Chi l’avrebbe detto: tra spiagge da sogno e acque cristalline, gli squali delle
Bahamas sembrano aver fatto incetta di farmaci e stimolanti umani. Un recente
studio dell’Università federale del Paraná, pubblicato su Environmental
Pollution, ha scoperto tracce di caffeina, antidolorifici e addirittura cocaina
nel sangue di alcune decine di squali al largo dell’isola di Eleuthera, a circa
80 km da Nassau.
Natascha Wosnick, biologa marina responsabile della ricerca, spiega che quasi un
terzo dei 85 squali analizzati presentava residui di farmaci di origine umana,
tra cui paracetamolo e diclofenac. “È la prima volta che troviamo sostanze come
la cocaina in questi animali”, sottolinea Wosnick. Gli effetti sugli squali,
aggiunge, sono ancora sconosciuti, ma i campioni indicano cambiamenti metabolici
come livelli alterati di trigliceridi, urea e lattato, segni di stress
fisiologico.
QUANDO IL MARE DIVENTA UN COCKTAIL CHIMICO
La scoperta lancia un campanello d’allarme sull’inquinamento marino: farmaci,
stimolanti e sostanze di consumo umano finiscono inevitabilmente nelle acque,
alterando i ritmi biologici di specie che vivono completamente immerse
nell’ambiente creato dall’uomo. Anche se al momento non ci sono evidenze di
modifiche comportamentali negli squali, studi precedenti su altre specie ittiche
suggeriscono che stimolanti come caffeina e cocaina possano incidere su energia
e reazioni.
Il fenomeno, seppur sorprendente, conferma quanto l’attività umana stia
modellando in modi imprevedibili la vita marina. E se pensavate che gli squali
fossero immuni alle follie del mondo terrestre, lo studio dimostra il contrario:
le nostre abitudini, dai farmaci ai caffè consumati in spiaggia, arrivano fino a
loro e lasciano un’impronta chimica invisibile ma evidente. In sintesi, le
Bahamas restano un paradiso per i turisti, ma per gli squali il mare sta
diventando un “cocktail” decisamente pericoloso.
L'articolo “È la prima volta che troviamo sostanze come la cocaina in questi
animali”: squali “dopati” alle Bahamas, l’incredibile scoperta dell’Università
del Paranà proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Animal House
C’è chi dice che i gatti siano curiosi e chi invece sa che possono avere gusti…
Decisamente strani. È il caso di Midnite, un gatto di sei anni della Florida che
ha rischiato la vita per colpa di una passione insolita: inghiottire elastici
per capelli. La notizia, riportata da 1440 Daily, ha fatto il giro del web per
l’assurdità della situazione e il lieto fine che l’ha seguita.
Midnite era stato ceduto per l’eutanasia prima di essere accolto dall’HALO
No-Kill Rescue Shelter (un rifugio privato della Florida, attivo dal 2006, che
salva animali abbandonati o maltrattati e che non pratica l’eutanasia per
spazio, età o condizioni di salute, offrendo invece cure veterinarie e una vera
seconda possibilità agli animali ospitati), che ha deciso di tentare un
intervento chirurgico salvavita. Durante l’operazione, i veterinari si sono
trovati davanti a una sorpresa davvero… Intrecciata: 26 elastici per capelli
incastrati nello stomaco del gatto, che avevano provocato un pericoloso blocco
intestinale.
Il personale del rifugio ha raccontato di come Midnite, inizialmente considerato
“destinato al peggio”, abbia mostrato grande forza e resilienza. L’operazione è
riuscita e ora il gatto si sta riprendendo rapidamente, con l’appetito che è
tornato e i giochi quotidiani che lo tengono occupato. I volontari, dopo
l’episodio, hanno sottolineato l’importanza di monitorare i gatti che tendono a
ingerire oggetti non commestibili, perché anche un piccolo gesto può
trasformarsi in un’emergenza seria.
Il gatto, ora al sicuro e coccolato dai volontari, è la prova vivente che a
volte una seconda possibilità può cambiare tutto. E se avete gatti in casa,
magari è il momento di controllare che i vostri fili ed elastici per capelli
siano fuori dalla loro portata… non si sa mai quando il piccolo felino di casa
potrebbe diventare un collezionista di accessori “pericolosi”.
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L'articolo Gatto salvato dopo aver ingerito 26 elastici per capelli: la storia
incredibile di Midnite diventa virale proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il Tar del Lazio ha sospeso le sperimentazioni sui beagle presenti nei
laboratori Aptuit di Verona. Sugli oltre mille cani rinchiusi da anni nella
struttura alle porte della città scaligera la multinazionale farmaceutica non
potrà effettuare ulteriori esperimenti farmacologici e tossicologici fino al 26
settembre 2026. “Rilevato che nel bilanciamento degli interessi, il dolore, la
sofferenza, il distress e più in generale i danni alla salute degli animali
impiegati nella sperimentazione, in quanto ontologicamente irreparabili,
risultano prevalere sulla continuità di un’attività di ricerca che si protrae da
anni”, recita la sentenza del giudice del Tar del Lazio. L’ordinanza sospende il
provvedimento di rinnovo dell’autorizzazione del marzo 2025 avente oggetto l’
“uso della telemetria nel cane beagle per la valutazione cardiovascolare della
sicurezza farmacologica”.
Esultano quindi tutte le associazioni animaliste che dal 2021 fronteggiano con
manifestazioni, sit-in e lunghe vertenze legali, la multinazionale statunitense.
In particolare LAV (Lega AntiVivisezione) da tempo contesta gli esperimenti
all’interno degli stabulari della tortura veronesi, che prevedono “procedure
altamente invasive che si aggiungono alle asettiche e artificiali gabbie in cui
i cani sono costretti a vivere”. Si parla di “sonde con elettrodi e cateteri che
vengono impiantate nei corpi dei beagle per monitorare parametri fisiologici
come attività cardiaca e pressione sanguigna durante la somministrazione di
sostanze”. Da LAV spiegano ancora che numerosi cani sottoposti a sperimentazioni
analoghe “sono stati maltrattati e uccisi senza alcuna reale necessità, come
documentato da indagini e procedimenti giudiziari che hanno coinvolto proprio i
laboratori Aptuit portando al sequestro e liberazione, grazie a LAV, di oltre 50
animali (nel 2022 ndr)”.
Nel novembre 2025, secondo un altro filone d’indagine, l’amministratore delegato
dell’azienda aveva patteggiato sei mesi di reclusione per maltrattamento e
uccisione non necessaria, mentre la veterinaria del benessere animale aziendale
aveva chiesto la “messa alla prova”. Rispetto all’ultima sentenza del Tar,
Aptuit ha spiegato come la sospensiva “rischia di compromettere i progetti di
ricerca in atto per trovare nuove cure per migliaia di persone affette da gravi
patologie, tra cui malattie neurodegenerative, oncologiche e diverse malattie
note”. È dal 2013 che in Italia per legge non si possono allevare cani, gatti e
primati per la sperimentazione (Aptuit importa beagle dalla Francia ndr). Mentre
LAV, Oipa e Animalisti Italiani spiegano da tempo che è giunto il momento di
utilizzare sistemi di metodi alternativi che non prevedano la sofferenza
animale. Nelle stesse ore in cui il Tar del Lazio sospendeva l’attività della
Aptuit, a Blue Mounds nel Wisconsin, un centinaio di attivisti ha fatto
irruzione nell’azienda Ridglan Farms liberando 23 beagle utilizzati per testare
nuovi farmaci, dispositivi medici e sostanze chimiche. Anche a Ridglan Farms è
in corso da anni una battaglia legale tra associazioni animaliste e azienda.
A gennaio scorso un giudice della contea di Dane aveva ascoltato le
testimonianze di ex dipendenti della struttura, ritenendole attendibili, in cui
si raccontava come ai cani detenuti all’interno “venivano asportate le ghiandole
oculari e le corde vocali senza anestesia, che venivano tenuti in piccole gabbie
di filo metallico senza accesso all’esterno e che sviluppavano piaghe e vesciche
sulle zampe”. Dopo che le indagini di un procuratore speciale avevano accertato
torture aberranti come gli “interventi chirurgici agli occhi sui cani compiuto
da personale non veterinario”, il Consiglio veterinario statale aveva decretato
che Ridglam Farms non rispetta gli standard di cura veterinaria del Wisconsin.
Nell’autunno 2025 l’azienda aveva accettato di rinunciare alla propria licenza
di allevamento statale entro luglio 2026, ponendo fine alla pratica di vendere
beagle a ricercatori esterni; anche se la struttura rimarrà aperta e potrà
continuare ad allevare cani per le proprie ricerche interne.
A seguito di questa mezza sconfitta, gli attivisti capitanati Wayne Hsiung,
hanno organizzato un blitz dove si sono intrufolati nello stabilimento e
utilizzando piedi di porco hanno aperto porte e sfondato finestre per poi
liberare dalle gabbie i beagle. Le immagini dei cagnolini impauriti tenuti in
braccio dagli attivisti americani, immagini simili a quelle viste nel 2011 a
Green Hill in provincia di Brescia, hanno fatto il giro del mondo, commuovendo
milioni di persone. Una trentina di attivisti, compreso, lo stesso Hsiung sono
stati arrestati, mentre molti sceriffi della contea (proprio come accadde a
Montichiari nel 2011 con l’arrivo della polizia municipale) sono intervenuti
agguantando diversi cani liberati che poi sono stati riportati nella struttura
della morte. Tra gli arrestati a Ridgland Farms c’è l’attrice di Baywatch, la
62enne Alexandra Paul.
L'articolo Sperimentazione sui beagle, in Italia il Tar sospende i test alla
Aptuit e nel Wisconsin gli attivisti liberano 23 cani proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Potrebbe sembrare una scena da film d’animazione: una cagnolina minuscola che
trotterella con sicurezza accanto a cavalli imponenti, tra squilli di tromba,
uniformi impeccabili e il rigore delle cerimonie ufficiali. Ma non è fantasia.
Lei esiste davvero e si chiama Briciola, la mascotte della Fanfara del IV
Reggimento dei carabinieri a cavallo. Anche oggi, 18 marzo, ha fatto la sua
comparsa al Quirinale, con una pettorina tricolore per l’occasione, durante il
cambio della guardia solenne davanti al Reggimento Corazzieri per il 165esimo
anniversario dell’Unità d’Italia.
Non ha la notorietà internazionale di Larry, il gatto che vive a Downing Street,
né quella di Bo, il cane della famiglia Obama alla Casa Bianca. Eppure, nelle
cerimonie istituzionali italiane, Briciola è ormai una presenza riconoscibile.
Meticcia di piccola taglia, oggi dodicenne, è entrata a far parte dell’Arma nel
2014, quando aveva poco più di un anno. Da allora vive nella caserma di Tor di
Quinto, a Roma, sede dei carabinieri a cavallo, e accompagna spesso i militari
nelle manifestazioni ufficiali.
Il suo debutto più importante risale al 2015, durante l’insediamento al
Quirinale del presidente Sergio Mattarella. Da allora è comparsa in diverse
occasioni pubbliche: dalla parata del 2 giugno lungo i Fori Imperiali agli
eventi dell’Arma a Villa Borghese. Nel 2022, durante l’avvio del secondo mandato
del capo dello Stato, una sua capriola improvvisata nel cortile d’onore riuscì
persino a strappare un sorriso al presidente.
A guidarla c’è il maresciallo Fabio Tassinari, che la descrive come “un cane
straordinario”: non si lascia intimidire né dalla presenza dei cavalli né dal
suono della fanfara. Qualità non scontate per una cagnolina di piccola taglia.
E, raccontano i militari con un sorriso, capita spesso che sia proprio lei a
imporsi sugli animali più grandi: basta un abbaio e i cavalli sembrano mettersi
sull’attenti.
DAL SALUTO ALLA BANDIERA ALLE PARATE DEL QUIRINALE: LA STORIA DI BRICIOLA
Come da tradizione iniziata negli anni Settanta, anche Briciola è stata donata
all’Arma come mascotte e portafortuna, seguendo le orme di altre cagnoline che
l’hanno preceduta, come Lady, Birba e Trombetta. Con una differenza, però: lei è
anche una mascotte al passo coi tempi. Briciola ha infatti una pagina Instagram
ufficiale, dove vengono raccontati i momenti della sua giornata tra
addestramenti, cerimonie e vita in caserma.
La sua routine, d’altronde, è quasi militare: sveglia presto e alzabandiera alle
7.30, poi esercitazioni con i carabinieri a cavallo. E quando arriva il momento
delle grandi occasioni, indossa le pettorine cerimoniali, le cosiddette
gualdrappe, e torna a sfilare accanto ai cavalli. Piccola di statura, ma ormai
parte integrante della scena istituzionale.
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L'articolo “È un cane speciale”: chi è Briciola, la mascotte del Quirinale che
mette in riga i cavalli tra pettorine tricolore, cerimonie solenni e le sue
giornate raccontate su Instagram proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nei quartieri delle città sudamericane, gatti randagi apparentemente innocui si
aggirano tra le strade e i parchi con ferite che non guariscono, inconsapevoli
portatori di un nemico invisibile. Negli ultimi mesi, gli esperti di sanità
pubblica in Sud America hanno acceso i riflettori sul Sporothrix brasiliensis,
un fungo “mangia-pelle” capace di passare dai gatti all’uomo. Secondo quanto
raccolto da La Stampa, i casi confermati in Uruguay, soprattutto nei
dipartimenti di Maldonado e Rocha, hanno spinto le autorità a rafforzare la
sorveglianza epidemiologica per evitare la diffusione dell’infezione.
Questo microrganismo non è un fungo qualunque: è un maestro del camuffamento.
All’esterno cresce come un filamento sottile, innocuo alla vista; all’interno di
un animale o di un essere umano assume una forma simile al lievito, resistente e
capace di diffondersi rapidamente. Un semplice graffio o morso da un gatto
infetto può trasformarsi in ferite persistenti, noduli lungo i vasi linfatici e,
nei casi più gravi, complicazioni a ossa, polmoni o sistema nervoso. Nei felini,
l’infezione provoca croste, lesioni aperte e perdita di pelo, soprattutto sul
muso e sulle zampe, rendendoli la principale fonte di contagio.
SINTOMI, DIFFUSIONE E PREVENZIONE
Negli ultimi dieci anni, solo in Sud America, sono stati registrati oltre 11.000
casi umani, con focolai in Brasile, Argentina, Cile e Paraguay, e persino alcuni
casi in Europa, in particolare nel Regno Unito. In Italia la malattia è rara, ma
i veterinari raccomandano prudenza con gatti provenienti dall’estero o da
colonie non controllate.
La sporotricosi si manifesta inizialmente con piccoli noduli rossi sulla pelle
che possono evolvere in ferite aperte e diffondersi lungo i vasi linfatici.
Nelle persone con sistema immunitario compromesso, possono comparire
complicazioni più gravi. La prevenzione passa dall’identificazione precoce dei
casi e dal trattamento antifungino, che può durare settimane o mesi. Gli esperti
avvertono: di fronte a ferite cutanee persistenti o lesioni sospette dopo un
graffio o un morso, è fondamentale rivolgersi subito a un medico o a un
veterinario. La gestione dei gatti randagi resta una sfida cruciale, perché
senza controlli questi animali possono diventare serbatoi del fungo e favorirne
la diffusione nelle città.
L'articolo C’è un nemico invisibile nei gatti randagi: cosa si nasconde davvero
sotto il loro manto e perché un semplice contatto può diventare pericoloso
proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è chi per un selfie farebbe di tutto. Anche infilarsi nel recinto di un
ippopotamo, per quanto piccolo e irresistibile. È successo in Thailandia e la
protagonista involontaria della vicenda è Moo Deng, l’ippopotamo pigmeo
diventato celebre online grazie a uno sbadiglio che ha fatto il giro del mondo.
Milioni di like, migliaia di condivisioni e un esercito di fan. Ma la fama, si
sa, ha anche i suoi lati più “inquietanti”.
Secondo quanto riportato da Associated Press, martedì sera un uomo è stato
arrestato dopo essere entrato nel recinto dell’animale allo zoo all’aperto di
Khao Kheow, una struttura molto popolare nel Paese asiatico. Secondo quanto
riferito dal direttore dello zoo, Narongwit Chodchoy, l’intruso, un cittadino
thailandese, sarebbe riuscito ad accedere all’area mentre un guardiano non era
presente e nei dintorni non c’erano visitatori.
Le immagini delle telecamere di sicurezza, poi circolate sui social, mostrano
l’uomo mentre si avvicina agli animali con un tablet in mano, probabilmente per
scattare foto o registrare video. È rimasto nel recinto solo per uno o due
minuti prima che il personale dello zoo si accorgesse della situazione e
avvisasse la polizia, che in seguito lo ha accusato di violazione domestica. Non
avrebbe tentato la fuga. Dopo l’episodio, la direzione ha rassicurato sullo
stato di salute degli animali: Moo Deng e la mamma Jona non sono state toccate,
anche se sarebbero apparse un po’ spaventate e resteranno sotto osservazione
veterinaria.
MOO DENG: LO SBADIGLIO VIRALE CHE HA CONQUISTATO IL MONDO
La popolarità di Moo Deng è esplosa nel 2024 grazie ai contenuti pubblicati
online da un guardiano dello zoo. Oltre allo sbadiglio virale, un altro video
molto condiviso mostrava il piccolo ippopotamo “indovinare” il risultato delle
elezioni americane, indicando la vittoria di Donald Trump. Da allora lo zoo è
diventato meta di visitatori arrivati anche dall’estero.
L'articolo Turista entra nel recinto dello zoo per fotografare l’ippopotamo
pigmeo più famoso del mondo: cosa è successo al piccolo Moo Deng proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Un recente studio pubblicato sulla rivista Animals e realizzato da un gruppo di
ricerca dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro in collaborazione con
l’Università degli Studi di Catania ha analizzato in modo approfondito un tema
che negli ultimi anni ha attirato crescente attenzione mediatica e sociale: gli
attacchi dei cani nei confronti degli esseri umani, in particolare quelli con
esito mortale. L’indagine ha preso in considerazione tutti i casi registrati in
Italia nel periodo compreso tra il 2009 e il 2025, con l’obiettivo di
individuare eventuali schemi ricorrenti e fattori di rischio. A causa
dell’assenza di un sistema nazionale centralizzato per la raccolta di dati sulle
aggressioni canine, i ricercatori hanno dovuto ricorrere a fonti alternative,
raccogliendo informazioni da articoli di stampa nazionali e locali. Questi dati
sono stati poi sottoposti a un processo di verifica incrociata e organizzati in
un database strutturato e il più possibile completo.
Nel database sono state incluse numerose variabili utili all’analisi, tra cui
l’età e il genere delle vittime, il contesto in cui si è verificato l’attacco,
il rapporto tra la vittima e il cane, il numero di animali coinvolti e, quando
disponibile, la tipologia o razza del cane. Complessivamente sono stati
identificati 54 casi di attacchi mortali. Un dato particolarmente significativo
riguarda l’andamento temporale: negli ultimi cinque anni analizzati si osserva
un aumento del numero di episodi, suggerendo una possibile crescita del fenomeno
o, almeno, una maggiore emersione dei casi.
Dallo studio emerge che alcune fasce della popolazione risultano più esposte al
rischio. In particolare, gli anziani (di età pari o superiore a 65 anni) e i
bambini molto piccoli (fino ai 4 anni) rappresentano i gruppi più colpiti. Per
quanto riguarda le caratteristiche degli animali coinvolti, le razze
appartenenti al gruppo dei molossoidi e quelle di tipo bull compaiono nel 69%
degli episodi analizzati. Tuttavia, i ricercatori sottolineano con forza che
questi dati non devono essere interpretati come prova di una maggiore
pericolosità intrinseca di specifiche razze. La letteratura scientifica sul
comportamento animale indica infatti che l’aggressività nei cani è il risultato
di una combinazione complessa di fattori, che includono predisposizioni
genetiche, condizioni ambientali, modalità di allevamento, educazione e gestione
da parte dell’uomo.
Un altro elemento rilevante riguarda la relazione tra cane e vittima: nel 92,6%
dei casi si trattava di animali di proprietà, spesso appartenenti alla stessa
persona colpita. Questo dato contribuisce a ridimensionare l’idea diffusa che il
rischio maggiore provenga da cani randagi o sconosciuti. Allo stesso modo, anche
il contesto degli attacchi appare controintuitivo: circa il 66,7% degli episodi
si è verificato in ambienti privati, come abitazioni o spazi domestici,
piuttosto che in luoghi pubblici.
Il confronto con dati provenienti dagli Stati Uniti mostra analogie nei modelli
demografici delle vittime e nelle tipologie di cani coinvolti, ma mette in
evidenza una differenza importante: negli USA esistono sistemi più strutturati
per la raccolta e il monitoraggio dei dati, mentre in Italia manca ancora un
registro nazionale dedicato ai rischi comportamentali. Nel complesso, lo studio
suggerisce che gli attacchi mortali di cani nel contesto italiano non siano
eventi casuali, ma seguano schemi riconoscibili e, almeno in parte, prevenibili
attraverso interventi mirati. In questo senso, i ricercatori sottolineano
l’importanza di migliorare la raccolta dei dati e la capacità di analisi a
livello nazionale. “L’assenza di una banca dati nazionale – spiegano i
ricercatori – limita gravemente la sorveglianza e l’intervento. È necessario
istituire un registro centralizzato dei rischi comportamentali, modellato sui
sistemi internazionali, per favorire l’individuazione precoce, lo sviluppo di
politiche e la collaborazione multidisciplinare”.
L'articolo Attacchi mortali dei cani: è vero che dipende dalla razza? Ecco cosa
rivela lo studio su 54 casi avvenuti in Italia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Aveva solo la testa che sbucava dalla terra, con il muso immobilizzato dal
nastro adesivo. Il resto del corpo era intrappolato sotto. È questa l’immagine
choc che si sono trovati davanti i soccorritori intervenuti nella notte a
Resistencia, nel nord dell’Argentina, dove un cane anziano è stato recuperato
vivo da una buca scavata nel terreno. Un caso che ora è al centro di un’indagine
per presunta crudeltà animale. A far scattare l’allarme è stata una residente
della zona. Quando i vigili del fuoco della polizia del Chaco sono arrivati sul
posto, in una casa lungo calle Honduras, hanno capito subito che non si trattava
di un incidente. Il cane non era caduto: si trovava lì, quasi completamente
sepolto, incapace di muoversi e persino di aprire la bocca.
I soccorritori hanno agito con estrema cautela, rimuovendo la terra centimetro
dopo centimetro, mentre tagliavano il nastro che serrava il muso del povero
animale. Solo dopo diversi minuti sono riusciti a estrarlo vivo. È un meticcio
di taglia media, anziano, dal pelo nero e marrone. Sconvolto, ma docile. La
scena ha colpito profondamente anche gli stessi vigili del fuoco. “Ogni vita
merita di essere salvata”, ha spiegato il responsabile del reparto, Wilfredo
Dellamea.
ORA VIEJITO CERCA UNA CASA
Il cane, ribattezzato Viejito, è stato accolto temporaneamente da una vicina.
Intanto il caso è finito all’attenzione dell’Istituto di diritto animale del
Chaco e, come ha spiegato la direttrice, l’avvocata Sonia Sosa, non si esclude
che possa trattarsi di un episodio di maltrattamento punibile penalmente. Una
denuncia sarebbe già stata presentata e ora toccherà alla giustizia chiarire
cosa sia successo davvero e individuare eventuali responsabilità. La donna che
si occupa dell’animale ha raccontato sui social che sarebbe stata “una vicina” a
“seppellire un cane vivo”, un elemento che ora dovrà essere verificato dagli
inquirenti.
Nel frattempo Viejito ha ricevuto le prime cure ed è descritto come tranquillo e
affettuoso, nonostante quanto appena vissuto. Ma la sua storia non è ancora
finita: la donna che lo ospita non può tenerlo a lungo e per questo è stato
lanciato un appello. Serve al più presto una casa, anche temporanea, che gli
permetta di lasciarsi alle spalle quella buca e iniziare davvero una nuova vita.
L'articolo Cane anziano sepolto vivo: solo la testa spuntava dalla terra, il
muso immobilizzato da nastro adesivo. Il salvataggio in emergenza e la
segnalazione per maltrattamento animale proviene da Il Fatto Quotidiano.
Perché le tartarughe femmine tentano il suicidio, gettandosi dalle scogliere?
Sull’Isola macedone di Golem Grad, i maschi superano di 19 a 1 le femmine, come
riporta lo studio pubblicato il 26 gennaio sulla rivista Ecology Letters, e
queste ultime stanno adottando misure drastiche per sfuggire al “corteggiamento
incessante”. Secondo il nuovo rapporto, come riportato dal New York Times, le
tartarughe femmine cono costantemente vittime di aggressioni sessuali da parte
dei maschi, si gettano dalle scogliere per sfuggire a questi ultimi. Gli
scienziati prevedono che, se il trend non cambierà, l’ultima tartaruga femmina
sull’isola morirà nel 2083.
Secondo i ricercatori, che hanno pubblicato i loro risultati nello studio “Sex
Ratio Bias Triggers Demographic Suicide in a Dense Tortoise Population“, apparso
il 26 gennaio sulla rivista Ecology Letters, il numero di femmine di tartaruga
di Hermann continua a diminuire, in parte a causa dell’aggressività sessuale dei
maschi circostanti.
Lo studio ha rilevato che alcune tartarughe femmine si gettano dalle scogliere,
a volte morendo sul colpo, per evitare i partner aggressivi. La ricerca ha anche
rivelato che le femmine “molestate” si riproducono meno e hanno tassi di
sopravvivenza annuali inferiori rispetto alle femmine di una popolazione
continentale vicina.
Dopo aver analizzato 16 anni di dati, raccolti in parte dall’autore principale
dello studio, il dottor Dragan Arsovski, ecologo della Società Ecologica
Macedone, i ricercatori prevedono che l’ultima femmina sull’isola morirà nel
2083. Dopo aver constatato che la popolazione di tartarughe, apparentemente
prospera, presentava in realtà un’alta percentuale di femmine che morivano
prematuramente, il dottor Arsovski ha studiato il comportamento riproduttivo dei
rettili e ha scoperto che più maschi inseguivano una singola femmina.
“La tartaruga femmina viene letteralmente sepolta dai maschi”, ha affermato il
dottor Arsovski, secondo quanto riportato dal New York Times. Il dottor Arsovski
e i suoi colleghi hanno scritto che le tartarughe di sesso maschile “urtano,
mordono (a volte fino a provocare sanguinamento), montano e infine colpiscono
vigorosamente le femmine in fuga” con la punta affilata della coda. La maggior
parte delle femmine sull’isola presentava, inoltre lesioni, ai genitali.
Sebbene anche i maschi si gettino dalle scogliere, ha affermato la dottoressa
Arsovski, “c’è una percentuale significativamente più alta di femmine che
muoiono in questo modo“. L’aggressività sessuale dei maschi “sembra
effettivamente causare un vortice di estinzione”, ha dichiarato al New York
Times Jeanine Refsnider, ecologa evoluzionista dell’Università di Toledo. La
dottoressa Refsnider ha aggiunto di “non aver mai sentito parlare di niente di
simile” in un ambiente naturale non influenzato dall’intervento umano. “È
davvero insolito e inquietante, ma anche molto affascinante”.
L'articolo “Piuttosto che accoppiarsi e subire stupri di gruppo, si lanciano
dalla scogliera”: l’incredibile storia delle tartarughe femmine dell’Isola di
Golem Grad proviene da Il Fatto Quotidiano.
Pochi cani nel mondo evocano immagini di regge, corone e cerimonie reali come i
Welsh Corgi. Con le loro piccole zampe e il caratteristico portamento elegante,
hanno accompagnato la Regina Elisabetta II d’Inghilterra tra i corridoi di
Buckingham Palace, nei prati di Balmoral e persino al funerale della sovrana,
diventando simboli viventi della monarchia britannica.
Ma quello che fino a pochi anni fa sembrava un legame incrollabile tra la Corona
e la sua razza preferita, oggi potrebbe affrontare una svolta inaspettata.
Secondo alcune stime riportate dal The Times, i Welsh Corgi sono tra le 67 razze
che rischiano di essere escluse dalla riproduzione nel Regno Unito.
A sollevare la questione è l’Innate Health Assessment, un nuovo sistema
elaborato dall’All-Party Parliamentary Group for Animal Welfare (Apgaw), pensato
per valutare il benessere dei cani attraverso dieci criteri specifici.
L’obiettivo dichiarato del gruppo parlamentare è chiaro: ridurre la diffusione
di caratteristiche fisiche che possono compromettere la salute degli animali,
prevenendo deformazioni, malattie congenite e dolori cronici.
Tra i parametri più problematici ci sono muso schiacciato, occhi sporgenti,
pieghe cutanee, palpebre cadenti e zampe troppo corte. Proprio quest’ultimo
punto riguarda da vicino i Corgi. La loro conformazione, costituita da torace
basso e zampe corte, li rende particolarmente predisposti a problemi alla
colonna vertebrale, artrite e anomalie agli arti. Un rischio che ha spinto gli
esperti a includerli nella lista delle razze “a monitorare” secondo il
protocollo dell’Apgaw.
CORGI E LE ALTRE RAZZE A RISCHIO
La questione è destinata a far discutere: i criteri finora volontari potrebbero
presto diventare obbligatori, e imporre nuove regole per la riproduzione dei
cani. Solo gli esemplari che soddisfano la maggior parte dei requisiti
potrebbero continuare a riprodursi, con un impatto significativo sul panorama
cinofilo britannico. Accanto ai Corgi, anche Bulldog, Carlini, Shih Tzu, Boxer,
Cavalier King Charles Spaniel e altre razze molto amate rischierebbero di essere
esclusi dagli allevamenti.
Eppure, la passione per questi piccoli protagonisti della storia reale non
sembra scemare. All’ultima edizione del Crufts 2026 a Birmingham, la più grande
esposizione dedicata ai cani di razza, Hazel, un Welsh Corgi, ha conquistato il
secondo posto tra i finalisti.
L'articolo “God Save the… Corgi”: il cane simbolo della monarchia britannica
rischia di diventare una razza proibita proviene da Il Fatto Quotidiano.