Il Tar del Lazio ha sospeso le sperimentazioni sui beagle presenti nei
laboratori Aptuit di Verona. Sugli oltre mille cani rinchiusi da anni nella
struttura alle porte della città scaligera la multinazionale farmaceutica non
potrà effettuare ulteriori esperimenti farmacologici e tossicologici fino al 26
settembre 2026. “Rilevato che nel bilanciamento degli interessi, il dolore, la
sofferenza, il distress e più in generale i danni alla salute degli animali
impiegati nella sperimentazione, in quanto ontologicamente irreparabili,
risultano prevalere sulla continuità di un’attività di ricerca che si protrae da
anni”, recita la sentenza del giudice del Tar del Lazio. L’ordinanza sospende il
provvedimento di rinnovo dell’autorizzazione del marzo 2025 avente oggetto l’
“uso della telemetria nel cane beagle per la valutazione cardiovascolare della
sicurezza farmacologica”.
Esultano quindi tutte le associazioni animaliste che dal 2021 fronteggiano con
manifestazioni, sit-in e lunghe vertenze legali, la multinazionale statunitense.
In particolare LAV (Lega AntiVivisezione) da tempo contesta gli esperimenti
all’interno degli stabulari della tortura veronesi, che prevedono “procedure
altamente invasive che si aggiungono alle asettiche e artificiali gabbie in cui
i cani sono costretti a vivere”. Si parla di “sonde con elettrodi e cateteri che
vengono impiantate nei corpi dei beagle per monitorare parametri fisiologici
come attività cardiaca e pressione sanguigna durante la somministrazione di
sostanze”. Da LAV spiegano ancora che numerosi cani sottoposti a sperimentazioni
analoghe “sono stati maltrattati e uccisi senza alcuna reale necessità, come
documentato da indagini e procedimenti giudiziari che hanno coinvolto proprio i
laboratori Aptuit portando al sequestro e liberazione, grazie a LAV, di oltre 50
animali (nel 2022 ndr)”.
Nel novembre 2025, secondo un altro filone d’indagine, l’amministratore delegato
dell’azienda aveva patteggiato sei mesi di reclusione per maltrattamento e
uccisione non necessaria, mentre la veterinaria del benessere animale aziendale
aveva chiesto la “messa alla prova”. Rispetto all’ultima sentenza del Tar,
Aptuit ha spiegato come la sospensiva “rischia di compromettere i progetti di
ricerca in atto per trovare nuove cure per migliaia di persone affette da gravi
patologie, tra cui malattie neurodegenerative, oncologiche e diverse malattie
note”. È dal 2013 che in Italia per legge non si possono allevare cani, gatti e
primati per la sperimentazione (Aptuit importa beagle dalla Francia ndr). Mentre
LAV, Oipa e Animalisti Italiani spiegano da tempo che è giunto il momento di
utilizzare sistemi di metodi alternativi che non prevedano la sofferenza
animale. Nelle stesse ore in cui il Tar del Lazio sospendeva l’attività della
Aptuit, a Blue Mounds nel Wisconsin, un centinaio di attivisti ha fatto
irruzione nell’azienda Ridglan Farms liberando 23 beagle utilizzati per testare
nuovi farmaci, dispositivi medici e sostanze chimiche. Anche a Ridglan Farms è
in corso da anni una battaglia legale tra associazioni animaliste e azienda.
A gennaio scorso un giudice della contea di Dane aveva ascoltato le
testimonianze di ex dipendenti della struttura, ritenendole attendibili, in cui
si raccontava come ai cani detenuti all’interno “venivano asportate le ghiandole
oculari e le corde vocali senza anestesia, che venivano tenuti in piccole gabbie
di filo metallico senza accesso all’esterno e che sviluppavano piaghe e vesciche
sulle zampe”. Dopo che le indagini di un procuratore speciale avevano accertato
torture aberranti come gli “interventi chirurgici agli occhi sui cani compiuto
da personale non veterinario”, il Consiglio veterinario statale aveva decretato
che Ridglam Farms non rispetta gli standard di cura veterinaria del Wisconsin.
Nell’autunno 2025 l’azienda aveva accettato di rinunciare alla propria licenza
di allevamento statale entro luglio 2026, ponendo fine alla pratica di vendere
beagle a ricercatori esterni; anche se la struttura rimarrà aperta e potrà
continuare ad allevare cani per le proprie ricerche interne.
A seguito di questa mezza sconfitta, gli attivisti capitanati Wayne Hsiung,
hanno organizzato un blitz dove si sono intrufolati nello stabilimento e
utilizzando piedi di porco hanno aperto porte e sfondato finestre per poi
liberare dalle gabbie i beagle. Le immagini dei cagnolini impauriti tenuti in
braccio dagli attivisti americani, immagini simili a quelle viste nel 2011 a
Green Hill in provincia di Brescia, hanno fatto il giro del mondo, commuovendo
milioni di persone. Una trentina di attivisti, compreso, lo stesso Hsiung sono
stati arrestati, mentre molti sceriffi della contea (proprio come accadde a
Montichiari nel 2011 con l’arrivo della polizia municipale) sono intervenuti
agguantando diversi cani liberati che poi sono stati riportati nella struttura
della morte. Tra gli arrestati a Ridgland Farms c’è l’attrice di Baywatch, la
62enne Alexandra Paul.
L'articolo Sperimentazione sui beagle, in Italia il Tar sospende i test alla
Aptuit e nel Wisconsin gli attivisti liberano 23 cani proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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Potrebbe sembrare una scena da film d’animazione: una cagnolina minuscola che
trotterella con sicurezza accanto a cavalli imponenti, tra squilli di tromba,
uniformi impeccabili e il rigore delle cerimonie ufficiali. Ma non è fantasia.
Lei esiste davvero e si chiama Briciola, la mascotte della Fanfara del IV
Reggimento dei carabinieri a cavallo. Anche oggi, 18 marzo, ha fatto la sua
comparsa al Quirinale, con una pettorina tricolore per l’occasione, durante il
cambio della guardia solenne davanti al Reggimento Corazzieri per il 165esimo
anniversario dell’Unità d’Italia.
Non ha la notorietà internazionale di Larry, il gatto che vive a Downing Street,
né quella di Bo, il cane della famiglia Obama alla Casa Bianca. Eppure, nelle
cerimonie istituzionali italiane, Briciola è ormai una presenza riconoscibile.
Meticcia di piccola taglia, oggi dodicenne, è entrata a far parte dell’Arma nel
2014, quando aveva poco più di un anno. Da allora vive nella caserma di Tor di
Quinto, a Roma, sede dei carabinieri a cavallo, e accompagna spesso i militari
nelle manifestazioni ufficiali.
Il suo debutto più importante risale al 2015, durante l’insediamento al
Quirinale del presidente Sergio Mattarella. Da allora è comparsa in diverse
occasioni pubbliche: dalla parata del 2 giugno lungo i Fori Imperiali agli
eventi dell’Arma a Villa Borghese. Nel 2022, durante l’avvio del secondo mandato
del capo dello Stato, una sua capriola improvvisata nel cortile d’onore riuscì
persino a strappare un sorriso al presidente.
A guidarla c’è il maresciallo Fabio Tassinari, che la descrive come “un cane
straordinario”: non si lascia intimidire né dalla presenza dei cavalli né dal
suono della fanfara. Qualità non scontate per una cagnolina di piccola taglia.
E, raccontano i militari con un sorriso, capita spesso che sia proprio lei a
imporsi sugli animali più grandi: basta un abbaio e i cavalli sembrano mettersi
sull’attenti.
DAL SALUTO ALLA BANDIERA ALLE PARATE DEL QUIRINALE: LA STORIA DI BRICIOLA
Come da tradizione iniziata negli anni Settanta, anche Briciola è stata donata
all’Arma come mascotte e portafortuna, seguendo le orme di altre cagnoline che
l’hanno preceduta, come Lady, Birba e Trombetta. Con una differenza, però: lei è
anche una mascotte al passo coi tempi. Briciola ha infatti una pagina Instagram
ufficiale, dove vengono raccontati i momenti della sua giornata tra
addestramenti, cerimonie e vita in caserma.
La sua routine, d’altronde, è quasi militare: sveglia presto e alzabandiera alle
7.30, poi esercitazioni con i carabinieri a cavallo. E quando arriva il momento
delle grandi occasioni, indossa le pettorine cerimoniali, le cosiddette
gualdrappe, e torna a sfilare accanto ai cavalli. Piccola di statura, ma ormai
parte integrante della scena istituzionale.
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L'articolo “È un cane speciale”: chi è Briciola, la mascotte del Quirinale che
mette in riga i cavalli tra pettorine tricolore, cerimonie solenni e le sue
giornate raccontate su Instagram proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un recente studio pubblicato sulla rivista Animals e realizzato da un gruppo di
ricerca dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro in collaborazione con
l’Università degli Studi di Catania ha analizzato in modo approfondito un tema
che negli ultimi anni ha attirato crescente attenzione mediatica e sociale: gli
attacchi dei cani nei confronti degli esseri umani, in particolare quelli con
esito mortale. L’indagine ha preso in considerazione tutti i casi registrati in
Italia nel periodo compreso tra il 2009 e il 2025, con l’obiettivo di
individuare eventuali schemi ricorrenti e fattori di rischio. A causa
dell’assenza di un sistema nazionale centralizzato per la raccolta di dati sulle
aggressioni canine, i ricercatori hanno dovuto ricorrere a fonti alternative,
raccogliendo informazioni da articoli di stampa nazionali e locali. Questi dati
sono stati poi sottoposti a un processo di verifica incrociata e organizzati in
un database strutturato e il più possibile completo.
Nel database sono state incluse numerose variabili utili all’analisi, tra cui
l’età e il genere delle vittime, il contesto in cui si è verificato l’attacco,
il rapporto tra la vittima e il cane, il numero di animali coinvolti e, quando
disponibile, la tipologia o razza del cane. Complessivamente sono stati
identificati 54 casi di attacchi mortali. Un dato particolarmente significativo
riguarda l’andamento temporale: negli ultimi cinque anni analizzati si osserva
un aumento del numero di episodi, suggerendo una possibile crescita del fenomeno
o, almeno, una maggiore emersione dei casi.
Dallo studio emerge che alcune fasce della popolazione risultano più esposte al
rischio. In particolare, gli anziani (di età pari o superiore a 65 anni) e i
bambini molto piccoli (fino ai 4 anni) rappresentano i gruppi più colpiti. Per
quanto riguarda le caratteristiche degli animali coinvolti, le razze
appartenenti al gruppo dei molossoidi e quelle di tipo bull compaiono nel 69%
degli episodi analizzati. Tuttavia, i ricercatori sottolineano con forza che
questi dati non devono essere interpretati come prova di una maggiore
pericolosità intrinseca di specifiche razze. La letteratura scientifica sul
comportamento animale indica infatti che l’aggressività nei cani è il risultato
di una combinazione complessa di fattori, che includono predisposizioni
genetiche, condizioni ambientali, modalità di allevamento, educazione e gestione
da parte dell’uomo.
Un altro elemento rilevante riguarda la relazione tra cane e vittima: nel 92,6%
dei casi si trattava di animali di proprietà, spesso appartenenti alla stessa
persona colpita. Questo dato contribuisce a ridimensionare l’idea diffusa che il
rischio maggiore provenga da cani randagi o sconosciuti. Allo stesso modo, anche
il contesto degli attacchi appare controintuitivo: circa il 66,7% degli episodi
si è verificato in ambienti privati, come abitazioni o spazi domestici,
piuttosto che in luoghi pubblici.
Il confronto con dati provenienti dagli Stati Uniti mostra analogie nei modelli
demografici delle vittime e nelle tipologie di cani coinvolti, ma mette in
evidenza una differenza importante: negli USA esistono sistemi più strutturati
per la raccolta e il monitoraggio dei dati, mentre in Italia manca ancora un
registro nazionale dedicato ai rischi comportamentali. Nel complesso, lo studio
suggerisce che gli attacchi mortali di cani nel contesto italiano non siano
eventi casuali, ma seguano schemi riconoscibili e, almeno in parte, prevenibili
attraverso interventi mirati. In questo senso, i ricercatori sottolineano
l’importanza di migliorare la raccolta dei dati e la capacità di analisi a
livello nazionale. “L’assenza di una banca dati nazionale – spiegano i
ricercatori – limita gravemente la sorveglianza e l’intervento. È necessario
istituire un registro centralizzato dei rischi comportamentali, modellato sui
sistemi internazionali, per favorire l’individuazione precoce, lo sviluppo di
politiche e la collaborazione multidisciplinare”.
L'articolo Attacchi mortali dei cani: è vero che dipende dalla razza? Ecco cosa
rivela lo studio su 54 casi avvenuti in Italia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si avvicina troppo a una candela e prende fuoco. È successo a un barboncino in
Scozia. Il cagnolino si trovava in sala insieme ai padroni: l’attimo è stato
catturato da una telecamera della casa.
Il cagnolino doveva partecipare al Crufts, la più grande esposizione canina del
mondo. Fortunatamente, però, tutto è andato per il meglio: il cagnolino non ha
riportato ferite, ma solo una leggera bruciatura al pelo. Come ha spiegato la
padrona, il barboncino ha debuttato comunque al Crufts grazie a suo bravo
toelettatore, conquistando anche il secondo posto in una della categorie in
gara.
L'articolo Barboncino si avvicina troppo a una candela e prende fuoco alla
vigilia di un concorso per cani (ma vince comunque il secondo posto) – Video
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Pochi cani nel mondo evocano immagini di regge, corone e cerimonie reali come i
Welsh Corgi. Con le loro piccole zampe e il caratteristico portamento elegante,
hanno accompagnato la Regina Elisabetta II d’Inghilterra tra i corridoi di
Buckingham Palace, nei prati di Balmoral e persino al funerale della sovrana,
diventando simboli viventi della monarchia britannica.
Ma quello che fino a pochi anni fa sembrava un legame incrollabile tra la Corona
e la sua razza preferita, oggi potrebbe affrontare una svolta inaspettata.
Secondo alcune stime riportate dal The Times, i Welsh Corgi sono tra le 67 razze
che rischiano di essere escluse dalla riproduzione nel Regno Unito.
A sollevare la questione è l’Innate Health Assessment, un nuovo sistema
elaborato dall’All-Party Parliamentary Group for Animal Welfare (Apgaw), pensato
per valutare il benessere dei cani attraverso dieci criteri specifici.
L’obiettivo dichiarato del gruppo parlamentare è chiaro: ridurre la diffusione
di caratteristiche fisiche che possono compromettere la salute degli animali,
prevenendo deformazioni, malattie congenite e dolori cronici.
Tra i parametri più problematici ci sono muso schiacciato, occhi sporgenti,
pieghe cutanee, palpebre cadenti e zampe troppo corte. Proprio quest’ultimo
punto riguarda da vicino i Corgi. La loro conformazione, costituita da torace
basso e zampe corte, li rende particolarmente predisposti a problemi alla
colonna vertebrale, artrite e anomalie agli arti. Un rischio che ha spinto gli
esperti a includerli nella lista delle razze “a monitorare” secondo il
protocollo dell’Apgaw.
CORGI E LE ALTRE RAZZE A RISCHIO
La questione è destinata a far discutere: i criteri finora volontari potrebbero
presto diventare obbligatori, e imporre nuove regole per la riproduzione dei
cani. Solo gli esemplari che soddisfano la maggior parte dei requisiti
potrebbero continuare a riprodursi, con un impatto significativo sul panorama
cinofilo britannico. Accanto ai Corgi, anche Bulldog, Carlini, Shih Tzu, Boxer,
Cavalier King Charles Spaniel e altre razze molto amate rischierebbero di essere
esclusi dagli allevamenti.
Eppure, la passione per questi piccoli protagonisti della storia reale non
sembra scemare. All’ultima edizione del Crufts 2026 a Birmingham, la più grande
esposizione dedicata ai cani di razza, Hazel, un Welsh Corgi, ha conquistato il
secondo posto tra i finalisti.
L'articolo “God Save the… Corgi”: il cane simbolo della monarchia britannica
rischia di diventare una razza proibita proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si chiama Bruin, all’anagrafe Sh Ch Vanitonia Soloist, ed è un Clumber Spaniel
di quattro anni: è sttao lui il protagonista assoluto del Crufts 2026, la più
prestigiosa esposizione canina del Regno Unito. Guidato dal suo padrone Lee Cox,
Bruin ha conquistato il pubblico dell’arena gremita di Birmingham con il suo
portamento elegante, il suo temperamento impeccabile ma, sopratutto, il suo
“sguardo un po’ così”. Per la razza Clumber Spaniel si tratta di un successo
storico: l’ultima vittoria al Crufts risaliva infatti al 1991, dato che rende
questo trionfo ancora più significativo.
Insieme al celebre show di New York, il Westminster Kennel Club Dog Show, questo
evento rappresenta uno degli appuntamenti più importanti al mondo per gli
appassionati di cinofilia. Non a caso si svolge proprio in Gran Bretagna, una
delle culle storiche dell’allevamento e della selezione delle razze canine. Lo
scorso anno, a brillare sul ring del Crufts, era stato il levriero Miuccia, una
vittoria che ha portato in alto il prestigio della cinofilia italiana.
CRUFTS, DOVE NASCE IL “RE DEI CANI”
Il Crufts non è una semplice esposizione canina: è considerata da molti la più
grande e prestigiosa manifestazione dedicata ai cani al mondo. Organizzata dal
Kennel Club, l’evento si svolge ogni anno al National Exhibition Centre (NEC) di
Birmingham e richiama allevatori e appassionati di tutto il mondo. La storia del
Crufts inizia nel 1891, quando l’imprenditore britannico Charles Cruft decise di
creare una grande esposizione dedicata ai cani di razza. Da allora la
manifestazione è cresciuta fino a diventare un appuntamento simbolo della
cinofilia internazionale, capace di attirare decine di migliaia di visitatori e
migliaia di partecipanti ogni anno.
Per quattro giorni, il NEC di Birmingham si trasforma in una vera e propria
capitale mondiale dei cani. Oltre ai tradizionali giudizi di razza, il programma
include competizioni spettacolari come agility, prove di obbedienza, flyball e
performance coreografate tra cani e proprietari. L’edizione 2026 non ha fatto
eccezione per quanto riguarda lo spettacolo: oltre 18.600 cani provenienti dal
Regno Unito e da numerosi altri Paesi si sono sfidati nelle diverse categorie.
Ma alla fine, solo uno può conquistare il titolo più ambito: Best in Show, il
riconoscimento che incorona il miglior cane dell’intera manifestazione.
CLUMBER SPANIEL: LA RIVINCITA DI UNA RAZZA RARA
Oltre alla sua prestazione individuale, la vittoria di Bruin attira anche
l’attenzione sulla sua razza. Il Clumber Spaniel è considerato una razza
britannica vulnerabile dal Kennel Club, con meno di 300 cuccioli registrati ogni
anno. Oggi è una razza fortemente diffusa in Gran Bretagna. Nato in Francia e
introdotto nel Regno Unito dal Duca di Newcastle, il Clumber Spaniel si
distingue per il suo carattere equilibrato, il fiuto eccezionale e quel celebre
“sguardo un po’ così” che, insieme alla struttura proporzionata e alla buona
ossatura, ne evidenzia forza e dignità. Dopo oltre trent’anni dall’ultima
vittoria di un esemplare di questa razza al Crufts, Bruin ha riportato sotto i
riflettori un cane poco comune, segno che eleganza e fierezza possono
conquistare anche il palcoscenico più prestigioso della cinofilia mondiale.
L'articolo Il cane Bruin conquista il Crufts 2026: chi è il Clumber Spaniel
dallo “sguardo un po’ così” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Con l’aggravarsi del conflitto in Medio Oriente e dopo i missili e droni
lanciati dall’Iran verso diversi Paesi del Golfo — alcuni dei quali intercettati
dalle difese aeree sopra Dubai, con frammenti caduti in città causando danni e
almeno una vittima — l’ondata di panico sta spingendo molti espatriati a tentare
di lasciare il Paese. E tanti si lasciano alle spalle i loro animali domestici,
cercando di affidarli a qualcuno o abbandonandoli precipitosamente in mezzo alla
strada. Peggio: le cliniche veterinarie denunciano di ricevere richieste di
eutanasia per animali in perfetta salute, mentre i volontari dei rifugi
raccontano di cani e gatti lasciati nel deserto e nelle abitazioni ormai vuote.
Le ragioni stanno in un mix di costi elevati, paura e ostacoli burocratici
difficili da superare nel breve periodo. Organizzare il trasferimento
internazionale di un animale richiede procedure che possono durare settimane o
mesi: dall’applicazione del microchip alla vaccinazione antirabbica, fino al
test sierologico che impone un’attesa di almeno ventuno giorni prima del
viaggio. Molti residenti, colti di sorpresa dall’instabilità regionale e dalle
limitazioni ai collegamenti aerei, con l’aeroporto di Dubai che ha riaperto ma
funziona a singhiozzo, non riescono o non sono disposti a occuparsi degli amici
a quattro zampe.
Claire Hopkins, una volontaria britannica impegnata nei soccorsi negli Emirati
Arabi Uniti, testimonia l’esasperazione che sta travolgendo la comunità:
“Abbiamo visto molto stress e panico tra i proprietari di animali domestici.
Molti vogliono restituire gli animali che avevano adottato”. Definisce
disgustose le richieste di soppressione ricevute dai veterinari, aggiungendo che
le strutture di accoglienza sono ormai sature. La situazione è resa ancora più
drammatica dalle condizioni in cui alcuni animali vengono ritrovati: gatti
lasciati in scatole davanti alle porte con biglietti di scuse e cani legati ai
pali della luce senza acqua né cibo.
Anso Stander, responsabile del santuario Six Hounds, racconta di aver ricevuto
ventisette messaggi di richiesta di aiuto in un solo giorno: “Le persone ci
dicono in modo molto educato e discreto che se non possiamo prenderli, li
lasceranno”. Stander riporta anche episodi particolarmente crudi segnalati ai
volontari, come il ritrovamento di un levriero Saluki legato così stretto a un
lampione che il collare gli aveva squarciato la gola, e denunce di cani uccisi a
colpi di arma da fuoco nel deserto tra gli Emirati e l’Oman, dove alcuni
proprietari tentano la fuga via terra.
L’attivista Radha Stirling, fondatrice dell’organizzazione Detained in Dubai,
osserva che questa crisi richiama alla memoria quella finanziaria del 2009,
quando le auto di lusso venivano abbandonate nei parcheggi dell’aeroporto da chi
fuggiva dai debiti: “Oggi vediamo persone che fuggono e lasciano i loro animali
domestici perché non riescono a organizzare il trasporto in tempo”. Hannah
Mainds, della RSPCA, lancia un appello affinché gli animali non diventino le
vittime dimenticate del conflitto: “Gli animali dipendono completamente dai loro
proprietari. Non possono capire perché la loro famiglia sia improvvisamente
scomparsa”. Così, ai problemi si aggiunge l’indignazione per il destino di
queste vittime silenziose. Influencer come Kady McDermott hanno espresso sdegno
sui social, affermando che chi abbandona il proprio animale non dovrebbe mai più
poter tornare nel Paese.
L'articolo La fuga degli expat da Dubai tra animali abbandonati e richieste di
eutanasia: la denuncia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Una cinquantina di animalisti hanno ‘assediato’ una palazzina di via Tuscolana a
Roma per chiedere la liberazione di un cane che, secondo quanto denunciato
dall’attivista per i diritti degli animali Enrico Rizzi, sarebbe stato
maltrattato dal proprietario. La vicenda nasce da un video pubblicato sui social
dallo stesso Rizzi, nel quale si vedrebbe un uomo colpire con un bastone il
proprio cane, un pastore australiano che vivrebbe stabilmente sul balcone
dell’abitazione. “Lo colpisce sul muso e sul corpo. Succede a Roma, in via
Tuscolana 1270. Mi sto recando subito sul posto: questo cane va portato via da
questo bruto”, aveva scritto l’attivista.
CHE COSA È SUCCESSO
Il primo blitz è scattato il 3 marzo intorno alle 11 di mattina. Sul posto,
oltre agli animalisti, sono intervenuti i carabinieri della stazione Roma
Cinecittà, che hanno richiesto il supporto della polizia locale e di un
veterinario della Asl. Rizzi è stato invitato a presentare una denuncia formale,
consegnando agli investigatori il video. L’animale è stato inizialmente portato
in canile, ma poche ore dopo è stato restituito alla proprietaria. Una decisione
che ha scatenato la protesta degli attivisti, tornati in serata davanti alla
palazzina. Secondo Fanpage “in almeno trenta si sono posizionati sul
pianerottolo, colpendo la porta d’ingresso con calci e manate“. In quel caso è
stato il proprietario del cane a chiamare il 112, con l’intervento della
polizia.
UN LIETO FINE PER IL CANE
La mobilitazione è proseguita anche la mattina seguente, quando Rizzi e altri
manifestanti sono tornati sotto l’edificio. “Solo in Italia chi commette reati
viene tutelato dallo Stato”, ha scritto l’attivista in una diretta Facebook.
Poco dopo è arrivato un aggiornamento: “Sono oltre cento le richieste di
adozione per questo cane, che saranno valutate nei prossimi giorni”. Sulla
vicenda è intervenuta anche la Garante dei diritti degli animali di Roma,
Patrizia Prestipino. Il cane era stato portato al canile sanitario della
Muratella, dove tre veterinari lo hanno visitato “non trovando nulla sul corpo
dell’animale”, si legge su Roma Today, ad eccezione di un testicolo ritenuto,
patologia frequente nei cani di razza. In assenza di denunce dirette, l’animale
era stato inizialmente restituito alla proprietaria. Successivamente, però, la
donna ha firmato una cessione gratuita: il cane è ora di proprietà del Comune di
Roma e resta affidato alla struttura sanitaria della Muratella.
L'articolo “Lascia il cane sul balcone e lo colpisce con un bastone”: gli
animalisti ‘assediano’ il palazzo del proprietario e tentano di sfondare la
porta proviene da Il Fatto Quotidiano.
In Argentina si torna a parlare dei “therian”. Come riportano diversi tabloid
sudamericani domenica scorsa in una piazza di Buenos Aires c’è stato un
variopinto e ricco raduno di “therians” ovvero individui che affermano di
identificarsi mentalmente, spiritualmente o psicologicamente con animali non
umani. La tendenza ha preso piede sui social media argentini negli ultimi mesi,
guadagnando terreno su piattaforme come TikTok, dove l’hashtag #therian ha
superato i 2 milioni di post, con l’Argentina in testa a tutti gli altri paesi
latinoamericani per coinvolgimento.
L’ondata ha attirato l’attenzione di influencer e media, scatenando reazioni che
vanno dal riso allo sconcerto, fino alla rabbia più totale. Su un tabloid turco,
dove il reportage sui therian è ricco anche di una nutrita quantità di foto, è
scritto: “Sofía, con indosso una maschera da beagle realistica, correva a
quattro zampe sull’erba. Lì vicino, la quindicenne Aguara saltava in aria,
superando un percorso a ostacoli e imitando i movimenti precisi di un cane di
razza belga. Altri, vestiti da gatti e volpi, si appollaiavano sui rami degli
alberi, mantenendosi a distanza dai curiosi”.
Insomma, una perfomance perlomeno teatrale piuttosto atipica e sinceramente
divertente. Anche se a seguire le dichiarazioni di alcuni partecipanti c’è da
riflettere un pochino. “Aguara, che afferma di identificarsi come un pastore
belga Malinois e che considera la sua età l’equivalente di due anni e due mesi
in anni canini, afferma di essere molto simile a qualsiasi altra adolescente”,
spiega il Daily Sabah. “Mi sveglio come una persona normale e vivo la mia vita
come una persona normale”, ha detto. “Semplicemente, ci sono momenti in cui mi
piace essere un cane”. In qualità di leader di quello che lei chiama il suo
“branco”, Aguara vanta più di 125.000 follower su TikTok e coordina incontri
regolari nella capitale argentina.
Assieme alla ragazza cane c’è anche Aru, una sedicenne che durante il raduno
indossava una maschera da foca e che ha spiegato come all’incontro ci è andata
per puro divertimento e che la tendenza therian ha preso piede in Argentina
grazie all’ambiente “relativamente libero” che si respira nel paese. “Da un
punto di vista psicologico, si tratta di un’identificazione simbolica con un
animale“, ha affermato Débora Pedace, psicologa e direttrice del Centro
Terapeutico Integrale di Buenos Aires. “Diventa patologica o allarmante solo
quando si trasforma in una convinzione profondamente radicata e la persona
assume pienamente il ruolo di un animale, portando potenzialmente
all’autolesionismo o al ferimento degli altri”.
L'articolo Si indentificano mentalmente in cani, gatti e volpi: su TikTok
arrivano i “therian”. L’esperto: “Diventa allarmante se sfocia
nell’autolesionismo o al ferimento degli altri” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un uomo ha ricevuto una multa da 200 euro dopo aver chiesto aiuto alla polizia
per rintracciare il suo cane fuggito. A raccontare la storia a Il Secolo XIX è
stato lo stesso Giuseppe Eliseo, multato dalle autorità per l’omessa custodia
dell’animale. Lo scorso venerdì 20 febbraio, una signora ha contattato l’uomo
dicendogli che il suo cane era uscito dal recinto, situato nella zona della
Pieve. Così, Eliseo si è messo alla ricerca del suo Iron – il nome dell’animale
– senza successo. L’intervistato ha spiegato: “Mi ha chiamato una donna dicendo
che il mio cane era uscito all’esterno del recinto. Immediatamente sono tornato
indietro e mi sono messo alla ricerca di Iron”. Dopo circa un’ora dall’inizio
delle ricerche, Eliseo ha incontrato due agenti della polizia locale in
motocicletta: i poliziotti si sono uniti alla perlustrazione e hanno aiutato
l’uomo a riabbracciare il suo cane, ritrovato nei pressi del Megacine. Sul posto
sono intervenuti anche i vigili del fuoco.
La gioia per essersi ricongiunto al suo Iron è durata poco. Eliseo ha spiegato:
“Sono stato io a mobilitare la polizia locale, la stessa che poi mi ha multata.
Ma a chi avrei dovuto chiamare? All’inizio pensavo fosse uno scherzo. Qui pare
invece che abbia abbandonato il mio cane, quando una svista al contrario può
capitare a tutti. Ci siamo subito adoperati per ritrovarlo, il cane peraltro non
ha mai costituito alcun pericolo quando era fuori. Una cosa assurda: ma
l’umanità dove è finita?“. L’intervista si è conclusa con un’accusa nei
confronti delle autorità. Il cittadino de La Spezia ha detto: “Sono contrariato
per la mancanza di tatto degli agenti di polizia locale, perché pare quasi che
io abbia abbandonato il mio cane, quando invece per me è come un figlio“.
L'articolo “Ho mobilitato la polizia per ritrovare il mio cane e ho ricevuto una
multa di 200 euro. Pensavo fosse uno scherzo, per me è come un figlio”: la
storia di Giuseppe Eliseo e di Iron proviene da Il Fatto Quotidiano.