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Dai fertilizzanti alle mele: tutti i guai che la guerra in Medio Oriente procura all’agroalimentare italiano
Dalle materie prime agli scaffali, la filiera agroalimentare trema per i conflitti del Medio Oriente. Perché le produzioni europee (e italiane) dipendono non solo dall’energia e dal gas, ma anche dai fertilizzanti che arrivano dall’area compresa tra Iran e Penisola arabica. Ma anche perché Paesi come Emirati Arabi e Arabia Saudita importano il made in Italy e per noi è un mercato sempre più strategico. Insomma, per i campi italiani quanto sta avvenendo è già un disastro. Negli ultimi giorni il gasolio agricolo agevolato è passato da circa 0,85 euro al litro fino a valori che in alcuni casi raggiungono 1,25 euro al litro, con picchi segnalati soprattutto in Sicilia e Puglia. Fenomeno evidentemente speculativo, su cui Coldiretti ha presentato un esposto alla Procura di Roma e alla Guardia di Finanza. Poi c’è il nodo che riguarda fertilizzanti e urea agricola, concime chimico più diffuso al mondo, con il 46% di azoto, utilizzato nei terreni per la sua capacità di sviluppare ammoniaca. Ad oggi in molte aree del mondo è l’urea a garantire raccolti abbondanti di grano e cereali. Solo che attraverso lo stretto di Hormuz passano enormi quantità di fertilizzanti azotati, fosfato di ammonio e urea. Ed ora, dopo i primi effetti sui costi, si teme una pressione sui prezzi della filiera cerealicola. Come se non bastasse c’è l’enorme problema legato all’export. Un esempio su tutti è il caso del Piemonte. A lanciare l’allarme la sezione regionale di Confagricoltura che, segnalando i settori che maggiormente risentono del conflitti in corso in Medio Oriente, segnala “quello della frutta e, in particolare, delle mele, esportate soprattutto dal nord Italia, Trentino Alto Adige e Piemonte”. L’ESPOSTO DI COLDIRETTI PER LE MANOVRE SPECULATIVE SUL GASOLIO Sul prezzo del gasolio, intanto, Coldiretti chiede “di fare piena luce” accertando eventuali responsabilità e “di procedere nei confronti dei responsabili per il reato di manovre speculative su merci previsto dall’articolo 501-bis del codice penale”. Secondo Coldiretti, infatti, quello registrato è un incremento anomalo e sproporzionato rispetto all’andamento generale del mercato dei carburanti. Nello stesso periodo, infatti, il prezzo del diesel per autotrazione in Italia ha registrato un aumento molto più contenuto, stimato tra i 18 e i 19 centesimi al litro, mentre per il gasolio agricolo l’incremento risulta tra i 40 e i 45 centesimi al litro. Una dinamica che, secondo l’organizzazione agricola “non trova apparente giustificazione nelle variazioni dei prezzi internazionali né nell’andamento del mercato dei carburanti, e che per l’ampiezza del fenomeno lascia ipotizzare condotte speculative realizzate su larga scala”. L’esposto arriva dopo la lettera inviata venerdì al Governo, con cui è stato chiesto un incontro urgente per affrontare l’impennata dei costi del gasolio e dell’energia alla luce delle tensioni internazionali. L’AUMENTO DEI FERTILIZZANTI, INDISPENSABILI PER I CEREALI Anche perché i rischi per l’intera filiera agroalimentare arrivano da più fronti. Basti pensare che nel costo di produzione di grano o mais, se gli idrocarburi pesano per circa la metà, un terzo dipende invece dai fertilizzanti. E dall’area del Golfo Persico, specie Qatar e Iran arriva il 45% della produzione mondiale di urea derivata dal gas naturale. Il prezzo dell’urea sui listini è salito così sui principali mercati di circa il 30% negli scorsi giorni, toccando un massimo di 600 dollari a tonnellata. Un blocco prolungato del transito tramite lo stretto di Hormuz, oltre all’aumento dei prezzi, porrebbe problemi per l’agricoltura dei due paesi più dipendenti dall’import di fertilizzanti, Brasile e India, ma c’è il rischio concreto che l’effetto dell’aumento dei prezzi si senta anche in Europa. Ancora di più perché a giugno 2025, l’Unione europea aveva imposto nuovi dazi sull’importazione di fertilizzati da Russia e Bielorussia e, di conseguenza, in cerca di nuove aree produttrici, si guardava già al Medio Oriente e all’Africa, da dove proviene già parte dell’urea che arriva in Europa, ma che risente della sospensione del gas israeliano verso l’Egitto. Da qui le pressioni, dell’Italia in primis, per far sospendere i dazi sulle importazioni di ammoniaca e urea che, invece, dall’inizio del 2026 sono soggette al Cbam, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere. Insomma, un rebus che diventa sempre più complicato. Per il momento, i costi assicurativi sono esplosi, portando – per quanto riguarda il prezzo dell’urea – a un balzo del 26 per cento nel giro di una settimana. Il resto lo hanno fatto i costi dei carburanti marittimi. I PREZZI DEL PANE E DELLA PASTA Quali effetti ci potrebbero essere sui prezzi di pane e pasta? Come spiega un’analisi di Libera Associazione Agricoltori Cremonesi, per quanto riguarda il pane (la cui filiera parte dal grano tenero) il peso del grano sul prezzo finale è sotto il 10 per cento in media. Pesano molto di più, quindi, energia, manodopera, costi fissi e logistica. Se i fertilizzanti e i noli restassero elevati per tutto il secondo trimestre, secondo le stime dell’associazione, tra fine primavera e inizio estate 2026, il prezzo del pane comune potrebbe salire di un 2-5% rispetto ai listini di gennaio–febbraio 2026 nelle aree più esposte, con differenze marcate fra artigianale e grande distribuzione organizzata. Discorso diverso per la pasta, prodotta con il grano duro: “Se i fertilizzanti azotati restassero su livelli più alti del 20-30% per tutto il secondo trimestre e i noli/assicurazioni non rientrassero rapidamente, i costi agricoli del duro potrebbero salire in modo percepibile nelle prossime semine e concimazioni”. Sulla base di dati Ismea, una stima prudente indica che la trasmissione verso la semola potrebbe tradursi in un +5–8% dei listini all’ingrosso, con un rincaro del 4–7% sui prezzi per il consumatore tra fine primavera e estate 2026, salvo promozioni e concorrenza tra brand”. LE ESPORTAZIONI A RISCHIO, LE MELE BLOCCATE SULLE NAVI Ma i conflitti in corso rappresentano un problema enorme anche per le esportazioni italiane e il settore agroalimentare, specie l’ortofrutta, è uno dei più esposti. “La parziale o totale interruzione del traffico via mare ha già comportato il fermo di navi porta-container cariche di ortofrutta, con rischi concreti di deperimento della merce destinata ai mercati arabi” ha spiegato Valentina Mellano, Ceo di Nord Ovest Spa. Diverse cooperative italiane hanno segnalato blocchi di carichi di kiwi e mele verso Arabia Saudita e paesi limitrofi, con ordini cancellati o rinviati. “L’Italia – ha aggiunto – tra i principali esportatori mondiali di mele e altri prodotti freschi, vede così compromessi rapporti commerciali consolidati in Medio Oriente, dove una quota significativa delle esportazioni italiane trova tradizionalmente sbocco. Negli ultimi giorni il settore dello shipping ha registrato numerose comunicazioni tra disdette, smentite e aggiornamenti sulle rotte, molte delle quali già alla sesta o settima release”. Lo conferma Confagricoltura Piemonte, spiegando che che tra i comparti pesantemente coinvolti “c’è quello della frutta e, in particolare, delle mele, esportate soprattutto dal nord Italia, Trentino Alto Adige e Piemonte, in primo luogo la provincia di Cuneo”. “Ci sono navi cariche di prodotto che sono ferme e non possono arrivare a destinazione. Inoltre, sono già arrivate moltissime disdette di ordini per le prossime settimane” racconta il presidente della Federazione nazionale di prodotto Frutticoltura di Confagricoltura, Michele Ponso. Le importazioni di mele nell’Arabia Saudita ammontano a 187mila tonnellate, 225mila negli Emirati Arabi Uniti, 103mila in Iraq, 30mila in Kuwait, 26mila in Qatar. Un mercato che vale complessivamente oltre 151 milioni di euro. “Siamo il secondo Paese al mondo per la vendita all’estero di mele, con 945mila tonnellate, pari al 12,2% del totale mondiale” spiega Ponso. ENNESIMA MINACCIA PER IL VINO Ad esprimete forte preoccupazione è anche Diego Cusumano, titolare insieme al fratello Alberto dell’omonima azienda vitivinicola di Partinico, in provincia di Palermo. Perché se dazi e aumento dei prezzi “hanno determinato un significativo rallentamento ora la minaccia è l’interruzione delle catene di fornitura, nello specifico in termini di logistica e trasporti”. I corridoi internazionali, a causa della guerra, si stanno restringendo “e tutto si tradurrà – commenta – in costi di trasporto, ove possibile, molto più cari e perciò antieconomici. Noi vignaioli cosa dovremmo fare, già in questo 2026, con la vendemmia di fatto alle porte?”. Timori che arrivano, tra l’altro, dopo la pubblicazione del recente report di Nomisma Wine Monitor che segnala come il mercato del vino nel 2025 abbia dato forti segnali di rallentamento, in particolare per quanto riguarda le esportazioni di vini italiani Dop negli Usa. I volumi spediti fino a novembre 2025 si attestavano a 2,37 milioni di ettolitri per un valore pari a 1,3 miliardi di euro, evidenziando una contrazione rispettivamente del -2,6% e del -6,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Anche guardando a est, inoltre, la Cina vede per il vino italiano un calo di oltre il 15% a valore. In Europa, nel Regno Unito, secondo mercato per l’Italia, le importazioni totali sono calate del 6% in valore. L’ennesima tegola, dunque, rischia di essere alle porte. L'articolo Dai fertilizzanti alle mele: tutti i guai che la guerra in Medio Oriente procura all’agroalimentare italiano proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Si potrà scrivere veggie burger, ma non più “bistecca vegetale” e altre 30 denominazioni: l’accordo in Ue
No a termini come “bistecca” e “bacon” sulle confezioni di prodotti che non siano carne, sì a denominazioni come “burger” e “salsiccia”. È intesa tra Parlamento europeo e Consiglio Ue sul meat sounding, l’utilizzo di terminologie legate alla carne per denominare prodotti vegetali o a base di cellule coltivate. L’accordo è arrivato durante i negoziati trilaterali tra Commissione Ue, Europarlamento e Consiglio sulla riforma del regolamento sull’Organizzazione comune dei mercati agricoli (che fa parte di quella della Politica agricola comune) proposta per rafforzare la posizione contrattuale degli agricoltori nella filiera. I dettagli tecnici del testo saranno definiti venerdì prossimo. Il dossier passerà poi al voto del Consiglio Agricoltura e Pesca, con i ministri degli Stati membri e a un voto finale nella plenaria del Parlamento. Sono 31 i termini messi al bando per questi prodotti e che indicano le specie animali, come manzo, pollo, pollame, vitello, maiale, tacchino, agnello, capra, anatra, oca, montone, ovino o tagli specifici, come coscia, filetto, controfiletto, fianco, lombo, costine, spalla, stinco, costoletta, ala, petto, coscia, punta di petto, ribeye (il cuore della costata disossata), T-Bone (la Fiorentina), scalone, bacon (pancetta). Saranno vietati anche i termini bistecca e fegato, aggiunti nella lista durante le negoziazioni finali. Sarà possibile, invece, continuare a utilizzare alcuni dei termini già oggi più comuni sulle confezioni, ossia ‘veggie burger’, che la spunta dopo intense trattative, ‘burger’, ‘salsiccia’, ‘nuggets’. L’accordo è una sintesi tra la proposta presentata un anno fa dall’eurodeputata francese Céline Imart, molto più restrittiva a dire il vero (e tanto cara al ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida e a Coldiretti), e quella portata avanti pochi mesi dopo dalla Commissione, che prevedeva il divieto di 29 denominazioni, riprendendo un’iniziativa analoga già respinta dal Parlamento europeo nel 2020. IL NODO DELLA CARNE COLTIVATA Tra le altre cose, l’accordo introduce una definizione del termine “carne” come “parti commestibili di animali”, escludendo quindi nomi come bistecca, filetto o fegato per prodotti coltivati in laboratorio. I colegislatori hanno concordato di concedere ai produttori tre anni di tempo per esaurire le scorte e adeguarsi alle nuove norme dopo l’entrata in vigore. L’altra questione controversa nei negoziati è stata l’inclusione dei nuovi alimenti, come i prodotti a base di carne coltivata. Sebbene tali prodotti non siano ancora disponibili sul mercato dell’Unione europea (l’Efsa deve valutare due richieste di autorizzazione, relative al foie gras coltivato e al grasso coltivato per burger vegetali) il divieto è stato esteso preventivamente anche a questi. Così, in previsione, come è ormai consuetudine sul tema. LE TUTELE PER GLI AGRICOLTORI E IL SOSTEGNO ALLE ORGANIZZAZIONI Per rafforzare il ruolo degli agricoltori nella catena di approvvigionamento, spiega il Consiglio in una nota, le modifiche al regolamento Ocm rendono obbligatori i contratti scritti tra agricoltori e acquirenti, includendo anche una clausola di revisione, per garantire che i contratti a lungo termine tengano conto dell’andamento del mercato, delle fluttuazioni dei costi e delle condizioni economiche. Viene inoltre consentito agli Stati membri di fornire un sostegno finanziario supplementare alle organizzazioni di produttori e alle loro associazioni nel quadro degli interventi settoriali della Politica agricola comune e definite le condizioni per l’uso di termini di commercializzazione facoltativi come “equo”, “equitativo”” e “filiera corta” per garantire chiarezza sia ai produttori che ai consumatori. UNA BATTAGLIA (ANCHE CULTURALE) CHE DURA DA ANNI Il Parlamento europeo aveva già discusso simili restrizioni nel 2020, respingendo il cosiddetto Veggie Burger Ban. Circa un anno fa, l’eurodeputata francese Céline Imart ha presentato alla Commissione Agricoltura del Parlamento europeo un emendamento con proposte – approvate in commissione a inizio settembre – ancora più restrittive. Obiettivo: vietare qualsiasi termine legato a specie animali, tagli di carne o persino forme associate ai prodotti convenzionali. Insomma, una misura simile a quella adottata dall’Italia nel 2023 e che rimane tuttora inattuata e potenzialmente inapplicabile a causa della violazione della procedura riguardo alla notifica Tris, che i Paesi Ue devono inviare a Bruxelles quando vengono approvate leggi che ostacolano la libera circolazione delle merci in ambito comunitario. La proposta di Imart, poi, è stata adottata con voto in seduta plenaria dall’intero Parlamento europeo l’8 ottobre. Con grande soddisfazione da parte di Lollobrigida (“Ora l’Europa ci segue!”). Successivamente, Commissione, Parlamento e Consiglio hanno avviato negoziati informali, ma a dicembre non si è arrivati all’accordo su un testo finale comune. LA REAZIONE DELLE ONG E DELLE AZIENDE DEL SETTORE La coalizione No Confusion, guidata dall’European Vegetarian Union e da WePlanet e che riunisce oltre 600 organizzazioni, Ong e aziende alimentari in tutta Europa, esprime preoccupazione per ciò che definisce un “divieto inutile” e chiede una valutazione d’impatto approfondita sulle implicazioni giuridiche e di mercato della normativa. Allo stesso tempo, il gruppo accoglie favorevolmente il fatto che i termini descrittivi più comuni e familiari ai consumatori siano stati mantenuti. Insomma, da un lato un’occasione persa e, dall’altro, poteva andare anche peggio. Sullo sfondo, la sensazione è che la battaglia non sia per nulla finita. “Nel contesto politico e sociale attuale, è incomprensibile che i nostri rappresentanti eletti continuino a dedicare tempo e risorse a un problema che semplicemente non esiste. Questa decisione contraddice diverse priorità dell’Ue, tra cui competitività, innovazione, sicurezza alimentare, accessibilità dei prezzi e reddito degli agricoltori” ha dichiarato Rafael Pinto, senior policy manager dell’European Vegetarian Union. Il testo potrebbe inoltre generare una serie di questioni giuridiche e commerciali irrisolte, con il rischio di numerosi contenziosi nei tribunali dei diversi Stati membri, a seconda della traduzione, dell’interpretazione e dell’applicazione delle norme nei 27 Paesi dell’Ue. Nel 2024, in un caso che coinvolgeva l’European Vegetarian Union, l’Association Végétarienne de France e il governo francese, la Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che la normativa esistente era già sufficiente a tutelare i consumatori da possibili confusioni. Non è inoltre chiaro quale sarà l’impatto della nuova normativa sugli aromi alimentari utilizzati dall’industria, come ‘aroma di pollo o bacon’, presenti in migliaia di prodotti di largo consumo, tra cui noodles, snack, salse e zuppe e prodotti ibridi che combinano proteine animali e vegetali, sempre più diffusi in mercati come Danimarca e Paesi Bassi. L'articolo Si potrà scrivere veggie burger, ma non più “bistecca vegetale” e altre 30 denominazioni: l’accordo in Ue proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Alimentazione
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Ristoranti e fast food, in Italia su sette catene solo Ikea prende impegni per i polli nella filiera. Roma fanalino di coda in Europa
Ristoranti e fast food alla prova in tema di benessere dei polli. Nella classifica europea stilata da The Pecking Order, il report che dal 2019 valuta come le grandi catene si occupano della questione lungo le loro filiere, su sette Paesi esaminati nel 2025, l’Italia è penultima. I dati dell’analisi condotta su 81 aziende, diffusi da Essere Animali, mostrano che – anche rispetto alle classifiche degli scorsi anni – la Francia migliora tre volte più rapidamente dell’Italia, la Repubblica Ceca due volte più velocemente. Danimarca e Svezia, inserite quest’anno per la prima volta nella valutazione, superano immediatamente Roma e si posizionino tra i primi posti della classifica. Morale: l’Italia è al penultimo posto a pari merito con la Polonia, superando di pochi punti soltanto la Romania. E anche se Spagna e Germania non sono incluse nell’analisi 2025, in questi Paesi diverse aziende hanno un impegno European Chicken Commitment, una serie di criteri che hanno l’obiettivo di garantire standard più elevati ai polli negli allevamenti. In Germania queste aziende sono nove e, tra queste, anche catene che in Italia non prendono gli stessi provvedimenti. “Ancora una volta i dati che emergono dal report The Pecking Order sono profondamente allarmanti” commenta Simone Montuschi, presidente di Essere Animali. E aggiunge: “Le grandi aziende italiane di ristorazione e fast food continuano a fare pochissimo rispetto a quelle di altri Paesi come Francia, Svezia o Danimarca”. I CRITERI DI VALUTAZIONE The Pecking Order 2025 è un progetto collaborativo di World Animal Protection, Humane Society International, Obraz ed Essere Animali. La valutazione delle aziende basa, da un lato, su impegni e obiettivi e, dall’altro, sulla comunicazione dei progressi. Facendo la media dei punteggi ottenuti in ciascuna sezione, le aziende ricevono una valutazione complessiva e vengono classificate su sei livelli a seconda della fase di miglioramento in cui si trovano: molto scarso, scarso, miglioramento iniziato, progressi in corso, buoni progressi, in testa al cambiamento. I criteri di valutazione di The Pecking Order rispecchiano le richieste dello European Chicken Commitment, che prendono in considerazione le priorità principali in tema di benessere dei polli: densità di allevamento, razze, arricchimenti ambientali, metodi di stordimento e audit di un ente terzo. L’ITALIA ARRANCA E RESTA SOTTO LA MEDIA EUROPEA In Italia, dove The Pecking Order è stato realizzato in collaborazione con Essere Animali, sono state analizzate le comunicazioni di Autogrill, Burger King, Ikea, Kfc, McDonald’s, Starbucks e Subway. Nell’edizione del 2024, l’Italia aveva già dimostrato risultati ben al di sotto della media europea, posizionandosi addirittura all’ultimo posto della classifica, mentre il miglioramento nel 2025 è stato pari ad appena 2 punti percentuali. Rimane, quindi, ancora notevole lo scarto rispetto agli altri Paesi. Innanzitutto la Francia, che riconferma la sua posizione di leader con un punteggio di 42%. Seguono Svezia con il 40%, Danimarca con il 37%, Repubblica Ceca con il 23%, Italia e Polonia entrambe al 16%, e Romania all’11%. Quello che emerge dal report italiano è che, nonostante molte aziende continuino a comunicare l’importanza del benessere animale nelle proprie catene di fornitura, ad eccezione di Ikea, nessuna delle aziende analizzate ha un impegno pubblico, né comunica progressi significativi sul benessere dei polli. Di conseguenza il nostro Paese rimane ai livelli più bassi della classifica, come nel 2024. Un chiaro segnale della stagnazione strutturale nel settore della ristorazione italiana. E se con la Germania non c’è gara, anche la Spagna corre più veloce. Se Roma può contare solo sull’impegni di Ikea, Madrid può aggiungere anche quello di Pizza Hut e, soprattutto, la Spagna compensa con un numero superiore di impegni da parte dei supermercati. Sei insegne principali (Carrefour, Dia, Grupo Eroski, Auchan, El Corte Inglés, Aldi Nord), mentre in Italia abbiamo solo Carrefour Italia, oltre a Eataly e Cortilia. LE RAZZE A CRESCITA PIÙ LENTA PER RIDURRE I WHITE STRIPING Uno dei criteri dell’Ecc è quello dell’utilizzo di razze a crescita più lenta per ridurre i problemi di salute legati alla crescita accelerata. Sono proprio i polli da razze a rapido accrescimento, infatti, ad essere particolarmente inclini a sviluppare miopatie come il white striping. Come raccontato da ilfattoquotidiano.it, a novembre 2025, sono state presentate due interrogazioni parlamentari sui casi – evidenziati in un’indagine di Esseri Animali – di strisce bianche nei polli venduti nei supermercati italiani. Secondo le evidenze scientifiche, il white striping interessa tra il 50% e il 90% dei polli a rapido accrescimento, quelli maggiormente impiegati negli allevamenti intensivi dai quali provengono 9 polli italiani su 10. KFC E IL DOPPIO STANDARD: IN ITALIA NIENTE IMPEGNI “Kfc Italia, in particolare, a differenza di quanto accade in Francia, Svezia e Danimarca – sottolinea Esseri Animali – non ha ancora preso impegni chiari sul benessere dei polli, rappresentando quindi un’eccezione negativa in Europa occidentale e mancando completamente della coerenza strategica che l’azienda riserva agli altri Paesi del gruppo Kfc Western Europe valutati nel report”. Rispetto al 2024, nell’ultima edizione di The Pecking Order, Kfc Italia non ha registrato nessun avanzamento di livello, ricevendo ancora una volta una valutazione scarsa. L’azienda ha comunicato dei minimi progressi, ma questi non hanno riguardato aspetti cruciali per il benessere dei polli, come la riduzione delle densità e l’adozione di razze a crescita più lenta. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, al contrario, dal 2022 al 2023 l’azienda ha drasticamente ridotto l’utilizzo delle razze a più lenta crescita (dal 7,21% allo 0,9%) con un conseguente aumento della mortalità in allevamento e dell’uso di antibiotici. “Kfc Italia – aggiunge Montuschi – con un fatturato di 179 milioni di euro e l’obiettivo di superare i 200 punti vendita entro il 2027, è l’unica tra i Paesi europei del gruppo Kfc Western Europe analizzati nel report a non avere un impegno per migliorare le condizioni di allevamento dei polli, fissando in questo modo un vero e proprio doppio standard”. 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Hamburger nel carrello: nel 30% dei campioni, i batteri trovati sono resistenti agli antibiotici
Super batteri che resistono agli antibiotici. Sono stati trovati nei campioni prelevati da quattro hamburger dei 12 acquistati al banco frigo dei supermercati e fatti analizzare da Il Salvagente per il nuovo numero della rivista specializzata proprio nei test in laboratorio. Obiettivo: valutare igiene e qualità della materia prima in base al rapporto tra collagene e proteine. A preoccupare, però, non è lo stato complessivo di igiene della carne, ma “la possibile presenza – riscontrata in effetti nel 30 per cento dei casi – di microrganismi capaci di bucare lo scudo farmacologico di medicinali usati per curare le infezioni causate da questi stessi batteri”. Eppure tutti gli hamburger analizzati sono risultati conformi alla legge. Questo perché i produttori, al contrario di ciò che dovrebbe avvenire in allevamenti e macelli, non hanno l’obbligo di sottoporre i batteri presenti negli hamburger all’antibiogramma, ossia l’esame microbiologico in vitro che determina la sensibilità o la resistenza di un batterio specifico a vari antibiotici. Lungo la filiera, quindi, questo tipo di controllo viene a mancare, rendendo impossibile una valutazione su quali antibiotici siano stati resi inefficaci e quali no. Di fatto, resistenze agli antibiotici sono state riscontrare nell’hamburger Terre d’Italia di Carrefour, in quello di Chianina di Lidl, nel Gramburger di scottona di Gram e nel maxihamburger di scottona ‘La collina delle bontà’ di Eurospin. “Le resistenze più gravi rilevate dal Salvagente sono legate alla presenza, in alcuni hamburger, di Escherichia coli beta-glucuronidasi positiva e agli stafilococchi in grado di sopravvivere a medicinali moderni e molto usati in questi casi, come le cefalosporine, una classe di antibiotici beta-fattamici” scrive Enrico Cinotti, vicedirettore e autore dell’inchiesta. Quali sono le conseguenze per il consumatore? Piaccia o meno l’hamburger al sangue, per uccidere i batteri resistenti agli antibiotici presenti in questo tipo di carne, l’unica soluzione è cuocerla bene. Come, tra l’altro, viene ricordato su molte confezioni. L’ALLARME MONDIALE E I 12MILA MORTI ALL’ANNO IN ITALIA Ed è un problema dato che, come spiega l’Organizzazione mondiale della sanità nel Global Antibiotic Resistance Surveillance Report 2025 “la resistenza antimicrobica (Amr) sta erodendo le basi della medicina moderna”, con batteri comuni che diventano sempre più difficili da curare (Leggi l’approfondimento). Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Aifa, l’Agenzia italiana per il farmaco, in Italia si contano ormai 12mila morti all’anno. Una resistenza causata da un sempre più massiccio uso degli antibiotici, soprattutto in età pediatrica e in ambito ospedaliero (rispetto a quanto non avvenisse in passato) e al loro ricorso negli allevamenti, dove viene somministrato anche agli animali sani come profilassi preventiva. LA QUALITÀ PROTEICA DELLA CARNE Tutto questo rende proprio questo aspetto la nota dolente dei risultati delle analisi, rispetto agli altri criteri presi in considerazione. Lo stato di igiene degli hamburger, in gran parte confezionati sottovuoto, ha pesato per il 50% sul voto finale, la percentuale di carne impiegata per il 20% e la qualità della carne per il 30%. Quest’ultimo aspetto è stato valutato in base al rapporto tra collagene e proteine, perché più è presente il primo e minore sarà la qualità proteica della carne. Da un punto di vista nutrizionale, il rapporto tra collagene e proteine non supera mai il 15%, soglia oltre la quale la qualità proteica della carne sarebbe risultata scarsa. Il punteggio peggiore (mediocre, con 14,93) lo ha totalizzato il Jubatti Barbecue Burgers di scottona, gusto delicato. Mediocri, da questo punto di vista, anche l’Hamburger bovino di razza, Chianina di Lidl. LO STATO DELL’IGIENE DEGLI HAMBURGER La rivista diretta da Riccardo Quintili ha ricercato la presenza di diversi microrganismi per valutare, poi, il livello igienico della carne. Considerando i limiti di legge, che impongono l’assenza di Salmonella e Listeria monocytogenes (di fatto assenti in tutti i campioni), sono stati ricercati i batteri anaerobi, gli stafilococchi, l’E.coli, le enterobatteriacee, i coliformi e il bacillus cereus. Le linee guida utilizzare come riferimento sono quelle del Centro interdipartimentale di ricerca e documentazione sulla sicurezza alimentare della Regione Piemonte: il limite di 100 Unità formanti colonie per grammo (Ufc/g) per i batteri anaerobi solfito riduttori e per i stafilococchi coagulasi positivi e di 500 Ufc/g per l’Escherichia coli beta-glucuronidasi positiva. “Dal punto di vista igienico – scrive Enrico Cinotti – a parte in tre casi in cui le linee guida sono state leggermente superate, lo standard di sicurezza alimentare è risultato mediamente buono”. Nell’hamburger di Carrefour è stato registrato uno sforamento (270 Ufc/g) per gli stafilococchi, mentre in quelli di Jubatti e Coop, una concentrazione media di batteri anaerobi leggermente superiore alla soglia, rispettivamente di 110 e 120 Ufc/g. QUANTI (E QUALI) ANTIBIOTICI MESSI FUORI GIOCO DAI BATTERI Il vero problema, però, è proprio il tipo di batterio e la capacità di resistere agli antibiotici. Ed è per questo che, in caso di presenza accertata di microrganismi, la rivista ha commissionato un esame specifico, l’antibiogramma, “per valutare la loro resistenza a un classe di 23 antibiotici comunemente prescritti dai medici per infezioni provocate dai batteri rilevati”. Le resistenze più gravi rilevate sono legate alla presenza di Escherichia coli beta-glucuronidasi positiva e agli stafilococchi ma, nella valutazione, si è anche tenuto conto del fatto che alcuni degli antibiotici indicati “sono notoriamente non adatti a curare questo tipo di infezioni”. Anche escludendo, dunque, i casi di “resistenza nota” e prendendo in considerazione solo quella “agli antibiotici utili”, sono quattro gli hamburger nei quali è stata riscontrata anche quest’ultima. Nell’Hamburger Bovino di Razza Chianina di Lidl, gli stafilococchi rintracciati sono resistenti a quattro tipi di antibiotici, mentre l’Escherichia coli individuata può superare le difese di due medicinali. Totale: 6 farmaci messi fuori gioco. Sono cinque gli antibiotici a cui sono resistenti gli stafilococchi rintracciati nell’Hamburger con Marchigiana, Terre d’Italia, di Carrefour. Resistono rispettivamente a tre e un medicinale gli stafilococchi trovati, infine, nel Gram Gramburger di Scottona e nel Maxihamburger di Scottona la Collina delle bontà di Eurospin. Il Salvagente ha contattato i produttori in questione che, non negando la presenza di batteri con profili di antibiotico-resistenza, sottolineano che non compete a loro questo tipo di controllo. E c’è chi promette approfondimenti con i propri fornitori. L'articolo Hamburger nel carrello: nel 30% dei campioni, i batteri trovati sono resistenti agli antibiotici proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Chi intasca i fondi della Politica agricola comune: in Italia il 10% più ricco dei beneficiari mette le mani sul 70% dei sussidi
I fondi della Politica agricola comune continuano ad andare a una piccola fetta di beneficiari: in Europa, l’1% più ricco intasca pure fino al 40 per cento dei fondi. In Italia, invece, 10 per cento dei beneficiari più benestanti ha ricevuto circa il 70% dei sussidi. È quanto emerge dal rapporto “Chi si intasca la Pac?” di Greenpeace Europa, che ha raccolto e analizzato i dati sui pagamenti Politica agricola comune del 2024. Il report, pubblicato oggi alla vigilia di una nuova mobilitazione che vedrà gli agricoltori europei in piazza, a Strasburgo, per chiedere una distribuzione migliore e più equa dei sussidi della Pac, evidenzia come alcuni tra i grandi proprietari terrieri e gli attori economici più ricchi d’Europa abbiano percepito quote molto elevate di contributi agricoli in Italia, Repubblica Ceca, Danimarca, Germania, Paesi Bassi e Spagna. Tra i maggiori beneficiari di questa distribuzione squilibrata di fondi pubblici ci sono il gruppo Agrofert del primo ministro designato ceco, Andrej Babiš, il più grande proprietario terriero italiano Bonifiche Ferraresi (BF Spa) e gli aristocratici della Casa d’Alba in Spagna. Tutto possibili grazie alle vecchie distorsioni della Pac che i Paesi continuano a non cancellare. Prima fra tutte, i pagamenti diretti basati sulla superficie. “Per effetto delle distorsioni della Pac, il welfare finisce per favorire i più ricchi, mentre non raggiunge in misura sufficiente chi ne ha realmente bisogno: agricoltori a rischio di fallimento, piccole aziende agroecologiche e tutte le realtà che vogliono passare a pratiche più sostenibili” commenta Marco Contiero, direttore delle politiche agricole di Greenpeace Europa. LA PAC CHE ALIMENTA LE DISUGUAGLIANZE E BUTTA FUORI LE PICCOLE AZIENDE La Politica agricola comune rappresenta circa un terzo del bilancio dell’Ue. È stata creata per stabilizzare i redditi agricoli, sostenere le comunità rurali e garantire l’approvvigionamento alimentare europeo. Sebbene abbia avuto un ruolo nel rafforzare i redditi agricoli, ha avvantaggiato in modo sproporzionato le grandi aziende e i grandi proprietari terrieri, alimentando la crescita di un modello agricolo industriale. Tra il 2007 e il 2022, l’Ue ha perso quasi due milioni di aziende agricole di piccole dimensioni, un calo del 44%. La maggior parte ha chiuso o, in misura minore, è cresciuta fino a raggiungere livelli produttivi industriali. Nel frattempo, il numero di quelle grandi è aumentato del 56 per cento. Le aziende agricole (perlopiù di piccola e media scala) subiscono pressioni economiche che le costringono a ingrandirsi o a chiudere. “Denunciano costi di produzione in continuo aumento, a beneficio delle multinazionali dei fertilizzanti e dei pesticidi – racconta il report – e il crescente potere contrattuale della grande distribuzione (Leggi l’approfondimento), delle industrie alimentari e di altri attori della filiera, che spingono verso il basso i prezzi riconosciuti ai produttori primari”. LA CONCENTRAZIONE DEI SUSSIDI AGRICOLI IN SEI PAESI UE L’analisi di Greenpeace non solo conferma l’ormai noto dato secondo cui l’80% dei sussidi Pac in Europa è concentrato nelle mani del 20% dei beneficiari. Nei sei Stati membri considerati, due terzi dei fondi (tra col 59% e il 69%) vengono destinati in media al 10% più ricco. Nei Paesi Bassi, in particolare, si registra la concentrazione più elevata, con l’1% più ricco dei beneficiari che riceve il 40% dei sussidi Pac. L’Italia risulta in linea con questo trend o leggermente sopra la media, considerato che nel 2024 il 31% dei fondi erogati è finito nelle tasche dell’1% più ricco dei beneficiari, il 69% al 10% e l’82% al 20% dei più ricchi. Anche in Spagna, l’1% più ricco riceve circa il 30% dei sussidi. Queste classifiche si basano su dati pubblici provenienti dai database nazionali sul sostegno agricolo dell’Ue, ma gruppi societari con molte controllate potrebbero non comparire tra l’1% o tra i primi 100 beneficiari, perché i loro sussidi non sono riportati in forma aggregata sotto l’azienda madre. In questo modo, grandi beneficiari possono sfuggire al radar. CHI INTASCA DAVVERO LA PAC Il dossier include casi in cui grandi proprietari terrieri hanno ricevuto tra 195mila euro e 16,6 milioni di euro all’anno. Le prime due aziende italiane in classifica per pagamenti diretti sono BF Spa e Genagricola, ramo agricolo del gruppo Generali. Bonifiche Ferraresi Spa è al primo posto sommando i contributi delle due controllate (che sono al secondo e all’ottantesimo), con cui si arriva a 3,4 milioni di euro nel 2024, di cui 1 milione di euro ricevuto sotto forma di pagamenti diretti. A chi sono andati? BF Agricola S.r.l. Società Agricola è la società attraverso cui il gruppo BF S.p.A. svolge le principali attività di produzione agricola, a seguito del conferimento delle attività agricole e zootecniche di Bonifiche Ferraresi reso effettivo dal 2021. Ma il gruppo BF è anche il più grande proprietario di terreni agricoli d’Italia, con circa 7.750 ettari distribuiti tra Emilia-Romagna, Toscana e Sardegna. Quotato alla Borsa di Milano “il gruppo integra la produzione ‘dal genoma allo scaffale’, concentrandosi principalmente su cereali, foraggi, oleaginose, riso, frutta e ortaggi – si ricostruisce nel report – mentre la divisione CAI (Consorzi Agrari d’Italia) genera la maggior parte dei ricavi grazie alla vendita di concimi, antiparassitari e carburante agricolo”. Tra i suoi stakeholder ci sono Eni, Ismea, Intesa Sanpaolo, Fondazione Cariplo e altri investitori istituzionali e finanziari. Presidente di BF International (azienda high-tech appartenente a BF Spa) è Vincenzo Gesmundo, attuale e storico segretario generale di Coldiretti, la più grande e potente associazione di categoria del settore agricolo italiano (Leggi l’approfondimento). A dicembre 2025, BF ha siglato l’acquisto di Fratelli Martini per 220 milioni di euro, secondo operatore italiano nel campo dei mangimi animali. L’operazione amplia il business del gruppo al settore delle proteine animali e si inserisce nella strategia di espansione internazionale, in particolare nei Paesi africani. Con questa ultima integrazione, il fatturato consolidato di BF sale a circa 3 miliardi di euro. Altri 2,6 miliardi (di cui circa 845mila di pagamenti diretti) sono andati a Genagricola S.p.A., che da sola è al primo posto nella classifica dei maggiori beneficiari di pagamenti diretti della Pac. Creata nel 1974 per gestire gli asset agricoli di Generali, oggi opera all’interno di Leone Alato S.p.a., la holding agroalimentare del gruppo. “Genagricola controlla oltre 12mila ettari di terreni agricoli in Italia e in Romania – racconta Greenpeace – che comprendono seminativi, vigneti e allevamenti e ha ampliato le proprie attività attraverso società come Sementi Dom Dotto S.p.a., attiva nella produzione di sementi, fertilizzanti e pet food”. Fuori dall’Italia, il gruppo possiede circa 5mila ettari di terreni agricoli e 1.770 ettari di foreste in Romania. SE LA PAC SOSTENESSE I PICCOLI AGRICOLTORI “Mentre entrambi i gruppi rivendicano un impegno verso la sostenibilità, i loro modelli – supportati da reti politiche e industriali di grande peso – rischiano di ampliare le disuguaglianze, accentuare impatti ambientali e mettere in secondo piano le esigenze delle comunità agricole e dei territori più vulnerabili” commenta Simona Savini, campaigner Agricoltura di Greenpeace Italia. Secondo Greenpeace, i soldi della Pac potrebbero essere meglio spesi per sostenere i piccoli agricoltori e incentivare la sostenibilità. In base ai costi medi ricavati da evidenze pubblicate e raccolti dall’Institute for European Environmental Policy, le risorse destinate al solo gruppo Agrofert di Babiš (16,6 milioni di euro nel 2024) potrebbero essere utilizzate, ad esempio, per sostenere fino a 7.703 piccole aziende agricole nell’adozione di pratiche più efficienti nell’uso dell’acqua. Mentre sommando i contributi pubblici incassati dalle prime due aziende italiane in classifica per pagamenti diretti, cioè BF Spa e Genagricola si ottiene una cifra di oltre 6 milioni di euro, che potrebbe sostenere circa 2.500 piccole aziende nell’adozione di pratiche per il risparmio idrico. Greenpeace chiede che la nuova Pac elimini gradualmente i pagamenti diretti basati sulla superficie, dia priorità al sostegno al reddito per le aziende con il maggior valore ecologico e sociale, applichi scale progressive e tetti massimi ai sussidi, e destini almeno il 50% del budget ad azioni ambientali e climatiche entro la fine del periodo di programmazione. L'articolo Chi intasca i fondi della Politica agricola comune: in Italia il 10% più ricco dei beneficiari mette le mani sul 70% dei sussidi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Prezzi alle stelle per i generi alimentari: l’Antitrust avvia un’indagine sul potere della Grande distribuzione organizzata
Nel giro di cinque anni i prezzi dei beni alimentari sono aumentati di quasi il 25 per cento, ma per i produttori agricoli di questi margini di guadagno non c’è neppure l’ombra. Ed è per questo che l’attività dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha avviato un’indagine conoscitiva che si concentrerà sul ruolo svolto dalle catene distributive nella ripartizione del valore aggiunto lungo la filiera agroalimentare e nella formazione dei prezzi finali. Che crescono, rendendo i consumatori sempre più poveri, come raccontato da ilfattoquotidiano.it con elaborazione sulla base dei dati Istat pubblicati appena due mesi fa. L’aumento dei prezzi, però, non fa bene neppure a chi quei beni li produce e li fornisce ai supermercati. Come spiega la stessa autorità, questa distorsione “potrebbe essere in parte riconducibile al forte squilibrio di potere contrattuale degli agricoltori rispetto alle grandi catene della grande distribuzione organizzata”. Uno squilibrio che è rimasto costante negli anni, come raccontato in diverse inchieste da ilfattoquotidiano.it, alcuni report di ong del settore e neppure risolto con la direttiva europea del 2019, recepita dall’Italia nel 2021 con la legge 198. Lo mostra la partecipazione degli agricoltori italiani alle varie proteste dei trattori che continuano a organizzarsi in tutta Europa. I PREZZI DEI SUPERMERCATI IN SALITA VERTIGINOSA Dall’elaborazione dei dati Istat de ilfattoquotidiano.it è venuto fuori un quadro impietoso: con 30 euro di spesa si mette in tavola quel che nel 2021 fa avremmo potuto comprare con poco più di 23 euro. L’Antitrust ricorda proprio quei dati: tra ottobre 2021 e ottobre 2025 i prezzi dei beni alimentari hanno fatto registrare un incremento del 24,9%, superiore di quasi 8 punti percentuali rispetto a quello registrato nello stesso periodo dall’indice generale dei prezzi al consumo (pari al 17,3%). A fronte di questi aumenti dei prezzi al consumo, i produttori agricoli lamentano spesso una compressione o, quanto meno, una crescita inadeguata dei propri margini. Nel testo del provvedimento firmato dal presidente, Roberto Rustichelli, si fa riferimento al cuore del problema. Perché se a monte della filiera agroalimentare, c’è una base produttiva estremamente frammentata, composta da diverse migliaia di fornitori, a valle la situazione è opposta. Il settore della distribuzione finale, infatti, è caratterizzato da un livello di concentrazione piuttosto elevato e crescente nel tempo “che potrebbe consentire alle catene della Gdo di imporre unilateralmente le condizioni economiche e operative della fornitura, spuntando e trattenendo margini di guadagno “ingiustificatamente” superiori a quelli riconosciuti ai propri fornitori. QUELLE PRATICHE SLEALI DURE A MORIRE “Nell’ambito della filiera agro-alimentare – ricorda l’Antitrust – l’anello della catena rappresentato dalla fase di scambio tra i distributori finali e i fornitori rappresenta uno snodo cruciale, sia per la determinazione del livello di remunerazione dei fornitori – e, di conseguenza, della redditività delle attività produttive a monte – sia per la definizione dell’andamento dei prezzi al consumo”. Ed è per questo che l’indagine punta ad approfondire anche le modalità di esercizio del potere di acquisto da parte delle catene della Gdo, anche attraverso diverse forme di aggregazione non societaria (cooperative, centrali e supercentrali). Perché è chiaro che non è bastato il recepimento della direttiva europea che, per intenderci, vieta pratiche come i pagamenti in ritardo, gli annullamenti di ordini dell’ultimo minuto, il rifiuto di fornire contratti scritti, le vendite sottocosto, le aste online al doppio ribasso (Leggi l’approfondimento). Molte pratiche sleali sopravvivono, basta inserirle nel contratto. Si va dalle vendite a prezzi stracciati alla quota i produttori devono restituire alle catene della Gdo a fine anno. GLI ASPETTI DA ANALIZZARE NELL’INDAGINE CONOSCITIVA SUL POTERE DELLA GDO Il presidente dell’Antitrust, dunque, spiega quali saranno gli aspetti da scandagliare nell’indagine. Saranno analizzati le richieste delle catene distributive ai fornitori e le modalità con cui avviene la negoziazione dei pagamenti che i produttori sono tenuti a restituire alle imprese distributive come corrispettivo per l’acquisto dei servizi di vendita come, ad esempio, l’inserimento in assortimento, le modalità di collocamento dei prodotti a scaffale, le promozioni, il lancio di nuovi prodotti, il cosiddetto trade spending. Tutti elementi che alimentano il potere contrattuale delle catene della Gdo nei confronti dei propri fornitori. Un altro aspetto che sarà verificato è quello relativo ai prodotti a marchio del distributore, le private label, che incidono in misura crescente sugli assortimenti delle catene, rafforzandone ulteriormente il potere contrattuale. Perché attraverso le private label, al tradizionale rapporto contrattuale di tipo verticale tra Gdo e fornitori, si configura anche un rapporto di concorrenza diretta. Alcuni di questi aspetti sono già stati al centro di critiche negli ultimi anni. L’Autorità, infatti, ha avviato una consultazione pubblica su questi punti critici, invitando “i soggetti interessati” a inviare contributi e osservazioni entro il 31 gennaio 2026. UNIONE NAZIONALE CONSUMATORI: “SERVONO PROVVEDIMENTI CONCRETI” “Bene, ottima notizia, ma poi che succede? È sempre benvenuta ogni indagine conoscitiva, certo che poi ci piacerebbe avessero anche un seguito e che, una volta evidenziate eventuali criticità, si prendessero provvedimenti” è il commento di Massimiliano Dona, presidente l’Unione Nazionale Consumatori. Nel caso di irregolarità accertate, Dona auspica azioni sul piano legislativo sia provvedimenti della stessa Antitrust. E ricorda che l’articolo 1, comma 5, del decreto legge 104 del 10 agosto 2023, dà il potere all’Antitrust di imporre alle imprese interessate ogni misura strutturale o comportamentale necessaria e proporzionata, al fine di eliminare le distorsioni della concorrenza. “Bisogna che a queste indagini seguano i fatti e che alle imprese sia poi imposto di cessare pratiche che creano un pregiudizio per i consumatori” aggiunge Dona, facendo riferimento a precedenti indagini, “quella sugli algoritmi nel settore aereo e quella sul caro scuola, solo per citare le ultime due indagini conoscitive, da cui sono emerse numerose criticità che ci piacerebbe venissero rimosse”. L'articolo Prezzi alle stelle per i generi alimentari: l’Antitrust avvia un’indagine sul potere della Grande distribuzione organizzata proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Inquinanti eterni anche nel prosecco. L’indagine: “Tracce elevate di Tfa nelle bottiglie di 15 marche”
Pesticidi e Pfas non solo nell’acqua e nel vino, ma anche nel prosecco. Il Salvagente ha fatto analizzare 15 bottiglie di marche differenti: in tutti i campioni sono stati individuati residui di pesticidi (fino a 10 principi attivi diversi nello stesso campione) e tracce elevate di Tfa (acido trifluoroacetico), metabolita delle sostanze perfluoroalchiliche, i cosiddetti inquinanti eterni, alcuni dei quali sono classificati come potenziali cancerogeni, oltre che interferenti endocrini o legati a patologie cardiovascolari e riproduttive. A preoccupare, anche gli esperti sentiti nel corso dell’inchiesta è il problema dell’esposizione cumulativa dovuta al fatto che il Tfa è stato individuato, in recenti indagini, anche nell’acqua e in molti alimenti. Dalle schede valutative nessuna bottiglia ha ottenuto un risultato eccellente (sei punti su sei), ottimo (5 punti) o buono (4 punti). Solo due bottiglie hanno ottenuto un risultato medio (3 punti su 6), otto hanno ottenuto un risultato mediocre (2 punti su sei) e cinque un risultato scarso (un solo punto). Per quanto riguarda i Pfas, dato che per il vino non esiste una soglia, sono stati utilizzati i limiti previsti per l’acqua potabile: in Unione europea entrerà in vigore nel 2026 la soglia di 100 ng/l per il parametro “somma di Pfas”, che include 20 Pfas (ma non il Tfa). Per l’acido trifluoroacetico, infatti, è stato però utilizzato come riferimento il limite di 10mila nanogrammi a litri che, sempre per l’acqua potabile, in Italia sarà in vigore dal 2027. RESIDUI DI TFA SOPRA LA SOGLIA INDICATA PER L’ACQUA Il Tfa è un sottoprodotto di processi industriali e della degradazione di alcune sostanze fluorurate usate nei gas refrigeranti, nei pesticidi e nei prodotti farmaceutici. La sostanza è tuttora al vaglio dell’Agenzia europea per le sostanze chimiche e, secondo studi più recenti, può avere effetti negativi su fegato, sistema endocrino e riproduttivo, oltre a un impatto ecotossicologico. Al mensile diretto da Riccardo Quintili, l’esperto di diritto alimentare e di agricoltura biologica, Roberto Pinton, racconta che “dal 2010 la frequenza delle rilevazioni di questi metaboliti si è impennata, con i vini delle vendemmie dal 2021 al 2024 che presentano livelli medi di 122mila nanogrammi al litro. Più aumenta l’utilizzo di pesticidi fluorurati, più aumenta la presenza di residui”. Avendo riscontrato in tutti i campioni dei residui molto al di sopra della soglia di 10mila ng/l, nessuna delle bottiglie ha superato la sufficienza, secondo l’analisi. Tfa a parte, i test sui prosecchi hanno rivelato la presenza di poche tipologie di Pfas. Per quanto riguarda i pesticidi, invece, nel test nessuna delle sostanze ha superato i limiti massimi di residui stabiliti dalla legge. Nel giudizio complessivo, però, ha pesato la presenza di principi attivi in concentrazioni pari o superiori al limite di quantificazione analitica (0,01 mg/kg) e in dosi superiori a un decimo della soglia massima di concentrazione consentita. E, come scrive l’autore dell’inchiesta, Lorenzo Misuraca, “trovare fino a dieci tipi diversi di principi attivi nella stessa bottiglia non è una buona notizia”. LA CLASSIFICA SECONDO IL SALVAGENTE Dalle schede valutative nessuna bottiglia ha ottenuto un risultato eccellente, ottimo o buono. Le due bottiglie che hanno ottenuto un risultato medio sono Corderìe Valdobbiadene di Astoria (voto 7) e Valdobbiadene Millesimato 2024 di Bortolomiol Bandarossa (voto 6,5). Otto bottiglie hanno ottenuto un risultato mediocre (2 punti su sei): con una votazione di 4,5, Valdobbiadene Millesimato di Casa Sant’Orsola, Valdobbiadene (Eurospin) della Cantina Viticoltori Meolo, Prosecco Martini, Valdobbiadene Bernabei, Cuvèe storica Cinzano, Valdobbiadene La Gioiosa et amorosa, Millesimato 2024 Maschio Valdobbiadene e Valdobbiadene di Villa Sandi. Infine, 5 bottiglie hanno ottenuto un risultato scarso (un solo punto): con una votazione di 3,5, Rive di San Piero di Barbozza Valdo Valdobbiadene, Valdobbiadene di Mionetto, Conegliano Valdobbiadene Cerpenè-Malvolti, Valdobbiadene Bolla e Coextra Dry 2024 (Lidl) di Allini Valdobbiadene. LA REPLICA DELLE AZIENDE AI TEST Il Salvagente ha contattato le aziende coinvolte nel test. Carpenè-Malvolti dichiara che i suoi laboratori di riferimento trovano dati diversi di Tfa ed escludono altri Pfas, sostenendo che “non esistono conferme scientifiche che collegano i Tfa ai pesticidi”. Sia Lidl (prosecco Allini) che il Gruppo italiano vini, che produce il Bolla, sottolineano che rispetto alle più recenti rilevazioni di Tfa sui vini (con una media di 120-130mila nanogrammi per litro e picchi di 300mila), i risultati del test dimostrerebbero che il prosecco è soggetto a una contaminazione bassa. Giv ricorda che secondo l’Agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente (Epa) il Tfa non è da considerarsi un Pfas, ma “una sostanza che si forma durante la degradazione dei Pfas” è la definizione fornita dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa). Cantine Maschio ricorda proprio alla quantità giornaliera assumibile fissata da Efsa, molto maggiore rispetto ai numeri rilevati nel test del Salvagente, trovando non corretto prendere come riferimento il limite previsto per l’acqua. Il vino, è l’assunto, viene normalmente consumato in maniera e quantità molto diversa rispetto a quella dell’acqua. PFAS, IL NODO DELL’ACCUMULO E DELLA MANCANZA DI LIMITI Alla luce di queste perplessità, allora, quanto sono preoccupanti i risultati sui Pfas (e, in modo particolare sul Tfa) riscontrati nei campioni di Prosecco, compresi tra 38mila e 60mila nanogrammi per litro? Per Carlo Foresta, presidente della Fondazione Foresta Ets e uno dei massimi esperti internazionali di Pfas, sono “elevati”, trattandosi di concentrazioni che “eccedono l’obiettivo di qualità proposto dall’Istituto superiore di sanità nel 2024”. Ossia la soglia che in Italia diventerà vincolante per l’acqua potabile a partire dal 12 gennaio 2027 e sfiorata nel test “dalle 3 alle 6 volte” da tutti i campioni. Ma non c’è solo il problema dei limiti alla presenza di Tfa, attualmente inesistenti sia per il vino che per l’acqua potabile (in Ue e in Italia). Ci sono anche poche informazioni sull’emivita negli organismi, ossia del tempo che occorre perché la concentrazione di questa sostanza nel sangue si riduca alla metà del valore iniziale. E se non è detto che assunzioni occasionali con tali valori producano automaticamente danni significativi, per lo stesso Foresta il problema è proprio “l’esposizione ripetuta” non dovuta certo solo al prosecco. Insomma, è vero che normalmente si beve una quantità di vino – o prosecco – certamente inferiore a quella di acqua (come sostenuto da alcune aziende), ma diversi esperti ritengono che occorre valutare non solo la quantità di composto assunto in un bicchiere di prosecco, ma anche l’accumulo con le altri fonti, dall’acqua agli alimenti, a maggior ragione se assunte più frequentemente. Tra le indagini più recenti, quella di Greenpeace, anticipata da ilfattoquotidiano.it e nell’ambito della quale sono stati analizzati in Germania e in Italia 16 campioni di acqua minerale (12 contenevano Tfa). Pan Europe, invece, ad aprile scorso, ha pubblicato un rapporto sulla presenza di Tfa in 49 vini di diverse annate provenienti da 10 paesi dell’Unione europea (Leggi l’approfondimento), tra cui Francia, Germania, Spagna, Svezia, Croazia, Austria e Italia. Il risultato ha evidenziato una crescita esponenziale della contaminazione da Tfa negli ultimi 15 anni. PESTICIDI SOTTO LA SOGLIA, MA PREOCCUPANO CONCENTRAZIONI (E CONTROLLI IN CALO) Per quanto riguarda i pesticidi, nel test nessuna delle sostanze ha superato i limiti massimi di residui stabiliti dalla legge. Tra le sostanze rilevate, il dimethomorf (trovato in tracce) fungicida dannoso per l’ambiente e il metalaxyl, considerati dannoso per l’ambiente da alcuni studi, il fenhexamid, fungicida tossico per gli organismi acquatici con effetti di lunga durata e il pyrimethanil (in tracce nel test) associato – secondo l’Ente di protezione ambientale statunitense) – a una possibile tossicità per fegato, reni, ghiandole surrenali, vescica e tiroide. Trovati anche due metaboliti dello spirotetramat: cis enol e glucoside. Dal laboratorio, però, l’inchiesta si sposta anche nelle vigne venete culla del prosecco. Dove il Salvagente indaga su alcuni fenomeni, come il calo dei controlli nell’utilizzo di pesticidi e, dati alla mano, l’utilizzo della chimica di sintesi nelle vigne che continua a crescere. C’è chi produce senza fitofarmaci, ma la contaminazione dei vigneti non bio è una minaccia continua contro cui è difficile difendersi. L'articolo Inquinanti eterni anche nel prosecco. L’indagine: “Tracce elevate di Tfa nelle bottiglie di 15 marche” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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