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Hamburger nel carrello: nel 30% dei campioni, i batteri trovati sono resistenti agli antibiotici
Super batteri che resistono agli antibiotici. Sono stati trovati nei campioni prelevati da quattro hamburger dei 12 acquistati al banco frigo dei supermercati e fatti analizzare da Il Salvagente per il nuovo numero della rivista specializzata proprio nei test in laboratorio. Obiettivo: valutare igiene e qualità della materia prima in base al rapporto tra collagene e proteine. A preoccupare, però, non è lo stato complessivo di igiene della carne, ma “la possibile presenza – riscontrata in effetti nel 30 per cento dei casi – di microrganismi capaci di bucare lo scudo farmacologico di medicinali usati per curare le infezioni causate da questi stessi batteri”. Eppure tutti gli hamburger analizzati sono risultati conformi alla legge. Questo perché i produttori, al contrario di ciò che dovrebbe avvenire in allevamenti e macelli, non hanno l’obbligo di sottoporre i batteri presenti negli hamburger all’antibiogramma, ossia l’esame microbiologico in vitro che determina la sensibilità o la resistenza di un batterio specifico a vari antibiotici. Lungo la filiera, quindi, questo tipo di controllo viene a mancare, rendendo impossibile una valutazione su quali antibiotici siano stati resi inefficaci e quali no. Di fatto, resistenze agli antibiotici sono state riscontrare nell’hamburger Terre d’Italia di Carrefour, in quello di Chianina di Lidl, nel Gramburger di scottona di Gram e nel maxihamburger di scottona ‘La collina delle bontà’ di Eurospin. “Le resistenze più gravi rilevate dal Salvagente sono legate alla presenza, in alcuni hamburger, di Escherichia coli beta-glucuronidasi positiva e agli stafilococchi in grado di sopravvivere a medicinali moderni e molto usati in questi casi, come le cefalosporine, una classe di antibiotici beta-fattamici” scrive Enrico Cinotti, vicedirettore e autore dell’inchiesta. Quali sono le conseguenze per il consumatore? Piaccia o meno l’hamburger al sangue, per uccidere i batteri resistenti agli antibiotici presenti in questo tipo di carne, l’unica soluzione è cuocerla bene. Come, tra l’altro, viene ricordato su molte confezioni. L’ALLARME MONDIALE E I 12MILA MORTI ALL’ANNO IN ITALIA Ed è un problema dato che, come spiega l’Organizzazione mondiale della sanità nel Global Antibiotic Resistance Surveillance Report 2025 “la resistenza antimicrobica (Amr) sta erodendo le basi della medicina moderna”, con batteri comuni che diventano sempre più difficili da curare (Leggi l’approfondimento). Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Aifa, l’Agenzia italiana per il farmaco, in Italia si contano ormai 12mila morti all’anno. Una resistenza causata da un sempre più massiccio uso degli antibiotici, soprattutto in età pediatrica e in ambito ospedaliero (rispetto a quanto non avvenisse in passato) e al loro ricorso negli allevamenti, dove viene somministrato anche agli animali sani come profilassi preventiva. LA QUALITÀ PROTEICA DELLA CARNE Tutto questo rende proprio questo aspetto la nota dolente dei risultati delle analisi, rispetto agli altri criteri presi in considerazione. Lo stato di igiene degli hamburger, in gran parte confezionati sottovuoto, ha pesato per il 50% sul voto finale, la percentuale di carne impiegata per il 20% e la qualità della carne per il 30%. Quest’ultimo aspetto è stato valutato in base al rapporto tra collagene e proteine, perché più è presente il primo e minore sarà la qualità proteica della carne. Da un punto di vista nutrizionale, il rapporto tra collagene e proteine non supera mai il 15%, soglia oltre la quale la qualità proteica della carne sarebbe risultata scarsa. Il punteggio peggiore (mediocre, con 14,93) lo ha totalizzato il Jubatti Barbecue Burgers di scottona, gusto delicato. Mediocri, da questo punto di vista, anche l’Hamburger bovino di razza, Chianina di Lidl. LO STATO DELL’IGIENE DEGLI HAMBURGER La rivista diretta da Riccardo Quintili ha ricercato la presenza di diversi microrganismi per valutare, poi, il livello igienico della carne. Considerando i limiti di legge, che impongono l’assenza di Salmonella e Listeria monocytogenes (di fatto assenti in tutti i campioni), sono stati ricercati i batteri anaerobi, gli stafilococchi, l’E.coli, le enterobatteriacee, i coliformi e il bacillus cereus. Le linee guida utilizzare come riferimento sono quelle del Centro interdipartimentale di ricerca e documentazione sulla sicurezza alimentare della Regione Piemonte: il limite di 100 Unità formanti colonie per grammo (Ufc/g) per i batteri anaerobi solfito riduttori e per i stafilococchi coagulasi positivi e di 500 Ufc/g per l’Escherichia coli beta-glucuronidasi positiva. “Dal punto di vista igienico – scrive Enrico Cinotti – a parte in tre casi in cui le linee guida sono state leggermente superate, lo standard di sicurezza alimentare è risultato mediamente buono”. Nell’hamburger di Carrefour è stato registrato uno sforamento (270 Ufc/g) per gli stafilococchi, mentre in quelli di Jubatti e Coop, una concentrazione media di batteri anaerobi leggermente superiore alla soglia, rispettivamente di 110 e 120 Ufc/g. QUANTI (E QUALI) ANTIBIOTICI MESSI FUORI GIOCO DAI BATTERI Il vero problema, però, è proprio il tipo di batterio e la capacità di resistere agli antibiotici. Ed è per questo che, in caso di presenza accertata di microrganismi, la rivista ha commissionato un esame specifico, l’antibiogramma, “per valutare la loro resistenza a un classe di 23 antibiotici comunemente prescritti dai medici per infezioni provocate dai batteri rilevati”. Le resistenze più gravi rilevate sono legate alla presenza di Escherichia coli beta-glucuronidasi positiva e agli stafilococchi ma, nella valutazione, si è anche tenuto conto del fatto che alcuni degli antibiotici indicati “sono notoriamente non adatti a curare questo tipo di infezioni”. Anche escludendo, dunque, i casi di “resistenza nota” e prendendo in considerazione solo quella “agli antibiotici utili”, sono quattro gli hamburger nei quali è stata riscontrata anche quest’ultima. Nell’Hamburger Bovino di Razza Chianina di Lidl, gli stafilococchi rintracciati sono resistenti a quattro tipi di antibiotici, mentre l’Escherichia coli individuata può superare le difese di due medicinali. Totale: 6 farmaci messi fuori gioco. Sono cinque gli antibiotici a cui sono resistenti gli stafilococchi rintracciati nell’Hamburger con Marchigiana, Terre d’Italia, di Carrefour. Resistono rispettivamente a tre e un medicinale gli stafilococchi trovati, infine, nel Gram Gramburger di Scottona e nel Maxihamburger di Scottona la Collina delle bontà di Eurospin. Il Salvagente ha contattato i produttori in questione che, non negando la presenza di batteri con profili di antibiotico-resistenza, sottolineano che non compete a loro questo tipo di controllo. E c’è chi promette approfondimenti con i propri fornitori. L'articolo Hamburger nel carrello: nel 30% dei campioni, i batteri trovati sono resistenti agli antibiotici proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Chi intasca i fondi della Politica agricola comune: in Italia il 10% più ricco dei beneficiari mette le mani sul 70% dei sussidi
I fondi della Politica agricola comune continuano ad andare a una piccola fetta di beneficiari: in Europa, l’1% più ricco intasca pure fino al 40 per cento dei fondi. In Italia, invece, 10 per cento dei beneficiari più benestanti ha ricevuto circa il 70% dei sussidi. È quanto emerge dal rapporto “Chi si intasca la Pac?” di Greenpeace Europa, che ha raccolto e analizzato i dati sui pagamenti Politica agricola comune del 2024. Il report, pubblicato oggi alla vigilia di una nuova mobilitazione che vedrà gli agricoltori europei in piazza, a Strasburgo, per chiedere una distribuzione migliore e più equa dei sussidi della Pac, evidenzia come alcuni tra i grandi proprietari terrieri e gli attori economici più ricchi d’Europa abbiano percepito quote molto elevate di contributi agricoli in Italia, Repubblica Ceca, Danimarca, Germania, Paesi Bassi e Spagna. Tra i maggiori beneficiari di questa distribuzione squilibrata di fondi pubblici ci sono il gruppo Agrofert del primo ministro designato ceco, Andrej Babiš, il più grande proprietario terriero italiano Bonifiche Ferraresi (BF Spa) e gli aristocratici della Casa d’Alba in Spagna. Tutto possibili grazie alle vecchie distorsioni della Pac che i Paesi continuano a non cancellare. Prima fra tutte, i pagamenti diretti basati sulla superficie. “Per effetto delle distorsioni della Pac, il welfare finisce per favorire i più ricchi, mentre non raggiunge in misura sufficiente chi ne ha realmente bisogno: agricoltori a rischio di fallimento, piccole aziende agroecologiche e tutte le realtà che vogliono passare a pratiche più sostenibili” commenta Marco Contiero, direttore delle politiche agricole di Greenpeace Europa. LA PAC CHE ALIMENTA LE DISUGUAGLIANZE E BUTTA FUORI LE PICCOLE AZIENDE La Politica agricola comune rappresenta circa un terzo del bilancio dell’Ue. È stata creata per stabilizzare i redditi agricoli, sostenere le comunità rurali e garantire l’approvvigionamento alimentare europeo. Sebbene abbia avuto un ruolo nel rafforzare i redditi agricoli, ha avvantaggiato in modo sproporzionato le grandi aziende e i grandi proprietari terrieri, alimentando la crescita di un modello agricolo industriale. Tra il 2007 e il 2022, l’Ue ha perso quasi due milioni di aziende agricole di piccole dimensioni, un calo del 44%. La maggior parte ha chiuso o, in misura minore, è cresciuta fino a raggiungere livelli produttivi industriali. Nel frattempo, il numero di quelle grandi è aumentato del 56 per cento. Le aziende agricole (perlopiù di piccola e media scala) subiscono pressioni economiche che le costringono a ingrandirsi o a chiudere. “Denunciano costi di produzione in continuo aumento, a beneficio delle multinazionali dei fertilizzanti e dei pesticidi – racconta il report – e il crescente potere contrattuale della grande distribuzione (Leggi l’approfondimento), delle industrie alimentari e di altri attori della filiera, che spingono verso il basso i prezzi riconosciuti ai produttori primari”. LA CONCENTRAZIONE DEI SUSSIDI AGRICOLI IN SEI PAESI UE L’analisi di Greenpeace non solo conferma l’ormai noto dato secondo cui l’80% dei sussidi Pac in Europa è concentrato nelle mani del 20% dei beneficiari. Nei sei Stati membri considerati, due terzi dei fondi (tra col 59% e il 69%) vengono destinati in media al 10% più ricco. Nei Paesi Bassi, in particolare, si registra la concentrazione più elevata, con l’1% più ricco dei beneficiari che riceve il 40% dei sussidi Pac. L’Italia risulta in linea con questo trend o leggermente sopra la media, considerato che nel 2024 il 31% dei fondi erogati è finito nelle tasche dell’1% più ricco dei beneficiari, il 69% al 10% e l’82% al 20% dei più ricchi. Anche in Spagna, l’1% più ricco riceve circa il 30% dei sussidi. Queste classifiche si basano su dati pubblici provenienti dai database nazionali sul sostegno agricolo dell’Ue, ma gruppi societari con molte controllate potrebbero non comparire tra l’1% o tra i primi 100 beneficiari, perché i loro sussidi non sono riportati in forma aggregata sotto l’azienda madre. In questo modo, grandi beneficiari possono sfuggire al radar. CHI INTASCA DAVVERO LA PAC Il dossier include casi in cui grandi proprietari terrieri hanno ricevuto tra 195mila euro e 16,6 milioni di euro all’anno. Le prime due aziende italiane in classifica per pagamenti diretti sono BF Spa e Genagricola, ramo agricolo del gruppo Generali. Bonifiche Ferraresi Spa è al primo posto sommando i contributi delle due controllate (che sono al secondo e all’ottantesimo), con cui si arriva a 3,4 milioni di euro nel 2024, di cui 1 milione di euro ricevuto sotto forma di pagamenti diretti. A chi sono andati? BF Agricola S.r.l. Società Agricola è la società attraverso cui il gruppo BF S.p.A. svolge le principali attività di produzione agricola, a seguito del conferimento delle attività agricole e zootecniche di Bonifiche Ferraresi reso effettivo dal 2021. Ma il gruppo BF è anche il più grande proprietario di terreni agricoli d’Italia, con circa 7.750 ettari distribuiti tra Emilia-Romagna, Toscana e Sardegna. Quotato alla Borsa di Milano “il gruppo integra la produzione ‘dal genoma allo scaffale’, concentrandosi principalmente su cereali, foraggi, oleaginose, riso, frutta e ortaggi – si ricostruisce nel report – mentre la divisione CAI (Consorzi Agrari d’Italia) genera la maggior parte dei ricavi grazie alla vendita di concimi, antiparassitari e carburante agricolo”. Tra i suoi stakeholder ci sono Eni, Ismea, Intesa Sanpaolo, Fondazione Cariplo e altri investitori istituzionali e finanziari. Presidente di BF International (azienda high-tech appartenente a BF Spa) è Vincenzo Gesmundo, attuale e storico segretario generale di Coldiretti, la più grande e potente associazione di categoria del settore agricolo italiano (Leggi l’approfondimento). A dicembre 2025, BF ha siglato l’acquisto di Fratelli Martini per 220 milioni di euro, secondo operatore italiano nel campo dei mangimi animali. L’operazione amplia il business del gruppo al settore delle proteine animali e si inserisce nella strategia di espansione internazionale, in particolare nei Paesi africani. Con questa ultima integrazione, il fatturato consolidato di BF sale a circa 3 miliardi di euro. Altri 2,6 miliardi (di cui circa 845mila di pagamenti diretti) sono andati a Genagricola S.p.A., che da sola è al primo posto nella classifica dei maggiori beneficiari di pagamenti diretti della Pac. Creata nel 1974 per gestire gli asset agricoli di Generali, oggi opera all’interno di Leone Alato S.p.a., la holding agroalimentare del gruppo. “Genagricola controlla oltre 12mila ettari di terreni agricoli in Italia e in Romania – racconta Greenpeace – che comprendono seminativi, vigneti e allevamenti e ha ampliato le proprie attività attraverso società come Sementi Dom Dotto S.p.a., attiva nella produzione di sementi, fertilizzanti e pet food”. Fuori dall’Italia, il gruppo possiede circa 5mila ettari di terreni agricoli e 1.770 ettari di foreste in Romania. SE LA PAC SOSTENESSE I PICCOLI AGRICOLTORI “Mentre entrambi i gruppi rivendicano un impegno verso la sostenibilità, i loro modelli – supportati da reti politiche e industriali di grande peso – rischiano di ampliare le disuguaglianze, accentuare impatti ambientali e mettere in secondo piano le esigenze delle comunità agricole e dei territori più vulnerabili” commenta Simona Savini, campaigner Agricoltura di Greenpeace Italia. Secondo Greenpeace, i soldi della Pac potrebbero essere meglio spesi per sostenere i piccoli agricoltori e incentivare la sostenibilità. In base ai costi medi ricavati da evidenze pubblicate e raccolti dall’Institute for European Environmental Policy, le risorse destinate al solo gruppo Agrofert di Babiš (16,6 milioni di euro nel 2024) potrebbero essere utilizzate, ad esempio, per sostenere fino a 7.703 piccole aziende agricole nell’adozione di pratiche più efficienti nell’uso dell’acqua. Mentre sommando i contributi pubblici incassati dalle prime due aziende italiane in classifica per pagamenti diretti, cioè BF Spa e Genagricola si ottiene una cifra di oltre 6 milioni di euro, che potrebbe sostenere circa 2.500 piccole aziende nell’adozione di pratiche per il risparmio idrico. Greenpeace chiede che la nuova Pac elimini gradualmente i pagamenti diretti basati sulla superficie, dia priorità al sostegno al reddito per le aziende con il maggior valore ecologico e sociale, applichi scale progressive e tetti massimi ai sussidi, e destini almeno il 50% del budget ad azioni ambientali e climatiche entro la fine del periodo di programmazione. L'articolo Chi intasca i fondi della Politica agricola comune: in Italia il 10% più ricco dei beneficiari mette le mani sul 70% dei sussidi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Prezzi alle stelle per i generi alimentari: l’Antitrust avvia un’indagine sul potere della Grande distribuzione organizzata
Nel giro di cinque anni i prezzi dei beni alimentari sono aumentati di quasi il 25 per cento, ma per i produttori agricoli di questi margini di guadagno non c’è neppure l’ombra. Ed è per questo che l’attività dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha avviato un’indagine conoscitiva che si concentrerà sul ruolo svolto dalle catene distributive nella ripartizione del valore aggiunto lungo la filiera agroalimentare e nella formazione dei prezzi finali. Che crescono, rendendo i consumatori sempre più poveri, come raccontato da ilfattoquotidiano.it con elaborazione sulla base dei dati Istat pubblicati appena due mesi fa. L’aumento dei prezzi, però, non fa bene neppure a chi quei beni li produce e li fornisce ai supermercati. Come spiega la stessa autorità, questa distorsione “potrebbe essere in parte riconducibile al forte squilibrio di potere contrattuale degli agricoltori rispetto alle grandi catene della grande distribuzione organizzata”. Uno squilibrio che è rimasto costante negli anni, come raccontato in diverse inchieste da ilfattoquotidiano.it, alcuni report di ong del settore e neppure risolto con la direttiva europea del 2019, recepita dall’Italia nel 2021 con la legge 198. Lo mostra la partecipazione degli agricoltori italiani alle varie proteste dei trattori che continuano a organizzarsi in tutta Europa. I PREZZI DEI SUPERMERCATI IN SALITA VERTIGINOSA Dall’elaborazione dei dati Istat de ilfattoquotidiano.it è venuto fuori un quadro impietoso: con 30 euro di spesa si mette in tavola quel che nel 2021 fa avremmo potuto comprare con poco più di 23 euro. L’Antitrust ricorda proprio quei dati: tra ottobre 2021 e ottobre 2025 i prezzi dei beni alimentari hanno fatto registrare un incremento del 24,9%, superiore di quasi 8 punti percentuali rispetto a quello registrato nello stesso periodo dall’indice generale dei prezzi al consumo (pari al 17,3%). A fronte di questi aumenti dei prezzi al consumo, i produttori agricoli lamentano spesso una compressione o, quanto meno, una crescita inadeguata dei propri margini. Nel testo del provvedimento firmato dal presidente, Roberto Rustichelli, si fa riferimento al cuore del problema. Perché se a monte della filiera agroalimentare, c’è una base produttiva estremamente frammentata, composta da diverse migliaia di fornitori, a valle la situazione è opposta. Il settore della distribuzione finale, infatti, è caratterizzato da un livello di concentrazione piuttosto elevato e crescente nel tempo “che potrebbe consentire alle catene della Gdo di imporre unilateralmente le condizioni economiche e operative della fornitura, spuntando e trattenendo margini di guadagno “ingiustificatamente” superiori a quelli riconosciuti ai propri fornitori. QUELLE PRATICHE SLEALI DURE A MORIRE “Nell’ambito della filiera agro-alimentare – ricorda l’Antitrust – l’anello della catena rappresentato dalla fase di scambio tra i distributori finali e i fornitori rappresenta uno snodo cruciale, sia per la determinazione del livello di remunerazione dei fornitori – e, di conseguenza, della redditività delle attività produttive a monte – sia per la definizione dell’andamento dei prezzi al consumo”. Ed è per questo che l’indagine punta ad approfondire anche le modalità di esercizio del potere di acquisto da parte delle catene della Gdo, anche attraverso diverse forme di aggregazione non societaria (cooperative, centrali e supercentrali). Perché è chiaro che non è bastato il recepimento della direttiva europea che, per intenderci, vieta pratiche come i pagamenti in ritardo, gli annullamenti di ordini dell’ultimo minuto, il rifiuto di fornire contratti scritti, le vendite sottocosto, le aste online al doppio ribasso (Leggi l’approfondimento). Molte pratiche sleali sopravvivono, basta inserirle nel contratto. Si va dalle vendite a prezzi stracciati alla quota i produttori devono restituire alle catene della Gdo a fine anno. GLI ASPETTI DA ANALIZZARE NELL’INDAGINE CONOSCITIVA SUL POTERE DELLA GDO Il presidente dell’Antitrust, dunque, spiega quali saranno gli aspetti da scandagliare nell’indagine. Saranno analizzati le richieste delle catene distributive ai fornitori e le modalità con cui avviene la negoziazione dei pagamenti che i produttori sono tenuti a restituire alle imprese distributive come corrispettivo per l’acquisto dei servizi di vendita come, ad esempio, l’inserimento in assortimento, le modalità di collocamento dei prodotti a scaffale, le promozioni, il lancio di nuovi prodotti, il cosiddetto trade spending. Tutti elementi che alimentano il potere contrattuale delle catene della Gdo nei confronti dei propri fornitori. Un altro aspetto che sarà verificato è quello relativo ai prodotti a marchio del distributore, le private label, che incidono in misura crescente sugli assortimenti delle catene, rafforzandone ulteriormente il potere contrattuale. Perché attraverso le private label, al tradizionale rapporto contrattuale di tipo verticale tra Gdo e fornitori, si configura anche un rapporto di concorrenza diretta. Alcuni di questi aspetti sono già stati al centro di critiche negli ultimi anni. L’Autorità, infatti, ha avviato una consultazione pubblica su questi punti critici, invitando “i soggetti interessati” a inviare contributi e osservazioni entro il 31 gennaio 2026. UNIONE NAZIONALE CONSUMATORI: “SERVONO PROVVEDIMENTI CONCRETI” “Bene, ottima notizia, ma poi che succede? È sempre benvenuta ogni indagine conoscitiva, certo che poi ci piacerebbe avessero anche un seguito e che, una volta evidenziate eventuali criticità, si prendessero provvedimenti” è il commento di Massimiliano Dona, presidente l’Unione Nazionale Consumatori. Nel caso di irregolarità accertate, Dona auspica azioni sul piano legislativo sia provvedimenti della stessa Antitrust. E ricorda che l’articolo 1, comma 5, del decreto legge 104 del 10 agosto 2023, dà il potere all’Antitrust di imporre alle imprese interessate ogni misura strutturale o comportamentale necessaria e proporzionata, al fine di eliminare le distorsioni della concorrenza. “Bisogna che a queste indagini seguano i fatti e che alle imprese sia poi imposto di cessare pratiche che creano un pregiudizio per i consumatori” aggiunge Dona, facendo riferimento a precedenti indagini, “quella sugli algoritmi nel settore aereo e quella sul caro scuola, solo per citare le ultime due indagini conoscitive, da cui sono emerse numerose criticità che ci piacerebbe venissero rimosse”. L'articolo Prezzi alle stelle per i generi alimentari: l’Antitrust avvia un’indagine sul potere della Grande distribuzione organizzata proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Inquinanti eterni anche nel prosecco. L’indagine: “Tracce elevate di Tfa nelle bottiglie di 15 marche”
Pesticidi e Pfas non solo nell’acqua e nel vino, ma anche nel prosecco. Il Salvagente ha fatto analizzare 15 bottiglie di marche differenti: in tutti i campioni sono stati individuati residui di pesticidi (fino a 10 principi attivi diversi nello stesso campione) e tracce elevate di Tfa (acido trifluoroacetico), metabolita delle sostanze perfluoroalchiliche, i cosiddetti inquinanti eterni, alcuni dei quali sono classificati come potenziali cancerogeni, oltre che interferenti endocrini o legati a patologie cardiovascolari e riproduttive. A preoccupare, anche gli esperti sentiti nel corso dell’inchiesta è il problema dell’esposizione cumulativa dovuta al fatto che il Tfa è stato individuato, in recenti indagini, anche nell’acqua e in molti alimenti. Dalle schede valutative nessuna bottiglia ha ottenuto un risultato eccellente (sei punti su sei), ottimo (5 punti) o buono (4 punti). Solo due bottiglie hanno ottenuto un risultato medio (3 punti su 6), otto hanno ottenuto un risultato mediocre (2 punti su sei) e cinque un risultato scarso (un solo punto). Per quanto riguarda i Pfas, dato che per il vino non esiste una soglia, sono stati utilizzati i limiti previsti per l’acqua potabile: in Unione europea entrerà in vigore nel 2026 la soglia di 100 ng/l per il parametro “somma di Pfas”, che include 20 Pfas (ma non il Tfa). Per l’acido trifluoroacetico, infatti, è stato però utilizzato come riferimento il limite di 10mila nanogrammi a litri che, sempre per l’acqua potabile, in Italia sarà in vigore dal 2027. RESIDUI DI TFA SOPRA LA SOGLIA INDICATA PER L’ACQUA Il Tfa è un sottoprodotto di processi industriali e della degradazione di alcune sostanze fluorurate usate nei gas refrigeranti, nei pesticidi e nei prodotti farmaceutici. La sostanza è tuttora al vaglio dell’Agenzia europea per le sostanze chimiche e, secondo studi più recenti, può avere effetti negativi su fegato, sistema endocrino e riproduttivo, oltre a un impatto ecotossicologico. Al mensile diretto da Riccardo Quintili, l’esperto di diritto alimentare e di agricoltura biologica, Roberto Pinton, racconta che “dal 2010 la frequenza delle rilevazioni di questi metaboliti si è impennata, con i vini delle vendemmie dal 2021 al 2024 che presentano livelli medi di 122mila nanogrammi al litro. Più aumenta l’utilizzo di pesticidi fluorurati, più aumenta la presenza di residui”. Avendo riscontrato in tutti i campioni dei residui molto al di sopra della soglia di 10mila ng/l, nessuna delle bottiglie ha superato la sufficienza, secondo l’analisi. Tfa a parte, i test sui prosecchi hanno rivelato la presenza di poche tipologie di Pfas. Per quanto riguarda i pesticidi, invece, nel test nessuna delle sostanze ha superato i limiti massimi di residui stabiliti dalla legge. Nel giudizio complessivo, però, ha pesato la presenza di principi attivi in concentrazioni pari o superiori al limite di quantificazione analitica (0,01 mg/kg) e in dosi superiori a un decimo della soglia massima di concentrazione consentita. E, come scrive l’autore dell’inchiesta, Lorenzo Misuraca, “trovare fino a dieci tipi diversi di principi attivi nella stessa bottiglia non è una buona notizia”. LA CLASSIFICA SECONDO IL SALVAGENTE Dalle schede valutative nessuna bottiglia ha ottenuto un risultato eccellente, ottimo o buono. Le due bottiglie che hanno ottenuto un risultato medio sono Corderìe Valdobbiadene di Astoria (voto 7) e Valdobbiadene Millesimato 2024 di Bortolomiol Bandarossa (voto 6,5). Otto bottiglie hanno ottenuto un risultato mediocre (2 punti su sei): con una votazione di 4,5, Valdobbiadene Millesimato di Casa Sant’Orsola, Valdobbiadene (Eurospin) della Cantina Viticoltori Meolo, Prosecco Martini, Valdobbiadene Bernabei, Cuvèe storica Cinzano, Valdobbiadene La Gioiosa et amorosa, Millesimato 2024 Maschio Valdobbiadene e Valdobbiadene di Villa Sandi. Infine, 5 bottiglie hanno ottenuto un risultato scarso (un solo punto): con una votazione di 3,5, Rive di San Piero di Barbozza Valdo Valdobbiadene, Valdobbiadene di Mionetto, Conegliano Valdobbiadene Cerpenè-Malvolti, Valdobbiadene Bolla e Coextra Dry 2024 (Lidl) di Allini Valdobbiadene. LA REPLICA DELLE AZIENDE AI TEST Il Salvagente ha contattato le aziende coinvolte nel test. Carpenè-Malvolti dichiara che i suoi laboratori di riferimento trovano dati diversi di Tfa ed escludono altri Pfas, sostenendo che “non esistono conferme scientifiche che collegano i Tfa ai pesticidi”. Sia Lidl (prosecco Allini) che il Gruppo italiano vini, che produce il Bolla, sottolineano che rispetto alle più recenti rilevazioni di Tfa sui vini (con una media di 120-130mila nanogrammi per litro e picchi di 300mila), i risultati del test dimostrerebbero che il prosecco è soggetto a una contaminazione bassa. Giv ricorda che secondo l’Agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente (Epa) il Tfa non è da considerarsi un Pfas, ma “una sostanza che si forma durante la degradazione dei Pfas” è la definizione fornita dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa). Cantine Maschio ricorda proprio alla quantità giornaliera assumibile fissata da Efsa, molto maggiore rispetto ai numeri rilevati nel test del Salvagente, trovando non corretto prendere come riferimento il limite previsto per l’acqua. Il vino, è l’assunto, viene normalmente consumato in maniera e quantità molto diversa rispetto a quella dell’acqua. PFAS, IL NODO DELL’ACCUMULO E DELLA MANCANZA DI LIMITI Alla luce di queste perplessità, allora, quanto sono preoccupanti i risultati sui Pfas (e, in modo particolare sul Tfa) riscontrati nei campioni di Prosecco, compresi tra 38mila e 60mila nanogrammi per litro? Per Carlo Foresta, presidente della Fondazione Foresta Ets e uno dei massimi esperti internazionali di Pfas, sono “elevati”, trattandosi di concentrazioni che “eccedono l’obiettivo di qualità proposto dall’Istituto superiore di sanità nel 2024”. Ossia la soglia che in Italia diventerà vincolante per l’acqua potabile a partire dal 12 gennaio 2027 e sfiorata nel test “dalle 3 alle 6 volte” da tutti i campioni. Ma non c’è solo il problema dei limiti alla presenza di Tfa, attualmente inesistenti sia per il vino che per l’acqua potabile (in Ue e in Italia). Ci sono anche poche informazioni sull’emivita negli organismi, ossia del tempo che occorre perché la concentrazione di questa sostanza nel sangue si riduca alla metà del valore iniziale. E se non è detto che assunzioni occasionali con tali valori producano automaticamente danni significativi, per lo stesso Foresta il problema è proprio “l’esposizione ripetuta” non dovuta certo solo al prosecco. Insomma, è vero che normalmente si beve una quantità di vino – o prosecco – certamente inferiore a quella di acqua (come sostenuto da alcune aziende), ma diversi esperti ritengono che occorre valutare non solo la quantità di composto assunto in un bicchiere di prosecco, ma anche l’accumulo con le altri fonti, dall’acqua agli alimenti, a maggior ragione se assunte più frequentemente. Tra le indagini più recenti, quella di Greenpeace, anticipata da ilfattoquotidiano.it e nell’ambito della quale sono stati analizzati in Germania e in Italia 16 campioni di acqua minerale (12 contenevano Tfa). Pan Europe, invece, ad aprile scorso, ha pubblicato un rapporto sulla presenza di Tfa in 49 vini di diverse annate provenienti da 10 paesi dell’Unione europea (Leggi l’approfondimento), tra cui Francia, Germania, Spagna, Svezia, Croazia, Austria e Italia. Il risultato ha evidenziato una crescita esponenziale della contaminazione da Tfa negli ultimi 15 anni. PESTICIDI SOTTO LA SOGLIA, MA PREOCCUPANO CONCENTRAZIONI (E CONTROLLI IN CALO) Per quanto riguarda i pesticidi, nel test nessuna delle sostanze ha superato i limiti massimi di residui stabiliti dalla legge. Tra le sostanze rilevate, il dimethomorf (trovato in tracce) fungicida dannoso per l’ambiente e il metalaxyl, considerati dannoso per l’ambiente da alcuni studi, il fenhexamid, fungicida tossico per gli organismi acquatici con effetti di lunga durata e il pyrimethanil (in tracce nel test) associato – secondo l’Ente di protezione ambientale statunitense) – a una possibile tossicità per fegato, reni, ghiandole surrenali, vescica e tiroide. Trovati anche due metaboliti dello spirotetramat: cis enol e glucoside. Dal laboratorio, però, l’inchiesta si sposta anche nelle vigne venete culla del prosecco. Dove il Salvagente indaga su alcuni fenomeni, come il calo dei controlli nell’utilizzo di pesticidi e, dati alla mano, l’utilizzo della chimica di sintesi nelle vigne che continua a crescere. C’è chi produce senza fitofarmaci, ma la contaminazione dei vigneti non bio è una minaccia continua contro cui è difficile difendersi. L'articolo Inquinanti eterni anche nel prosecco. L’indagine: “Tracce elevate di Tfa nelle bottiglie di 15 marche” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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