In uno dei più grandi allevamenti intensivi di galline ovaiole d’Italia, nella
provincia di Verona, l’aviaria colpisce per il quarto anno di seguito e, ancora
una volta, si rendono necessarie le operazioni di abbattimento. Chi paga? Per
risarcire la struttura, si ricorrerà nuovamente ai contributi pubblici. Il team
di Food for Profit pubblica nuova inchiesta che racconta dei nuovi abbattimenti
in una struttura della ditta Monaldi, legata al gigante della produzione delle
uova Eurovo e ricorda che, solo lo scorso anno, nello stesso allevamento erano
state abbattute 800mila galline. “Oggi gli animali da abbattere superano il
milione” racconta la giornalista Giulia Innocenzi in un video. E incanta: “A
pagarne le spese siamo tutte e tutti con i nostri soldi. Chi pensate che
risarcisca gli allevamenti come questo?”. Una vicenda, quella raccontata, che
anticipa una maxi inchiesta su aviaria e abbattimenti che andrà in onda
domenica, 1 febbraio, nella prossima puntata della trasmissione Report.
DALLA REGIONE 700MILA EURO DI RIMBORSI SOLO NEL 2022
Le immagini esclusive diffuse dal team di Food for Profit mostrano uno degli
stamping out, cioè l’abbattimento con l’uso del gas di tutti gli animali,
relativo ai precedenti anni. Per scoprire a quanto ammontano le cifre spese
finora, Food For Profit ha chiesto un accesso agli atti. “Sfogliando i documenti
a cui abbiamo avuto accesso e che pubblichiamo in esclusiva, scopriamo che solo
nel 2022 la Regione Veneto ha erogato agli allevatori più di 700mila euro di
rimborsi per gli animali abbattuti” spiega Giulia Innocenzi a
ilfattoquotidiano.it. Per gestire l’emergenza, sempre nel 2022, è stato
coinvolto persino l’Esercito, a cui la Regione ha versato oltre 200mila euro.
“Questi sono soldi pubblici usati per sostenere un sistema – commenta – che
mette a rischio la salute pubblica e che resta in piedi solo grazie a scelte
politiche che non privilegiano il bene comune”. Inoltre, il Veneto ha attivato
un Accordo Quadro preventivo per quattro anni del valore complessivo stimato di
oltre 115 milioni di euro con alcune ditte private che si occupano di
abbattimento, trasporto e smaltimento delle carcasse.
INNOCENZI: “PERCHÉ A PAGARE DOBBIAMO ESSERE NOI?”
Il Veneto, tra l’altro, è la Regione che in Italia ha la più alta densità di
allevamenti intensivi di polli e galline. Da anni questo territorio affronta le
conseguenze delle epidemie di aviaria. “Il copione è sempre lo stesso – aggiunge
Giulia Innocenzi – con focolai che scoppiano negli allevamenti nonostante le
misure di biosicurezza”. Quanto scoperto da Food For Profit con l’accesso agli
atti, però, apre anche un’altra questione: “Perché a pagare dobbiamo essere
tutti noi? Se gli allevatori e il comparto zootecnico non devono mettere mano al
portafoglio, neanche tramite un’assicurazione obbligatoria per fronteggiare le
epidemie, saranno davvero incentivati a mantenere gli standard di biosicurezza
al massimo per evitare che i virus entrino nei capannoni?”.
COME CORRE L’INFLUENZA AVIARIA
Come confermato in questi giorni dal direttore generale della Salute animale al
ministero della Salute, Giovanni Filippini, a partire dalla prossima primavera
partiranno le prime vaccinazioni contro l’influenza aviaria negli allevamenti di
galline ovaiole e tacchini localizzati nelle aree a rischio, ovvero
principalmente nelle regioni settentrionali. “Tali aree – ha spiegato Filippini
– saranno verificate dal Centro di referenza nazionale e si tratta in prevalenza
di aree in Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna”. Nel frattempo, però,
l’influenza aviaria sta raggiungendo numeri record: solo nel 2025 ha colpito
circa 700 allevamenti in tutta Europa, 64 di questi in Italia. Il prezzo delle
uova nel nostro paese negli ultimi sei mesi è salito del 20% e alcuni
supermercati si sono ritrovati a corto di prodotti. Tra gli ultimi focolai
individuati, anche quelli in due allevamenti di tacchini di Argenta, in
provincia di Ferrara, dove sono stati abbattuti circa 60mila animali.
Fotocredits: Food For Profit
L'articolo Aviaria, abbattimenti di galline ovaiole nel Veronese: dalla Regione
700mila euro solo per i rimborsi del 2022 proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il 13 gennaio 2001 in una cascina del bresciano fu scoperto il primo caso, in
Italia, di morbo della mucca pazza, l’encefalopatia spongiforme bovina (Bse,
bovine spongiform encephalopathy), malattia causata dall’accumulo nell’organismo
di proteine mutate chiamate ‘prioni’. Diagnosticata per la prima volta nel Regno
Unito nel 1986, dieci anni dopo – nel 1996 – The Lancet segnalò i primi dieci
casi di persone affette da una variante della malattia di Creutzfeldt-Jakob,
legata al consumo di carne bovina infetta. Fu il panico in tutta Europa, ma per
l’Italia l’allarme scattò proprio nel 2001. È passato esattamente un quarto di
secolo, venticinque anni di storia, di infezioni animali e pandemie che
allarmano, sembrano sotto controllo, poi tornano. Ma cosa abbiamo imparato? Cosa
sappiamo oggi in più di queste infezioni nate dagli animali, del ‘salto di
specie’ all’uomo e della probabilità che si trasformino in pandemie con la
diffusione in più continenti?
A settembre 2025, una risposta l’ha fornita il direttore generale
dell’Organizzazione mondiale della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, in
occasione della conferenza Mastering Immunity 2025 che si è tenuta a Singapore.
“La prossima pandemia – ha detto – potrebbe scoppiare in qualsiasi luogo e in
qualsiasi momento. Potrebbe essere causata da un virus noto o da un agente
completamente nuovo, quello che gli scienziati definiscono patogeno X. La
domanda non è se emergerà il patogeno X, ma se saremo pronti quando accadrà”.
Perché è certo che accadrà, ma la prevenzione è comunque l’arma migliore che
abbiamo. E prevenire significa in primis conoscere: sapere quali sono le
infezioni che hanno attraversato l’Europa negli ultimi decenni, se rappresentano
o meno una minaccia e cosa si sta facendo a riguardo. Ce n’è più che mai
bisogno, perché il complicato momento geopolitico, i conflitti e la cronaca
spesso sconcertante non distragga da un’altra guerra altrettanto letale.
Si stima che circa il 65% delle nuove infezioni umane derivi dal salto di specie
(spillover) da animali selvatici o domestici all’uomo. Partono dalle zoonosi. Lo
sa bene l’Unione europea e la Commissione guidata da Ursula von der Leyen che,
nel Green Deal ormai smantellato, avrebbe dovuto affrontare il problema
attraverso una strategia ‘One Health’, legando salute umana, animale e
ambientale. Perché da quel 13 gennaio 2001 è accaduto di tutto.
Dopo il morbo della mucca pazza, nel 2002 c’è stata la Sars o sindrome
respiratoria acuta grave, forma atipica di polmonite causata dal SARS-CoV-1.
Presente nei pipistrelli, questo coronavirus è stato trasmesso all’essere umano
dalla carne di zibetto, venduta come cibo in alcuni mercati asiatici.
L’epicentro era stato un wet market della provincia di Guangdong, in Cina. Ci
furono circa 800 vittime, ma quella storia non insegnò ciò che avrebbe dovuto.
Poi c’è stata l’influenza aviaria, con i suoi diversi ceppi, che colpisce
diverse specie di uccelli selvatici e domestici.
A fine 2003 la sua forma più nota, quella legata al virus H5N1, è comparsa negli
allevamenti di polli nel Sud-Est asiatico. L’allarme per questo ceppo era però
scattato nel 1997 a Hong Kong, dove era stato segnalato il primo caso umano. Da
allora, diversi ceppi avevano causato epidemie in giro per il mondo, arrivando
in Europa sia nel 2003 che nel 2005. Nel 2009 è stata la volta dell’influenza
suina di tipo A, sottotipo H1N1, lo stesso gruppo che tra il 1918 e il 1919
aveva causato la Spagnola. Arrivata dal Messico, la pandemia ha portato a
migliaia di decessi nel mondo, soprattutto nel continente americano. Un’altra
manciata di anni e siamo al 2012. Un decennio dopo la Sars, causata da un altro
coronavirus, la Mers è partita dall’Arabia Saudita e ha portato a diverse
centinaia di morti. Circa sei anni dopo, il Covid-19. La malattia infettiva
respiratoria causata dal coronavirus SARS-CoV-2, scoperta nel 2019 a Wuhan, in
Cina, si è trasformata in una nuova pandemia con 7 milioni di morti.
Insomma, sono stati 25 anni di allarmi più o meno percepiti. L’Unione europea ha
cercato di applicare regole più stringenti (ma non sufficienti) per tracciare le
carne e sui concimi animali e ha istituito l’European Centre for Disease
Prevention and Control, eppure non eravamo prepararti al Covid-19. E oggi a che
punto siamo? Un anno fa in Canada è stato stato confermato un caso di mucca
pazza in un bovino di un allevamento nella regione dell’Alberta, mentre in
Italia la scorsa estate si è tornato a parlare del morbo dopo che, a Padova, un
61enne è morto a causa di un’encefalopatia da prioni.
L’aviaria è una delle infezioni più temute, anche in Italia, perché da tempo gli
esperti ritengono che possa trasformarsi nella ‘prossima pandemia’. Nella
Penisola si assiste alla continua scoperta di focolai, soprattutto al Nord. La
minaccia più temuta è il ceppo dell’H5N1, che da qualche anno si è diffuso in
diverse specie animali. Non solo uccelli selvatici e di allevamento (per i quali
si registra un forte aumento dei casi), ma anche felini, orsi, foche, gatti,
maiali e mucche da latte. Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della
sanità, l’infezione è stata rilevata in poco meno di mille persone di 25 Stati e
ha provocato quasi 500 morti. Ma dopo il ceppo H5N1, anche il ceppo H5N5 ha
contagiato gli umani, portando recentemente a un primo decesso, negli Usa. E gli
esperti tengono sotto osservazione anche un altro ceppo, l’H9N2, potenzialmente
ancora più pericoloso perché, come spiegato a ottobre 2025, nel corso del
Pandemic Research Alliance International Symposium di Melbourne, in Australia,
si sarebbe meglio adattato a infettare gli esseri umani.
Il nuovo piano nazionale italiano di contrasto all’aviaria sembra puntare sulla
prevenzione: non solo si introducono la vaccinazione preventiva di tacchini e
galline ovaiole nelle zone più a rischio, ossia Veneto, Lombardia ed Emilia
Romagna e il miglioramento dei sistemi di barriera fisica contro la fauna
selvatica, ma anche il monitoraggio degli accasamenti in aree a rischio, in
primis le zone umide attraversate da fauna migratoria, con la possibilità di
diminuire il numero di animali nelle aree maggiormente esposte. Perché il numero
di animali negli allevamenti è un problema. Come è un problema la mancanza di
percezione di una verità ormai accertata dalla scienza: le zoonosi non
riguardano solo la salute (degli animali e degli esseri umani), ma anche
l’ambiente. Perché lo spillover trova terreno fertile laddove la deforestazione
toglie aree vivibili agli animali selvatici, dove c’è il bracconaggio,
l’espansione degli allevamenti e dell’agricoltura intensivi, lì dove c’è il
commercio di animali vivi senza regole.
Anche il riscaldamento globale, spostando gli habitat della fauna selvatica,
farà aumentare gli incontri tra specie. Sembra essersene dimenticata l’Unione
europea, che rinvia di un anno l’applicazione del Regolamento sulla
deforestazione, che non ferma il bracconaggio e che puntava a sistemi alimentari
sostenibili ma si ritrova a ostacolare le alternative vegetali per proteggere
l’industria della carne. Se questa è prevenzione…
L'articolo Mucca pazza, 25 anni fa il primo caso in Italia. La grande ipocrisia
sulle zoonosi e sulla prevenzione proviene da Il Fatto Quotidiano.
La notizia del decesso negli Usa di un paziente – con patologie pregresse –
morto dopo essere stato colpito dal ceppo H5N5 dell’influenza aviaria – viene
accolta in modo diverso dagli scienziati. Secondo Fabrizio Pregliasco, direttore
della Scuola di specializzazione in Igiene e Medicina preventiva dell’Università
Statale di Milano, il virus H5N5 “è la punta di un iceberg” che merita
attenzione: “È meno famoso del suo ‘socio’ H5N1, ma fa parte di una serie di
virus aviari che oggettivamente ci inquietano”, afferma all’Adnkronos Salute.
L’esperto sottolinea come questo primo caso umano rappresenti l’ennesima
dimostrazione della capacità dei virus aviari di oltrepassare i confini abituali
di trasmissione: “Queste varianti zoonotiche aviarie sono un problema.
Sicuramente esiste una quota di persone esposte ad animali potenzialmente
infetti che ha sviluppato forme meno rilevanti e non rilevate”.
Pregliasco richiama con forza la necessità di mantenere attiva la sorveglianza
internazionale e critica la recente tendenza americana ad “abbassare la
guardia”, nonostante l’opposizione della comunità scientifica: “Piano piano
questi virus aviari stanno avanzando sulla strada dell’adattamento all’uomo. La
loro presenza è più ampia rispetto al passato e la diffusione sempre più
generalizzata, estesa e continua”. Particolarmente preoccupante, osserva, è il
salto di specie nei mammiferi, già documentato nei bovini statunitensi e in
alcuni animali da compagnia. Le previsioni di una possibile pandemia, tuttavia,
restano difficili: “Con serenità, senza allarmismi, dobbiamo mantenere alta
l’attenzione sul rischio di spillover e sull’eventualità che l’influenza aviaria
diventi trasmissibile da uomo a uomo”.
A offrire un quadro diverso è Calogero Terregino, responsabile del Centro di
referenza nazionale per l’influenza aviaria presso l’Istituto zooprofilattico
delle Venezie. L’esperto precisa che il virus H5N5 “non presenta alcuna
caratteristica genetica che lo renda più aggressivo o più pericoloso per l’uomo
rispetto ad altri virus dell’influenza aviaria attualmente circolanti”. La
differenza principale, spiega, è semplicemente che appartiene a un sottotipo
diverso dall’H5N1, già responsabile di casi umani negli ultimi anni. Quelli
registrati soprattutto negli Stati Uniti negli allevamenti di bovini. Terregino
ricostruisce la dinamica del contagio statunitense: il paziente deceduto era un
adulto con patologie pregresse e la fonte più probabile di esposizione è stata
il pollame domestico, considerato che negli Stati Uniti sono ancora numerosi i
focolai attivi nel settore avicolo. “Non sono stati segnalati nuovi casi tra i
contatti della persona deceduta. Finora non è stata rilevata alcuna trasmissione
da uomo a uomo”, chiarisce.
L’H5N5 rimane quindi, afferma lo specialista, “un virus tipicamente aviario,
poco adatto ai mammiferi e all’uomo”. La gravità del caso statunitense sarebbe
dunque attribuibile principalmente alle fragili condizioni di salute del
paziente, una dinamica frequente nei casi mortali di influenza animale. Per
questo motivo, le organizzazioni sanitarie internazionali continuano a
considerare il rischio per la popolazione generale basso, pur riconoscendo una
maggiore esposizione per chi lavora a stretto contatto con animali infetti.
Il caso americano rappresenta comunque un ulteriore segnale della complessità
dell’attuale scenario influenzale, in cui i virus aviari mostrano crescente
capacità di espansione e adattamento. Una situazione che, ribadiscono gli
esperti, richiede osservazione costante, cooperazione internazionale e un
sistema di sorveglianza capace di individuare tempestivamente eventuali nuove
minacce.
L'articolo Aviaria H5N5? Pregliasco: Punta dell’iceberg, non abbassare la
guardia”. Terregino: “Non è più aggressivo di H5N1” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
I virologi da anni spiegavano che l’influenza aviaria (con i suoi diversi ceppi)
correva il rischio di diventare un problema di salute globale. L’Organizzazione
mondiale della sanità (Oms) ha confermato il primo caso umano al mondo di
infezione da virus dell’influenza aviaria A(H5N5), identificato negli Stati
Uniti in un adulto con patologie pregresse residente nello Stato di Washington.
L’uomo, ricoverato all’inizio di novembre per una malattia severa, è morto il 21
dello stesso mese.
Il caso rappresenta una nuova evoluzione dell’ecosistema influenzale globale, in
un momento segnato da una circolazione estremamente intensa dei virus H5
altamente patogeni tra uccelli selvatici, pollame e, più recentemente,
mammiferi. Mentre l’anno scorso era stato il ceppo H5N1 a impensierire dopo i
numerosissimi contagi nelle fattorie di bovini, che poi avevano contagiato i
lavoratori. Ed era proprio negli Stati Uniti che i contagi dalle mucche agli
uomini si erano diffusi a macchia d’olio in diversi Stati.
IL CASO CLINICO E LA DIAGNOSI DI LABORATORIO
Secondo quanto riferito dall’Oms, il paziente “deteneva pollame da cortile e
uccelli domestici”, un elemento che ha guidato immediatamente le indagini
epidemiologiche verso l’esposizione animale diretta. Dopo l’esordio dei sintomi
— febbre e malessere sistemico — nella settimana del 25 ottobre, l’uomo ha
rapidamente sviluppato una forma grave di infezione respiratoria.
I primi campioni respiratori sono risultati positivi all’influenza;
successivamente, l’Università di Washington ha indicato una probabile influenza
A(H5). La conferma è arrivata dal Washington State Public Health Laboratory
tramite il test specifico dei Centers for Disease Control and Prevention. Il 20
novembre, il sequenziamento condotto sia dall’università sia dai Centri per il
controllo e la prevenzione delle malattie (Cdc) ha identificato un virus
appartenente al sottotipo A(H5N5). Si tratta del primo caso umano mai confermato
al mondo di infezione da A(H5N5), aggiunto ai 71 casi umani di influenza A(H5N1)
segnalati negli Stati Uniti dall’inizio del 2024.
RISCHIO PER LA SALUTE PUBBLICA: DA BASSO A MODERATO PER GLI ESPOSTI
Al momento, tutti i test condotti sui contatti stretti del paziente sono
risultati negativi e non vi sono evidenze di trasmissione da uomo a uomo. L’Oms
mantiene pertanto una valutazione di rischio basso per la popolazione generale,
ma da basso a moderato per le persone esposte professionalmente a volatili o
animali potenzialmente infetti. L’agenzia ribadisce “l’importanza della
sorveglianza globale per rilevare e monitorare i cambiamenti virologici (inclusa
la genomica), epidemiologici e clinici dei virus influenzali emergenti” e
sottolinea la necessità di condividere tempestivamente dati e campioni virali.
LE VOCI DEGLI ESPERTI: SCONGIURARE TRASMISSIONE INTERUMANA
Nei giorni scorsi diversi esperti avevano cercato di porre l’attenzione.
“L’ipotesi che ci sarà una prossima pandemia è nella storia dell’umanità, non
sappiamo di cosa e quando. L’influenza aviaria preoccupa – aveva osservato
Massimo Ciccozzi, epidemiologo -perché troviamo tanto virus negli uccelli
selvatici e nel pollame. In Usa abbiamo assistito poi al salto di specie nelle
mucche e non è una cosa buona. Noi dobbiamo evitare che il virus infetti così
tanti animali, perché ogni volta fa delle mutazioni e nessuno ci assicura che un
giorno non faccia un salto nell’uomo e poi si inneschi la trasmissione
interumana: con il tasso di letalità alto dell’influenza aviaria, è un’ipotesi
da scongiurare assolutamente. Serve quindi tanta sorveglianza veterinaria, e in
Italia siamo tra i migliori con la rete degli istituti zooprofilattici, e poi si
devono fare le analisi degli animali. Sarebbero anche da evitare gli allevamenti
intensivi dove il virus passa un animale all’altro. Al momento, grazie al cielo,
non è stata provata la trasmissione interumana, ma dobbiamo assolutamente
evitarla”.
Matteo Bassetti, direttore di Malattie infettive del Policlinico San Martino di
Genova, aveva commentato il comunicato del Centro europeo per la prevenzione e
il controllo delle malattie. “L’alert dell’Ecdc sull’aviaria non è nulla di
nuovo all’orizzonte, l’avevamo ampiamente previsto. Il mondo scientifico non ha
nessun dubbio che l’aviaria sarà la prossima pandemia, si tratta solo di
stabilire quando. Manca pochissimo e questo virus sarà trasmissibile da uomo a
uomo. Il fatto che gli uccelli siano così ‘carichi’ di H5N1 dimostra che il
virus si sta sempre di più avvicinando a noi. Per chi è capace di predire ci
sarà tempo di organizzarsi, per chi nega ci saranno problemi. Spero l’Italia si
adegui a questo alert dell’Ecdc e si organizzi di conseguenza”.
Edoardo Colzani, responsabile del Dipartimento Virus respiratori dell’Ecdc,
sottolineava: “Sebbene il rischio attuale per la popolazione europea sia basso,
l’influenza aviaria rappresenta ancora una grave minaccia per la salute pubblica
a causa delle diffuse epidemie tra gli animali in tutta Europa. Dobbiamo
assicurarci che i segnali di allarme precoce non passino inosservati e che le
azioni di sanità pubblica siano tempestive, coordinate ed efficaci. Questo
documento fornisce ai Paesi un quadro chiaro e adattabile per prepararsi e
rispondere alla trasmissione dell’influenza dall’animale all’uomo”.
EUROPA IN ALLERTA: EPIDEMIE “SENZA PRECEDENTI” NEI VOLATILI
Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) parla
di epidemie di aviaria “senza precedenti” tra uccelli selvatici e pollame, e ha
pubblicato una guida per aiutare gli Stati membri a rispondere a potenziali
minacce zoonotiche. Le raccomandazioni includono: sorveglianza intensiva e test
di laboratorio mirati; potenziamento della capacità di sequenziamento genomico;
disponibilità di dispositivi di protezione individuale per gli operatori a
rischio; comunicazione trasparente e tempestiva al pubblico; approccio One
Health, basato sull’integrazione tra salute animale, umana e ambientale. Nel
periodo 6 settembre – 14 novembre 2025 l’Efsa (L’Autorità europea per la
sicurezza alimentare) ha registrato 1.443 casi di influenza aviaria ad alta
patogenicità A(H5) in uccelli selvatici in 26 Paesi europei, quattro volte più
del 2024 e il numero più elevato almeno dal 2016.
LA STRATEGIA ITALIANA: BIOSICUREZZA, GESTIONE DEGLI ALLEVAMENTI E VACCINI
L’Italia ha approvato ufficialmente nei giorni scorsi il nuovo piano nazionale
di contrasto all’aviaria, elaborato con ministeri, Regioni, associazioni di
filiera e istituti scientifici. Il programma introduce misure strutturali e
preventive come il rafforzamento della biosicurezza limitazione degli accessi
agli allevamenti; miglioramento dei sistemi di barriera fisica contro fauna
selvatica;
monitoraggio degli accasamenti in aree a rischio (zone umide attraversate da
fauna migratoria). Particolare attenzione sarà dedicata a Veneto, Lombardia ed
Emilia-Romagna, dove la densità avicola è più elevata. Ci sono poi la gestione
del territorio e sostegni agli allevatori
Per ridurre il rischio di ingresso del virus negli allevamenti: sarà possibile
diminuire il numero di animali nelle aree maggiormente esposte; sono previsti
fondi per compensare il mancato reddito degli allevatori coinvolti. Infine la
campagna vaccinale negli animali (tacchini e galline ovaiole): per la prima
volta in Italia, è stata programmata l’introduzione della vaccinazione
sistematica contro l’influenza aviaria ad alta patogenicità nelle specie più
sensibili e ad alto impatto economico. L’avvio è previsto entro la fine della
primavera 2026, dopo la conclusione degli studi tecnici su: scelta dei vaccini
più efficaci contro i cladi virali circolanti; definizione delle tempistiche di
somministrazione; protocolli di monitoraggio post-vaccinale per distinguere
animali infetti da animali immunizzati (test DIVA — Differentiating Infected
from Vaccinated Animals). L’obiettivo della vaccinazione è duplice: proteggere
gli animali riducendo mortalità e sintomi, limitare la carica virale ambientale,
diminuendo il rischio di spillover verso l’uomo.
L'articolo L’aviaria “raddoppia”: dopo il ceppo H5N1 ora anche l’H5N5 contagia
gli umani: primo decesso negli Usa. Epidemie “senza precedenti” nei volatili
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mentre aumentano i focolai al Nord con aziende sequestrate e abbattimenti
eseguiti, contro lo spettro dell’influenza aviaria (negli Usa si è registrato un
contagio umano), dalla ricerca italiana arriva un sistema sentinella per
riconoscere i virus più a rischio di spillover. Si chiama FluWarning ed è stato
messo a punto da un team del Politecnico di Milano e dell’università degli Studi
del capoluogo lombardo. Si tratta di un sistema digitale – spiegano da PoliMi e
Statale – che analizza il codice genetico dei virus influenzali cercando
cambiamenti sottili, ma significativi, che potrebbero indicare il passaggio da
una specie animale all’altra: per esempio dagli uccelli al bestiame o all’uomo.
FluWarning è al centro di uno studio pubblicato di recente su Science Advances,
sviluppato nel contesto del Prin Pnrr 2022 – progetto Sensible, coordinato da
Anna Bernasconi. Del gruppo di ricerca fanno parte tre scienziati del
Dipartimento di Elettronica, Informazione e Bioingegneria (Deib) del Politecnico
di Milano, ossia Bernasconi, il docente Stefano Ceri e il ricercatore Tommaso
Alfonsi, e per UniMi Matteo Chiara, docente del Dipartimento di Bioscienze. Per
lo studio sono stati utilizzati i dati della piattaforma Gisaid su cui vengono
condivise sequenze virali e relativi metadati prodotti dai laboratori di tutto
il mondo. In particolare – si legge in una nota – FluWarning è stato messo a
punto usando i dati della pandemia di influenza ‘suina’ H1N1 del 2009, esempio
ampiamente documentato di virus passato dagli animali agli esseri umani, ed è
stato poi applicato anche all’influenza aviaria H5N1, un ceppo altamente
patogeno diffuso tra gli uccelli e che nell’ultimo anno negli Stati Uniti ha
cominciato a diffondersi anche nel bestiame.
Il sistema utilizza un metodo statistico per riconoscere nel genoma virale
eventuali spie del rischio spillover, e a seconda delle impostazioni può essere
usato per riconoscere sequenze anomale singole o in gruppi. FluWarning le stana
ed emette un alert, quindi per ciascuna allerta i virologi analizzano le
sequenze corrispondenti e confermano o smentiscono la presenza di un salto di
specie. “Grazie alla sua semplice installazione e alla creazione di analisi che
possono essere effettuate su specifiche località e periodi temporali – afferma
Bernasconi – il software FluWarning ha il potenziale per essere utilizzato da
molti laboratori o istituzioni di sorveglianza genomica a livello regionale,
permettendo scoperte significative sia su piccola che su grande scala. Il
sistema, infatti, è perfettamente operativo: può dare riscontro giorno per
giorno di questi cambiamenti”.
Nel biennio 2024-2025 – ricordano PoliMi e Statale – due genotipi di H5N1 sono
stati collegati a focolai indipendenti negli Usa, dove numerosi capi di bovini
da latte sono risultati contagiati dall’influenza aviaria. Ebbene, “FluWarning –
riferisce Chiara – ha individuato cluster di attività virale in diversi Stati
americani e in particolare in California, dove è stato dichiarato lo stato di
emergenza il 18 dicembre 2024 per il rischio di contaminazione da aviaria nel
bestiame. Sorprendentemente, alcune allerte FluWarning sono apparse prima della
pubblicazione dei rapporti ufficiali. Il sistema ha inoltre rilevato mutazioni
specifiche nel gene dell’emoagglutinina (Ha), una proteina chiave che influisce
sul modo in cui il virus infetta le cellule ospiti”. Lo strumento è riuscito a
monitorare l’evoluzione del virus e a identificare marcatori caratteristici dei
ceppi californiani. “FluWarning – conclude Ceri – rappresenta un importante
passo avanti verso una rilevazione più efficace dei cambiamenti virali che
potrebbero rappresentare rischi per animali o esseri umani. Rendendo questa
tecnologia ampiamente accessibile, auspichiamo di contribuire a rafforzare la
sorveglianza a livello globale su un tema sanitario di impatto collettivo”.
Lo studio
L'articolo FluWarning, il sistema sentinella per riconoscere i virus a rischio
spillover proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nel Nord Italia i focolai di influenza aviaria, del tipo H5N1, continuano ad
aumentare. Dopo i casi nelle province di Forlì, Alessandria, Udine e Verona e
quelli in Lombardia dove, a fine ottobre, in pochi giorni sono stati individuati
tre focolai, nel Cremonese, nel Lodigiano (a Zelo Buon Persico) e nel Bresciano
e dove si erano dovuti abbattere tacchini e fagiani, c’è molta apprensione in
queste ore nelle province di Varese e Mantova. Sono risultati positivi al virus
i tamponi, analizzati dall’Istituto zooprofilattico sperimentale di Brescia,
provenienti da un allevamento di galline ovaiole, non distante da Busto Arsizio
dove, come prevede la legge, è stato avviato lo smaltimento di uova, mangimi e
animali morti. A Olgiate Olona, sempre nel Varesotto, un’azienda agricola è
stata sequestrata su ordine del dipartimento veterinario di Ats Insubria e messa
in quarantena. Nel frattempo, nel Bergamasco, il virus è stato trovato in
uccelli selvatici abbattuti a Fontanella, tanto che l’Ats di Bergamo ha chiesto
a tutti gli allevamenti all’aperto di tenere pollame e volatili al chiuso, per
evitare contatti con l’avifauna selvatica. E dato che a Bologna, all’inizio
dell’anno, sono stati individuati due casi di influenza aviaria nei gatti,
proprio di recente, il servizio di Anatomia patologica del Dipartimento di
Scienze mediche veterinarie dell’Università di Bologna ha avviato un un progetto
di monitoraggio.
BUSTO ARSIZIO, CONTROLLI COSTANTI IN 44 ALLEVAMENTI
Dopo il riscontro di una positività definita “ad alta patogenicità”
nell’allevamento di pollame nei pressi di Busto Arsizio, sono scattate misure
stringenti per le aziende avicole nel raggio di tre chilometri ed è stata
disposta una zona di sorveglianza che si allarga per dieci chilometri e arriva
fino al Comasco, ma coinvolge quasi 40 Comuni. L’Ats ha individuato 44
allevamenti di varie dimensioni da sottoporre a controlli costanti e,
nell’ordinanza firmata dalla direzione del settore Sanità animale, prevede 30
giorni di sorveglianza durante i quali, anche nei pollai privati, sarà
necessario segnalare ogni possibile anomalia o sintomo riconducibile
all’aviaria. L’origine del focolaio, al momento l’unico nell’area, non sarebbe
legata ad animali selvatici, ma al contatto con un’altra struttura nella quale è
stata riscontrata l’infezione, fuori dal Varesotto. Quindi legata a un altro
focolaio.
A OLGIATE OLONA (VARESE), SANIFICAZIONE E DISINFESTAZIONE
Sempre nei giorni scorsi, il dipartimento veterinario di ATS Insubria ha dovuto
mettere in quarantena, per un periodo di 21 giorni – anche un allevamento di
Olgiate Olona, dove sono state condotte misure di sanificazione e
disinfestazione previste dai protocolli. Il contagio è stato confermato
dall’Istituto zooprofilattico sperimentale di Brescia e non sarebbe stato
causato direttamente da animali selvatici. Anche in questo caso, sono scattate
le restrizioni previste dai protocolli: zona di osservazione per le attività nel
raggio di tre chilometri dall’allevamento in cui è stato rilevato il virus e
zona di sorveglianza nel raggio di dieci chilometri dall’allevamento in
questione.
FOCOLAIO DELL’ALTO MANTOVANO: ABBATTUTI 20MILA TACCHINI IN DUE DITTE
Si stanno invece concludendo le operazioni di abbattimento di 9mila tacchini,
dopo quelle che hanno riguardato altri 11mila capi in seguito all’individuazione
di un focolaio di influenza aviaria in un allevamento di pollame di Guidizzolo,
nel Mantovano di pollame, anche in questo caso ad alta patogenicità, del
sottotipo H5n1. In questo caso, infatti, non si è proceduto solo
all’abbattimento degli animali nell’allevamento interessato, ma anche al
de-popolamento di quello vicino.
GLI ALTRI CASI IN LOMBARDIA E NEL NORD ITALIA
Ma è da ottobre che i casi continuano ad aumentare. Il primo segnale era
arrivato da Casale Cremasco-Vidolasco il 27 ottobre. Nell’attesa dei risultati
delle analisi, poi, il virus è stato individuato nel Bresciano, in un
allevamento di tacchini di Seniga, al confine con la provincia di Cremona. Qui è
stato inevitabile l’abbattimento di 34mila tacchini. Nel frattempo, è arrivata a
sentenza di morte anche per tutti i 60mila capi presenti nel capannone di Casale
Cremasco. Il focolaio ha portato all’istituzione di una zona di protezione di 3
chilometri intorno all’allevamento e di una zona di sorveglianza che coinvolge
18 comuni della Bassa Bergamasca. Ma sono più di trenta, tra Bassa Bergamasca,
Val Calepio e Hinterland, le zone di protezione e sorveglianza rafforzate. Poi è
stata la volta di Lodi, con un altro focolaio individuati in un allevamento di
fagiani di Zelo Buon Persico. Negli stessi giorni, in un allevamento della
pianura forlivese, al confine con il territorio Ravenna, si procedeva
all’abbattimento di 150 polli da carne. Risale a circa un mese fa, invece, la
conferma della presenza di un focolaio in uno dei due capannoni di un
allevamento di galline di Occimiano, in provincia di Alessandria.
Trentacinquemila tra galli e galline per la riproduzione erano presenti
nell’allevamento e sono stati tutti abbattuti, anche – preventivamente – i
diciassettemila presenti nel capannone dove il virus non è stato riscontrato.
Gli altri casi, sempre un mese fa, nell’Udinese (in un allevamento di polli
boiler di Povoletto) e nel Veronese, a Oppeano, dove il virus ha colpito un
allevamento di tacchini.
L'articolo Aviaria, aumentano i focolai al Nord. Aziende agricole sequestrate e
smaltimento di uova nel Varesotto, abbattimenti nell’Alto Mantovano proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Un residente dello stato di Washington è risultato positivo all’influenza
aviaria. È il primo caso di contagio tra gli umani negli Stati Uniti dal
febbraio scorso. Il paziente, un anziano con patologie pregresse, è ricoverato
in gravi condizioni. Le autorità sanitarie hanno confermato che si tratta del
ceppo H5N5: sebbene sia presente in animali e in alcune popolazioni di uccelli
in Nord America, questo sarebbe il primo caso di un contagio umano, secondo il
Washington State Department of Health. Il caso, riferiscono i media Usa,
riguarda un residente della contea di Grays Harbor. Al momento non sono indicati
rischi per la popolazione e la salute pubblica. Lo ha confermato in una nota
ufficiale il Cdc (Centers for Disease Control and Prevention). L’uomo è stato
ricoverato ai primi di novembre con febbre alta, confusione e distress
respiratorio. Secondo il Washington State Department of Health, le condizioni
sono gravi e il trattamento continua in un ospedale della contea di King. Il
paziente possiede un piccolo allevamento domestico di pollame, esposto a uccelli
selvatici. Il caso arriva dopo nove mesi senza infezioni umane negli Stati
Uniti. Il virus H5N1 è ampiamente diffuso negli Usa negli allevamenti di pollame
e bovini e ha infettato circa 70 persone nel 2024, causando un decesso e
inducendo gli esperti a temere una potenziale pandemia in caso di mutazione.
SPAGNA, DIVIETO DI ALLEVAMENTI ALL’APERTO PER FRENARE IL CONTAGIO
Per fermare l’avanzata della febbre aviaria in Spagna, dal 10 novembre per le
fattorie avicole vige il divieto di allevamento all’aperto di pollame. La misura
prevede il “confinamento” degli allevamenti in circa 1.200 comuni ad alto
rischio. La decisione arriva dopo che sono stati sacrificati oltre 2 milioni di
esemplari a causa dell’emergenza sanitaria. Il divieto è stato disposto dal
ministero dell’Agricoltura per evitare il contatto tra le specie selvatiche e
gli allevamenti. In particolare, misure di controllo più severe riguardano le
acque destinate agli animali, che devono essere trattate per prevenire il
rischio di contaminazione. “Sono decisioni di coordinamento necessarie in
risposta all’incremento dei rischi legati alla febbre avicola“, ha dichiarato ai
media il ministro spagnolo dell’Agricoltura, Luis Planas, ricordando che
“l’arrivo di uccelli migratori e la presenza di focolai in Europa sono fattori
che richiedono un controllo più rigoroso”. “Dobbiamo evitare qualsiasi contatto
tra gli uccelli selvatici e gli animali da allevamento”, ha concluso Planas.
IL VIRUS CORRE ANCHE IN GERMANIA
Interi allevamenti abbattuti, oltre mille esemplari di uccelli gru caduti dal
cielo: anche Berlino deve fare i conti con l’aviaria. Il sottotipo altamente
contagioso H5N1 sta colpendo uccelli migratori e pollame d’allevamento in
Germania. A fine ottobre il focolaio più grave è stato segnalato in Brandeburgo,
nei pressi di Linum, dove sostano le gru durante le migrazioni nei cieli
europei. Le immagini mostravano distese di uccelli morti, mentre il ministero
dell’Ambiente del Brandeburgo parlava di un’epidemia “di un’ampiezza finora mai
vista” per questa specie. Non solo uccelli selvatici. Da ottobre le autorità
hanno imposto abbattmenti di massa negli allevamenti di pollame e tacchini. Nel
solo Land del Baden-Württemberg sono stati eliminati 15 mila capi di pollame;
nel distretto di Potsdam-Mittelmark e nel Märkisch-Oderland sono stati abbattuti
oltre 9 mila animali tra tacchini e anatre. In Meclemburgo-Pomerania,
l’intervento più drastico: 148 mila galline abbattute. Secondo L’Autorità
Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA), tra il 7 giugno e il 5 settembre
2025 sono state segnalate complessivamente 183 rilevazioni del virus HPAI A(H5)
in uccelli domestici e selvatici, distribuite in 15 paesi in Europa. Sebbene la
maggior parte dei casi siano stati rilevati in Europa occidentale e
sudoccidentale, si sono verificate segnalazioni anche sulla costa settentrionale
della Norvegia.
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Spagna, divieto di allevamenti all’aperto proviene da Il Fatto Quotidiano.