Ha rischiato la morte in diretta ma alla fine ce l’ha fatta. Il noto scalatore
Alex Honnold ha compiuto l’impresa di raggiungere la cima del Taipei 101 in
free-solo, una disciplina estrema che consiste in scalare pareti da soli e senza
l’utilizzo di corde, imbracature o protezioni. Tutto in diretta su Netflix.
Honnold è il protagonista dell’iconico documentario Free Solo, Oscar per il
miglior documentario nel 2019 incentrato sulla scalata della montagna El
Capitan, una parete di oltre 900 metri in California.
Nella mattina di domenica 25 gennaio, sotto al colosso di Taiwan si è radunata
una folla di persone scese in strada per assistere all’evento e tifare per
l’atleta. Un’ora e mezzo dopo essersi staccato dal suolo, Honnold ha raggiunto
la guglia della torre, situata a un’altezza di 508 metri. Il percorso in
verticale è consistito nell’usare le sporgenze come appoggi e tirarsi su a mani
nude.
Il grattacielo – già scalato nel 2004 dal francese Alain Robert – conta 101
piani ma è la sezione centrale di 64 piani, i cosiddetti “box di bamboo”, ad
aver messo più in difficoltà Alex: questa parte è divisa in otto segmenti,
ciascuno composto da otto piani di pareti ripide e a strapiombo, intervallati da
balconi dove l’atleta ha potuto sostare.
La famosa piattaforma di streaming online ha trasmesso la scalata con un ritardo
di dieci secondi per evitare di mostrare l’eventuale caduta. Al raggiungimento
della meta, l’eroe indossa una t-shirt rossa ed esulta agitando le braccia: “È
stata una vista incredibile, una giornata meravigliosa” nonostante “c’era molto
vento, quindi mi ripetevo di non cadere dalla guglia e cercavo di restare in
equilibrio”. Ne è valsa la pena per conquistare un’inusuale prospettiva: “Ma è
stata una posizione pazzesca, un modo unico di vedere Taipei”. L’evento
mediatico ha ricevuto numero polemiche sull’etica e sui rischi di mostrare dal
vivo un momento così pericoloso.
L'articolo Alex Honnold scala in diretta il Taipei 101, grattacielo di 508
metri: l’impresa a mani nude e senza corde proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Taiwan
Un accordo siglato tra Stati Uniti e Taiwan che implica importanti investimenti
dell’isola da parte di Washington e che favorirà un “massiccio rientro in patria
del settore dei semiconduttori”, come ha dichiarato il Dipartimento del
Commercio Usa, ma contro il quale la Cina ha espresso tutta la sua “ferma
opposizione e contrarietà”. Nell’intesa firmata dalle controparti, le aziende
taiwanesi di microchip e tecnologie investiranno almeno 250 miliardi di dollari
in capacità produttiva negli Stati Uniti e Taiwan garantirà altri 250 miliardi
di credito alle società coinvolte. In cambio, gli Stati Uniti limiteranno i dazi
“reciproci” su Taiwan al 15%, in calo rispetto al 20% precedente, e si
impegneranno ad adottare lo schema “zero dazi reciproci” in alcuni settori,
quali i farmaci generici, la componentistica per gli aeromobili e alcune risorse
naturali. Guo, infine, ha esortato gli Stati Uniti “a rispettare con rigore i
tre comunicati congiunti sino-americani e il principio della ‘Unica Cina”,
secondo cui – nella lettura mandarina – la Repubblica popolare è l’unica
“rappresentante ufficiale della Cina” e Taiwan ne è una sua parte integrante.
Pechino, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun, considera
Taipei una parte “sacra” e “inalienabile” del suo territorio destinata alla
riunificazione con la forza se necessario, opponendosi a qualsiasi tipo di
rapporto formale di Taiwan verso l’esterno. Pechino inoltre “si oppone con
fermezza alla negoziazione e alla firma di accordi con la regione cinese di
Taiwan da parte di Paesi che intrattengono relazioni diplomatiche con la Cina,
che comportino implicazioni sovrane e siano di natura ufficiale”, ha rincarato
Guo. “I risultati raggiunti evidenziano che i progressi ottenuti fino a ora sono
stati ben guadagnati”, ha dichiarato il premier di Taiwan, Cho Jung-tai. “Sulla
base della pianificazione in corso, Taiwan continuerà a rimanere il produttore
di semiconduttori per l’Ai più importante del mondo, non solo per le aziende di
Taiwan ma globalmente”, ha commentato il ministro dell’Economia, Kung Ming-hsin.
L’accordo prevede che entro il 2030 la produzione sarà all’85 per cento a Taiwan
e il 15 negli Usa, ed entro il 2036 all’80 e 20. La leader del Kuomintang, Cheng
Li-wun, favorevole a un avvicinamento con Pechino, ha criticato l’accordo
perché, ha detto, “rischia di svuotare” l’economia di Taiwan.
(immagine d’archivio. Militanti del partito nazionalista cinese a Taiwan)
L'articolo Accordo Usa-Taiwan su dazi e semiconduttori. Ira della Cina: “Taipei
è parte inalienabile del nostro territorio” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il Dipartimento americano del Commercio ha annunciato la firma di un accordo
commerciale con il governo di Taiwan, che ridurrà i dazi imposti
dall’amministrazione Trump sui prodotti taiwanesi dal 20% al 15%, allineandoli a
quelli già previsti per i prodotti giapponesi ed europei.
In cambio, le aziende taiwanesi del settore dei semiconduttori si impegnano a
“investire almeno 250 miliardi di dollari” negli Stati Uniti per sviluppare la
produzione locale, e ulteriori 250 miliardi “per rafforzare l’ecosistema e la
catena di approvvigionamento dei semiconduttori” nel Paese. Dove ha sede TSMC,
il più grande produttore mondiale di chip per computer, che sta beneficiando
della forte domanda globale dovuta al boom dell’intelligenza artificiale e
proprio giovedì ha fatto sapere che intende aumentare la propria spesa in conto
capitale di circa il 40% quest’anno, dopo aver registrato un aumento del 35%
dell’utile netto nell’ultimo trimestre.
L’intesa è destinata a irritare la Cina, che considera l’isola una parte “sacra”
e “indissolubile” il cui destino è la riunificazione anche con la forza, se
necessario. Concetto ribadito pochi giorni fa dalla portavoce del ministero
degli Esteri Mao Ning, che ha mandato a dire a Donald Trump che è “puramente un
affare interno della Cina, la cui risoluzione spetta al popolo cinese, non
tollerando alcuna interferenza esterna”. In un’intervista al Nyt, il tycoon
aveva detto che tocca al presidente Xi Jinping valutare: “Lui la considera parte
della Cina e spetta a lui decidere cosa farà. Ma gli ho detto che sarei molto
insoddisfatto se lo facesse, e non credo che lo farà. Spero che non lo faccia”.
L'articolo Accordo commerciale Usa-Taiwan: dazi giù al 15% e le aziende dei
semiconduttori investiranno 250 miliardi in Usa proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Mao Zedong ha fatto rialzare la Cina, Deng Xiaoping l’ha resa ricca e Xi
Jinping l’ha fatta diventare forte”. Non ha usato esattamente queste parole, ma
era proprio questo che intendeva il presidente cinese quando nel 2017 arringò il
partito all’alba del secondo mandato. A cinquant’anni esatti dalla morte del
Grande Timoniere, le ambizioni di Xi per la nazione entrano in una nuova fase. I
prossimi dodici mesi saranno cruciali per la Repubblica popolare.
Il 2026 sancirà l’inizio del nuovo piano quinquennale, la strategia
politico-economica con cui Pechino punta a compiere un grande balzo in avanti
verso la “modernizzazione socialista”. Che tradotto vuol dire trasformare la
Cina in un “paese di sviluppo medio”, raddoppiando il Pil pro capite del 2020
entro il 2035, per poi renderla “un paese socialista moderno, prospero, forte,
democratico, culturalmente avanzato e armonioso” prima del 2049. Giusto in tempo
per il centenario della Repubblica popolare. Un traguardo che – stando ai
comunicati ufficiali – richiederà un tasso di crescita di almeno il 4,17% nel
prossimo decennio.
Non sarà semplice. Il contesto internazionale non facilita il lavoro del governo
cinese: la tregua con gli Stati Uniti è tutt’altro che solida mentre le tensioni
con l’Unione Europea sembrano destinate a diventare la nuova normalità. Guardare
al Sud del mondo potrebbe non bastare a compensare la crescente chiusura dei
mercati occidentali.
Il testo del piano, presentato a ottobre durante il IV Plenum del partito, verrà
ratificato durante la plenaria del parlamento, attesa nel mese di marzo. Ma il
grosso già si sa. Secondo la roadmap, si punterà su una maggiore autosufficienza
tecnologica, nonché su un migliore coordinamento tra circolazione interna ed
esterna, ovvero tra mercato domestico e commercio internazionale. I consumi,
soprattutto nei servizi, restano la stella polare. Il “salvagente” economico che
la leadership cinese ritiene indispensabile nel quadro delle tensioni
commerciali con Stati Uniti e Unione europea. Ma adesso l’intenzione è quella di
lavorare di più sull’offerta regolamentando i comparti affetti da sovracapacità
produttiva, come automotive e rinnovabili.
Per chi segue la Cina, non è nulla di particolarmente nuovo. Pechino si muove in
questa direzione dall’immediato post-Covid. Se non fosse per l’inedita enfasi
attribuita alla necessità di costruire un sistema industriale moderno. Secondo
la rivista finanziaria Caixin, “mantenere una quota ragionevole” del settore
manifatturiero, trasformando la produzione avanzata grazie all’hi-tech (le
cosiddette “nuove forze produttive”), permetterà di evitare lo “svuotamento
dell’industria sperimentato da alcune importanti economie”. Specialmente alla
luce della crisi dell’immobiliare che, fino all’esplosione della bolla nel 2023,
rappresentava circa il 30% del pil nazionale. Nonostante le misure adottate
finora abbiano attutito il calo dei prezzi delle case, stando all’ex ministro
delle Finanze, Lou Jiwei, il settore continuerà ad attraversare una fase
instabilità per almeno altri cinque anni, rallentando la crescita.
Come sempre nei periodi di incertezze, il Partito-Stato serra i ranghi. Il
prossimo anno sarà contraddistinto da nuove nomine in vista del XXI Congresso
del Pcc. Il consesso, che si terrà nell’autunno 2027, segnerà la fine dello
storico terzo mandato di Xi Jinping. Con ogni probabilità anche l’inizio di un
quarto. Senza segnali di un favorito alla successione, è lecito aspettarsi un
ulteriore consolidamento del suo potere, sia attraverso epurazioni interne sia
con l’ascesa dei protégée nelle posizioni apicali. Secondo l’agenzia di stampa
statale Xinhua, nel 2025 la campagna anticorruzione ha preso di mira numerosi
funzionari, di cui almeno cinque a livello ministeriale. Le forze armate sono
state uno dei principali obiettivi della pulizia. A ottobre, subito prima del
quarto plenum, nove alti ufficiali sono stati rimossi dal partito per violazioni
della disciplina. He Weidong, vicepresidente della CMC, è diventato il primo
membro del Politburo dal 2017 a venire indagato mentre ancora in carica.
Considerato che “la rettificazione politica” compare tra gli obiettivi del nuovo
piano quinquennale, difficilmente il prossimo anno l’esercito avrà maggiore
respiro. Anche perché il tempo stringe: il 2027 infatti non solo coincide con il
centenario delle forze armate cinesi. È soprattutto l’anno in cui, secondo i
piani del presidente cinese, Pechino dovrà aver ottenuto la capacità – qualora
lo voglia – di riconquistare Taiwan manu militari. Capacità che, anche al netto
delle massicce esercitazioni di fine dicembre, è ancora in buona parte da
dimostrare.
Contro i pronostici americani è improbabile che la Cina alzerà troppo il tiro.
Le rimozioni dei militari corrotti – molti dei quali legati alla provincia del
Fujian con affaccio su Taiwan – potrebbero richiedere un ripensamento della
strategia muscolare attuata finora nello Stretto. Senza contare che nel 2026
sull’isola si terranno le elezioni amministrative. Per la Cina potrebbe essere
più prudente lasciare il presidente William Lai cuocere nel suo brodo per
approfittare dell’impopolarità di alcune politiche che avrebbero dovuto colpire
i nazionalisti del Guomindang e Pechino, ma che invece hanno gettato ombre
fosche sul Partito progressista democratico e lo stato della democrazia
taiwanese.
D’altronde, la carta Taiwan non va sprecata, va giocata con astuzia. Quello in
arrivo sarà infatti l’anno dell’accordo commerciale tanto voluto da Donald
Trump. Non è escluso che Pechino possa cercare di sfruttare il pragmatismo del
presidente americano per ottenere qualche compromesso. Magari un’opposizione
ufficiale di Washington all’indipendenza dell’isola in cambio di una corsia
privilegiata nelle forniture di minerali critici. Mentre scriviamo manca ancora
la firma, ma si sa già che la tregua su terre rare e reciproche ritorsioni
economiche durerà un anno, con possibilità di proroga solo dopo verifiche
periodiche. Nei prossimi mesi spetterà ai leader superare gli ostacoli rimasti.
Le occasioni di incontro, peraltro, non mancano. Secondo il Segretario al Tesoro
Scott Bessent, oltre alle rispettive due visite di Stato, nel 2026 Xi e Trump si
dovrebbero incrociare anche a novembre durante il vertice APEC di Shenzhen e a
dicembre per il G20 organizzato da The Donald al Doral Golf Club di Miami.
Diplomazia al lavoro anche in Europa, dove sono in programma misure economiche
per rendere più equilibrate le relazioni con la Repubblica popolare. Sempre
nell’ottica dell’ormai consolidato “de-risking”: dazi per l’e-commerce a basso
costo, un meccanismo di screening per gli investimenti esteri, e una strategia
per allentare la dipendenza dalle terre rare cinesi, campeggiano in cima alla
lista delle priorità di Bruxelles. E poi c’è la spinosa questione dei veicoli
elettrici, già sottoposti a limitazioni tariffarie. A complicare il quadro si
aggiunge ovviamente il dossier Ucraina. La Repubblica popolare non sembra
intenzionata a mediare attivamente una risoluzione del conflitto, anche se le
sanzioni occidentali stanno spingendo aziende e banche cinesi a sospendere
alcune attività economiche con la Russia.
Sarà quindi un anno all’insegna dei negoziati con Stati Uniti e Ue. Ma questo (o
proprio per questo) non distoglierà Pechino dal suo “pivot to the Global South”.
Ormai la leadership cinese ha manifestato chiaramente la propria predilezione
per i tavoli multilaterali. Specialmente quelli che vedono protagonista il Sud
del mondo: l’ex Terzo Mondo a cui ammiccava Mao e con cui oggi la Repubblica
popolare condivide la necessità di costruire un ordine internazionale più
inclusivo.
Il vertice dei BRICS in India offrirà l’opportunità per proseguire il processo
distensivo con Nuova Delhi, l’altro gigante dell’emisfero meridionale del
pianeta. Domate le tensioni lungo il confine conteso, la Cina ha giovato delle
frizioni commerciali tra Trump e il premier indiano Narendra Modi. Una possibile
trasferta di Xi nel subcontinente – la prima dal 2019 – darebbe maggiore
ufficialità alla normalizzazione dei rapporti bilaterali. Ma si tratta di una
tregua fragile. La sua tenuta verrà testata durante il summit della Shanghai
Cooperation Organization, la piattaforma a guida sino-russa fondata nei primi
anni Duemila con gli -Stan, che il prossimo anno sarà ospitato dal Pakistan.
Nuova Delhi ha spesso rifiutato di appoggiare dichiarazioni congiunte che
menzionassero progetti infrastrutturali cinesi, passanti per il Kashmir conteso
con Islamabad. Una posizione che in futuro potrebbe ostacolare il funzionamento
della neonata Banca di sviluppo della SCO.
Insomma, le sfide non mancano. Ora che è ricca e forte, la Cina può tenere testa
a Trump, può negoziare “trattati eguali” con le ex potenze imperialiste. Ma
molta della sicurezza ostentata serve a occultare le debolezze interne. Staremo
a vedere se dopo il 2026 la grandeur promessa da Xi sarà davvero un po’ più
vicina.
L'articolo Cina, Xi punta alla “modernizzazione socialista” spingendo
sull’hi-tech. Tra le tensioni con la Ue e la fragile tregua con gli Usa proviene
da Il Fatto Quotidiano.
“Le navi da guerra e le navi della guardia costiera si stanno ritirando, ma
alcune rimangono ancora al di fuori della linea delle 24 miglia nautiche”. A
dichiararlo è stato il vicedirettore generale della guardia costiera taiwanese,
Hsieh Ching-chin, dopo giorni di tensione per le esercitazioni militari della
Cina nelle acque e nello spazio aereo intorno a Taiwan.
Nelle ultime 24 ore, il Ministero della Difesa ha rilevato la presenza di ben 77
aerei militari e 25 imbarcazioni cinesi nell’area. Il 29 dicembre, Pechino aveva
avviato la “Justice Mission 2025“, una manovra di esercitazioni scattata dopo
l’annuncio degli Usa di un pacchetto da oltre 11 miliardi di dollari di aiuti
militari a favore dell’isola.
Oltre al lancio di decine di razzi verso l’isola, la Cina aveva schierato
cacciatorpediniere, fregate, caccia, bombardieri e droni per dare un
avvertimento contro l’indipendenza di Taiwan e simulare, per la prima volta con
tale ampiezza, un blocco totale dei porti strategici. L’emergenza, comunque, non
è ancora rientrata del tutto perché manca l’ufficialità sulla fine delle
esercitazioni, che hanno costretto le autorità a cancellare decine di voli
interni.
Alle critiche da parte della comunità internazionale, tra cui Giappone e
Australia, il Ministero degli Esteri cinese, tramite il portavoce Lin Jian,
aveva replicato così: “Questi Paesi e istituzioni stanno chiudendo un occhio
sulle forze separatiste di Taiwan che tentano di ottenere l’indipendenza con
mezzi militari” e, prosegono le accuse, “stanno criticando in modo
irresponsabile le azioni necessarie e giuste della Cina per difendere la propria
sovranità nazionale e l’integrità territoriale”.
L'articolo Taiwan, le navi cinesi si allontanano ma resta l’allerta massima.
Conclusa la simulazione di blocco totale dell’isola proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Pechino muove le sue pedine militari per lanciare un “serio avvertimento”,
mentre Taiwan protesta e annuncia nel mattino l’avvistamento di quattro navi
della guardia costiera cinese vicino alle sue acque territoriali. La Cina
condurrà “importanti” esercitazioni militari intorno a Taiwan, nelle acque e
nello spazio aereo vicino all’isola autonoma rivendicata da Pechino, a partire
da oggi in 5 aree. Lo ha annunciato con un comunicato il colonnello Shi Yi,
portavoce delle forze armate cinesi: “A partire dal 29 dicembre, il Comando del
teatro orientale dell’Esercito popolare di liberazione sta inviando forze
dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica per condurre esercitazioni
militari congiunte dal nome in codice ‘Justice Mission 2025′”.
Secondo un comunicato del Comando delle zone orientali dell’Esercito di Pechino,
si tratta di un “addestramento con fuoco vivo su obiettivi marittimi a nord e a
sud-ovest di Taiwan”. Saranno utilizzati un “cacciatorpediniere, fregate,
caccia, bombardieri e droni”, con “colpi con munizioni vere su bersagli
marittimi a nord e a sud-ovest di Taiwan”. Di fatto, la mobilitazione
dell’esercito, della marina, dell’aviazione e dei missili. Lo scopo ufficiale è
testare la prontezza al combattimento e inviare un “serio avvertimento” contro
qualsiasi tentativo di indipendenza di Taiwan.
Taiwan ha condannato duramente le esercitazioni: “In risposta al mancato
rispetto delle norme internazionali da parte delle autorità cinesi e al ricorso
all’intimidazione militare per minacciare i Paesi vicini, Taiwan esprime la sua
forte condanna”, ha dichiarato in un comunicato la portavoce dell’Ufficio
presidenziale Karen Kuo. In risposta alle manovre militari di Pechino intorno
all’isola, l’esercito di Taiwan ha annunciato oggi un dispiegamento di forze
armate.
Il ministero della Difesa di Taiwan ha affermato che due aerei militari cinesi e
11 navi hanno operato attorno all’isola nelle ultime 24 ore e che l’esercito
dell’isola è in stato di massima allerta e pronto a svolgere “esercitazioni di
risposta rapida”. Questa particolare esercitazione è stata progettata per
spostare rapidamente le truppe nel caso in cui la Cina trasformasse
improvvisamente una delle sue frequenti esercitazioni intorno all’isola in un
attacco. “Tutti i membri delle nostre forze armate rimarranno estremamente
vigili e in piena guardia, adottando misure concrete per difendere i valori
della democrazia e della libertà”, si legge in una nota.
La Cina ha intensificato significativamente le esercitazioni di accerchiamento
di Taiwan dal 2022, in seguito alla visita a Taipei dell’allora presidente della
Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti Nancy Pelosi, che ha rappresentato
una significativa dimostrazione di sostegno a Taiwan e ha fatto infuriare la
leadership di Pechino.
L'articolo Taiwan, il “serio avvertimento” della Cina: “Esercitazioni militari
con armi da fuoco”. Taipei protesta e muove i soldati proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Un terremoto di magnitudo 7.0 ha colpito ieri sera, sabato 27 dicembre, la costa
nord-orientale di Taiwan. Secondo l’agenzia meteorologica dell’isola, per il
momento non ci sono state vittime o danni particolari. Il sisma ha colpito alle
23:05 (le 16.05 italiane) in mare, a una profondità di 73 chilometri nella
crosta terrestre al largo della contea di Yilan, secondo l’Amministrazione
Meteorologica Centrale di Taiwan.
L'articolo Terremoto di magnitudo 7.0 colpisce il nord-ovest di Taiwan: la
scossa ripresa dalle telecamere di videosorveglianza a Taipei proviene da Il
Fatto Quotidiano.
La sfida che attende gli Stati Uniti nei prossimi decenni è quella
nell’Indo-pacifico, hanno spiegato in ogni occasione utile i vertici
dell’amministrazione Trump. Un principio che è al centro dell’azione politica
del secondo mandato del tycoon al punto da essere messo nero su bianco nella
Nuova dottrina strategica pubblicata il 4 dicembre. In questo contesto si
inserisce la vendita di armi per un valore di 11 miliardi di dollari a Taiwan
annunciata da Taipei, che ora attende solo il via libera del Congresso di
Washington.
Si tratta del secondo lotto di questo tipo dall’inizio del secondo mandato di
Trump. Il primo pacchetto, annunciato appena a novembre, ha il controvalore di
330 milioni di dollari, composto da “componenti, pezzi di ricambio e accessori
non standard, nonché supporto per la riparazione e la restituzione di aerei
F-16, C-130 e Indigenous Defense Fighter (Idf)”. Quello attuale rappresenta un
salto di qualità e di dimensioni, a partire dagli 82 Himars (Sistemi
missilistici d’artiglieria ad alta mobilità), parte di un pacchetto del valore
di oltre 4 miliardi di dollari comprensivo di 420 Atacms (Sistemi missilistici
tattici dell’esercito) e 60 sistemi di obici semoventi più i relativi
equipaggiamenti. Inoltre, software militari, missili Javelin e Tow; pezzi di
ricambio per elicotteri e kit di ricondizionamento per i missili Harpoon.
L’entità potenziale dell’accordo avvicina i 18 miliardi di dollari di vendite
militari a Taiwan concordati da George W. Bush nel 2001, malgrado poi la cifra
sia stata ridotta nella fase dei negoziati commerciali.
“Questa è la seconda vendita di armi a Taiwan annunciata durante il secondo
mandato dell’amministrazione Trump, a dimostrazione ancora una volta del fermo
impegno degli Usa per la sicurezza di Taiwan”, ha rimarcato il ministero degli
Esteri di Taipei. L’accordo, che dovrebbe entrare ufficialmente in vigore tra
circa un mese, necessita ancora dell’approvazione del Congresso, ma è
improbabile che la misura non superi il voto vista la solida maggioranza
bipartisan a favore dell’isola. Il governo del presidente taiwanese William Lai
ha promesso di aumentare la spesa per la difesa fino al 5% del Pil entro il 2030
per contrastare la crescente pressione militare della Cina.
Gli Usa non riconoscono Taiwan come Stato, ma sono il principale sostenitore
della sicurezza dell’isola in funzione anti-cinese. Pur attraversando una
difficile congiuntura economica, la Repubblica popolare cinese punta ad
affermarsi come potenza geopolitica e commerciale, possibilmente insidiando il
primato degli Stati Uniti, cosa che Washington considera la vera sfida dei
prossimi anni. Per far questo Pechino ha bisogno di aver libero accesso al mare,
cosa che le è impedita dalla posizione geografica dell’ex colonia di Formosa,
che si trova proprio dinanzi alle coste cinesi. L’isola, armata dagli Stati
Uniti e sulla quale è presente un contingente di circa 500 militari Usa,
impedisce nella pratica a Pechino di disporre liberamente di quel tratto di mare
e di accedere al Mar Cinese Orientale, al Mar Cinese Meridionale, al Mare delle
Filippine e di lì all’oceano Pacifico, una libertà di movimento necessari ad
accrescere i propri flussi commerciali.
L’annuncio, com’era prevedibile, ha causato la dura reazione della Cina, che
considera l’isola come una provincia ribelle e parte “sacra” e “inalienabile”
del suo territorio destinata alla riunificazione anche con la forza, se
necessario. Pechino “sollecita gli Usa a rispettare il principio della ‘Unica
Cina’ e ha smettere immediatamente le azioni pericolose sugli armamenti a favore
di Taiwan”, ha commentato il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun.
La mossa, ha spiegato Pechino, viola gli accordi diplomatici tra Cina e Stati
Uniti, danneggia gravemente la sovranità, la sicurezza e l’integrità
territoriale della Cina e mina la stabilità regionale. “Le forze per
l’indipendenza di Taiwan sull’isola cercano l’indipendenza con la forza e
resistono alla riunificazione con la forza, sperperando i soldi guadagnati con
fatica per acquistare armi al costo di trasformare Taiwan in una polveriera“, ha
proseguito Guo Jiakun. “Questo non può salvare il destino ormai segnato
dell’indipendenza di Taiwan, ma accelererà solo la spinta dello Stretto di
Taiwan verso una situazione pericolosa di confronto militare e guerra. Il
sostegno degli Stati Uniti all’indipendenza di Taiwan attraverso le armi finirà
per ritorcersi contro di loro. Usare Taiwan per contenere la Cina non avrà
successo”.
L'articolo Gli Usa vendono armi per 11 miliardi a Taiwan. Tensione con la Cina:
“Azione pericolosa, la smettano immediatamente” proviene da Il Fatto Quotidiano.
I leader di Pechino lo avevano detto tante volte: Taiwan è la “linea rossa” da
non oltrepassare. Sanae Takaichi quella linea l’ha scavalcata ampiamente quando
il 7 novembre è diventata il primo capo di governo del Giappone a ipotizzare
pubblicamente un intervento militare di Tokyo in caso di attacco armato contro
l’isola che Pechino rivendica come propria. Quell’affermazione, pronunciata con
troppa leggerezza, è diventata l’innesco della peggiore crisi diplomatica tra i
due Paesi asiatici degli ultimi tredici anni. Una crisi che il governo cinese
non è disposto a fermare senza prima ricevere scuse formali.
Cosa ha detto Takaichi?
Parlando davanti a una commissione parlamentare, la premier ha dichiarato che
un’aggressione manu militari di Pechino contro Taipei costituirebbe una
“situazione di minaccia alla sopravvivenza” del Giappone, che pertanto potrebbe
impegnarsi in un’azione militare a fianco di Washington nello Stretto. Uno
scenario consentito – nonostante la costituzione pacifista adottata dopo la
Seconda guerra mondiale – grazie a una legge introdotta nel 2015 dall’ex primo
ministro e mentore di Takaichi, Shinzo Abe. Mai prima d’ora un primo ministro
giapponese in carica aveva utilizzato un linguaggio tanto esplicito su un
possibile coinvolgimento a difesa di Taiwan. Nemmeno Abe, che prima di farlo
aspettò di rassegnare le dimissioni. Con la lady di ferro, Tokyo si allontana
così dalla tradizionale “ambiguità strategica”, postura che – nonostante le
gaffe di Joe Biden – gli Stati Uniti continuano ufficialmente a rispettare non
confermando né negando un eventuale supporto militare a Taipei. Inutili le
rassicurazioni sul rispetto del principio “una sola Cina”. Dire che “la
posizione del governo rimane coerente” – come spiegato dalla premier – non basta
ad alleggerire il significato simbolico di quelle parole.
La risposta di Pechino
“Le dichiarazioni palesemente errate del primo ministro Takaichi su Taiwan hanno
minato radicalmente le fondamenta politiche delle relazioni bilaterali,
danneggiando gravemente gli scambi economici e commerciali”, ha dichiarato
giovedì una portavoce del ministero degli Esteri cinese, preannunciando l’arrivo
di “misure necessarie”. Alcune di quelle misure sono già visibili: Pechino ha
sconsigliato ai cittadini cinesi di recarsi nel Paese per turismo e studio,
mentre ha lasciato intendere di voler introdurre un nuovo blocco sulle
importazioni di prodotti ittici giapponesi, imposto dopo il rilascio delle acque
reflue di Fukushima e rimosso solo di recente. Cancellati inoltre eventi
culturali e commerciali, rinviata l’uscita dei film giapponesi nei cinema. La
prossima mossa – avvertono analisti e media statali – potrebbe includere
restrizioni alle aziende giapponesi per motivi di sicurezza nazionale o persino
un’interdizione alle forniture di terre rare, come avvenuto intorno al 2012,
quando Tokyo nazionalizzò le isole Diaoyu/Senkaku contese con Pechino. Uno
strappo costato il congelamento dei rapporti diplomatici per diversi anni.
Di questo passo, Tokyo rischia danni economici molto pesanti. La Cina è il
secondo mercato per l’export del Giappone dopo gli Stati Uniti, con un volume di
acquisti che nel 2024 ha raggiunto circa 125 miliardi di dollari tra
attrezzature industriali, semiconduttori e automobili. Secondo il Nomura
Research Institute, solo nel settore turistico nipponico – che rappresenta il 7%
del pil nazionale – le perdite potrebbero raggiungere i 2mila miliardi di yen
l’anno (14,3 miliardi di dollari).
Il pressing militare
Senza contare che le ritorsioni potrebbero debordare in una risposta militare,
anche oltre ai consueti pattugliamenti nel mar Cinese orientale intorno alle
Diaoyu/Senkaku. Solo nell’ultima settimana la marina di Pechino ha condotto
esercitazioni nel mar Giallo, mentre il Giappone ha dichiarato di aver alzato in
volo i propri aerei dopo aver individuato un sospetto drone cinese nei pressi
dell’isola meridionale di Yonaguni, a soli 100 chilometri da Taiwan. E proprio
ieri l’ambasciata cinese in Giappone ha citato su X una clausola contenuta nella
Carta delle Nazioni Unite, secondo la quale “se uno qualsiasi dei Paesi fascisti
o militaristi, come Germania, Italia e Giappone, adotta misure per attuare
nuovamente politiche aggressive, i membri fondatori delle Nazioni Unite” – tra
cui la Cina – “hanno il diritto di intraprendere direttamente azioni militari
contro di loro senza l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza”.
L’ira di Xi Jinping
La reazione di Pechino – particolarmente aggressiva anche per gli standard
cinesi – trova spiegazione nel contesto delle più ampie tensioni storiche con il
Giappone: quest’anno ricorre l’80° anniversario della fine dell’occupazione
nipponica in Cina, celebrata da Xi Jinping con la parata militare del 3
settembre. Ma quella pagina della storia, che nella Repubblica Popolare è
associata al massacro di Nanchino, in passato Takaichi ha cercato più volte di
riscriverla. Non solo visitando il Santuario di Yasukuni in memoria dei
criminali di guerra. Da parlamentare ha persino chiesto di ritrattare le scuse
avanzate da Tomiichi Murayama, il primo leader giapponese ad aver ammesso nel
1995 la responsabilità per le atrocità commesse dall’esercito durante la Seconda
guerra mondiale.
Dal passato al presente: dando sfoggio delle note credenziali nazionaliste,
appena eletta il mese scorso, Takaichi ha confermato di voler portare la spesa
militare del Giappone al 2% del pil entro il 2027, spingendosi anche a
ritrattare il principio di “non introduzione” di armamenti atomici nel Paese nel
quadro dell’alleanza con gli Stati Uniti che tanto preoccupa la Cina. E poi
Pechino l’ha detto innumerevoli volte: Taiwan è una “questione interna”. Vale
per Washington ma anche e soprattutto per il Giappone, che colonizzò l’isola nel
1895 prima di restituirla alla Cina cinquant’anni dopo.
Lo aveva ribadito a fine ottobre lo stesso Xi durante il primo incontro con
Takaichi a margine dell’APEC in Corea del Sud. Al leader cinese deve essere
parso un vero affronto personale vedere ignorare il suo avvertimento nemmeno una
settimana dopo il meeting. Tanto più che l’oltraggio proviene da una donna. Come
avvenuto con Nancy Pelosi, prima speaker della Camera Usa a visitare l’isola in
25 anni, le autorità cinesi hanno dimostrato una certa propensione all’ingiuria
nei confronti di figure femminili ritenute ostili. Riferendosi a Takaichi in un
post su X, il console cinese a Osaka, Xue Jian, ha scritto di non avere “altra
scelta che tagliare senza esitazione quella testa sporca che si è intromessa”.
L’ex direttore del Global Times l’ha chiamata addirittura “strega malvagia”.
La Cina chiude le porte al dialogo
Insomma, non sembrano proprio esserci le premesse per una tregua. Il primo
tentativo di dialogo tra il capo del Dipartimento per gli Affari Asiatici, Liu
Jinsong, e l’omologo giapponese, Masaaki Kanai, è stato definito dalla parte
cinesi “molto insoddisfacente”. Escluso anche un possibile chiarimento tra
Takaichi e il premier cinese Li Qiang a margine del G20 in corso a Johannesburg,
in Sudafrica. Per Pechino, una risoluzione della crisi è contemplabile solo se
la lady di ferro ritirerà quanto affermato, eventualità al momento estremamente
remota. Takaichi deve la sua vittoria elettorale alla capacità di rappresentare
le istanze più conservatrici del Partito Liberal Democratico, al governo quasi
ininterrottamente dal dopoguerra ma che oggi fronteggia l’ascesa di una nuova
destra radicale. E ha l’approvazione dei giapponesi. Secondo un sondaggio
pubblicato domenica da Kyodo News, il 48,8% degli intervistati sostiene la
posizione di Takaichi su Taiwan, mentre il 44,2% si dice contrario.
Il pericolo del nazionalismo
Come in altre circostanze, si affaccia il rischio che il vecchio rancore tra i
due Paesi sfoci in episodi di nazionalismo violento, con atti vandalici contro
aziende giapponesi e aggressioni fisiche. Nel 2012, fu il governo a riportare
faticosamente la calma vedendosi sfuggire il controllo sul sentimento
revanscista nutrito da una parte della popolazione. Ma oggi, nonostante il
rallentamento dell’economia, la Cina si sente più forte, più sicura di sé. Una
potenza alla pari degli Stati Uniti, come implicitamente ammesso da Donald Trump
con il recente riferimento alla nascita di un G2. “La Repubblica popolare non è
più il Paese povero e vulnerabile di un secolo fa, che poteva essere intimidito
e calpestato a piacimento”, avverte un editoriale del China Military Online,
sito collegato all’Esercito popolare di liberazione.
Sul web circola da giorni una foto di Liu Jinsong mentre sembra redarguire Kanai
con indosso giacca e pantaloni del 4 maggio 1919, il movimento antimperialista
di critica contro le richieste avanzate a Versailles dalle potenze vincitrici
nella prima guerra mondiale. Tra queste la più spinosa prevedeva una consegna
della provincia cinese dello Shandong dalla Germania al Giappone. Il post,
diffuso da Yuyuan Tantian, un account social media gestito dall’emittente
statale cinese CCTV, è stato cancellato poco dopo la pubblicazione.
L'articolo Alta tensione tra Giappone e Cina su Taiwan: Pechino pronta a
reagire. Dalle misure commerciali allo scontro armato: le opzioni proviene da Il
Fatto Quotidiano.
“Dormo dalle due, alle quattro ore per notte”aveva affermato giorni fa la prima
ministra giapponese Takaichi Sanae. “Non fa certo bene alla mia pelle” aveva
anche aggiunto, mostrando le occhiaie visibili sul suo viso. Rivelazione che ha
confermato l’intento espresso dalla stessa, non appena nominata alla guida del
governo, quando aveva promesso di: “Lavorare, lavorare, lavorare, lavorare e
lavorare”. Sarà la fatica, la mancanza cronica di riposo, o semplicemente la
coerenza e una certa postura radicale in linea con le idee da sempre espresse
dalla leader ultra conservatrice, ad avere causato il più grande impasse degli
ultimi anni con la Cina?
Si è spesso rimproverato ai leader giapponesi di non prendere posizioni risolute
nei confronti dei grandi temi di politica internazionale, specialmente nei
confronti della “Terra di Mezzo” il vicino più scomodo e potente. Sembrava anche
che i rapporti tra le due potenze avessero intrapreso un sentiero aperto al
dialogo, nel primo significativo incontro di fine ottobre in Corea del Sud, a
margine del vertice APEC tra la premier nipponica e il presidente cinese Xi
Jinping.
Invece sono bastate alcune affermazioni – nette e prive di ambiguità – da parte
Takaichi Sanae a scatenare l’ira funesta cinese. Il 7 novembre Takaichi ha rotto
con anni di forte cautela sull’argomento, suggerendo in parlamento che il
Giappone potrebbe fornire sostegno militare a Taiwan se si verificassero scenari
“catastrofici” come un blocco navale cinese delle rotte marittime cruciali
vicino all’isola. E che il Giappone potrebbe quindi intervenire militarmente a
scopo difensivo del proprio territorio che sarebbe posto in quella evenienza, in
grave pericolo. Mai i leader giapponesi erano stati così diretti riguardo alla
risposta di Tokyo in caso di una “emergenza Taiwan”.
E mai le reazioni cinesi sono arrivate così velocemente condite da greve
aggressività, nonostante la premier abbia cercato di calmare le acque
sostenendo:”Le mie dichiarazioni non contraddicono la posizione dei governi
precedenti”. Niente da fare, il governo cinese sta ripetutamente chiedendo alla
prima ministra di ritirare le sue affermazioni, cosa che Takaichi Sanae rifiuta
di fare. Come riparare al danno? Martedì il Giappone ha tentato un chiarimento
inviando a Pechino Masaaki Kanai, direttore generale dell’Ufficio Affari
asiatici e oceanici del Ministero degli Affari Esteri giapponese, che ha
incontrato la controparte cinese Liu Jinsong. Il colloquio però non ha portato a
un chiarimento, anche se il funzionario giapponese ha cercato di rassicurare
dicendo: “La posizione del Giappone rimane invariata rispetto al comunicato
congiunto tra Giappone e Cina del 1972, che riconosceva la Cina come “l’unico
governo legittimo”, sostenendo inoltre che l’affermazione di Takaichi non
modifica quella posizione. Per Liu Jinsong la spiegazione non è bastata, e ha
reiterato:” La dichiarazione della premier va contro il principio dell’unica
Cina – secondo cui Taiwan fa parte della Cina – ed è causa di un danno
fondamentale per le relazioni tra i due paesi.”
Chiuso il sipario tra i due funzionari, non si intravedono incontri possibili
Takaichi- Xi. Gli attacchi verbali diretti contro Takaichi si sprecano: “La
testa sporca che si intromette deve essere tagliata” ha postato giorni fa su X
il console generale cinese a Osaka, Xue Jian, post che ha poi cancellato, sul
sito di Japan Today si legge anche che in Cina un noto commentatore nazionalista
ha definito la premier una “strega malvagia” (altro diplomatico che ricorre a
questa metafora nei confronti di una donna), e una vignetta pubblicata
sull’account X delle forze armate cinesi l’ha raffigurata mentre bruciava la
costituzione pacifista del Giappone.
Non mancano conseguenze pratiche dirette ai cittadini giapponesi. Le rivalse
cinesi mirano a bloccare il turismo in Giappone, con annullamenti di
prenotazioni di gruppo effettuate con mesi di anticipo, anche perché le
cancellazioni vengono facilitate dalle compagnie aeree cinesi che rinunciano
alle penali, mentre a Tokyo l’Imperial Hotel (uno degli alberghi più prestigiosi
della capitale) ha iniziato a ricevere notifiche di cancellazioni per eventi
aziendali e soggiorni. “Se l’attuale fase di stallo nelle relazioni dovesse
protrarsi, il danno economico per il Giappone sarebbe notevole”, ha affermato
Takahide Kiuchi, economista del Nomura Research Institute. Secondo le sue stime,
il solo boicottaggio dei viaggi potrebbe costare al Giappone oltre 14 miliardi
di dollari di perdite all’anno. Inoltre la Cina ha nuovamente sospeso
l’importazione dei prodotti ittici giapponesi. Se da un lato molti e molte
giapponesi – non coinvolte nel business del turismo – tireranno un sospiro di
sollievo dalla mancanza di turisti/e cinesi, dall’altra la tensione diplomatica
e politica è palpabile e di sicuro un “lungo inverno” sta per iniziare.
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settore turistico: si rischiano perdite fino a 14 miliardi di dollari proviene
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