polipatologici a costituire la principale utenza del sistema per la salute: quest’affermazione non è solo una percezione, ma è un fenomeno strutturale e misurabile, che definisce ormai l’identità stessa del Servizio Sanitario Nazionale”. Fin qui la teoria, secondo la quale, inoltre, tentare un’azione legale collettiva di recupero crediti verso le famiglie e il pubblico presenta “limitate probabilità di successo, in quanto le situazioni concrete risultano spesso differenziate e difficilmente riconducibili a fattispecie omogenee tali da giustificare un’azione comune”. Poi però c’è la pratica. Tra le proposte operative nell’intervento del dottore si parla di una assicurazione obbligatoria per la copertura base della Long Term Care. “Non è solo una scelta di politica sociale lungimirante, ma un imperativo morale ed economico per l’intera collettività. L’assistenza a lungo termine è un costo ingente che, nella maggior parte dei casi, ricade interamente sulla famiglia, diventando una delle principali cause di impoverimento e disgregazione sociale. L’obbligatorietà di una copertura di base realizzerebbe i principi di equità e solidarietà”, sostiene Monteleone. Il quale dimentica che, al netto della valutazione poco universalistica della proposta, una polizza come quella che suggerisce funziona come un piano di accumulo e non sarebbe conveniente per chi ha compiuto più di 50 anni, dato che difficilmente ne potrebbe trarre beneficio in tempo utile. LE ASSOCIAZIONI: “DEFORMAZIONE DELLA REALTÀ. INIZIAMO A RISPETTARE I DIRITTI DEI MALATI” – Lapidario, poi, il giudizio sulla proposta del Patto che arriva dalle associazioni che tutelano i diritti dei malati riunite nel Csa- Coordinamento sanità e assistenza tra associazioni che difendono i malati cronici non autosufficienti. “Dopo il clamoroso flop della “sua” legge sulla non autosufficienza (la 33 del 2023), scritta per “staccare” i malati cronici non autosufficienti dalle tutele del Servizio sanitario, il Patto per un nuovo welfare per la non autosufficienza racconta una realtà deformata sulle cosiddette rette Alzheimer, coperte al 100% dal SSN”, commenta a ilfattoquotidiano.it Andrea Ciattaglia. “A fronte di sentenze passate in giudicato, fondate sui Livelli essenziali e su normative in vigore da più di 25 anni, il Patto parla di ‘vuoto normativo’ e di necessità di chiarire la legislazione vigente. Non è così: le prestazioni ‘sociosanitarie ad elevata integrazione sanitaria’, come sono definite dalle norme, non riguardano solo i malati di Alzheimer e prevedono che il SSN copra per intero le spese di cura”. Secondo Ciattaglia, poi, “gli allarmi per la ‘tenuta del sistema’ a fronte dell’aumento della spesa non tengono conto che per i gestori dei servizi non cambierebbe nulla: la retta sarebbe pagata dalla Sanità e non dall’utente, a saldi invariati per il gestore. Poiché sono inseriti nei Lea, i ricoveri coperti al 100% dalla sanità sono spese prioritarie del Servizio pubblico, come a più riprese confermato dalla Corte costituzionale”. Non solo. “I coordinatori del Patto ignorano, invece, il vero allarme del settore socio-sanitario che è la mancata copertura da parte dell’SSN (Asl, Ats, Ulss…) delle quote sanitarie a copertura del 50% della retta Rsa. In Lombardia crescono i ricoveri ‘in solvenza’, pagati interamente dai malati e dalle loro famiglie. In alcuni territori siamo alla vera e propria emergenza di sistema: SDA Bocconi ha certificato che in Piemonte il 60% dei ricoverati nei 33mila posti Rsa pagano per intero la retta, senza riconoscimento della quota sanitaria che hanno chiesto e che è un loro diritto esigibile: sono a tutti gli effetti ‘clienti’ e non ‘utenti’”. L'articolo “Rette Alzheimer”, le Rsa tornano alla carica: in Conferenza delle Regioni proposta di legge contro il diritto dei malati gravissimi a non pagare proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Parti gratuiti e preservativi tassati: il piano della Cina contro il calo delle nascite
Da gennaio il governo cinese alzerà al 13% l’iva su preservativi e altri contraccettivi e perseguirà l’obiettivo di ridurre a zero la spesa diretta per il parto a carico delle cittadine e dei cittadini. Lo scopo di queste misure è contrastare il calo delle nascite: il tasso di fertilità si aggira infatti intorno all’1%, contro il 2,1% di soglia minima per il ricambio generazionale. Nel 2022, le morti hanno superato le nascite, segnando l’inizio di un forte invecchiamento demografico. Lo scorso fine settimana si è tenuta una conferenza nazionale per presentare il programma nazionale di assicurazione sanitaria, che verrà ampliato grazie al nuovo piano. Per quanto riguarda la natalità, la Cina ha dichiarato di voler migliorare la copertura per i controlli prenatali e favorire il sollievo dal dolore del parto. Il problema, però, è che il calo di vendite dei profilattici comporterà sicuramente un aumento delle gravidanze indesiderate e delle malattie sessualmente trasmissibili. Una notizia che colpisce se si guarda al passato recente. Nel 1979, infatti, la Cina di Deng Xiaoping varò la famigerata politica che imponeva alle famiglie di avere un solo figlio, punendo con sanzioni e discriminazioni chi violava questa regola. Il divieto è stato abolito nel 2016, ma adesso la Cina di Xi Jinping deve scontare le conseguenze di un controllo demografico così aggressivo, trovandosi a pagare un costo altissimo per la crescita economica del Paese. L'articolo Parti gratuiti e preservativi tassati: il piano della Cina contro il calo delle nascite proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il cioccolato fondente aiuta a mantenersi giovani. Lo studio del King’s College sulla teobromina
Chi l’avrebbe mai detto: il segreto per rallentare il tempo potrebbe nascondersi nel cioccolato fondente. Non stiamo parlando della magia di Willy Wonka, ma di una sostanza reale e scientificamente studiata, la teobromina, ora indicata come una vera e propria arma nella battaglia contro l’invecchiamento. La scoperta arriva dal King’s College di Londra e si deve a una ricerca pubblicata sulla rivista Aging. Lo studio ha confrontato i livelli di teobromina nel sangue con marcatori dell’età biologica ossia quei segnali che ci dicono quanto il nostro organismo appare giovane o maturo rispetto agli anni vissuti. Il risultato? Livelli più alti di teobromina corrispondono a un’età biologica inferiore a quella anagrafica. In altre parole, il cioccolato fondente potrebbe aiutare a mantenersi “giovani dentro”, almeno a livello cellulare. La ricerca ha coinvolto due gruppi di europei, rispettivamente di 509 e 1.160 persone, e ha evidenziato un legame significativo tra questo componente del cioccolato e la possibilità di rallentare il tempo. Jordana Bell, docente di Epigenomica al King’s College e autrice senior dello studio, mette le mani avanti: “Non stiamo dicendo che le persone dovrebbero mangiare più cioccolato fondente. Questa ricerca serve soprattutto a capire come alimenti di uso quotidiano possano contenere indizi preziosi per una vita più sana e lunga”. Ma come si è arrivati a questa conclusione? I ricercatori hanno analizzato sia i cambiamenti chimici nel Dna sia la lunghezza dei telomeri, le strutture protettive alle estremità dei cromosomi che si accorciano naturalmente con il tempo. L’associazione con la teobromina è emersa chiara: più teobromina in circolo, più telomeri lunghi e più giovane l’età biologica. Curiosamente, la teobromina era già nota per ridurre il rischio di malattie cardiache, ma il suo ruolo nell’invecchiamento è una novità entusiasmante. “È una scoperta che ci emoziona – afferma il genetista Ramy Saad, sempre del King’s College – e potrebbe aprire la strada a importanti sviluppi nella comprensione del processo di invecchiamento”. Piccolo avvertimento ai golosi: non basta abbuffarsi di tavolette di cioccolato fondente per ottenere benefici. Lo zucchero e i grassi presenti nel cioccolato potrebbero annullare gli effetti positivi della teobromina. Tuttavia, la ricerca sottolinea un concetto più generale e affascinante: anche gli alimenti che consumiamo ogni giorno potrebbero nascondere molecole capaci di influenzare la nostra salute e, forse, il nostro tempo biologico. Lo studio L'articolo Il cioccolato fondente aiuta a mantenersi giovani. Lo studio del King’s College sulla teobromina proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Le Rsa venete sono piccoli ospedali a pagamento”. Dopo il taglio dei reparti ospedalieri per i ricoveri lunghi
Fare uscire gli anziani malati cronici dal Servizio sanitario nazionale? In Veneto non siamo molto lontani a sentire i dati snocciolati dalla consigliera regionale Anna Maria Bigon (Pd), che è anche vicepresidente della Commissione Sanità. Le case di riposo venete, spiega, sono ormai “dei piccoli ospedali”, solo che non sono attrezzate per esserlo e non hanno il personale adatto. E a differenza degli ospedali, le rette sono a carico delle famiglie. “I posti nelle case di riposo sono sempre più insufficienti: a fronte di una lista d’attesa di 10mila persone, ci sono 32.983 posti letto, l’84% dei quali è parzialmente coperto da un’impegnativa regionale che versa 52 euro al giorno a persona (57 per chi soffre di malattie neurodegenerative)”. Quindi più di 5mila famiglie pagano la retta intera, mentre quasi 28mila ne pagano circa la metà e altri 10.000 sono fuori dalla porta in coda. “Basterebbero 46 milioni di euro per arrivare a coprire il 90% almeno delle impegnative e circa 60-70 milioni per arrivare a totale copertura”, calcola Bigon che è in corsa per le regionali venete che sono alle porte. Ma il punto che solleva non è tanto, o soltanto, questo. Il punto è che nel 2019 il Veneto ha stabilito di chiudere i reparti ospedalieri di lungodegenza. Avrebbe dovuto rimpiazzarli con 70 ospedali di comunità, ma a oggi non ne ha realizzati più di 35. E nel frattempo i pazienti delle lungodegenze sono passati alle case di riposo, occupando quasi tutti i posti disponibili. “Adesso le schede di valutazione multidisciplinari che vengono fatte per l’accesso alle case di riposo, le svama, hanno punteggi sempre più alti… in pratica per entrare devi essere gravissimo, qualche anno fa si entrava con una valutazione più bassa. Quindi entrano quelli più gravi, ma non è che gli altri che stanno fuori hanno meno urgenza – spiega – Fino al 2019 avevamo i reparti sanitari di lungodegenza dove venivano accolte le persone con tante patologie come accade adesso nelle case di riposo”. Ovviamente essendo un ospedale, non c’era una retta da pagare. Così come non ci sarebbe stata se fosse andata a buon fine la sostituzione con gli ospedali di comunità. Anche se in questo caso c’è una questione di sostanza: le lungodegenze ospedaliere sono reparti che accolgono malati acuti, gli ospedali di comunità invece sono strutture che nascono sul territorio per i malati di media intensità, sono strutture a metà strada tra l’ospedale per acuti e la casa. E comunque non ne sono stati realizzati abbastanza. “Così le famiglie non hanno più avuto pari servizio e si sono rivolte alle case riposo”, sintetizza Bigon. Possiamo dire che la sanità veneta ha risparmiato sulla spesa per gli anziani malati cronici, spostandoli di fatto e al di là delle intenzioni, dai reparti sanitari di lungodegenza alle case di riposo che invece sono strutture socioassistenziali? “Sì, in buona parte sì. Non sono tutti anziani, parliamo di non autosufficienza, ma la maggior parte è anziana. Non necessariamente perché lo voglio, ma è il provvedimento stesso che di fatto rende necessario l’inserimento del malato in casa di riposo nel momento in cui chiudo i reparti di lungodegenza, che sono un costo completamente a carico del fondo sanitario”. I reparti ospedalieri di lungodegenza sono quelli nei quali vengono ricoverati i malati che hanno bisogno di più tempo di cura, si può arrivare anche a due o tre mesi, una novantina di giorni. I pazienti più ricorrenti sono gli anziani con diverse patologie, gli stessi che nelle case di riposo del Veneto hanno una degenza media di 217 giorni. L'articolo “Le Rsa venete sono piccoli ospedali a pagamento”. Dopo il taglio dei reparti ospedalieri per i ricoveri lunghi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Quasi un milione di over 80 ancora al volante. E l’età fa impennare l’RC auto
Secondo le stime di un’analisi condotta da Facile.it, che ha esaminato un campione di oltre 5 milioni di preventivi RC auto, sarebbero quasi un milione gli automobilisti italiani con più di 80 anni ancora al volante. Nonostante l’enorme esperienza accumulata alla guida, per la fascia di automobilisti over 80 (come ad esempio quello nella foto di apertura, di Jelena Stanojkovic) l’anagrafe pesa in modo significativo sulle tariffe assicurative, visto che le compagnie tendono a tenere in considerazione il naturale indebolimento di alcune capacità fisiche essenziali che si manifesta con l’avanzare dell’età, come vista, udito e riflessi. Per misurare l’impatto dell’età sul premio, Facile.it ha analizzato un campione uniforme di preventivi raccolti nel 2025 in Lombardia, considerando solo automobilisti in prima classe di merito, con veicoli di cilindrata 1.200 – 1.400 cc e con la clausola di “guida esperta”. I risultati mostrano un aumento del premio medio allo scoccare degli ottant’anni: a parità di condizioni assicurative, il premio medio RC auto per un automobilista con età compresa tra gli 80 e gli 89 anni è pari a 356 euro. Questo valore è il 10% in più rispetto a chi ha un’età compresa tra i 50 e i 59 anni e addirittura il 15% in più se confrontato con assicurati di età compresa tra i 60 e i 69 anni. “La possibilità di causare un sinistro è uno degli elementi principali che le compagnie tengono in considerazione per calibrare le loro tariffe assicurative”, spiegano gli esperti di Facile.it: “L’esperienza dell’automobilista è importante, soprattutto nelle fasce più giovani e nei neopatentati, ma superata una certa anzianità di guida questo aspetto tende a pesare meno. Ciò potrebbe spiegare come mai, a parità di condizioni, le tariffe proposte dalle compagnie agli over 80 siano così elevate”. Le norme del Codice della Strada prevedono che la patente B venga rinnovata con una periodicità che varia a seconda dell’età dell’automobilista. Nello specifico, fino a 50 anni di età, il rinnovo deve avvenire ogni 10 anni; la frequenza passa a 5 anni per gli automobilisti con età compresa tra i 51 e i 70 anni e scende a 3 anni per quelli con età compresa tra i 71 e gli 80. Per gli over 80, invece, è necessario rinnovare la patente ogni 2 anni e formalmente non esiste un limite massimo oltre il quale non è più possibile rifare il documento di guida. Il rinnovo della patente è subordinato al superamento di una visita medica, effettuata da un medico singolo o, quando previsto, da una commissione. La visita è pensata per valutare che l’automobilista soddisfi criteri di idoneità alla guida tramite test di vista, udito, riflessi e abilità motoria. In caso di condizioni cliniche specifiche, come ad esempio diabete, disturbi cardiaci o patologie neurologiche, l’automobilista può essere sottoposto a valutazioni o limitazioni aggiuntive al fine di garantire la sicurezza stradale. L'articolo Quasi un milione di over 80 ancora al volante. E l’età fa impennare l’RC auto proviene da Il Fatto Quotidiano.
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