Dalle materie prime agli scaffali, la filiera agroalimentare trema per i
conflitti del Medio Oriente. Perché le produzioni europee (e italiane) dipendono
non solo dall’energia e dal gas, ma anche dai fertilizzanti che arrivano
dall’area compresa tra Iran e Penisola arabica. Ma anche perché Paesi come
Emirati Arabi e Arabia Saudita importano il made in Italy e per noi è un mercato
sempre più strategico. Insomma, per i campi italiani quanto sta avvenendo è già
un disastro. Negli ultimi giorni il gasolio agricolo agevolato è passato da
circa 0,85 euro al litro fino a valori che in alcuni casi raggiungono 1,25 euro
al litro, con picchi segnalati soprattutto in Sicilia e Puglia. Fenomeno
evidentemente speculativo, su cui Coldiretti ha presentato un esposto alla
Procura di Roma e alla Guardia di Finanza. Poi c’è il nodo che riguarda
fertilizzanti e urea agricola, concime chimico più diffuso al mondo, con il 46%
di azoto, utilizzato nei terreni per la sua capacità di sviluppare ammoniaca. Ad
oggi in molte aree del mondo è l’urea a garantire raccolti abbondanti di grano e
cereali. Solo che attraverso lo stretto di Hormuz passano enormi quantità di
fertilizzanti azotati, fosfato di ammonio e urea. Ed ora, dopo i primi effetti
sui costi, si teme una pressione sui prezzi della filiera cerealicola. Come se
non bastasse c’è l’enorme problema legato all’export. Un esempio su tutti è il
caso del Piemonte. A lanciare l’allarme la sezione regionale di Confagricoltura
che, segnalando i settori che maggiormente risentono del conflitti in corso in
Medio Oriente, segnala “quello della frutta e, in particolare, delle mele,
esportate soprattutto dal nord Italia, Trentino Alto Adige e Piemonte”.
L’ESPOSTO DI COLDIRETTI PER LE MANOVRE SPECULATIVE SUL GASOLIO
Sul prezzo del gasolio, intanto, Coldiretti chiede “di fare piena luce”
accertando eventuali responsabilità e “di procedere nei confronti dei
responsabili per il reato di manovre speculative su merci previsto dall’articolo
501-bis del codice penale”. Secondo Coldiretti, infatti, quello registrato è un
incremento anomalo e sproporzionato rispetto all’andamento generale del mercato
dei carburanti. Nello stesso periodo, infatti, il prezzo del diesel per
autotrazione in Italia ha registrato un aumento molto più contenuto, stimato tra
i 18 e i 19 centesimi al litro, mentre per il gasolio agricolo l’incremento
risulta tra i 40 e i 45 centesimi al litro. Una dinamica che, secondo
l’organizzazione agricola “non trova apparente giustificazione nelle variazioni
dei prezzi internazionali né nell’andamento del mercato dei carburanti, e che
per l’ampiezza del fenomeno lascia ipotizzare condotte speculative realizzate su
larga scala”. L’esposto arriva dopo la lettera inviata venerdì al Governo, con
cui è stato chiesto un incontro urgente per affrontare l’impennata dei costi del
gasolio e dell’energia alla luce delle tensioni internazionali.
L’AUMENTO DEI FERTILIZZANTI, INDISPENSABILI PER I CEREALI
Anche perché i rischi per l’intera filiera agroalimentare arrivano da più
fronti. Basti pensare che nel costo di produzione di grano o mais, se gli
idrocarburi pesano per circa la metà, un terzo dipende invece dai fertilizzanti.
E dall’area del Golfo Persico, specie Qatar e Iran arriva il 45% della
produzione mondiale di urea derivata dal gas naturale. Il prezzo dell’urea sui
listini è salito così sui principali mercati di circa il 30% negli scorsi
giorni, toccando un massimo di 600 dollari a tonnellata. Un blocco prolungato
del transito tramite lo stretto di Hormuz, oltre all’aumento dei prezzi,
porrebbe problemi per l’agricoltura dei due paesi più dipendenti dall’import di
fertilizzanti, Brasile e India, ma c’è il rischio concreto che l’effetto
dell’aumento dei prezzi si senta anche in Europa. Ancora di più perché a giugno
2025, l’Unione europea aveva imposto nuovi dazi sull’importazione di
fertilizzati da Russia e Bielorussia e, di conseguenza, in cerca di nuove aree
produttrici, si guardava già al Medio Oriente e all’Africa, da dove proviene già
parte dell’urea che arriva in Europa, ma che risente della sospensione del gas
israeliano verso l’Egitto. Da qui le pressioni, dell’Italia in primis, per far
sospendere i dazi sulle importazioni di ammoniaca e urea che, invece,
dall’inizio del 2026 sono soggette al Cbam, il meccanismo di adeguamento del
carbonio alle frontiere. Insomma, un rebus che diventa sempre più complicato.
Per il momento, i costi assicurativi sono esplosi, portando – per quanto
riguarda il prezzo dell’urea – a un balzo del 26 per cento nel giro di una
settimana. Il resto lo hanno fatto i costi dei carburanti marittimi.
I PREZZI DEL PANE E DELLA PASTA
Quali effetti ci potrebbero essere sui prezzi di pane e pasta? Come spiega
un’analisi di Libera Associazione Agricoltori Cremonesi, per quanto riguarda il
pane (la cui filiera parte dal grano tenero) il peso del grano sul prezzo finale
è sotto il 10 per cento in media. Pesano molto di più, quindi, energia,
manodopera, costi fissi e logistica. Se i fertilizzanti e i noli restassero
elevati per tutto il secondo trimestre, secondo le stime dell’associazione, tra
fine primavera e inizio estate 2026, il prezzo del pane comune potrebbe salire
di un 2-5% rispetto ai listini di gennaio–febbraio 2026 nelle aree più esposte,
con differenze marcate fra artigianale e grande distribuzione organizzata.
Discorso diverso per la pasta, prodotta con il grano duro: “Se i fertilizzanti
azotati restassero su livelli più alti del 20-30% per tutto il secondo trimestre
e i noli/assicurazioni non rientrassero rapidamente, i costi agricoli del duro
potrebbero salire in modo percepibile nelle prossime semine e concimazioni”.
Sulla base di dati Ismea, una stima prudente indica che la trasmissione verso la
semola potrebbe tradursi in un +5–8% dei listini all’ingrosso, con un rincaro
del 4–7% sui prezzi per il consumatore tra fine primavera e estate 2026, salvo
promozioni e concorrenza tra brand”.
LE ESPORTAZIONI A RISCHIO, LE MELE BLOCCATE SULLE NAVI
Ma i conflitti in corso rappresentano un problema enorme anche per le
esportazioni italiane e il settore agroalimentare, specie l’ortofrutta, è uno
dei più esposti. “La parziale o totale interruzione del traffico via mare ha già
comportato il fermo di navi porta-container cariche di ortofrutta, con rischi
concreti di deperimento della merce destinata ai mercati arabi” ha spiegato
Valentina Mellano, Ceo di Nord Ovest Spa. Diverse cooperative italiane hanno
segnalato blocchi di carichi di kiwi e mele verso Arabia Saudita e paesi
limitrofi, con ordini cancellati o rinviati. “L’Italia – ha aggiunto – tra i
principali esportatori mondiali di mele e altri prodotti freschi, vede così
compromessi rapporti commerciali consolidati in Medio Oriente, dove una quota
significativa delle esportazioni italiane trova tradizionalmente sbocco. Negli
ultimi giorni il settore dello shipping ha registrato numerose comunicazioni tra
disdette, smentite e aggiornamenti sulle rotte, molte delle quali già alla sesta
o settima release”. Lo conferma Confagricoltura Piemonte, spiegando che che tra
i comparti pesantemente coinvolti “c’è quello della frutta e, in particolare,
delle mele, esportate soprattutto dal nord Italia, Trentino Alto Adige e
Piemonte, in primo luogo la provincia di Cuneo”. “Ci sono navi cariche di
prodotto che sono ferme e non possono arrivare a destinazione. Inoltre, sono già
arrivate moltissime disdette di ordini per le prossime settimane” racconta il
presidente della Federazione nazionale di prodotto Frutticoltura di
Confagricoltura, Michele Ponso. Le importazioni di mele nell’Arabia Saudita
ammontano a 187mila tonnellate, 225mila negli Emirati Arabi Uniti, 103mila in
Iraq, 30mila in Kuwait, 26mila in Qatar. Un mercato che vale complessivamente
oltre 151 milioni di euro. “Siamo il secondo Paese al mondo per la vendita
all’estero di mele, con 945mila tonnellate, pari al 12,2% del totale mondiale”
spiega Ponso.
ENNESIMA MINACCIA PER IL VINO
Ad esprimete forte preoccupazione è anche Diego Cusumano, titolare insieme al
fratello Alberto dell’omonima azienda vitivinicola di Partinico, in provincia di
Palermo. Perché se dazi e aumento dei prezzi “hanno determinato un significativo
rallentamento ora la minaccia è l’interruzione delle catene di fornitura, nello
specifico in termini di logistica e trasporti”. I corridoi internazionali, a
causa della guerra, si stanno restringendo “e tutto si tradurrà – commenta – in
costi di trasporto, ove possibile, molto più cari e perciò antieconomici. Noi
vignaioli cosa dovremmo fare, già in questo 2026, con la vendemmia di fatto alle
porte?”. Timori che arrivano, tra l’altro, dopo la pubblicazione del recente
report di Nomisma Wine Monitor che segnala come il mercato del vino nel 2025
abbia dato forti segnali di rallentamento, in particolare per quanto riguarda le
esportazioni di vini italiani Dop negli Usa. I volumi spediti fino a novembre
2025 si attestavano a 2,37 milioni di ettolitri per un valore pari a 1,3
miliardi di euro, evidenziando una contrazione rispettivamente del -2,6% e del
-6,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Anche guardando a est,
inoltre, la Cina vede per il vino italiano un calo di oltre il 15% a valore. In
Europa, nel Regno Unito, secondo mercato per l’Italia, le importazioni totali
sono calate del 6% in valore. L’ennesima tegola, dunque, rischia di essere alle
porte.
L'articolo Dai fertilizzanti alle mele: tutti i guai che la guerra in Medio
Oriente procura all’agroalimentare italiano proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Agroalimentare
No a termini come “bistecca” e “bacon” sulle confezioni di prodotti che non
siano carne, sì a denominazioni come “burger” e “salsiccia”. È intesa tra
Parlamento europeo e Consiglio Ue sul meat sounding, l’utilizzo di terminologie
legate alla carne per denominare prodotti vegetali o a base di cellule
coltivate. L’accordo è arrivato durante i negoziati trilaterali tra Commissione
Ue, Europarlamento e Consiglio sulla riforma del regolamento sull’Organizzazione
comune dei mercati agricoli (che fa parte di quella della Politica agricola
comune) proposta per rafforzare la posizione contrattuale degli agricoltori
nella filiera. I dettagli tecnici del testo saranno definiti venerdì prossimo.
Il dossier passerà poi al voto del Consiglio Agricoltura e Pesca, con i ministri
degli Stati membri e a un voto finale nella plenaria del Parlamento. Sono 31 i
termini messi al bando per questi prodotti e che indicano le specie animali,
come manzo, pollo, pollame, vitello, maiale, tacchino, agnello, capra, anatra,
oca, montone, ovino o tagli specifici, come coscia, filetto, controfiletto,
fianco, lombo, costine, spalla, stinco, costoletta, ala, petto, coscia, punta di
petto, ribeye (il cuore della costata disossata), T-Bone (la Fiorentina),
scalone, bacon (pancetta). Saranno vietati anche i termini bistecca e fegato,
aggiunti nella lista durante le negoziazioni finali. Sarà possibile, invece,
continuare a utilizzare alcuni dei termini già oggi più comuni sulle confezioni,
ossia ‘veggie burger’, che la spunta dopo intense trattative, ‘burger’,
‘salsiccia’, ‘nuggets’. L’accordo è una sintesi tra la proposta presentata un
anno fa dall’eurodeputata francese Céline Imart, molto più restrittiva a dire il
vero (e tanto cara al ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida e a
Coldiretti), e quella portata avanti pochi mesi dopo dalla Commissione, che
prevedeva il divieto di 29 denominazioni, riprendendo un’iniziativa analoga già
respinta dal Parlamento europeo nel 2020.
IL NODO DELLA CARNE COLTIVATA
Tra le altre cose, l’accordo introduce una definizione del termine “carne” come
“parti commestibili di animali”, escludendo quindi nomi come bistecca, filetto o
fegato per prodotti coltivati in laboratorio. I colegislatori hanno concordato
di concedere ai produttori tre anni di tempo per esaurire le scorte e adeguarsi
alle nuove norme dopo l’entrata in vigore. L’altra questione controversa nei
negoziati è stata l’inclusione dei nuovi alimenti, come i prodotti a base di
carne coltivata. Sebbene tali prodotti non siano ancora disponibili sul mercato
dell’Unione europea (l’Efsa deve valutare due richieste di autorizzazione,
relative al foie gras coltivato e al grasso coltivato per burger vegetali) il
divieto è stato esteso preventivamente anche a questi. Così, in previsione, come
è ormai consuetudine sul tema.
LE TUTELE PER GLI AGRICOLTORI E IL SOSTEGNO ALLE ORGANIZZAZIONI
Per rafforzare il ruolo degli agricoltori nella catena di approvvigionamento,
spiega il Consiglio in una nota, le modifiche al regolamento Ocm rendono
obbligatori i contratti scritti tra agricoltori e acquirenti, includendo anche
una clausola di revisione, per garantire che i contratti a lungo termine tengano
conto dell’andamento del mercato, delle fluttuazioni dei costi e delle
condizioni economiche. Viene inoltre consentito agli Stati membri di fornire un
sostegno finanziario supplementare alle organizzazioni di produttori e alle loro
associazioni nel quadro degli interventi settoriali della Politica agricola
comune e definite le condizioni per l’uso di termini di commercializzazione
facoltativi come “equo”, “equitativo”” e “filiera corta” per garantire chiarezza
sia ai produttori che ai consumatori.
UNA BATTAGLIA (ANCHE CULTURALE) CHE DURA DA ANNI
Il Parlamento europeo aveva già discusso simili restrizioni nel 2020,
respingendo il cosiddetto Veggie Burger Ban. Circa un anno fa, l’eurodeputata
francese Céline Imart ha presentato alla Commissione Agricoltura del Parlamento
europeo un emendamento con proposte – approvate in commissione a inizio
settembre – ancora più restrittive. Obiettivo: vietare qualsiasi termine legato
a specie animali, tagli di carne o persino forme associate ai prodotti
convenzionali. Insomma, una misura simile a quella adottata dall’Italia nel 2023
e che rimane tuttora inattuata e potenzialmente inapplicabile a causa della
violazione della procedura riguardo alla notifica Tris, che i Paesi Ue devono
inviare a Bruxelles quando vengono approvate leggi che ostacolano la libera
circolazione delle merci in ambito comunitario. La proposta di Imart, poi, è
stata adottata con voto in seduta plenaria dall’intero Parlamento europeo l’8
ottobre. Con grande soddisfazione da parte di Lollobrigida (“Ora l’Europa ci
segue!”). Successivamente, Commissione, Parlamento e Consiglio hanno avviato
negoziati informali, ma a dicembre non si è arrivati all’accordo su un testo
finale comune.
LA REAZIONE DELLE ONG E DELLE AZIENDE DEL SETTORE
La coalizione No Confusion, guidata dall’European Vegetarian Union e da WePlanet
e che riunisce oltre 600 organizzazioni, Ong e aziende alimentari in tutta
Europa, esprime preoccupazione per ciò che definisce un “divieto inutile” e
chiede una valutazione d’impatto approfondita sulle implicazioni giuridiche e di
mercato della normativa. Allo stesso tempo, il gruppo accoglie favorevolmente il
fatto che i termini descrittivi più comuni e familiari ai consumatori siano
stati mantenuti. Insomma, da un lato un’occasione persa e, dall’altro, poteva
andare anche peggio. Sullo sfondo, la sensazione è che la battaglia non sia per
nulla finita. “Nel contesto politico e sociale attuale, è incomprensibile che i
nostri rappresentanti eletti continuino a dedicare tempo e risorse a un problema
che semplicemente non esiste. Questa decisione contraddice diverse priorità
dell’Ue, tra cui competitività, innovazione, sicurezza alimentare, accessibilità
dei prezzi e reddito degli agricoltori” ha dichiarato Rafael Pinto, senior
policy manager dell’European Vegetarian Union. Il testo potrebbe inoltre
generare una serie di questioni giuridiche e commerciali irrisolte, con il
rischio di numerosi contenziosi nei tribunali dei diversi Stati membri, a
seconda della traduzione, dell’interpretazione e dell’applicazione delle norme
nei 27 Paesi dell’Ue. Nel 2024, in un caso che coinvolgeva l’European Vegetarian
Union, l’Association Végétarienne de France e il governo francese, la Corte di
giustizia dell’Unione europea ha stabilito che la normativa esistente era già
sufficiente a tutelare i consumatori da possibili confusioni. Non è inoltre
chiaro quale sarà l’impatto della nuova normativa sugli aromi alimentari
utilizzati dall’industria, come ‘aroma di pollo o bacon’, presenti in migliaia
di prodotti di largo consumo, tra cui noodles, snack, salse e zuppe e prodotti
ibridi che combinano proteine animali e vegetali, sempre più diffusi in mercati
come Danimarca e Paesi Bassi.
L'articolo Si potrà scrivere veggie burger, ma non più “bistecca vegetale” e
altre 30 denominazioni: l’accordo in Ue proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ristoranti e fast food alla prova in tema di benessere dei polli. Nella
classifica europea stilata da The Pecking Order, il report che dal 2019 valuta
come le grandi catene si occupano della questione lungo le loro filiere, su
sette Paesi esaminati nel 2025, l’Italia è penultima. I dati dell’analisi
condotta su 81 aziende, diffusi da Essere Animali, mostrano che – anche rispetto
alle classifiche degli scorsi anni – la Francia migliora tre volte più
rapidamente dell’Italia, la Repubblica Ceca due volte più velocemente. Danimarca
e Svezia, inserite quest’anno per la prima volta nella valutazione, superano
immediatamente Roma e si posizionino tra i primi posti della classifica. Morale:
l’Italia è al penultimo posto a pari merito con la Polonia, superando di pochi
punti soltanto la Romania. E anche se Spagna e Germania non sono incluse
nell’analisi 2025, in questi Paesi diverse aziende hanno un impegno European
Chicken Commitment, una serie di criteri che hanno l’obiettivo di garantire
standard più elevati ai polli negli allevamenti. In Germania queste aziende sono
nove e, tra queste, anche catene che in Italia non prendono gli stessi
provvedimenti. “Ancora una volta i dati che emergono dal report The Pecking
Order sono profondamente allarmanti” commenta Simone Montuschi, presidente di
Essere Animali. E aggiunge: “Le grandi aziende italiane di ristorazione e fast
food continuano a fare pochissimo rispetto a quelle di altri Paesi come Francia,
Svezia o Danimarca”.
I CRITERI DI VALUTAZIONE
The Pecking Order 2025 è un progetto collaborativo di World Animal Protection,
Humane Society International, Obraz ed Essere Animali. La valutazione delle
aziende basa, da un lato, su impegni e obiettivi e, dall’altro, sulla
comunicazione dei progressi. Facendo la media dei punteggi ottenuti in ciascuna
sezione, le aziende ricevono una valutazione complessiva e vengono classificate
su sei livelli a seconda della fase di miglioramento in cui si trovano: molto
scarso, scarso, miglioramento iniziato, progressi in corso, buoni progressi, in
testa al cambiamento. I criteri di valutazione di The Pecking Order rispecchiano
le richieste dello European Chicken Commitment, che prendono in considerazione
le priorità principali in tema di benessere dei polli: densità di allevamento,
razze, arricchimenti ambientali, metodi di stordimento e audit di un ente terzo.
L’ITALIA ARRANCA E RESTA SOTTO LA MEDIA EUROPEA
In Italia, dove The Pecking Order è stato realizzato in collaborazione con
Essere Animali, sono state analizzate le comunicazioni di Autogrill, Burger
King, Ikea, Kfc, McDonald’s, Starbucks e Subway. Nell’edizione del 2024,
l’Italia aveva già dimostrato risultati ben al di sotto della media europea,
posizionandosi addirittura all’ultimo posto della classifica, mentre il
miglioramento nel 2025 è stato pari ad appena 2 punti percentuali. Rimane,
quindi, ancora notevole lo scarto rispetto agli altri Paesi. Innanzitutto la
Francia, che riconferma la sua posizione di leader con un punteggio di 42%.
Seguono Svezia con il 40%, Danimarca con il 37%, Repubblica Ceca con il 23%,
Italia e Polonia entrambe al 16%, e Romania all’11%. Quello che emerge dal
report italiano è che, nonostante molte aziende continuino a comunicare
l’importanza del benessere animale nelle proprie catene di fornitura, ad
eccezione di Ikea, nessuna delle aziende analizzate ha un impegno pubblico, né
comunica progressi significativi sul benessere dei polli. Di conseguenza il
nostro Paese rimane ai livelli più bassi della classifica, come nel 2024. Un
chiaro segnale della stagnazione strutturale nel settore della ristorazione
italiana. E se con la Germania non c’è gara, anche la Spagna corre più veloce.
Se Roma può contare solo sull’impegni di Ikea, Madrid può aggiungere anche
quello di Pizza Hut e, soprattutto, la Spagna compensa con un numero superiore
di impegni da parte dei supermercati. Sei insegne principali (Carrefour, Dia,
Grupo Eroski, Auchan, El Corte Inglés, Aldi Nord), mentre in Italia abbiamo solo
Carrefour Italia, oltre a Eataly e Cortilia.
LE RAZZE A CRESCITA PIÙ LENTA PER RIDURRE I WHITE STRIPING
Uno dei criteri dell’Ecc è quello dell’utilizzo di razze a crescita più lenta
per ridurre i problemi di salute legati alla crescita accelerata. Sono proprio i
polli da razze a rapido accrescimento, infatti, ad essere particolarmente
inclini a sviluppare miopatie come il white striping. Come raccontato da
ilfattoquotidiano.it, a novembre 2025, sono state presentate due interrogazioni
parlamentari sui casi – evidenziati in un’indagine di Esseri Animali – di
strisce bianche nei polli venduti nei supermercati italiani. Secondo le evidenze
scientifiche, il white striping interessa tra il 50% e il 90% dei polli a rapido
accrescimento, quelli maggiormente impiegati negli allevamenti intensivi dai
quali provengono 9 polli italiani su 10.
KFC E IL DOPPIO STANDARD: IN ITALIA NIENTE IMPEGNI
“Kfc Italia, in particolare, a differenza di quanto accade in Francia, Svezia e
Danimarca – sottolinea Esseri Animali – non ha ancora preso impegni chiari sul
benessere dei polli, rappresentando quindi un’eccezione negativa in Europa
occidentale e mancando completamente della coerenza strategica che l’azienda
riserva agli altri Paesi del gruppo Kfc Western Europe valutati nel report”.
Rispetto al 2024, nell’ultima edizione di The Pecking Order, Kfc Italia non ha
registrato nessun avanzamento di livello, ricevendo ancora una volta una
valutazione scarsa. L’azienda ha comunicato dei minimi progressi, ma questi non
hanno riguardato aspetti cruciali per il benessere dei polli, come la riduzione
delle densità e l’adozione di razze a crescita più lenta. Per quanto riguarda
quest’ultimo aspetto, al contrario, dal 2022 al 2023 l’azienda ha drasticamente
ridotto l’utilizzo delle razze a più lenta crescita (dal 7,21% allo 0,9%) con un
conseguente aumento della mortalità in allevamento e dell’uso di antibiotici.
“Kfc Italia – aggiunge Montuschi – con un fatturato di 179 milioni di euro e
l’obiettivo di superare i 200 punti vendita entro il 2027, è l’unica tra i Paesi
europei del gruppo Kfc Western Europe analizzati nel report a non avere un
impegno per migliorare le condizioni di allevamento dei polli, fissando in
questo modo un vero e proprio doppio standard”.
L'articolo Ristoranti e fast food, in Italia su sette catene solo Ikea prende
impegni per i polli nella filiera. Roma fanalino di coda in Europa proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Super batteri che resistono agli antibiotici. Sono stati trovati nei campioni
prelevati da quattro hamburger dei 12 acquistati al banco frigo dei supermercati
e fatti analizzare da Il Salvagente per il nuovo numero della rivista
specializzata proprio nei test in laboratorio. Obiettivo: valutare igiene e
qualità della materia prima in base al rapporto tra collagene e proteine. A
preoccupare, però, non è lo stato complessivo di igiene della carne, ma “la
possibile presenza – riscontrata in effetti nel 30 per cento dei casi – di
microrganismi capaci di bucare lo scudo farmacologico di medicinali usati per
curare le infezioni causate da questi stessi batteri”. Eppure tutti gli
hamburger analizzati sono risultati conformi alla legge. Questo perché i
produttori, al contrario di ciò che dovrebbe avvenire in allevamenti e macelli,
non hanno l’obbligo di sottoporre i batteri presenti negli hamburger
all’antibiogramma, ossia l’esame microbiologico in vitro che determina la
sensibilità o la resistenza di un batterio specifico a vari antibiotici. Lungo
la filiera, quindi, questo tipo di controllo viene a mancare, rendendo
impossibile una valutazione su quali antibiotici siano stati resi inefficaci e
quali no. Di fatto, resistenze agli antibiotici sono state riscontrare
nell’hamburger Terre d’Italia di Carrefour, in quello di Chianina di Lidl, nel
Gramburger di scottona di Gram e nel maxihamburger di scottona ‘La collina delle
bontà’ di Eurospin. “Le resistenze più gravi rilevate dal Salvagente sono legate
alla presenza, in alcuni hamburger, di Escherichia coli beta-glucuronidasi
positiva e agli stafilococchi in grado di sopravvivere a medicinali moderni e
molto usati in questi casi, come le cefalosporine, una classe di antibiotici
beta-fattamici” scrive Enrico Cinotti, vicedirettore e autore dell’inchiesta.
Quali sono le conseguenze per il consumatore? Piaccia o meno l’hamburger al
sangue, per uccidere i batteri resistenti agli antibiotici presenti in questo
tipo di carne, l’unica soluzione è cuocerla bene. Come, tra l’altro, viene
ricordato su molte confezioni.
L’ALLARME MONDIALE E I 12MILA MORTI ALL’ANNO IN ITALIA
Ed è un problema dato che, come spiega l’Organizzazione mondiale della sanità
nel Global Antibiotic Resistance Surveillance Report 2025 “la resistenza
antimicrobica (Amr) sta erodendo le basi della medicina moderna”, con batteri
comuni che diventano sempre più difficili da curare (Leggi l’approfondimento).
Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Aifa, l’Agenzia italiana per il farmaco, in
Italia si contano ormai 12mila morti all’anno. Una resistenza causata da un
sempre più massiccio uso degli antibiotici, soprattutto in età pediatrica e in
ambito ospedaliero (rispetto a quanto non avvenisse in passato) e al loro
ricorso negli allevamenti, dove viene somministrato anche agli animali sani come
profilassi preventiva.
LA QUALITÀ PROTEICA DELLA CARNE
Tutto questo rende proprio questo aspetto la nota dolente dei risultati delle
analisi, rispetto agli altri criteri presi in considerazione. Lo stato di igiene
degli hamburger, in gran parte confezionati sottovuoto, ha pesato per il 50% sul
voto finale, la percentuale di carne impiegata per il 20% e la qualità della
carne per il 30%. Quest’ultimo aspetto è stato valutato in base al rapporto tra
collagene e proteine, perché più è presente il primo e minore sarà la qualità
proteica della carne. Da un punto di vista nutrizionale, il rapporto tra
collagene e proteine non supera mai il 15%, soglia oltre la quale la qualità
proteica della carne sarebbe risultata scarsa. Il punteggio peggiore (mediocre,
con 14,93) lo ha totalizzato il Jubatti Barbecue Burgers di scottona, gusto
delicato. Mediocri, da questo punto di vista, anche l’Hamburger bovino di razza,
Chianina di Lidl.
LO STATO DELL’IGIENE DEGLI HAMBURGER
La rivista diretta da Riccardo Quintili ha ricercato la presenza di diversi
microrganismi per valutare, poi, il livello igienico della carne. Considerando i
limiti di legge, che impongono l’assenza di Salmonella e Listeria monocytogenes
(di fatto assenti in tutti i campioni), sono stati ricercati i batteri anaerobi,
gli stafilococchi, l’E.coli, le enterobatteriacee, i coliformi e il bacillus
cereus. Le linee guida utilizzare come riferimento sono quelle del Centro
interdipartimentale di ricerca e documentazione sulla sicurezza alimentare della
Regione Piemonte: il limite di 100 Unità formanti colonie per grammo (Ufc/g) per
i batteri anaerobi solfito riduttori e per i stafilococchi coagulasi positivi e
di 500 Ufc/g per l’Escherichia coli beta-glucuronidasi positiva. “Dal punto di
vista igienico – scrive Enrico Cinotti – a parte in tre casi in cui le linee
guida sono state leggermente superate, lo standard di sicurezza alimentare è
risultato mediamente buono”. Nell’hamburger di Carrefour è stato registrato uno
sforamento (270 Ufc/g) per gli stafilococchi, mentre in quelli di Jubatti e
Coop, una concentrazione media di batteri anaerobi leggermente superiore alla
soglia, rispettivamente di 110 e 120 Ufc/g.
QUANTI (E QUALI) ANTIBIOTICI MESSI FUORI GIOCO DAI BATTERI
Il vero problema, però, è proprio il tipo di batterio e la capacità di resistere
agli antibiotici. Ed è per questo che, in caso di presenza accertata di
microrganismi, la rivista ha commissionato un esame specifico, l’antibiogramma,
“per valutare la loro resistenza a un classe di 23 antibiotici comunemente
prescritti dai medici per infezioni provocate dai batteri rilevati”. Le
resistenze più gravi rilevate sono legate alla presenza di Escherichia coli
beta-glucuronidasi positiva e agli stafilococchi ma, nella valutazione, si è
anche tenuto conto del fatto che alcuni degli antibiotici indicati “sono
notoriamente non adatti a curare questo tipo di infezioni”. Anche escludendo,
dunque, i casi di “resistenza nota” e prendendo in considerazione solo quella
“agli antibiotici utili”, sono quattro gli hamburger nei quali è stata
riscontrata anche quest’ultima. Nell’Hamburger Bovino di Razza Chianina di Lidl,
gli stafilococchi rintracciati sono resistenti a quattro tipi di antibiotici,
mentre l’Escherichia coli individuata può superare le difese di due medicinali.
Totale: 6 farmaci messi fuori gioco. Sono cinque gli antibiotici a cui sono
resistenti gli stafilococchi rintracciati nell’Hamburger con Marchigiana, Terre
d’Italia, di Carrefour. Resistono rispettivamente a tre e un medicinale gli
stafilococchi trovati, infine, nel Gram Gramburger di Scottona e nel
Maxihamburger di Scottona la Collina delle bontà di Eurospin. Il Salvagente ha
contattato i produttori in questione che, non negando la presenza di batteri con
profili di antibiotico-resistenza, sottolineano che non compete a loro questo
tipo di controllo. E c’è chi promette approfondimenti con i propri fornitori.
L'articolo Hamburger nel carrello: nel 30% dei campioni, i batteri trovati sono
resistenti agli antibiotici proviene da Il Fatto Quotidiano.
I fondi della Politica agricola comune continuano ad andare a una piccola fetta
di beneficiari: in Europa, l’1% più ricco intasca pure fino al 40 per cento dei
fondi. In Italia, invece, 10 per cento dei beneficiari più benestanti ha
ricevuto circa il 70% dei sussidi. È quanto emerge dal rapporto “Chi si intasca
la Pac?” di Greenpeace Europa, che ha raccolto e analizzato i dati sui pagamenti
Politica agricola comune del 2024. Il report, pubblicato oggi alla vigilia di
una nuova mobilitazione che vedrà gli agricoltori europei in piazza, a
Strasburgo, per chiedere una distribuzione migliore e più equa dei sussidi della
Pac, evidenzia come alcuni tra i grandi proprietari terrieri e gli attori
economici più ricchi d’Europa abbiano percepito quote molto elevate di
contributi agricoli in Italia, Repubblica Ceca, Danimarca, Germania, Paesi Bassi
e Spagna. Tra i maggiori beneficiari di questa distribuzione squilibrata di
fondi pubblici ci sono il gruppo Agrofert del primo ministro designato ceco,
Andrej Babiš, il più grande proprietario terriero italiano Bonifiche Ferraresi
(BF Spa) e gli aristocratici della Casa d’Alba in Spagna. Tutto possibili grazie
alle vecchie distorsioni della Pac che i Paesi continuano a non cancellare.
Prima fra tutte, i pagamenti diretti basati sulla superficie. “Per effetto delle
distorsioni della Pac, il welfare finisce per favorire i più ricchi, mentre non
raggiunge in misura sufficiente chi ne ha realmente bisogno: agricoltori a
rischio di fallimento, piccole aziende agroecologiche e tutte le realtà che
vogliono passare a pratiche più sostenibili” commenta Marco Contiero, direttore
delle politiche agricole di Greenpeace Europa.
LA PAC CHE ALIMENTA LE DISUGUAGLIANZE E BUTTA FUORI LE PICCOLE AZIENDE
La Politica agricola comune rappresenta circa un terzo del bilancio dell’Ue. È
stata creata per stabilizzare i redditi agricoli, sostenere le comunità rurali e
garantire l’approvvigionamento alimentare europeo. Sebbene abbia avuto un ruolo
nel rafforzare i redditi agricoli, ha avvantaggiato in modo sproporzionato le
grandi aziende e i grandi proprietari terrieri, alimentando la crescita di un
modello agricolo industriale. Tra il 2007 e il 2022, l’Ue ha perso quasi due
milioni di aziende agricole di piccole dimensioni, un calo del 44%. La maggior
parte ha chiuso o, in misura minore, è cresciuta fino a raggiungere livelli
produttivi industriali. Nel frattempo, il numero di quelle grandi è aumentato
del 56 per cento. Le aziende agricole (perlopiù di piccola e media scala)
subiscono pressioni economiche che le costringono a ingrandirsi o a chiudere.
“Denunciano costi di produzione in continuo aumento, a beneficio delle
multinazionali dei fertilizzanti e dei pesticidi – racconta il report – e il
crescente potere contrattuale della grande distribuzione (Leggi
l’approfondimento), delle industrie alimentari e di altri attori della filiera,
che spingono verso il basso i prezzi riconosciuti ai produttori primari”.
LA CONCENTRAZIONE DEI SUSSIDI AGRICOLI IN SEI PAESI UE
L’analisi di Greenpeace non solo conferma l’ormai noto dato secondo cui l’80%
dei sussidi Pac in Europa è concentrato nelle mani del 20% dei beneficiari. Nei
sei Stati membri considerati, due terzi dei fondi (tra col 59% e il 69%) vengono
destinati in media al 10% più ricco. Nei Paesi Bassi, in particolare, si
registra la concentrazione più elevata, con l’1% più ricco dei beneficiari che
riceve il 40% dei sussidi Pac. L’Italia risulta in linea con questo trend o
leggermente sopra la media, considerato che nel 2024 il 31% dei fondi erogati è
finito nelle tasche dell’1% più ricco dei beneficiari, il 69% al 10% e l’82% al
20% dei più ricchi. Anche in Spagna, l’1% più ricco riceve circa il 30% dei
sussidi. Queste classifiche si basano su dati pubblici provenienti dai database
nazionali sul sostegno agricolo dell’Ue, ma gruppi societari con molte
controllate potrebbero non comparire tra l’1% o tra i primi 100 beneficiari,
perché i loro sussidi non sono riportati in forma aggregata sotto l’azienda
madre. In questo modo, grandi beneficiari possono sfuggire al radar.
CHI INTASCA DAVVERO LA PAC
Il dossier include casi in cui grandi proprietari terrieri hanno ricevuto tra
195mila euro e 16,6 milioni di euro all’anno. Le prime due aziende italiane in
classifica per pagamenti diretti sono BF Spa e Genagricola, ramo agricolo del
gruppo Generali. Bonifiche Ferraresi Spa è al primo posto sommando i contributi
delle due controllate (che sono al secondo e all’ottantesimo), con cui si arriva
a 3,4 milioni di euro nel 2024, di cui 1 milione di euro ricevuto sotto forma di
pagamenti diretti. A chi sono andati? BF Agricola S.r.l. Società Agricola è la
società attraverso cui il gruppo BF S.p.A. svolge le principali attività di
produzione agricola, a seguito del conferimento delle attività agricole e
zootecniche di Bonifiche Ferraresi reso effettivo dal 2021. Ma il gruppo BF è
anche il più grande proprietario di terreni agricoli d’Italia, con circa 7.750
ettari distribuiti tra Emilia-Romagna, Toscana e Sardegna. Quotato alla Borsa di
Milano “il gruppo integra la produzione ‘dal genoma allo scaffale’,
concentrandosi principalmente su cereali, foraggi, oleaginose, riso, frutta e
ortaggi – si ricostruisce nel report – mentre la divisione CAI (Consorzi Agrari
d’Italia) genera la maggior parte dei ricavi grazie alla vendita di concimi,
antiparassitari e carburante agricolo”. Tra i suoi stakeholder ci sono Eni,
Ismea, Intesa Sanpaolo, Fondazione Cariplo e altri investitori istituzionali e
finanziari. Presidente di BF International (azienda high-tech appartenente a BF
Spa) è Vincenzo Gesmundo, attuale e storico segretario generale di Coldiretti,
la più grande e potente associazione di categoria del settore agricolo italiano
(Leggi l’approfondimento). A dicembre 2025, BF ha siglato l’acquisto di Fratelli
Martini per 220 milioni di euro, secondo operatore italiano nel campo dei
mangimi animali. L’operazione amplia il business del gruppo al settore delle
proteine animali e si inserisce nella strategia di espansione internazionale, in
particolare nei Paesi africani. Con questa ultima integrazione, il fatturato
consolidato di BF sale a circa 3 miliardi di euro. Altri 2,6 miliardi (di cui
circa 845mila di pagamenti diretti) sono andati a Genagricola S.p.A., che da
sola è al primo posto nella classifica dei maggiori beneficiari di pagamenti
diretti della Pac. Creata nel 1974 per gestire gli asset agricoli di Generali,
oggi opera all’interno di Leone Alato S.p.a., la holding agroalimentare del
gruppo. “Genagricola controlla oltre 12mila ettari di terreni agricoli in Italia
e in Romania – racconta Greenpeace – che comprendono seminativi, vigneti e
allevamenti e ha ampliato le proprie attività attraverso società come Sementi
Dom Dotto S.p.a., attiva nella produzione di sementi, fertilizzanti e pet food”.
Fuori dall’Italia, il gruppo possiede circa 5mila ettari di terreni agricoli e
1.770 ettari di foreste in Romania.
SE LA PAC SOSTENESSE I PICCOLI AGRICOLTORI
“Mentre entrambi i gruppi rivendicano un impegno verso la sostenibilità, i loro
modelli – supportati da reti politiche e industriali di grande peso – rischiano
di ampliare le disuguaglianze, accentuare impatti ambientali e mettere in
secondo piano le esigenze delle comunità agricole e dei territori più
vulnerabili” commenta Simona Savini, campaigner Agricoltura di Greenpeace
Italia. Secondo Greenpeace, i soldi della Pac potrebbero essere meglio spesi per
sostenere i piccoli agricoltori e incentivare la sostenibilità. In base ai costi
medi ricavati da evidenze pubblicate e raccolti dall’Institute for European
Environmental Policy, le risorse destinate al solo gruppo Agrofert di Babiš
(16,6 milioni di euro nel 2024) potrebbero essere utilizzate, ad esempio, per
sostenere fino a 7.703 piccole aziende agricole nell’adozione di pratiche più
efficienti nell’uso dell’acqua. Mentre sommando i contributi pubblici incassati
dalle prime due aziende italiane in classifica per pagamenti diretti, cioè BF
Spa e Genagricola si ottiene una cifra di oltre 6 milioni di euro, che potrebbe
sostenere circa 2.500 piccole aziende nell’adozione di pratiche per il risparmio
idrico. Greenpeace chiede che la nuova Pac elimini gradualmente i pagamenti
diretti basati sulla superficie, dia priorità al sostegno al reddito per le
aziende con il maggior valore ecologico e sociale, applichi scale progressive e
tetti massimi ai sussidi, e destini almeno il 50% del budget ad azioni
ambientali e climatiche entro la fine del periodo di programmazione.
L'articolo Chi intasca i fondi della Politica agricola comune: in Italia il 10%
più ricco dei beneficiari mette le mani sul 70% dei sussidi proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Nel giro di cinque anni i prezzi dei beni alimentari sono aumentati di quasi il
25 per cento, ma per i produttori agricoli di questi margini di guadagno non c’è
neppure l’ombra. Ed è per questo che l’attività dell’Autorità Garante della
Concorrenza e del Mercato ha avviato un’indagine conoscitiva che si concentrerà
sul ruolo svolto dalle catene distributive nella ripartizione del valore
aggiunto lungo la filiera agroalimentare e nella formazione dei prezzi finali.
Che crescono, rendendo i consumatori sempre più poveri, come raccontato da
ilfattoquotidiano.it con elaborazione sulla base dei dati Istat pubblicati
appena due mesi fa. L’aumento dei prezzi, però, non fa bene neppure a chi quei
beni li produce e li fornisce ai supermercati. Come spiega la stessa autorità,
questa distorsione “potrebbe essere in parte riconducibile al forte squilibrio
di potere contrattuale degli agricoltori rispetto alle grandi catene della
grande distribuzione organizzata”. Uno squilibrio che è rimasto costante negli
anni, come raccontato in diverse inchieste da ilfattoquotidiano.it, alcuni
report di ong del settore e neppure risolto con la direttiva europea del 2019,
recepita dall’Italia nel 2021 con la legge 198. Lo mostra la partecipazione
degli agricoltori italiani alle varie proteste dei trattori che continuano a
organizzarsi in tutta Europa.
I PREZZI DEI SUPERMERCATI IN SALITA VERTIGINOSA
Dall’elaborazione dei dati Istat de ilfattoquotidiano.it è venuto fuori un
quadro impietoso: con 30 euro di spesa si mette in tavola quel che nel 2021 fa
avremmo potuto comprare con poco più di 23 euro. L’Antitrust ricorda proprio
quei dati: tra ottobre 2021 e ottobre 2025 i prezzi dei beni alimentari hanno
fatto registrare un incremento del 24,9%, superiore di quasi 8 punti percentuali
rispetto a quello registrato nello stesso periodo dall’indice generale dei
prezzi al consumo (pari al 17,3%). A fronte di questi aumenti dei prezzi al
consumo, i produttori agricoli lamentano spesso una compressione o, quanto meno,
una crescita inadeguata dei propri margini. Nel testo del provvedimento firmato
dal presidente, Roberto Rustichelli, si fa riferimento al cuore del problema.
Perché se a monte della filiera agroalimentare, c’è una base produttiva
estremamente frammentata, composta da diverse migliaia di fornitori, a valle la
situazione è opposta. Il settore della distribuzione finale, infatti, è
caratterizzato da un livello di concentrazione piuttosto elevato e crescente nel
tempo “che potrebbe consentire alle catene della Gdo di imporre unilateralmente
le condizioni economiche e operative della fornitura, spuntando e trattenendo
margini di guadagno “ingiustificatamente” superiori a quelli riconosciuti ai
propri fornitori.
QUELLE PRATICHE SLEALI DURE A MORIRE
“Nell’ambito della filiera agro-alimentare – ricorda l’Antitrust – l’anello
della catena rappresentato dalla fase di scambio tra i distributori finali e i
fornitori rappresenta uno snodo cruciale, sia per la determinazione del livello
di remunerazione dei fornitori – e, di conseguenza, della redditività delle
attività produttive a monte – sia per la definizione dell’andamento dei prezzi
al consumo”. Ed è per questo che l’indagine punta ad approfondire anche le
modalità di esercizio del potere di acquisto da parte delle catene della Gdo,
anche attraverso diverse forme di aggregazione non societaria (cooperative,
centrali e supercentrali). Perché è chiaro che non è bastato il recepimento
della direttiva europea che, per intenderci, vieta pratiche come i pagamenti in
ritardo, gli annullamenti di ordini dell’ultimo minuto, il rifiuto di fornire
contratti scritti, le vendite sottocosto, le aste online al doppio ribasso
(Leggi l’approfondimento). Molte pratiche sleali sopravvivono, basta inserirle
nel contratto. Si va dalle vendite a prezzi stracciati alla quota i produttori
devono restituire alle catene della Gdo a fine anno.
GLI ASPETTI DA ANALIZZARE NELL’INDAGINE CONOSCITIVA SUL POTERE DELLA GDO
Il presidente dell’Antitrust, dunque, spiega quali saranno gli aspetti da
scandagliare nell’indagine. Saranno analizzati le richieste delle catene
distributive ai fornitori e le modalità con cui avviene la negoziazione dei
pagamenti che i produttori sono tenuti a restituire alle imprese distributive
come corrispettivo per l’acquisto dei servizi di vendita come, ad esempio,
l’inserimento in assortimento, le modalità di collocamento dei prodotti a
scaffale, le promozioni, il lancio di nuovi prodotti, il cosiddetto trade
spending. Tutti elementi che alimentano il potere contrattuale delle catene
della Gdo nei confronti dei propri fornitori. Un altro aspetto che sarà
verificato è quello relativo ai prodotti a marchio del distributore, le private
label, che incidono in misura crescente sugli assortimenti delle catene,
rafforzandone ulteriormente il potere contrattuale. Perché attraverso le private
label, al tradizionale rapporto contrattuale di tipo verticale tra Gdo e
fornitori, si configura anche un rapporto di concorrenza diretta. Alcuni di
questi aspetti sono già stati al centro di critiche negli ultimi anni.
L’Autorità, infatti, ha avviato una consultazione pubblica su questi punti
critici, invitando “i soggetti interessati” a inviare contributi e osservazioni
entro il 31 gennaio 2026.
UNIONE NAZIONALE CONSUMATORI: “SERVONO PROVVEDIMENTI CONCRETI”
“Bene, ottima notizia, ma poi che succede? È sempre benvenuta ogni indagine
conoscitiva, certo che poi ci piacerebbe avessero anche un seguito e che, una
volta evidenziate eventuali criticità, si prendessero provvedimenti” è il
commento di Massimiliano Dona, presidente l’Unione Nazionale Consumatori. Nel
caso di irregolarità accertate, Dona auspica azioni sul piano legislativo sia
provvedimenti della stessa Antitrust. E ricorda che l’articolo 1, comma 5, del
decreto legge 104 del 10 agosto 2023, dà il potere all’Antitrust di imporre alle
imprese interessate ogni misura strutturale o comportamentale necessaria e
proporzionata, al fine di eliminare le distorsioni della concorrenza. “Bisogna
che a queste indagini seguano i fatti e che alle imprese sia poi imposto di
cessare pratiche che creano un pregiudizio per i consumatori” aggiunge Dona,
facendo riferimento a precedenti indagini, “quella sugli algoritmi nel settore
aereo e quella sul caro scuola, solo per citare le ultime due indagini
conoscitive, da cui sono emerse numerose criticità che ci piacerebbe venissero
rimosse”.
L'articolo Prezzi alle stelle per i generi alimentari: l’Antitrust avvia
un’indagine sul potere della Grande distribuzione organizzata proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Pesticidi e Pfas non solo nell’acqua e nel vino, ma anche nel prosecco. Il
Salvagente ha fatto analizzare 15 bottiglie di marche differenti: in tutti i
campioni sono stati individuati residui di pesticidi (fino a 10 principi attivi
diversi nello stesso campione) e tracce elevate di Tfa (acido trifluoroacetico),
metabolita delle sostanze perfluoroalchiliche, i cosiddetti inquinanti eterni,
alcuni dei quali sono classificati come potenziali cancerogeni, oltre che
interferenti endocrini o legati a patologie cardiovascolari e riproduttive. A
preoccupare, anche gli esperti sentiti nel corso dell’inchiesta è il problema
dell’esposizione cumulativa dovuta al fatto che il Tfa è stato individuato, in
recenti indagini, anche nell’acqua e in molti alimenti. Dalle schede valutative
nessuna bottiglia ha ottenuto un risultato eccellente (sei punti su sei), ottimo
(5 punti) o buono (4 punti). Solo due bottiglie hanno ottenuto un risultato
medio (3 punti su 6), otto hanno ottenuto un risultato mediocre (2 punti su sei)
e cinque un risultato scarso (un solo punto). Per quanto riguarda i Pfas, dato
che per il vino non esiste una soglia, sono stati utilizzati i limiti previsti
per l’acqua potabile: in Unione europea entrerà in vigore nel 2026 la soglia di
100 ng/l per il parametro “somma di Pfas”, che include 20 Pfas (ma non il Tfa).
Per l’acido trifluoroacetico, infatti, è stato però utilizzato come riferimento
il limite di 10mila nanogrammi a litri che, sempre per l’acqua potabile, in
Italia sarà in vigore dal 2027.
RESIDUI DI TFA SOPRA LA SOGLIA INDICATA PER L’ACQUA
Il Tfa è un sottoprodotto di processi industriali e della degradazione di alcune
sostanze fluorurate usate nei gas refrigeranti, nei pesticidi e nei prodotti
farmaceutici. La sostanza è tuttora al vaglio dell’Agenzia europea per le
sostanze chimiche e, secondo studi più recenti, può avere effetti negativi su
fegato, sistema endocrino e riproduttivo, oltre a un impatto ecotossicologico.
Al mensile diretto da Riccardo Quintili, l’esperto di diritto alimentare e di
agricoltura biologica, Roberto Pinton, racconta che “dal 2010 la frequenza delle
rilevazioni di questi metaboliti si è impennata, con i vini delle vendemmie dal
2021 al 2024 che presentano livelli medi di 122mila nanogrammi al litro. Più
aumenta l’utilizzo di pesticidi fluorurati, più aumenta la presenza di residui”.
Avendo riscontrato in tutti i campioni dei residui molto al di sopra della
soglia di 10mila ng/l, nessuna delle bottiglie ha superato la sufficienza,
secondo l’analisi. Tfa a parte, i test sui prosecchi hanno rivelato la presenza
di poche tipologie di Pfas. Per quanto riguarda i pesticidi, invece, nel test
nessuna delle sostanze ha superato i limiti massimi di residui stabiliti dalla
legge. Nel giudizio complessivo, però, ha pesato la presenza di principi attivi
in concentrazioni pari o superiori al limite di quantificazione analitica (0,01
mg/kg) e in dosi superiori a un decimo della soglia massima di concentrazione
consentita. E, come scrive l’autore dell’inchiesta, Lorenzo Misuraca, “trovare
fino a dieci tipi diversi di principi attivi nella stessa bottiglia non è una
buona notizia”.
LA CLASSIFICA SECONDO IL SALVAGENTE
Dalle schede valutative nessuna bottiglia ha ottenuto un risultato eccellente,
ottimo o buono. Le due bottiglie che hanno ottenuto un risultato medio sono
Corderìe Valdobbiadene di Astoria (voto 7) e Valdobbiadene Millesimato 2024 di
Bortolomiol Bandarossa (voto 6,5). Otto bottiglie hanno ottenuto un risultato
mediocre (2 punti su sei): con una votazione di 4,5, Valdobbiadene Millesimato
di Casa Sant’Orsola, Valdobbiadene (Eurospin) della Cantina Viticoltori Meolo,
Prosecco Martini, Valdobbiadene Bernabei, Cuvèe storica Cinzano, Valdobbiadene
La Gioiosa et amorosa, Millesimato 2024 Maschio Valdobbiadene e Valdobbiadene di
Villa Sandi. Infine, 5 bottiglie hanno ottenuto un risultato scarso (un solo
punto): con una votazione di 3,5, Rive di San Piero di Barbozza Valdo
Valdobbiadene, Valdobbiadene di Mionetto, Conegliano Valdobbiadene
Cerpenè-Malvolti, Valdobbiadene Bolla e Coextra Dry 2024 (Lidl) di Allini
Valdobbiadene.
LA REPLICA DELLE AZIENDE AI TEST
Il Salvagente ha contattato le aziende coinvolte nel test. Carpenè-Malvolti
dichiara che i suoi laboratori di riferimento trovano dati diversi di Tfa ed
escludono altri Pfas, sostenendo che “non esistono conferme scientifiche che
collegano i Tfa ai pesticidi”. Sia Lidl (prosecco Allini) che il Gruppo italiano
vini, che produce il Bolla, sottolineano che rispetto alle più recenti
rilevazioni di Tfa sui vini (con una media di 120-130mila nanogrammi per litro e
picchi di 300mila), i risultati del test dimostrerebbero che il prosecco è
soggetto a una contaminazione bassa. Giv ricorda che secondo l’Agenzia
statunitense per la protezione dell’ambiente (Epa) il Tfa non è da considerarsi
un Pfas, ma “una sostanza che si forma durante la degradazione dei Pfas” è la
definizione fornita dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa).
Cantine Maschio ricorda proprio alla quantità giornaliera assumibile fissata da
Efsa, molto maggiore rispetto ai numeri rilevati nel test del Salvagente,
trovando non corretto prendere come riferimento il limite previsto per l’acqua.
Il vino, è l’assunto, viene normalmente consumato in maniera e quantità molto
diversa rispetto a quella dell’acqua.
PFAS, IL NODO DELL’ACCUMULO E DELLA MANCANZA DI LIMITI
Alla luce di queste perplessità, allora, quanto sono preoccupanti i risultati
sui Pfas (e, in modo particolare sul Tfa) riscontrati nei campioni di Prosecco,
compresi tra 38mila e 60mila nanogrammi per litro? Per Carlo Foresta, presidente
della Fondazione Foresta Ets e uno dei massimi esperti internazionali di Pfas,
sono “elevati”, trattandosi di concentrazioni che “eccedono l’obiettivo di
qualità proposto dall’Istituto superiore di sanità nel 2024”. Ossia la soglia
che in Italia diventerà vincolante per l’acqua potabile a partire dal 12 gennaio
2027 e sfiorata nel test “dalle 3 alle 6 volte” da tutti i campioni. Ma non c’è
solo il problema dei limiti alla presenza di Tfa, attualmente inesistenti sia
per il vino che per l’acqua potabile (in Ue e in Italia). Ci sono anche poche
informazioni sull’emivita negli organismi, ossia del tempo che occorre perché la
concentrazione di questa sostanza nel sangue si riduca alla metà del valore
iniziale. E se non è detto che assunzioni occasionali con tali valori producano
automaticamente danni significativi, per lo stesso Foresta il problema è proprio
“l’esposizione ripetuta” non dovuta certo solo al prosecco. Insomma, è vero che
normalmente si beve una quantità di vino – o prosecco – certamente inferiore a
quella di acqua (come sostenuto da alcune aziende), ma diversi esperti ritengono
che occorre valutare non solo la quantità di composto assunto in un bicchiere di
prosecco, ma anche l’accumulo con le altri fonti, dall’acqua agli alimenti, a
maggior ragione se assunte più frequentemente. Tra le indagini più recenti,
quella di Greenpeace, anticipata da ilfattoquotidiano.it e nell’ambito della
quale sono stati analizzati in Germania e in Italia 16 campioni di acqua
minerale (12 contenevano Tfa). Pan Europe, invece, ad aprile scorso, ha
pubblicato un rapporto sulla presenza di Tfa in 49 vini di diverse annate
provenienti da 10 paesi dell’Unione europea (Leggi l’approfondimento), tra cui
Francia, Germania, Spagna, Svezia, Croazia, Austria e Italia. Il risultato ha
evidenziato una crescita esponenziale della contaminazione da Tfa negli ultimi
15 anni.
PESTICIDI SOTTO LA SOGLIA, MA PREOCCUPANO CONCENTRAZIONI (E CONTROLLI IN CALO)
Per quanto riguarda i pesticidi, nel test nessuna delle sostanze ha superato i
limiti massimi di residui stabiliti dalla legge. Tra le sostanze rilevate, il
dimethomorf (trovato in tracce) fungicida dannoso per l’ambiente e il metalaxyl,
considerati dannoso per l’ambiente da alcuni studi, il fenhexamid, fungicida
tossico per gli organismi acquatici con effetti di lunga durata e il
pyrimethanil (in tracce nel test) associato – secondo l’Ente di protezione
ambientale statunitense) – a una possibile tossicità per fegato, reni, ghiandole
surrenali, vescica e tiroide. Trovati anche due metaboliti dello spirotetramat:
cis enol e glucoside. Dal laboratorio, però, l’inchiesta si sposta anche nelle
vigne venete culla del prosecco. Dove il Salvagente indaga su alcuni fenomeni,
come il calo dei controlli nell’utilizzo di pesticidi e, dati alla mano,
l’utilizzo della chimica di sintesi nelle vigne che continua a crescere. C’è chi
produce senza fitofarmaci, ma la contaminazione dei vigneti non bio è una
minaccia continua contro cui è difficile difendersi.
L'articolo Inquinanti eterni anche nel prosecco. L’indagine: “Tracce elevate di
Tfa nelle bottiglie di 15 marche” proviene da Il Fatto Quotidiano.