Per la prima volta nella storia, tutti i sindacati dei medici francesi – dai
chirurghi, agli anestesisti, dai ginecologi, ai medici di famiglia – hanno
indetto uno sciopero nazionale dal 5 al 15 gennaio 2026. L’obiettivo era di
bloccare il progetto di legge di finanziamento della Sécurité Sociale (PLFSS)
2026, che, secondo i professionisti, minacciava di smantellare 80 anni di
medicina convenzionale e di rendere inaccessibili le cure per le fasce più
deboli della popolazione.
Al centro della vertenza, una serie di provvedimenti governativi che i medici
accusavano di essere “calati dall’alto”, senza un reale confronto, trasformando
la sanità in una “medicina amministrata” dove la burocrazia prevale sulla
relazione con il paziente. Il punto, poi, il più emblematico, è la possibilità
concessa allo Stato di intervenire direttamente su tariffe e rimborsi senza
passare dalla contrattazione con le parti sociali, svuotando di fatto il ruolo
sindacale. Il governo francese, a seguito dello sciopero, ha fatto marcia
indietro. Ma, a detta di chi in Francia vive, è consuetudine del governo in
carica far calmare gli animi e poi procedere con l’approvazione di riforme anche
importanti appena cade il silenzio mediatico e senza passare dal Parlamento.
In tutta Europa ci sono chiaramente tensioni tra le necessità reali delle
persone ed i vincoli di bilancio; del resto non poteva essere che così
considerando i miliardi di spesa approvati per il piano di riarmo europeo che
viene realizzato anche a costo di fare macelleria sociale.
Le vicende francesi non si discostano molto da quelle italiane. Le politiche
pubbliche, da molti anni, puntano a ridurre la spesa in sanità, bloccando
investimenti, assunzioni di nuovo personale medico e sanitario e stabilendo dei
tetti di spesa per le prescrizioni farmaceutiche. Emblematico l’esempio della
Regione Lazio che sta multando i medici di famiglia, con importi pesantissimi,
anche 20.000/30.000 euro a testa se considerati iperprescrittori. Peccato che
l’iperprescrizione sia riferita semplicemente ad una media matematica che non
tiene conto delle esigenze cliniche del paziente. Va da sé che quanti più medici
si avvicinano alla media, tanto più l’asticella si abbassa, e diventa sempre più
difficile ottemperare al diktat economico facendo salva la risposta,
appropriata, alle condizioni cliniche del paziente e viceversa.
Altro argomento scottante di sanità negata: le liste d’attesa per
l’effettuazione di esami diagnostici e visite specialistiche. Ci sarebbe da
scrivere un libro per parlare dei vari escamotage contabili ed informatici
escogitati dalle amministrazioni regionali per certificare che sono
perfettamente in linea con quanto previsto dal Piano Nazionale. La verità è
tutt’altra, testimoniata da chi, come me, vede sempre più pazienti pagare di
tasca propria accertamenti diagnostici importanti, lì dove prenotare una
risonanza magnetica cerebrale o una tac al cuore diventa un miraggio. Certo,
parliamo sempre di chi ha la disponibilità economica per farlo: gli altri che si
arrangino!
La cosa triste è che anche i malati oncologici non fanno eccezione. In questo
paese ormai c’è una disparità certificata di accesso alle cure, a causa di un
riparto iniquo delle risorse per la sanità a livello regionale, circostanza
aggravata dalla riforma del titolo V della Costituzione che targhettizza una
popolazione di serie A e una di serie B, a volte anche C, di fronte al diritto
alla salute.
Il personale sanitario, sempre in carenza di organico, impiegato nel Servizio
Sanitario Nazionale è costretto a turni massacranti, è retribuito poco, fa
straordinari non pagati: sono circa 20 milioni le ore di straordinario non
retribuito che i medici dirigenti hanno regalato allo Stato. I medici di
famiglia addirittura ci rimettono di tasca loro per aver risposto prima di tutto
alla propria coscienza, poi al codice deontologico e in subordine al criterio
economico che mai e poi mai può essere preminente rispetto ad diritto
incomprimibile come quello alla salute. E non lo dico io ma una sentenza della
Corte Costituzionale. Ma questo per i nostri politici e burocrati non basta:
allora non ci meravigliamo se sempre meno giovani scelgono di diventare medici
di famiglia e ci sono ad oggi 2 milioni di cittadini senza medico che potrebbero
diventare 5 nei prossimi due anni.
Basterebbero tutte queste considerazioni per scendere in piazza e scioperare con
i cittadini al nostro fianco. Perché difendere il Servizio Pubblico significa
anche difendere chi vi lavora. E che dire dei sindacati in Italia? Il panorama
sindacale è molto frammentato perché c’è un’incapacità di fondo a valorizzare
l’obbiettivo comune che dovrebbe essere la difesa e la dignità del lavoro,
piuttosto che dare peso alle divergenze e ai singoli interessi, come
testimoniano i vari tentativi, fallimentari, di mettere in piedi
un’intersindacale degna di questo nome. I sindacati medici in Italia sono
refrattari allo sciopero. L’unico sindacato che ha proclamato sciopero dopo 30
anni è stato quello dei Medici Italiani nel 2022 per protestare sulle condizioni
lavorative dopo la pandemia. E comunque mai sarebbe permesso come in Francia
scioperare 10 giorni di seguito. In Italia abbiamo un codice di regolamentazione
dello sciopero medico molto rigido.
Del resto si sa, il popolo francese è quello della Rivoluzione e della presa
della Bastiglia, noi siamo un popolo di Gattopardi. Ma siamo anche il popolo
della “Liberazione”. Ebbene, è giunta l’ora di liberarci dalle politiche
neoliberiste e dai partiti che le sostengono. Politiche che minano il benessere
dei popoli, che mettono in discussione i diritti sociali e civili acquisiti al
costo di due guerre mondiali e milioni di morti. Vogliamo riportare le lancette
dell’orologio indietro nel tempo e nella storia?
L'articolo Cosa imparare dallo sciopero dei medici francesi che ha fermato chi
voleva smantellare la sanità proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Servizio Sanitario
di Angelo Bianco
Caro on. Occhiuto, Lei mi offende, due volte.
Io sono a tra quanti lei ha destinato il suo accorato appello “medici calabresi,
tornate, vi pagheremo di più”, io sono un medico calabrese, emigrato al nord.
Riducendo la risoluzione del problema della sanità calabrese con l’offerta di
una questua, quasi fosse la réclame di “due al prezzo di uno”, lei mortifica il
professionista, che non è un mercenario, e il calabrese, che non è un traditore.
Onorevole, lei, così, ha offeso due piccioni con una fava, assai indigesta, e
dimostra di non capire le ragioni della disaffezione dei medici (e non)
calabresi per la Terra che lei amministra o, forse, le fa più comodo far finta
di non capire. Lei è un politico di lungo corso, preferisce buttare la palla in
tribuna, fa melina, la sanità è una partita difficile, un pareggio le fa sempre
comodo, piuttosto, che giocare, veramente, per vincere, rischiando la sconfitta.
Lei fa finta di non capire che io in Calabria ci tornerei gratis, non ho davvero
bisogno di un set di pentole o un completo di lenzuola matrimoniali per
convincermi a tornare al mio paese. Non è il vil denaro, che secondo lei tutto
muove, che mi rimetterebbe sul treno del Sud per far ritorno a Paola e, poi, di
corriera fino ad Acri, al mio Ospedale. Mi perdonerà, ho 59 anni, sono andato
via dalla mia terra che ne avevo 18, quando parlo del mio paese mi assale la
nostalgia canaglia.
Che stupido che sono, ha ragione, non c’è più il treno del sud, adesso c’è
l’alta velocità, anzi no, c’è l’Inter city, in ritardo.
E non c’è più la corriera, ci sono i bus a due piani di Salvini, anzi no, c’è da
sperare che un mio amico mi venga a prendere alla stazione, molti trasporti
interregionali sono stati soppressi. E, soprattutto, non c’è manco più
l’ospedale, il Beato d’Angelo di Acri.
Adesso c’è qualcos’altro, lo hanno chiamato con un aggettivo diverso di volta in
volta, a mescolare le carte, illudendo la forma, depauperando la sostanza,
medico dopo medico, reparto dopo reparto: bisognava ottimizzare ma vandalizzare
rende meglio il concetto. Era prima l’ospedale di “zona montana” che non ho mai
capito perché lo si volesse specificare, Acri lo è un paese montano, forse, era
per suggellare una metafora, un avvertenza perché ogni servizio si dovesse
ottenere come al termine di una scalata di montagna, è pari fatica.
È Diventato poi Spoke di “zona disagiata” e questo mi è più facile capirlo, è
intuitivo. Il mio ospedale era il nostro vanto, assistenza e cura erano
assicurata a tutti, dal colpo della strega al resto. Adesso, al bisogno c’è da
portare anche la scopa alla fattucchiera, altrimenti rimane seduta, in attesa,
al PS, c’è rimasto solo quello.
Caro governatore, lei crede davvero che un medico calabrese possa essere
attratto da trenta denari in più? Questa è la somma, si questa metaforica, con
la quale avete tradito la nostra speranza di ritornare con indosso il nostro bel
camice bianco, quando sentivamo il capostazione gridare “Paola, stazione di
Paola”.
Avete saccheggiato ogni lira e poi ogni euro, favorendo le nomine politiche,
sacrificando il merito, umiliando la dignità civica, elevando “il favore” a
legge, la conoscenza a passepartout per aprire le porte del bisogno, del lavoro,
del dolore, di chi è costretto a lunghe attese per un esame che non può
aspettare, salvo attingere al privato, ma non tutti, poi, possono permettersi un
cardiochirurgo di fiducia, lei questo, almeno, lo sa, lei ha potuto.
La Calabria, oggi, non è attrattiva a nessun prezzo perché abbiamo perso la
speranza che possa cambiare per quella che vorremmo fosse, legale, morale,
meritocratica, capace, giusta e le ultime elezioni passerella ne sono la prova,
tra chi ha vinto e che non poteva perdere, e chi non ha vinto ma ha perso due
volte andando via. Onorevole, la smetta di imbonirci con promesse da Eldorado
city, non c’è oro nel nostro mare, l’unica cosa di valore che ha dato sono i
bronzi di Riace, poi, solo tante, troppe, facce di bronzo ma non hanno lo stesso
valore.
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L'articolo Tornerei anche gratis a fare il medico in Calabria: ma, caro
Occhiuto, manca pure l’ospedale proviene da Il Fatto Quotidiano.
I cento milioni di euro l’anno per l’Alzheimer stanziati in Finanziaria non
bastano per le Rsa lombarde. E così le strutture tornano alla carica sulla
questione delle rette degli anziani non autosufficienti gravissimi. A sostenerle
il Patto per la non autosufficienza, già promotore della discussa riforma
sull’assistenza agli anziani. Insieme hanno bussato alla porta della Conferenza
delle regioni con una nuova proposta emendativa della normativa di settore,
puntando a fermare le azioni giudiziarie dei malati che rientrano nella
casistica eccezionale di chi avrebbe diritto a una copertura totale della spesa
da parte del Servizio sanitario regionale. Così le strutture cercano la sponda
di chi dovrebbe pagare il conto, che è anche il soggetto che vigila sulla tutela
del malato, rilascia gli accreditamenti, stabilisce le tariffe e chiude pure un
occhio davanti alla ben più ampia casistica ordinaria dei pazienti che vedono
sistematicamente calpestato il proprio diritto di pagare solo metà retta della
Rsa. Il tutto in nome della tenuta di un sistema che dovrebbe essere al servizio
delle famiglie.
La rete dei gestori di Rsa è fatta di molti enti no profit, ma anche di grossi
gruppi del profit tra i quali il campione italiano Anni Azzurri che i figli di
Carlo De Benedetti hanno ribattezzato Kos, come l’isola greca del padre della
medicina. La questione è sempre più spinosa e l’aria, soprattutto in Lombardia,
è molto tesa sull’argomento. Non a caso è stato proprio l’ente governato da
Attilio Fontana, con Guido Bertolaso al Welfare, ad aver appoggiato, nei giorni
scorsi, l’approdo della proposta del Patto sul tavolo della Commissione Salute
della Conferenza delle Regioni.
IL CASO ESPLOSIVO DELLE RETTE ALZHEIMER – Ma di cosa parliamo esattamente? Del
caso delle cosiddette “rette Alzheimer” delle Rsa, che tiene banco da mesi,
seminando caos e luoghi comuni. Ma anche tentativi quasi pirateschi di attività
legislativa infilata alla chetichella in disegni di legge che riguardano altro.
La spinosa questione riguarda i più gravi di tutti gli over 65enni malati
cronici lungodegenti che sono ricoverati nelle residenze sanitarie
assistenziali. Quelli per i quali, indipendentemente dalla patologia, le cure
sanitarie sono strettamente connesse a quelle socio-assistenziali, tanto da
essere indistinguibili. Parliamo di servizi come la nutrizione del paziente con
il sondino, la mobilizzazione di malati neurologicamente compromessi o l’igiene
di persone allettate con piaghe. In questi casi come si fa a capire dove finisce
il sanitario e inizia il socio-assistenziale? Il costo del ricovero dipende
dalla risposta, visto che il sanitario è in capo alle Regioni e il sociale alle
famiglie e ai Comuni. Così i livelli essenziali di assistenza nella non
autosufficienza prevedono delle spartizioni forfettarie dei costi, non una
separazione tra socio e sanitario voce per voce. E per tutti gli anziani
lungodegenti non autosufficienti la retta viene per legge divisa a metà tra il
Servizio sanitario e il paziente (o il Comune, quando il malato non ce la fa).
In alcuni casi specifici, nei quali la gravità è tale che tutte le prestazioni
svolte sono nella sostanza sanitarie, la quota a carico del paziente si azzera.
Succede però che in molte Regioni, a partire dalla Lombardia, non venga
rispettata neanche la soglia di compartecipazione al 50% e le famiglie si
trovino a pagare più della metà della retta che sarebbe dovuta o addirittura la
retta intera. Figuriamoci quello che succede nei casi in cui non sarebbe dovuto
niente.
IN TRIBUNALE ANCHE REGIONI CONTRO COMUNI E NON SOLO ALZHEIMER – È da questa
situazione, resa ancora più complicata dagli anni del Covid, dai blocchi delle
tariffe operati dalle Regioni e dall’inflazione galoppante che ha messo ko le
famiglie, che sono nati i contenziosi più disparati: Rsa contro i pazienti, ma
anche Ats contro Asl e Asl e Ats contro i Comuni. Botte da orbi, insomma, con
attori che fanno parte del sistema che si sono trovati schierati uno contro
l’altro e verdetti che sono spesso andati a favore dei pazienti e delle loro
famiglie. Molti i casi di Alzheimer, malattia che in alcune situazioni molto
specifiche secondo i giudici della Cassazione dà titolo alla copertura totale
delle spese della struttura di lungodegenza da parte dello Stato. Ma nelle
numerose sentenze, che ilfattoquotidiano.it ha potuto consultare, ci sono anche
diversi casi di disabili psichiatrici e altre tipologie di malati, tra i quali
perfino pazienti in coma. La cosa ha creato grande allarme tra i gestori delle
Rsa, soprattutto quelli lombardi che operano per conto della Regione con piena
delega e, anche qualora volessero farlo, faticano a rivalersi sull’ente
pubblico. Per dare un’idea delle grandezze in campo, secondo una recente
indagine a campione di Uneba Lombardia e dell’Osservatorio settoriale sulle Rsa
della Business school della Libera università di Castellanza, che è comunque
sostenuto dai gestori e dalle loro associazioni, in Lombardia una struttura su
tre ha a che fare con famiglie che sospendono i pagamenti o chiedono il rimborso
delle quote. In termini di posti letto si tratta di un 1% circa del campione di
utenza. Dal punto di vista economico le cause passate in giudicato negli ultimi
due anni hanno valori che vanno dalle poche migliaia di euro l’una a punte di
quasi centomila euro ciascuna. Nel solo 2024 Kos Care, la società del gruppo Kos
che contiene anche, ma non solo, la divisione Rsa e Rsd dei De Bendetti, ha
svalutato a bilancio 4,688 milioni di euro di crediti verso clienti, cioè soldi
che non verranno incassati. Di questi, non si sa quanti si riferiscano a rette
non pagate dalle famiglie: la società, che sempre a fine 2024 aveva in pancia
circa 7 milioni di crediti verso la clientela privata, interpellata in merito
non ha ritenuto opportuno chiarire il dato .
LA NUOVA PROPOSTA DI MODIFICA DELLA LEGGE – In questo contesto in Senato, la
scorsa primavera, per mano della leghista lombarda Maria Cristina Cantù, era
partita un’iniziativa per rendere separabili le spese per le prestazioni
sanitarie da quelle socio-assistenziali anche quando sono inscindibili. A
fermarla è stata la commissione Bilancio, ma le imprese del settore non hanno
gettato la spugna e sono tornate a fare pressione sulle Regioni perché
promuovano un’iniziativa legislativa che cambi le cose. Da qui la proposta del
Patto, lo stesso che è stato promotore della discussa riforma dell’assistenza
agli anziani e che riunisce praticamente tutte le associazioni di gestori di Rsa
e ospedali oltre a quelle dei datori di lavoro ospedaliero e assistenziale,
professionisti del settore, i sindacati dei pensionati, il forum tra le
compagnie assicurative e i consumatori e alcune associazioni intitolate alle
grandi patologie degli anziani. Secondo quanto si apprende il documento di 11
pagine datato 24 novembre 2025 e intitolato Le rette in strutture residenziali
per anziani. Cancellare le ingiustizie di oggi – Costruire un sistema equo per
domani, è stato visionato in Commissione nei giorni scorsi e in futuro ne sarà
approfondita la percorribilità da un punto di vista legislativo. Tra gli autori
c’è anche Antonio Monteleone, storico consulente per le relazioni istituzionali
del gruppo Kos e, in quanto tale, rappresentante lombardo di Agespi e di
Confcommercio Sanità e Salute, associazioni di gestori entrambe aderenti al
Patto.
Il documento, che parla di rette delle Rsa da 1.500-2.000 euro al mese, quando
la spesa a prezzo pieno si aggira sui 3.000-4.000 euro al mese oltre agli extra,
punta il dito contro le sentenze della Cassazione e, in particolare, contro
quelle che hanno avallato la gratuità per alcuni pazienti Alzheimer. A furia di
dare ragione ai pazienti, è il ragionamento che suona quasi minaccioso, molte
strutture potrebbero smettere di assistere i malati di Alzheimer. E poi,
prosegue il testo, se si azzerano le rette per gli Alzheimer si crea una
discriminazione con gli altri malati. Gli autori, tuttavia, trascurano il fatto
che la legge applicata per i pazienti Alzheimer riguarda il quadro sanitario e
la tipologia di prestazioni che servono al malato per “assicurare
all’interessato la doverosa tutela del diritto alla salute, in uno con la tutela
della sua dignità personale“, come si legge in diverse sentenze che
ilfattoquotidiano.it ha potuto consultare. E il criterio che viene applicato a
tutte le patologie. Ma il documento del Patto ha una risposta per tutto. Se
infatti si azzerassero le rette per tutti (sottinteso quelli che ne hanno
diritto), secondo il testo si creerebbe un’ingiustizia non tra malattie, bensì
tra ricchi e poveri. “Significherebbe impiegare risorse pubbliche per finanziare
la gratuità ai benestanti”, si legge nel documento che dimentica il diritto
universale alla salute. La proposta è quindi di intervenire “con urgenza” sulle
norme di legge modificando il decreto del 2017 sui Livelli essenziali di
assistenza, per stabilire che i pazienti con demenza hanno diritto a non più del
50% di rimborso della retta della Rsa da parte del Ssn. Questo emendamento viene
ritenuto “in grado di risolvere definitivamente il problema” delle strutture e
delle Asl alle prese con le rivendicazioni dei malati e delle loro famiglie. Ma
c’è di più, il Patto intende presentare anche “una proposta complessiva di
revisione della normativa sulla compartecipazione alla spesa nei servizi
residenziali, semi-residenziali e domiciliari rivolti agli anziani non
autosufficienti”, con il dichiarato obiettivo di “affrontare la decisiva
questione di come suddividere i costi della non autosufficienza tra attore
pubblico, individui e famiglie”. E così si propone un emendamento alla riforma
sull’assistenza agli anziani, la legge 33 del 2023 che viaggia da tempo su un
binario morto, perché il governo affronti il tema per decreto entro giugno 2026.
“ISTITUIRE UN’ASSICURAZIONE OBBLIGATORIA” – Monteleone ha parlato della proposta
in un recente convegno dell’Osservatorio sulle Rsa della Libera Università di
Castellanza, un centro di ricerca che associa diverse Rsa a partire da Kos e il
cui direttivo conta rappresentanti dell’ATS Insubria, dell’ATS Milano Città
Metropolitana, dell’ATS Brianza e dell’ATS Pavia. Nel suo intervento, il dottore
ha ammesso che secondo il sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, “la
copertura integrale della retta da parte del Ssn scatta solo quando le
prestazioni sociali sono in ‘nesso di strumentalità necessaria’ con quelle
sanitarie, ovvero sono inscindibili. ‘Tuttavia’, ha precisato il
sottosegretario, ‘la giurisprudenza ha chiarito che va esclusa la sussistenza di
qualsivoglia automatismo’. La valutazione, quindi, deve essere fatta caso per
caso”. Non solo. Secondo Monteleone “non solo la demenza, ma l’intero problema
della non autosufficienza va affrontato con un approccio di sanità pubblica.
Sono, infatti, gli anziani cronici e polipatologici a costituire la principale
utenza del sistema per la salute: quest’affermazione non è solo una percezione,
ma è un fenomeno strutturale e misurabile, che definisce ormai l’identità stessa
del Servizio Sanitario Nazionale”. Fin qui la teoria, secondo la quale, inoltre,
tentare un’azione legale collettiva di recupero crediti verso le famiglie e il
pubblico presenta “limitate probabilità di successo, in quanto le situazioni
concrete risultano spesso differenziate e difficilmente riconducibili a
fattispecie omogenee tali da giustificare un’azione comune”.
Poi però c’è la pratica. Tra le proposte operative nell’intervento del dottore
si parla di una assicurazione obbligatoria per la copertura base della Long Term
Care. “Non è solo una scelta di politica sociale lungimirante, ma un imperativo
morale ed economico per l’intera collettività. L’assistenza a lungo termine è un
costo ingente che, nella maggior parte dei casi, ricade interamente sulla
famiglia, diventando una delle principali cause di impoverimento e disgregazione
sociale. L’obbligatorietà di una copertura di base realizzerebbe i principi di
equità e solidarietà”, sostiene Monteleone. Il quale dimentica che, al netto
della valutazione poco universalistica della proposta, una polizza come quella
che suggerisce funziona come un piano di accumulo e non sarebbe conveniente per
chi ha compiuto più di 50 anni, dato che difficilmente ne potrebbe trarre
beneficio in tempo utile.
LE ASSOCIAZIONI: “DEFORMAZIONE DELLA REALTÀ. INIZIAMO A RISPETTARE I DIRITTI DEI
MALATI” – Lapidario, poi, il giudizio sulla proposta del Patto che arriva dalle
associazioni che tutelano i diritti dei malati riunite nel Csa- Coordinamento
sanità e assistenza tra associazioni che difendono i malati cronici non
autosufficienti. “Dopo il clamoroso flop della “sua” legge sulla non
autosufficienza (la 33 del 2023), scritta per “staccare” i malati cronici non
autosufficienti dalle tutele del Servizio sanitario, il Patto per un nuovo
welfare per la non autosufficienza racconta una realtà deformata sulle
cosiddette rette Alzheimer, coperte al 100% dal SSN”, commenta a
ilfattoquotidiano.it Andrea Ciattaglia. “A fronte di sentenze passate in
giudicato, fondate sui Livelli essenziali e su normative in vigore da più di 25
anni, il Patto parla di ‘vuoto normativo’ e di necessità di chiarire la
legislazione vigente. Non è così: le prestazioni ‘sociosanitarie ad elevata
integrazione sanitaria’, come sono definite dalle norme, non riguardano solo i
malati di Alzheimer e prevedono che il SSN copra per intero le spese di cura”.
Secondo Ciattaglia, poi, “gli allarmi per la ‘tenuta del sistema’ a fronte
dell’aumento della spesa non tengono conto che per i gestori dei servizi non
cambierebbe nulla: la retta sarebbe pagata dalla Sanità e non dall’utente, a
saldi invariati per il gestore. Poiché sono inseriti nei Lea, i ricoveri coperti
al 100% dalla sanità sono spese prioritarie del Servizio pubblico, come a più
riprese confermato dalla Corte costituzionale”. Non solo. “I coordinatori del
Patto ignorano, invece, il vero allarme del settore socio-sanitario che è la
mancata copertura da parte dell’SSN (Asl, Ats, Ulss…) delle quote sanitarie a
copertura del 50% della retta Rsa. In Lombardia crescono i ricoveri ‘in
solvenza’, pagati interamente dai malati e dalle loro famiglie. In alcuni
territori siamo alla vera e propria emergenza di sistema: SDA Bocconi ha
certificato che in Piemonte il 60% dei ricoverati nei 33mila posti Rsa pagano
per intero la retta, senza riconoscimento della quota sanitaria che hanno
chiesto e che è un loro diritto esigibile: sono a tutti gli effetti ‘clienti’ e
non ‘utenti’”.
L'articolo “Rette Alzheimer”, le Rsa tornano alla carica: in Conferenza delle
Regioni proposta di legge contro il diritto dei malati gravissimi a non pagare
proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Questa manovra è vergognosa e offensiva per i professionisti che tengono in
piedi la sanità pubblica in Italia. Produrrà un’erosione del diritto al lavoro e
del diritto alla salute. Siamo pronti a una dura mobilitazione. Se necessario,
denunceremo l’Italia anche in Europa, andando a Bruxelles”. Mentre parla a
ilfattoquotidiano.it, Pierino Di Silverio, segretario nazionale del sindacato
dei medici Anaao-Assomed, è su tutte le furie, come buona parte della categoria
professionale che rappresenta. Con l’approvazione in Aula al Senato, la legge di
Bilancio ha compiuto il passo decisivo verso il via libera finale. Il testo, che
ora passa all’esame della Camera e verrà approvato entro fine anno, è per i
medici l’espressione di “un disastro privo di logica e programmazione”. Oltreché
un segnale d’allarme, perché – commenta Di Silverio – “quando in un Paese la
logica economica sovrasta quella politica, il rischio è che salti in aria lo
Stato sociale”.
L’insoddisfazione di Anaao-Assomed è condivisa con altre sigle sindacali, come
Cimo-Fesmed, Sumai, Fimp e Fimmg. Secondo i sindacati, “il governo Meloni,
ostaggio del Mef, ha messo l’austerity davanti al diritto alla salute”. Al di là
dei proclami dell’esecutivo sugli stanziamenti “record” di questa manovra, oltre
6 miliardi, la spesa destinata dallo Stato alla sanità pubblica rispetto al Pil
si sta progressivamente riducendo: nel 2028 scenderà al 5,9% (la media Ocse è
del 7,1%, quella Ue del 6,9%). Un sottofinanziamento che colpisce sia i
cittadini – pensiamo all’allungamento delle liste d’attesa, che porta sempre più
italiani a rinunciare alle cure – sia i professionisti, sempre più in fuga dal
Servizio sanitario nazionale. “La manovra dimostra che l’interesse demagogico e
populistico verso i lavoratori della sanità si risolve come sempre in una bolla
di sapone. Perché alla fine, quando si parla di soldi, non ci sono mai quelli
che vengono promessi”, commenta Di Silverio.
Al centro delle accuse dei camici bianchi c’è un emendamento che, dopo essere
stato inizialmente indicato dalla stessa maggioranza come prioritario, è stato
poi fatto naufragare nottetempo. Il testo prevedeva lo sblocco di 407 milioni
per la dirigenza medica e 25 milioni per quella sanitaria, già stanziati in
buona parte nelle precedenti leggi di Bilancio. Fondi che, senza ulteriori oneri
per la spesa pubblica, avrebbero ritoccato gli stipendi dei professionisti già a
partire dal 1° gennaio 2026 e che invece ora restano in sospeso. “Anche questa
manovra economica si è consumata sulla pelle dei lavoratori. Sono state tagliate
le risorse che servivano per rendere la professione più appetibile. Il nostro
emendamento è scomparso magicamente, mentre quello che foraggia la farmacia dei
servizi è stato salvaguardato”.
Per il segretario, quest’ultima è una mossa populistica, non sostanziale: “Si fa
percepire ai cittadini che se vanno in farmacia possono risolvere i loro
problemi. Ma in realtà questo meccanismo allungherà ulteriormente le liste
d’attesa. Perché dopo aver fatto una prestazione in farmacia, spesso a
pagamento, il paziente avrà comunque bisogno di un medico ospedaliero per una
valutazione o per il referto”.
Di Silverio aggiunge che, nei giorni scorsi, il sindacato ha dovuto intervenire
anche per evitare il taglio del riscatto di laurea. “Siamo riusciti a
scongiurarlo grazie alle interlocuzioni con i ministeri e con alcuni
parlamentari di buon senso. Sarebbe stato un attacco esplicito a chi ha
investito per provare ad andare in pensione in tempi umani”, dice.
In ogni caso, resta il fatto che la politica dimostra ancora una volta di non
voler affrontare il tema della sanità pubblica da un punto di vista strutturale:
“Manca una visione globale. Si rincorrono le emergenze economiche e finanziarie,
senza programmare interventi che tutelino davvero il diritto alla salute”,
accusa il segretario. Per questo è necessaria una mobilitazione forte, che
potrebbe arrivare anche a Bruxelles. “Faremo di tutto per coinvolgere i
cittadini. Devono capire che il responsabile del mancato accesso alle cure è il
governo – conclude Di Silverio -. Useremo tutti gli strumenti a nostra
disposizione, cercando di tutelare i cittadini. Il nostro obiettivo sarà creare
disservizi pesanti alla politica, per far capire loro cosa significa un Paese
senza i medici”. Il rischio concreto è che, se la situazione non cambierà, le
dimissioni dei professionisti dall’Ssn aumenteranno, svuotando ulteriormente
reparti in molti casi già sotto pressione. Lavoratori in fuga, alla ricerca di
quella dignità professionale che oggi non trovano più negli ospedali italiani.
L'articolo Medici furiosi contro la manovra del governo: “Stanziamenti “record”?
Vergognoso e offensivo. Meloni fa austerity, così lo stato sociale rischia di
saltare in aria” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ventidue persone con grave disabilità non autosufficienti ospiti dell’Istituto
Calamatta di Civitavecchia dal primo dicembre sono senza l’assistenza idonea e
necessaria per la loro condizione: prima era garantita da un rapporto paziente –
operatore sociosanitario di 1 a1 che a inizio mese è salito inizio mese a 1 a 5.
“I nostri cari stanno vivendo una situazione gravissima e inconcepibile dovuta
ai tagli delle ore di assistenza presso una struttura residenziale pubblica che
fornisce prestazioni assistenziali per pazienti con gravi disabilità motorie,
psichiche e/o sensoriali, sotto la responsabilità della Dirigenza Generale della
Asl Roma 4”, denunciano a ilfattoquotidiano.it i parenti degli utenti colpiti
dal taglio. “Ci sono ragazzi autistici e con deficit cognitivi gravi, che
presentano una significativa complessità comportamentale, che è impensabile non
abbiano un operatore dedicato. Ci sono – aggiunge Silvia Leuzzi, uno dei
genitori degli ospiti dell’Istituto che si trova in provincia di Roma – diverse
persone non autosufficienti con patologie multiple ormai anziane. Una riduzione
del personale OSS a questo livello comporta un grave, anzi gravissimo, rischio
per la salute, la cura e l’igiene delle persone disabili”. I familiari chiedono
all’ente sanitario locale di “intervenire il prima possibile per risolvere il
problema” che sta colpendo uomini e donne in situazioni di estrema fragilità che
“in questo gioco al massacro di tagli ai servizi pubblici essenziali sono quelli
che pagano il conto più salato”.
Contattata da ilfattoquotidiano.it la direttrice generale dell’Asl Roma 4,
Rosaria Marino, risponde all’appello dei familiari dei pazienti scaricando le
responsabilità sull’ente gestore dell’assistenza. “È stato detto che la ASL ha
tagliato le prestazioni e questo è totalmente falso”, precisa Marino. “La
vicenda del Calamatta è da riferirsi unicamente ad inadempimento contrattuale
della Cooperativa che si è aggiudicata nel 2023 la gestione biennale della
struttura per 2.500.000 di euro. È di tutta evidenza – spiega la direttrice –
che se arrivano pazienti con maggiore complessità la Cooperativa deve
implementare il personale assorbendone i costi, come contrattualmente previsto,
invece la scorsa estate (con l’aumento dei pazienti, ndr) ci è stato chiesto un
aiuto temporaneo che noi abbiamo concesso per puro spirito di servizio”.
L’Asl Roma 4 aggiunge che “trascorso tale periodo la Cooperativa non ha
incrementato il personale, così come avrebbe dovuto fare. Tenuto conto che il
contratto è in scadenza a febbraio 2026 e che un contenzioso peserebbe sugli
utenti, ho dato disposizione agli uffici di ripristinare nei prossimi giorni
quanto fatto la scorsa estate (aumentando gli operatori, ndr), per garantire
l’assistenza 1 a 1 al paziente che ne ha bisogno. Alla scadenza del contratto
per il Calamatta cercheremo un partner più attento ed affidabile”, assicura
Marino. Ci sono però di mezzo le vacanze natalizie e il rischio che gli
operatori da aggiungere per l’assistenza diretta non arrivino subito come invece
servirebbe.
Sulla vicenda è intervenuta anche la Cgil. “La Direzione dell’Asl Roma 4 –
dichiarano Stefania Pomante ed Emanuela Nucerino, rispettivamente segretarie
generali e della Funzione Pubblica CGIL di Civitavecchia, Roma Nord e Viterbo –
continua un disegno di restrizione e smantellamento del perimetro del servizio
pubblico, in modo particolare per quanto riguarda il fronte sociosanitario e
assistenziale, a discapito delle lavoratrici, dei lavoratori e di tutta la
cittadinanza”.
E i parenti dei pazienti non dormono sonni tranquilli: “All’Istituto Calamatta
l’utenza disabile è grave/gravissima, si tratta di persone che necessitano di
essere lavate anche più volte al giorno, di essere imboccate perché presentano
gravi disabilità fisiche, ci sono anche pazienti che se non occupati in maniera
idonea e professionale sono terribilmente pericolosi per loro stessi e per gli
altri”, fanno presente. “Non osiamo immaginare – concludono – cosa possa
succedere se persisterà a lungo questo taglio gravissimo, in una struttura i cui
locali sono peraltro fatiscenti, pieni di barriere architettoniche, la cui unica
ricchezza è stata finora la presenza di personale amorevole e disponibile,
fornito dalla cooperativa che ringraziamo sempre”.
Pronta la replica della direttrice generale dell’Asl Roma: “Non metto in dubbio
la qualità degli operatori sanitari presenti ma del numero esiguo e lo stabile
ha caratteristiche intrinseche, strutturali con alcune barriere e stiamo
realizzando un piano di ristrutturazioni e risanamenti”, commenta a Marino a
ilfattoquotidiano.it. E poi precisa di “ricoprire il ruolo di direttrice
generale solo da febbraio, confidiamo di mettere a disposizione presto anche
degli spazi all’aperto per gli ospiti dell’Istituto”.
L'articolo L’Istituto Calamatta di Civitavecchia non garantisce assistenza
diretta a 22 disabili gravi. Asl scarica la coop proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“La riforma Bernini, lanciata con slogan populisti, ha alimentato l’illusione
che laureare più medici fosse la panacea per risolvere i problemi del servizio
sanitario nazionale”. A dirlo è Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione
Gimbe. Nell’ultima analisi pubblicata, l’organizzazione no-profit critica
l’intervento della ministra dell’Università. Una riflessione che arriva dopo “il
flop annunciato di una riforma superflua” e le polemiche sul semestre filtro.
Secondo Cartabellotta, “il problema italiano non è rappresentato dalla mancanza
di medici in termini assoluti” ma “da carenze selettive, perché sempre meno
giovani scelgono la medicina generale e alcune specialità cruciali, ma poco
attrattive”. Secondo Gimbe, infatti, l’Italia ha 5,4 medici ogni 1.000 abitanti,
una dotazione al di sopra della media Ocse e dei Paesi europei: un’analisi che
trova riscontro anche nei dati di Eurostat per il 2023. Il problema strutturale
dunque, non è quello della carenza di medici. Neanche per il futuro, dato che
l’aumento dei posti nei corsi di laurea in medicina e chirurgia, cresciuti del
51% solo negli ultimi tre anni, compensa i pensionamenti attesi. Anzi, “il forte
incremento degli accessi rischia di produrre, nel medio-lungo periodo, un numero
di laureati superiore alle reali capacità di assorbimento del servizio
sanitario”, precisa Cartabellotta.
L’allarme è invece rappresentanto dalla fuga dalla sanità pubblica, per niente
attrattiva: quasi 93mila medici, pari al 29,4% del totale, non lavorano nel
pubblico come dipendenti o convenzionati, né risultano inseriti in percorsi
formativi post-laurea: basti pensare al fenomeno dei medici gettonisti. Le
carenze riguardano invece la medicina di base, in cui secondo Gimbe mancano
5.575 unità per garantire il diritto alla cura alle cittadine e ai cittadini del
nostro Paese. Questi dati, denuncia Gimbe, smentiscono la narrazione frutto di
una propaganda che non affronta la crisi del Sistema sanitario nazionale: “È
evidente che senza interventi mirati per risolvere queste criticità”, si legge
nel report, “la riforma rischia di utilizzare risorse pubbliche per formare una
nuova pletora medica destinata al libero mercato, in una sanità dove il pubblico
arretra e il privato avanza. E visto che gli obiettivi dichiarati, migliorare la
qualità della formazione e valorizzare capacità e merito, sono clamorosamente
falliti, è indispensabile mettere da parte polemiche politiche e procedere in
maniera costruttiva con la riforma della riforma”.
Ora, si ipotizza una sanatoria che ne “certifica il fallimento”, conclude
Cartabellotta: si passa” dall’ambiziosa pretesa di una selezione basata sul
merito all’inevitabile compromesso del 6 politico” che auspica “una riforma
della riforma“.
L'articolo Medicina, Gimbe sulla riforma Bernini: “Superflua, un flop
annunciato. Alimenta l’illusione che laureare più medici sia la soluzione”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il Tar del Lazio ha bocciato “per grave difetto di istruttoria” il decreto
Tariffe di novembre 2024 per la parte della protesica e ausili per le persone
con disabilità. Con la sentenza pubblicata il 10 dicembre è stato accolto
integralmente il ricorso presentato dalla Federazione Italiana degli Operatori
in Tecniche Ortopediche (Fioto). Il ministero della Salute avrà un anno di
tempo, a partire dalle precedenti sentenze del 22 settembre 2025, per
riformularlo e produrre un nuovo Nomenclatore Tariffario Nazionale.
“La sentenza conferma la necessità di tariffe realmente sostenibili e fondate
sui costi effettivi della produzione”, commenta soddisfatta la Fioto. La
Federazione ha annunciato che metterà a disposizione del dicastero guidato da
Orazio Schillaci dati, competenze e contributi tecnici per la nuova fase
istruttoria, affinché il futuro tariffario “rispecchi la qualità, la
professionalità e la sostenibilità delle imprese che operano nei servizi
essenziali del Servizio sanitario nazionale”. Il Tar del Lazio ha stabilito
quindi che le nuove tariffe dovranno essere costruite su basi diverse, imponendo
l’utilizzo di criteri trasparenti, dati reali e verifiche tecniche approfondite.
Per consentire questa revisione totale, il giudice ha disposto che l’attuale
nomenclatore resti in vigore solo per un periodo transitorio e limitato di un
anno, al termine del quale dovrà essere sostituito per rispettare la normativa.
Contattato da ilfattoquotidiano.it il consigliere generale dell’associazione
Luca Coscioni avvocato Alessandro Bardini, che segue da anni il tema, afferma
che “la nuova pronuncia del Tar Lazio sull’assistenza protesica, letta
unitamente alle altre precedenti sentenze dello stesso Tribunale scaturite dalla
class action promossa dalla Coscioni, mette in evidenza una criticità
strutturale del sistema dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) così come
attualmente configurato”. Con l’aggiornamento del Nomenclatore e l’entrata in
vigore dal 1 gennaio di quest’anno, ilfattoquotidiano.it aveva sollevato il caso
di alcuni codici di ausili come batterie, ruote e joystick per carrozzine
elettriche ma anche di scarpe ortopediche di serie che erano stati eliminati dal
tariffario provocando fortissimi disagi, per le persone con disabilità e le loro
famiglie, che si sono trovati, spesso senza nemmeno essere stati avvisati dagli
enti competenti, a dover pagare di tasca propria riparazioni e sostituzioni.
“Auspichiamo”, dice l’esperto in materia della Coscioni, “che il ministero della
Salute dia ascolto alle numerose segnalazioni degli utenti e che finalmente
inserisca nel nomenclatore tutti gli ausili che ad oggi sono stati dimenticati
rendendo i nuovi Lea veramente utilizzabili da tutti”. Bardini è durissimo
perché “dalle decisioni giudiziarie emerge con chiarezza che il ministero ha
affrontato la ‘riforma’ dell’assistenza protesica in modo approssimativo, in
assenza di una reale istruttoria sui bisogni delle persone con disabilità e sui
costi effettivi delle prestazioni”, elementi che costituiscono il presupposto
indispensabile per qualunque scelta legittima in ambito sanitario. “In tutte
queste pronunce”, sottolinea Bardini, “il giudice amministrativo non entra nel
merito delle scelte tecniche o organizzative, ma riafferma un principio
fondamentale di diritto pubblico: senza una istruttoria adeguata e motivata non
può esservi legittimità dell’azione amministrativa”. “La discrezionalità della
pubblica amministrazione non può mai tradursi in una decisione priva di metodo,
dati e valutazioni concrete”, ribadisce Bardini. “La logica del risparmio”,
aggiunge l’avvocato, “quando non è fondata su una valutazione tecnica seria,
rischia di compromettere seriamente il diritto alla salute degli assistiti”.
Sulla sentenza del Tar del Lazio interviene anche Massimo Pulin, presidente di
Confimi Industria Sanità che rappresenta oltre 1.200 aziende e circa 32mila
addetti che operano nei più differenti ambiti del settore. “Tra le priorità da
reintrodurre nel Nomenclatore, tutti quei dispositivi e ausili, dalle carrozzine
elettriche alle scarpe ortopediche di serie, per le persone con disabilità”. Ora
la parola spetta al governo. L’attivista e blogger de ilfattoquotidiano.it Luca
Faccio ha scritto un duro appello rivolto alla premier Giorgia Meloni perché
intervenga tempestivamente risolvendo la questione degli ausili.
L'articolo Decreto Tariffe bocciato dal Tar, il ministero dovrà rifarlo. “Si
inseriscano anche gli ausili tornati a carico di chi ha disabilità” proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Ci risiamo. In due giorni due scandali enormi nella sanità a distanza di 600
chilometri. Un comune denominatore: la mancanza di controlli adeguati sulle
prestazioni sanitarie, pubbliche e private. Un sistema senza fine in cui il
paziente non è l’unico beffato, per l’assistenza medica confusa con il guadagno,
ma anche il Sistema Sanitario Nazionale viene utilizzato per “deviare” verso il
privato ed il cittadino, se paziente, ci casca due volte nella stessa falla.
Partiamo da Milano e dal fiore all’occhiello del gruppo San Donato, il privato
accreditato più grande ed influente d’Italia con capitali anche arabi. Al San
Raffaele è stata usata una cooperativa di infermieri al terzo piano nella zona
della medicina di cure intensive senza esperienza clinica con conseguenti
elevati rischi per il paziente. La scelta è stata del nuovo, ma già allontanato,
amministratore delegato posto solo a maggio ai vertici della struttura. Come si
può far scegliere professioni mediche ad una persona che conosce, forse, solo
ruoli amministrativi e di guadagno per l’azienda?
Ora parliamo di Roma e di un caso forse ancora peggiore. Un primario di un
ospedale pubblico è stato arrestato in flagranza di reato mentre riceve da un
imprenditore 3.000 euro in contanti ma gliene vengono contestati 700.000 fra
soldi, auto di lusso, affitti, vacanze da sogno e contratti di lavoro per la sua
compagna, medico specializzanda.
In questo caso venivano “sfruttati” pazienti nefropatici convogliati, dopo il
ricovero ospedaliero, verso dialisi in strutture private con cui – secondo le
accuse – il primario aveva instaurato un vero e proprio do ut des, ben sapendo
che le nuove linee guida consigliano per il paziente di organizzare a domicilio
questo importante tempo da dedicare alla pulizia del sangue fonte di vita. In
Europa circa il 35% dei dializzati esegue la dialisi a domicilio confronto a
circa il 9% italiano con evidente risparmio del Sistema Sanitario nazionale e
degli infermieri che possono essere destinati ad altro.
Ma finché medici che si devono vergognare di esserlo continueranno a rimanere
impuniti, fra lunghezze burocratiche della magistratura e deficienze degli
ordini dei medici, non abbiamo possibilità. Passerà del tempo, si dimenticherà,
nessuna punizione adeguata verrà inflitta per il mercimonio dei pazienti che
diventono oggetti, non soggetti, tutto fino alla prossima volta. Senza fine.
L'articolo In pochi giorni due scandali sanitari: finirà mai il mercimonio dei
pazienti? proviene da Il Fatto Quotidiano.
Li hanno beccati proprio mentre si scambiavano il denaro, una mazzetta da 3mila
euro. Per questo la polizia ha arrestato in flagranza il primario di Nefrologia
dell’ospedale Sant’Eugenio, Roberto Palumbo, e l’imprenditore Maurizio Terra,
amministratore unico della Dialeur, azienda che fornisce strumentazione per la
dialisi. Entrambi sono accusati corruzione. L’operazione risale a giovedì –
secondo quanto anticipato dal Corriere della Sera – ma la notizia è trapelata
solo nella giornata di sabato e il giudice per le indagini preliminari non ha
ancora convalidato la misura richiesta dalla Procura di Roma con l’aggiunto
Giuseppe De Falco.
L’inchiesta che ha portato all’arresto di Palumbo, che da anni collabora con la
Regione Lazio per affrontare le problematiche nefrologiche regionali ed è stato
nella Commissione regionale di vigilanza sull’emodialisi, vede complessivamente
dodici persone indagate. Il primario sarebbe stato fermato dagli agenti della
Squadra Mobile proprio nel momento in cui intascava i 3mila euro
dall’imprenditore: il primo è in carcere, l’altro ai domiciliari.
Secondo la ricostruzione dell’inchiesta, tuttavia, l’episodio non sarebbe un
caso isolato ma si inserirebbe in un giro di tangenti legato alle dimissioni di
pazienti che venivano poi indirizzati, come sarebbe accaduto per quello pagato
3mila euro appunto, in strutture sanitarie private. Tra gli indagati
figurerebbero proprio i responsabili delle case di cura che offrono servizi
specifici per i dializzati. Stando agli accertamenti dei magistrati, i soldi per
le mazzette al primario – e non si esclude anche ad altri medici – sarebbero il
provento di false fatture che venivano emesse da una società creata ad hoc.
L'articolo Arrestato in flagranza primario del Sant’Eugenio di Roma: “Ha
intascato tangente da un imprenditore” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Gli stipendi di novembre degli infermieri dipendenti del Servizio sanitario
nazionale sono stati più leggeri del previsto. Alcuni lo sapevano già, altri lo
hanno scoperto il 27 del mese. Rispetto al salario atteso, nella busta paga di
migliaia di lavoratori manca una cifra netta compresa tra i 50 e le diverse
centinaia di euro. È l’effetto di un recupero fiscale imposto dalle aziende
sanitarie e avallato, erroneamente, dall’Agenzia delle Entrate. Di fatto, le Asl
stanno indebitamente chiedendo indietro dei soldi agli infermieri, una delle
categorie professionali più in difficoltà della nostra sanità pubblica.
Tutto nasce dall’istanza di una singola azienda sanitaria locale che,
appellandosi a un cavillo normativo, ha chiesto all’Agenzia delle Entrate se
fosse possibile smettere di applicare la flat tax del 5% – introdotta dalla
legge di Bilancio 2025 – ad alcune tipologie di ore di straordinario svolte
dagli infermieri. Il Fisco, mal interpretando la norma, ha risposto di sì. Da
qui l’effetto domino: in diverse Regioni, molte aziende sanitarie – secondo i
sindacati parliamo dell’80% – si sono attivate per recuperare un po’ di budget
dalle tasche dei lavoratori, predisponendo un conguaglio nelle buste paga di
novembre degli infermieri. E, se il cavillo non verrà risolto a breve,
l’operazione potrebbe ripetersi anche per gli stipendi di dicembre.
Il nodo è la detassazione al 5% del lavoro straordinario degli infermieri,
prevista dal comma 354 della scorsa legge di Bilancio, quella per il 2025. Una
norma introdotta per provare a rendere più appetibile una professione che soffre
di una gravissima carenza di personale, per via di pessime condizioni di lavoro
e di salario. Dall’inizio dell’anno, quindi, le aziende e gli enti del Ssn hanno
iniziato ad applicare la nuova flat tax a tutte le ore di straordinario lavorate
degli infermieri dipendenti. Fino ai primi di novembre, quando una Asl
piemontese – secondo quanto raccolto da ilfattoquotidiano.it – ha posto
un’istanza di interpello all’Agenzia delle Entrate.
L’azienda ha chiesto al Fisco se anche le ore di pronta disponibilità fossero da
considerare come straordinari, e quindi da sottoporre alla flat tax. L’Agenzia
ha risposto dando un’interpretazione restrittiva della norma: la detassazione al
5% si applicherebbe solo allo straordinario regolato dall’articolo 47 del
contratto collettivo del comparto sanità, escludendo invece le ore di pronta
disponibilità, regolate dall’articolo 44. Detto fatto: le aziende hanno colto la
palla al balzo e si sono subito attivate per recuperare le somme detassate nei
mesi scorsi, disponendo il recupero dell’Irpef non trattenuta fino ad oggi.
Il fatto è che le ore di pronta disponibilità sono a tutti gli effetti ore di
lavoro straordinario. Si tratta, infatti, di una reperibilità svolta oltre
l’orario ordinario: l’infermiere deve essere pronto a rientrare in struttura
rapidamente in caso di urgenza. Ad esempio per una sala operatoria da aprire la
domenica o per un intervento chirurgico d’emergenza da effettuare di notte. Al
di fuori, dunque, delle 36 ore settimanali previste da contratto. Nonostante
questo, secondo l’Agenzia, “pur se anche retribuibili a titolo di straordinario,
le ore di pronta disponibilità non possono essere assimilate alla fattispecie
delle prestazioni” soggette alla flat tax, perché la Legge di Bilancio 2025 non
le nomina espressamente, né fa riferimento all’articolo 44 del Ccnl. Ovvero
quello che le disciplina.
Un’interpretazione definita “incomprensibile sul piano giuridico e incoerente su
quello economico” dal sindacato di categoria Nursind, che ha portato alla luce
la vicenda attraverso la denuncia del suo segretario nazionale, Andrea Bottega.
Ma la lettura dell’Agenzia delle Entrate è stata smentita anche da un documento
ufficiale del governo.
Il 20 novembre scorso, infatti, l’Ufficio legislativo del ministro per la
Pubblica Amministrazione ha inviato un suo parere al Fisco, chiarendo che la
detassazione deve applicarsi anche al lavoro straordinario derivante dalla
pronta disponibilità, perché ogni ora effettivamente lavorata oltre l’orario
contrattuale “è qualificata e retribuita come lavoro straordinario”,
indipendentemente dalla causale. Inoltre, il documento governativo precisa che
le coperture economiche per questo provvedimento, indicate nella relazione
tecnica della Manovra 2025, includono anche la pronta disponibilità. Tradotto:
lo Stato ha già calcolato il costo dell’intero straordinario infermieristico,
senza distinzioni tra le due tipologie. Una presa di posizione netta, che
smentisce chiaramente l’interpretazione dell’Agenzia delle Entrate: le aziende
hanno chiesto soldi indietro agli infermieri senza che ci fosse alcuna base
normativa a giustificarle.
Ora resta da capire come faranno gli infermieri a recuperare ciò che spetta
loro. “Avevamo già inviato una diffida formale a tutte le aziende sanitarie
d’Italia, ai presidenti di Regione e all’Agenzia delle Entrate. Ma le Asl ci
hanno risposto, in sostanza, che non gliene fregava niente e che avrebbero
effettuato comunque la trattenuta nelle buste paga di novembre. Cosa che è
effettivamente successa”, commenta a ilfattoquotidiano.it Andrea Bottega. “Ora
ci aspettiamo che l’Agenzia delle Entrate faccia un passo indietro e comunichi
che la sua interpretazione era scorretta – prosegue -. E siamo in attesa anche
di un parere chiarificatore dal ministero della Salute”.
La cosa che più amareggia il segretario è che, in un momento delicato come
quello attuale, caratterizzato da una forte crisi della professione, le aziende
si siano mosse con tale decisione per smantellare una delle poche misure che
effettivamente valorizza il ruolo degli infermieri. “È ormai noto a tutti che in
Italia mancano decine di migliaia di professionisti, se non di più. Tutti gli
studi italiani e internazionali lo ribadiscono. Come possiamo giustificare
questo accanimento su una categoria di cui il nostro Ssn avrebbe così
drammaticamente bisogno?”.
L'articolo Caos sugli straordinari degli infermieri, trattenute anomale in busta
paga. Il governo smentisce il fisco: chiesti indietro soldi senza motivo
proviene da Il Fatto Quotidiano.